LET’S MOVIE 410 da NYC – commenta “HAIL SATAN?” di Penny Lane

LET’S MOVIE 410 da NYC – commenta “HAIL SATAN?” di Penny Lane

Flora e Miles, Fellows e Moviers,

li ritrovo dopo averli persi di vista per anni.
Sono due personaggi di un romanzo breve di Henry James. Una delle opere migliori mai scritte su questa terra benedetta dalla letterattura e condannata ai social networks.
Magari Henry James lo conoscete, autore inglese della fine dell’‘800, nato a New York e morto a Londra — quale fortunato pendolo esistenziale, dico io. Se studiate letteratura inglese in qualche punto della vostra vita, Henry James incrocia sicuramente il vostro percorso.

I fratelli Flora e Miles sono due personaggi de “Il giro di vite”, ovvero “The Turn of the Screw”. Se siete più per gli adattamenti cinematografici, ne hanno fatti parecchi. Dal più classico dei classici del 1951, al più “ispirato a”, come “The Others” (2001) di Alejandro Amenabar, che fa assai sgomento e propone una piacevolmente spaventosa Nicole Kidman.
Come sono ripiombati nella mia vita newyorkese, Flora e Miles?

Qui devo fermarmi un attimo e dire dell’abitudine che ho ripreso da un paio di mesi a questa parte. Era già in auge in Italia. Poi l’ho smarrita. Poi è tornata.
Le abitudini hanno molto, in loro, del noumeno kantiano.

Mentre corro, o faccio le pulizie, o lunghi tratti in metropolitana — tipo Upper West e Brooklyn, oppure 215esima e Upper West — io ascolto i libri. Classici della letteratura. Grazie ad Alta Voce, piattaforma della RAI che mette a disposizione una bella selezione di testi, letti e interpretati da autori teatrali o cinematografici — da Massimo Popolizio a Toni Servillo, da Iaia Forte ad Anna Bonaiuto.
In Italia ero un’affezionata dell’audio-libro.
Ho impresso nella memoria un mio rientro in bicicletta Riva-Trentoville, con Remo Girone nelle mie orecchie, i capitoli conclusivi de “La peste” di Camus nella sua bocca, le lacrime nei miei occhi.

New York è città delle opzioni. Non smette mai di mettertele nel piatto. E tu, appena arrivata, non puoi far altro che ingozzarti. È l’ordine naturale delle cose. Quindi, come sapete, ho cominciato subito ad ascoltare WNYC, oppure l’hip-hop sulla frequenza 97.7. E poi a fare zapping tra le tante stazioni radio offerte in questo paese composto da 50 stati, e un numero imprecisato di stazioni radiofoniche.

Poi però, ultimamente, mi mancavano, i miei audiolibri. Anche perché New York, oltre a essere la città delle opzioni, è la città delle distrazioni. Spesso, il tempo per la lettura, è cannibalizzato da altri eventi, e ridotto all’osso. Quello per i classici poi, è il desaparecido numero uno.
I classici rimangono sempre in fondo alla lista. Ma dovrebbero essere su, ai primi posti, altroché nuove uscite.
Gli audiolibri ti permettono una gran libertà: agire con il corpo e impegnare la mente. Sono un oggetto del multi-tasker, o meglio, del double-tasker. Due azioni contemporaneamente. Camminare e ascoltare. Correre e ascoltare. Pulire e ascoltare. Viaggiare e ascoltare.  
La seconda, è la mia combo preferita.
Correre e ascoltare.

Quando dico di questa abitudine, la reazione di molti è, ah io non riesco a fare due cose contemporaneamente.
Spesso lo si dice degli uomini: avrebbero delle difficoltà definite “congenite” con la pratica del multi-tasking. Io dico sempre che la genetica non c’entra un tubo, che nessuno nasce imparato in qualcosa. Che la miglior pratica è la pratica.
Dico anche che la tendenza di tutti è distrarsi — anche la mia, che sono una fra tutti. Corri e vedi qualcosa che ti colpisce. Allora la tua attenzione viene deviata. Allora cosa fai mentre l’audiolibro continua la narrazione? Ricominci dall’inizio del capitolo. Lì per lì ti frustra. Ma poi, come con tutto ti abitui, e impari ad apprezzare il riascolto, a ritornare su certi dettagli che magari ti erano sfuggiti.

La gioia che provo durante l’ascolto di un classico mentre corro Central Park, oppure Harlem, oppure mentre la metro mi scarrozza da nord a sud e da sud a nord dell’isola più trafficata del mondo, quella gioia è semplice, basilare. Non deriva da grandi acquisti, da complicati apparati tecnologici o fenomenali incontri. È frutto di una voce e due orecchie. In mezzo, una penna gigantesca che ha scritto parte della storia della letteratura.

Allora in questi ultimi due mesi, ho potuto capire cosa c’è dietro alla sete di vendetta di Edmond Dantes, che tutti, a un certo punto, presero a chiamare “Il Conte di Montecristo”. Oppure ridere con le storie surreali che Gogol dedica al naso, o a un mantello. Oppure stupirmi dell’amore assurdo di Dostojevsky nelle “Notti Bianche”. Oppure finire nel mondo perverso di Anthony Burgess e del suo best-seller “Arancia Meccanica”, sempre ignorato perché quello che Kubrick ha fatto di quella storia ti basta e avanza fino al 2080, ma in realtà il libro ti dà tanto in più, iniziandoti a una nuova lingua — Floriana Bossi, la traduttrice che ha tradotto quello slang slavo britannico chiamato Nasdat in italiano, dovrebbe essere beatificata seduta stante.
Oppure le sinistre avventure di Gordon Pym, il suo tribolato vagabondare per mare e il suo approdare davanti a un’oscura creatura bianca. Oppure Bartleby lo Scrivano, una micro storia di Melville — sì sì, proprio lui, quello di “Moby Dick” — che è minuscola, non più di quattro capitoli, ma che è un trattato sull’impossibilità di sondare l’animo umano. E fino ai classici contemporanei. Quelli buffissimi e micidiali, come il saggio che Dio David Foster Wallace scrisse sulle navi da crociera, “Una cosa divertente che non farò mai più”, oppure il romanzo buffissimo e altrettanto micidiale che Sir Alan Bennet s’inventa trasformando la Regina Elisabetta, notoria non lettrice, nel suo opposto in “La sovrana lettrice”.
Oppure “Dracula”, l’originale di Braham Stocker, che sto ascoltando in questi giorni, e che è un esempio di come la suspense si costruisce esattamente come il desiderio: alludendo all’oggetto bramato in maniera periferica, non mostrandolo in maniera diretta.

Non so dire se i libri mi accompagnino per New York, oppure se New York mi accompagni in questi viaggi. Preferisco vederlo come un eccitante peregrinare del corpo e della mente.
La settimana scorsa ho deciso di schiacciare play su “Il giro di vite”. L’avevo studiato, al primo anno di università, in un corso di storia del teatro e dello spettacolo. Fu lì, in quel corso, più che in qualsiasi altro corso di letteratura, che credo di aver capito il potere della parola letteraria.

La storia è apparentemente molto semplice. Una sontuosa — ma sinistra — residenza di fine ‘800 nell’Essex, cuore dell’Inghilterra. Una giovane istitutrice è assunta per prendersi cura dei due piccoli di famiglia, Flora e Miles, orfani di genitori. Due pargoli da pubblicità: intelligentissimi, istruiti, bellissimi. Il quadretto sembra roseo. E più il quadretto sembra roseo, più l’ombra avanza scura. L’istitutrice comincia a vedere delle strane figure aggirarsi per la proprietà. Un uomo e una donna. L’uomo sarebbe l’ex maggiordomo dello zio dei due bambini, e la donna sarebbe Miss Jessel, ex istitutrice dei due bambini.
Il problema è che entrambi sono morti.

E qui il lettore-ascoltare è preso in un dilemma, che poi è lo stesso che prende l’istitutrice. Ma come? Se sono morti, allora quelli sono… fantasmi?? Ma può essere? L’istitutrice comincia anche a credere che i bambini stessi li vedano, e che siano stati in qualche modo corrotti da queste presenze.
Sempre più in preda al terrore, l’istitutrice si perde nei suoi deliri fino a un finale tragico.

La straordinarietà del racconto sta in quello che il mio prof all’università aveva definito “incertezza di giudizio”. James ha calibrato il racconto in modo tale che entrambe le letture siano possibili, ovvero: non esiste nessun fantasma e tutto si trova nella testa dell’istitutrice, una matta esaltata che forse si è letta troppi romanzi gotici. Oppure sì, i fantasmi esistono eccome, i bambini sanno tutto, li hanno incontrati e chissà quale rapporto hanno avuto con loro.
I dialoghi tra i personaggi possono essere letti assecondando entrambe le interpretazioni — genio James. Alla fine della lettura-ascolto, voi rimanete sprofondati nell’incertezza di giudizio, e non c’è modo di uscirne.
È proprio “Il giro di vite” che mi torna in mente quando assisto al meeting annuale dell’International Authors Forum (IAF), lunedì scorso.
Anche lì, m’inabisso nell’incertezza di giudizio più totale.

L’IAF è un’associazione internazionale che rappresenta oltre 700.000 autori in tutto il mondo, promuovendone e tutelandone gli interessi in materia di diritti d’autore. L’IAF è supportato dalla Authors Guild, che fa un po’ quello che fa l’IAF: cerca di proteggere i diritti degli autori, offre consulenza legale gratuita ai suoi membri e si batte per un uso corretto della proprietà intellettuale.
Sono molto fiera di essere stata fatta professional member della Authors Guild 🙂

Il meeting annuale dell’IAF è itinerante nel mondo. Cambia città ogni anno. Nel 2019, tocca a New York City. Posso io, residente a New York City, non andarci? Evidentemente no, quindi lunedì ci vado.

La sede prescelta è il Grolier Club, 60esima tra Madison e Lexington — più Upper East Side di così, si muore. Il Grolier è il club di bibliofili più vecchio d’America — aperto nel 1884, che per l’America corrisponde alla nostra Età dei Comuni. Lo scopo è quello di promuovere lo studio e la raccolta e l’apprezzamento delle opere su carta, e i suoi membri sono librai, stampatori, grafici, tutti quelli che operano nel mondo del libro. Il Club in sé è la quintessenza dell’Upper East. Pavimenti a scacchi bianchi e neri, fiori freschi in vasi di porcellana, maniglie dorate su porte bianche, stemmi e marchi un po’ ovunque. Libri antichi in bella mostra. Scale rivestite di moquette spessa e pareti con quadri dai soggetti neutri. Si respira un’aria della vecchia New York.

Vado al meeting sia per mettere il naso nel Grolier, sia per capirci qualcosa in più del PLR, il Public Lending Right, argomento clou dell’incontro. Ma prima dell’argomento clou, mi sorbisco un panel con un argomento davvero boo: “Views from Across the Pond: The Proposed New EU Copyright Directives and Brexit”. Nemmeno la spigliatezza e l’humour della speaker londinese hanno potuto nulla contro le direttive UE sui diritti d’autore in contesto Brexit.
Ma poi è arrivato Jim Parker, Coordinatore della PLR International Network. E ha fatto luce sulla questione del diritto al prestito pubblico.
Cos’è il PLR? È, appunto, il diritto degli autori di ricevere un pagamento dal prestito pubblico. Io non avevo idea che una tal manna esistesse.
Nella maggior parte degli stati europei, e in qualche altro paese in giro per il mondo ma non ancora negli USA, si è deciso che all’autore di opera d’ingegno vada corrisposta una quota in denaro per ogni prestito che l’opera accumula nelle biblioteche.
Una manna.

Alla domanda che rimbalza nella testa di tutti, ma da dove arrivano questi soldi? La risposta è, dalle regioni, dalle province, dai comuni e dallo stato — una cordata comune.

La mia bocca acquolina quando afferro la portata win-win di questa direttiva. L’autore è contento perché si vede ripagato del suo lavoro, le biblioteche sono contente perché possono far circolare i libri con l’animo in pace. Lo stato è contento perché finanzia la cultura in maniera concreta. Tutti contenti.

Jim ci spiega che il PLR esiste dal 1946: la prima a istituirlo fu la Danimarca, seguita dalla Norvegia e dalla Svezia — evidentemente i paesi nordici non sono avanti solo quanto a libertà sessuale, asili nido, differenziazione dei rifiuti.
A oggi, hanno aderito ai sistemi di PLR 30 paesi dell’Europa, l’Australia, il Canada, la Nuova Zelnada e Israele. Sono lì lì per aderire al progetto, Grecia Malawi, Turchia e Hong Kong.
“Direi che sia giunta l’ora anche per gli Stati Uniti, giusto?” Questo è il commento frustrato della Direttrice dell’Authors Guild, che sta studiando il modo di portare la questione a Washington e far votare un disegno di legge al Congresso: a vedere il livello battagliero che sfoggia, ho piena fiducia nella riuscita della sua missione — sui tempi però, non posso dire.

Siccome Jim ha citato tutti i maggiori stati europei — Francia, Germania, UK (sempre che l’UK possa considerarsi Europa), Belgio, Paesi Bassi — ma siccome non ha mai nominato l’Italia, ho pensato, ahia, qui c’è puzza di Italietta. Le presentazioni power-point seguono le stesse regole del Risiko: vuoi mettere in bella mostra quanti più paesi hai conquistato, e poi vuoi dirli ad alta voce. Le bandierine bastano fino a un certo punto: ci vuole la voce per sbandierare davvero l’impresa.
Perché l’Italia non trova la voce di Jim?
Ormai un po’ mi conoscete.
Aspetto il Q&A.
🙂

Dopo Jim, sale in cattedra un olandese che ci parla della situazione in Olanda, snoccialando dati che volano i cieli del segno positivo, ma con quel low-profile da paese nordico che apprezzo tanto.
Il confronto con l’Italia mi getta in un imbarazzo tale da farmi tenere gli occhi bassi tutto il tempo. Gli olandesi leggono in media 8 libri all’anno. Vedete un po’ la fonte del mio imbarazzo: in un’intervista dell’ISTAT del 2017 in materia lettura, 23 milioni di italiani hanno dichiarato di aver letto almeno un libro nei 12 mesi precedenti.
In Olanda non ci sono più di 8 km senza una biblioteca. Anche in Trentino è così, ma nel resto dell’Italia, mi chiedo, come siamo messi?

Quando è ora del Q&A, presento a Jim il mio caso, e chiedo dell’Italia.
Visto che non l’hai menzionata, caro Jim, posso considerarla nel progetto oppure ha dato forfait?
Mi aspetto il secondo scenario, e invece no, sbaglio.
Jim si apre in un sorriso e mi dice, certo, l’Italia ha aderito al PLR.

E io, in quell’istante ho visto dolci colline ondeggiare per tutto il corpo del nostro Bel Paese, e mari ricchi di pesci e tesori e monti verdeggianti e botteghe d’artista sfornare Cosmè Tura e Piero della Francesca e Antonello da Messina, prima ancora dei soliti noti che hanno prestato i nomi alle Tartarughe Ninja. E poi vedo i paradisi della lingua abitati da Petrarca e Cielo d’Alcamo, lo scranno su cui è seduto l’Alighieri, ma anche il parco giochi della lingua in cui si sono divertiti Aldo Palazzeschi, Guido Gozzano e Tommaso Marinetti. Vedo anche le acque salpate dagli eploratori italiani, i cieli solcati da navicelle spaziali con la targa NASA, ma il brand Made-in-Italy. Vedo apparecchi telefonici inventati in Italia e trafugati in America, e passerelle calcate da architetture uscita da mani Ferré, Ferragamo, Gucci e Pucci. Vedo Fellini salutare Antonioni, e Renzo Piano a spasso con Carlo Scarpa.
Una frazione di secondo di orgoglio italiano.

Il mio sorriso si spalanca all’unisono con il suo. Pregusto i futuri proventi che un giorno mi arriveranno dalle biblioteche. Nulla che renderebbe ricco alcuno, intendiamoci — in Olanda pagano 13 centesimi per ogni prestito, che non è male, ma comunque non ti paga l’affitto — ma tanto di cui essere fieri: far parte di un sistema che finalmente riconosce il lavoro dello scrittore, e il ruolo delle biblioteche.

But…
Ecco il rintocco della sveglia che mi riporta alla realtà.
Jim spiega che però, l’Italia ha optato per un altro tipo di gestione. Al posto della retribuzione a ogni autore da parte delle biblioteche, ha istituito un fondo generale per la promozione culturale.

Io, in quell’istante, vedo mani grasse agguantare fette di torta comune, acrobazie descrittive per far passare questo per quello e pigiare un progetto in una categoria a cui non appartiene. Vedo patti non detti ma sanciti con una pacca sulla spalla. Vedo telefonate piene di opportunismo e tornaconti personali. Vedo i do ut des che rendono felici due parti, escludendo tutte le altre.
La frazione di orgoglio italiano spazzata via dalla solita trovata italiana di stampo statalista. Facile far rientrare qualsiasi tipo di attività in “attività di promozione” all’interno del fondo, e mungere la mammella collettiva.

Una volta a casa avrei approfondito l’argomento, e scoperto di più su questo fondo. Istituito nel 2006 dal Ministero per i beni e le attività culturali per un totale — quell’anno — di 250.000 Euro, il fondo è ripartito dalla SIAE tra gli aventi diritto, e può essere utilizzato per vari scopi. Tra questi, cito, “il finanziamento di attività di promozione e sostegno di autori, traduttori, artisti e anche iniziative volte a promuovere attività di conoscenza del diritto d’autore”.
Ovvero, invece di retribuire i singoli autori in maniera mirata e diretta come fanno tutti gli stati aderenti al programma, facciamo una cassa comune da cui si può più o meno liberamente pescare.
Italian style, insomma.

Jim sembra sinceramente contento del sistema alternativo che l’Italia ha trovato per “personalizzare” la legislazione europea sul PLR.
Ma lui non sa bene come vanno queste cose in Italia.
Io, che qualche anno di esperienza italiana ce l’ho, non posso fare a meno di vedere la manipolazione nel disegno italiano, il complicare una cosa nata semplice per dotarla d’inghippi e scappatoie, quell’azzeccagarbuglismo proprio delle nostre istituzioni, e quel detto che tanto bene descrive un lato della nostra personalità legislativa e comportamentale: fatta la legge, trovato l’inganno.

Dopo il Meeting dell’IAF, io leggo l’Italia e mi ritrovo con due interpretazioni contrastanti, valide entrambe. Esattamente come con “Il giro di vite”, dove l’istitutrice poteva essere completamente pazza, Flora e Miles due bambini normalissimi, nessun fantasma dai-siamo-seri. Oppure altrettanto valida poteve essere la lettura per cui l’istitutrice aveva proprio ragione, Flora e Miles due anime perdute dalla testa ai piedi, e la casa infestata dagli spettri.

La cosa positiva di tutto ciò è la riconferma che la letteratura vive nella vita di tutti i giorni.
Nella mia, di sicuro.

Certo, un giorno qualcuno dovrà spiegare a Jim cos’è l’azzeccagarbuglismo.

Questa settimana sono andata all’IFC a vedere un documentario diabolico “Hail Satan?” di Penny Lane.
Presentato con grandissimo successo al Sundance, il documentario s’interroga — e ci interroga — su un fenomeno che ha preso piede nel 2013 e che da allora conta più di 50.000 iscritti e sedi in tutto il mondo. Il fenomeno è quello del Satanic Temple, un gruppo religioso — o anti-religioso — che si pone contro la monocrazia cristiana imperante negli USA, e propone un proprio culto per Satana, attraverso la rivisitazione del Satanismo storico.
Adesso so cosa state pensando. La solita banda di pervertiti esaltati con la fissa di Belzebù. In realtà, nulla è mai semplice, nemmeno i pervertiti esaltati con la fissa di Belzebù.

Perché i membri di questa congrega non bevono il sangue, non fanno messe nere e non inneggiano al male. Sono piuttosto delle persone che combattono una battaglia personale, quella contro le autorità, contro il canone, contro chi dice che esiste una religione, un dio, un modo di vivere la propria vita, e che lo applica alle leggi del paese.
In sostanza, sono dei diversi che hanno visto in Satana un simbolo di ribellione, l’espressione dell’altro da sé, e l’hanno fatto loro. Satana come “l’anti” per eccellenza.
Dal momento che non sgozzano animali — anche se la frangia più estremista, infila teste di maiale come olive sugli stuzzicadenti… — e perseguono la non-violenza, i satanisti sembrano, paradossalmente, dei paladini della pluralità e del rispettare chi la pensa in maniera diversa da te, piuttosto che dei votati al 666.

Capeggiati da tale Julian Greaves — il cui occhio di vetro, qualcosa di luciferino lo ha — i membri del Satanic Temple, per alcuni giornalisti intervistati nel documentario, “sono un gruppo che sfida le autorità per avere parità di diritti”. Ma il documentario non ascolta solo la campana — rovesciata! — di Mefisto. Ne ascolta anche altre. Alcuni li vedono come degli sballati che vogliono portare morte e distruzione.
A sentire i protagonisti stessi, però, voler combattere l’ingiustizia è una delle espressioni di questa loro fede. Si oppongono alla teocrazia cristiana, giacché si fa largo nel governo degli USA, governo che dovrebbe essere laico. E sentono come un loro dovere fare qualcosa.

Questo punto sulla cristianità degli Stati Uniti è molto molto interessante, ed è difficile non dar loro ragione. Come ben mostra il documentario, gli Stati Uniti si considerano una nazione cristiana, ma così non è. Primo perché la pluralità religiosa di questo paese è sotto gli occhi di tutti. Secondo, perché la Costituzione non reca alcun riferimento a Dio o al Cristianesimo. L’associazione tra stato e Cristianesimo è cominciata negli anni ’50, quando ci si voleva difendere dal pericolo rosso del Comunismo. Allora si sono presi dei provvedimenti per avvicinare stato e cristianesimo. Sulle banconote si è cominciato a scrivere “In God We Trust” (nel 1957, per la precisione), così come all’interno dei tribunali. Si cominciano a piantare tavole della legge con i Dieci Comandamenti in giro per l’America. Ma non si dice mai che queste statue raffiguranti le tavole della legge, hanno cominciato a spuntare nel periodo in cui uscì, nel 1956, “I Dieci Comandamenti”, il colossal con Charlton Heston.
Quindi nacquero come materiale per far pubblicità al film, e non come momumento celebrativo al bignami preferito da Mosé.   

“Dovremmo essere una nazione che non lascia decidere al governo quale debba essere l’espressione religiosa appropriata”, dice un membro del Satanic Temple. E su questo, again, è difficile dar loro torto.
Così come è difficile dar loro torto quando tirano fuori tutte le turpitudine perpetrate dalla Chiesa, e citano soprattutto i casi di pedofilia insabbiati, gli alti prelati protetti, come si vede benissimo nel film “Spotlight”.
Dove sta il male, lì?

Per come la vedo io, a far acqua, non è la loro voglia di porsi contro il sistema e a favore di chi sta ai margini — facciano pure, in questo senso. A far acqua è il legame con Satana. È vero che Satana è il simbolo massimo “dell’anti”, ma non è Che Guevara. Non è Ghandi. Satana, oltre all’effige della ribellione, è l’effige anche dell’anti-bene. Non so quanto la riscrittura del diavolo possa riuscire, o essere interessante. Sarebbe forse più interessante scrivere da zero una nuova figura, che prenderne una già così pesantemente connotata, e riversare su di lei il proprio desiderio di giustizia.

Detto questo, “Hail Satan?” rimane un documentario di grande interesse, che mostra cosa muove questi outsider spesso presi per matti, e soprattutto la volontà di una parte sempre crescente della società di mettere in dicussione certi luoghi comuni su cui la nostra società poggia.
Chissà se il documentario arriverà mai in Italia…

Non so se avete notato che questo pippone intriso d’oscuro, gotico e satanico vi arriva, assai perversamente, a Pasqua…
Coincidenze?
😉

E su questo, Fellows, concludo qui…
Frunyc IV aggiornato dove sapete voi e saluti, ambiguamente cinematografici.

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LET’S MOVIE 409 da NYC commenta “TEEN SPIRIT” di Max Minghella

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Michael, Moviers,

potrebbe essere Jackson, il povero Jacko massacrato dall’ultimo vile documentario “Leaving Neverland”, che lo dipinge come un Barbablu affamato di fantolini. Tornerà a risplendere, quel Michael, perché le stelle vere, non le oscuri nemmeno con la tenebra della calunnia. E tutti quellli che si sono lasciati ottenebrare il giudizio — da Louis Vuitton che ha cancellato la linea di moda ispirata a lui, alle tante emittenti radiofoniche che si rifiutano di suonare la sua musica — tutti quelli, sentono già il rossore della vergogna imporporare la loro bella faccia(ta) perbenista. Difficile spogliare un paese — una cultura tutta — dall’istinto alla caccia del cattivo.

Comunque non è quel Michael, il Michael di oggi. È Bloomberg, noto per i suoi tre mandati da sindaco di New York dal 2002 al 2013. Undici anni ci dicono che è stato un sindaco assai rispettato — se non amato — dai newyorkesi. L’unico a non aver lasciato casa sua nell’Upper East Side e a trasferirsi nella Gracie Mansion, dimora fissa dei sindaci newyorkesi, tipo Casa Bianca per i Presidenti. No, Michael, si recava alla Gracie Mansion ogni mattina in metropolitana.
Uno di noi.
La differenza tra noi e lui sta in circa 40 bilioni di dollari, la fortuna che Michael sa di avere, assai sfacciata, intestata a suo nome, che fa di lui l’ottava persona più ricca del pianeta.
Quindi diciamo che il primo lavoro di Bloomberg non è stato esattamente quello di fare il sindaco. Bensì l’imprenditore. Dopo la lunga parentesi da Mayor, Michael è tornato dietro la scrivania del suo colosso commerciale, e a investire qui e là per recuperare gli undici anni perduti.
È un businessman tycoon, Michael, ma gli piace la cultura. Quindi l’ultimo investimento che si è concesso, è stata la costruzione dello Shed, nel controverso nuovo quartiere di Manhattan, Hudson Yards.

Ci vado martedì, per la prima volta.
È una giornata di primavera morta sul nascere, e martedì si è celebrato il suo funerale. Freddo pungente, transilvanica nebbia, pioggerella del Northumberland.
Stando a New York ho imparato, con indicibile fatica, a trascendere le nefandezze che il meteo può perpetrare nei confronti del tuo giorno, riponendo la mia attenzione in altro. Questo altro, martedì, è l’esperienza di vedermi spuntare, dalla High Line, da dove arrivo, questo enorme scatolottone dedicato alle arti performative, intensamente voluto da Michael, l’ex sindaco a cui piacciono la metro e la cultura.
“The Bloomberg Building” è impresso nella pietra dell’edificio — un marchio di fabbrica che nessuna intemperia potrà mai stingere.

Lo Shed è un centro culturale che vuole offrire allo spettatore esperienze artistiche in vari campi fra cui teatro, musica, arte, danza, e tutte quelle contaminazioni fra le arti che fanno tanto impazzire i direttori artistici di oggi. Il concept che muove lo Shed, è più o meno lo stesso che la strega capo-curatrice del MoMA si era dannata l’anima a spiegare a quell’incontro al MoMA, in cui anticipava la nuova identità del museo. Dopo aver visto lo Shed, capisco la direzione che il MoMA vuole prendere. Capisco anche che forse il MoMA non voglia essere da meno, e quindi sia corso ai ripari.

La struttura dello Shed è un marchingegno architettonico che farebbe brillare gli occhi di meraviglia Leonardo, figurarsi gli architetti. Quindi, Moviers architetti, fate particolare attenzione: oggi voi siete i bambini, e questo Lez Muvi è il vostro Natale. 🙂     

Immaginate un grattacielo all’estremo ovest di Manhattan, a poche decine di metri dall’Hudson. Lo chiamano 15 Hudson Yards. Da una sua facciata, per una ventina trentina di metri, fuoriesce un corpo estraneo che si sviluppa verso midtown e il cuore del quartiere di Hudson Yards —una specie di L, dove la stanghetta lunga sta per il grattacielo e quella corta per il corpo estraneo. Questa struttura che si diparte è un capannone retrattile — “shed” significa capannone — che, grazie a delle enormi ruote — enormi significa grandi come una persona — si può spostare su dei binari.

Immaginate un mastodonte con l’animo ballerino che si muove su delle punte rotonde, e questa sua mobilità gli permette dei numeri mai visti prima. Tipo creare uno spazio, chiamato McCourt, che può ospitare quasi 4000 spettatori per spettacoli, installazioni e qualsiasi evento si voglia organizzare. Poi un teatro con più di 500 posti e due piani di spazi espositivi.
L’idea è un po’ quella dello spazio on-demand: se ce n’è bisogno, lo spazio viene creato. Se non ce n’è bisogno, via con il “fold n go”: si ripiega e si ripone — praticamente un passeggino.
Io vi consiglio di scorrere fino a metà di questa pagina, investire 4 minuti della vostra vita e guardare il video su come funziona lo Shed. È fatto da Dio — volevo dire da un grafico. 🙂

L’occasione per andare allo Shed, me la offre Griselda, la nuova amica dall’identità boccaccesca conosciuta quella famosa favola di sera al MoMA. Griselda si sta rivelando una persona d’oro. Curiosa, divertentissima, di quell’umorismo di stampo britannico che dà il meglio di sé con l’ironia, centrifuga e centripeta: verso il mondo ma prima di tutto verso se stessi.
Griselda ha due biglietti per uno spettacolo che, apprendo ora, risulta già soldout fino a giugno. Come abbia fatto a trovarli, i biglietti, rimane un mistero — del resto lei è fatta della stessa materia della letteratura, quindi un po’ di magia, ci sta.

“Reich Richter Pärt” è il titolo dello show. Non è una marca di Crauti Wurstel Gulasch di Francoforte, anche se può suonare come tale.
Gerhard Richter è un pittore tedesco. Arvo Pärt, un compositore polacco. Steve Reich, un compositore americano. Stiamo parlando di grossi nomi della scena artistica contemporanea, ma non fa nulla se non li conoscete: la scena artistica contemporanea è un casino. Difficile destreggiarsi.
I tre non si sono mai incontrati, ma conoscono il lavoro gli uni degli altri. Allo Shed viene in mente di farli incontrare, e di pensare a una loro collaborazione. Gli viene in mente quattro anni fa, quando la struttura era ancora un puntino sulle planimetrie di Diller Scofidio + Renfro, lo studio di architettura che lo ha partorito — il che la dice lunga sulla vista lunghissima dello staff. Lo Shed traccia un’associazione fra i tre artisti, li fa incontrare, e ne esce questa performance live che unisce pittura, musica e video, e che credo sarà da considerarsi una nuova evoluzione immersiva dell’esperienza museale.

La performance comincia con un 150 persone di spettatori a rimirare dei grandi arazzi in una sala enorme del museo. Gli arazzi sono multicolore, bellissimi. Io e Griselda li esaminiamo da vicinissimo, ma non riusciamo a capire se si tratti di pittura su tessuto, oppure se i colori siano intessuti nell’arazzo. Rimaniamo con gli occhi a due centimetri dagli arazzi, scandiamo ogni centimetro, ma ci diamo per vinte.
Non capire, dopotutto, è parte dell’esperienza: ti caccia nella dimensione del fantastico.
Questi stessi colori sono ripresi in lunghe strisce colorate alle pareti. E anche in quel caso, non si capisce se siano dipinte sul muro, applicate sul muro, stillate dal muro, realizzate al laser sul muro? Tutto risulta molto misterioso.
Questa inintelligibilità aumenta quando, dal nulla, parte una musica, e in mezzo agli spettatori che guardano arazzi e strisce dipinte/applicate/chissà, dei cantanti vestiti in borghese, come fossero dei semplici spettatori, prendono a cantare, girovagando tra la folla. Una decina. Non badano a nessuno di noi, e fissano un punto all’orizzonte dentro cui chissà cosa vedono.
È una musica medievale, un canto gregoriano — una specialità di Pärt. E sembra di trovarsi in un’abbazia benedettina, tipo Cluny o Melk. Anche se io penso immediatamente al non ben precisato monastero in cui un monaco matto ammazzava i monaci e Guglielmo da Baskerville, attraverso la penna di Umberto Eco, doveva scoprire chi fosse.

È l’estraniamento, la sensazione che si prova. Quello che i formalisti russi, da Sklovskij in avanti, chiamavano “ostranenie”. Spostare cose comuni e note in contesti diversi dai loro abituali, per creare stupore, sconcerto, perturbanza.
I tre artisti ci riescono alla grande, specie nel secondo stanzone in cui veniamo gentilmente accompagnati. Due lunghissime bande di strisce sottilissime colorate profilano le parete. Anche qui, stessa domanda di prima. Come diamine hanno fatto? Laser? Pittura a mano? Ma come creare delle linee così lunghe e sottili e così dritte senza interruzioni, senza sbavature?
Nella parte a nord della sala c’è un’orchestra con il suo bravo direttore giapponauta che fa accordare gli strumenti.
Degli assistenti ci porgono gentilmente delle seggioline pieghevoli che sono un perfetto connubio tra ergonomia e leggerezza. Il diavolo sta nei dettagli, diceva Mies Van de Rohe. E aveva ragione. I dettagli di questo posto sono diabolicamente ineccebili.
Tutte le persone posizionano la seggiolina verso l’orchestra, ma quando la musica attacca, attacca anche un video, proiettato sull’enorme parate dal lato opposto dell’orchestra. Sicché tutto il pubblico, assai sgualdrinamente, ruota i seggiolini e dà le spalle all’orchestra per concentrarsi sul nuovo oggetto da studiare: la parete con il video.

La stessa banda colorata di cui supra, subisce nel video un morphing che riprende i colori e anche le forme strane degli arazzi. Tutti, chi più chi meno — io più, molto più — rimaniamo ipnotizzati dai colori, le righe, le forme, un nastro che non conosce interruzioni. Non riesco a distogliere gli occhi dallo schermo, e la musica che nel frattempo l’orchestra suona, traduce in suoni i mutamenti cromatici e formali. C’è un legame profondo, ctonio, fra le due espressioni artistiche, difficilmente articolabile a parole, ma puoi sentire che c’è. Come se le due forme artistiche fossero due propaggini di un unico organismo. Come il cervello, che è un solo universo, ma diviso in due emisferi distinti.
Tutta la performance dura un’ottantina di minuti, e quando finisce io dico a Griselda, “more”. Lei ride. Vorrebbe dirmi “ingorda”, ma è troppo educata per farlo.

Con la netta sensazione di aver assistito a qualcosa di divino ma profondamente terreno, io e Griselda andiamo a visitare gli spazi che ci è consentito di visitare. Il mega teatro, che, all’evenienza, può diventare anche sala da concerti. E poi uno spazio espositivo in cui dormono due enormi tronchi d’albero. In sottofondo, una musica importante. Azzarderei Beethoven.

Quando usciamo, esaltata dalla performance, mi soffermo a valutare la disposizione dello spazio circostante. Cosa che avrei rifatto sabato, ieri, con più calma — con una giornata di temperatura mite.
C’è qualcosa che non mi torna.
Davanti al Vessel, il grande inutile vaso di metallo lucido color bronzo costato 150 milioni di dollari, che sorge davanti al centro commerciale Neiman Marcus, si apre quella che hanno chiamato “Public Plaza”, un enorme spazio libero lastricato che dà verso la 12ima Avenue, e più in là, sull’Hudson.
La Public Plaza è un fake. Quello spazio ovale avrebbe potuto essere una piazza con la P maiuscola di Piano, Renzo. Spero che lui non ci metta mai piede. Dall’alto della sua Pianura, rabbrividirebbe nel vedere una siffatta camionata di metri cubi di spazio libero senza uno straccio di panchina, una zona dedicata alla convivialità, allo scambio.
Ci sono dei muretti che delimitano l’aerea, e le persono sono costrette a sedersi lì, oppure sui gradini che scendono verso il livello stradale. Dubito fosse l’intenzione degli architetti, ma le persone, dopo il milione di fotografie scattate, e il milione di pose per i milioni di selfie autoscattati, sono stanchi. La voglia di sedersi supera tutto.
Mi chiedo cosa succederà in estate, su una distesa lastricata di quel genere, senza alberi — quelli che ci sono sono fuscelli — senza uno straccio di copertura.
Forse qui, i turisti, vogliono cuocerli alla brace. O più semplicemente, non farli sostare afatto.

Nei quadrati di ghiaino che alternano il lastricato, lungo i fianchi della Plaza, sorgono fierissimi dei cartelli “Please refrain from walking on rocks”.
Una volta, erano le aiuole a non poter essere calpestate. Oggi è il ghiaino. Domani ci vieteranno di deambulare sull’asfalto, perché patrimonio dell’UNESCO.

I grattacieli che sorgono tutt’intorno sono diversi gli uni dagli altri. E va bene, non voglio fare la solita pedante d’antan che cerca un qualche disegno escatologico nella disposizione degli elementi. Come sono sorpassata! Oggi è al disorganico, che si deve guardare. Certo però che un grattacielo è nero. Io l’ho ribattezzato La Morte Nera.
Avete mai visto un grattacielo nero? È spaventoso. Un monolite sganciato sulla terra da qualche civiltà evoluta, che attende solo il momento di venirselo a prendere, e noi con lui.
Lì vicino, un altro grattacielo, con un po’ di pietra di Vicenza color panna, che, se non altro, ha il merito di stemperare un po’ il rigore del monolite.

Gettando l’occhio verso nord-est, c’è l’area in via di costruzione.
Ma come, dite voi? Ancora lavori?
Sì. Hudson Yards ha aperto i cantieri alla fine del 2014. Il 5 aprile di quest’anno, si è festeggiata la fine della Fase 1, che include cinque grattacieli, il centro commerciale e lo Shed. Ma c’è ancora la Fase 2, che prevede la costruzione di sette — sette! — torri di appartamenti, un grattacielo di uffici, una scuola (dall’asilo fino alle medie) nonché la ristrutturazione dell’ultimo tratto della High Line. Tra i nomi degli architetti coinvolti, due sconosciuti tipo Santiago Calatrava e Frank Gehry…
La fase 2, se tutto procede come deve procedere, si concluderà nel 2024.
Insomma, dieci anni di sbattimento edile senza precedenti.

Ai newyorkesi, Hudson Yards non va giù. Il New York Times, che intercetta e amplifica il malessere dei suoi cittadini, si è dismostrato estremamente critico nei confronti del nuovo quartiere. Ma magnanimo nei confronti dello Shed — è pur sempre cultura.
Un articolo della settimana scorsa titolava, con una domanda retorica che sanciva la sentenza emessa dal giornale, “Will the Shed be enough to rescue Hudson Yards?”.
L’accusa che i newyorkesi scagliano con maggior veemenza contro l’operazione è: Hudson Yards non fa parte della città. È una gated community per ricchi, milionari che non abiteranno stabilmente nel quartiere ma che ci faranno qualche puntatina ogni tanto. Quindi non contribuiranno alla community — qui “community” è un cavallo di battaglia come “territorio” per il Trentino. La città ha sborsato milioni, per cosa? Soprattutto per chi? Mogul che si dividono fra Dubai, Londra, Hong Kong e, ogni tanto, New York?

Se volessi aizzare ancora più gli animi dei newyorkesi, mi basterebbe far notar loro che la fermata della metro di Hudson Yards, il capolinea della linea 7, potrebbe tranquillamente far parte della metro di Stoccolma, tanta è la pulizia, l’aerosità, la sensazione di nuovo e tecnologico.
Se, per dire, andate alla stazione di Chambers Street della linea blu — in piena TriBeCa, non il Bronx, non Bushwick — la stazione vi rimane in mano anche solo a guardarla.

Ieri sono tornata nel quartiere per vedere chi frequenta il nuovo quartiere. Turisti. Nessun newyorkese. Ho messo anche piede nel centro commerciale di superlusso. I soliti marchi noti. Patek Philip, Cartier, Kate Spade, Dior e Tiffany prossima apertura. Che male, la banalità.
Quanto al Vessel, apprendo che per salirlo e scenderlo bisogna acquistare il biglietto online. Ovviamente è tutto “fully booked” per le prossime due settimane.
Siccome una mia recentissima conoscenza si sta trasferrendo a One Hudson Yards in questi giorni — il primo grattacielo che hanno costruito nel complesso —  io conto sul suo appoggio per fare un giretto sul vaso più inutile della storia.

E comunque. Quelli di Hudson Yards hanno tutto — persino uno store tutto loro di Muji, i maledetti.
Ma guess what? Non hanno il cinema.
Che poveVacci.

Questa settimana sono andata al cine sulla 68esima, a vedere “TEEN SPIRIT”, opera prima di Max Minghella.
Presentato al Toronto Film Festival, non ho saputo resistere. Ho un debole per la cinematografia che mostra e riflette sull’adolescenza. Forse perché sono cresciuta con “Il tempo delle mele”. Oppure perché l’anagrafe mi permette, ora che ne sono fuori, di dimostrare dell’attrazione per quel periodo verso il quale, quando lo vivi, provi solo repulsione.
In più la protagonista del film è Elle Fanning, sorella di Dakota — e tra le due, la minore Elle surclassa la maggiore Dakota su tutta la linea.
Elle Fanning ha un faccino stranissimo. Sembra un folletto, o un alieno, o una bambina cresciuta. O tutte e tre. Perfetta per la parte, con quei capelli di fieno, il broncio incavolato e il corpo in bilico fra ragazza e donna.

Violet Valenski è una ragazza di origini polacche introversa e talentuosa che vive con la madre in una fattoria sull’Isola di Wight — non quella dei Dik Dik, quella vera. Violet aiuta nei campi, fa la cameriera, studia. Si fa il cosiddetto mazzo per aiutare la madre. Ma soprattutto, Violet canta. Ogni occasione è buona. Il coro della chiesa, certo, ma anche in camera sua, e nel bar tristissimo con i soliti due clienti che affogano i dispiaceri nell’alcol e di cui solo uno applaude, a fine performance. Quest’uno si chiama Vlad, un ex cantante d’opera diventato ex per via, probabilmente, dell’alcol. Vlad crede che Violet abbia talento da vendere e si offre di farle da manager e da mentore.

La routine della ragazza s’interrompe quando in città arrivano i casting per Teen Spirit, un talent-show ante-litteram in tutto e per tutto progenitore di X-Factor e American Idols.
Violet decide di partecipare. Aiutata da una squalifica ai danni della prima arrivata, finisce alle finali. Che si tengono a Londra.
Immaginate una nativa dell’Isola di Wight, che non ha mai messo piede sulla terra ferma, figurarsi nella swingin’ London, arrivare nella swingin’ London. L’atmosfera le dà alla testa, non ci stiupiamo. E quasi quasi Violet sta per fare una scelta avventata e buttare tutto all’aria… Ma alla fine no, non la fa.
Sale sul palco, e canta — e balla — da urlo.
E io penso. Ottimo, più lei canta bene, più la sua performance è da standing ovation, più la delusione sarà cocente, più il film potrà scavare nel buco nero in cui Violet finirà.
Ero convinta che Violet avrebbe perso, ci avrei scommesso sopra i 150 milioni di dollari del Vaso di Pandora di Hudson Yards.
E invece, cosa mi combina il regista? La fa vincere!

Max Minghella, sei al primo film, capisco il legame ancestrale con gli happy-ending, ma cavolo, in un mondo dominato dai talent-show, in una società che coltiva il mito del farcela a tutti i costi, dell’elogio alla vittoria manco fossimo tutti discendenti di D’Annunzio, Wagner e Nietzsche, non puoi anche tu cavalcare quel cavallo. Quel cavallo sta sprofondando, è sfinito.
Perché non cavalchi invece un ronzino di nome Fiasco, che forse potrebbe anche aiutare i tuoi spettatori a ridimensionare il (mis)concetto di sconfitta e vittoria?
In quelle competizioni chi vince è uno, il numero di chi non vince è infinito. Per una buona volta, mettiamo da parte quell’uno, e guardiamo alle strade che si aprono davanti a infinito?
Per altro, Max Minghella, tu sei anche inglese, non sei americano, non hai tatuata l’ansia da succeeding nel DNA. Puoi permetterti anche un film su una sconfitta, che magari si trasforma in altro, in meglio.

A ogni modo, diamo a Elle Fanning quel che le spetta. Non è solo una bravissima attrice, sempre in parte in ogni parte che interpreta — guardatevi il capolavoro “The Neon Demon” di Refn, e vedete quant’è talentuosa la ragazza. Ma sa pure cantare! Ha interpretato tutte le canzoni del film senza ricorrere a voci altrui. In più, ha quella presenza scenica da inconsapevole Lolita che la rende perfetta per il personaggio di adolescente micino indifeso e incavolato con il mondo.

“Teen Spirit” si comporta bene più o meno fino a metà. Ha un suo ritmo, una certa raffinatezza nel modo in cui indugia su certi particolari. Violet con il suo amato cavallo. Violet nei campi. Violet a scuola.
Poi ti fa sognare andando a ripescare “What a feeling” di Flashdance, e tu, chiunque tu sia, quando senti quelle quattro note di pianola elettrica iniziali, già ti senti infilato in una felpa strappata sopra l’ombelico, scaldamuscoli sugli stinchi, e pronto a conquistare “Fame” e New York City — altroché Maria de Filippi!
La scena in cui Violet balla da sola in camera, con l’Ipod nelle orecchie, richiama le camere dell’adolescenza di ciascuno. Chi non si è scatenato almeno una volta nella solitudine della propria stanza, una fila di peluche per astanti, la lampadina da 60 watt sopra la testa al posto della palla stroboscopica di Saturday Night Fever?
Tutti l’abbiamo fatto.
Se non l’avete fatto, fatelo.

Però poi il film si perde nella sua superficialità. Reitera il modello della Cenerentola di campagna che va alla conquista della City, e la conquista.
È strano, ma per quanto gustosa sia il tropo della ragazza innocente con un talento e un sogno da realizzare, quel tropo risulta maledettamente difficile da raccontare senza scadere nel melò, nel melenso e in tutte le salse a base di miele che ci vengono in mente. Gli ultimi due esempi visti, “A Star Is Born” e “Vox Lux”, hanno fallito entrambi. “Teen Spirit” si aggiunge alla lista.
Speriamo che i registi non si fermino qui, e che cerchino altri modi di esplorare quella narrazione.
Prima o poi qualcuno ci riuscirà, no?

E anche per stasera è tutto, Moviers.
Nel Frunyc IV trovate molte foto di Hudson Yards, e molti fiori della primavera schizofrenica newyorkese. Central Park si sta trasformando nell’arlecchino che tutti attendiamo per tutto l’inverno. Speriamo rimanga  a lungo 🙂

Ora ringraziamenti d’ordinanza, e saluti, milionariamente cinematografici.

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Let’s Movie 408 from NYC – commenta “THE WIND” di Emma Tammi

Let’s Movie 408 from NYC – commenta “THE WIND” di Emma Tammi

Metafora, Moviers,

significa, “portare da un posto a un altro”.
Non avevo mai pensato all’etimologia della parola. Quando poi ho sentito qualcuno dirlo, venerdì, mi ha colpito, come un bambino che, per la prima volta, impara a respirare, o a nuotare, o a guidare una bici senza rotelle, e il commento tutto interiore che fa a proposito di quell’attività, senza nemmeno sapere di farlo, è “Mi viene naturale”.

La metafora mi viene naturale da sempre. E’ la mia gioia semantica più somma. Ve ne sarete accorti nei miei pipponi. Io la uso senza nemmeno accorgemene.
Ma il massimo è vagabondare per la poesia — la terra della metafora. Creare un mondo di paralleli che alludono al mondo terreno, ma senza dirlo espressamente. Far saltare tutti i nessi con la dinamite della parola, senza accontentarsi della via di mezzo delle similitudini, le vili similitudini, che non hanno il coraggio di gettarsi nel vuoto rischiando di schiantarsi sul marciapiede della significazione, ma infilano il paracadute del “come”, che toglie tutto il divertimento.
Se dico “Husain Bolt è veloce come il vento”, io immagino Husain e il vento, uno a fianco all’altro.
Se dico “Husain Bolt è il vento”, Husain si fa vento.
Qual è il modo più efficace per raffigurare la velocità dell’uomo più veloce di tutti i tempi?
You tell me…
🙂

Il qualcuno che mi ha ricordato il significato di “metafora” è uno scrittore, poeta anche lui. Stephen Massimilla. Eravamo al John D. Calandra Italian American Institute, dove, venerdì, abbiamo festeggiato il National Poetry Month, il mese nazionale della poesia.
Il Calandra è una sorte di roccaforte della cultura italo-americana negli Stati Uniti — non solo a New York. Un difensore della patria dove la patria non sta per l’Italia, ma per la cultura nata in quel paese, e sbocciata poi in un paese con 300 milioni di abitanti che non riescono a pronunciare “gli”.

Insomma, il Calandra, per festeggiare la poesia, chiede a quindici poeti con qualche briciola tricolore nel pacchetto genetico, di ritrovarsi il 5 aprile, e concede loro cinque minuti a testa in cui leggere i propri versi. Una cosa seria, con il cronometro elettronico da parete che scandisce, rossissimo, il conto alla rovescia dei cinque minuti.
Il Calandra mi ha chiesto di far parte della quindicina.
Quando il Calandra chiama, tu sei il vento. Husain, tuo fratello.

Questo Massimilla si porta il cognome storpiato da generale romano con giulia fierezza. La briciola di italianità, conservata nel caveau della sua identità, assume la forma di un gioiello che vuole custodire e sfoggiare.
Ha scritto un libro —“Cooking with the Muse”— unendo cucina, poesia, saggistica, e uscendosene con una ricetta ibrida che, a quanto pare, è piaciuta molto al palato americano: il libro è diventato un bestseller.
Esordisce spiegando il significato di “metafora”, e io sgrano gli occhi, ringrazio per avermi fatto notare quello che ignoravo, e dico fra me, comincia con il piede giustissimo, questo Stephen.
Prima di lui avevo sentito otto poeti, e onestamente, da quei quaranta minuti, ci avevo cavato ben poca poesia.
Allora dico, bene Stephen, vai.

Poi però Stephen comincia a fare pubblicità al suo libro. Voglio dire, mostrando il tomo, alzandolo e lisciandolo come avrebbe fatto una valletta della televisione degli anni ’80 con un videoregistratore. Ne parla per un buon sei minuti prima di leggere, e il Direttore del Calandra, lì sulla destra, si spazientisce, pur cercando di tenere un contegno. Probabilmente pensa che avrebbe dovuto aggiungere “Cinque minuti di lettura e zero minuti di preambolo” al pistolotto che ci ha gentilmente presentato a inizio della serata, illustrandoci le regole del gioco.
Stephen, ci omaggia della storia del pomodoro, che partì dal Sud America per arrivare nel Vecchio Mondo, passare per oggetto che assorbiva gli spiriti maligni e poi, solo grazie a Lorenzo di Medici, entrare nella cucina prima toscana e poi italiana, e solo allora, rimbalzare negli Stati Uniti in forma essiccata.
Tutto questo con molti dettagli nel mezzo che io ho deciso di sfrondare qui, perché vi amo.

Quando nomina il carciofo, al Direttore, là seduto sulla destra, prende una sincope. Stephen non lo vede, ma credo che lo senta, e ha la buona creanza di tagliar corto, posare l’amato volume illustrato che troviamo in libreria, oltreché su Amazon, e accingersi a leggere le sue poesie.
Non ricordo un verso, né una parola, quindi, ho la certezza che non mi abbiano impressionato.
In questo non c’è necessariamente un giudizio di valore. Credo che uno cerchi di fare il meglio che può in quello che fa. Poi sta agli altri dire.

Ma la mia impressione generale, che vi esorto a prendere con le pinze, essendo essa parziale, soggettiva, e boardiana, è che ci sia una tendenza troppo smaccatamente confessionale nella poesia italo-americana. Una tendenza che, mi spiega un addetto ai lavori a fine evento, è tipica della poesia americana tutta.
“Ma la poesia confessionale americana è diversa dalla poesia confessionale italiana”, mi fa notare lui.
Io annuisco. Forse ha ragione, ma le mie riserve, nonostantetutto, rimangono.
Insomma, piangere mariti morti, decantare mariti vivi, o figli che se ne vanno da casa, e padri idolatrati e commemorati in toni elegiaci… Insomma, questa non è la mia idea di poesia.
Ma la parola è bella perché è varia. Ognuno sceglie ciò che crede giusto per sé.

A evento finito, alcuni poeti si avvicinano e mi dicono cose molto lusinghiere sul fatto che scrivo in inglese. Io mi schermisco, no guardate, ho una laurea in inglese, lavoro con l’inglese da tutta una vita, non è tanto straordinario che io scriva poesia in questa lingua, I am supposed to.
La lingua è una macchina: ciò che hai da dire, il motore.
È il motore che conta e che fa camminare la macchina.

Le metafore c’entrano anche con Princeton, il cuore del racconto di questa settimana, insieme alla mia gita là.
Perché Princeton?
Perché dista solo un’ora e mezza di (Mega)bus da Manhattan.
Perché, non lo nego, ho un’idea di Princeton nella mia testa sin da quando ho quindici anni e la sentivo nominare dallo zio del Principe di Bel Air, che si era laureato lì.
Perché vedere queste ivy-league fa parte dell’esperienza americana che sto facendo. Così come addentrare le periferie del Bronx, assistere ad apocalittici/catastrofici spettacoli teatrali nel Greenwich Village, partecipare alla parata del Thanksgiving.
Forse, prima o poi, metterò persino piede nello Yankee Stadium.
Forse.

Princeton anche perché ha un museo universitario che non ha nulla da inviadiare a altre istituzioni museali non universitarie. Ho scoperto che ogni classe di studenti, i cosiddetti Alumni — che si legge Alumnai, mi raccomando, se lo leggete correttamente alla latina, Alumni, vi si guarda con sgomento — gli Alumni, ogni anno, fanno delle grosse donazioni all’Alma Mater. Non tanto in denaro, o meglio, sì in denaro, ma che verrà investito per l’acquisto di opere d’arte. Lo possono fare singolarmente: “Dono di Tizio nell’anno…”, ma lo fanno soprattutto in massa, in classe, ovvero, “la classe del 1996 ha donato due Monet”. Oppure “la classe del 1951 ha donato un cimelio sumero del 5 A.C.”
Ovviamente, dietro tutta questa generosità, c’è una macchina organizzativa spaventosa, che esorta tutti i singoli laureati a contribuire. E i laureati a Princeton non si scocciano di queste continue richieste di soldi. Da bravi militi princetoniani, ubbidiscono e contribuiscono. Pure volentieri. Questa è la vera grande differenza tra il giving americano e quello —scarsissimo, inesistente — italiano. Qui c’è una vera e propria cultura del donate. L’americano arrivato, specie se con alle spalle un’università prestigiosa, si sente in dovere di restituire, e gode nell’essere riconosciuto come un donatore. Da esso, ovvero dall’atto del donare, ne trae piacere in forma di status, di prestigio.
Con questo sistema, ci guadagnano tutti, win-win for all: il donatore in termini di ritorno etico e di immagine, e l’università, in termini di entrate, e prestigio conferito dal prestigio di questo o quel donatore.

Con questo sistema, il Museo dell’Università di Princeton, che ha aperto i battenti nel 1750, ha messo insieme una collezione con più di 100.000 pezzi da tutto il mondo e da tutti i tempi, partendo dall’arte antica greca e romana, quella antica delle Americhe, quella dell’Africa, dell’Asia, arte moderna, arte contemporanea e fotografia. In numeri, un endowment — una dotazione — complessiva che ammonta a 30 bilioni di dollari — dove bilione, lo ricordo, sta per miliardo.
Hai capito quelli di Princeton.

Museo a parte, il campus è il campus di una ivy-league.
Personalmente, ho trovato quello di Harvard, quando ci andai, più cinematografico. Forse più stereotipato, ma senz’altro più d’impatto. Quello di Princeton è sempre molto classico, i vari edifici con le varie facoltà molto di gusto British, tutte convergenti verso la Nassau Hall, l’imponente edificio — l’originale, il primo nato — che vi accoglie quando varcate il grande cancello nero su Palmer Square.

La differenza con un campus nel cuore di New York si sente subito. Prendiamo l’FIT. Se la Presidente, la sovrana Dr Brown, si presenta senza badge, all’entrata la rimbalzano come una qualsiasi plebea. Potrebbe anche telefonare a Re Giorgio, scomodare l’Imperatore Valentino, ma nulla smuoverebbe l’esercito della security che le si para davanti, e che si para davanti a chiunque voglia accedere al tempio accademico del fashion.
Di solito sono sempre molto critica riguardo l’hyper-security che noto da queste parti, ma forse devo essere più accomodante in materia. Sentite un po’ qui.

Venerdì è stata lanciata un’allerta “Shelter in place” all’FIT. Significa che il seguente messaggio risuona negli autoparlanti del campus ed entra nella vostra casella di posta: “Due to an unspecified threat, a shelter in place is in effect. Please lock all doors and secure all windows. More information to follow.”
Ovvero, rimanete dove vi trovate, chiudete a chiave le porte e le finestre. Vi faremo sapere.

Non rinuncio alla tentazione mentale di aggiungere “mettete al riparo donne e bambini” allo scarno testo che ho trovato nella casella di posta, accompagnandolo con una risatina sciocca.
Dopo un’ora e mezza, ecco gli aggiornamenti, e l’interruzione dello stato d’allerta — liberi tutti — con lo spiegone dell’Ufficio External Relations. Alcuni studenti d’informatica avevano avvisato l’ufficio Sicurezza che in rete stava circolando un video. Il video mostrava uno studente su una scala dell’FIT con una presunta pistola. L’Ufficio ha notificato la NYC Police Department e loro hanno dato l’allerta.
All’FIT è arrivata l’artiglieria, hanno circondato l’area in cerca dello studente. Che poi, non si sa bene come, è stato pescato in zona Union Square, da Barnes&Nobles — evidentemente anche i presunti squilibrati leggono.

A Princeton, non c’è nemmeno una guardia al cancello. Nemmeno un bidello nel campus.
Okay, è domenica. Però un filo di personale in divisa Princeton fa anche colore, no?
Quando arrivo, piove, quindi il campus sa di acqua fresca e primavera vicina. I colori sono tutti molto vivi. Senz’altro per via della lavata di capo della pioggia. I narcisi giallissimi, le magnolie bianchissime, il prato del campus verdissimo.
Rimango due ore nel museo, sia per godermelo bene tutto da capo a fondo, sia nella speranza che spiova e la temperatura si alzi un po’. Marzo e aprile sono quei mesi ibridi in cui, per quanto t’ingegni con l’abbigliamento, sbagli sempre.
Io sbaglio sempre.

Quando esco, mi attendono una buona notizia e una cattiva notizia. La buona è che è spiovuto. La cattiva è che il cielo, ripulendosi, ha affilato la lama del freddo, che si è fatto, se possibile, ancora più pungente.
Ogni tanto il sole riesce a farsi largo tra le nuvole, e io lo accolgo ogni volta come fosse un messia.
È con questa instabilità termica che dal campus, mi avvio al 112 di Mercer Street, il clou della gita a Princeton.

Passo per delle stradine che mi ricordano la letteratura americana, e i film. Prendo Dickinson Street, e naturalmente la mente corre da Emily, poi la stradina imbocca University Place.
In inglese, definirei queste case con decent. Che non vuol dire “decenti” — false friend — bensì “a modo” — se lo dite di una persona, decent traduce “per bene”. Bianche, con lo steccato, azzurrine, grigio perla, gialle con i bidoni della spazzatura in pendant — se date un’occhiata al Frunyc IV, trovate tutto.
È un universo provinciale, quello di Princeton. Tranquillo, naturale, yoga. Immagino molta iuta negli interni di quelle case, e lino grezzo. Giacinti viola in vasi di latta, e torte di lamponi sotto campane di vetro. Ovviamente so benissimo che questo è tutto un sogno uscito da Elle Decor, ma così mi piace pensare all’interno di queste casette. Non al devasto che solo gli studenti universitari americani possono costruire attraverso party etilici all’insegna del Beer Bong.

Anche perché Princeton sembra una città fantasma. Nessuno in giro, nessuna ombra di là dei vetri delle finestre. Forse per via della domenica, o dello spring break che si avvicina. Forse perché è molto europeo, il passeggiare senza avere una vera e propria meta, ed è molto americano, invece, in una domenica di pioggia, lo sprofondare nel divano con serie tv, coppa di popcorn e due galloni di Coca Cola accanto.

Quando arrivo nel posto clou, non c’è nessuno. O meglio, ci sono due ragazzi dai lineamenti orientali che, appena arrivo, si spostano, in segno di deferenza. Io abbasso il capo e ringrazio. Arigato.

Al 112 di Mercer Street, dal 1933 e per i successivi 22 anni, fino alla sua morte, abitò Albert.
Albert Einstein. 
Apprendo che arrivò per la prima volta a Princeton nel 1921 — anno del Nobel — per tenere una lecture sulla teoria della relatività — immaginatevi l’RSVP per la serata.
Il Dean dell’epoca lo decorò “Doctor of Science” e di lui dette una definizione in cui c’è un po’ d’Italia, e in cui poesia e verità si contendono il primato: “The New Columbus of science, voyaging through strange seas of thought alone” — il nuovo Colombo della scienza, che viaggia da solo per gli strani mari dell’intelletto.
C’è più poesia o più verità lì dentro? Io non so decidermi.

La casa — adorabile! — ha sette finestre. Albert avrà probabilmente pensato alla quantità di rumore o alla porzione di luce che gli avrebbero portato dalla strada. Avrà sicuramente pensato che sette è un numero naturale, primo sicuro, difettivo, congruente e il cui cubo, 373, è palindromo.
C’è un piccolo portico, su cui l’ho visto leggere, o appisolarsi dopo una giornata di calcoli senza fine al Center of Advanced Studies dove lavorava. Il piano superiore è rientrante rispetto a quello inferiore, e la rientranza è una specie di piccola terrazza senza ringhiera. Lo vedo nelle sere d’estate, sdraiarsi lì, sotto la luna princetoniana e le stelle americane, immaginare cose inimmaginabili, che tiene per sé, perché i geni dicono tanto, ma non tutto.

C’è un unico piccolo cartello, ripetuto per due, sulla proprietà. “Private residence”.
Nelle sue volontà, Albert è stato molto chiaro: la casa non diventerà un museo.
Albert non puntava al culto di sé, cosa che invece una casa-museo avrebbe contribuito ad alimentare. Albert voleva essere ricordato per la sua fisica, non per la sua fisicità.
Bravo Albert.

Faccio un po’ avanti indietro sul vialetto. Mi spingo fino a Hibben Road, la traversa successiva. Laggiù, intravedo Marquand Park.
È scritto che gli abitanti di Princeton fossero soliti intravedere la sua zazzera bianca passeggiare per le vie della città, completamente assorto nei suoi pensieri.
Chissà quante volte avrà camminato in quei dintorni. Rigorosamente senza calzini. E il fatto che oggi, tutti i nerd di questo mondo non rinuncino mai ai calzini sotto le ciabatte, nemmeno con quaranta gradi, dev’essere una specie di mutazione intrinseca alla storia della fisica di cui qualcuno un giorno si dovrebbe occupare.

Scopro che anche Einstein amava le metafore.
A un giornalista che gli chiese come si trovasse a Princeton, rispose: “I found Princeton fine. A pipe as yet unsmoked. Young and fresh. Much is to be expected from America’s youth”.
Princeton, una pipa non ancora fumata.
Albert, fisico della relatività, e poeta.

Questa settimana sono stata a vedere l’horror in contesto western “The Wind” di Emma Tammi.
C’è una parte di me fatalmente attratta da questo genere, che offre inifinite succose potenzialità metaforiche — appunto. In più, questo è un horror firmato da mano di donna. Non ci sono molte registe che si cimentano con questo genere. Quindi, dopo l’evento al Calandra, in una notte davvero buia e davvero tempestosa, raggiungo l’IFC nel Greenwich Village e mi vedo, con altre otto anime accanto a me, “The Wind”.  

Isac e Lizzy abitano da soli in mezzo alla prateria. Soli vuol dire proprio soli soli. Non quei paesini con l’ufficio postale, la banca e il saloon. No. La loro casetta di legno, e il nulla prateriale intorno.
Dopo le prime scene iniziali in cui capiamo immediatamente che Lizzy ha perso un bambino e che c’è decisamente qualcosa che non quadra in quel nulla prateriale, ecco che arriva una coppia di sposini: dei vicini!

Le due coppie prendono a frequentarsi, ma anche qui, c’è qualcosa che non quadra. Gideon non sa nemmeno menar di zappa o riparare un carretto, e se abiti nel Lontano West, be’caro mio, quel bricolage di base lo devi saper padroneggiare. Ed Emma è una ragazza di città che poco ci azzecca con la mancanza di comfort del nulla prateriale. Ben presto Emma rimane incinta, e altrettanto presto comincia a sentire qualcosa, delle presenze… Così come le sente e le vede Lizzy, anche se il suo Isaac le dice, mannò cara, non ti preoccupare, è solo il vento…
Col cavolo che è il vento, Isaac, ribattiamo noi spettatori, è il demone delle praterie. Da’ retta a tua moglie. Non ricordi il prete, nel vostro tragitto per arrivare qui, che l’aveva avvisata infilandole il volantino “Il demone delle praterie” nella Bibbia?

Gli eventi prenderanno una piega decisamente storta. Soprattutto per Emma. E Isaac…

Questa è la trama ridotta ai minimi termini.
Ma lo sviluppo del film è frammentato, giacché procede a singhiozzo su uno scorrere non lineare del tempo. I flashback sono talmente tanti che perdiamo il presente. Di conseguenza arriviamo alla fine senza veramente capire se il film sia tutto, in realtà, un flashback, e non esista nessun presente per questi personaggi.
Non mi è chiaro se questa sia stata una scelta conscia e voluta dalla regista, oppure se sia puro e semplice casino narrativo.

La confusione a livello temporale si sente anche a livello relazionale, ma in questo secondo l’ambiguità è voluta. La regista vuole farci vedere tutto attraverso la lente distorta della mente non lucida di Lizzy. Isaac tradisce Lizzy con Emma ed Emma sta portando in grembo suo figlio? Oppure sono solo sciocchezze che Lizzy si mette in testa, sciocchezze che il vento incessante e snervante non fa che alimentare? E perché la capra che ha visto morta poco fa, squartata dai lupi, ora la guarda, viva e vegeta?

Il pubblico capisce in fretta il trucco, e non si scompone. Non si scompone nemmeno quando intravede l’ombra del demone delle praterie impossessarsi dei personaggi, tingendo di nero i loro occhi — cara Emma Tammi, questo espediente è stato utilizzato talmente tante volte nella storia degli horror che vederlo l’ennesima volta, fa nomenclatura, non paura.
E questo è il vero problema del film. Non fa un briciolo di paura! Ci prova a tutti i costi, assoldando anche i lupi affamati. Ma niente, non ce la fa. Ed è un peccatissimo.
Il problema nasce dal sovraccarico. Perché tirare in ballo in maniera tanto esplicita oscure e sovrannaturali presenze? L’ambientazione — il nulla prateriale spazzato da un vento continuo — è quanto di più horror si possa immaginare! Sfrutta quello, Emma Tammi, lascia perdere Mefisto.
Io avrei calcato la mano sul non-detto, sull’accennato. Avrei cancellato il fumo nero che mi rappresenta il demoniaco e avrei scavato di più nella mente di Lizzy, nel suo passato in Germania e nel suo presente da immigrata nel Nuovo Mondo, nel Far West, in mezzo a una natura ostile, che non perdona. Ecco, invece di tirare in ballo sempre il diavolo, perché non mostrare le conseguenze dell’isolamento, della natura matrigna?
Zero ansia insomma. E un horror me la deve far venire, l’ansia.

Anche se non consiglierei il film, ho apprezzato il tentativo di guardare questo mondo western dalla prospettiva della donna che rimane a casa da sola, mentre l’uomo è lontano, o semplicemente nei campi. Comunque non lì con lei. È una prospettiva che non ricordo sia mai stata investigata, quindi un merito, Emma Tammi, ce l’ha.
Farà meglio la prossima volta 🙂

Ed eccoci arrivati in fondo, Fellows.
Frunyc IV aggiornato, ringraziamenti tanti e saluti, semanticamente cinematografici.

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