LET’S MOVIE 409 da NYC commenta “TEEN SPIRIT” di Max Minghella

LET’S MOVIE 409 da NYC commenta “TEEN SPIRIT” di Max Minghella

Michael, Moviers,

potrebbe essere Jackson, il povero Jacko massacrato dall’ultimo vile documentario “Leaving Neverland”, che lo dipinge come un Barbablu affamato di fantolini. Tornerà a risplendere, quel Michael, perché le stelle vere, non le oscuri nemmeno con la tenebra della calunnia. E tutti quellli che si sono lasciati ottenebrare il giudizio — da Louis Vuitton che ha cancellato la linea di moda ispirata a lui, alle tante emittenti radiofoniche che si rifiutano di suonare la sua musica — tutti quelli, sentono già il rossore della vergogna imporporare la loro bella faccia(ta) perbenista. Difficile spogliare un paese — una cultura tutta — dall’istinto alla caccia del cattivo.

Comunque non è quel Michael, il Michael di oggi. È Bloomberg, noto per i suoi tre mandati da sindaco di New York dal 2002 al 2013. Undici anni ci dicono che è stato un sindaco assai rispettato — se non amato — dai newyorkesi. L’unico a non aver lasciato casa sua nell’Upper East Side e a trasferirsi nella Gracie Mansion, dimora fissa dei sindaci newyorkesi, tipo Casa Bianca per i Presidenti. No, Michael, si recava alla Gracie Mansion ogni mattina in metropolitana.
Uno di noi.
La differenza tra noi e lui sta in circa 40 bilioni di dollari, la fortuna che Michael sa di avere, assai sfacciata, intestata a suo nome, che fa di lui l’ottava persona più ricca del pianeta.
Quindi diciamo che il primo lavoro di Bloomberg non è stato esattamente quello di fare il sindaco. Bensì l’imprenditore. Dopo la lunga parentesi da Mayor, Michael è tornato dietro la scrivania del suo colosso commerciale, e a investire qui e là per recuperare gli undici anni perduti.
È un businessman tycoon, Michael, ma gli piace la cultura. Quindi l’ultimo investimento che si è concesso, è stata la costruzione dello Shed, nel controverso nuovo quartiere di Manhattan, Hudson Yards.

Ci vado martedì, per la prima volta.
È una giornata di primavera morta sul nascere, e martedì si è celebrato il suo funerale. Freddo pungente, transilvanica nebbia, pioggerella del Northumberland.
Stando a New York ho imparato, con indicibile fatica, a trascendere le nefandezze che il meteo può perpetrare nei confronti del tuo giorno, riponendo la mia attenzione in altro. Questo altro, martedì, è l’esperienza di vedermi spuntare, dalla High Line, da dove arrivo, questo enorme scatolottone dedicato alle arti performative, intensamente voluto da Michael, l’ex sindaco a cui piacciono la metro e la cultura.
“The Bloomberg Building” è impresso nella pietra dell’edificio — un marchio di fabbrica che nessuna intemperia potrà mai stingere.

Lo Shed è un centro culturale che vuole offrire allo spettatore esperienze artistiche in vari campi fra cui teatro, musica, arte, danza, e tutte quelle contaminazioni fra le arti che fanno tanto impazzire i direttori artistici di oggi. Il concept che muove lo Shed, è più o meno lo stesso che la strega capo-curatrice del MoMA si era dannata l’anima a spiegare a quell’incontro al MoMA, in cui anticipava la nuova identità del museo. Dopo aver visto lo Shed, capisco la direzione che il MoMA vuole prendere. Capisco anche che forse il MoMA non voglia essere da meno, e quindi sia corso ai ripari.

La struttura dello Shed è un marchingegno architettonico che farebbe brillare gli occhi di meraviglia Leonardo, figurarsi gli architetti. Quindi, Moviers architetti, fate particolare attenzione: oggi voi siete i bambini, e questo Lez Muvi è il vostro Natale. 🙂     

Immaginate un grattacielo all’estremo ovest di Manhattan, a poche decine di metri dall’Hudson. Lo chiamano 15 Hudson Yards. Da una sua facciata, per una ventina trentina di metri, fuoriesce un corpo estraneo che si sviluppa verso midtown e il cuore del quartiere di Hudson Yards —una specie di L, dove la stanghetta lunga sta per il grattacielo e quella corta per il corpo estraneo. Questa struttura che si diparte è un capannone retrattile — “shed” significa capannone — che, grazie a delle enormi ruote — enormi significa grandi come una persona — si può spostare su dei binari.

Immaginate un mastodonte con l’animo ballerino che si muove su delle punte rotonde, e questa sua mobilità gli permette dei numeri mai visti prima. Tipo creare uno spazio, chiamato McCourt, che può ospitare quasi 4000 spettatori per spettacoli, installazioni e qualsiasi evento si voglia organizzare. Poi un teatro con più di 500 posti e due piani di spazi espositivi.
L’idea è un po’ quella dello spazio on-demand: se ce n’è bisogno, lo spazio viene creato. Se non ce n’è bisogno, via con il “fold n go”: si ripiega e si ripone — praticamente un passeggino.
Io vi consiglio di scorrere fino a metà di questa pagina, investire 4 minuti della vostra vita e guardare il video su come funziona lo Shed. È fatto da Dio — volevo dire da un grafico. 🙂

L’occasione per andare allo Shed, me la offre Griselda, la nuova amica dall’identità boccaccesca conosciuta quella famosa favola di sera al MoMA. Griselda si sta rivelando una persona d’oro. Curiosa, divertentissima, di quell’umorismo di stampo britannico che dà il meglio di sé con l’ironia, centrifuga e centripeta: verso il mondo ma prima di tutto verso se stessi.
Griselda ha due biglietti per uno spettacolo che, apprendo ora, risulta già soldout fino a giugno. Come abbia fatto a trovarli, i biglietti, rimane un mistero — del resto lei è fatta della stessa materia della letteratura, quindi un po’ di magia, ci sta.

“Reich Richter Pärt” è il titolo dello show. Non è una marca di Crauti Wurstel Gulasch di Francoforte, anche se può suonare come tale.
Gerhard Richter è un pittore tedesco. Arvo Pärt, un compositore polacco. Steve Reich, un compositore americano. Stiamo parlando di grossi nomi della scena artistica contemporanea, ma non fa nulla se non li conoscete: la scena artistica contemporanea è un casino. Difficile destreggiarsi.
I tre non si sono mai incontrati, ma conoscono il lavoro gli uni degli altri. Allo Shed viene in mente di farli incontrare, e di pensare a una loro collaborazione. Gli viene in mente quattro anni fa, quando la struttura era ancora un puntino sulle planimetrie di Diller Scofidio + Renfro, lo studio di architettura che lo ha partorito — il che la dice lunga sulla vista lunghissima dello staff. Lo Shed traccia un’associazione fra i tre artisti, li fa incontrare, e ne esce questa performance live che unisce pittura, musica e video, e che credo sarà da considerarsi una nuova evoluzione immersiva dell’esperienza museale.

La performance comincia con un 150 persone di spettatori a rimirare dei grandi arazzi in una sala enorme del museo. Gli arazzi sono multicolore, bellissimi. Io e Griselda li esaminiamo da vicinissimo, ma non riusciamo a capire se si tratti di pittura su tessuto, oppure se i colori siano intessuti nell’arazzo. Rimaniamo con gli occhi a due centimetri dagli arazzi, scandiamo ogni centimetro, ma ci diamo per vinte.
Non capire, dopotutto, è parte dell’esperienza: ti caccia nella dimensione del fantastico.
Questi stessi colori sono ripresi in lunghe strisce colorate alle pareti. E anche in quel caso, non si capisce se siano dipinte sul muro, applicate sul muro, stillate dal muro, realizzate al laser sul muro? Tutto risulta molto misterioso.
Questa inintelligibilità aumenta quando, dal nulla, parte una musica, e in mezzo agli spettatori che guardano arazzi e strisce dipinte/applicate/chissà, dei cantanti vestiti in borghese, come fossero dei semplici spettatori, prendono a cantare, girovagando tra la folla. Una decina. Non badano a nessuno di noi, e fissano un punto all’orizzonte dentro cui chissà cosa vedono.
È una musica medievale, un canto gregoriano — una specialità di Pärt. E sembra di trovarsi in un’abbazia benedettina, tipo Cluny o Melk. Anche se io penso immediatamente al non ben precisato monastero in cui un monaco matto ammazzava i monaci e Guglielmo da Baskerville, attraverso la penna di Umberto Eco, doveva scoprire chi fosse.

È l’estraniamento, la sensazione che si prova. Quello che i formalisti russi, da Sklovskij in avanti, chiamavano “ostranenie”. Spostare cose comuni e note in contesti diversi dai loro abituali, per creare stupore, sconcerto, perturbanza.
I tre artisti ci riescono alla grande, specie nel secondo stanzone in cui veniamo gentilmente accompagnati. Due lunghissime bande di strisce sottilissime colorate profilano le parete. Anche qui, stessa domanda di prima. Come diamine hanno fatto? Laser? Pittura a mano? Ma come creare delle linee così lunghe e sottili e così dritte senza interruzioni, senza sbavature?
Nella parte a nord della sala c’è un’orchestra con il suo bravo direttore giapponauta che fa accordare gli strumenti.
Degli assistenti ci porgono gentilmente delle seggioline pieghevoli che sono un perfetto connubio tra ergonomia e leggerezza. Il diavolo sta nei dettagli, diceva Mies Van de Rohe. E aveva ragione. I dettagli di questo posto sono diabolicamente ineccebili.
Tutte le persone posizionano la seggiolina verso l’orchestra, ma quando la musica attacca, attacca anche un video, proiettato sull’enorme parate dal lato opposto dell’orchestra. Sicché tutto il pubblico, assai sgualdrinamente, ruota i seggiolini e dà le spalle all’orchestra per concentrarsi sul nuovo oggetto da studiare: la parete con il video.

La stessa banda colorata di cui supra, subisce nel video un morphing che riprende i colori e anche le forme strane degli arazzi. Tutti, chi più chi meno — io più, molto più — rimaniamo ipnotizzati dai colori, le righe, le forme, un nastro che non conosce interruzioni. Non riesco a distogliere gli occhi dallo schermo, e la musica che nel frattempo l’orchestra suona, traduce in suoni i mutamenti cromatici e formali. C’è un legame profondo, ctonio, fra le due espressioni artistiche, difficilmente articolabile a parole, ma puoi sentire che c’è. Come se le due forme artistiche fossero due propaggini di un unico organismo. Come il cervello, che è un solo universo, ma diviso in due emisferi distinti.
Tutta la performance dura un’ottantina di minuti, e quando finisce io dico a Griselda, “more”. Lei ride. Vorrebbe dirmi “ingorda”, ma è troppo educata per farlo.

Con la netta sensazione di aver assistito a qualcosa di divino ma profondamente terreno, io e Griselda andiamo a visitare gli spazi che ci è consentito di visitare. Il mega teatro, che, all’evenienza, può diventare anche sala da concerti. E poi uno spazio espositivo in cui dormono due enormi tronchi d’albero. In sottofondo, una musica importante. Azzarderei Beethoven.

Quando usciamo, esaltata dalla performance, mi soffermo a valutare la disposizione dello spazio circostante. Cosa che avrei rifatto sabato, ieri, con più calma — con una giornata di temperatura mite.
C’è qualcosa che non mi torna.
Davanti al Vessel, il grande inutile vaso di metallo lucido color bronzo costato 150 milioni di dollari, che sorge davanti al centro commerciale Neiman Marcus, si apre quella che hanno chiamato “Public Plaza”, un enorme spazio libero lastricato che dà verso la 12ima Avenue, e più in là, sull’Hudson.
La Public Plaza è un fake. Quello spazio ovale avrebbe potuto essere una piazza con la P maiuscola di Piano, Renzo. Spero che lui non ci metta mai piede. Dall’alto della sua Pianura, rabbrividirebbe nel vedere una siffatta camionata di metri cubi di spazio libero senza uno straccio di panchina, una zona dedicata alla convivialità, allo scambio.
Ci sono dei muretti che delimitano l’aerea, e le persono sono costrette a sedersi lì, oppure sui gradini che scendono verso il livello stradale. Dubito fosse l’intenzione degli architetti, ma le persone, dopo il milione di fotografie scattate, e il milione di pose per i milioni di selfie autoscattati, sono stanchi. La voglia di sedersi supera tutto.
Mi chiedo cosa succederà in estate, su una distesa lastricata di quel genere, senza alberi — quelli che ci sono sono fuscelli — senza uno straccio di copertura.
Forse qui, i turisti, vogliono cuocerli alla brace. O più semplicemente, non farli sostare afatto.

Nei quadrati di ghiaino che alternano il lastricato, lungo i fianchi della Plaza, sorgono fierissimi dei cartelli “Please refrain from walking on rocks”.
Una volta, erano le aiuole a non poter essere calpestate. Oggi è il ghiaino. Domani ci vieteranno di deambulare sull’asfalto, perché patrimonio dell’UNESCO.

I grattacieli che sorgono tutt’intorno sono diversi gli uni dagli altri. E va bene, non voglio fare la solita pedante d’antan che cerca un qualche disegno escatologico nella disposizione degli elementi. Come sono sorpassata! Oggi è al disorganico, che si deve guardare. Certo però che un grattacielo è nero. Io l’ho ribattezzato La Morte Nera.
Avete mai visto un grattacielo nero? È spaventoso. Un monolite sganciato sulla terra da qualche civiltà evoluta, che attende solo il momento di venirselo a prendere, e noi con lui.
Lì vicino, un altro grattacielo, con un po’ di pietra di Vicenza color panna, che, se non altro, ha il merito di stemperare un po’ il rigore del monolite.

Gettando l’occhio verso nord-est, c’è l’area in via di costruzione.
Ma come, dite voi? Ancora lavori?
Sì. Hudson Yards ha aperto i cantieri alla fine del 2014. Il 5 aprile di quest’anno, si è festeggiata la fine della Fase 1, che include cinque grattacieli, il centro commerciale e lo Shed. Ma c’è ancora la Fase 2, che prevede la costruzione di sette — sette! — torri di appartamenti, un grattacielo di uffici, una scuola (dall’asilo fino alle medie) nonché la ristrutturazione dell’ultimo tratto della High Line. Tra i nomi degli architetti coinvolti, due sconosciuti tipo Santiago Calatrava e Frank Gehry…
La fase 2, se tutto procede come deve procedere, si concluderà nel 2024.
Insomma, dieci anni di sbattimento edile senza precedenti.

Ai newyorkesi, Hudson Yards non va giù. Il New York Times, che intercetta e amplifica il malessere dei suoi cittadini, si è dismostrato estremamente critico nei confronti del nuovo quartiere. Ma magnanimo nei confronti dello Shed — è pur sempre cultura.
Un articolo della settimana scorsa titolava, con una domanda retorica che sanciva la sentenza emessa dal giornale, “Will the Shed be enough to rescue Hudson Yards?”.
L’accusa che i newyorkesi scagliano con maggior veemenza contro l’operazione è: Hudson Yards non fa parte della città. È una gated community per ricchi, milionari che non abiteranno stabilmente nel quartiere ma che ci faranno qualche puntatina ogni tanto. Quindi non contribuiranno alla community — qui “community” è un cavallo di battaglia come “territorio” per il Trentino. La città ha sborsato milioni, per cosa? Soprattutto per chi? Mogul che si dividono fra Dubai, Londra, Hong Kong e, ogni tanto, New York?

Se volessi aizzare ancora più gli animi dei newyorkesi, mi basterebbe far notar loro che la fermata della metro di Hudson Yards, il capolinea della linea 7, potrebbe tranquillamente far parte della metro di Stoccolma, tanta è la pulizia, l’aerosità, la sensazione di nuovo e tecnologico.
Se, per dire, andate alla stazione di Chambers Street della linea blu — in piena TriBeCa, non il Bronx, non Bushwick — la stazione vi rimane in mano anche solo a guardarla.

Ieri sono tornata nel quartiere per vedere chi frequenta il nuovo quartiere. Turisti. Nessun newyorkese. Ho messo anche piede nel centro commerciale di superlusso. I soliti marchi noti. Patek Philip, Cartier, Kate Spade, Dior e Tiffany prossima apertura. Che male, la banalità.
Quanto al Vessel, apprendo che per salirlo e scenderlo bisogna acquistare il biglietto online. Ovviamente è tutto “fully booked” per le prossime due settimane.
Siccome una mia recentissima conoscenza si sta trasferrendo a One Hudson Yards in questi giorni — il primo grattacielo che hanno costruito nel complesso —  io conto sul suo appoggio per fare un giretto sul vaso più inutile della storia.

E comunque. Quelli di Hudson Yards hanno tutto — persino uno store tutto loro di Muji, i maledetti.
Ma guess what? Non hanno il cinema.
Che poveVacci.

Questa settimana sono andata al cine sulla 68esima, a vedere “TEEN SPIRIT”, opera prima di Max Minghella.
Presentato al Toronto Film Festival, non ho saputo resistere. Ho un debole per la cinematografia che mostra e riflette sull’adolescenza. Forse perché sono cresciuta con “Il tempo delle mele”. Oppure perché l’anagrafe mi permette, ora che ne sono fuori, di dimostrare dell’attrazione per quel periodo verso il quale, quando lo vivi, provi solo repulsione.
In più la protagonista del film è Elle Fanning, sorella di Dakota — e tra le due, la minore Elle surclassa la maggiore Dakota su tutta la linea.
Elle Fanning ha un faccino stranissimo. Sembra un folletto, o un alieno, o una bambina cresciuta. O tutte e tre. Perfetta per la parte, con quei capelli di fieno, il broncio incavolato e il corpo in bilico fra ragazza e donna.

Violet Valenski è una ragazza di origini polacche introversa e talentuosa che vive con la madre in una fattoria sull’Isola di Wight — non quella dei Dik Dik, quella vera. Violet aiuta nei campi, fa la cameriera, studia. Si fa il cosiddetto mazzo per aiutare la madre. Ma soprattutto, Violet canta. Ogni occasione è buona. Il coro della chiesa, certo, ma anche in camera sua, e nel bar tristissimo con i soliti due clienti che affogano i dispiaceri nell’alcol e di cui solo uno applaude, a fine performance. Quest’uno si chiama Vlad, un ex cantante d’opera diventato ex per via, probabilmente, dell’alcol. Vlad crede che Violet abbia talento da vendere e si offre di farle da manager e da mentore.

La routine della ragazza s’interrompe quando in città arrivano i casting per Teen Spirit, un talent-show ante-litteram in tutto e per tutto progenitore di X-Factor e American Idols.
Violet decide di partecipare. Aiutata da una squalifica ai danni della prima arrivata, finisce alle finali. Che si tengono a Londra.
Immaginate una nativa dell’Isola di Wight, che non ha mai messo piede sulla terra ferma, figurarsi nella swingin’ London, arrivare nella swingin’ London. L’atmosfera le dà alla testa, non ci stiupiamo. E quasi quasi Violet sta per fare una scelta avventata e buttare tutto all’aria… Ma alla fine no, non la fa.
Sale sul palco, e canta — e balla — da urlo.
E io penso. Ottimo, più lei canta bene, più la sua performance è da standing ovation, più la delusione sarà cocente, più il film potrà scavare nel buco nero in cui Violet finirà.
Ero convinta che Violet avrebbe perso, ci avrei scommesso sopra i 150 milioni di dollari del Vaso di Pandora di Hudson Yards.
E invece, cosa mi combina il regista? La fa vincere!

Max Minghella, sei al primo film, capisco il legame ancestrale con gli happy-ending, ma cavolo, in un mondo dominato dai talent-show, in una società che coltiva il mito del farcela a tutti i costi, dell’elogio alla vittoria manco fossimo tutti discendenti di D’Annunzio, Wagner e Nietzsche, non puoi anche tu cavalcare quel cavallo. Quel cavallo sta sprofondando, è sfinito.
Perché non cavalchi invece un ronzino di nome Fiasco, che forse potrebbe anche aiutare i tuoi spettatori a ridimensionare il (mis)concetto di sconfitta e vittoria?
In quelle competizioni chi vince è uno, il numero di chi non vince è infinito. Per una buona volta, mettiamo da parte quell’uno, e guardiamo alle strade che si aprono davanti a infinito?
Per altro, Max Minghella, tu sei anche inglese, non sei americano, non hai tatuata l’ansia da succeeding nel DNA. Puoi permetterti anche un film su una sconfitta, che magari si trasforma in altro, in meglio.

A ogni modo, diamo a Elle Fanning quel che le spetta. Non è solo una bravissima attrice, sempre in parte in ogni parte che interpreta — guardatevi il capolavoro “The Neon Demon” di Refn, e vedete quant’è talentuosa la ragazza. Ma sa pure cantare! Ha interpretato tutte le canzoni del film senza ricorrere a voci altrui. In più, ha quella presenza scenica da inconsapevole Lolita che la rende perfetta per il personaggio di adolescente micino indifeso e incavolato con il mondo.

“Teen Spirit” si comporta bene più o meno fino a metà. Ha un suo ritmo, una certa raffinatezza nel modo in cui indugia su certi particolari. Violet con il suo amato cavallo. Violet nei campi. Violet a scuola.
Poi ti fa sognare andando a ripescare “What a feeling” di Flashdance, e tu, chiunque tu sia, quando senti quelle quattro note di pianola elettrica iniziali, già ti senti infilato in una felpa strappata sopra l’ombelico, scaldamuscoli sugli stinchi, e pronto a conquistare “Fame” e New York City — altroché Maria de Filippi!
La scena in cui Violet balla da sola in camera, con l’Ipod nelle orecchie, richiama le camere dell’adolescenza di ciascuno. Chi non si è scatenato almeno una volta nella solitudine della propria stanza, una fila di peluche per astanti, la lampadina da 60 watt sopra la testa al posto della palla stroboscopica di Saturday Night Fever?
Tutti l’abbiamo fatto.
Se non l’avete fatto, fatelo.

Però poi il film si perde nella sua superficialità. Reitera il modello della Cenerentola di campagna che va alla conquista della City, e la conquista.
È strano, ma per quanto gustosa sia il tropo della ragazza innocente con un talento e un sogno da realizzare, quel tropo risulta maledettamente difficile da raccontare senza scadere nel melò, nel melenso e in tutte le salse a base di miele che ci vengono in mente. Gli ultimi due esempi visti, “A Star Is Born” e “Vox Lux”, hanno fallito entrambi. “Teen Spirit” si aggiunge alla lista.
Speriamo che i registi non si fermino qui, e che cerchino altri modi di esplorare quella narrazione.
Prima o poi qualcuno ci riuscirà, no?

E anche per stasera è tutto, Moviers.
Nel Frunyc IV trovate molte foto di Hudson Yards, e molti fiori della primavera schizofrenica newyorkese. Central Park si sta trasformando nell’arlecchino che tutti attendiamo per tutto l’inverno. Speriamo rimanga  a lungo 🙂

Ora ringraziamenti d’ordinanza, e saluti, milionariamente cinematografici.

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Let’s Movie 408 from NYC – commenta “THE WIND” di Emma Tammi

Let’s Movie 408 from NYC – commenta “THE WIND” di Emma Tammi

Metafora, Moviers,

significa, “portare da un posto a un altro”.
Non avevo mai pensato all’etimologia della parola. Quando poi ho sentito qualcuno dirlo, venerdì, mi ha colpito, come un bambino che, per la prima volta, impara a respirare, o a nuotare, o a guidare una bici senza rotelle, e il commento tutto interiore che fa a proposito di quell’attività, senza nemmeno sapere di farlo, è “Mi viene naturale”.

La metafora mi viene naturale da sempre. E’ la mia gioia semantica più somma. Ve ne sarete accorti nei miei pipponi. Io la uso senza nemmeno accorgemene.
Ma il massimo è vagabondare per la poesia — la terra della metafora. Creare un mondo di paralleli che alludono al mondo terreno, ma senza dirlo espressamente. Far saltare tutti i nessi con la dinamite della parola, senza accontentarsi della via di mezzo delle similitudini, le vili similitudini, che non hanno il coraggio di gettarsi nel vuoto rischiando di schiantarsi sul marciapiede della significazione, ma infilano il paracadute del “come”, che toglie tutto il divertimento.
Se dico “Husain Bolt è veloce come il vento”, io immagino Husain e il vento, uno a fianco all’altro.
Se dico “Husain Bolt è il vento”, Husain si fa vento.
Qual è il modo più efficace per raffigurare la velocità dell’uomo più veloce di tutti i tempi?
You tell me…
🙂

Il qualcuno che mi ha ricordato il significato di “metafora” è uno scrittore, poeta anche lui. Stephen Massimilla. Eravamo al John D. Calandra Italian American Institute, dove, venerdì, abbiamo festeggiato il National Poetry Month, il mese nazionale della poesia.
Il Calandra è una sorte di roccaforte della cultura italo-americana negli Stati Uniti — non solo a New York. Un difensore della patria dove la patria non sta per l’Italia, ma per la cultura nata in quel paese, e sbocciata poi in un paese con 300 milioni di abitanti che non riescono a pronunciare “gli”.

Insomma, il Calandra, per festeggiare la poesia, chiede a quindici poeti con qualche briciola tricolore nel pacchetto genetico, di ritrovarsi il 5 aprile, e concede loro cinque minuti a testa in cui leggere i propri versi. Una cosa seria, con il cronometro elettronico da parete che scandisce, rossissimo, il conto alla rovescia dei cinque minuti.
Il Calandra mi ha chiesto di far parte della quindicina.
Quando il Calandra chiama, tu sei il vento. Husain, tuo fratello.

Questo Massimilla si porta il cognome storpiato da generale romano con giulia fierezza. La briciola di italianità, conservata nel caveau della sua identità, assume la forma di un gioiello che vuole custodire e sfoggiare.
Ha scritto un libro —“Cooking with the Muse”— unendo cucina, poesia, saggistica, e uscendosene con una ricetta ibrida che, a quanto pare, è piaciuta molto al palato americano: il libro è diventato un bestseller.
Esordisce spiegando il significato di “metafora”, e io sgrano gli occhi, ringrazio per avermi fatto notare quello che ignoravo, e dico fra me, comincia con il piede giustissimo, questo Stephen.
Prima di lui avevo sentito otto poeti, e onestamente, da quei quaranta minuti, ci avevo cavato ben poca poesia.
Allora dico, bene Stephen, vai.

Poi però Stephen comincia a fare pubblicità al suo libro. Voglio dire, mostrando il tomo, alzandolo e lisciandolo come avrebbe fatto una valletta della televisione degli anni ’80 con un videoregistratore. Ne parla per un buon sei minuti prima di leggere, e il Direttore del Calandra, lì sulla destra, si spazientisce, pur cercando di tenere un contegno. Probabilmente pensa che avrebbe dovuto aggiungere “Cinque minuti di lettura e zero minuti di preambolo” al pistolotto che ci ha gentilmente presentato a inizio della serata, illustrandoci le regole del gioco.
Stephen, ci omaggia della storia del pomodoro, che partì dal Sud America per arrivare nel Vecchio Mondo, passare per oggetto che assorbiva gli spiriti maligni e poi, solo grazie a Lorenzo di Medici, entrare nella cucina prima toscana e poi italiana, e solo allora, rimbalzare negli Stati Uniti in forma essiccata.
Tutto questo con molti dettagli nel mezzo che io ho deciso di sfrondare qui, perché vi amo.

Quando nomina il carciofo, al Direttore, là seduto sulla destra, prende una sincope. Stephen non lo vede, ma credo che lo senta, e ha la buona creanza di tagliar corto, posare l’amato volume illustrato che troviamo in libreria, oltreché su Amazon, e accingersi a leggere le sue poesie.
Non ricordo un verso, né una parola, quindi, ho la certezza che non mi abbiano impressionato.
In questo non c’è necessariamente un giudizio di valore. Credo che uno cerchi di fare il meglio che può in quello che fa. Poi sta agli altri dire.

Ma la mia impressione generale, che vi esorto a prendere con le pinze, essendo essa parziale, soggettiva, e boardiana, è che ci sia una tendenza troppo smaccatamente confessionale nella poesia italo-americana. Una tendenza che, mi spiega un addetto ai lavori a fine evento, è tipica della poesia americana tutta.
“Ma la poesia confessionale americana è diversa dalla poesia confessionale italiana”, mi fa notare lui.
Io annuisco. Forse ha ragione, ma le mie riserve, nonostantetutto, rimangono.
Insomma, piangere mariti morti, decantare mariti vivi, o figli che se ne vanno da casa, e padri idolatrati e commemorati in toni elegiaci… Insomma, questa non è la mia idea di poesia.
Ma la parola è bella perché è varia. Ognuno sceglie ciò che crede giusto per sé.

A evento finito, alcuni poeti si avvicinano e mi dicono cose molto lusinghiere sul fatto che scrivo in inglese. Io mi schermisco, no guardate, ho una laurea in inglese, lavoro con l’inglese da tutta una vita, non è tanto straordinario che io scriva poesia in questa lingua, I am supposed to.
La lingua è una macchina: ciò che hai da dire, il motore.
È il motore che conta e che fa camminare la macchina.

Le metafore c’entrano anche con Princeton, il cuore del racconto di questa settimana, insieme alla mia gita là.
Perché Princeton?
Perché dista solo un’ora e mezza di (Mega)bus da Manhattan.
Perché, non lo nego, ho un’idea di Princeton nella mia testa sin da quando ho quindici anni e la sentivo nominare dallo zio del Principe di Bel Air, che si era laureato lì.
Perché vedere queste ivy-league fa parte dell’esperienza americana che sto facendo. Così come addentrare le periferie del Bronx, assistere ad apocalittici/catastrofici spettacoli teatrali nel Greenwich Village, partecipare alla parata del Thanksgiving.
Forse, prima o poi, metterò persino piede nello Yankee Stadium.
Forse.

Princeton anche perché ha un museo universitario che non ha nulla da inviadiare a altre istituzioni museali non universitarie. Ho scoperto che ogni classe di studenti, i cosiddetti Alumni — che si legge Alumnai, mi raccomando, se lo leggete correttamente alla latina, Alumni, vi si guarda con sgomento — gli Alumni, ogni anno, fanno delle grosse donazioni all’Alma Mater. Non tanto in denaro, o meglio, sì in denaro, ma che verrà investito per l’acquisto di opere d’arte. Lo possono fare singolarmente: “Dono di Tizio nell’anno…”, ma lo fanno soprattutto in massa, in classe, ovvero, “la classe del 1996 ha donato due Monet”. Oppure “la classe del 1951 ha donato un cimelio sumero del 5 A.C.”
Ovviamente, dietro tutta questa generosità, c’è una macchina organizzativa spaventosa, che esorta tutti i singoli laureati a contribuire. E i laureati a Princeton non si scocciano di queste continue richieste di soldi. Da bravi militi princetoniani, ubbidiscono e contribuiscono. Pure volentieri. Questa è la vera grande differenza tra il giving americano e quello —scarsissimo, inesistente — italiano. Qui c’è una vera e propria cultura del donate. L’americano arrivato, specie se con alle spalle un’università prestigiosa, si sente in dovere di restituire, e gode nell’essere riconosciuto come un donatore. Da esso, ovvero dall’atto del donare, ne trae piacere in forma di status, di prestigio.
Con questo sistema, ci guadagnano tutti, win-win for all: il donatore in termini di ritorno etico e di immagine, e l’università, in termini di entrate, e prestigio conferito dal prestigio di questo o quel donatore.

Con questo sistema, il Museo dell’Università di Princeton, che ha aperto i battenti nel 1750, ha messo insieme una collezione con più di 100.000 pezzi da tutto il mondo e da tutti i tempi, partendo dall’arte antica greca e romana, quella antica delle Americhe, quella dell’Africa, dell’Asia, arte moderna, arte contemporanea e fotografia. In numeri, un endowment — una dotazione — complessiva che ammonta a 30 bilioni di dollari — dove bilione, lo ricordo, sta per miliardo.
Hai capito quelli di Princeton.

Museo a parte, il campus è il campus di una ivy-league.
Personalmente, ho trovato quello di Harvard, quando ci andai, più cinematografico. Forse più stereotipato, ma senz’altro più d’impatto. Quello di Princeton è sempre molto classico, i vari edifici con le varie facoltà molto di gusto British, tutte convergenti verso la Nassau Hall, l’imponente edificio — l’originale, il primo nato — che vi accoglie quando varcate il grande cancello nero su Palmer Square.

La differenza con un campus nel cuore di New York si sente subito. Prendiamo l’FIT. Se la Presidente, la sovrana Dr Brown, si presenta senza badge, all’entrata la rimbalzano come una qualsiasi plebea. Potrebbe anche telefonare a Re Giorgio, scomodare l’Imperatore Valentino, ma nulla smuoverebbe l’esercito della security che le si para davanti, e che si para davanti a chiunque voglia accedere al tempio accademico del fashion.
Di solito sono sempre molto critica riguardo l’hyper-security che noto da queste parti, ma forse devo essere più accomodante in materia. Sentite un po’ qui.

Venerdì è stata lanciata un’allerta “Shelter in place” all’FIT. Significa che il seguente messaggio risuona negli autoparlanti del campus ed entra nella vostra casella di posta: “Due to an unspecified threat, a shelter in place is in effect. Please lock all doors and secure all windows. More information to follow.”
Ovvero, rimanete dove vi trovate, chiudete a chiave le porte e le finestre. Vi faremo sapere.

Non rinuncio alla tentazione mentale di aggiungere “mettete al riparo donne e bambini” allo scarno testo che ho trovato nella casella di posta, accompagnandolo con una risatina sciocca.
Dopo un’ora e mezza, ecco gli aggiornamenti, e l’interruzione dello stato d’allerta — liberi tutti — con lo spiegone dell’Ufficio External Relations. Alcuni studenti d’informatica avevano avvisato l’ufficio Sicurezza che in rete stava circolando un video. Il video mostrava uno studente su una scala dell’FIT con una presunta pistola. L’Ufficio ha notificato la NYC Police Department e loro hanno dato l’allerta.
All’FIT è arrivata l’artiglieria, hanno circondato l’area in cerca dello studente. Che poi, non si sa bene come, è stato pescato in zona Union Square, da Barnes&Nobles — evidentemente anche i presunti squilibrati leggono.

A Princeton, non c’è nemmeno una guardia al cancello. Nemmeno un bidello nel campus.
Okay, è domenica. Però un filo di personale in divisa Princeton fa anche colore, no?
Quando arrivo, piove, quindi il campus sa di acqua fresca e primavera vicina. I colori sono tutti molto vivi. Senz’altro per via della lavata di capo della pioggia. I narcisi giallissimi, le magnolie bianchissime, il prato del campus verdissimo.
Rimango due ore nel museo, sia per godermelo bene tutto da capo a fondo, sia nella speranza che spiova e la temperatura si alzi un po’. Marzo e aprile sono quei mesi ibridi in cui, per quanto t’ingegni con l’abbigliamento, sbagli sempre.
Io sbaglio sempre.

Quando esco, mi attendono una buona notizia e una cattiva notizia. La buona è che è spiovuto. La cattiva è che il cielo, ripulendosi, ha affilato la lama del freddo, che si è fatto, se possibile, ancora più pungente.
Ogni tanto il sole riesce a farsi largo tra le nuvole, e io lo accolgo ogni volta come fosse un messia.
È con questa instabilità termica che dal campus, mi avvio al 112 di Mercer Street, il clou della gita a Princeton.

Passo per delle stradine che mi ricordano la letteratura americana, e i film. Prendo Dickinson Street, e naturalmente la mente corre da Emily, poi la stradina imbocca University Place.
In inglese, definirei queste case con decent. Che non vuol dire “decenti” — false friend — bensì “a modo” — se lo dite di una persona, decent traduce “per bene”. Bianche, con lo steccato, azzurrine, grigio perla, gialle con i bidoni della spazzatura in pendant — se date un’occhiata al Frunyc IV, trovate tutto.
È un universo provinciale, quello di Princeton. Tranquillo, naturale, yoga. Immagino molta iuta negli interni di quelle case, e lino grezzo. Giacinti viola in vasi di latta, e torte di lamponi sotto campane di vetro. Ovviamente so benissimo che questo è tutto un sogno uscito da Elle Decor, ma così mi piace pensare all’interno di queste casette. Non al devasto che solo gli studenti universitari americani possono costruire attraverso party etilici all’insegna del Beer Bong.

Anche perché Princeton sembra una città fantasma. Nessuno in giro, nessuna ombra di là dei vetri delle finestre. Forse per via della domenica, o dello spring break che si avvicina. Forse perché è molto europeo, il passeggiare senza avere una vera e propria meta, ed è molto americano, invece, in una domenica di pioggia, lo sprofondare nel divano con serie tv, coppa di popcorn e due galloni di Coca Cola accanto.

Quando arrivo nel posto clou, non c’è nessuno. O meglio, ci sono due ragazzi dai lineamenti orientali che, appena arrivo, si spostano, in segno di deferenza. Io abbasso il capo e ringrazio. Arigato.

Al 112 di Mercer Street, dal 1933 e per i successivi 22 anni, fino alla sua morte, abitò Albert.
Albert Einstein. 
Apprendo che arrivò per la prima volta a Princeton nel 1921 — anno del Nobel — per tenere una lecture sulla teoria della relatività — immaginatevi l’RSVP per la serata.
Il Dean dell’epoca lo decorò “Doctor of Science” e di lui dette una definizione in cui c’è un po’ d’Italia, e in cui poesia e verità si contendono il primato: “The New Columbus of science, voyaging through strange seas of thought alone” — il nuovo Colombo della scienza, che viaggia da solo per gli strani mari dell’intelletto.
C’è più poesia o più verità lì dentro? Io non so decidermi.

La casa — adorabile! — ha sette finestre. Albert avrà probabilmente pensato alla quantità di rumore o alla porzione di luce che gli avrebbero portato dalla strada. Avrà sicuramente pensato che sette è un numero naturale, primo sicuro, difettivo, congruente e il cui cubo, 373, è palindromo.
C’è un piccolo portico, su cui l’ho visto leggere, o appisolarsi dopo una giornata di calcoli senza fine al Center of Advanced Studies dove lavorava. Il piano superiore è rientrante rispetto a quello inferiore, e la rientranza è una specie di piccola terrazza senza ringhiera. Lo vedo nelle sere d’estate, sdraiarsi lì, sotto la luna princetoniana e le stelle americane, immaginare cose inimmaginabili, che tiene per sé, perché i geni dicono tanto, ma non tutto.

C’è un unico piccolo cartello, ripetuto per due, sulla proprietà. “Private residence”.
Nelle sue volontà, Albert è stato molto chiaro: la casa non diventerà un museo.
Albert non puntava al culto di sé, cosa che invece una casa-museo avrebbe contribuito ad alimentare. Albert voleva essere ricordato per la sua fisica, non per la sua fisicità.
Bravo Albert.

Faccio un po’ avanti indietro sul vialetto. Mi spingo fino a Hibben Road, la traversa successiva. Laggiù, intravedo Marquand Park.
È scritto che gli abitanti di Princeton fossero soliti intravedere la sua zazzera bianca passeggiare per le vie della città, completamente assorto nei suoi pensieri.
Chissà quante volte avrà camminato in quei dintorni. Rigorosamente senza calzini. E il fatto che oggi, tutti i nerd di questo mondo non rinuncino mai ai calzini sotto le ciabatte, nemmeno con quaranta gradi, dev’essere una specie di mutazione intrinseca alla storia della fisica di cui qualcuno un giorno si dovrebbe occupare.

Scopro che anche Einstein amava le metafore.
A un giornalista che gli chiese come si trovasse a Princeton, rispose: “I found Princeton fine. A pipe as yet unsmoked. Young and fresh. Much is to be expected from America’s youth”.
Princeton, una pipa non ancora fumata.
Albert, fisico della relatività, e poeta.

Questa settimana sono stata a vedere l’horror in contesto western “The Wind” di Emma Tammi.
C’è una parte di me fatalmente attratta da questo genere, che offre inifinite succose potenzialità metaforiche — appunto. In più, questo è un horror firmato da mano di donna. Non ci sono molte registe che si cimentano con questo genere. Quindi, dopo l’evento al Calandra, in una notte davvero buia e davvero tempestosa, raggiungo l’IFC nel Greenwich Village e mi vedo, con altre otto anime accanto a me, “The Wind”.  

Isac e Lizzy abitano da soli in mezzo alla prateria. Soli vuol dire proprio soli soli. Non quei paesini con l’ufficio postale, la banca e il saloon. No. La loro casetta di legno, e il nulla prateriale intorno.
Dopo le prime scene iniziali in cui capiamo immediatamente che Lizzy ha perso un bambino e che c’è decisamente qualcosa che non quadra in quel nulla prateriale, ecco che arriva una coppia di sposini: dei vicini!

Le due coppie prendono a frequentarsi, ma anche qui, c’è qualcosa che non quadra. Gideon non sa nemmeno menar di zappa o riparare un carretto, e se abiti nel Lontano West, be’caro mio, quel bricolage di base lo devi saper padroneggiare. Ed Emma è una ragazza di città che poco ci azzecca con la mancanza di comfort del nulla prateriale. Ben presto Emma rimane incinta, e altrettanto presto comincia a sentire qualcosa, delle presenze… Così come le sente e le vede Lizzy, anche se il suo Isaac le dice, mannò cara, non ti preoccupare, è solo il vento…
Col cavolo che è il vento, Isaac, ribattiamo noi spettatori, è il demone delle praterie. Da’ retta a tua moglie. Non ricordi il prete, nel vostro tragitto per arrivare qui, che l’aveva avvisata infilandole il volantino “Il demone delle praterie” nella Bibbia?

Gli eventi prenderanno una piega decisamente storta. Soprattutto per Emma. E Isaac…

Questa è la trama ridotta ai minimi termini.
Ma lo sviluppo del film è frammentato, giacché procede a singhiozzo su uno scorrere non lineare del tempo. I flashback sono talmente tanti che perdiamo il presente. Di conseguenza arriviamo alla fine senza veramente capire se il film sia tutto, in realtà, un flashback, e non esista nessun presente per questi personaggi.
Non mi è chiaro se questa sia stata una scelta conscia e voluta dalla regista, oppure se sia puro e semplice casino narrativo.

La confusione a livello temporale si sente anche a livello relazionale, ma in questo secondo l’ambiguità è voluta. La regista vuole farci vedere tutto attraverso la lente distorta della mente non lucida di Lizzy. Isaac tradisce Lizzy con Emma ed Emma sta portando in grembo suo figlio? Oppure sono solo sciocchezze che Lizzy si mette in testa, sciocchezze che il vento incessante e snervante non fa che alimentare? E perché la capra che ha visto morta poco fa, squartata dai lupi, ora la guarda, viva e vegeta?

Il pubblico capisce in fretta il trucco, e non si scompone. Non si scompone nemmeno quando intravede l’ombra del demone delle praterie impossessarsi dei personaggi, tingendo di nero i loro occhi — cara Emma Tammi, questo espediente è stato utilizzato talmente tante volte nella storia degli horror che vederlo l’ennesima volta, fa nomenclatura, non paura.
E questo è il vero problema del film. Non fa un briciolo di paura! Ci prova a tutti i costi, assoldando anche i lupi affamati. Ma niente, non ce la fa. Ed è un peccatissimo.
Il problema nasce dal sovraccarico. Perché tirare in ballo in maniera tanto esplicita oscure e sovrannaturali presenze? L’ambientazione — il nulla prateriale spazzato da un vento continuo — è quanto di più horror si possa immaginare! Sfrutta quello, Emma Tammi, lascia perdere Mefisto.
Io avrei calcato la mano sul non-detto, sull’accennato. Avrei cancellato il fumo nero che mi rappresenta il demoniaco e avrei scavato di più nella mente di Lizzy, nel suo passato in Germania e nel suo presente da immigrata nel Nuovo Mondo, nel Far West, in mezzo a una natura ostile, che non perdona. Ecco, invece di tirare in ballo sempre il diavolo, perché non mostrare le conseguenze dell’isolamento, della natura matrigna?
Zero ansia insomma. E un horror me la deve far venire, l’ansia.

Anche se non consiglierei il film, ho apprezzato il tentativo di guardare questo mondo western dalla prospettiva della donna che rimane a casa da sola, mentre l’uomo è lontano, o semplicemente nei campi. Comunque non lì con lei. È una prospettiva che non ricordo sia mai stata investigata, quindi un merito, Emma Tammi, ce l’ha.
Farà meglio la prossima volta 🙂

Ed eccoci arrivati in fondo, Fellows.
Frunyc IV aggiornato, ringraziamenti tanti e saluti, semanticamente cinematografici.

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Let’s Movie 407 from NYC – commenta “THE CHAMBERMAID”/”LA CAMERISTA” di Lila Avilés

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Midirigo Moviers

verso casa. Venerdì, dopo lezione, intorno all’una e mezza.
Adoro il venerdì. Insegno dalle nove all’una, tutta una tirata.
Ogni volta che lo dico, la gente strabuzza gli occhi. “Quattro ore??”.
Sì, quattro ore.
“Ma come fanno, quattro ore?”
Fanno si riferisce a loro, gli studenti. Come fanno a sopravvivere a quattro ore di italiano.
Fortunatamente non aggiungono “con te”. Ma ci penso io, ad aggiungerlo.
“Come fanno quattro ore con me? Eh, bella domanda…”

Nessuno mai, se non gli addetti ai lavori, ovvero altri docenti, chiede “ma come fai, quattro ore?”.
E lo capisco. Tutti ricordiamo noi stessi nei panni paninari degli studenti.
Lo ricordiamo perfettamente, il terrore di certe prime ore, con certe interrogazioni che avrebbero terrorizzato Putin, che si sa, non ha terrore di nulla, se non di non far terrore. E ricordiamo la terra promessa dell’ora di ginnastica, quando ancora non ci si faceva alcun tipo di problema a tornare in aula e affrontare latino, mate, e ita, dopo corsa, addominali, stretching, senza l’uso di una benché minima doccia. Mi chiedo sempre se a oggi sia entrato in vigore l’obbligo di lavarsi dopo ginnastica, oppure se sia quantomeno previsto da una futura legge di governo.

Con i professori, non ci si identificava. Erano quelli con il coltello dalla parte del manico. Che problemi avevano loro, che reggevano il manico? Noi, poveri agnelli sacrificali intenti a farci strada tra la selve puberali che ci avevano inghiottito, noi, tapini, eravamo dalla parte della lama. Sotto scacco tutto il tempo. Loro arrivavano dall’aula professori — un’aula tutta quanta per loro, e a noi, il cortile, come gli internati in un carcere immaginato da Van Gogh.
Arrivavano tranquilli e beati, mentre noi s’era sgobbato tutto il pomeriggio prima su Publio Cornelio Scipione Emiliano e la sua terza guerra punica — quattro nomi, I mean, quattro! — oppure su come scendere a patti con il numero di Avogadro, e sul perché diavolo un numero deve chiamarsi quasi come un frutto, quando potrebbe benissimo chiamarsi del tutto come un frutto — il numero di Avogado, ha più senso, dai.
Per qualche motivo, noi non si pensava che loro, i professori, avessero già dato, che avessero passato pomeriggi e pomeriggi su libri, e triumviri e nottole di Minerva e su come si dice “consapevolezza di sé” in tedesco. E poi università, dottorati, post-dottorati, e specializzazioni e supplenze all’ultimo minuto, pagate una miseria.

Quando sei adolescente, vedi solo te stesso e il tuo orticello tutt’intorno. Ti vedi ingrandito, deformato, sproporzionato: quando compi 13 anni, lo specchio smette di essere l’amico di burlonerie d’infanzia, e proietta una forma abnorme di te stesso, che magnifica a dismisura difetti e taglia fuori tutto quello che è l’altrui fatica.
È un’età ingrata, l’adolescenza. Ingrata ed eccelsa. Che fortunamente passa, ma in qualche modo rimane impressa.

Insomma, non pensavi al mazzo che il tuo prof. si era fatto prima di te. Pensavi, “il maledetto”, “la vipera”. Naturalmente c’erano anche i preferiti, i professori che salvavi non già in una cartella Word, ma in uno zaino pieno di compiti fatti volentieri e lezioni imparate con gusto.
Ma gli altri no, gli altri erano Psycho con il coltello dalla parte del manico. Noi dentro la doccia, ignari, indifesi.

Quando poi un professore lo diventi tu, il ribaltamento è talmente ottovolante da sconvolgerti da capo a piede. Smetti di essere l’idea che una (de)mente adolescente aveva costruito intorno al corpo docente. Sei, piuttosto, uno scolaro maturo con delle informazioni da condividere, e delle esperienze in più. Ma non ti rigiri nessun arma in mano.
Io mi sento una scolara a vita. Mi piace sentirmici. Ma so che ora ho anche quest’altra identità da indossare, quindi devo, in qualche modo, far coesistere le due. Non è sempre facile. Ma spesso, lo ammetto, è sorprendentemente divertente, inverosimilmente frustrante e indubbiamente gratificante.     

Adoro il venerdì perché all’una, quando ho finito, mi sento come se avessi portato a casa Pearl Harbor. È la sensazione di aver fatto il proprio dovere. Che è la stessa sensazione che sperimento dopo l’attività fisica, il pagamento delle tasse, l’igiene dal dentista. I doveri che, nell’essere eseguiti, ti liberano dalla costrizione.
La libertà opera attraverso infinite strade, e molto nel quotidiano, piuttosto che nei grossi tomi di etica della politica.

Scendo in strada, sulla 27esima e la 7ima Avenue. Passo davanti alla nuova lobby di vetro e acciaio dell’FIT, che ha sborsato milioni di dollari per quei vetri e quegli acciai e che al momento naviga in pessime acque finanziarie, ma se non altro la lobby è lì, in tutta la sua luminosa inossidabilità. Ci passo davanti e non penso alle grane finanziarie, non penso nemmeno a quanto il resto della struttura dell’FIT sia molto Berlino Est, con quel cemento color nocciola — ma come può il cemento essere color nocciola? — e gli infissi da carcere e i segni dell’usura che si vedono tutti fin troppo bene, senza nessun bisogno di avvicinarsi troppo o stringere gli occhi.

Non penso a nulla di tutto ciò. Salgo sulla linea rossa diretta ad Uptown, verso casa.
Cosa faccio il venerdì dopo lezione, cambia ogni volta, ma in genere infilo sempre una corsa tra me e qualche evento serale — di solito il cine.
Lo scorso venerdì l’idea della corsa vacillava sotto un leggero piovisco e un vento sbifido che parlava la lingua di febbraio più che di marzo. Tuttavia io mi genufletto al dogma “Non ci sono giornate inadatte alla corsa. Ci sono solo corridori troppo pigri”, e non la scampo.

All’altezza della 103esima, vale a dire la fermata prima della mia, la 110ima, la metro si ferma. Scarica i suoi passegeri e ne raccoglie altri, come da catena di montaggio di ogni metro del mondo. Ma qualcosa s’inceppa, nella catena di montaggio di questa corsa di questa metro. Le porte non si richiudono.
Rimaniamo lì, con le porte aperte per tre, quattro, cinque minuti.

I newyorkesi hanno sviluppato, nei secoli di urbanità, una soglia di tolleranza che impedisce loro di impugnare la clava dei loro istinti animali repressi e brandirla in giro per farsi valere, ripristinare l’ordine. Questa soglia si attesta intorno ai sette minuti di metro ferma senza apparente motivazione. All’ottavo minuto, il newyorkese lascia trapelare del nervosismo. Si guarda intorno, si distrae dallo schermo del cellulare, inspira-e-respira più convintamente — la reazione psicosomatica che precede lo sbuffo vero e proprio. Poi comincia a menar le gambe, a interpretare movenze da Stevie Wonder — con tutto il rispetto per — finché arriva all’articolazione della frustrazione con i classici “come on…”, “damn…”, “whaddhellisgoinon…”, tutti seguiti da una fila di puntini di sospensione a cui è appeso, per miracolo, il loro autocontrollo.

Io, che da sempre faccio parte della frangia insurrezionalista della vita, con un coefficiente di pazienza che rade i minimi storici, io ho sviluppato, in questi miei tre anni newyorkesi, una sorta di rassegnazione. Il termine pazienza, pertanto, risulterebbe inappropriato. Si tratta, piuttosto, di fatalistica accettazione. In questo, New York, mi ha trattato con le maniere forti: o così o così — e nemmeno un Pomì all’orizzonte.
Grazie, New York.

Se non ho la ghigliottina del ritardo sospesa sopra la testa, e se la metro fa le bizze, io le accetto quasi con benevolenza mariana. E la guardo, povera vecchia metro, obsoleta e inadatta, sfruttata e bistrattata, scusa perfetta per ogni ritardo — anche quelli non riconducibili a lei — e punto numero uno sul programma politico di ogni candidato per qualsiasi ruolo nell’amministrazione cittadina fin dal giorno in cui fu istituita, nel 1904.

Allora venerdì, mariana, attendo, spulciando la rassegna stampa italiana. Apprendo che i tabloid inglesi, non solo brancolano nel buio per via della Brexit, ma anche perché non sanno dove Meghan Markle partorirà il futuro royal baby. Tuttavia ridono perché il Tatler sembra aver scoperto il nomignolo con cui la duchessa sarebbe chiamata a Palazzo: Me-gain, micidiale quanto intraducibile gioco di parole che si burla del nome della Markle, lo trasforma in un qualcosa del senso “a me la grana”, intercettando la presunta sete di sterline della ragazza — draghi della filologia.
Apprendo tantissimi entusiasmanti dettagli sull’universo brandizzante dei Ferragnez, che, a quanto sento, sono diventati i reali di casa nostra. E poi apprendo anche dell’ennesimo caso di nozze napoletane tra la vedova di un boss e un Mario Merola millennial, con tanto di carrozze, cavalli e giocolieri per il centro di Secondigliano.
A quel punto, stomacata da carrozze, cavalli e giocolieri come solo lo sareste stati voi, decido di vedere cosa sta succedendo.

Sulla porta aperta della metro, una donna afro-americana che definirei curvy se dovessi usare un eufemismo, si sporge e prorompe in un He is not even in the car, come onma dai, non è nemmeno a bordo — con lo stesso atteggiamento con cui un tifoso di calcio inveirebbe contro un calcio di rigore con il solito “ma dai, non è nemmeno fallo!”.
Visto che la donna è visibilmente contrariata, spazientita, and well, pissed-off, e che tutt’intorno gli altri passeggeri hanno sospeso le loro letture o i loro videogiochi — più i secondi — mi alzo e mi sporgo per vedere a chi si riferisca con quel “he”.

Riverso a terra, a pochi metri dalla nostra porta, un uomo. Non lo vedo in viso. Il viso è rivolto verso la parete della fermata. Vedo solo il corpo di un uomo immobile, avvolto in un giaccone molto pesante, che ha visto moltissime primavere, e moltissimi inverni prima delle primavere. Vedo anche le scarpe. Anche loro passate per il tritatutto dell’usura. La parte centrale del corpo rimane nascosto dietro una colonna. Ma vedo, all’altezza della testa coperta dal cappuccio della giacca, delle gocce di sangue.
L’uomo, verosimilmente un homeless, è immobile.
Penso, è morto. Quella immobilità è tipica del sonno. Ma c’è del sangue per terra. E uno non può dormire e sanguinare. Non nel mio universo di panico binario.
Penso che questa è la prima volta della mia vita che vedo un morto dal vivo.
Davanti a lui, a debita distanza, cinque sei persone, cellulare alla mano. Non so se per chiamare i soccorsi oppure finire i loro videogiochi. Più la seconda.

Non avrei mai pensato che la distanza potesse assumere forma plastica. A colpirmi è stata la postura di questi astanti. Tutti dritti, sull’attenti. Nessuno piegato verso il corpo dell’uomo. Non dico chinato a terra — sarebbe davvero chiedere troppo… Ma nemmeno con la schiena inclinata verso l’uomo, in atteggiamento di interesse e soccorso. Tutti su dritti come soldatini, armati di cellulari, più ludici che 113.
 
Nel frattempo la donna, esasperata dalla sosta della metro che non si decide a partire, continua a ripetere, in un loop snervante He is not even in the car, he is not even in the car, he is not even in the car
Per quanto la fisica le desse ragione giacché il moribondo non era a bordo di nessun vagone, il corpo era tuttavia molto vicino alla metro. Troppo vicino per far sì che il conducente — la conducente — potesse continuare.
Incurante delle procedure di sicurezza, la donna continuava la sua litania.
He is not even in the car, he is not even in the car, he is not even in the car…

Dopo qualche istante, la conducente ci invita a scendere tutti dal treno, per permettere ai soccorsi di arrivare e prendersi cura dell’incidentato sulla banchina.
Quando scendo e circumnavigo la colonna, arrivandogli davanti, accanto ai soldatini, vedo che l’uomo non è morto. È vivo. Ha un taglio molto profondo sulla gobba del naso, da cui sgorga molto, moltissimo sangue, che gli ha inzuppato il viso e si è rappreso in una pozza, sulla striscia podotattile lungo il binario. Difficile dire se sia la conseguenza di un una brutta scazzottata, o solo di una brutta caduta.
Il volto dell’uomo è sprofondato nel cappuccio. Dal buio del cappuccio e del sangue, spuntano azzurrissimi, due occhi, mentre una mano si protende verso di noi.
È l’occhio azzurro e ossessionante in “Il cuore rivelatore”, penso, trovando Edgar Allan Poe, lì a portata di mano.
Mi perseguiterà per sempre quell’azzurro, concludo.
All’estremenità della mano tesa, unghie lunghe e incrostate. Unghie trasformate in fossili che raccontano il geologico urbano davanti al codardo cittadino.
In quell’istante, ecco i soccorsi.

Mi sono incamminata verso la 110esima. Non avevo voglia di aspettare un altro treno. Otto isolati di aria fresca si percorrono volentieri dopo una scena del genere. I soldatini su un attenti statico. La tenebra letteraria nascosta dietro quell’azzurro. La mano protesa e il viso sprofondato nel buio. La pozza rosso sangue sul giallo vivo della striscia podotattile, e quell’effetto da circo degli orrori.

Risparmierò la retorica e i discorsi scontati — a tutti risultano respingenti le circostanze di questo scenario.
Ma il ritornello con la perversa indignazione della donna, He is not even in the car, he is not even in the car, he is not even in the car, come se solo quello contasse, il fatto che il corpo non ostruisse i binari e il treno potesse continuare la sua corsa, come se la sosta fosse solo il capriccio di una conducente troppo scrupolosa. E i soldatini tutti sull’attenti, a debita distanza. Tutto ciò certifica un possibile decesso — se non il decesso — del senso civico.

Fuori in strada, il cielo carico di nubi, mi sono avviata verso casa, con una domanda in testa.
È New York, oppure siamo noi?

Una volta a casa ho ripensato alla mia lezione.
Nel solito esercizio del VIP misterioso “Descrivi un personaggio che ti piace, e noi della classe proviamo a indovinarlo”, una mia alunna — la migliore alunna che vi possa capitare — ha descritto Nan Goldin, fotografa cult negli USA e, a quanto sento, nel mondo — non so in Italia. Per fortuna lo scorso anno avevo visto una sua mostra al New Museum, altrimenti l’allieva surclassava la maestra.
Ha i capelli rossi e ricci, e gli occhi azzurri e penetranti. È pallida, e il suo viso è spesso serio, ma ha il grande sorriso memorabile.
Così recita parte della sua descrizione, per la quale a stento ho trattenuto lacrime d’orgoglio.

Un’altra studentessa ha preso Captain Marvel, un altro Reggie Fils-Aimé, CEO della Nintendo, un altro Josh Groban, raffinato cantautore con la voce da baritono.
Insomma, potevano scegliere Lady Gaga, Taylor Swift, Kim Kardashian e Ryan Gosling — io, per esempio, avrei optato per quest’ultimo. 🙂 Invece hanno scelto strade non battute.

Decido di resuscitare il cadavere del senso civico con l’antidoto della creatività linguistica.


Questa settimana ha preso il via la rassegna “New Directors – New Films” al MoMA e alla Film Society del Lincoln Center, e sono andata a vedermi un film che mi ha attirato per il titolo, “The Chambermaid”/“La camarista”, della giovanissima regista messicana Lila Avilés.

Presentato al Toronto Film Festival, a quello di San Sebastián, di Marrakech e di Londra, “The Chambermaid” segue la giornata lavorativa di Eve, una cameriera di Città del Messico che presta servizio in un hotel di super lusso della capitale.
All’inizio del film, Eve appare timida, schiva. Una gran lavoratrice, una che sgobba duro e che fa bene il suo lavoro. Ma anche chiusa in se stessa. Una che, per capirci, davanti alla faccia di un lavavetri che le sorride di là dalla finestra, tira la tenda. Questo, va detto, anche per via della sua situazione famigliare: intuiamo, attraverso delle telefonate a casa, che Eve è madre di un bambino, che ha lasciato al paesello in mani amiche per poter venire in città e lavorare.
Seguiamo silenziosamente Eve mentre rassetta ed esegue gli ordini più strampalati dei clienti che incontra. Quello ossessionato da tutto ciò che c’è in omaggio e si fa portare decine di flaconcini shampoo e rotoli di carta igienica. O la neomamma viziata che le chiede di guardarle il bambino mentre si fa la doccia.
Gli alberghi sono luoghi in cui transita umanità, e disumanità. Certe camere che deve ripulire sembrano campi di battaglia dopo il passaggio del Generale Lenny Kravitz.

Eve è colta nel momento in cui intraprende un percorso di crescita. Si iscrive alla scuola che l’hotel mette a disposizione dei dipendenti. Comincia a leggere. E non un libro a caso: il suo insegnante le regala “Il gabbiano Jonathan Livingston”, emblema di libertà, di riuscita attraverso la strada del miglioramento personale.
E piano piano, Eve si apre. La cultura la apre. Diventa curiosa. Diventa coraggiosa. Diventa donna. Tanto coraggiosa e tanto donna, da spogliarsi davanti a quello stesso lavavetri, lei di qua dalla finestra, lui al di fuori della finestra, esterreffatto — immaginate…

Malgrado l’animo docile, Eve è anche ambiziosa. Capiamo, dalle pochissime parole che pronuncia, che due sono gli obbiettivi a cui punta: diventare cameriera del 42esimo piano, quello con le stanze più esclusive, e aggiudicarsi un vestito rosso, dimenticato da una cliente e conteso fra lei e le sue colleghe.
Quando Eve raggiungerà solo uno dei due target — si raggiunge sempre il minore, purtroppo — capisce, forse, di essere a una svolta. Allora percorre tutto il palazzo, arriva al 42esimo piano, visita una suite vuota, prosegue su su fino al tetto, con il parcheggio degli elicotteri. Poi scende giù giù nell’interrato, nell’area adibita al personale, raccoglie le sue cose, e la vediamo uscire dalle porte di vetro dell’albergo. E per la prima volta, dopo tutto il film girato all’interno dell’albergo, la vediamo fuori, nel mondo. Come se ora, potesse camminare nella vita, forte della sua crescita, dell’esperienza maturata.

Io sarei stata a seguire Eve per delle ore. Sarà che siamo tutti voyeur, sarà che siamo tutti viaggiatori che occupano stanze d’albergo e che le lasciano in disordine. Sarà che osservare la vita di un soggetto in maniera tanto silenziosa, rispettosa ma mai censurata come la regista ha fatto, ti porta a sviluppare un attaccamento, una sorta di affetto, per quel soggetto. Ti porta a voler sapere cosa farà Eve della sua vita dopo essere uscita da quelle porte girevoli.

“The Chambermaid” è anche un’occasione per leggere, senza tanti manifesti o studi sociologici, la società messicana di oggi. Che non è molto cambiata da quella di un tempo. Più in alto vai — vedi il paradisiaco 42esimo piano — più incontri l’alta società, più in basso vai, più finisci nei quartieri dei servi. Che oggi si chiamano personale, ma che sono pur sempre servi.
Io spero che il film esca presto in Italia, e che andiate a guardarlo. Una sorta di incantesimo ipnotico s’impossessa di voi e non vi permette di staccare gli occhi dalle pulizie e dei movimenti di Eve. E anche per oggi è tutto, Fellows!
Frunyc IV aggiornato dove sapete, ringraziamenti sentitissimi, e saluti, direzionalmente cinematografici.

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