Let’s Movie 429 da NYC commenta “Never Rarely Sometimes Always” di Eliza Hittman

Let’s Movie 429 da NYC commenta “Never Rarely Sometimes Always” di Eliza Hittman

Mountsinai Moviers,

che si pronuncia Mauntsainai, è un grosso complesso ospedaliero che si trova tre isolati dietro casa mia, sulla 113esima e Amsterdam Avenue. Ha altre sedi sparse per Manhattan, e le sirene delle sue ambulanze con il logo stilizzato di una montagna rosazzurra spaccano i timpani ai cittadini sin dal 2013.

Ieri pomeriggio scendo di casa, e ai quattro angoli della mia strada, dove la Broadway incrocia la 111esima, scorgo quattro persone armate di borse Mount Sinai che distribuiscono qualcosa in piccoli pacchetti azzurri. Nel breve tratto che percorro per raggiungere la giovane donna con la sporta celeste in mano, faccio delle ipotesi che dalle vette dell’utopico scendono al pianoterra del realistico: un tampone to-go per le elite dell’Upper West Side!
Una mascherina pret-à-porter per i fortunati dell’Upper West Side!

Quando mi avvicino, la giovane donna, mi sorride e mi porge una piccola confezione azzurra.
“Ne puoi prendere ancora dai miei colleghi di là dalla strada, se vuoi”, mi dice il suo sorriso.
Sopra l’azzurro del pacchettino, galleggia il marchio Mount Sinai, e la scritta Morningside, che è il nome del quartiere in cui si trova l’ospedale.
La consistenza del pacchettino mi conferma che dalle vette dell’utopico e dal pianterreno del realistico, sto precipitando nei bassifondi della prevenzione USA.
Per combattere il Coronavirus, fazzoletti di carta per tutti!

C’è da dire che mi trovo in un paese in cui i fazzoletti di carta in pacchetto NON esistono. Se volete vi portate appresso la scatola dei kleenex che nei film usano i raffreddati e le donne che combattono le pene d’amore. Oppure vi arrangiate con i fogli di carta assorbente che trovate nei bagni per asciugarvi le mani. Se nei bagni trovate l’asciugamani ad aria, la cartaigienica è la vostra ultima spiaggia.
Quindi mi rendo perfettamente conto che vedersi regalare questo nuovo ritrovato sanitario portatile possa passare, agli occhi dei cittadini, come una prova inoppugnabile che il paese e la città si stanno muovendo per contrastare quest’epidemia. Non solo l’Europa, quindi, ma anche New York sta attuando misure cautelative. Tiriamo un sospiro di sollievo. We are being taken care of.

Rigirandomi il pacchettino in mano, ho realizzato quanto pericoloso fosse il messaggio che mandava. State tranquilli, stiamo pensando a voi.
Gli americani, popolo di bambinoni, ci credono. Credono a queste idiozie. È il paese che ha inventato il marketing, che crede nel suo potere come forza succhia-soldi, ma anche, come veicolo di verità. Quindi pensano, se questi mi regalano dei fazzoletti, siamo a posto. Rimaniamo tranquilli.
È lo stesso principio alla base delle carte di credito che promettono trattamenti fiscali da Cayman, delle megaofferte o megaprestiti a tasso zero, e tutte le altre fregature travestite da grossi affari in cui gli americani si lasciano incastrare.
Ieri, con il pacchetto di fazzoletti in mano targato Mount Sinai, mi è rovinato addosso, con tutto il suo peso morto, lo stato d’impreparazione di questo paese nei confronti di quello che sta succedendo.

Ora, c’è da dire, che alcune misure sono state prese. Mercoledì Broadway, e Off-Broadway, hanno spento le luci, tirato i sipari. Broadway aveva continuato a menar sederi e far sognare anche il 12 settembre dopo l’11 settembre. L’effetto domino non è tardato a manifestarsi. MET Opera, MET Museum, MoMA, Lincoln Center, Whitney Museum, Guggenheim, quasi tutte le sale cinematografiche, hanno chiuso con effetto immediato e fino al 30 marzo. Eventi saltati in tutte le principali sedi della città. E naturalmente il Madison Square Garden e il Barclays Center.
Queste sono tutte misure che, uniti ai fazzoletti di carta distribuiti gratuitamente (!), hanno dato un segnale chiaro ai newyorkesi.

Allora ho pensato, vedrai che il numero di persone in giro per la città diminuirà, i newyorkesi capiranno l’antifona. In più avranno letto quello che sta succedendo in Italia — le notizie sull’Italia hanno sempre trovato molto spazio sui giornali americani, questo va detto. E non solo in Italia, perché da qualche giorno a questa parte, dopo la dichiarazione di pandemia da parte dell’OMS, le cose sono precipitate anche in tanti altri stati, Gran Bretagna inclusa, nonostante quella cima del suo Primo Ministro e le cavolate che gli sono spuntate dalla bocca un paio di giorni fa. Quindi mi sono detta, vedrai che i newyorkesi, gente ligia, malata d’informazione e interessata al bene pubblico molto più dell’americano medio di Tulsa, recepiranno il messaggio e sfrutteranno gli insegnamenti che l’Italia ha imparato a caro prezzo.
Un granchio così grande credo di non averlo mai preso nella storia della mia vita.

Venerdì sera, una sera particolarmente tiepida d’inizio primavera, rientrando a casa, ho notato che tutti i tavolini fuori di tutti i locali erano stipati di persone. E anche i locali stessi. Ieri pomeriggio, un sabato soleggiato e azzurro, con il mio prezioso pacchettino salvavita in borsa, le strade erano piene di gente in cerca di aria fresca, di primavera, di hang-out. Le metro sono un tantino meno affollate. Vedi qualche paio di guanti in lattice in più, qualche pezzo di scottex fra i palmi e i pali che afferri per reggerti nei vagoni, qualche mascherina in più —comunque pochissime in tutto— ma tutto procede bene o male come sempre. Esattamente come in Italia prima dello shutdown.

Mi rendo conto di non poter voltare milioni di coppie di occhi newyorkesi verso l’Italia e ordinare, guardate. Millequattrocento morti. Diciottomila contagi. Allora provo nel mio piccolo, con le persone che conosco. Racconto la piega repentina che ha preso la situazione in Italia, dico, ero scettica anch’io, volevo credere che si sarebbe risolto tutto a breve, che non avrebbe assunto proporzioni di questo tipo, perché nessuno vuole predire le sventure, nessuno vuole vedere il nero dentro il grigio.
Le persone mi guardano, e lo vedo benissimo —lo leggo come una pagina stampata— dentro di sé pensano, poverina, sta patendo per il suo paese, ma tanto qui è diverso, qui non capita.
Io guardo loro e penso, poveretti.
Penso, poveri noi.

È vero. Sto patendo per l’Italia. Mi trovo in questa situazione bipolare per cui ho un paese sotto i piedi e intorno, e un altro paese nella testa, che duole. La dualità, di fatto, è sempre esistita sin da quando sono qui, ve l’ho detto tante volte. Quando vivi all’estero sei sempre scisso. Solo che prima, l’Italia continuava a essere l’Italia di sempre. Con i suoi problemi, le sue ridicolerie, i suoi limiti. Ora l’Italia rantola. E questo suo stato, visto e sentito da lontano, è molto penoso. Mi dà una pena che non avrei mai pensato di poter provare. Il virus ha aperto in me questa nuova vena di sentire. Per il momento fa male. Ma arriverà il momento in cui potrò sondarla con un occhio più lucido.
Ora però fa male.

Attorno a me ho un paese che cura un virus subdolo come questo con i fazzoletti di carta. Fortunatamente le università si sono mosse veloci. Da mercoledì insegno online per l’NYU. L’FIT, che fa parte della rete dei college SUNY (State of New York), segue le direttive impartite dal Governatore Cuomo: la settimana prossima, lezioni cancellate per tutti, preparazione dei docenti per il teaching from remote, e da lunedì 23, lezioni online fino alla fine del semestre.
Di poche ore fa anche la tanto attesa chiusura di tutte le scuole pubbliche.

L’insegnamento da remoto è un gran sistema per aggirare il problema della presenza. All’NYU ci affidiamo a Zoom, una specie di Skype, molto più avanzato, in cui vedo gli studenti, gli studenti si vedono tra loro, sento gli studenti, e gli studenti si sentono tra loro. Come stare in classe, ma da casa. Puoi condividere lo schermo —quindi ppt, videoclip, documenti, film, ecc. — e anche una lavagna virtuale. C’è persino l’opzione di creare dei gruppetti che possono lavorare in autonomia, e che tu, come “host”, puoi visitare per vedere come se la cavano. In più puoi registrare la lezione, e gli studenti poi possono ascoltarsela quando e quanto vogliono.
Meglio di così?

Però c’è un però. L’insegnamento online richiede uno sforzo diverso. Sono sempre all’erta. La riuscita della lezione dipende moltissimo dall’audio, dai rumori. Anche se chiudo porte e finestre, e le faccio chiudere agli studenti, siamo sempre in balia del martello pneumatico, del camion, della sirena, di qualsiasi evento acustico di turno che possa frapporsi tra me e loro. Ogni volta che sento l’audio di uno studente gracchiare, rimango con il fiato sospeso finché non si stabilizza.
All’NYU le lezioni durano solo un’ora e un quarto. Mi chiedo come sarà la mia lezione di advanced conversation all’FIT, che di ore, ne dura quattro.

A ogni modo, ho avuto la riprova che gli italiani — anche quelli all’estero — hanno questo senso innato di gestire le situazioni di emergenza.
Il Presidente dell’NYU ci ha scritto lunedì sera e ci ha detto, di punto in bianco, da mercoledì insegnate online. Ventiquattr’ore di tempo hanno mandato nel panico centinaia di professori.
Noi dodici del Dipartimento di Italiano, ci siamo arrangiati, scambiati consigli, aiutati a vicenda in tempo zero, e tutto questo in maniera spontanea. Stando alla Dean di Liberal Arts — la capo dei capi — eravamo in assoluto quelli messi meglio.
E guardate un po’ la lingua, magistra vitae. In inglese, il verbo “arrangiarsi”, non esiste nemmeno. Potete usare un vago “get by”, ma non si avvicina minimamente alla complessità semantica del nostro ricchissimo riflessivo.

Gli americani sono delle macchine ad attuare un plan-in-place. Gli italiani, in qualche modo, riescono a orientarsi nello spazio buio del prima e del senza piano d’azione. È un istinto. O ce l’hai, o non ce l’hai. Noi, per qualche motivo che non so spiegare, ma che attribuisco alla storia, all’estro, alla furbizia e al cu*o, ce l’abbiamo.

Per quello che presumo essere il mio ultimo film in sala per i prossimi tempi, sono andata all’Angelika Film Center, una della pochissime sale aperte, che ha dimezzato le presenze in teatro del 50%. Per ulteriore precauzione, sono andata allo spettacolo delle 2 pm. In sala eravamo quattro persone, sedute agli antipodi.

Premiato alla Berlinale con il Premio della Giuria, e al Sundance, “Never Rarely Sometimes Always” di Eliza Hittman, racconta di Autumn, una diciassettene della Pennsylvania — profonda, rurale Pennsylvania — e della sua gravidanza indesiderata. Autumn è un’adolescente come tante. Va a scuola, lavora part-time in un supermercato, le piace cantare. Scopre di essere incinta alla diciottesima settimana e deve trovare il modo di abortire. Insieme alla molto perspicace cugina coetanea Skylar, che capisce tutto senza bisogno di parole, le due affrontano un viaggio per New York City, dove l’aborto è legale per tutte, anche le minorenni. In Pennsylvania avete bisogno del consenso dei genitori, genitori che Autumn non vuole assolutamente interpellare, con una madre poco presente e un padre che non ci piace nemmeno nel modo in cui accarezza il cane.

Allora partono per la City, questi due pulcini travestiti da giovani donne. E questo viaggio ha tutte le difficoltà che incontra Pinocchio quando attraversa il Paese dei Balocchi, con la differenza che nella New York del film, i gatti e le volpi sono più o meno tutti molestatori pronti ad approfittarsi delle due ragazze, soprattutto Skylar — biondina, occhi azzurri, faccia d’angelo dietro mascara nero.

La forza di questo film potente, scarno e durissimo parte già dal titolo. I quattro avverbi “mai, raramente, a volte, sempre”, sono quelli che si trovano sul questionario a cui ogni ragazza decisa ad abortire deve rispondere per riportare un’eventuale violenza subita.
Una delle scene più forti del film, e che rivela la grande bravura dell’attrice eseordiente Sidney Flanigan, è proprio il momento in cui, durante la visita nella clinica di Manhattan, la dottoressa le chiede alcune domande, pregandola di rispondere con uno degli avverbi. Domande che sono mazzate, per Autumn, ma anche per le spettatore, che, grazie alla macchina da presa puntata fissa sul volto della ragazza, si immedesima completamente, senza vie di fuga, con lei.
“Hai mai subito un rapporto contro il tuo volore? Rispondi. Mai, raramente, a volte, sempre.”
Pensate di avere diciassette anni, di essere incinta di tre mesi, di dover affrontare un aborto di lì a poche ore. Di essere in una città sconosciuta e inospitale. Di non avere soldi.
Pensate di dover rispondere, prendendo consapevolezza, con quell’avverbio, che sì, avete subito un rapporto contro il vostro consenso — prima lo negavate fino alla morte.

Di film sull’aborto, ne sono stati fatti tanti. Ma non ne avevo mai visto uno così asciutto, senza incursioni di alcuna sorta nel melodramma, senza lacrime, senza sporcature sentimentali, che sono comunque sempre tollerate perché l’argomento è oggettivamente di grande impatto emotivo.

“Never Rarely Sometimes Always” è, anche, un ritratto impietoso di un’America figlia di Trump, in cui le isole felici dove i vostri diritti sono tutelati, assumono comunque i contorni minacciosi di una New York, mai così meschina come in questo film. Autumn e Skylar, senza un becco di un quattrino si trascinano tra il Port Authority Bus Terminal —la stazione delle corriere sulla 34esima, che si presta benissimo, è uno dei posti più squallidi di tutta Manhattan— e sale giochi in zona Times Square, dove cercano di ingannare il tempo nell’attesa che il mattino dell’intervento arrivi.
Skylar dovrà anche sacrificare i suoi baci con un mezzo sconosciuto per racimolare i soldi per tornare in Pennsylvania. La legge del do ut des, imparata per aiutare la cugina, le “permette” di stare al passo con Autumn sul sentiero che le porta a essere donna.
Ogni film è sempre un viaggio. Ma questo lo è davvero, doppiamente. Un’andata-e-ritorno a New York, e un’andata-senza-ritorno nel mondo adulto, in cui le due acquisiscono quella consapevolezza che il vissuto ti riserva, ma il cui prezzo —la perdita dell’innocenza— non ammette sconti.

L’unico difetto che riscontro nel film è l’eccesso di molestie. Il datore di lavoro al supermercato, il ragazzo incontrato sulla corriera, il pervertito nella metro, il padre che ha del viscido. Ecco, forse troppo. Il film avrebbe potuto benissimo farne a meno, o tenerne uno o due.
L’eccesso annulla l’effetto.

Ecco Moviers, sono arrivata alla fine.
Immagino che non avrò accesso al cine in sala nelle prossime settimane. Ma sto confabulando per voi… Stay tuned.
Per il momento, cercate di star forti, tenete la mente lucida. La splendida iniziativa delle canzoni dal bancone alle 6 pm, mi ha fatto piangere di speranza. Continuate così!

Per ora grazie mille, e mille saluti, stasera, nosocomicamente cinematografici.

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Let’s Movie 427 da NYC commenta “GREED” di Michael Winterbottom

Let’s Movie 427 da NYC commenta “GREED” di Michael Winterbottom

Fendi, Fellows,

ha creato una mascherina marchiandiola con il brand.
Costa 190 euro.
Affrontare la pandemia con classe ha il suo prezzo.

Assisto a quello che sta accadendo con occhi disincantati e increduli. Ma per impedire al disincanto e all’incredulità di prendere il sopravvento, ho fatto il giro sul sito del Ministero della Salute per capire un po’ di cosa stiamo per morire tutti. Ho scelto il Ministero perché, più autorevole di così?

Come altre malattie respiratorie, l’infezione da nuovo coronavirus può causare sintomi lievi come raffreddore, mal di gola, tosse e febbre, oppure sintomi più severi quali polmonite e difficoltà respiratorie. Raramente può essere fatale.
Generalmente i sintomi sono lievi ed a inizio lento. Alcune persone si infettano ma non sviluppano sintomi né malessere.
La maggior parte delle persone (circa l’80%) guarisce dalla malattia senza bisogno di cure speciali. Circa 1 persona su 6 con COVID-19 si ammala gravemente e sviluppa difficoltà respiratorie.
Le persone più suscettibili alle forme gravi sono gli anziani e quelle con malattie pre-esistenti, quali diabete e malattie cardiache.
Al momento il tasso di mortalità è di circa il 2%. (Fonte OMS)


Il tasso di mortalità per cancro è del 29%, per farvi un paragone.

Così come non voglio rientrare nei 60 milioni di italiani che durante il Mondiali di calcio si trasformano in allenatori, non voglio rientrare nei 60 milioni di italiani che durante l’isteria coronavirus si trasformano in virologhi. Mi baso sui numeri, i fatti. E quelli che trovo in fonti istituzionali come quella riportata sopra — qui c’è pure l’AGI, se volete favorire — non mi dipingono l’apocalisse che invece moltissimi altri contesti dipingono, e non solo in Italia.

Non ho accesso a Barbara D’Urso e Federica Panicucci, Domeniche in, e tutti quei contenitori di trash travestito di paillettes che si sono messi a fare politica, giustizia, educazione sanitaria, virologia. Nell’era in cui il mezzo ci permette di dire tutto ciò che vogliamo, ci sentiamo tutti in diritto di dire tutto ciò che vogliamo. Tutti allenatori, tutti dottori. Con la differenza che prima, quel tutto, rimaneva chiuso dentro le porte dei Bar Sport, o delle cucine di casa. Oggi, è online nel giro di un click, di un tap.
Questo è il grande cataclisma che i social media del terzo millennio hanno generato.

Non starò qui a criticare le decisioni di chiudere scuole, cinema, teatri. Decisioni che hanno coinvolto anche l’NYU, pensate. L’NYU vanta sedi in tutto il mondo, da Abu Dhabi a Shanghai, da Tel Aviv a Firenze, dove la sede sta nella ambitissima Villa La Pietra. Ebbene, cinque giorni fa, gli studenti americani che studiavano lì, sono stati fatti reimpatriare, a metà semestre, Villa La Pietra, chiusa. Decisione mai successa nella storia.

Una volta si chiamavano “la cinese”, “la spagnola”, “l’australiana”. Ed erano influenze. Si cercava di farci sopra anche dell’umorismo. “E’ a letto con la cinese”, si diceva di un collega malato. E giù a ridere un riso da gonzi.
Oggi si usa il termine ufficiale, “il coronavirus”. Così come qualche anno fa si era gridato alla SARS.
L’ufficialità fa più paura, si sa.

Tutta questa psicosi mi fa guardare un po’ a che tipo di umanità siamo. Serve un virus che negli anni ‘90 sarebbe stato trattato come una normale influenza, per ricordarci che noi vivi, guess what?, muoriamo.
Ma guarda te, nella vita, si muore.
Certo, ci sfondiamo di saccarosio — le malattie cardiocircolatorie e il diabete, di cui lo zucchero è la causa prima, uccidono 35 milioni di persone all’anno; fumiamo come le ciminiere — e ci inventiamo pure il vaping, che è persino più cancerogino dello smoking, geni che siamo — abbiamo rapporti non protetti — nell’80,7% dei casi, l’HIV si contrae ancora così — calchiamo sugli acceleratori delle nostre belle macchine, magari whatsappando al volante — 9 italiani al giorno muoiono sulle strade — e ce ne sbattiamo, ce ne sbattiamo come se fossimo delle divinità, degli esseri soprannaturali.
Ci sentiamo immortali, dei gran fighi. Tanto a noi non tocca, giusto?

Poi arriva il coronavirus, e cambia tutto: oddio, allora muoriamo anche noi. Allora non siamo immortali. E diventiamo l’opposto. Iniziamo a passare le giornate strofinandoci litri di Amuchina sulle mani, compriamo scorte di mascherine usa e getta — che fine hanno fatto gli ambientalisti in tutto ciò? — non usciamo smascherati nemmeno per ritirare la posta. Cominciamo a guardare in cagnesco tutti quelli che starnutiscono, o che si lasciano sfuggire un colpo di tosse: eccoli, gli untori, eccoli, è per gente così che siamo nella situazione in cui siamo, se poi sono cinesi, dovrebbe scattare l’esplusione dal paese.
Che triste spettacolo, questa umanità.

Immagino le risate che, in questo momento, una popolazione aliena, o anche solo gli dei dell’Olimpo, si stiano facendo guardandoci in questo panico istituzionalizzato e pressoché mondiale.
Le teste verdi scrollate, i triclini scossi dalle risa.
Ma anche fosse la peste del nuovo millennio — che non è — questi umani, si chiederanno gli alieni e gli dei, preferiscono passare gli ultimi momenti delle loro vite rinchiusi ciascuno nella propria casa, a telelavorare? Ad avere paura di tutto?

L’alieno o il dio, ci vedono giusto.
E’ ovvio che qui sia la paura, a dilagare, più che un virus. La paura che tutto questo possa avere fine da un momento all’altro. Poco importa che stiamo distruggendo il pianeta in ogni modo possibile — non serve alcuna Greta a ricordarcelo. Poco importa che ci devastiamo di droghe, alcol, donuts, e tutte le dipendenze nocive che si possono elencare.
No, a metà febbraio del 2020 abbiamo scoperto che si muore. E la morte fa una paura del diavolo. 2000 anni di civiltà e non abbiamo fatto un solo passo avanti in questo senso.
Certo, potreste dirmi, ma uno non vuole morire nel pieno della vita, e di coronavirus!
Ah invece i soldati diciottenni che sono morti sul Carso tra il ’15 e il ‘18, combattendo una guerra che i francesi ribattezzarono giustamente drôle, che vuol dire farsa? Volevano morire, quelli? E quelli a Coventry nel ’40? Nelle Torri Gemelle nel 2001?
Nessuno vuole morire. Ma c’è modo e modo di affrontare l’idea della morte. E guardate, tutti dobbiamo affrontarla. L’idea, intendo.
La psicosi scoppiata a causa del coronavirus ci mostra che nascondiamo la testa sotto la sabbia di cinema e teatri chiusi, gite rimandate, voli cancellati. In qualche modo, quelle misure, ci fanno stare tranquilli.
Che illusi.

La cosa buffa di tutto questo è che non parliamo di colera. Che aveva anche una certa sua letterarietà — L’amore ai tempi del colera non è minimamente paragonabile a L’amore ai tempi del coronavirus, su questo converrete. Si parla di un’influenza. Da cui, nell’80% dei casi, si guarisce senza nemmeno accorgersene, come dice, saggio, il Ministero della Salute.
La figuraccia, ormai, come umanità, l’abbiamo fatta.     

Per quanto mi riguarda, faccio a me stessa questa domanda, prendendo spunto da quella degli dei e degli alieni. Ma se davvero fosse una pandemia letale — che non è — preferiresti passare gli ultimi giorni della tua vita rinchiusa in casa, a telelavorare —i geni idioti che siamo! — sepolta viva dietro una maschera, disinfettata e solitaria come un bisturi, oppure preferiresti andare al cine, sentire il sole caldo sulla pelle, fare due chiacchiere con uno sconosciuto, respirare l’aria delle sei, quando il giorno finisce il turno e lascia i comandi alla sera?
Io rispondo la seconda.
Siamo tutti terminali, Moviers. I giorni sono sempre ultimi.
Si chiama vita.

Questa settimana sono andata a vedere “Greed”, l’ultimo film di Michael Winterbottom, che tutti ricordiamo —o che solo io riordo— per il magnifco “Jude” (parliamo del 1996).

Il film racconta la storia di Sir Richard McCreadie, pluri-miliardario britannico “fattosi da solo” nel settore della vendita al dettaglio —oggi si dice retail anche a Carate Brianza.
Per trent’anni ha governato incontrastato, costruendo e disfando brand che riecheggiano nomi molto i familiari tipo H&M, Zara, Mango. Ma un’inchiesta pubblica sui suoi tramacci finanziari corre il rischio di infangare la sua fama.
Cosa si fa, allora, quando la legge sta per infangarti la fama? Decidi di organizzare il party per il tuo 60esimo compleanno più lussuosa, publicizzata e “glam” della storia, affittando mezza Mykonos, in Grecia, costruendo un finto colosseo con un vero leone, e inviti tutte le celebrities i cui cachet riesci a coprire.

Inoltre, inviti il tuo biografo, il giornalista Nick, per documentare il tutto, e far rientrare “il party del secole” nella biografia su McCreadie di prossima pubblicazione.

Winterbottom architetta una satira abbastanza grottesca sulla disuguaglianza della richezza all’interno del settore della moda e sulle conseguenze del capitalismo esasperato.
E si ride di gusto, in alcuni punti. Sia perché il personaggio calza a pennello a Steve Coogan (quello di “A Trip to Italy/Spain”) sia perché certi tratti dei ricchi milionari dal sapore Briatore, ci rendono il personaggio molto molto familiare — la spavalderia, la superbia ai limiti dell’insolenza, l’egoismo, il narcisismo, il machismo, il trumpismo insomma.
Mentre ridevo di McCreadie, mi chiedevo tuttavia quanti avrebbero continuato a vedere in lui un figo, un self-made man che si è fatto da solo, e l’avrebbero scagionato, in un’America che è riuscita a eleggere un Donald Trump.

Il finale cerca di punire McCreadie attraverso la legge della tragedia greca, in cui il fato, per mano di qualcuno, libera il mondo dal male — diciamo che il vero leone di cui vi dicevo farà la sua parte…
Ma ovviamente, morto un Sir se ne fa subito un altro, soprattutto sei ha una prole di tre figli che possono portare avanti il tuo impero, e sono ancora più affamati di te.

L’intento del regista è nobile: criticare il fashion-system, mostrare come, anche certe celebrities prestino le loro belle facce e i loro bei corpi per pubblicizzare marchi che poi sfruttano il lavoro di persone sottopagate, o di minori. Oppure far vedere come anche i rifugiati possano essere facilmente monopolizzati dalle logiche dell’apparire — sulla spiaggia di Mykonos che garantisce la vista spettacolare da megaparty, approda un barcone di rifugiati che rovina il panorama a McCreadie.
Però Winterbottom ha dimenticato che alle persone toccate e dannegiate dall’avidità del titolo, ovvero i poveri, gli sfruttati, deve essere concessa la voce. E nel film, a parte qualche battuta stereotipata qua e là, queste voci non si sentono. Sono solo comparse sbiadite che si perdono nel clamore di bling-bling e yacht chilometrici.
Quindi al regista dico, ritenta ancora Michael!

E anche per oggi è tutti, miei fedeli Fellows.
Vi ringrazio sempre della cortesia, vi dico stay-out-of-the-corona-whatever folly, e vi mando dei saluti, viralmente cinematografici.

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Let’s Movie 426 da NYC commenta “EMA” di Pablo Larrain

Let’s Movie 426 da NYC commenta “EMA” di Pablo Larrain

Sono stata a vedere la prima di “Ema”, l’ultima fatica di Pablo Larrain. Il film uscirà in estate qui in America. Ma il Lincoln Center ha inserito un’unica data all’interno del New Latin America Film Festival, e mi sono accaparrata un biglietto in tempo. Il soldout è stata una certezza. Larrain è molto amato, e non solo da me.

Passato per la Mostra del Cinema di Venezia, “Ema”, è un film di quelli che mi piacciono tanto. Quelli in cui il regista osa, porta la sua storia ai limiti e ti chiede di seguirlo. Tu spettatore, devi lasciarti tirare per la manica, e dargli fiducia. Il posto dove ti porta è nuovo e inesplorato, lo capisci e non lo capisci.
Questo fa un artista.
Osa. Scopre.
Questo fa un bravo spettatore.
Si fida. Si lascia trascinare.

Sono uscita dalla sala con il solito sorriso che sorrido quando cammino quello spazio e quelle sensazioni. Ogni volta che mi succede, e sono al Lincoln Center, non prendo mai la metro sulla 66esima, ovvero, appena uscità dal cine. Raggiungo a piedi la fermata alla 72esima. E questo perché camminare sei isolati in quello stato d’animo —che definisco a tutti gli effetti trance— mi permette di sentire l’arte in circolo, e a pieno regime.
Prima o poi qualche passante accorto chiamerà gli sbirri e implorerà, ve lo giuro, aveva il tecnicolor nelle vene, ve lo giuro… Ema è una giovane ballerina di reggaeton che lavora nella compagnia di danza sperimentale diretta dal fidanzato, il coreografo Gàston —Gael Garcia Bernal, invecchiato e bellissimo. La coppia si sta scannando per via di Polo, un bambino che i due avevano adottato, con tanto amore e buone intenzioni. Ma Polo si era dimostrato un bambino problematico, e dopo il suo ultimo gesto violento — incendiare la faccia della zia — Ema e Gaston l’hanno riportato all’orfanotrofio, che gli ha trovato un paio di genitori amorevoli di scorta.
Ema e Gaston sono divorati dal senso di colpa e se ne cantano di tutti i colori. Pur amandosi. È un rapporto complesso, quello di questi due personaggi, ma è Ema, a spiccare per “originalità”, e follia.
La vediamo flirtare indifferentemente con uomini e donne, intessere relazioni con loro, e lì per lì pensiamo, certo, deve compensare al grande vuoto lasciato da Polo. Certo, è un po svitata. Poi alla fine capiamo che Ema non fa nulla per niente, che è una stratega nata, e che ha un piano in mente sin dal primo minuto del film. Il piano è, voglio riprendermi mio figlio. Se possibile, ne voglio pure un altro.
Allora intesse una relazione amorosa con i genitori di scorta —entrambi!— con esiti davvero soprendenti…

Perché ti è piaciuto così tanto, Board?
Perché è un inno alla giovinezza, senza avere nulla di dannunziano o mocciano. È anche un caos ordinato da cui emerge una famiglia splendidamente alternativa — se leggerete L’istante largo, capirete che sono in fissa con la famiglia alternativa.
Ma questo senza avere nulla di ozpetekiano. Per carità.

Larrain s’inventa un linguaggio tutto suo, che partorisce una donna nuova, Ema, eroina non-eroina, che passa le serate a incendiare semafori e altalene, lanciafiamme in spalla. Che è tutto e il suo contrario, tutto nello stesso tempo, nello stesso corpo, volitiva, tenera, insolente, gentile, insopportabile, lucida, amante, sposa, dovorziata, madre, infantile, amica, ballerina, nemica. È eliocentrica: lei il sole, e tutto ruota attorno a lei. Come il sole, brucia — vedi il suo rapporto costante con il fuoco — ma, anche, illumina le vite degli altri. Gaston lo sa, e non può fare a meno di lei.
Un personaggio femminile così diverso, poliedrico, complesso, non si vedeva dai tempi di… Di chi? Onestamente non ricordo.

Larrain si è preso un gran numero di rischi. Il film, per la buona prima metà, non ha un intreccio chiaro, e sembra una catena di scene di ballo, finemente coreografate tanto da farvi chiedere “ma è un musical questo?”, alternate a liti furibonde tra Ema e Gaston, ed Ema e gli altri — Ema testacalda, naturalmente.
Ma questo perché al regista non interessa raccontarci una classica storia di famiglia disastrata. Vuole raccontarci un nuovo tipo di femminile. Che non si piange addosso, non è gatta morta, non è la Princesse des Clèves. Ema è Black Mamba vent’anni dopo, al netto della katana, ma con un lanciafiamme sulle spalle. A differenza dell’eroina di Tarantino, Ema non usa violenza fisica verso gli altri. Usa se stessa, il suo corpo, macchinario portatore di eros, danza, energia e amore. Questo per ottenere i propri scopi: riprendersi il figlio e creare un tipo di nucleo nuovo, che non ha nulla della famiglia normativa propagandato dalla regola e dal perbenismo. Ma questo non significa che l’amore su cui essa è fondata sia meno forte di quello di una famiglia normativa.

“Ema” è una festa per gli occhi e per gli orecchi. Lei e le sue amiche riempiono lo schermo con i loro corpi belli, giovani, seducenti, mentre ballano per strada, in periferie degradate, in riva al mare. Sanno quello che vogliono, e quando non lo sanno, semplicemente se ne fregano. Ema le guida, perché è una natural born leader. Dea dell’antitesi e della volontà di potenza, rivuole suo figlio dopo averlo abbandonato, riesce a ridiventare madre anche se il marito è sterile, accende di vita la città. Distrugge e crea.
Non si può non amare questo sogno di personaggio, così vero e mitico.

“Ema” non è un film per tutti. È qualcosa di nuovo e inaspettato. Qualcosa che solo un grande regista può concepire.
Per questo vi chiedo di dargli fiducia quando uscirà in Italia.
Lasciatevi trascinare.

E per oggi è tutto, miei Moviers.
Vi ringrazio come sempre per l’ascolto, e vi porgo dei saluti, finalmente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

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