LET’S MOVIE 401 da NYC commenta “RUBEN BRANDT, COLLECTOR” di Milroad Krstić

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Fine and Mellow, Fellows and Moviers,

è una canzone della regina Billie Holliday. Credo di avervela già menzionata per via di “mellow”, aggettivo che se la vede, nella mia personale classifica multilingue degli aggettivi preferiti, con “pestifero”, “hochmutig” e “gut-wrenching”.
Quella canzone uscì nel 1939. Justin Bieber dormiva ancora nella notte dell’inesistenza, con le sue citazioni bibliche, i suoi tatuaggi molesti. La canzone è il lamento di una donna, il cui uomo è un vero mascalzone. Di più di mascalzone. The lowest man I have ever seen, specifica Billie. L’uomo più basso mai visto — basso non nel senso di tappo, nel senso morale, il ché, concorderete, è molto peggio. Il classico gagà che la tratta d’inferno — awfully. E lei se la prende pure con l’amore e dice che ti può far fare le peggio cose, le cose che sai che sono sbagliate. Però, alla fine, quando lui comincia ad amarla, lui è so fine and mellow.

Mi viene in mente questa canzone mentre cammino nel cuore di TriBeCa.
Quando si dice TriBeCa, si pensa a Bobby De Niro e al Film Festival. Ma in realtà c’è ben altro. Se SoHo per South of Houston, e NoHo per North of Houston, TriBeCa sta per “TRIangle BElow CAnal”. Canal è una lunga arteria che traccia il sottopancia di Lower Manhattan, marcando il confine sud di Little Italy e il confine nord di China Town.
È un quartiere che ricorda quella New York post-Probizionismo e pre-Second-World-War, che porta con sé case di mattoni molto elaganti, modanature Art Deco, scarpe da jazzman vaniglia e cioccolato, e donne magrissime dentro vestiti di lamè. Però, se alzate giusto giusto la testa davanti a voi, scendendo lungo West Broadway, vi svetta davanti la Freedom Tower, ai cui piedi giace, mesto, il World Trade Center. E il presente del terzo millennio spazza via il passato del ‘900.
Percorro un tratto di Varick Street, e come faccio ogni rara volta che scendo alla fermata di Franklin Street — una fermata notevole, tutta ricoperta da simil pietruzze in simil porfido multicolor — passo davanti alla Hook&Ladder 8, la stazione dei pompieri che fu il quartier generale degli Acchiappafantasmi.
È molto sciocco, da parte mia, passarci ogni volta, anche perché non c’è molto da vedere, se non due divieti che imprigionano due ectoplasmi, stampati sull’asfalto, all’ingresso.
Eppure ogni volta mi fermo e penso a Egon e Peter, sia in versione cinematografica che cartone animato. Penso alle trappole acchiappafantasmatiche che da piccola, nell’era pre-Google, avrei voluto sapere dove si potevano comprare. E se sì, come convincere mia madre a comprarmene una, per la mia salvaguardia, ma certo anche per la sua.

Mi infilo in Moore Street, una stradina che ricorda l’Europa, con quell’unica corsia, quella pavimentazione di pietre rettangolari, e soprattutto quell’andatura da strada non-americana, obliqua. Dopo miglia e miglia di graticola statunitense, l’incastro perfetto ma ripetitivo di Streets e Avenues, finalmente, una stradina che pratica la trasversalità.
Di lì proseguo un pezzo lungo la West Broadway, apprezzando non solo i 13 gradi di una sera di febbraio, ma anche l’inspiegabile assenza di traffico. Attraverso senza badare alle macchine, e guardo il susseguirsi di ristoranti eleganti illuminati a candele, e diner retrò fasciati di acciaio con le insegne al neon rosso ciliegia.
Infine eccomi sulla Sesta Avenue, davanti al Roxy Hotel.

L’edificio deve molto alla sua posizione nel cuore di un triangolo, i cui lati sono costituiti dalla Sesta Avenue, da Church Street e da Walker Street. Personalmente amo molto questo genere di forme, quei corpi architettonici che si sviluppano per il lungo, come il Flatiron Building, che parte stretto stretto, e poi via via si apre. È come un uccello: la parte anteriore sottile per bucare l’aria, e poi il corpo più solido, per dargli stabilità — il complesso finale contiene il mistero dell’aerodinamica.
Il Roxy è un edificio del 19esimo secolo, ripreso in mano e reso molto cool all’inizio del 2000. L’insegna al neon, gli inserti luci neri, le porte a due battenti in legno e vetro: Billie Holliday potrebbe uscirvi da un momento all’altro, non fosse impegnata a cantarmi in testa.

È un mio amico italiano, in città per lavoro, che m’invita ad ascoltare un po’ di musica al Roxy. Porta l’Italia con sé perché l’invito mi arriva praticamente un’ora prima dell’inizio. Una cosa che i newyorkesi non farebbero mai, nemmeno se costretti da un machete. I programmi si organizzano con largo anticipo in modo da permettere di inserire l’evento in agenda, e, congetturo, di prepararsi psicologicamente all’evento. Tutto richiede energia e commitment a New York. Ti devi mettere nell’ordine delle idee. Anche per una cosa super fun.

Sono a zonzo in zona Midtown, e non ho nulla in programma. Accetto volentieri l’invito e scendo a TriBeCa.
Per altro. Coincidenze. Una settimana fa, scopro che il Roxy Hotel non è solo famoso per la sua allure anni ’20, ma anche perché al suo interno ospita un cinema, in cui alterna la proiezione di film d’essai e successi mainstream, oltre a organizzare incontri con registi/autori e altro guduriame simile, tra cui — tenetevi forte — la proiezione della Notte degli Oscar in diretta, domenica prossima.
Sull’onda dell’entusiasmo da scoperta dell’America, mi sono prenotata immediatamente un posto: il primo anno di vita a New York ho visto gli Oscar al Samsung 837 a Chelsea, il secondo anno al Metrograph nel Lower East Side e quest’anno toccherà al Roxy Hotel di TriBeCa. L’idea è di girare quanti più quartieri possibile con la scusa di condividere la notta che celebra il cinema. 🙂

Abbiamo già detto delle coincidenze. Però, ri-passatemi lo stupore. Di tutti i posti in cui si suona musica dal vivo a New York — si aggireranno intorno ai 4000 locali, tra sale con ingressi da $200 e scantinati con probabile, se non garantito, contagio colerico — il mio amico sceglie proprio il Roxy Hotel.
Io come sempre vedo le mani magiche maneggiare dietro la mia vita, e me la rido.

Dentro, il Roxy, è persino meglio che fuori. I tavoli del ristorante sono sparsi nella sala centrale, e alcuni di loro confluiscono anche nel bar, il Paul’s Cocktail Lounge, una specie di isola più appartata, sulla sinistra, ma sempre comunicante con il mare locale fuori. Sulla destra, c’è un palchetto, ma non è un vero e proprio palco, nulla di rialzato. C’è solo un tappeto che delimita l’area dei musicisti.
In fondo, basta davvero poco per fare un palco: non serve nemmeno l’altitudine.
Le sedie, al Roxy, esistono in esemplari limitati. Si sta seduti in poltrone e divani di pelle. Il che rende la permanenza all’interno, un momento di comodità, non solo di convivialità.

Sopra di me, e questo è ciò che rende il Roxy davvero speciale, partono tutti i piani dell’albergo. È come trovarsi in uno di quei vecchi caseggiati romani, o anche milanesi, in cui, sul cortile centrale interno, davano i quattro lati dell’edificio, con le porte dei singoli appartamenti. Il Roxy funziona esattamente così. Volendo, dai balconi superiori, gli ospiti dell’albergo, potrebbero affacciarsi e guardare cosa succede giù nel cortile, popolato da tavoli e dal palco con la musica.
Sollevo ripetutamente gli occhi durante la serata, ma nessun ospite si affaccia.
Che peccato, penso ripetutamente. Io, fossi un ospite, passerei molto tempo con le braccia conserte appoggiate sopra la balaustra, il mento appoggiato sopra di loro, a sbirciare le formiche umane di sotto.
C’è qualcosa di hitchcockiano in questo tipo di struttura. Non so dire di preciso cosa, ma c’è. “Psycho” e “La finestra sul cortile” sono entrambi presenti. Forse perché nel primo, la camera d’albergo è così indimenticabile. Forse perché nel secondo, lo sguardo del protagonista — e dello spettatore con lui — fa di lui — e di noi — voyeur privilegiati e un po’ complici.
Forse anche per via di “Vertigo”.
 
I clienti sono eterogenei, e non ho modo di sapere se siano ospiti dell’albergo, oppure semplici avventori, come io e il mio amico. Aprire l’hotel ai non-ospiti è un gesto di democrazia mosso dal tornaconto economico, naturalmente. Ascolti la musica e consumi, naturalmente. Ma non c’è un biglietto d’ingresso, almeno, al piano terra.
Ho saputo che nel piano interrato c’è il Django Jazz Club. E chissà se invece lì, l’ingresso è a carico del contibuente.
Anche i camerieri sono eterogenei. Li osservo con attenzione quasi maniacale — sarà il fantasma di Hitch che mi spinge a catturare ogni dettaglio, ogni cosa possibilmente sinistra.

La cameriera che ci accoglie — quella che qui si chiama hostess — è una di quelle bellezze diesel. Diesel non di Renzo Rosso. Diesel nel senso che impiegano un po’ di tempo ad accendere il motore del vostro apprezzamento. Ma poi quando carburano, partono e chi le ferma più.
Ha la testa rasata, i capelli di circa sei millimetri. Un po’ banalmente, la chiamo, fra me e me, Sinéad O’connor — purtroppo non ci sono molte donne famose con un taglio del genere, e il Soldato Jane non mi ha mai fatto impazzire, al contrario di “Nothing Compares to You”.
Ha un viso di una bella forma, e anche il cranio — quando hai solo sei millimetri di capelli, la forma del cranio è essenziale, e fa la differenza. Ha gli occhi molto azzurri, e un rossetto opaco molto rosso. Il contrasto mi piace molto. Sono ghiotta di palloncini rossi incastrati nei rami degli alberi, fra l’azzurro del cielo. Quindi è ovvio che occhi e labbra di questa cameriera mi facciano venire l’acquolina in bocca.
Sinéad porta un tailleur da uomo, giacca e pantaloni. Grigio scuro. Nell’insieme potrebbe considerarsi molto maschia, ma quando si muove, per andare a controllare se c’è un tavolo libero, lo fa con una grazia che solo una donna — o un gay di razza — può sfoderare.
Non abbiamo prenotato — siamo due italiani dell’ultimo minuto, dopotutto. Avverto un’impercettibile contrazione muscolare sul suo viso, ma Sinéad è una professionista e, come tutti i camerieri capi-sala professionisti, reprime e annuisce comprensiva quando rivelate, colpevoli, che non avete prenotato. Sorride un po’ — non troppo, per non illuderci e poi deluderci — e in un bisbiglio, ci offre un incoraggiante “Let me check”.
Torna in un istante. Basta il suo sorriso aperto a farci capire che sì, è tornata vittoriosa.
“This way”, ci fa strada, e ci porta a un tavolo proprio accanto al palco non-palco-ma-comunque-palco.
“Have a wonderful stay”, ci vizia.
Io mi sciolgo in ringraziamenti, ma so che non la vedrò più. Lei è stata il nostro Virgilio. Ci ha accompagnato fino a un certo punto. Ora ce la dovremo cavare da soli nella commedia divina del Roxy.

Il cameriere assegnato al nostro tavolo è gay — e non occorre nemmeno più che dica, naturalmente. Lo si capisce dalla grazia, anche per lui. E poi da un certo modo di portare i pantaloni. Troppo fascianti. E dalla cordialità con ci augura “Enjoy it, guys”, quando appoggia i bicchieri sul tavolo.
Mi chiedo se notare questi dettagli, trarre queste conclusioni, nell’Occidente americano del 2019, sia consentito, oppure se io non stia infrangendo un qualche protocollo tacito ma condiviso per cui è inopportuno — vietato? — dire che dei pantaloni troppo fascianti fanno di un essere umano di sesso maschile un potenziale gay.

Sul palco-non-palco-ma-comunque-palco prende posto la band. O meglio, un trio. Tromba, pianola, e vocalist. La vocalist arriverà più o meno alla trentina e il fatto che interpreti un paio di pezzi dell’amata regina Amy Winehouse non mi deve portare a fare dei paragoni. Certo però, il vestitino attillato di pelle nera da pinup anni ’50, le scarpe con i tacchi, i capelli lunghi e corvini, la carnagione olivastra e un qualcosa nel naso che vagamente ricorda quello di Amy, potrebbero trarmi in inganno.
Poi però quando la vedo sul palco-non-palco-ma-comunque-palco, con la pancia troppo pronunciata, le gambe troppo colonne doriche — che peccato quando la gamba prosegue la sua discesa dal ginocchio al piede senza scrivere quella virgola miracolosa che è la caviglia di una donna — e soprattutto quando la vedo camminare, traballantissima, sui tacchi a spillo — che Amy non avrebbe mai portato senza plateau anti-traballo — l’ombra di Amy se ne va, e lascia questa ragazza con un certo talento musicale, ma non certo la presenza dell’originale.

Accanto al nostro tavolo, un altro tavolo. Quattro donne, oltre i cinquanta, sicuramente non di New York. Direi Vermont. Un posto con del brutto tempo, della neve, considerati gli scarponcini che portano ai piedi, e i jeans anni ’90 che portano addosso, ma senza intenti vintage o reinterpretazioni contemporanee. Semplicemente jeans anni ’90: vita alta, lunghezza corta, tessuto sbiadito.
Continuano a scattarsi selfie, ma evidentemente non bastano. Una di loro ci chiede se siamo così gentili da far loro una foto di gruppo.
Il mio amico si alza e si presta. Ora però succede questa cosa per cui una delle quattro, si sdraia — letteralmente — in braccio alle altre tre sedute sul divano. Il risultato è una specie di hotdog senza pane sopra in cui lei interpreta il wurstel.
In quell’istante penso ai posteri, e a tutte le risate che si faranno, ripescando profili Instagram da questo decennio e vedendo come ci riducevamo.
Nell’intento di rendere la posizione ancora più “sexy”, il suo piede, anzi, il suo scarponcino, urta uno dei bicchieri da Cosmopolitan — fortunatamente vuoti — sul tavolo.
Io vedo tutta la scena al rallentì. Il bicchiere rotola sul tavolino e precipita a terra. Non va in mille pezzi, ma il gambo si spezza, e i pezzi sono più o meno tre, quattro.
Io mi sento a disagio, come ogni volta che si rompe qualcosa in un negozio, o in un luogo pubblico, immaginando quella grossa mano nera che calerà dall’alto e tra un secondo afferrerà il collo del   responsabile.
Alle quattro arzille signore, non frega nulla del bicchiere, né, men che meno, della mano nera che è calata dall’alto e ora sta vagando in cerca del responsabile.
Scoppiano addirittura a ridere.

Arriva prontamente una cameriera. Come se avesse aspettato la scena e fosse stata lì, in attesa del momento.
Questa cameriera è persino più androgina di Sinéad. Certamente più magra. Le guance incavate, gli zigomi affilati. Asiatica. Lei, per me, si chiama, subito, Nikita — ci sono molte donne famose asiatiche a cui potrei pensare per il suo nome, ma il suo fare ninja, fa di lei indiscutibilmente una Nikita. Anche lei indossa un tailleur da uomo, ma diverso da quello di Sinéad. Il suo è in una fantasia Principe di Galles un po’ anni ’80, ma le dona. E il rossetto è rosso e opaco come quello di Sinéad.
Raccoglie il resti del bicchiere e non dice nulla. Ma vedo, oltre l’espressione vitrea del suo viso, che vorrebbe trucidare quelle cinque mezzane giunte da qualche monte o pianura nel mezzo dell’America giusto per farsi scattare dei selfie e diventare l’invidia delle amiche back home, facendole schiattare quando posteranno la loro serata al Roxy Hotel di New York City.
Nikita non finge nemmeno un sorriso. È il ritratto dell’autocontrollo. Anni e anni di lavoro su se stessi per non scoppiare, e trucidare.
Dopo un po’, le mezzane se ne vanno. Una di loro, mentre si allontana dal tavolino, si calpesta la sciarpa. Una bella sciarpa.
Uno scarponcino montano che calpesta qualcosa di morbido e inerme, è l’idea che mi rimarrà di loro.

La serata scorre tranquilla. La musica è quel lounge soft di qualità che si presta sia ad essere ascoltata con piacere, che ignorata del tutto per preferire il dialogo.
Riprendo la metro a Chambers Street. E mentre ripenso a Sinéad, Nikita e alle mezzane del Vermont, mi viene in mente un’altra scena che include una donna, e la affianco a loro, idealmente, sullo scaffale che dedico alla femminilità americana.

Il fatto è successo un paio di settimane fa.
Esco dal Cinema sulla 68esima e Broadway. È tardi, è freddo, sono stanca, ho voglia dei 25 gradi che fanno di casa mia, la Bali dell’Upper West.
Non presto molta attenzione al semaforo pedonale sulla 69esima. O meglio, l’attenzione la presto, ma calcolo male i tempi. Credo di farcela ad attraversare prima che quella macchina che mi guarda con quei fari ancora sufficientemente lontani per essere troppo vicini, ma non poi così lontani, si faccia troppo pericolosamente vicina.
Allora accelero il passo nell’ultimo pezzo di strada che mi separa dalla salvezza del marciapiede. Ma mi rendo conto all’ultimo, che la macchina ha dovuto rallentare, e anche, sospetto, frenare.
In America le macchine non si possono far frenare in alcun frangente, è una violazione del codice civile, non della strada. Se succede, poi succede quello che sarebbe successo di lì a qualche istante

Fra me e me chiedo scusa al guidatore al volante della macchina, un’automobile balcana, o della Russia breznevita. Una Lada. Grigio topo. Scoprirò che si tratta di una guidatrice.
Svolta a destra imboccando la Broadway, accosta al marciapiede, si ferma, tira giù il finestrino e si mette a cantarmene tante, ma tante, ma talmente tante, e con una proprietà di turpiloquio, una profusione di abbinamenti che l’orrore suscitato in me dagli insulti e dagli improperi si dissolve in meraviglia. Come un neo-genitore davanti alla quantità impressionante di cioccolato liquido defluito dal santo sfintere del proprio neonato angelico.
Ci sono situazioni in cui l’orrore dissolve, strabiliantemente, in meraviglia.

Non ho capito ogni singola imprecazione, ma credo di aver afferrato il senso.
Crazy c*nt (la lettera mancante è la U), waddafu*k were you doin’ you fu*king bitch, molti fu*k in ogni sua declinazione possibile, dal gerundio, al sostantivo, al participio presente in funzione aggettivale.
Moltissimi.

Adesso. Io sono colpevole come l’adultera del Vangelo Secondo Giovanni, su questo non c’è dubbio. E certo non esclamo chi è senza peccato scagli la prima pietra. Anzi, mi prendo tutta la pioggia di epiteti che mi rovinano addosso e che, credetemi, picchiano duro anche loro come le pietre.
Quindi, ribadisco, sono in torto. Ma questa donna, Fellows, era una furia fuori di senno.
Io camminavo sul marciapiede, lungo la Broadway, e lei costeggiava la Broadway, procedendo all’andatura del mio passo, strillando come un’ossessa fuori dal finestrino del passeggero.
A un certo punto, dopo aver ripetuto una quantità di “sorry” che credo sfiori il limite massimo di ridondanza consentito dalla legge, e dopo aver visto che la reazione della donna era veramente eccessiva rispetto al danno morale subito, ho cominciato con il “calm down” e “easy”.
Ho appreso che quelle sono due espressioni da non dire a una furia americana fuori di senno.
Ha cominciato a urlare ancora più forte, ancora più improperi. Ringrazio la cintura di sicurezza che la teneva legata al sedile, altrimenti il suo corpo sporto sarebbe stato talmente tanto sporto da uscire fuori dal finestrino, consentendole di prendermi per la gola e far di me polpette.
Meatballs.
 
Non so come sarebbe andata a finire se sul suo percorso non fosse iniziata la fila di macchine parcheggiate lungo il marciapiede, che le impediva di camminare insieme a me, lei su ruote, io su tacchi. Probabilmente avremmo percorso così i tre isolati che mi separavano dalla mia fermata della metro, sulla 72esima.
E poi, meatballs.
Vista l’impossibilità di proseguire, ha dato gas ed è schizzata via.
E lì ho avuto la riprova che era proprio fuori di sé: gli americani medi non danno gas e non schizzano via su una macchina, a meno che non siano attori dentro la pellicola di un film.
Gli americani medi guidano più o meno come i pensionati — pensionati tedeschi, quelli italiani sono pronti al Mugello.
Quindi, ricapitolando. Io avrò anche infranto il codice civile, della strada e dell’onore del sacro suolo statunitense, ma la signora aveva qualche evidente problema di gestione della rabbia.

E questa cosa della rabbia che cova, la sento, in giro. Sottoterra nella metro, sopraterra per la strada. La sento nelle file di persone in coda, che t’inceneriscono con lo sguardo se provi anche solo a sgranchirti un piede e invadi il loro spazio d’attesa. La sento forte e chiara, rossa e fumigante, come un boccone umano nella bocca di qualche dio fuori dalla grazia di se stesso.
Era la stessa rabbia di Nikita, che ha raccolto il bicchiere rotto, al Roxy. Forse era la stessa, ma in versione dissimulata, di Sinéad, verso me e il mio amico e la nostra mancata prenotazione, perché cosa vogliono questi, non sanno che in questa città si prenota tutto?

È la stessa, in linguaggio artistico, espressa dal rapper Childish Gambino in “This Is America”. La settimana scorsa, il pezzo ha vinto il Grammy per la miglior canzone dell’anno — premiazione da lui disertata, insieme a Drake e Ariana Grande, per protesta. E se voi guardate il video — guardate il video — vedete che comincia con un ritmo caraibico-tribale, con Childish che si dimena a petto nudo, e pensate, ecco la solita canzoncina dalle profondità contenutistiche millimetriche compensate dai decimetri quadrati di pelle umana scoperta mostrati in video, che durerà il tempo di un inverno e poi si inabisserà nell’oblio internazionale. E invece, guardate cosa succede al chitarrista seduto sulla sedia al 52esimo secondo, e poi al minuto 1 e 57…

Childish Gambino sbatte in musica la superficialità della società americana — e occidentale? — accompagnandola alla violenza che non smette di dilagare, anche grazie alla facilità con cui è possibile procurarsi una pistola in questo paese e aprire il fuoco in scuole, luoghi di culto, proteste, ecc.
Il modo in cui lo fa è spiazzante e originalissimo. Inaspettato e inquietante.
This is America, reppa Childish, don’t catch you slippin’ up.
Questa è l’America, non farti beccare.
Gambino, come tanti artisti neri, è consapevolissimo che le musichette black possano fungere da macchine da soldi dentro un sistema razzista, e, al contempo, da spensierata valvola di sfogo per le vittime di quello stesso sistema. Ma è consapevolissimo anche che il prezzo psicologico è altissimo, i comportamenti, sempre più schizofrenici e bipolari, la rabbia sempre più forte — vedasi il video: Childish si accende una canna, quasi con indifferenza, ma poi fugge atterrito da un branco di bianchi…

This is America.
Billie Holliday e Childish Gambino.
 
Prima di passare al film, lasciatemi mandare tutti i miei in-bocca-al-lupo a Cuaron e al suo “Roma”, per la Notte degli Oscar 2019. Spero che faccia una strage di statuette, perché già lo dicemmo a ottobre: “Roma” è il miglior film del 2018.
Poi io tifo per “La favorita”, “La Ballata di Baster Scruggs”, “L’Isola di cani” e “Black Panther”. Quest’ultimo, recuperato la settimana scorsa, è ciò che l’Africa avrebbe potuto essere senza colonialismo, il tutto in una trama che tiene benone ed effetti speciali indubbiamente da premio Oscar.
Prevedo, ahimé, qualche statuetta a “Bohemian Rapsody”. È l’effetto isteria-euforia alla “Titanic”, che nel 1998 mandò in tilt tutto il mondo, me compresa — pretesi di ricevere in dono, dall’amore dell’epoca, la videocassetta (la videocassetta!) del film e il CD (il CD!) con la colonna sonora.
“Titanic” fece incetta di Oscar, ma lasciò Leonardo a bocca asciutta.
Personalmente, l’unico Oscar che darei a “Bohemian Rapsody”, lo darei a Freddie Mercury, quello vero. In memoriam.
Temo anche qualche premio per “A Star Is Born”. Speriamo sia solo quello per la miglior canzone, “Shallow”.

Questa settimana, sono stata all’Angelika Film Center a vedere “Ruben Brandt, Collector” dello sloveno Milorad Krstić. Presentato con successo al Festival di Locarno, questa animazione è qualcosa di unico e speciale, e la colloco con cura accanto a “Loving, Vincent”, e fra le tante animazioni che popolano il mio archivio personale.

È un tributo all’arte travestito da crime-story, thriller psicologico e action&heist movie. Il tutto scritto e illustrato con una mano d’artista — Milorad Krstić è, in primis, un pittore — e con un gusto smodato per il citazionismo, sparso su più livelli, quello immediato, quello più nascosto, e quello per intenditori alla Philippe D’Averio.
Non è un caso che la citazione che apre il film sia “Nel mio sogno ero due gatti, e stavo giocando l’uno con l’altro”, dello scrittore ungherese Frigyes Karinthy, che ho scoperto essere il primo ad aver ideato la teoria dei “sei gradi di separazione”. Il film si presenta, in effetti, come un’enciclopedia di rimandi, un organismo in cui tutto, in qualche modo, è collegato.

Ruben Brandt è uno psicologo specializzato in arteterapia.
Il film comincia dentro un suo incubo, al cui risveglio gli sentiamo dire ciò che riassume il suo problema, attorno al quale il film si sviluppa. “I personaggi delle opere d’arte continuano ad attaccarmi.”
Dal suo incubo passiamo a un rocambolesco inseguimento alla 007 in cui la cleptomane Mimì — una Valentina di Crepax incontra Margot di Lupin passando per Catwoman di Batman — sta scappando dal detective Kowalski, dopo aver rubato “il Ventaglio di Cleopatra” al Louvre.
L’inseguimento per le vie di Parigi è come correre per i musei e le gallerie della storia dell’arte, in cui vediamo opere d’arte notissime, note e “quello lo conosco”, “quello di chi era?” piovervi addosso senza darvi un attimo di tregua. Picasso, Matisse, Caravaggio, Van Gogh, Malevich, Mirò, Bosch, Brueguel, Goya, Escher e chissà quanti altri.
Mimì, insieme ad altri quattro pazienti in cura dal dottor Brandt, aiuterà il dottore a guarire dalla sua ossessione. Il piano è quello di rubare i tredici quadri che lo perseguitano nel sonno, e che è un piccolo excursus nella storia dell’arte mondiale, e nella museologia mondiale. Da Botticelli a Warhol, da Velazquez a Magritte a Hopper. Dal Louvre all’Hermitage agli Uffizi.
A dare la caccia a questa improbabile banda di ladri non c’è tanto la polizia, quanto un’altrettanto improbabile banda di gangster — italo-americani, of course — che vuole intascare la taglia appesa sopra le loro teste. Questo si traduce in un inseguimento continuo che inserisce quell’elemento “Ocean’s Eleven” di fuga a rotta di collo, ma ironica, a tratti comica.

Il film è una festa per gli occhi e per il cuore di chi ama l’arte. È evidente che il regista è legato ai dadaisti, ai surrealisti — troverete De Chirico — agli espressionisti tedeschi e russi — troverete Grosz e Dix— alla Pop Art — troverete Roy Liechtenstein oltre a Warhol. Ed è evidente che l’estetica predominante nel modo in cui i personaggi sono rappresentati è di chiara ispirazione cubista-dadaista, avvolta in’atmosfera da noir anni ’30.

Ma “Ruben Brandt, Collector” non è solo un catalogo da sfogliare, un’operazione meramente edonistica di puro piacere estetico. Va a scavare dietro gli incubi di Ruben, e a tirare fuori un passato paterno scomodo e da brivido.
Tranne il detective Kowalski, Ruben e Mimì, i personaggi sono tutti raffigurati con tre occhi, molto spesso due nasi, due profili, tre seni.
Ruben porta sempre due cravatte, una rosa e una viola, in pendant con le scarpe, una rosa e una viola. La frammentarietà del punto di vista cavalcato dalla poetica cubista sembra essere stata assurta, con l’aiuto del regista, al livello cinematografico, infrangendo un’altra barriera, ovvero quella della normo-rappresentabilità dei personaggi.
Due nasi, due teste e tre occhi, può diventare il canone.

I rimandi artistici sono talmente tanti e spaziano talmente in lungo e largo da includere anche il cinema stesso, con Hitchcock — in forma di ghiacciolo, oltre che di omaggio stilistico a “Caccia al ladro” — Eisenstein di “Ottobre”, e per me anche Lynch.

È un’animazione che si discosta dall’amato Myiazaki, specie nello stile, ma che di lui mantiene l’intrusione del lato oscuro nel giorno quotidiano.
A tratti ci si può sentire sopraffatti — too much! — e si vorrebbe rallentare il film per recuperare il nome dell’artista e abbinarlo al fotogramma appena visto e scivolato via. Ma, l’abbiamo detto, questo è anche un heist-movie, e sarebbe stato un peccato — se non uno sbaglio — sacrificare il ritmo serrato in nome della filologia. Il regista sembra dirci proprio questo, attraverso la sua opera: l’arte è tanto, tanto altro, ma anche divertimento.
Estimatori dell’arte e del bel cinema benfatto, non lasciatevelo sfuggire!

E anche per oggi, my Moviers, siete arrivati in fondo.
Vi amo per questo.

Frunyc IV aggiornato dove sapete voi, ringraziamenti sentiti e saluti, irosamente cinematografici.

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Male, Moviers,

un male di quelli intercostali. Di quelli infantili, di quelli che sentivate quando eravate bambini, cadendo per terra mentre i compagni vi guardavano, quindi il male si accompagnava alla vergogna, e la sensazione complessiva aggiungeva un’altra sensazione. Quella di sparire dalla faccia della terra in quell’istante. Così tutti avrebbero pianto la vostra scomparsa, e si sarebbero scordati la caduta, la figuraccia.
Mi capita di sentirmi così domenica scorsa.

Domenica scorsa l’America, come ogni inizio di febbraio, si è fermata per quattro ore davanti al Super Bowl.
Per noi non-americani, l’evento non suscita interesse. O magari ad altri non-americani che non sono io, lo suscita, ma io, davanti al football americano, reagisco solo pensando a quel grande Al Pacino che fu in “Ogni maledetta domenica”.
Fiuto Super Bowl ancora una decina di giorni fa, allorché Valerie, una studentessa della mia classe di adulti alla Columbus Citizens Foundation, alla richiesta “descrivi un VIP, uno sportivo, un attore, un personaggio storico o letterario a tua scelta e non dire il nome così lo indoviniamo”, lesse la sua descrizione. Trattavasi di Tom Brady, un ussaro che fa il quarterback nei New England Patriots, e che ha vinto, unico della storia, sei Super Bowls.
Tutti gli altri studenti hanno indovinato immediatamente.
Io sono rimasta zitta, tagliata fuori dal momento di bonding americano.
Per fortuna, la buon’anima di Richard, altro studente senior, mi ha piacevolmente stupito prendendo come personaggio Quasimodo de “Il gobbo di Notre Dame”.
Questo episodio mi ha fatto capire che il football americano, e nello specifico il Super Bowl, non è solo robaccia da maschi, il classico rito targato Alfa, con un gran divano come altare, junk food e barilotto di birra a far da contorno. No. Ci sono anche le donne in mezzo. Lo guardano anche loro, il Super Bowl. Oscure rimangono ancora le ragioni che spingono le americane a guardare 22 giocatori correre dietro una palla scomodissima, nella speranza di farla atterrare di là da una linea.
La partecipazione femminile è documentata nel party che Bob è solito dare ogni anno per il Super Bowl — una tradizione decennale o più.
Avevo partecipato anche lo scorso anno, nel bel mezzo del mio trasloco da Harlem. L’intento, lo scorso anno, era quello di capire le regole del gioco, di passare per la miglior housemate che Bob si fosse scelto e, nella migliore delle ipotesi, stringere qualche amicizia. In fondo avremmo condiviso una casa.
Lo scorso anno fu una serata lunghissima. La partita durò quasi quattro. Rimpiansi i rigori — il doppio senso mi è fausto — dei nostri cari Mondiali. E alcuni invitati si sforzarono di dipanare il ginepraio di regole che fanno del gioco più facile del mondo — bring the ball home, boy! — il più complesso della storia dello sport — dopo la rogna del baseball, naturalmente.
 
Lo scorso anno, finsi magnificamente di capire e incamerare le regole. Un’interpretazione da Palma d’Oro. Non pensai, stolta me: “Il Super Bowl è come le tasse, come il Natale, arriva ogni anno, e ogni anno che passerai in questa casa te lo dovrai sorbire”.

Appena torno dall’Italia, Bob m’informa di tenermi libera domenica 3 febbraio. Io, colta alla sprovvista, rispondo con un “Sure”, che poi mi sono dannata l’anima a “ritoccare”. Questo perché, come dicevo, l’America si ferma. Nessuno se la sente, di far concorrenza al Super Bowl con dei grandi eventi collaterali, nemmeno a NYC.
Il MoMA è giunto in mio soccorso. Santo.
Alle 4:30 pm del 3 febbraio, la programmazione cinematografica del MoMA ha previsto “Poetry” un film di Lee Chang-dong, che avevo perso nel 2010 in Italia.
“Poetry” è un film coreano. E i coreani — Dio, li abbia in gloria — sono soliti fare film eterni. “Poetry” dura la bellezza di due ore e 28 minuti.
Visto che era una mite domenica di finta primavera, prevedevo di tornare a casa dal MoMA a piedi — una passeggiatina dalla 53esima Midtown alla 111esima West Side prende un’oretta e quaranta minuti abbondanti — e contavo di arrivare a casa verso le 8:15 pm. Super Bowl cominciato da due ore.

Quando informo Bob di questo piccolo cambio di programma, storce il naso e brontola qualcosa sull’insalata che avrei dovuto preparare — che lui aveva deciso che io preparassi. Il party, come tutti i party del mondo anglo, è potluck: tutti si porta qualcosa.
Io, con calma zen, lo rassicuro: easy, Bob, easy, arriverò in tempo per fare la brava housemate, l’insalata sarà pronta in frigo e aggiungerò anche dei Forrero Rocher, toh.
Bob raddrizza il naso, ma troverà il modo di farmi sapere che “Poetry” è anche disponibile su Canopy — Canopy è una piattaforma della NY Public Library a cui avete accesso a milioni di film.
Io, con calma iper-zen, rispondo che i film, i veri amanti del cine, li guardano al cine, ogni volta che ne hanno la possibilità. Santo MoMA me ne dava la possibilità.
Ho sperato che non avesse altro da ribattere perché l’iper-zen non è illimitato.

Ma capisco Bob. Insiste perché gli piace avermi lì, condividere con la sua cerchia l’esotica che si è scelto per coinquilina. E sono ben lieta di essere condivisa. Ma quatttro ore di Super Bowl, è un prezzo altissimo da pagare. L’esotica passa a nevrastenica.
Il fatto è che non si può parlare molto, durante la partita. O meglio, si cominciano i discorsi, ma poi vengono interrotti sistematicamente dal gioco. E a me fa tristezza, una tristezza leopardiana, vedermi morire in mano incipit di discorsi interessanti per mano di un touchdown, o di una pubblicità da milioni di dollari.

Tutto va come da programma — raggiungo casa verso le 8:15 pm, il Super Bowl cominciato da un paio d’ore — ma la Provvidenza, ahimè, mi ha punito. Ho fatto la fine dei Malavoglia!
Le due ore e 28 minuti di “Poetry” sono state due ore di puro supplizio: il film si è rivelato una cannata, il tipico film da Cannes — aveva vinto la Palma d’Oro nel 2010 — che piace alla critica e frustra il pubblico.
Precisazione linguistica: una cannonata è un successo riconosciuto, una cannata è un errore premiato sulla Croisette.

Quando arrivo a casa, trovo molta più gente dell’anno scorso. Una ventina di persone, o forse di più.
Un po’ di invitati, soprattutto donne, sono in cucina. In sala, davanti al maxi schermo che Bob ha fatto scivolare fuori dalla sua camera, gli invitati dappertutto. Seduti su divano e poltrone, sedie, in piedi. Due sono persino sdraiati — I mean, sdraiati, non accucciati o ranicchiati — sul pavimento. Questo non tanto per eccesso di sciallo, ma per non impallare la visuale a quelli seduti sul divano.
Io non sono una talebana che ha sostituito “Il Galateo” al Corano, ma lo svacco sul pavimento, impallo o no, non s’ha da fare.
Faccio finta di niente e mi getto nella mischia. Parecchi li conoscevo dallo scorso anno, ma tanti sono nuovi.
Stringo mani, regalo sorrisi.

Sono tutti Upperwestsiders della specie highbrows. Intellettuali. C’è di tutto. Professori della Columbia, giornalisti del New York Times, scienziati, medici. C’è persino un angolo di Broadway con Eleanor Bergstein, regista, produttrice, scrittrice di teatro, nonché la penna da cui uscì la sceneggiatura di “Dirty Dancing” — chissà quanti l’avranno tormentata negli anni proponendole “nessuno mette Baby in un angolo”, quindi ho preferito non unirmi ai chissà quanti, anche se la tentazione c’è stata.
Sono tutti dei PhD, ma anche degli inguaribili sportivi — e badate, vanno dai quaranta agli ottant’anni. Il sabato si trovano a Central Park, in tarda mattinata, e giocano a football. Poi si concedono un brunch, e credo sia il pezzo forte che tutti attendono. Ho sentito dire che è un ritrovo molto ambìto. Farne parte è un lusso.
Bob mi chiede spesso di “join in”. Io ogni volta dico che il football non è sport per italiani. Quanto al brunch, non è sport per me.

Tornando al Super Bowl. In questa edizione rivisitata della morra cinese “Football batte Fruner”, so che devo mantenere brevi le risposte, e non fare domande troppo complesse.
C’è un signore distinto seduto sul divano. Scoprirò che ha ottantadue anni e che si chiama John Maniscalco. Maniscalco!
Potrei ammazzare per un cognome dal suono così nobile dentro un guscio così fabbro.

“So you are really from Italy?”, mi chiede.
Eccerto che sono davvero dall’Italia.
“Molto piacere”, mi dice, sfoggiando un italo-americano alla Joe di Maggio.
Passa all’inglese e mi chiede da dove.
Io gli dico, dal profondo nord.
“Ah il nord! Tutti ricchi!”. Io rido. Immagino che fra un po’ inforcheremo le nostre Vespe e andremo a sprofondare le nostre teste in un piatto di spaghetti al pomodoro…
Mi dice che suo nonno are originario dalla Sicilia.
Mi chiede dove, di preciso, dal Nord. Qualche mese fa era stato in vacanza… E mi mostra, sul cellulare, la foto del museo di Otzi, di Bolzano.
No way!, esclamo io, incredula, fra tutti i musei d’Italia, Otzi — mai visto, peraltro.
Gli spiego che Trento è a un tiro di schioppo.

Mi racconta, in versione Bignami, la storia della sua famiglia. La tipica storia italo-americana.
Il bisnonno arrivò a Ellis Island. La bisononna, no. Aveva un’infenzione della pelle, quindi, furbissima, non partì con lui. Sapeva che l’avrebbero respinta. Allora aspettò quattro mesi e poi partì. Si ricongiunsero, e cominciarono la loro vita qui.
“Can you speak Italian?”, gli chiedo
“No”, mi confessa con rammarico.
Mi spiega. Gli italiani erano visti e trattati malissimo a New York in quegli anni. Gliene dicevano di tutti i colori, e gliene facevano di ogni sorta. I suoi nonni non volevano che i loro figli parlassero l’italiano: era un modo per proteggerli. Quindi parlavano l’italiano fra di loro, ma non con la prole.
I suoi genitori fecero lo stesso con lui. Non gli insegnarono mai l’italiano, ma lui lo sentì volare per casa. E se hai qualcosa che ti vola per casa, un po’ ti rimane sempre addosso.

Questo accade ancora oggi. Luke, un mio studente al Mercy, ha una nonna siciliana. Lui non capisce niente di cosa  dice lei in dialetto siculo, e lei non capisce niente di cosa dice lui in italiano storpio —l’italiano dei miei studenti può dirsi così, storpio.
“I can’t understand a word my nonna says. She gets so mad at me…”
E a me par di vederla, questa siciliana, rattrappita e scura sul suolo americano, incavolarsi con il nipote yankee, come solo le siciliane sanno incavolarsi.

Finalmente la partita finisce. A quanto capisco non è stata un granché. I Patriots del New England hanno vinto per l’ennesima volta.
Se non c’è game, it’s lame, dico io.
Gli ospiti fanno tutti per andarsene appena fischiata la fine. E questa è una cosa che mi sconvolge sempre. Nel momento in cui si potrebbe parlare, scatta il fuggi-fuggi.
Ma cavolo.

In extremis, mi presentano James, il “disaster guy” del New York Times.
Me lo presentano proprio così.
Disaster guy.
“I cover disasters”, mi spiega, con una risata.
Bob mi dirà, l’indomani, che James ha un PhD in astrofisica preso a Princeton, che è stato corrispondente da Baghdad per cinque anni e che ha coperto l’11 settembre, dall’11 settembre 2001, per tutti i due anni successivi.
Tantissima roba dolorosa.

Sentendo che sono italiana, James mi racconta di essere stato a capo dell’inchiesta sul crollo del Ponte Morandi, lo scorso agosto. Di essere andato a Genova, di essere rimasto in Italia per dieci giorni a investigare sulla tragedia, e aver messo insieme la ricostruzione dell’accaduto, documentandola per filo e per segno grazie alle registrazioni di una telecamera di sicurezza, e varie testimonianze raccolte in corso d’opera.
Io mi sento già dentro un film. “Spotlight”, kind of.
Dalle sue parole, e dalle mie domande, mi faccio un’idea di come lavora la macchina del New York Times.
Innanzitutto si muovono in frettissima. Poi si avvalgono di personale sul campo: hanno una corrispondente italo-americana fissa in Italia. Poi, quando c’è bisogno, arrivano dove vogliono, in tempo zero.
Una squadra di Batman, insomma.

Hanno scovato Carmelo Gentile, professore al Politecnico di Milano, che aveva predetto la sventura mesi e mesi prima del crollo del ponto, e nessuno gli aveva dato retta. Praticamente una Cassandra. James e il suo team si sono precipitati a Milano a intervistarlo, hanno messo insieme i pezzi, e se ne sono usciti con questo po’ po’ di articolo — se siete scomodi con l’inglese, l’hanno pure tradotto in italiano
Più che un’accurata inchiesta giornalistica, un vero e proprio rapporto di carattere ingegneristico, investigativo, sociale, umano.
Chapeau.
James spende parole di elogio per i pompieri, gentilissimi: hanno permesso al loro fotografo di salire sulla loro gru e scattare le foto per il pezzo senza batter ciglio.
Parlavano inglese?, chiedo io.
Not a single word, risponde lui.
Io annuisco.
Alcune certezze è bene averle.

Si fruga il cervello per dirmi il nome tecnico del cavo che regge un ponte sospeso, e attorno a cui hanno scritto il pezzo. Non riesce a farselo venire in mente in italiano.
Io lo rassicuro, non importa — non lo so nemmeno io, madrelingua! Ma la dimenticanza gli dà grande noia, si vede.

Mi racconta dell’esperienza con trasporto, ma anche sangue freddo. Si vede che lo fa di mestiere. Si vede che è passato per l’11 settembre.
“Appena abbiamo sentito la notizia ci siamo precipitati. C’era molta confusione quando siamo arrivati. Nessuno sapeva niente, e noi volevamo capire”.
Aggiunge, “We just wanted to see through things… Also because Italian newspapers aren’t really serious, are they?”
Risatina.

Ed è in quel momento, Moviers, che ho sentito il male. Quello misto alla vergogna, al desiderio di sparire.
Non so se sono rimasta interdetta più per la verità che stava semplicemente rimarcando — i giornali italiani non sono seri — oppure per la superiorità inconscia con cui commentava il giornalismo di un intero paese, senza conoscere quel paese se non per averci passato dei giorni da inviato, ma non certo per averlo vissuto degli anni.
Sul mio viso ho sentito tutte le sfumature del rosso farsi strada, dallo scarlatto vergogna, al fuoco rabbia, al rosa decompressione.
Non sono stata in grado di ribattere alcunché. Avrei potuto dire, va be’, non facciamo di tutta l’erba un fascio, via. Abbiamo pur sempre Il Sole 24 Ore — per quanto, lo scorso anno, a un passo dalla bancarotta… Abbiamo pur sempre La Repubblica, Il Corriere della Sera — per quanto più o meno apertamente schierati… Insomma, non siamo solo Il Giornale, Libero, e il Fatto Quotidiano…
E poi dove li mettiamo Montanelli, Biagi, Bocca, Scalfari?
Ma capisco da me che evocare la storia del giornalismo italiano è una tesi che non regge. C’entra come i cavoli a merenda.
Il punto è un altro.

Non ho detto nulla perché, in realtà, non so bene la mole di marcio in Normandia che si cela dietro le nostre testate. Ho sempre preso il giornalismo con le pinze, con estrema cautela. E questo più per ragioni legate al genere in sé che alla politica — la politica aggiunge benzina sul fuoco.
Il giornalismo è cronaca, racconta quello che succede nell’immediato presente. Un’operazione difficilissima. I fatti freschi sono quelli più ardui da mettere in fila con obbiettività. Fare il giornalista è uno dei mestieri più complessi dello scrivere. Da come imposti un periodo, dall’aggettivo che scegli, dai dettagli con cui decidi di alimentare un pezzo, e che decidi di omettere, tu muovi il pezzo — e con lui, il giudizio del lettore — in una direzione piuttosto che in un’altra.
Quindi se un giornalista che lavora da più di vent’anni al NY Times mi dice che i giornali italiani non sono seri, io entro in modalità “esame di coscienza” e infilo un silenzio stampa che perlomeno mi ripara da commenti fuori luogo.

Però c’è un però da dire. Io potrei anche lavorare alle Nazioni Unite da quarant’anni. Avere un’esperienza nella gestione governativa tale da far da consulente alle maggiori società di consulenza intragovernative. Potrei anche scrivere da più di vent’anni per il NY Times e aver coperto una tragedia di proporzioni epiche come il crollo delle Twin Towers. Ma trovandomi davanti a un cittadino di uno stato nel quale mi sono trovato a lavorare, io non mi permetterei mai di dare un giudizio così categorico, così generalizzato, del lavoro di quel paese. Never ever ever.
Da quella domanda retorica — Italian newspapers aren’t really serious, are they? — ho sentito grondare “We Americans do it better”. Orgoglio stelle-e-strisce.
Forse sono io troppo suscettibile. Forse dovrei rassegnarmi al fatto che davvero, in certe cose, Americans do it better. E senz’altro il giornalismo fa parte di quelle cose.

Vedasi, in effetti, quanto segue.
James è andato avanti a spiegarmi che il NY Times ha una parte della redazione che si occupa esclusivamente di dare agli articoli quel “NY Times flavor”, quel tocco che è tipico del NY Times.
Ovvero?, chiedo io.
Per esempio, il NY Times non usa il verbo “to convince” — troppo colloquiale. Il verbo “to convince” viene sempre sostituito con “persuade”.
Oppure ci sono gli addetti ai titoli, perché è opera difficile pigiare quanto più possibile in un titolo, renderlo accattivante e memorizzabile.
Ed è giusto investire su chi sa farlo bene.

È veramente arrivato il momento di andare. James mi saluta, cordiale, sorridente, astrofisico, giornalistico.
Dopo qualche minuto, lo vedo ricomparire.
“Strallo”, mi dice, trionfante, in italiano.
Io lo guardo perplessa.
“‘Strallo’ is the name of the cable that supports a cable-stayed bridge”.
Il nome tecnico per il tipo di cavo che regge un ponte sospeso.

Damn it!
Americans do it better.
 
Questa settimana sono stata all’AMC sulla 68esima and Broadway a vedere “Cold Pursuit” del norvegese Hans Petter Molland. In italiano uscirà fra una decina di giorni con il titolo “Un uomo tranquillo”, e vi prego di segnarvelo perché, così come “Arctic” la scorsa settimana, questo è un imperdibile della nuova stagione cinematografica.

Sono andata a vederlo sostanzialmente per due motivi.

1) Il protagonista è Liam Neeson. Oltre a stimarlo da sempre come attore, ho incontrato Liam quattro volte, correndo a Central Park. Io corro, lui cammina veloce, di solito accompagnato da una donna. La cosa singolare è che l’ho incontrato due giorni, due volte lo stesso giorno. L’ho visto una volta, poi entrambi abbiamo percorso il loop del parco nel senso opposto, e l’ho rivisto dall’altro lato del parco. Non ci sono dubbi che fosse lui. Era proprio lui. Alto altissimo. Slanciato, un filo emaciato in volto, come ci piace.
Bello sapere di correre nel parco e poter incontrare Liam. 🙂

2) Liam è stato protagonista di un fatto increscioso. In un’intervista, qualche giorno fa, ha raccontato che una cara amica gli confessò, anni addietro, di aver subito una violenza da parte di un uomo di colore. Liam, preso dalla stessa furia cieca che prende anche il protagonista di “Cold Pursuit”, ha dichiarato, candidamente, che gli era presa la voglia di uscire per strada e ammazzare ogni nero che gli capitava a tiro.
Adesso, tutti capiamo che si tratta di un’iperbole, e non di una minaccia razzista nei confronti di tutti gli afroamericani d’America, giusto?? Ebbene, non potete immaginare la polemica che è montata qui! È montata a tal punto che il lancio del film, con tanto di red carpet e interpreti previsto qui a New York, è stato annullato. A nulla sono valse le spiegazioni di Neeson e le sue scuse.
A volte qui si raggiungono livelli di razzo-fobia inquietanti.
Spero che il clamore sollevato dall’episodio, giochi a favore del film, perché il film, si merita tutto il pubblico possibile.

Innazitutto va detto che “Cold Pursuit” è il remake per il pubblico americano — e poi europeo — del norvegese “In ordine di sparizione”, sempre dello stesso regista, Molland, che avevamo avuto la fortuna di vedere al Trento Film Festival di qualche anno fa.
In questo remake, Molland affina il tiro e decide di colorare tutto il paesaggio innevato del set con il nero della black comedy, ma senza dimenticare le tinte colorate di un’ironia che pervade tutto il film.

È principalmente un revenge movie, un film di vendetta, e come tale, affonda le radici nel western storico di Penkimpah e dintorni, ma dato che siamo nel 2019, saccheggia abbondantemente Tarantino e i fratelli Coen, senza tuttavia scopiazzare nulla. Fa come fanno i bravi artisti che interiorizzano la storia dell’arte, e poi se ne escono con qualcosa di nuovo tutto loro, e nella loro opera si rivedono, in qualche modo i maestri, ma non in termini di plagio o scimmiottamento.

Siamo a Kehoe, una cittadina-ski resort tipo Madonna di Campiglio, sperduta sulle Rocky Mountains del Colorado, a tre ore da Denver. Il protagonista si chiama Nels Coxman e guida lo spazzaneve per rendere agibili le strade del paese e l’arrivo dei turisti.
Uomo senza macchia, Nels riceve anche il premio per il miglior cittadino dell’anno di Kehoe. Le macchie cominciano a chiazzargli coscienza e fedina penale dopo l’assassinio dell’unico figlio, ucciso per meschino divertimento da una manica d’imbecilli della zona.
Da quel momento, la vita di Nels cambia bruscamente. Per vendicare la morte del figlio, si mette sulle tracce dei responsabili, e li fa fuori uno per uno, con l’intento di arrivare in cima alla piramide.
Più inconsapevolmente che consapevolmente, Nels avvia una guerra tra due grossi narcotrafficanti dello stato, il Vichingo, villain di quelli insopportabili — una specie di cumenda milanese tutto elegante, spocchioso, figlio di papà — e il nativo americano White Ball, saggio spietato, ma dalla faccia tenera tenera.

Abbiamo detto che “Cold Pursuit” è principalmente un revenge movie. Principalmente perché tutto ha inizio dalla vendetta di cui ha sete Nels. Ma quella è più una scintilla iniziale che accende un incendio molto più grande di quello che lui o il pubblico si aspetta. Ed è proprio questo, a rendere il film una continua rivelazione. L’inaspettato continuo, e l’umorismo nero che accompagna ogni singolo colpo di scena. È come guardare “Pulp Fiction” da un bar di Fargo, con un grande Lebowski per compagno. Tutto è circonfuso di demenzialità coeniana, e di splatter tarantiniano. Gli scagnozzi di Viking sono gay che si amano di nascosto, oppure balordi con nomi da fumetto — Speedo, Limbo, Santa Claus — e quelli del nativo americano White Ball sembrano dei ragazzini scemi, fotocopie dei grulli fratelli Dalton in “Lucky Luke”.
L’ambiente non ha nulla della cartolina che “ski resort tipo Madonna di Campiglio” potrebbe far pensare. Il paese è sepolto sotto metri di neve. Nels abita in the middle of nowhere mountain, e gli hotel a sei stelle, tipo il Moncler Resort che ospiterà il gran capo White Ball, sono popolati dalla fauna di turisti che popolano di solito le Aspen di tutto il mondo, e qui il regista, in un unico piano sequenza sui visi dei clienti in attesa nella hall, ci regala un’istantanea del nostro contemporaneo vacanziero versione invernale. Sciatori maniaci, sciatrici una tantum solo per indossare l’outfit da sci, teenager sovrappeso annoiati. Anche solo questa carrellata vale il biglietto.

E sempre l’ambiente, che è tutto fuorché accogliente, è memore del tarantiniano Wyoming con la Locanda di Minnie in cui transitano gli Odiosi Otto, gli Hateful Eight, sprofondato in una neve infinita. Una neve dell’anima, direi se non mi si scambiasse per Marzullo.
“Cold Pursuit” funziona dall’inizio alla fine, in un crescendo di comicità dark che non ti aspetti all’inizio — nonostante certe ilari avvisaglie: una barella che impiega minuti ad essere issata, e su cui riposa il cadavere del figlio di Nels, oppure il montacarichi di un camion carico di cadaveri.
Non te lo aspetti perché il film comincia con il quadretto felice —Nels, moglie, figlio — che viene infranto quasi subito. Il figlio muore e la moglie se ne va di casa, facendo trovare a Nels una busta. Il biglietto, dentro la busta, comicamente-coenianamente lasciato in bianco.

Allora, abbiamo detto, andate a vederlo. Non rimarrete delusi.

E anche stasera abbiamo fatto una certa. Dovrei essere più stringata. Dovrei, ma non è che devo
😉

Ringraziamenti vivissimi, Frunyc IV aggiornato con le foto della mostra — la prima! — su Lucio Fontana al MET Breuer, e saluti, stasera, penosamente cinematografici.

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Freddo, Fellows,

evitare di parlarne sarebbe come ignorare l’elefante nella stanza, che è un detto molto popolare qui per indicare una questione ingombrante di cui però si vorrrebbe far finta di niente — non riesco a dire, in tutta onestà, se la indichi anche in italiano, oppure se l’italiano si limiti all’elefante nella cristalleria, e io stia sovrapponendo pachidermi metaforici.

So che in Italia l’ondata di gelo che ha spazzato gli USA è stata descritta con tutto l’allarmismo di cui solo Studio Aperto è capace — ho ricevuto molti messaggi allarmati in questi giorni. Ma va detto che la situazione è stata davvero allarmante. Più che altro nell’upper Midwest.

Quando ero stata a Chicago, nel giugno del 2014, avevo incontrato una temperatura tutt’altro che estiva. Mi ero detta, se lo zefiro è così sbifido a giugno, figuriamoci cosa dev’essere l’inverno… E infatti, figuriamocelo.
I locals mi avevano spiegato che il vero problema è il lago Michigan che permette al vento di scaraventarsi contro la città direttamente dall’Antartico ―il Canada purtroppo non aiuta, con quella carestia di montagne che si ritrova. Allora, da dicembre a febbraio i poveri abitanti si infilano tre strati di vestiti e cronometrano il tempo in cui rimangono fuori casa.
Credo di avervi già detto che lì vale la regola dei 18 secondi: l’essere umano non vestito con i tre strati resiste 18 secondi. Se si sfidano i 18 secondi, non si vince nessun premio. Si perde, conoscenza. Ma potete contare sui cops che fanno la ronda per assicurarsi che gli abitanti non svengano mentre sono per strada.
Quando una commessa mi aveva spiegato questa pratica, io, cretinetti che sono, avevo riso — 3 strati, 18 secondi, svenimenti e poliziotti buoni? Ma cos’è? E.R. incontra i Chips??
Ricordo perfettamente il negozio in cui ero, e il viso di lei farsi serissimo davanti alla mia leggerezza.
“I am serious”, ricordo che ribadì.
Ed era proprio serious.

Quindi sì, a Chicago il freddo è una faccenda seria. Sarà forse per questo che la stazza di tanti abitanti è così adiposa: stabilità contro il vento e uno strato protettivo aggiuntivo contro i rigori invernali. Non ho mai visto in vita mia persone così mastodontiche come quel giugno a Chicago.

Ma non si tratta solo di Chicago, che se avete modo, andateci — in piena estate — perché merita tutti i passi che i vostri piedi avranno in cuore di percorrere, vista l’estensione che la rende sorella di Los Angeles.
Di questi giorni polari, mi è rimasta impressa la storia di Ali Gombo, un ventiduenne di Rochester, Minnesota.

Ali torna a casa alle 2 e mezza del mattino, dopo una serata al pub con gli amici. Non trova le chiavi di casa, allora batte sulla finestra per svegliare la sorella, farsi aprire, come fa di solito quando scorda le chiavi.
Ma sono le due e mezza di notte. C’è vento forte. La sorella dorme, non sente.
Il vicino di casa, tuttavia sente qualcuno chiamare una volta. Una volta sola, poi più nulla, e pensa okay, nothing to worry about, torno a letto.
Al mattino, hanno trovato il corpo assiderato di Ali.
A una temperatura di -30 con un vento forza 40 ti è concesso solo un tentativo.

Per qualche strana ragione, Ali indossava solo una felpa.
E qui dovremmo scrivere un trattato psico-attitudinale su come gli abitanti di America e Regno Unito, considerino la felpa alla stregua di un giaccone Goretex. Nel Regno Unito in modo particolare, ragazzi e ragazzi se ne vanno in giro con questo felpino da nulla, e i guanti, quando nel felpino non ci sono tasche dentro cui infilare le mani — e non tanto per cercare del caldo, quanto piuttosto per liberarsi dall’impaccio delle braccia — e affrontano il gelo così.
Col felpino.
Intorno allo zero, questo potrà anche consentirti la sopravvivenza, ma a -30 con un vento forza 40, ti scrive “assideramento” sul certificato di morte.

New York sta al Midwest di questi giorni come Palermo sta a Cuneo. Non che questa proporzione renda il suo gelo meno doloroso, intendiamoci.
Giovedì scorso siamo precipitati fra gli aghi del -15. Lo scenario tutt’intorno cambia completamente. Le strade sono bianche, bianchissime. Burroughs, nel suo delirio creativo che fu “Pasto nudo”, ci avrebbe visto delle piste di coca da leccarsi i baffi. Devo ancora capire bene dove finisca il sale e dove cominci il ghiaccio. Ma è un dettaglio di poco conto.
Di tanto conto è il cielo, il livello di nitore è talmente alto che tutte le rare fotografie che scatto sembrano prodotti usciti da photoshop, i colori saturissimi, siano essi il cobalto di un mezzogiorno o l’arancio fuoco di un alba, di un tramonto. È come vivere in un manga giapponese. Ma siamo in pieno occidente. Il ché disorienta.

Poi c’è la rarefazione dell’aria, che la rende pressoché alcolica. Si cammina e si beve gin fatto in casa, quello che contrabbandavano nel Proibizionismo e che ti mandava in fretta al creatore. Un fuoco bianco ti sta addosso: si ha freddo, ma al contempo si brucia. La pelle delle gambe, del viso. È una sensazione elementare, primitiva, in cui il tempo ti strattona, prepotente. Non c’è modo di contemplare alcunché, si è comandati dalla necessità di raggiungere la propria meta al chiuso il più presto possibile.
È un diktat a cui mi sottometto molto malvolentieri. Le strade di New York sono il mio belvedere. Di solito mi fermo, rimiro, mi chino e fotografo qualche piccolo oggetto che trovo per terra, oppure guardo su e trovo un panorama nuovo, un cornicione mai visto, un patchwork di edifici che mi ricorda ogni volta che NY, con i suoi innumerevoli cambi d’abito, le sue metamorfosi pressoché giornaliere, mi sfuggirà sempre. Lei fugge, io seguo. Di solito, con me funziona il contrario: sono io a fuggire.
Serves me right.

Il freddo uccide la contemplazione, inibisce l’esplorazione. L’ignoto finisce tra le grinfie del domestico.
Vista l’inconfutabilità di quanto sopra, sto provando a manomettere il sistema, e vedere cosa ne esce. Sto cercando di camminare il più possibile all’aperto. Di capire se il mio corpo si ostinerà a ribellarsi al gelo esterno, oppure se, a un certo punto si farà più duttile, se si modellerà attorno ai rigori di questo inverno. In poche parole, sto testando l’elasticità del mio fisico. Per risolvere un quesito.
Il fatto che in estate sia così flessibile, e sopporti temperature altissime con dignità, e in inverno sia così refrattario a spingersi oltre, sarà da imputarsi alla natura intrinseca del caldo e del freddo, oppure sarà una questione di semplice abitudine del mio corpo? Di pigrizia?

Quindi sì, sto camminando New York City in lungo e in largo, mentre i marciapiedi sono più deserti del solito, e i pedoni imbaccuccati che si vedono, puntano al prossimo bar, al prossimo negozio, alla prossima porta. Io mi caccio la sciarpa davanti alla bocca, non scordo più il secondo paio di guanti — been there, done that, rischiando la caduta libera di troppe falangi — e cerco di fare dei tratti a piedi mentre di solito prendo la metro.
Il problema nuovo più grande riguarda gli occhi. Non il fastidio a livello superficiale, la brezza italiana che te li fa lacrimare in una giornata particolarmente ventosa. Qui è proprio male dentro, dentro nei bulbi oculari. E non è che puoi coprirti gli occhi, devi pur vedere dove cammini.
Ho sentito questo dolore mercoledì, giorno in cui sono andata Upstate NY al Mercy College, e giovedì, con -15.
A un certo punto ho dovuto fermarmi, proteggere gli occhi dietro le mani, come quando si guarda “Shining”.
Ecco quel dolore lì, è stato un dolore nuovo.

Ma il freddo non è solo fisico.
È anche politico.
Atterrata a Newark, il 20 gennaio scorso, mi metto in fila per passare la dogana.
Da quando ho il visto per “alieni straordinari” non temo più quel momento. Anzi, quasi quasi non vedo l’ora di avvicinarmi al cubicolo dell’ufficiale di turno per vedere se è gentiluomo e mi dà il “welcome back” come era successo quando ero rientrata dalla Spagna, lo scorso agosto.
Non ho fatto i conti con il rigore politico che Trump sta contribuendo a diffondere.

Davanti a me c’è una ragazza cinese. Non si ferma negli USA. Sta semplicemente transitando per il paese per fare ritorno in Cina.
L’ufficiale le fa il terzo grado.
Io guardo gli altri 47 sportelli, e mi chiedo, proprio a quello con il braccio duro della legge dovevamo capitare io e questa povera ragazza cinese?

È il mio turno. Appena dico che lavoro come professore, vedo che gli si accende un campanello d’allarme.
“Lavoro”.
Errore mio, il primo di molti.
“Work” rientra nella lista “parole pericolose”.
Riprende il terzo grado esattamente da dove l’aveva lasciato con la cittadina cinese.
Commetto l’errore numero due.
Dico che scrivo, che sono anche una poeta.

Nella mente del personale dell’Immigrazione, le coesistenze non sono ammesse. Il loro è il mondo dell’aut aut, o o, non e e.
“So are you a teacher or a poet?”.
Io vorrei tanto chiedergli, e tu, fai l’ufficiale o tifi per i Mets?
Forse capirebbe che la nostra identità è multistrato come l’hamburger che si è mangiato a pranzo.
Io spiego che faccio entrambe le cose.
“Dove?”
“FIT e Mercy College”
Errore numero tre.
“Two places? Why two places?”
Si mette a digitare chissà cosa nel computer.
Io provo a spiegare. Comincio ad agitarmi.

Quella agitazione lì, è l’agitazione di tutti gli immigrati che si sentono ispezionati da capo a piedi, non importa se con uno speculo o un computer, nel 1911 o nel 2019. Il sudore che senti sotto le ascelle. Il cuore che prende a correre, il calore dell’ansia a montare —un’onda rossa da cui non vuoi farti travolgere.
È tutto uguale, non è cambiato nulla.

Mi fa domande in un inglese strettissimo della Virginia, o di uno Stato del Sud, che stento a capire. Gli faccio ripetere le domande, e questo lo stizzisce.
Vedo tutto come se fossi un regista dietro la cinepresa della realtà: io sono la protagonista, ma non l’attrice. Questo non è un film.

Mi chiede di mostrargli la “petition”.
Al ché io sento il pavimento polverizzarsi sotto i miei piedi.
Il mio visto prevede che un avvocato scriva una “petition”, un documento molto pompato in cui ti descrive come una Fabiola Gianotti post-CERN e pre-MIT.
Mai prima d’ora, in nessun aeroporto degli USA — JFK, La Guardia, Newark, Miami— mi era stato richiesto di esibire la “petition”. Non mi è mai stato detto di dovermela portare appresso.
Glielo dico.
“From now on, always travel with your petition with you”, ordina.
“It will make my job easier”, chiosa.
I don’t care a fuc*ing sh*t to make your job easier, you prick, è la risposta che mi riempie la bocca, e il gusto di queste parole è così dolce che vorrei proprio condivederlo con lui.
Ovviamente devo ricacciarle indietro tutte, una per una.

Mi lascia andare, pregustando il prossimo sventurato da torturare.
Una volta a casa, racconto l’accaduto a Bob, che è in cucina con un’amica.
Mi dicono che durante quegli ultimi dieci giorni hanno inasprito i controlli negli aeroporti di New York. Era su tutti i giornali.
L’ho provato sulla pelle.
Tra freddo fisico e freddo politico, il secondo è senz’altro il più molesto.

Per rimanere in tema… Ieri sono andata all’Angelika Film Center per vedere “Arctic”, di Joe Penna. Un film che no, non ha proprio a che fare con i tropici… L’ho scelto sia per coerenza climatica con il mondo là fuori, che per grandissima ammirazione verso il protagonista, l’attore danese Mads Mikkelsen, uno dei migliori interpreti che abbiamo al momento in Europa, e sulle spalle del quale tutto il film poggia. Quando a Hollywood si accorgeranno veramente di lui, non lo faranno più tornare a Copenhagen.

Presentato all’ultimo Festival di Cannes, “Arctic” si inserisce nel filone letterario-cinematografico della sopravvivenza. Da “Robinson Crusoe”, a “Il richiamo della foresta”, da “Alive”, “Castaway”, “The Revenant”, a “Open Waters”, allo splendido “All Is Lost, tutto è perduto” —con un incredibile capitano Robert Redford disperso in barca in mezzo all’Oceano Indiano — la fascinazione che attira il lettore-spettatore verso storie di umana lotta contro la natura non invecchia mai, non finisce mai fuori moda.
Sono racconti epici, che potrebbero a ogni buon diritto sedere accanto alle Upanisad, a Gilgamesh, ai Cavalieri della Tavola Rotonda. Sono storie di eroi, ma questi eroi sono umani, non sono divini. Per questo ci piacciono tanto. Sono come noi. Ci identifichiamo. Li ammiriamo, li disprezziamo anche. Fondamentalmente, li capiamo.
Il regista brasiliano Joe Penna, alla sua opera prima, ha saputo sfruttuare questo terreno che personaggio e spettatore condividono, ha aggiunto pochi selezionatissimi ingredienti, e ha cucinato un film che spero tutti voi Moviers, anche quelli più intellectual, più Nouvelle Vague, andrete a vedere. Passerete un’ora e mezza sulle spine, a penare, e pronti a schizzare davanti a due colpi di scena che oh-boy sono incastrati ad arte nel film.

C’è un uomo solo in una landa innevata di un paese nordico che potrebbe essere l’Islanda, la Groenlandia, il Circolo Polare Artico. Qualsiasi posto con molto ghiaccio, molto vento, molta voglia di non metterci mai piede.
Capiamo subito che quest’uomo, Overgård — il nome scritto sull’etichetta del giaccone — è l’unico sopravvissuto di un incidente aereo. Probabilmente è egli stesso il pilota del piccolo velivolo che è diventato il suo rifugio.
Passa le giornate a pescare pesce, mangiare sushi (!) e a mandare segnali radio da un aggeggio a manovella che emana tenerezza, più che veri e propri segnali radio.
La sua routine da survivor viene stravolta completamente quando un elicottero si accorge di lui. Immaginate la felicità di Overgård. Finalmente salvo!
Purtroppo però Overgård non ha calcolato il fattore tempesta di neve, che l’elicottero non riesce a domare, schiantandosi al suolo. Sciagura su sciagura. Tutti i membri dell’equipaggio muoiono nell’impatto. Tutti tranne una giovane donna, che riporta un brutto taglio all’addome.

Da quel momento in poi, per Overgård cambia tutto. Non c’è solo lui da portare in salvo. Adesso c’è lei a cui badare. Il piano è quello di lasciare il “campo base” del suo aereo caduto, e, armato di una mappa trovata sull’elicottero — una mappa più dai tratti waltdisneyani che geografici — Overgård decide di prendere in mano la situazione, attraversare la landa artica battuta da venti micidiali, e portare la ragazza a un rifugio, a molte miglia ghiacciate da lì.

Comincia dunque il viaggio della speranza. La ragazza moribonda sdraiata su una barella, la barella carica anche di altri arnesi, allacciata alla vita di Overgård, e Overgård che tira il tutto. Con il vento di Chicago e le tempeste di New York tutt’intorno.
Ovviamente non c’è solo il maltempo. Ci sono anche degli orsi polari, e dei crepacci, e dei massi che incidono tagli profondissimi nei polpacci dei poveri Overgård…

Sarei meschina se vi raccontassi il finale, quindi taccio. Ma parlo a ruota libera in primis sulla monumentale interpretazione di Mads Mikkelsen, che pronuncia si è no quattro parole in tutto il film, ma parla con ogni singola ruga, movimento, lacrima, silenzio. L’autenticità di cui è portatore lo rende umanissimo, tenerissimo, in tutta la sua eroica impresa sul filo del fallimento.
A un certo punto, capisce che non riuscirà a trascinare la barella con la ragazza su per pendio di rocce. Ci prova e ci riprova, ma non ce la fa. L’alternativa è prendere una strada cinque volte più lunga.
Certo la ragazza è in fin di vita… Non reagisce più… Forse è il caso di proseguire da solo… Overgård l’abbandona.
Ma dopo essere precipitato in un baratro di senso di colpa dalle fattezze geologiche, ed essersi procurato quel taglio di cui sopra, capisce che non si lascia un essere umano da solo all’inferno. Ci si prova in due, a farcela. E se non ce la si fa, fine, fain, si muore in due.
A riprova che l’uomo ha qualcosa che va oltre il belluino mors tua vita mea.

Tra i tanti aspetti che mi sono piaciuti di “Arctic”, la distanza che il regista prende dai cliché che avrebbero fatto del film l’ennesimo “Castaway”: un tripudio di flash-back, in modo da inserire il personaggio in un passato doloroso e accattivarsi i cuori degli spettatori. Joe Penna sceglie la via più impervia. Lascia l’analessi là negli anni ’90 e ambienta il suo film in uno — spietatissimo — bianchissimo eterno presente in cui non sappiamo nulla di Overgård, in quali circostanze è finito lì, se tiene famiglia.
Questa è una gran lezione di cinema: non abbiamo bisogno di back&forth, di avanti-indietro temporali: ritorniamo ai gesti base per estrapolare l’umanità di un uomo. La sua forza, la sua tenacia. I gesti di Overgård, non si scordano più. La cura con cui tratta la ragazza, ma anche il modo in cui prova momentaneamente il risveglio dei sensi quando trova una confezione di noodles nell’elicottero — noodles dopo mesi di sushi! — oppure quando trova un accendino e può scaldarsi le mani su un fornelletto, assaporare un brodo caldo.

Il rigore stilistico del regista si esplica anche nel rifiuto di uno sguardo che maternizza o demonizza la natura.
La natura è indifferente, ostile nella sua ostile indifferenza, ma non buona o cattiva. Non c’è un indugiare su spettacoli naturali, piane innevate da National Geographic, non c’è l’esaltazione o la mitizzazione del Grande Nord.
“Arctic” ci mostra che la natura fa male, è violenta, bruta, intrinsecamente senza cuore. Che la natura, sostanzialmente, non ha etica.
Non c’è spazio, nel film, per la contemplazione, la ricerca estetica, o lo stupore. Overgård deve salvare se stesso e la ragazza, o almeno provarci. Per riuscirci — o almeno provarci — deve superare gli ostacoli che la natura frappone involontariamente tra lui e il suo risultato. Faticosissimo passo dopo faticosissimo passo. Non è, pertanto, una lotta. È uno scamparla, riportando meno danni possibili: siamo lontani anni luce dall’idea del Sublime Romantico, dello spaventoso come portatore di bello.
In “Arctic” la natura è un insieme di insidie da aggirare, siano esse in forma di plantigrade, gelo o crepaccio.

“Arctic” come meglio di tanti survivor movies mostra che la vita è cocciuta, molto più della morte. E che un personaggio non deve essere necessariamente portarsi appresso un fardello di informazioni per essere credibile o compatibile allo spettatore. Possiamo usare l’immaginazione, no? E questo permette a Overgård di diventare un personaggio universale, che costruiamo attraverso i piccoli grandi gesti che compie.
Un po’ come Santiago di “Il vecchio e il mare”.

“Arctic” è un film per tutti, coinvolgente, sensazionale, dolce, spietato, angosciante, penoso.
Cosa si vuole di più da una pellicola?

E Fellows, anche per stasera è tutto. Frunyc IV aggiornato dove sapete, ringraziamenti sentiti e saluti, polarmente cinematografici.

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