LET’S MOVIE 370 da NYC commenta “RBG” di Lucy Cohen e Betsy West

LET’S MOVIE 370 da NYC commenta “RBG” di Lucy Cohen e Betsy West

Moda Monday my Fashion Fellows,

ebbene sì. Questo lunedì abbiamo avuto il MET Gala. Ve ne avevo accennato lo scorso anno, quando il mio esilio verde a Trentoville (1 maggio – 2 agosto 2017) era cominciato. I mesi di maggio, giugno e luglio qui a NYC sono nuovi di zecca ai miei occhi. Occhi che mi sono rifatta, in queste ultime settimane, vivendo le fioriture formato giardino dei giganti di questa città.
Ho capito che anche le piante variano al variare di un paese — portate pazienza, state interloquendo con un’analfabeta in territorio floro-faunistico: le informazioni che seguiranno sono frutto del pressapochismo e del fantasy.
Qui gli oleandri non sono alberelli sull’attenti come in zona Arco-Riva. Qui gli oleandri sono dei cespugli. Cespugli sferoidi come quelli da cui i Puffi coglievano le Pufbacche. Le magnolie sono gialle. Non color bianco avorio, come in Italia. Sono giallo canarino. Il che le fa sembrare creature caraibiche trasferite momentaneamente nella city.
Tutto è ovviamente in versione eccedente. Poenie suine nella loro pingue floridezza. E poi ciliegi e ciliegi e ciliegi ovunque, non solo a Central Park. Colonie di ciliegi. Intorno a loro, una pioggia bianca e rosa da cui non vorresti mai ripararti — giammai uscirà dalla mia penna l’infame aggettivo “petaloso”.
Il Giappone salta in mente in continuazione. E questo anche per la quantità di turisti increduli davanti a questi spettacoli. Perché insomma, diciamocelo. Non te l’aspetti, a New York. A New York ti aspetti l’asfalto sporco, il fumo dai tombini e la ruggine della metro — e di certi homeless arrabbiati con il mondo. Non ti aspetti il Giardino dell’Eden.
Ma ho capito che gli ultimi giorni di aprile e i primi dieci di maggio, New York si fa arrivare l’Arcadia, la ospita per la maggior parte nei suoi parchi e lungo l’Hudson, ma la pigia anche dove ha disponibilità limitata, sui marciapiedi o agli incroci — quei quadratini minuscoli in cui ti chiedi come possa sopravvivere un essere vivente come un albero ma che, in qualche modo, sopravvive. Nel Frunyc III trovate esempi di quello di cui sto parlando.

Ora il circo della fioritura ha levato le tende. Se andate a Central Park addesso, trovate un lusso verde da bosco fatato. Non trentino. C’è differenza. Il verde trentino è un verde europeo. Profondo, alpestre, abetico, ambiguo. Quello di New York è scritto da betulle, querce, tigli, ippocastani. E’ il verde gioioso del campus universitario, Harvard e UCLA. E’ il verde chiaro, senza doppi fondi.
Verde Walt Disney, niente Perrault.

Il primo lunedì di maggio, come ogni primo lunedì di maggio dal 1948 a questa parte, il MET chiude i portoni ai turisti e li apre al glamour. Il Gala si tiene per raccogliere fondi: il MET’s Costume Institute è l’unica branca del MET a finanziarsi da sola. E questo grazie al primo lunedì di maggio. Questo va tenuto in mente quando ci si scaglia — come alcuna stampa italiana — contro questo evento. Se volete partecipare, il biglietto costa 30.000 dollari — non a tavolo, a testa. I posti quest’anno sono stati 610. Fate i vostri conti e capite il perché il MET Costume Institute gode di ottima salute. In un momento in cui la cultura deve trovare i propri mezzi per mantenersi, mi sembra sensato sfruttare occasioni come queste.
Lo si chiama l’Oscar della Moda, ma in realtà non è solo quello. La serata apre ufficialmente la mostra al MET Institute che rimarrà aperta fino all’8 ottobre. “Heavenly Bodies: Fashion and the Catholic Immagination il tema di quest’anno, che poi era anche il tema del Gala. Sì perché due sono le richieste che vi vengono fatte se siete ospiti della serata: che il vostro outfit rispetti il tema della mostra e che evitiate i selfie. Richieste disattese in entrambi i casi — alcuni ospiti indisciplinati non hanno saputo stare lontani dal telefono, e, cosa ben più grave ai miei occhi, non si sono sbattuti a trovare il look adeguato.
Non è solo “banale” glamour. Leggo che questa è la mostra più grande mai organizzata sia dal Costume Institute che dal MET Museum. Occupa 25 gallerie per un totale di oltre 5.500 metri quadrati, raccoglie un totale di 150 abiti e accessori: “creazioni delle maggiori aziende di moda e circa 40 tra vesti, mantelli, copricapi e tiare prestati dalla sagrestia della cappella Sistina in Vaticano”. È il risultato di un lavoro immenso iniziato due anni fa, con dei gran to-and-fro tra il Vaticano e Roma e di una grande opera di convincimento di Andrew Bolton, il curatore del Costume Institute.
Le critiche che ho letto sono piovute sui look delle star — per qualche motivo tutti si dimenticano che la serata apre una mostra, e che l’evento celebrato è la mostra. La “trash” Papessa Rihanna. Sarah Jessica Parker con un tabernacolo in testa contenente un presepe — quesito matematico: inserire un presepe dentro un tabernacolo equivale a infilare un babà dentro una pastiera napoletana?
Oppure Katie Perry con delle ali angeliche e minidress Ferrero Rocher.

Uno può pensarla come vuole. Personalmente trovo questo approccio giocoso all’evento e alla moda estremamente divertente. E’ come una grande festa a tema. Solo che al posto di svaligiare gli armadi delle amiche per mettere insieme il tuo look, hai a disposizione le migliori maisons di tutto il mondo. Potete chiamarla carnevalata, baracconata, mascherata e tutti gli –ata che volete. Ma il successo economico della serata permette l’organizzazione di un evento culturale di portate bibliche (!) come la mostra stessa, che non soltanto investiga il rapporto — strettissimo, secondo il curatore —fra moda e religione, ma anche l’influenza — indubbia — che il cattolicesismo ha esercitato su stilisti come Versace, Galliano, Dolce&Gabbana, Balenciaga, Coco Chanel e Valentino.
And again, a voi Rihanna strizzata fra le perle di Maison Margela, con tanto di mitra sulla testa, potrà anche far inorridire (forse più per la ciccia strizzata che per le perle) così come il cuore di Gesù trafitto sul petto di Lana del Rey per mano di Gucci. Ma vedete, dipende sempre da che parte guardate al fenomenologico. Siete ludici? I mean, prendete sul serio il ludico? Se vi si chiede di rispettare un tema e vi vestite come Scarlett Johanson, che pare la zia Berta pronta per la finale del Bingo a Tampa, allora no, non prendete il ludico sul serio.
Personalmente, considero il ludico l’aspetto più vitale della mia piccola vita. E no, morto quelllo non se ne fa un altro, e sì, lo prendo estremamente sul serio.
Poi mi chiedo, anche ingenuamente, forse. Ma chi, per una sera, non vorrebbe uscir fuori dai propri panni e infilarsi quelli di una novella Borgia — come Blake Lively — oppure di Giovanna d’Arco — come Zendaya — oppure di una creatura tra goth, dark e Monaca di Monza, come ha fatto Lily Collins? Io, anche più di una sera, se me lo chiedete. Io vorrei essere il celeste di Diane Kruger. Con tanto di veletta, strascico e celestialità.
Perché vestirsi è sempre un po’ travestirsi.

Giudicare tutto questo vano, frivolo o inutile, sarebbe assai miope. Dietro questi abiti — per la maggior parte made in Italy — ci sono ore e ore di mani che hanno infilato metri e metri di strass, kili e kili di perline. Dietro a una mostra al MET ci sono migliaia di persone che faticano. Dietro a 610 commensali VIP ci sono catering, fiori, security, pubblicità, articoli. Impiegati, freelance e co.co.co.
In una parola. Lavoro.
Chi alza il naso e sente puzza di volgo, non afferra che senza un MET Gala, un’istituzione come il MET Institute avrebbe chiuso i battenti un ventennio fa.

Ovviamente non posso non fare un raffronto con l’Italia. Noi, che siamo dei portatori genetici di classe e stile ed eleganza ed estro nel mondo — ho poche certezze, ma questa, credetemi, è una certezza — noi, con un evento così per le mani, con le location che abbiamo a disposizione, con gli stilisti che sforniamo quotidianamente, potremmo mettere in piedi una soirée, che trasformerebbe il MET Gala nella sagra della Porchetta di Ariccia (!). Il Salone del Mobile, Pitti Uomo e la sfilata estiva a Piazza di Spagna vanno bene, ma sono — sanno — troppo 80s. C’è bisogno di “fresh blood”, nuovi eventi. E perché non sfruttare la moda? Perché non parlarne anche in termini diversi?

Questa per me è stata la settimana di un simposio all’FIT proprio sull’argomento, in cui si è dibattuto di sostenibilità della moda e del fair fashion. Perché non combinare le due cose?
Ovviamente la risposta, seguita dal classico sbuffo all’italiana, mi è molto famigliare.
“In Italia è tutto difficile”.
Queste parole riecheggiano quelle del personaggio Silvio Berlusconi in “Loro” di Sorrentino — purtroppo non ho visto il film per ovvi motivi, ma i giornali, li leggo.
“La sinistra pensa che tutto sia complicato”.
Mi viene da estendere il concetto. In Italia pensiamo che tutto sia complicato. E forse lo è. Ma da quando sono qui, sto vedendo che anche qui, può essere complicato.
Ho un amico che sta cercando di aprire un locale, un ristorante. Mi ha spiegato che la mole d’incartamenti necessari manderebbe ai matti Padre Pio — be’, il paragone è mio, in effetti 🙂 Persino fare un bonifico bancario, qui, è complicato — quello manda ai matti me.
Ma è l’atteggiamento con cui affrontiamo i paletti, a rendere i paletti, più o meno paletti.
Questo per dire che Facilandia è un luogo della nostra immaginazione che siamo portati a identificare con tutto quello che è altro dall’Italia, sbagliando. Una volta cambiato questo approccio, l’Italia tornerà a diventare un paese delle possibilità. Fino a quel momento. Sarà il paese dei paletti.
Quindi in sostanza, è la psicologia, a fregarci.

Ecco, ora per me comincia la vera parte importante di Let’s Movie. So che fra voi ci sono degli amabili mascalzoni che si fermano qui, alla fine del biografico newyorkese e saltano il cinematografico. Be’, oggi li prego di fare uno sforzo, perché quanto segue is the real deal.

Questa settimana sono andata all’Angelika Film Center, a vedere un documentario che lotterò contro ogni forza avversa affinché giunga sano e salvo in Italia. “RBG” di Lucy Cohen e Betsy West.
RBG sta per Ruth Baden Ginsburg, il giudice più anziano della Corte Suprema Americana diventata icona negli ultimi anni grazie ai Millennials — quelli contro cui ci scagliamo sempre e che chiamiamo “Bimbi Minkia” e “Sdraiati”, per una volta ci zittiscono.
Il motto di Ruth è sempre stato “I dissent”. Ed è diventato il motto di una generazione che ha fato di lei un personaggio pop: ma se Justin Bieber in testa ha solo la messa in piega, lei, Ruth, ha talmente tanto sale che sono stati proprio i Bimbi Minkia ad aggiungervi pure una corona.

L’hanno ribattezzata “Notorious RBG” come il rapper, Notorious BIG. 🙂 Perché, be’, se te la trovi davanti in tribunale, è meglio che reciti le tue ultime preghiere. She kicks ass, come si dice da ‘ste parti. Di lei, ne hanno fatto un fumetto, t-shirt, mugs, borse, costumi di Halloween. L’immagine del suo viso — volto minuto, occhialoni grandi, colletto ricamato sopra una toga nera, e una corona dorata sulla testa alla Notorious — è il tatuaggio più richiesto nello stato di Washington.
Ho passato tutti i 97 brevissimi minuti di documentario a chiederemi come diamine ho fatto a vivere questi primi 20 anni di vita (!) senza saperne nulla. Ma proprio nulla. Nemmeno della sua esistenza.
Non so come espierò questa mia colpa.

Il documentario apre così, sull’immagine diventata “social” e pop di Ruth. I fontomontaggi che la vogliono Wonder Woman o Giovanna d’Arco. Tazze, magliette, siti web impazziti. E poi lei. 83 anni dentro un uccellino di donna. In palestra, mentre fa ginnastica con il suo personal trainer. E poi lei, che dopo aver presenziato a conferenze, interviste et sim, si ritira nel suo ufficio alla Corte Suprema e lavora fino alle 4 del mattino.
83 anni.
E’ diventata ufficialmente il mio mito. E se un giorno fossimo catapultati in uno stato distopico che ci costringesse a farci un qualche tatuaggio, il mio sarebbe un bollo “RBG” stampato sulla collina che si erge sotto il mio orecchio destro.

Dopo la prima parte dedicata al fascino che Bader Ginsburg sta esercitando su tutti, non solo sulle ultime generazioni — è ammirata trasversalmente, da grandi e piccini, uomini, donne, gay, trans, democratici, repubblicani — il documentario ripercorre la sua storia umana e professionale.
Ruth nasce a Brooklyn, da una famiglia di ebrei russi, e studia alla Cornell University, dove, diciassettenne, incontra Martin Ginsburg, l’uomo che le starà accanto per tutta la vita. La coppia ti fa ritrovare fiducia nell’istituzione del matrimonio. La loro storia d’amore sembra un film in sé: lui estroverso e mattacchione quanto lei riservata e seria. Lui diventerà uno degli avvocati fiscalisti più rinomati di NYC, ma è lei che finirà per essere “quella importante di casa”. E sarà Martin a spingere affinché la moglie intraprenda la Legge a livello supremo.
“She was just too smart”, diceva Martin, venuto a mancare nel 2010.
Nel 1956 Ruth si iscrive alla Harvard Law School. L’unica donna della sua classe. Poi si perfeziona alla Columbia University — 4 isolati da casa mia :-).
“Quante offerte ho ricevuto dopo la laurea? Zero. Avevo tre cose contro di me. Ero ebrea. Ero donna. Ero madre».
Ebbene sì, perché Martin e Ruth si sposano mentre sono ancora all’Università, e hanno subito una bambina.
E sentite questa. Martin si ammala di cancro. Lo scoprono in tempo, ma deve sottoporsi a cure pesanti. Allora Ruth se la sbriga così. La mattina va a lezione, il pomeriggio studia fino alle 4 pm, ottimizzando il tempo in cui la baby-sitter bada alla figlia. Dopo cena Ruth aiuta Martin convalescente a recuperare i suoi corsi. La notte studia e va a letto alle 4 di mattina.
Alle 6 la sveglia suona.
Will is power. Will is power.
Professoressa di diritto, poi avvocato e nello stesso tempo attivista per la difesa dei diritti delle donne, nel 1972 fonda una delle associazioni chiave di quegli anni, Women’s Rights Project, con l’American Civil Liberties Union.
Vince tutti i casi che le vengono affidati. E questo grazie a una lucidità espositiva e un linguaggio ricercatissimo che in aula non conoscono rivali. E questo glielo riconoscono tutti, anche i rivali. E lì comincia la strada che la porta fra gli scranni di Washington.
Nel ’93 Bill Clinton, allora Presidente, la nomina tra i nove Giudici della Corte Suprema che rappresentano l’organo più alto del sistema giudiziario americano.
In che senso più alto?, potete chiedermi. Be’, fate conto che questi nove Giudici, nella storia, hanno deciso se la schiavitù è legittima, se i bambini neri possono frequentare le scuole dei bianchi, se una donna può abortire legalmente, se due gay possono sposarsi, se puoi fumare marijuana senza finire in galera…
Insomma, questi nove Giudici hanno contribuito e contribuiscono a forgare la giurisprudenza degli USA. Sono 9 perché un pareggio è fupri questione. E anche il golden goal. 🙂
Ecco chi è RBG. La testa che ha difeso l’aborto, la gratuità della pillola, che ha fatto passare i matrimoni gay e che si batte per l’assistenza sanitaria pubblica.
E che nel frattempo ha sconfitto due tumori, uno al colon e uno al pancreas, tra i più rognosi. Senza mai perdere un’udienza.

Il documentario si sofferma anche sul ruolo di frenemy (friend+enemy) con il fu Antonin Scalia, uno dei nove giudici della Corte Suprema suo “collega”. Il suo esatto contrario. Conservatore, Repubblicano, anti-abortista, contro le unioni gay. Ti aspetteresti fuoco e fiamme tra i due. E invece, hanno coltivato un’amicizia per oltre trent’anni, condividendo anche la passione per l’opera. “Eravamo migliori amici ma le nostre posizioni erano e sempre diverse… Mi ha rovinato tantissimi weekend, ma, alla fine, grazie alle sue notazioni, il mio lavoro risultava di gran lunga migliore alla prima versione”.
Make heaven out of hell, cantava Elisa…

Coltissima, pessima cuoca, seria e riservata, ma facile al riso e pronta a scherzare sul successo che miete fra i giovani. Ma anche passionaria. Due anni fa, quando un certo Donald Trump si candidò alla presidenza, lei gli diede pubblicamente dell’impostore — “faker”. Si scusò per aver superato il limite — se sei un Giudice della Corte Suprema non puoi dire esattamente tutto quello che ti passa per la testa.
Nel 2015 il Times l’ha inserita fra le 100 persona più influenti al mondo.

A 83 anni, è ancora uno dei nove giudici e passa ancora le notti in ufficio.
La cosa che fa meraviglia, e un infinito piacere, è che il membro più anziano della Corte Suprema degli Stati Uniti sia stata scoperta dai giovani, e che di lei abbiano fatto il loro idolo. E ben vengano anche le classiche americanate da marketing. Tshirt, fotomontaggi e gadget.

Mi piacerebbe chiedere a un diciottenne italiano se conosce Rossana Rossanda o Rosi Braidotti — io le ho scoperte per puro caso…
Quanto tempo dovremmo aspettare prima che loro diventino parte della memoria collettiva VIVA del paese? Ruth è nella memoria viva di questo paese, e lo rimarrà anche quando non ci sarà più. E questo grazie a tutte le memorie VIVENTI che di lei parlano, e tutte le iniziative originate intorno a lei.

Nella fila davanti alla mia, al cine, c’era una giovane madre con tre figli. Due femmine e un maschio, più o meno fra i 6 e i 10 anni.
Ecco quali sono i nuovi miti da proporre, i film da far vedere ai ragazzini.

Spero che il documentario arrivi in Italia, prima o poi. E se non dovesse farcela, auspico che almeno voi, illumiati Moviers, teniato d’occhio questo scricciolo d’acciaio di nome Notorius RBG.

Stasera sono stata particolarmente chilometrica e me ne scuso. Ma c’è così tanto da raccontare… Qui trovate il Frunyc III in cui vedrete alcune foto di David Bowie: da un mese a questa parte la fermata della metro di Broadway-Lafayette omaggia il cantante che abitava al 285 Lafayette — sotto l’appartamento dell’amico architetto, Ali.
La metro-mostra è strepitosa. Cerco di parlarvene in uno dei prossimi Lez Muvi…
Ora ringraziamenti tanti, e saluti, stilisticamente cinematografici.

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LET’S MOVIE 369 da NYC commenta “TULLY” di Jason Reitman

LET’S MOVIE 369 da NYC commenta “TULLY” di Jason Reitman

Mesi e mesi Moviers

che non nomino l’innominabile.
Voi avete tutto il diritto di lamentarvi. In fondo io sono come la vostra inviata sul campo. Vi parlo di boutique concerts, mostre fichissime, opere al Met — questa settimana è toccata la “Lucia di Lammermoor”, di Gaetano Donizzetti, al cui strazio Sturm-und-Drung il mio essere si è piegato con indescrivibile, estatico, rovinoso gaudio.
Sono la vostra Botteri, senza RAI TRE alle spalle, ma con gli stessi crauti sulla testa. 🙂

L’innominabile non è come il suo omonimo declinato al participio passato ne “I promessi sposi”. L’Innominato aveva fascino da vendere. Chi sta nell’ombra vince sempre. Pensate a Batman, che cito ogni volta. Pensate a Dio. Più all’ombra di così…
L’innominabile, a cui tolgo la vetta della maiuscola, è banalmente colui che fa arrossire di ira o vergogna il 99,9% della popolazione newyorkese — il rimanente 0,1% lavora per lui in tutti i palazzi che possiede sparsi per la città: la busta paga a fine mese attenua le spinte luddiste, si sa.

L’innominabile è lui. La nemesi del progresso del pensiero politico. Il colpo di coda del passato, che non vuole perdere la presa sul presente e minaccia il futuro.
Di lui non parlo per tanti motivi. Primo perché ho talmente tanto altro da condividere — sempre con il rammarico di non condividere tutto perché altrimenti farei Let’s Movie di lavoro — che lui finisce sempre a rischiare i bassifondi della mia lista, posto in cui relegarlo mi regala un piacere quasi fisico. Poi perché non so nemmeno da dove partire. Stormy Daniels? La donna con il nome d’arte che sembra scritto apposta per un fumetto soft-porn degli anni ’70? Le strategie sue, dell’innominabile, e del suo neo-avvocato, un tale Rudolph Giuliani, che quando ho appreso essere diventato il suo consulente legale, ha perso quel briciolo di gratitudine che potevo riconoscergli per aver contribuito a ridurre la criminalità a NYC negli anni ‘90?
Oppure dovrei partire dall’incontro con Macron e la consorte, nella sua visita qui la settimana scorsa e la cui unica cosa da ricordare è forse il cappello bianco Michael Kors di Melania Trump, un atto di coraggio a tesa larga?
No perché di quell’incontro ci sono la versione per i mangiatori di gossip e quelli che studiano il comportamento dell’innominabile nei confronti di Macron da un punto di vista antropologico. Accogliendo Macron nello Studio Ovale, l’innominabile ha spazzolato il bavero della giacca del presidente francese per togliere della forfora, perché “we have to make him perfect”, come ha aggiunto.
Gli antropologi, qui, hanno parlato di “primate grooming” e “playful dominance”, l’atteggiamento del primate dominante che sistema il primate pischello come a dire, io sono il gorilla alpha, il capobranco, e ti metto a posto io, davanti a tutto il branco. E dovrei aprire una parentesi lunga un chilometro su Melania e il suo ruolo, i suoi look perfetti per nascondere la vita più imperfetta che possa esistere: cosa c’è di peggio di essere vittima, e al contempo complice, della farsa della finzione?

Oggi ve ne parlo, di lui, per via del suo intervento all’NRA, la National Rifles Association, dove ha tenuto a sottolineare la necessità di addestrare e armare gli insegnanti. “Crediamo fermamente nel consentire a insegnanti altamente addestrati di portare armi nascoste”. Da insegnante, capirete, mi sento chiamata in causa. Per me una donna con una pistola è Monica Vitti nel film di Monicelli. Pensare a me con un’arma in borsa mi fa ridere e piangere.

Ovviamente questo approccio primatesco al problema delle stragi nelle scuole e della facile accessibilità alle armi da fuoco è quasi comico nella sua miopia: va ad agire sul sintomo, non sulla causa. Come sperare di curare un cancro prescrivendo Cesare Ragazzi per la ricrescita dei capelli dopo la chemio. Ma del resto cosa dobbiamo aspettarci da uno la cui logica lo porta a paragoni del genere: “Se mettessimo fuori legge le armi come alcuni vorrebbero, dovremmo mettere fuori legge tutti i camion, tutti i furgoni, che sono le nuove armi dei terroristi”?
Forse qualcuno dovrebbere spiegare all’innominabile che andare all’Eurobrico — che qui si chiama Walmart — e poter comprare una mitraglietta è un invito a nozze per gli psicopatici che popolano questo paese. En passant, spezziamo una lancia a Walmart: ha deciso che non venderà più armi e munizioni agli under 21. Qui è passato come un successo epocale.

Oggi l’innominabile ha anche espresso la propria opinione in merito alla sicurezza nel Regno Unito, mettendo il becco sui numerosi accoltellamenti degli ultimi due mesi nel paese extra-europeo — si dice così adesso l’UK, post-Brexit?
Ha persino avuto da commentare sulla strage del Bataclan. E mi domando se Macron, a oggi, si lascerebbe spazzolare via la forfora dal bavero, oppure farebbe partire un destro alla volta del suo zigomo sinistro, tracciando una diagonale di pitagorica precisione, e spendendo il gorilla alpha al tappeto in zona omega.

Forse dovrei parlarvi di tutto questo. Ma preferisco attendere che il paese in cui vivo attui il piano per far capitolare l’innominabile, e nel frattempo dirvi di Jane Jacobs. Perché se siete un newyorkese, e amate New York, Jane Jacobs per voi è un monumento nazionale.

Jane era un’antropologa e attivista che si è battuta per tutta la vita (1916-2006) a favore di nuclei urbani a misura d’uomo, ponendo l’accento sul ruolo ricoperto dalla strada, dal quartiere, dell’eterogeneità degli edifici. Jane Jacobs è passata alla storia per essersi opposta a Robert Moses, progettista urbano newyorkese che aveva una visione diametralmente opposta alla sua: edifici o complessi urbani mono-funzionali, vita “indoor” e strade deserte, sviluppo selvaggio della rete autostradale.
Nel 1968 Moses è stato a un passo dall’ottenere il permesso per realizzare la Lower Manhattan Expressway, un’autostrada sopraelevata che avrebbe dovuto tagliare il cuore di Manhattan, collegando il lato ovest dell’Hudson, con il lato est dell’isola, proseguendo nel Queens.
Jane ha mobilitato le comunità, i cittadini, ha raccolto firme e ha bloccato il progetto.
Riuscite a immaginare cosa sarebbero, oggi, Chelsea, SoHo, il Greenwich Village e l’East Village trapassati da un’autostrada?
Da allora Jane Jacobs è considerata una paladina della città. Lo scorso anno la sua figura e la sua storia sono state raccontate in uno splendido documentario di Matt Tyrnauer, “Citizen Jane: Battle for the City”.

Ogni anno New York City e altre città del mondo e dell’Italia, fra cui — cito da Wikipedia — Cagliari, Catania, Milano, Napoli, Olbia, Perugia, Roma, San Benedetto Po, Trieste, Venaria Reale (Torino) e Viterbo, (ma dov’è l’innovativa Trentoville?!?) — le rendono omaggio il 4, il 5 e il 6 maggio, organizzando le Jane’s Walks, passeggiate libere, gratuite, organizzate localmente, durante le quali le persone si riuniscono per esplorare, parlare e celebrare i loro quartieri. Qui a NYC, attraverso la Municipal Arts Association, i tour si sviluppano in tutti i boroughs della città. Voi vi iscrivete e vi presentate. E la guida vi porta alla scoperta di quel determinato quartiere, dal punto di vista architettonico, storico, culturale, sociale. Ci sono più di 40 tour al giorno, è impossibile seguirli tutti. Ogni anno i newyorkesi recuperano quelli perduti l’anno precedente, così da farli tutti.
La cosa bella è che la 20-3ina di partecipanti sono tutti newyorkesi puri. Non un ombra di turista, scarpe comode e felpa allacciata in vita. E i partecipanti integrano le spiegazioni della guida con le loro conoscenze. E oh boy, se ne sanno i newyorkesi, sulla loro città! Per questo i tour riscuotono tanto successo.
Ieri mi sono dedicata al mio quartiere, l’Upper West Side, con due tour. Zona Columbia e zona più a sud, intorno alla 70esima. Oggi è toccato all’East VIllage.
Le cose imparate sono tante e ve le snocciolerò poco per volta. Per ora ve ne servo alcune relative al cine.

Sicuramente avrete sentito parlare tutti delle San Remo, le due torri che sorvegliano Central Park dall’alto della loro altitudine. Ebbene, l’appartamento in cima in cima, indovinate un po’ di chi era?
Di Demi Moore e Bruce Willis, e poi di Demi Moore quando Bruce Willis ha fatto le valigie. Demi a quel punto voleva vendere l’appartamento, perché cosa se ne faceva di tutte quelle stanze, tutto quel Central Park davanti agli occhi ogni giorno? Per un anno Demi è rimasta fissa su 75 milioni di dollari — va bene volersi sbarazzare di tutte quelle stanze e di tutto quel Centrla Park, ma rimetterci anche no.
Poi ha capito che i tempi non erano più quelli di un a volta. E ha abbassato la posta a 45. Venduto.
Un appartamento è di Bono — vuoi non avere un pied-à-terre nelle tappe newyorkesi?
Inquilini sono stati anche Steven Spielberg e Dustin Hoffman — che ha s-venduto il suo appartamento per 21 milioni di dollari.
Lì accanto, in un edifio rosa e bianco che sembra una bomboniera ma bella, non kitsch, sorge il Kenilworth. E lì ci abitano Meryll Streep, e la coppia scoppiata e riaccoppiata Katherine Z. Jones e Michael Douglas.
Ovviamente tutti questi nomi hanno anche casa a Los Angeles. New York è perché se hai tanti soldi, sei qualcuno e vuoi rimanere qualcuno, in qualsiasi campo tu operi, devi per forza avere anche casa a New York.

Del Dakota Building, l’edificio super lusso su Central Park West, saprete tutti che ha fatto da tragico sfondo all’uccisione di John Lennon. Ma forse non sapete che Madonna moriva dalla voglia di comprare un appartamento nel palazzo. Ebbene, il palazzo è una “co-op”, ovvero un immobile di proprietà di una “corporation”: se compri un’appartamento in una co-op, non compri l’appartamento, ma delle quote della coorporation, che ti consentono il sospirato “lease”, il contratto d’affitto. Cercate di capirmi bene perché Il 75% degli immobili a NYC sono co-op — compreso quello in cui sto, il Rockfall. Caratteristica delle co-op è il Board — per una volta io non c’entro — ovvero il comitato di palazzo, che stabilisce le regole del palazzo e soprattutto, vaglia le candidature dei possibili locatari. I Board sono molto selettivi e non permettono l’ingresso alla qualunque.
Il Dakota Building, che lo crediate o meno, è una co-op. E non c’è stato verso di far ammettere Madonna come inquilina. E nemmeno Cher, Melanie Griffith e Antonio Banderas, se è per quello. Pollice giù per loro.
Per Judy Garland, Lauren Bacall, e Leonard Bernstein, invece, il pollice ha guardato su.
Yoko Ono abita ancora lì. L’ultimo piano è tutto suo. Però ne affitta la metà.
Chissà se si appoggia ad Airbnb.

Questa settimana non stavo letteralmente più nella pelle. Dovevo assolutamente andare a vedere un film che attendo sin da quando è stato presentato al Sundance Film Festival. “Tully” di Jason Reitman — quello di “Juno”.
Cominciamo dal basso, anzi, dal grasso. Quello che la splendida gazzella sudafricana Charlize Theron ha dovuto metter su per interpretare il personaggio di Marlo. L’attrice ha preso 20 kg e ha raccontato di come puntava la sveglia alle 2 di notte, si svegliava, mangiava macaroni&cheese e tornava a letto. Poi ha impiegato un anno tondo a tornare come prima.
Io ve lo devo dire. Ci vuole del fegato — in senso fisico e figurato. Gli attori campano letterlamente sulla propria immagine. La ragazza mi ha corso un grossissimo rischio. E se non fosse riuscita a perdere i 20 kg? E se fosse rimasta addicted a macaroni&cheese? Ma Charlize ha raccolto la sfida. Un po’ come quando girò “Monster”, nel 2003, imbruttendosi e prendendo, anche lì, 20 kg.
Certo allora aveva 25 anni. Ora ne ha 44. Il metabolismo non è prorio lo stesso.
Aspetto fisico a parte, Charlize risulta sempre perfettamente in parte. Non una sbavatura, non un sopra-le-righe.
Il suo ruolo è quello di Marlo, moglie e madre di due, in imminente attesa del tre. Capiamo già dalle prime immagini che la vita domestica della famiglia è già sufficientemente incasinata: Jona, il secondo, è un bambino che la direttrice della sua scuola definisce “corky”, “esuberante”, che certo non vuol dire ritardato o handicappato o diverso, vuol dire solamente, trovategli un’altra scuola.
A una cena con la famiglia perfetta del fratello di Marlo, lui, il fratello le dice, guarda Marlo, capisco le vostre difficoltà, e con il terzo figlio in arrivo sarà ancora più complesso, voglio farvi un regalo. Vi pago una night nanny.
Ecche d’è, una night nanny, ci chiediamo noi del pubblico, insieme a Marlo?
Una night nanny è una tata che si materializza la sera, rimane di notte, si prende cura del neonato permettendovi di dormire, e la mattina se ne va.
Mary Poppins in notturna.
Marlo lì per lì risponde no way, è scettica.
Poi il terzo figlio arriva, e Marlo capisce che, con due figli di cui uno “esuberante”, una casa da mandare avanti, un marito sempre in viaggio di lavoro e quando a casa davanti alla playstation, forse un aiuto potrebbe accettarlo.
Ed ecco Tully… Venticinquenne, magra, spensierata, sognatrice, ottimista, con un sacco di voglia di vivere. “Sono qui per prendermi cura di te”, le dice, sulla porta.
Marlo non è molto abituata ad avere qualcuno che si prende cura di lei. E la sua vita cambia radicalmente. Tully, di notte, pulisce, riordina, cucina i cupcakes per i bambini, così Marlo, di giorno, è più serena, distesa, tranquilla. Hanno perfino un’idea per come distrarre il marito dalla Playstation — ma non ve lo racconto…
Stessi gusti, stesso sense of humour, stessa dimestichezza con i bambini, tra le due nasce una bella amicizia.

Insomma, tutto sembra filare per il verso giusto, fin quando, di punto in bianco, Tully le dice che deve andarsene.
Le due stanno trascorrendo una serata sole-donne in un bar di Brooklyn, e Tully le dice così. Marlo rimane pietrificata.
No, ma perché, no, non puoi andartene proprio adesso, non puoi lasciarmi così.
Tully è risoluta. Devo andarmene, non posso più rimanere.
Le due si rimettono in macchina per tornare a casa, Marlo alla guida. Ma è stanca, così stanca. Ha sonno, così sonno…

E alla fine arriva “Tully”, mi viene da dire. Finalmente arriva “Tully”. Un film che si assume la responsabilità di parlare di una famiglia vera, mettendo in questione l’idea stessa di maternità. Marlo passa tutto il film a mentire, a nascondere, a far vedere ciò che non è. L’immagine della madre perfetta, che si occupa di tutto, che riesce in tutto. Il tutto di madre che la società pretende che tu sia: cupcake, figli accuditi, casa immacolata, marito appagato — e tu vuota/morta dentro e fuori. Una società che non è pronta ad accogliere bambini che non rientrano nei parametri e che non è disposta ad accettare — accettare veramente — depressioni post-parto, come quella sofferta evidentemente da Marlo. Una società, anche, per la quale la maternità è sempre e comunque un dono del cielo, la massima benedizione a cui una donna possa aspirare. “Tully” ha il coraggio di dire che la maternità — durante la gravidanza e post — può anche essere un incubo. E che il desiderio di evasione di un soggetto sottoposto a uno stress simile può portare anche alla materializzazione di fantasie che possano allontanarla da una realtà troppo carica di aspettative. Tully è letteralmente questo. Alla fine scopriremo che è anche molto di più. E’ Marlo stessa, la Marlo venticinquenne, magra, spensierata, sognatrice, ottimista, con un sacco di voglia di vivere. E diventare madre significa anche, a un certo punto, lasciare andare il proprio sé venticinquenne, magro, spensierato, sognatore, ottimista, con un sacco di voglia di vivere.
Significa smettere di essere Tully e diventare Marlo. Ed essere in grado di dire la verità sui propri sentimenti, per quanto mostruosi possano essere.
La pressione a cui le madri sono sottoposte oggi non ha eguali nella storia. Una donna, oggi, deve essere tutto. Eccellere in tutto. Non si capisce come mai di questo, dell’ansia del fallimento materno, nessuno parli mai. Persino le donne stesse, faticano a tirare fuori le parole.
Serve più voce, meno timore.
Servono più “Tully”. Anzi, più Marlo.

In Italia il film arriverà a giugno. Spero che molti mariti, papà, morosi, uomini in generale vadano a vederlo.

E anche per stasera è tutto, my beloved Fellows. Frunyc III aggiornato di rigore. E per saperne di più su Ruggero Savinio al CIMA… 😉
Ringraziamenti sempre tanti e saluti, stasera, mensilmente cinematografici.

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LET’S MOVIE 368 da NYC commenta “MRS HYDE” di Serge Bozon

LET’S MOVIE 368 da NYC commenta “MRS HYDE” di Serge Bozon

Metaphysical Moviers,

Se voi nominate a un americano cosa sia la pittura metafisica vi guarda come se gli aveste detto che il sugo “alla bolognese” in Italia non esiste ma è pura invenzione USA. Ovviamente qui siamo a NYC, e i newyorkesi non sono americani del Nord Dakota. I newyorkesi hanno una qualche cognizione del metafisico. Forse anche solo per i quadri di de Chirico al MoMA. O forse si ricordano John Donne e la metaphysical poetry del ‘600 inglese, dove le emozioni erano incise con il bisturi della ragione? Mmm, forse no… Forse li sopravvaluto un po’.
Da quando abito a New York, sono invasa dal metafisico da capo a piedi.

La Treccani spiega che metafisico si riferisce a ciò che è o si considera “primo, supremo, universale, assoluto, necessario, eterno, infinito”, oltre che “soprannaturale, soprasensibile, metempirico, trascendente”.
Credo che il Signor Treccani avesse in testa New York City quando infilò questa stringa di aggettivi.
Prima, suprema, universale, assoluta, necessaria, eterna, infinita, soprannaturale, soprasensibile, metempirica, trascendente.
In una parola, New York City.

C’era bisogno che qualcuno spiegasse alla nostra cara bifolca americanità che l’arte italiana non è solo CaravaggIo e Michelangilou, ma anche tanto altro. Questo, lo si sta facendo, qui, e credo sia la sfida dei nuovi italiani che si trasferiscono. Smantellare qualche luogo comune — almeno qualcuno — e costruire una nuova italianità più vicina al reale, e che tratti italo-americanità e italianità come due esperienze completamente diverse.

E allora in classe mi sgolo a spiegare che mettere le polpette negli spaghetti in Italia è considerato al pari di un’infrazione del codice penale, e queste tabule rase biotte di vita all’estero mi guardano come se io, dicendo così, stessi infrangendo il loro codice penale. Cerco di far capire che l’italo-americanità NON è l’italianità, e questo non implica un giudizio di valore nei confronti dell’italo-americanità. Cerco anche, nel mio piccolo, di farli uscire dalla loro americanità.

Volete un esempio di americanità?
Nella lezione sui colori mostro alcuni quadratini di tinte diverse, e cerco di farmi dire il nome del colore in italiano. Un quadratino è beige scuro.
Kevin, ke vin ce il premio Spericolatezza 2018 perché si butta sempre, qualsiasi domanda io faccia — schiantandosi regolarmente ogni volta, ma con qual audacia, commenterebbe Jacopo Ortis— se ne esce con “lattI”.
“LattI” sta per “latte”.
Spero che questo non sia il colore di quello che tieni in frigo stella mia, ho pensato all’istante, pensando a colonie di escherichia coli nel suo splendido intestino gay.
“Is milk this color?”, gli richiedo, con quell’ironia didattica in cui amo indulgere.
“No, not milk… latte”, ribadisce.
Attimo di buio e poi l’illuminazione.
“Ahhhh you mean ‘Starbucks latte’”, faccio io, con un enfasi da Teatro Massimo.
E lui, lo spericolato Kevin s’illumina d’immenso con me.
“Sìììììì! And that latte is not milk! It is milk with coffee… Dark beige”.

Ecco quindi spiegato il misunderstanding. L’elemento di riferimento nella testa di Kevin era il caffellatte di Starbucks, che qui chiamano “latte”, ma che certo non è il nostro “latte” bianco.
Quindi vedete, l’americanità passa molto spesso attraverso la manipolazione. In questo caso cromatica.
Compito nostro è raddrizzare queste storture, riempire i buchi. Almeno nel piccolo.
Quel latte e il latte sono due cose diverse.

C’è un posto, al 421 di Broome Street, nel cuore di SoHo, che fa questo con l’arte.
E’ il Center for Italian Modern Art, per gli amici, CIMA. Un posto che è la quintessenza dell’italianità bella, quella non cialtrona, vistosa, terrazze-romane e Magnum.
Innanzitutto è un luogo sacro.
Al quarto piano del 421 di Broome Street visse e prematuramente, ingiustamente, morì una delle ultime leggende del cinema contemporaneo. Heath Ledger. Ebbene sì, quello, fu il suo appartamento. Ogni volta che varco la soglia dell’ingresso, penso sempre a lui. Poi il pensiero svanisce. Ma prima corre sempre da lui.
Il CIMA non è né un museo, né una galleria. Ma è un po’ una loro sintesi hegeliana che risulta anche in un centro di ricerca. Lo scopo è quello di portare in America l’arte italiana del ‘900. Morandi, Depero, Paolini, per dirne alcuni passati in mostra. Lo spazio è il sogno di ogni event-planner in qualsiasi latitudine. Una grandissima sala, legno chiaro per terra, pareti bianchissime che accolgono capolavori da capogiro. Un divano che potrebbe averlo firmato Le Corbusier in persona. Accanto, una cucina firmata Giò Ponti.
“An intimate gallery that feels like a home”, è come lo descrive, sul sito, Laura Mattioli, la Presidentessa.
Lei non è una Laura qualsiasi.
Mai sentito parlare di Gianni Mattioli, il collezionista del secolo scorso? Acquista oggi e acquista domani, Gianni, negli anni ‘40 e ‘50, a Milano, mette insieme una collezione spaventosa. E i Mattioli non se la tenevano per sé. Erano usi aprire casa e condividere cotanto bendiddio con il mondo.

Il CIMA fa un po’ quello, ma a New York City, con tanto di Fellows, convegni, talks, mostre. In questo momento in mostra ci sono dei tesori unici di Alberto Savinio, il pittore, scrittore, compositore, fratello di Giorgio de Chirico.
Ve la faccio tanto lunga perché il CIMA rappresenta un posto speciale per me. 🙂 Ci collaboro da settembre. Faccio da interprete quando c’è qualche ospite dall’Italia, e quando capita, da performer. Ovvero leggo-interpreto dei brani in italiano quando serve leggere-interpretare dei brani. E sì, fate bene a metter su quell’aria perplessa: io, tecnicamente, non sono né interprete né performer. Voi mi conoscete come Board e un po’ di altre cose — teacher, poeta, testadura, sopra ogni cosa runner. Non come interprete e performer.
Ma vedete, NYC tira fuori e rende manifesto tutto quello che di latente e ctonio c’è in voi 🙂
Mercoledì 25 aprile è stata una giornata da festa nazionale non tanto per la Liberazione, quanto perché l’ospite seduto sul divano lecorbusiano era Ruggero Savinio, figlio di Alberto.
Accanto a lui, sul divano, insieme all’intervistatrice, io. Che lo traducevo.

Insieme alla gioia e all’onore e all’incredulità, tutte tre in dosi assai massicce, la strizza feroce. Tradurre ciò che dicono questi ospiti del CIMA non è esattamente come tradurre le istruzioni per arrivare da Largo Augusto a Parco della Vittoria.
Ma strizza a parte, essere lì, con un signore dal sapere profondo, dalla classe innata, che chiamava Savinio “papà” e de Chirico “zio”, e aiutarlo, nel mio piccolissimo, a farlo conoscere alla newyorkesità, mi ha ha fatto sentire terribilmente utile. You know, il sentimento contro cui alcuni animi dall’indole inquieta e dalle scarpe alte si ritrovano talvolta a combattere è quello dell’inutilità. Provare il suo contrario, per loro, è come per un agnostico provare l’esistenza di Dio.

Per questo, anche, il 25 aprile 2018 occuperà una cartella speciale nell’archivio della mia memoria. E anche perché ho avuto la riprova che il cervello umano è una macchina meravigliosa che nessun processore Intel, nessuna Ram o CPU — ho finito i termini nerd — potrà mai eguagliare, figurarsi superare. A fine talk a Ruggero salta in mente di far riferimento a “un libro di incisioni” che il padre e lo zio usavano come fonte d’ispirazione.
Alla parola “incisione”, trasalimento del mio cervello, che immediatamente mi chiede: come cavolo lo traduci “incisioni”?

Poi, il nano secondo successivo, affidandosi a chissà quale combinazione di neuroni + protoni + elettroni + survival, il cervello supera la vertigine da vuoto galattico intorno alla parola, e risolve il problema da sé, andando a ripescare il termine nel cassetto “terza liceo”, anno in cui ho studiato il sommo poeta William Blake, che oltre a essere un sommo poeta, era anche un provetto incisore.
Ripesco “etchings” da lì. Dalla terza liceo.
Come il cervello possa, in così poco tempo, con così tanta pressure, con così molto altro da gestire, non è dato sapere.
Nemmeno cosa avrei detto se non avessi ripescato “etchings” è dato sapere… Ed è bene così 🙂

Questa settimana sono stata al Metrograph, in Ludlow Street, LES (Lower East Side), a vedere “Mrs Hyde” di Serge Bozon.

Presentato in concorso al Festival di Locarno 2017, il film è una rilettura del tema del doppio contrario di Lo strano caso del dottor Jekyll e Mister Hyde, di Louis Robert Stevenson.

In realtà del classico gotico della letteratura inglese non ha molto, se non la traslitterazione francofona del nome della protagonista, Madame Gékil, e il tema di fondo: una natura mite e alquanto sottomessa entra in contatto con un agente esterno che la trasformerà nel suo opposto. Nel caso del romanzo era una pozione, nel caso del film di Bozon, un fulmine che folgorerà la professoressa Gékil e la trasformeà in Mrs Hyde.

All’inizio del film, la prof è l’archetipo dell’insegnante che cerca di farsi rispettare, invano, in un istituto tecnico. Le prova tutte, ce la mette tutta. Ma gli studenti, ragazzi da banlieu, non ne vogliono sapere. Sono sbroffoni, volgari, irriverenti, oppure secchionissimi e ancora più insopportabili — come la coppia di biondine sedute al primo banco, le insopportabili del primo banco.

Tra loro però c’è anche un ragazzo “segnato dalla nascita”, con una disabilità alle gambe che lo costringe e muoversi con un deambulatore. Inizialmente Malik mostra dell’astio nei confronti di Madame Gékil, ma dopo un po’, capisce che la prof non vuole far altro che insegnargli a riflettere e a capire che lo scopo della scuola non è tanto mandare formule a memoria. Ma porsi domande, imparare a pensare.

In questa prima fase, la prof Gékil appare come un’eccentrica, terribilmente ambigua. Qualcuno potrebbe mettere in discussione la sua sanità — qualche rotella fuori posto pare avercela da subito. Ma è dopo la folgorazione che la signora Gékil cambia. Visivamente noi spettatori ce ne accorgiamo dalla luminescenza arancione che la circonfonde e da barbagli incandescenti che le scorrono sottopelle. I personaggi, come il marito, la vicina di casa e gli altri, se ne accorgono più che altro attraverso degli effetti che causa. L’incenerimento di panchine e cani al suo passaggio, per esempio…

Centrale al film è il progetto che la prof decide di sviluppare con la classe: realizzare una gabbia di Faraday: una rete di protezione contro qualsiasi campo magnetico. Se sei all’interno della gabbia, sei protetto, l’energia elettrica non ti tocca, non corri il rischio di rimanere incenerito. Fair enough, ma sei pur sempre in gabbia.

Se ci pensate, è una gran bella allegoria in forma di fisica elettromagnetica, la gabbia di Faraday, che si apre a molteplici interpretazioni, così come, del resto, il personaggio della prof Gékil. Una volta trasformata in Mrs Hyde, la donna migliora la sua esistenza: ha finalmente soddisfazioni sul lavoro, addirittura una promozione dal temuto ispettore scolastico che in passato l’ha sempre umiliata; riesce a farsi rispettare, a intessere un dialogo con i suoi studenti disagiati. Ma tutto questo finisce per rivoltarlesi contro, come una specie di contro-reazione della vita, o di se stessa: è come se la prof Gékil si distruggesse con le sue mani, abusando del potere che le è stato concesso, e macchiandosi le mani di un delitto — o due…

“Mrs Hyde” è un film spazziante. Parte con una verve ironica molto spiccata, poi vira nel fantascientifico e infine sfocia nel drammatico. C’è una forte componente kaurismakiana: i personaggi sembrano quasi fare i personaggi, in cui le emozioni non vengono espresse ma rimangono dietro la faccia(ta) del personaggio. Il direttore tronfio e ridicolissimo — e spassosissimo nella sua vacuità — con le sue polo in coordinato con le cravatte — la cravatta sopra la polo! Il marito iper premuroso, la vicina ficcanaso, gli studenti indisciplinati. E poi lei, la prof Gékil, interpretata dalla monumentale Isabelle Huppert che mantiene l’ineffabilità fino alla fine — tratto che le riesce sempre molto bene, devo dire (recuperatevi un po’ “La pianista” di Haneke, brrr…).
Un modo molto sui generis per rappresentare il rapporto alunno-insegnante, ma anche una maniera molto apprrezzatamente europea di soffermarsi sulla questione delle banlieu multietniche in cui gli studenti sono studenti di serie B. Esilaranti i commenti all’odor di razzismo bofonchiati dal direttore, che nel pubblico high-brow del Metrograph hanno scatenato risate isteriche/esorcizzanti più che divertite — NYC culla della correttezza politica persino al cinema, ricordiamolo.

Forse il film è già passato in Italia, non so. Se dovesse ancora passare e decideste di vederlo, preparatevi ad affrontarlo con un atteggiamento aperto all’assurdo, all’inverosimile, allo stralunato — letteralmente.

Prima di salutarvi volevo fare il mio imboccallupo al Trento Film Festival, e alla nostra Anarco-Zumi che tanto si s-batte, insieme al Fellow Fant(asmagorique), per la riuscita della kermesse. Quest’anno il paese ospitato è il Giappone.
Fate i bravi Satomi e seguitelo con grande Ajuara… 🙂

Anche oggi siamo arrivati alla fine. Frunyc III aggiornato sempre lì, ringraziamenti a pioggia e saluti, ontologicamente cinematografici.

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