LET’S MOVIE 395 da NYC commenta “VOX LUX” di Brady Corbet

LET’S MOVIE 395 da NYC commenta “VOX LUX” di Brady Corbet

Miraccomando Moviers,

don’t get me wrong. Non tradirei mai il cinema con il treatro.
Per quanto io lo ami, il teatro, e rimanga affascinata dal potere di un posto che, per una novantina di minuti, diventa altro. Un’altra epoca, un altro stato, un’altra storia. E con un limitatissimo numero di oggetti scenici — che qui si chiamano “props”. Il teatro è l’arte dell’arrangiarsi con poco, da sempre. Non ha bisogno di grandi scenografie ed effetti speciali. L’aveva intuito Grotowski con il suo Teatro Povero. Un palco ridotto al minimo indispensabile. Due sedie, un tavolo. That’s it.

Il cinema è tutt’altra esperienza. La freccia più appuntita al suo arco è la replicabilità. La durabilità, anche. Oggi vediamo film del 1899. E li vedranno anche nel 2080. Infinite volte. Di contro, il teatro è unico e irripetibile. Muore nel momento in cui nasce. Se non sei presente, non puoi goderlo. Passa. E in questo, sembra mantenere in sé la dinamica dei mystery plays, del teatro di strada, quando le compagnie erano un carro che si spostava di città in città per portare in giro l’arte. Toccando una sera un posto, una sera un altro, e le persone che decidevano di trasformarsi in spettatori.
Vedere in televisione una pièce teatrale non funziona. Si svende la magia. È come leggere il quaderno degli appunti di Houdini.

Anche l’aspetto finanziario diversifica i due. Molto spesso il teatro è meno accessibile. Questa è una tendenza che sta cambiando, e sempre più spesso ci sono produzioni a portata di portafoglio. Eppure, fra i 15 dollari di un biglietto per il cinema, e i 35-45 per un biglietto di uno spettacolo Off-Broadway, ci sono quei dollari di differenza che incidono. Non parliamo poi delle grandi produzioni di Broadway, dove i biglietti arrivano a costare 5000 dollari: il caso del 2017 è stato senz’altro il musical “Hamilton”: sold-out per tutte le date dello spettacolo, biglietti introvabili e, come ho detto, a tre zeri. Tuttavia, va detto. Ai newyorkesi il teatro piace moltissimo, e magari risparmiano su qualche capo di abbigliamento — sicuramente risparmiano su qualche capo di abbigliamento — ma sul teatro no, indulgono. Per questo il polo del Theater District esiste e continua a esistere, nonostante la crisi e tutto.

Tornando ai due giganti, cinema e teatro, dovessi per qualche ragione scegliere, sceglierei il cinema.
Love of my life.
Ma abitando a New York, fingere che Broadway non esista, sarebbe davvero imperdonabile da parte mia. Broadway esiste eccome. Con il suo rettangolo di teatri, il Theater District, nella zona intorno a Times Square. Ce ne sono circa quaranta, e sicuramente avrete sentito nominare l’Ambassador, l’Imperial, il Marquis, il Regal, il New Victory. E Off-Braodway esiste, con i suoi teatri grandi e minuscoli sparpagliati in tutti i cinque boroughs di New York.
Ma ho imparato che il teatro Off-Braodway, ovvero quella miriade di produzioni sperimentali anti-mainstream, ha conquistato anche il Theater District. Sulla Nona Avenue e, ovviamente la 42esima, l’arteria su cui è spaparanzata Times Square, sorgono due strutture teatrali che ospitano produzioni Off-Broadway. Sono il Pershing Square Signature Center, un edificio moderno che contiene al suo interno quattro teatri. E il Theater Row, pochi passi prima, un altro polo con dentro altri teatri.
Insomma, a New York trovate teatrini che non sai nemmeno come facciano a sopravvivere — un piccolo sopravvissuto in cui andare è il Brick Theater, al 549 di Metropolitan Avenue, a Brooklyn. Oppure i teatri si clusterizzano. Se condividono la stessa pasta sperimentale, convergono e condividono in spazi comuni. L’unione fa la forza anche nel logistico drammaturgico.

Complice Peter, un amico giornalista con un piede nella scena teatrale, e complice Il Nordic Stage 2, il Festival del Nuovo Teatro Scandinavo, i miei ultimi dieci giorni, ho piantato le tende nel campo del teatro Off-Broadway nel cuore del Theater District.

Due parole sulla zona. Il Theater District è accanto a Hell’s Kitchen. Devo ancora capire se, in qualche punto si sovrappongono oppure se sono divisi da un confine netto — più la prima, penso.
Hell’s Kitchen è il ritratto della New York che qui si dice seedy. Malfamata, sordida, trasandata. Le luci di plastica sono troppo simili a quelle di Las Vegas per non ricordarla. I bar sono troppo pieni di dispiaceri affogati in una birra per ignorarli. La sensazione è quella di camminare in un paese dei balocchi dopo i balocchi, squallido e fatiscente, dall’alto contenuto cinematografico.
Anche se Hell’s Kitchen non è fra i miei quartieri preferiti di New York, quando ci cammino, e magari mi spingo fino al West End — che non è una zona, come a Londra, ma è la strada più a ovest della città: se non vi fermate e proseguite, vi trovate dritti nell’Hudson — quando mi capita di camminarci, Times Square alle spalle, l’illuminazione a giorno anche se è notte fonda, i turisti mescolati ai disperati, gli homeless intorno al Port Authority Bus Terminal, penso sempre che quel quartiere sia rimasto intatto, che il tempo, con il suo passare, non l’abbia nemmeno sfiorato. Certo, fuori da Madame Tussauds campeggia la statua di Morgan Freeman — New York City baluardo del racially correct — e il New York Times, a due isolati, sforna inchieste dal suo bel building by Renzo Piano. Ma l’atmosfera rimane la stessa degli anni che furono: traffichini dalle idee multimilionarie, il lastrico sfiorato tutto il tempo.
O così mi piace pensare.

Peter mi parla dell’Houghton Festival Reading organizzato dalla Julliard School.
Funziona così. La Julliard School, una delle accademie più prestigiose in cui, se avete tanti soldi e/o tanto tantissimo talento, vi potete formare nell’arte della danza, della musica e del teatro, organizza ogni anno questo evento in cui dà la possibilità agli studenti di drammaturgia dell’ultimo anno di presentare una pièce che hanno scritto.
Tipo il saggio di fine anno, ho minimizzato io, in tutto il mio pressapochismo mentale.
Peter mi spiega che gli studenti di drammaturgia della Julliard di solito sono alla seconda o terza laurea — di solito dopo Yale e Columbia — e sono dei professionisti fatti e finiti. Sono molto giovani — possono non superare la trentina — ma hanno un curriculum di otto pagine.
Hanno bisogno di tre lauree perché sfondare nel teatro a New York è un’impresa quasi bellica, proprio per la quantità di talento che si concentra in città, e per le innumerevoli coppie di gomiti che sgomitano per conquistarsi un palco, Broadway, Off-Broadway. Wherever. Purché un palco.
La formazione è essenziale. Se ti formi in quei tre atenei hai qualche speranza, altrimenti, bye-bye my love, tornatene in Wisconsin.

Ho avuto la riprova che le parole di Peter non erano solo parole parole parole.
Assistiamo a un reading, non a una vera rappresentazione teatrale.
Gli attori hanno il copione su un leggìo, non sanno ancora le battute a memoria. Questo perché quella è la fase in cui i registi mostrano l’opera a dei potenziali produttori. Se poi trovano il produttore interessato che rimane colpito dalla pièce e decide di investirci, lo spettacolo si fa. Altrimenti non si fa. È una specie di prova pilota per addetti ai lavori.
Un reading, una lettura… Sarà come una bruttacopia della performance vera e propria.
Il mio pressapochismo mentale colpisce ancora. Ho sottovalutato il talento.
Gli attori, giovanissimi, pregiati dalla presenza di Debra Monk, un’attrice di teatro che apprendo essere molto conosciuta in città, trasformano una semplice lettura in una vera e propria esperienza teatrale. Dopo venti secondi scordi i leggii e i copioni. In venti secondi sei già catapultato in “Nicole Clark Is Having a Baby”, una pièce scritta divinamente da Morgan Gould.

Una giovane donna obesa, incinta, innamorata del proprio compagno di colore, ha un rapporto conflittuale con la madre, un’egocentrata attrice di teatro, ex obesa.
Questa, in due righe, la trama. I dialoghi, un fuoco d’artificio di comicità e tristezza.
Io non m’intendo molto di recitazione teatrale, ma per me, tutti gli attori sono da Premio Strehler.
Finito lo spettacolo, Peter, che la sa lunga in fatto di teatro, mi dice. “Fra un anno ne leggeremo sul New York Times”.
Io: “Un anno??”
Lui: “Di solito ci vuole un anno per metter su uno spettacolo”.
Io: “Un anno è tantissimo!”
E in quell’istante visualizzo tutte le maestranza che devono essere mobilitate, i produttori da trovare, il teatro da accaparrarsi, le scene e le luci da disegnare, la pubblicità da approntare.
E un anno è sembrato pochissimo.

Concordo con Peter. La pièce piacerà all’audience newyorkese, o ai produttori che intenderanno produrla. La drammaturga ha dato prova di furbizia, spuntando dalla lista gli ingredienti caldi su cui la democratica e progressista New York è molto probabile che voglia interrogarsi: una donna obesa (sicura vittima di body-shaming) affermata nel lavoro (empowered woman) con un compagno di colore (multi-ethnicity) in conflitto con un genitore (parenthal issues), ovvero la madre (archetipica rivalità madre-figlia) lei stessa ex obesa (disturbi alimentari).
Non so bene come funzioni con il teatro. Se il prodotto si confeziona a tavolino, in maniera logica e ragionata, come mi è parso in questo caso. Tuttavia il risultato è godibilissimo.
Mi riservo il diritto di pensarci ancora.

In questo weekend poi, si è svolto il Nordic Stage 2, che porta in città, da dieci anni a questa parte, il meglio delle produzioni teatrali non mainstream provenienti da Svezia, Norvegia, Finlandia e Danimarca. Siccome io sono un’estimatrice di Bergman, Strindberg e, con le dovute riserve, dell’IKEA, ho pensato che fosse un’occasione imperdibile.
Anche in questo caso si tratta di performance “by the book”, ovvero con il copione. In più, offrono anche una tavola rotonda e dei talkback alla fine degli spettacoli in cui conversare con il drammaturgo e gli autori.
Io sono in prima fila.

Dei tre spettacoli che ho visto, uno mi ha davvero intrigato. “Goliath”. La rivisitazione del mito di Davide e Golia, dove i due ragazzi sono fratelli, la madre ha sempre ricoperto di attenzioni Davide, e Golia ha covato del rancore. Golia si vendica nel modo estremo, e nel modo estremo la madre cercherà di vendicare Davide. Una madre che ha cinquant’anni e che è incinta di una figlia, Annette. Ideona del regista: far prendere vita ad Annette e metterla sul palco, come se fosse già nata, anche se la madre ha ancora evidentemente il pancione.
Ecco, solo i paesi nordici possono riscrivere dei miti biblici. Sarà forse la lontananza dal cuore del cattolicesimo che batte in Vaticano. I mediterranei fanno fatica a riscrivere ciò che è chiuso nel mausoleo della cristianità. Non parliamo poi di una madre che cerca di ammazzare un figlio — il tabù dei tabù.

Prima di passare al film, vi rubo un momento per cantare “Happy Birthday” a Let’s Movie. 🙂
Il 9 dicembre 2009, ho mandato la prima mail a uno sparuto gruppo di cinefili trentini, che hanno creduto subito a questa follia travestita da cartone animato.
Pur bramando New York con ogni grammo del mio essere, mai avrei immaginato che Let’s Movie avrebbe festeggiato il suo nono compleanno nell’Upper West Side, con il 395 pippone. E con tutti voi Fellows al seguito!
Certo il motto originario di Lez Muvi, in cui ogni grammo del mio essere si rispecchia, viene da Shakespeare, che di Amleto disse: “C’è del metodo nella sua follia”… E quella, la metodica follia, sembra non conoscere vecchiaia.
🙂
Dovrò inventarmi qualcosa per i dieci anni, nel 2019.
Per il momento, vediamo di arrivarci, e festeggiamo i nove anni!

Dopo il teatro off-Broadway, sono ovviamente tornata al love of my life, il cine.
E sono andata a vedere “Vox Lux”, di Brady Corbet.
Ricordavo che era passato da Venezia, dividendo la critica dell’ultima Mostra del Cinema, insieme a una Natalie Portman inguainata in un terribile abito da faraona — egiziana o gallina, fate voi.
Quando c’è Natalie, tendo a vedere il film. È un’attrice di cuore, metodo e IQ di cui mi fido.
Con “Vox Lux”, forse, mi sono fidata troppo…

Costruito come un’opera lirica con prologo, due atti ed epilogo, “Vox Lux” parte in quarta e mi ha conquistato subito. In una classe di un liceo dell’anonimo Midwest americano sta per cominciare una normale lezione di educazione musicale. La prof dice, aspettiamo ancora un paio di minuti che arrivino gli ultimi ritardatari. A quel punto fa ingresso, fuori campo — scelta ottima — non l’ultimo ritardatario, ma un ragazzo armato di mitra che fa quello che Eric Harris e Dylan Klebold fecero, sempre nel 1999, alla Columbine High School di Denver: apre il fuoco su compagni di scuola e insegnanti.
Della classe del film, si salva per miracolo, Celeste — omen nomen — una ragazzina angelica che viene sfregiata sul collo, ma che la scampa.

Celeste ha quel “certo non so che”. Quel quanto-basta di talento che, alla fine degli anni ‘90, poteva trasformarti in una Britney Spears o in una Christina Aguilera. Così Celeste, accompagnata dalla fida sorella — più bella, più dotata, ma più remissiva di lei — passa da uccellino innocente a star del pop.
Dischi, video, tour in Europa. Successo.

A questo punto il film fa un balzo temporale e dai primi anni del 2000 arriva fino al 2017. Celeste è una donna adulta, madre di Albertine, interpretata dall’attrice che interpretava Celeste adolescente, scelta che, lì per lì, spiazza non poco lo spettatore.
Vediamo subito quanto il successo abbia cambiato l’angelo scampato alla strage, trasformandola in un Lucifero caduto nelle spire dello star-system. Instabile, capricciosa, egocentrata, dipendente prima dall’alcol e poi dalla droga, Celeste è una madre più figlia che madre, una donna imprigionata nel suo personaggio a metà fra Madonna di “Confessions on a Dance Floor” e Lady Gaga di “Monster”.

Un aspetto interessante del film, è l’affiancamento di due fenomeni che hanno caratterizzato la storia degli ultimi vent’anni: l’ascesa, da una parte, del pop spensierato e frivolo, testi fatti di nulla colorato, e, dall’altra, l’irrompere, brutale, del terrorismo nella vita quotidiana. Celeste gira il primo video nel 2001, mentre le Torri Gemelle crollano. E nel 2017, alla vigilia del suo mega concerto a New York, un manipolo di terroristi con il volto coperto da un passamontagna glitterato come quello indossato da Celeste in un video, apre il fuoco su una spiaggia della Croazia.

Tra i tanti difetti, “Vox Lux” ha il pregio di ripercorrere il ventennio 2000-2017, tirando delle linee interessanti: il progressivo svuotamento di contenuti dalle canzoni passate non più in radio ma su spotify, fa da contraltare agli episodi di efferata violenza che hanno tragicamente caratterizzato l’inizio del terzo millennio.
Detto questo, il film è squilibrato. Parte molto bene, con il ritratto della giovane angelicata Celeste, sfuggita fisicamente — ma certo non psicologicamente — a una strage, e decisa a trasformare in bellezza — o forse solo fama — questa sua esperienza.
I problemi nascono proprio con l’arrivo in scena della Portman, assolutamente fuori parte. Troppo sopra le righe, Natalie semplicemente non riesce mai a mettere a fuoco il personaggio. Lo strilla, lo porta agli estremi, cade vittima dei suoi eccessi, ma senza essere il personaggio: esattamente come se lo recitasse, non come se lo fosse.

Il film è anche irrisolto. Si conclude con un quarto d’ora del concerto di Celeste, in cui Celeste, dopo una crisi di nervi con sorella, staff e figlia, balla e canta (in playback) davanti a un palazzetto adorante, fasciata in una tuta scintillante — più 80s che 2kks. Ci pare chiaro che il regista voglia puntare sulla vacuità di glitz&glitters, sul nulla che “l’arte” di questa star vuole portare a queste folle adoranti, se non un momento di semplice e semplicistica evasione — mentre il mondo là fuori si complica sempre di più.
Ma in un film il regista deve sempre considerare l’orologio. Non puoi dedicare metà film alle crisi isteriche fini a se stesse o alle canzonette. Mi devi dare altro!

In definitiva, “Vox Lux” lancia il sasso e tira indietro la mano nel finale, vanificando un po’ tutto l’ardire delle intenzioni iniziali. Se il film vuole dirmi che tutti noi, davanti a un mondo sempre più assassino, e assetato di sangue, giriamo la testa, preferendo annebbiarci i sensi con la leggerezza di canzonette e l’easy entertainment sfornato da tv e media, il film manca l’occasione di costruire un “what’s next?” all’interno della storia di Celeste.
Personalmente, non cerco mai una risposta filosofica nei film. Cerco di trarre delle conclusioni dal percorso del personaggio. Terminare il film su dieci minuti di concerto, Celeste sgambettante da un lato all’altro del palco, ribadisce il déjà-dit. È come leggere una pagina già scritta.

Infine, “Vox Lux” è un po’ il gemello dark e diverso di “A Star Is Born”. Entrambi raccontano l’ascesa di due stelle. Entrambi, il difficile percorso che porta al successo — benché nessuno arrivi alle vette di “The Neon Demon”, opera sublime di Nicolas Winding Refn che vi prego di recuperare.
Per quanto “Vox Lux” sia fallace in tanti punti, per quanto la recitazione esagerata della Portman letteralmente lo uccida, lo preferiamo comunque al melodrammone di Bradley Cooper.
Per noi il dark batte sempre il pink, almeno al cinema.

E su questo siamo giunti al termine, Fellows.
Frunyc IV aggiornato dove sapete voi, ringraziamenti sinceri, ancora happy birthday to Lez Muvi e saluti, probabilmente cinematografici.

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LET’S MOVIE da NYC commenta “SICILIAN GHOST STORY” di Antonio Piazza e Fabio Grassadonia

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Mimbarco Moviers

sulla Miss Liberty, una mattina gelida, un paio di domeniche fa. Il cielo sopra è grigio, l’acqua sotto ancora peggio. Mi vieto di pensare quali contenuti possa contenere.
La Miss Liberty è diretta a Ellis Island.
È una traversata che rimando sin da quando sono arrivata qui, due anni fa — sì, già due anni, il 2 novembre scorso.
Perché?
Perché Ellis Island, prima di essere un luogo geografico, con i suoi muri e le sue porte, i suoi mattoni e il suo pontile, è un luogo del pensiero.
Lì, in quella forma tutta mia di quel posto, ci sono stata infinite volte. Ne ho camminato i corridoi, fatto su e giù per le scale. Ho sentito i mormorii dei sogni, e lo schianto delle aspettative.
Per far capire quanto quell’isola pesi nel mio immaginario, vi dico che ci ho scritto una serie di quindici poesie, prima ancora di metterci piede. Mi ha accompagnato in Spagna, mi accompagna qui, indipendentemente dal quartiere in cui io mi trovi. È come una presenza costante, Ellis Island.
E questo perché parla di me, declinandomi al passato. Io sono — well, noi siamo — tutti declinati al presente, ovviamente. Ma ci sono delle situazioni, oppure dei posti, che hanno la facoltà di scrivere chi siamo al passato.
Questo succede, per me, a livello dello spirito, con Ellis Island.

Poi, quando un luogo mentale diventa fisico, ovvero quando ci portate il vostro corpo, e quei corridoi e quelle scale, li camminate con le vostre gambe, l’esperienza esercita un impatto doppio.
L’ho rimandata perché temevo che l’impatto sarebbe stata troppo forte. Che il momento in cui l’esperienza fisica avrebbe incontrato quella emotiva sarebbe stata una collisione, un punto di rottura.
Non volevo disintegrarmi.
A voi non capita mai di temere di disentegrarvi, a un certo punto? A me sì. Come se la pressione fosse troppa, e si implodesse, e il nostro petto finisse in un’infinità di stelle.
Non sarebbe una brutta morte, a ben vedere.
A ogni modo, non è successa. La collisione. La rottura. È stata invece, una congiuntura. Una congiunzione, direi. Tra passato e presente.

All’inizio del ‘900 Ellis Island ha rappresentato la porta d’ingresso per gli Stati Uniti. E non solo per gli italiani. Ma per mezza Europa. Irlandesi, greci, polacchi, russi, ebrei, slavi, you name it. Tutti a imbarcarsi in un viaggio che non finiva dopo i nove giorni di traversata, ma che dopo nove giorni di traversata, cominciava.
Il raffronto tra quegli immigrati storici e gli immigrati di oggi è scontato. Allora non avevano letteralmente nulla. E non parlo di averi fisici. Ma di conoscenze intellettuali. Non conoscevano la lingua. Molto spesso non sapevano leggere e scrivere nemmeno nella loro lingua madre.
L’idea di arrivare in un paese senza padroneggiarne il linguaggio m’inquieta da sempre. La lingua non è solo comunicazione, ma è anche giustizia. Potere. Esserne privato ti mette alla mercé di qualcun altro.

La maggior parte degli immigrati italiani non veniva dalle città. Quindi molto probabilmente non aveva mai visto un palazzo alto più di quattro piani. Oppure un tram. Oppure un ponte. Figurarsi cosa doveva essere ritrovarsi con la skyline newyorkese in lontananza — il Brooklyn Bridge di fronte, la Statua della Libertà sulla sinistra. Tantissimi grattacieli stavano spuntando proprio in quegli anni. La città era tutta un cantiere.

Mi ha colpito, del posto, la dimensione. Per la prima volta da ché sono sul suolo americano, qualcosa non mi è apparsa smisuratamente grande. Al contrario, direi che la struttura centrale è di dimensioni contenute, viste le quantità di sbarcati da accogliere e smistare. La registry room è spaziosa, sì, ma non ginormous, come si dice da ‘ste parti il superlativo di enorme.
Forse le misure mi sembrano ridotte perché lo spazio — a parte la registry room — è suddiviso in tante piccole stanze, in cui venivi fatto passare nel tuo percorso verso la goilden door — la porta d’oro che ti cinsentiva l’accesso al Nuovo Mondo.
Inspection room e mental room, dove ti visitavano e ticket room, dove acquistavi il biglietto per il treno che ti portava in New Jersey, o in Pennsylvania, o in Iowa.

Sono i controlli sanitari, quelli che più rimangono impressi. Il modo bruto in cui ti spogliavano e controllavano. Se eri troppo magro, troppo smunto, troppo verde o troppo giallo — immaginatevi la tonalità dell’incarnito dopo una traversata in mare di dieci giorni — troppo scuro — noi italiani eravamo i white niggers, ricordate? — oppure se camminavi un po’ storto, se ti rigiravi troppo le dita, se uno di questi “se” ti capitava, facile che il dottore di turno ti facesse marchiare la giacca con una croce. Se succedeva, ti beccavi una “thorough examination”, il che voleva dire, una visita da capo a piede.
Ma quello più impressionante era il “weeding out process”, ovvero “lo sfoltimento”, che avveniva tramite test volti a valutare le tue capacità logiche e di “buon senso”.

Tra queste, delle domande assurde, e molto spesso, a trabocchetto.
“Come lavi le scale? Dall’alto verso il basso, o dal basso verso l’alto?”.
Pauline Notkoff, un’immigrata polacca arrivata in America nel 1917, racconta che una ragazza, proveniente dalla sua città, a quella domanda rispose “Io non vado in America per pulire le scale”.
Chissà se la risposta piacque agli ispettori sanitari tanto quanto piace a noi.
Tra i modi in cui venivano distinti gli immigrati: feeble-minded, mental defective, constitutional inferior, idiot, stupid, moron.
I test a cui venivano sottoposti potevano essere difficili. Oggi sappiamo che alcuni dottori portavano i test a casa e li sottoponevano a parenti e amici, just for fun. E loro stessi, individui scolarizzati, parlanti nativi della lingua e colti, non li superavano.
Figurarsi un immigrato da Acitrezze, Spilinbergo, o Borgo Valsugana!

Ci sono storie raccapriccianti di famiglie divise. Il marito trovato “non idoneo”, la moglie “idonea”. Il marito deportato a casa. La moglie lasciata sola sulla soglia di una vita immaginata a due.
Un bambino morto di polmonite nell’ospedale di Ellis Island — le visite dei famigliari non erano consentite. Una ragazzina con una banale infezione al cuoio capelluto ha trascorso otto mesi nell’ospedale di Ellis Island.
Senza dire una parola, senza vedere i genitori.

Oggi tante delle sale di Ellis Island ospitano delle fotografie che raccontano l’esperienza del migrare.
Io sono andata sulle tracce di quella italiana. Dai cartelloni che pubblicizzavano la Cunard Line, “la prima congiunzione celere diretta fra Trieste e Nuova York”, oppure La Veloce, che partiva da Napoli, oppure la White Star Line, che collegava New York, Boston e Genova. E ancora L’Esperia, “l’Assicurazione degli Emigranti”, che, dietro il versamento di dieci Lire, assicurava “Lire Milleduecento in caso di decesso infra i trenta giorni della data d’imbarco pagabili agli eredi”.
Una bella foto immortala alcune migranti, cariche di bauli. In lontananza una stazione ferroviaria molto famigliare a noi italiani, con la sua mezza luna di vetro: Milano Centrale.
Victor Tartarini, immigrato nel 1921, disse, in un’intervista del 1985: “America was a bid deal in those days… Because when they sent a letter or a picture… It was a big deal… Everybody thought everybody was rich in America… The Italian people, they thought America was gold”.
Il mito dell’America, era tutt’un mito. Una narrazione. Una fantasia — come ci ha mostrato benissimo Emanuele Crialese in “Nuovomondo”, immaginando mari di latte e alberi carichi, appunto, d’oro. Quegli immigrati non impiegarono molto a capire che così non era. Che i mari non erano di latte, e che gli alberi non erano carichi né d’oro. Ma anche se le difficoltà erano indubbie, chi riusciva a raggiungere Manhattan, capiva immediatamente che il potenziale di quel nuovo sconfinato paese era esso stesso sconfinato. Per questo così tanti italiani prosperarono qui. Capirono una massima che ancora vale oggi, e che mi piace molto. Qui si dice “the sky is the limit”. Nessun tetto a quanto in alto la tua immaginazione può puntare. Questo non significa che non cadrai e ti farai del male, cercando di raggiungerlo, quel cielo.
L’America è un paese fatto sulle rovine di chi non ce l’ha fatta, ma il fallimento è previsto nel percorso per raggiungere quella felicità custodita nel Primo Articolo della Dichiarazione d’Indipendenza. Se cadi, ti alzi e ci riprovi. Fino a esaurimento. E nessuno ti tratta da pariah. Nessuno ti giudica se hai fatto l’avvocato, venduto burritos, recitato in una commedia Off Broadway che non è mai decollata, o aperto un agenzia per cuori solitari che Tinder ti ha fatto chiudere dopo un mese di attività.
Questa forse, è la vera grande libertà dell’America. La possibilità di rivendicare il diritto all’errore, e al cambiamento. In Italia, siamo più marmorei. Se studiamo medicina, faremo per sempre i dottori, anche se, a un certo punto, non ci andrà più. Se riusciamo a guadagnarci un impiego nel pubblico, rimarremo nel pubblico fino alla pensione — se baby, meglio — e faremo tutto quanto in nostro potere per infilare il figlio nell’ambiente e fargli prendere quella strada sicura. Ecco, qui in America, non è così.
Non ci sarà la sanità pubblica, l’istruzione t’indebita fino alla crisi di mezz’età e non si scrostano gli infissi prima di ridipingerli (!), ma almeno le persone ci provano.

Io non sono un’immigrata storica. Sono un’expat –di lusso– di oggi. Non avevo una valigia. Ne avevo sei –suddivise in viaggi diverso, a mia discolpa (!). Non avevo in bocca il silenzio dato dal non sapere una lingua. Non avevo la miseria a mangiarmi i calcagni.
Eppure, io, come loro, ho lasciato il paese che mi ha partorito. Io, come loro, ho chiuso una porta.
Gli immigrati di ogni epoca passano tutti per Ellis Island.

Dopo di lei, ho proseguito il mio viaggio fino a Liberty Island, l’isolotto a forma di pepita che ospita Lady Liberty. Da Ellis Island a Liberty Island ci sono quattro minuti di traghetto, quindi niente di troppo picaresco.
Lo ammetto, ci sono stata più per togliermelo dalla lista. Abitare a New York e non andare a porgere i propri omaggi alla Statua della Libertà, è come abitare a Parigi e schifare la Tour Eiffel.
Ce n’est pas possible.
Proprio come non impressionavano le dimensioni di Ellis Island, non impressiona l’altezza, di Lady Liberty. Ormai siamo abituati a veder svettare chilometri di building in cielo, soprattutto dalle parti di Dubai. Impressiona, invece, la postura. Tutti questi anni a immolarsi in piedi, con quella fiaccola in mano, per rappresentare la libertà, e non solo in America, ma in tutto il mondo.

Quante ne avrà viste, Lady Liberty! È lì dal 1886. Ellis Island fu aperta sei anni dopo. Pensate quante navi le saranno sfilate davanti. In quanti occhi sognanti si sarà immaginata riflessa — non a caso fu considerata in quegli anni la “madre degli esuli”.
E pensate a quell’11 settembre 2001. La vista sulle Torri Gemelle sgombra, Lady Liberty ha assistito a tutto, ancorata al suo isolotto.
Quel giorno avrebbe voluto sedersi, penso. Poggiare la fiaccola per terra, e sedersi.
Anche oggi, penso, le deve costare una gran fatica, rimanere in piedi, reggere quella fiamma, quel simbolo.
La libertà è lavoro, dedizione. Dovrebbe essere un diritto inalienabile, ma non lo è.
Dobbiamo partire dal presupposto di dovercela guadagnare tutti i giorni.

Ogni volta che penso alla libertà, mi viene in mente Napoleone, che della sua corona, diceva: “Dio me l’ha data, guai a chi me la tocca”.
Ecco, io sostituisco alla corona la libertà.
Dio me l’ha data, guai a chi me la tocca.

Questa settimana vi parlo di un film italiano. Ebbene sì, arrivano anche qui. 🙂
A Sicilian Ghost Story” di Antonio Piazza e Fabio Grassadonia, che ha aperto la Semaine de la Critique all’ultimo Festival di Cannes.
Ieri c’era Antonio Piazza a presentarlo al Quad Cinema, quindi sono andata ancora più volentieri.

“A Sicilian Ghost Story” racconta, con linguaggio che sconfina nel soprannaturale, la terribile vicenda di cronaca che vide per protagonista, nel 1994, il giovane Giuseppe Di Matteo, il ragazzino rapito, ucciso e sciolto nell’acido da sicari della mafia perché reo di essere figlio di un pentito che aveva deciso di collaborare con le forze dell’ordine.
Diciamo che una storia del genere va raccontata a priori. Il cinema è anche luogo in cui far sopravvivere la memoria. Persino — soprattutto — la memoria di cui ci si vergogna, come paese. Un atto barbaro come quello subìto da Giuseppe non deve essere mai dimenticato.
Io mi sono resa conto che non lo ricordavo — ero adolescente, va be’, ma c’ero. Ricordo che negli anni ’90 si parlava molto di pentiti e di bidoni di acido. Ma non ricordavo Giuseppe di Matteo, rapito a tredici anni, ucciso a quindici. Nel 1996.

Dire per immagini un fatto del genere non è impresa facile. Piazza e Grassadonia escludono il realismo di stampo cronachistico e preferiscono una soluzione che mescola generi cinematografici diversi, tra cui il fantasy, la favola gotica, il teen-movie, raccontando questa storia dalla prospettiva —inventata — di Luna, una compagna di scuola innamorata di Giuseppe decisa, dopo la sparizione del ragazzo, a trovarlo.
E’ evidente l’obbiettivo dei due registi di mantenersi fedelissimi alla storia — e questo è stato confermato anche dal regista Piazza alla fine della proiezione — ma di adottare una serie di archetipi che parlassero la lingua fantastica. A cominciare dal bosco, dove tutto bene o male ha inizio, oppure dal personaggio gelido della madre di Luna — una vera e propria matrigna di stampo favolistico — o ancora i mostri che perseguitano i due ragazzi, come il pitbull da cui scappano, oppure ancora la fedele migliore amica di Luna, che giunge in suo soccorso e le salva la vita.
Il tentativo di ridisegnare in termini artisitici i contorni di una vicenda così dolorosa per la storia italiana è degno di merito. E anche se non è l’unico caso in cui si vuole portare il fantasy in Italia — ricordiamo i film dei Manetti Bros, ma anche “Lo chiamavano Jeeg Robot” di Gabriele Mainetti — sappiamo bene quanto ancora refrattaria sia certa Italia a un linguaggio cinematografico altro da quello realistico.

Tuttavia il film non mi ha conquistato. E questo soprattutto per via della recitazione. Gli attori scelti, spiace dirlo, mancano totalmente di naturalezza. Si vede tutto il tempo che stanno recitando una parte.
Forse questo è dovuto anche a dei dialoghi poco efficaci, oppure forzati. Mi chiedo che film sarebbe stato, “A Sicilian Ghost Story”, se il cast fosse stato diverso. Se il copione fosse stato scritto come se a parlare fossero due adolescenti e non due adulti che fanno parlare due adolescenti.
Onestamente, durante il film, non vedevo l’ora che finisse. E mi sentivo in colpa perché un film così va promosso e guardato. Soprattutto dalle nuove generazioni, che si sa, non vedono di là dal loro tablet.

E proprio questo ci ha detto Antonio Piazza dopo la proiezione. “Il film ha diviso la critica, ma viene fatto vedere molto in giro. Specie nelle scuole.” In effetti la critica italiana l’ha criticato, mentre la critica americana ha speso parole di elogio sul film, così come quella euopea e francese. Non a caso Cannes gli ha concesso l’apertura della Semaine de la Critique. Ed è stato incluso anche nel programma del New York Film Festival, il mese scorso.
In più, il Sundance l’ha pregiato del suo endorsement. Piazza ci ha spiegato di come il team del Sundance li abbia invitati a Salt Lake City, li abbia aiutati con la sceneggiatura, li abbia incoraggiati in tutto e per tutto, e fatto conoscere Robert Redford, naturalmente.
L’America, checché se ne dica, fa anche questo…

Prima della proiezione, Piazza ha detto che per molti anni lui e il co-regista Grassadonia sono stati arrabbiati con la Sicilia. Se ne sono andati. Non riuscivano più a guardarla in faccia.
Dopo la proiezione, gli ho chiesto se il rapporto con la regione è cambiato, se loro due sono ancora esuli, oppure se sono riusciti a tornare. Mi ha detto che la rabbia si è attenuata, che adesso vedono quanta volontà ci sia di andare avanti, di lavorare bene, di essere generosi. Che, insomma, in Sicilia non c’è solo il marcio.
Ha detto che per il momento hanno una casa a Roma e una casa a Palermo. Fanno la spola.
Credo che fare la spola sia un gran bel modo di vivere una vita.
Sempre in movimento, mai radicati in un unico posto.

In sala il pubblico era a dir poco scandalizzato da quello che vedeva sullo schermo. Non una domanda è stata fatta nel Q&A — a parte una perplessità di una spettatrice che non aveva capito se avesse davvero capito il finale (!).
Gli americani non sono abituati a vedere questo volto dell’Italia. Preferiscono le colline toscane, il Chianti e Ferragamo. Ma l’ho visto, il modo in cui s’irrigidivano o sbuffavano mentre sullo schermo s’intuiva l’omicidio di Giuseppe, il suo corpo sciolto in un bidone, e il contenuto vuotato in un lago. Credo che nessuno spettatore in sala potesse immaginare un tale abominio. Anche noi italiani fatichiamo ad accettare che quella è parte della nostra storia.
Io penso che sia giusto che l’immagine dell’Italia venga conosciuta nella sua complessità. Luogo d’indicibile bellezza, luogo d’indicibile infamia, da cui però abbiamo preso le distanze. Dopo gli anni ’90, anni sanguinosissimi, non si sono più sentiti casi simili. Questo non significa che ci siamo ripuliti totalmente dal marcio, ma che siamo sulla strada giusta.
Voglio crederci.

E anche per stasera è tutto, Fellows.
Nel Frunyc IV trovate le foto di questa settimana — e se scorrete in quelle passate, vedete anche Ellis Island.

Vi ringrazio sempre dell’attenzione, e vi mando dei saluti, stasera, atlanticamente cinematografici.

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LET’S MOVIE 393 da NYC commenta “LA BALLATA DI BUSTER SCRUGGS” di Joel ed Ethan Coen

LET’S MOVIE 393 da NYC commenta “LA BALLATA DI BUSTER SCRUGGS” di Joel ed Ethan Coen

Floats, Fellows,

è il nome in inglese. Carri. Noi diciamo carri, quando parliamo di quelli di Viareggio, Cento, o Arco (!). Qui il carnevale non si celebra, ma gli americani hanno Halloween per travestirsi, e il Thanksgiving per ammirare la parata con i carri.

Dunque, io non sono tipo da parate, sia per motivi sia di Stato — anche se sono civili, io penso sempre alla componente militare — che per motivi di statica. In una parata sei fermo mentre il parante si muove. E questo va contro l’idea che ho di me stessa: un essere mobile che si muove, più o meno all’unisono, con il mondo.
Sopporto l’immobilità in un numero limitato di posti.
L’aereo.
La sala cinematografica.

Poi di norma, è sempre freddo, alle parate. A Rio magari no, ma a New York City sì. Non essendo io a Rio ma a New York City, devo fare i conti con le temperature. E in questo anno domini horribilis meteorologico, siamo già stati messi a dura prova: non si sentiva un gelo così al Ringraziamento dal 1901 — meno sette gradi, ventoso. Ce ne siamo accorti tutti.
Infine, alle parate, il posto che occupate non è mai quello che volete voi. C’è sempre qualcuno che occupa il posto che vorreste voi. E certo non siete — siamo — del tipo da arrivare con ore di anticipo per accaparrarcelo. Di norma chi vi sta davanti è una fila di quarterback appassionati alle parate, oppure di discendenti di Shaquille O’neall. Oppure di padri con prole sulle spalle. E voi non osate chiedere di avanzare e superare quelle muraglie umane. Ve ne state dietro, con una visuale molto quarterback, molto Shaquille O’neall, molto dad+kid, dello spettacolo.

Però la parade di New York del Giorno del Ringraziamento è uno di quei passaggi che, da residente in città, dovete vivere.
I miei studenti adulti della Columbus Citizens Foundation erano sconvolti dal fatto che non ci fossi mai stata.
“You have to go, it’s so much fun!”. Al ché io volevo rispondere, sono italo-europea, noi non siamo per quel tipo di fun. Noi guardiamo carri satirici, che ridicolizzano la politica e la società, e per noi quello è “so much fun”.
Ma non possiamo sempre passare per i vissuti europei che schiacciano i sogni all’innocenza americana.
Quindi ho detto, va bene, quest’anno, vado alla parata.

La parata comincia alle 9 del mattino, dalla 76esima su Central Park West, poi circumnaviga la statua di Cristoforo a Columbus Circus, prosegue lungo la 59esima fino alla Sesta Avenue, e la percorre tutta fino a Herald Square, dove termina davanti a Macy. Sì perché è il colosso commerciale di Macy, a sponsorizzare lo show.
Nessun americano sa dirti perché il Thanksgiving si festeggi il quarto giovedì di novembre, e perché di giovedì e non di sabato o domenica, ma tutti gli americani sanno che Macy permette a carri e palloni aerostatici di sfilare per mezza Manhattan.

La mia idea — rivelatasi in tutta la sua disgrazia — era quella di correre attraverso Central Park, fermarmi un due-cinque minuti, fare qualche scatto all’evento, spuntare la casella “fatto” dall’elenco infinito di cose newyorkesi da fare, e poi continuare la mia corsa, in barba a tutti i paranti e parati.
Da italo-europea vissuta, ho preso sottogamba il “much fun” anticipatomi dai miei studenti. Arrivata all’altezza della 72esima di Central Park West, piazzatami davanti al Dakota Building, inchinatami a John Lennon per essere esistito e avervi abitato, ho capito che i due minuti sarebbero stati spazzati via da tutta la durata dell’evento, oltreché dal vento gelido che spirava — non c’è dubbio — dall’Antartide.
Sono stata catturata da quelli che qui chiamano “baloons”, giganteschi palloni aerostatici dalle fattezze cartone-animato. Alcuni personaggi sono riconoscibili: il Grinch, lo snowman di “Frozen”, Spongebob, Charlie Brown, un dinosauro che per me era Denver e un pilota che per me era un Power Ranger. Altri, assolutamente ignoti. Un folletto rannicchiato, tre creature a metà fra i Gremlins e Yoda e un soldatino che pareva gemello di quello de “Lo schiaccianoci”, ma con qualcosa di Barbablù.
La grandezza, lo confesso, mi ha sopraffatto. E, anche, il giubilo tutt’intorno. Questi grossi personaggi che fluttuano su Central Park West, vengono preceduti da un corteo festante abbigliato come il personaggio, che saluta il pubblico, balla, sostiene il personaggio stesso — tipo “Go Grinch go”. Davanti a loro c’è una banda. Ma non la banda come quelle a cui siamo abituati in Italia, con le marce e le musiche di Stato. Bande scanzonate, bande che suonano melodie jazz-funky, bande appena uscite dal conservatorio della fantasia. E ti vien voglia di ballare. E gli spettatori, per quanto infagottati, e ibernati, cercano di accennare dei passi di danza.

I bambini? Pietrificati dalla meraviglia. Ve l’immaginate cosa dev’essere avere cinque, sei, otto anni e vedersi un Grinch alto come un palazzo, passarvi davanti come se niente fosse? Anch’io ero pietrificata. Sia dalla meraviglia, che dal gelo. Non potevo andarmene da quello spettacolo, ma certo c’erano meno sette gradi. Arrampicata su una transenna, spazzata dal vento dell’Antartide di cui sopra, vivevo un momento di gran gioia e di gran dolore insieme. Praticamente un parto.
Sono rimasta fino all’ultimo carro. Sì perché i palloni aerostatici si alternano ai “floats”, che non hanno nulla a che fare con i nostri carri, figli di satira e carta pesta. I carri della parata del Thanksgiving sono marchingegni dall’animo waltdisneyano. A forma di albero di Natale, oppure di foresta incantata, oppure di giostra o di battello a vapore. Su uno di quelli, John Legend. Su un altro Diana Ross. Tutti festanti e salutanti.
Una spolverata di showbiz non guasta mai.

L’ultimo carro, supporta la slitta di Babbo Natale, quello che poi staziona a Macy fino al 25 dicembre, e davanti al quale una fila chilometrica di bambini e genitori aspetta il proprio turno per farsi scattare la foto con lui — non per chiedergli gli effetti del climate change in Lapponia, cosa che invece io gli chiederei.
Dopo aver aspettato la slitta di Babbo Natale, tutti schizzano via. Il freddo è qualcosa di irreale. Quasi celeste. Una specie di martirio, a cui però non segue una beatificazione, solo la perdita delle falangi. Ma i newyorkesi, come sempre, non fanno un gran clamore. Anzi, molti di loro si accampano alle 6 di mattina per predere il posto con la miglior visuale.
Non so come sopravvivano, fermi, a meno sette.
Questo è fra i misteri di questa città.

Appena sfilato Babbo Natale, scendo dalla transenna. Le mie gambe sono pesanti, ma dopo qualche metro reagiscono. Sono le mani, a preoccuparmi.
Ogni inverno succede che il freddo mi frega le mani. Due paia di guanti non bastano. Sento di non sentirle più.
Quella sera stessa, un invitato alla cena del Ringraziamento che mi aspetta, mi avrebbe spiegato che quella è una reazione sana del corpo: il corpo, per proteggere il cuore, rallenta la circolazione alle proprie estremità — mani, piedi, orecchie. Per quello sono subito fredde.
Ecco spiegato perché al cuor non si comanda. Altroché amore 🙂
Cerco di volare a casa nel più breve tempo possibile. Ma certo, sono a Columbus Circle: più di cinquanta isolati mi dividono dalla 111esima.
Quello che il sole sta facendo ai prati e agli alberi di Central Park è di una bellezza da galleria d’arte, ma non posso fermarmi. Il vento mi brucia la faccia, e le mani… Cosa sono le mani? Credo di non avere più delle mani.
Arrivo al mio palazzo. Al, uno dei nostri portieri, mi apre la porta.
“Chilly, isn’t it?”

Quando stai per perdere le mani, l’understatement newyorkese dà ai nervi.

Prendo l’ascensore e sbuco al settimo piano. Emy, la vicina dell’appartamento 7M, con cui ci contendiamo le stagioni — lei amante dell’inverno e io schiava dell’estate — mi guarda inorridita e mi rimprovera: “You are crazy, sweetie, you are so crazy! You burnt your face!”, e mi dice, devi metterci l’olio di Argan, quello senza alcol. Ce l’hai l’olio di Argan senza alcol? Te lo do io, se vuoi. Fa benissimo, per le bruciature. Ma quello senza alcol…
Io mento, sontuosamente.
Sì, certo, ce l’ho, corro a metterlo, Emy…
Non so se avete presente quanto puzzi l’olio di Argan — con o senza alcol. Non lo metterei nemmeno se mi trasformasse in Bella Hadid. Nemmeno se mi trasformasse in Zaha Hadid!

Voglio solo tagliare corto, raggiungere la mia camera e stare da sola con tutto il mio dolore.
Dieci interminabili minuti di sofferenza in cui cammini per la stanza gettando le mani al cielo, prefica, stendendole avanti, sonnambula, scrollandole lungo il corpo, Montella. E poi ancora soffiandoci sopra, infilandole sotto qualsiasi coperta, sapendo che nulla darà sollievo. Solo il passaggio di dieci minuti, il tempo che impiega il sangue a tornare a visitare le zone estreme in fondo alle falangi.
In quei minuti, sogni i paradisi della morfina, vagheggi spiagge maldiviane, immagini le centinaia di spiedizioni al Polo in cui tutti sono tornati sani e salvi, vietandoti di pensare alle ibernazioni che invece si sono portate via centinaia di spedizioni. Ma nonostante tutti i pensieri di evasione che si alternano nel tuo immaginario, il male t’inchioda al presente e ti costringe a viverlo fino all’ultimo minuto.

Dopo dieci minuti, tutto torna nella norma, e tu ti senti un miracolato: potrai ancora accarezzare qualcuno, stringere la mano a un estraneo, infilare la Metrocard nella fessura della metro.
Racconto tutto ciò, con molti meno dettagli drammatici, ai miei ospiti. Quelli che mi ospitano per la cena del Ringraziamento. Sono John e Babette, una coppia di amici di Bob, il mio housemate, che ha esteso il loro invito a me.
Insieme a loro, i genitori di Babette e un’altra coppia, Lisa — si chiamava veramente Lisa? — e Jack.

Ci presentiamo verso le 5:30 pm. La versione è Potlach, ovvero, tutti si porta qualcosa.
Bob ha preparato il ripieno per il tacchino: quello che un tempo si chiamava “stuffing”.
Da quando gli americani salutisti hanno scoperto che infilare del materiale commestibile nel didietro di un tacchino è rischioso per la salute — mentre l’idea era una delizia, intuisco — lo stuffing ha subito una mutazione linguistica e culinaria ed è diventato “dressing”: si cucina e si serve a parte. Da imbottitura interna a fru fru esterno.
Io, l’unica vegetariana a bordo, ho preparato una meravigliosa insalata.
Non guardatemi così.
Aveva tutti i colori dell’Italia. Verde lattuga, bianco cetriolo, rosso pomodoro. In più, ho portato un panettone e dei Baci Perugina.
Non so perché, ma quando mi invitano a cena, la mia italianià esce sempre fuori poderosa.

Quando arriviamo, mi scontro con una policy che ormai tutti conoscete bene.
Would you please remove your shoes?, mi chiede il padrone di casa sottovoce, come se il tono sussurrato alleviasse il torto alle mie Viktor&Rolf, dai cui 12 meravigliosi centimetri devo smontare, e lasciare all’ingresso.
Non c’è più posto sull’attaccapanni, e il mio cappotto Anna Karenina viene barbaramente posato su un passeggino.
Povera Anna.

In versione Puffo, raggiungo la zona giorno. Molto Upper West Side. Sala da pranzo comunicante con un salotto. Libri, quadri, un caminetto.
La tavola è apparecchiata che par di stare a Plymouth nel 1675. Tovaglia e tovaglioli di cotone grosso, piatti di porcellana bianchi e blu, tegami e brocche in terracotta colorata e candele alte.
Avrei dovuto indossare l’abito da madre pellegrina, trovarmi un padre pellegrino e fare un ingresso Amish. Che mi è saltato in mente? Tacco dodici e cappotto Anna Karenina!

Accanto al tavolo dei grandi, il tavolo dei bambini. Ce ne sono quattro, che fanno per otto.
Sono davvero belli — la bellezza del diavolo.
Partono da un anno e arrivano fino ai sei. Il divertimento del giorno risiede in un sacchetto di palloncini che non sono palloncini normali, sono bombe d’acqua, quindi scoppiano con una facilità doppia rispetto a quella dei palloncini normali.
Tutta la cena del ringraziamento sarà scandita da scoppi bellici a cui i bambini sono oramai abituati, mentre noi adulti evidentemente no, e trasaliamo a ogni scoppio come se fossimo sul Carso nel 1915.
Bob mi siede di fronte ed è il ritratto dell’irritazione.

A parte l’allestimento padrepellegrino, c’è anche una dinamica seicentesca.
Le donne portano in tavola i cibi. Il tacchino tagliato, cavolfiori al forno, una teglia di fagiolini con sopra delle cipolle fritte che tutti dicono essere una specialità e che a me personalmente fa l’effetto di alcuni film di Dario Argento. Poi un’insalata di cavoletti di Bruxelles — qui a New York vanno incomprensibilmente per la maggiore. Ovviamente la salsa di cranberries per accompagnare il tacchino nel suo ultimo viaggio. Le mashed potatoes e il dressing di Bob.
Si mangia alla velocità della luce.
In quel lasso di tempo mi si chiede qualcosa su Elena Ferrante. E se conosco Anna Maria Ortese — come non conoscerla.
Bello infilare la letteratura italiana del ‘900 nella Plymouth di fine diciassettesimo secolo, penso.

Jack, un estone che siede al mio fianco, mi punzecchia.
“Sai che la pizza è stata inventata qui a New York, vero?”
Io, che non so localizzare di preciso l’Estonia, ma che localizzo di preciso l’ironia e ci marcio sopra come un esercito, ribatto “Are you sure? I thought it was from Chicago…”, riferendomi alla “Chicago Pizza”, una pizza che non è una pizza, è una torta con dentro la qualunque e affogata nella salsa di pomodoro: gli abitanti di Chicago credono che quella sia la vera pizza e che loro ne siano gli inventori.
Jack sorride e capisce che a ironia e io rispondo con ironia.
Tuttavia sembra assai serio sul punto. “But they really say it was invented in NY, and not in  Italy”…
E io gli spiego che dubitare della nazionalità della pizza italiana è una battaglia che muore sotto i colpi dei fatti storici. E racconto della Regina Margherita, dell’omaggio dei pizzaioli napoletani a sua maestà, e del significato dei colori nascosti sotto basilico, mozzarella e pomodoro.
Mi guardano tutti come se l’oracolo avesse parlato.
Buffo che io parli a nome di un cibo. Ma dopotutto, il tricolore si difende anche così.

Dopo la cena al fulmicotone, le donne spariscono in cucina.
Io rimango a parlare con gli uomini.
Mi si cucirà una lettera scarlatta sul petto?, mi domando.
Rischio e rimango lì, abituata ormai alle esplosioni dei palloncini e a certi strilli sioux dei bambini.

Alle nove e mezza la coppia con due degli amabili demoni alza le tende, e gli altri due finiscono a letto.
Finalmente un po’ di pace. Vorrei cominciare a parlare un po’ di tutto.
Perché hai lasciato l’Estonia, Jack?
E tu, Lisa (Lisa?), riprenderai a ballare prima o poi?
E tu Babette, a parte quel nome così cinematograficamente legato al cibo, e alla tua permanenza in cucina per dodici ore, ti dedichi ad altro?
Cosa ne pensate di Nancy Pelosi Segretaria dei Democratici alla Camera?
Avete visto “La Ballata di Buster Sgruggs”?

Ma vedo la stanchezza dipinta sul viso di tutti.
Time to leave.
Rimonto sui miei dodici centimentri e infilo Anna Karenina.
L’anno prossimo, look “Casa nella prateria”.

A proposito di “La ballata di Buster Scruggs” dei fratelli Ethan e Joel Coen… Questo è stato il film che ha dilettato la mia settimana.
Vincitore del premio come miglior sceneggiatura all’ultima Mostra del Cinema di Venezia, il film poggia su una struttura letteraria: è un libro di sei racconti —che, apprendo, i Coen hanno elaborato nel corso di 25 anni — ognuno dei quali ragiona a modo suo sul tema della morte, lasciando ampio spazio d’interpretazione allo spettatore-lettore grazie a dei finali enigmatici, ineffabili, non poco inquietanti.

I cantastorie Coen tornano finalemente con tutta la loro maestria affabulatoria e allestiscono una festa cine-letteraria in cui trionfano la commedia, il surrealismo, il dramma, la tragedia, inserendo personaggi estremamente reali dentro un contesto che per noi europei profuma di mitico: lo spietato Far West.
In tutti e sei i capitoli de “La ballata di Buster Scruggs”, il lontano Ovest è protagonista prima ancora dei protagonisti stessi.
Non una storia è illuminata dalla grazia, dalla bontà, dall’happy-ending. Siamo all’ombra del selvaggio, della legge del taglione, della falce che una vecchia immortale solleva sopra le nostre piccole teste. Il lieto fine potrà appartenere ad altri mondi e ad altre epoche storiche ma non all’old West, sembrano dirci Ethan e Joel Coen, ma questo non ci impedisce di riderne. Di ridicolizzare le sue situazioni classiche: il pistolero Buster Scruggs che si crede invincibile, e che si fa beffe di tutti, e che alla fine sarà beffato da un pistolero più in gamba di lui. Oppure l’epica dell’amor Western: il cowboy buono che incontra una “damsel in distress”, una/la classica fanciulla indifesa e innocente, durante una traversata per raggiungere l’Oregon. Lui le si propone, con l’idea di construire una casa nella prateria: tirar su bestiame, figli, combattere qualche malattia insieme e (soprav)vivere felici e contenti. Tutto sembra andare per il verso giusto, e lo spettatore-lettore crede che per quel racconto i Coen abbiano fatto un’eccezione. E invece no, i Coen non fanno mai eccezioni, non smettono mai il loro riso assassino. La giovane fanciulla ne farà le spese.

Non c’è spazio per la misericordia, nel vecchio West. Un racconto più di altro ce lo ricorda. Un attore privo di braccia e gambe porta in giro la sua arte drammaturgica, assistito da un vecchio. Il vecchio lo cura, gli dà da mangiare, lo fa sopravvivere. E i due attraversano le pianure e le montagne del West, cercando di portare un po’ di bellezza in un mondo di tribolazioni.
Sembrerebbe una storia piena di poesia, un messaggio positivo lanciato in un mare di stenti. Ma il vecchio, a un certo punto, vede che una gallina addomesticata (!) fa divertire di più — ovvero, fa guadagnare di più — dell’arte teatrale del giovane, colto, storpio.
Arrivati accanto a un ponte, con un fiume gelido sotto, il vecchio prende un sasso della grandezza dello storpio e lo getta giù dal ponte.
Noi non vediamo se poi farà lo stesso con lo storpio. Ma intuiamo che lo farà.
Nessuna misericordia è possibile, nel Far West.
Il rapporto fra uomo e violenza è una cara ossessione dei fratelli Coen — ricordiamo “Non è un paese per vecchi” — e questo film permette loro di esplorarla da sei punti di vista diversi. Un’altra loro ossessione è anche la demistificazione della mistica americana, con il suo sogno e i suoi racconti di self-made men e successi.
L’America come terra delle opportunità in realtà è la terra in cui trionfano la legge del più forte, l’egoismo, la crudeltà, e in cui non c’è spazio per l’onore, la comprensione, l’inclusione, il rispetto. Il diverso — e l’arte — sono rimpiazzati da una gallina (!) e finiscono in pasto ai pesci, l’amore muore per sua stessa mano, la natura è vilmente saccheggiata da un vile cercatore d’oro che sopravvive perfino al piombo di un proiettile. I Coen sembrano chiederci, guardate, questa era l’America della frontiera, l’America in cui è nato l’incubo del sogno americano, cosa è veramente cambiato oggi? Oggi non vince forse il più forte, il più furbo? Non è forse in vigore oggi la legge dell’homo homini lupus, nel business, nella politica, nella quotidianità?

Chi pensa di andare a vedere “La ballata di Buster Scruggs” e di vedersi un western dissacrante ma senza implicazioni con il presente, è un povero sciocco. Il film parla di questo nostro momento storico meglio di qualsiasi cinema-verité o documentario girato in qualche periferia suburbana del 2018.
Per questo, anche il film, mi è piaciuto molto. È un’allegoria che ci fa ridere tristemente sulle miserie dell’essere umano. Il nostro è un riso scomodo, un riso forse ancora più amaro di quello suscitato dalla nostra Commedia all’Italiana. La miseria americana intercettata dai Coen, se spogliata dalle stelle e dalle strisce, è la miseria di noi tutti, uomini piccoli e meschini, sempre pronti a tirare fuori il coltello nascosto nello stivale, o a impiccare qualcuno più in alto.

In più, i Coen, da sempre innamorati del genere Western, sembrano rendere omaggio — omaggio irriverente, sono pur sempre i Coen — al genere stesso, e a tutti i tropi che lo hanno caratterizzato. Peckinpah, Sergio Leone, il mito da demitizzare di John Wayne. Diligenze, salloon, duelli sotto il sole, carovane braccate da indiani, notti accampati sotto le stelle. I due registi prendono tutto questo bagaglio e ne danno una propria visione, ne riscrivono una propria versione che fa emergere la ferocia, l’ingiusto, e soprattutto l’assurdo. E quando si parla di assurdo, per cineasti come i Coen, o Tarantino, esso si accompagna sempre al comico, all’esilarante. Ed escono opere mirabili. Come appunto “La ballata di Buster Scruggs”, oppure “The Hateful Eight”, per citare un western rivisitato dal citato Tarantino.

Pensate, il film è già disponibile su Netflix. Io consiglio di vederlo al cinema — la natura è elemento cardine in tutta la narrativa del West, quindi uno schermo che le renda giustizia, rendendola alle fotografia del film, è consigliabile.
Non perdetelo!

Ed eccoci alla fine — so che avevate perso le speranze… 🙂
Frunyc IV aggiornato con le strepitose fotografie della Thanksgiving Parade, e saluti, stasera, gratamente cinematografici.

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