LET’S MOVIE 371 da NYC commenta “FIRST REFORMED” di Paul Shrader

LET’S MOVIE 371 da NYC commenta “FIRST REFORMED” di Paul Shrader

Meghan Markle, Moviers,

tocca parlare di lei — il mondo intero l’ha già fatto, ora lo facciamo anche noi. Si è scomodato persino Noam Chomsky, lui, l’ultimo dei luminari del ‘900, il linguista e pensatore di sinistra osannato negli USA come un dio.
“Meghan Markle potrebbe scuotere la monarchia britannica”, disse Noam, lo scorso dicembre. Lo disse non perché all’epoca Miss Markle fosse al centro dei suoi pensieri, ma perché gli venne fatto notare che Meghan aveva letto il suo libro “
Who Rules the World” commentandolo su Instagram con “great read” e “highly recommended”.
Noam ha risposto, grato che il testo le fosse piaciuto, e aggiungendo la frase sulla scossa alla monarchia.
Insomma, un balletto di carinerie. Si noti che Miss Markle ha scritto quattro parole di commento al libro, non una tesi di dottorato. Se con quattro parole — quattro di numero — si scomoda una delle figure intellettuali più influenti della contemporaneità, be’, allora dobbiamo preoccuparci un po’ del livello di narcisismo di certi luminari, e della eco che quattro parole possono riscuotere.

Ed è questo che mi è parso il royal wedding, alla fin fine. La danza del fair play. Sarà che sto coi piedi immersi nella political correctness newyorkese 24×7, ma il matrimonio mi è sembrato proprio quello. La Cattedrale di St George un parlamento, e al posto delle quote rosa, le quote nere. Peccato che la parte black sia stata relegata al solito coro gospel e al solito predicatore, il Vescovo Evangelista Michael Curry — un filo invasato, come tradizione comanda — e a pochi altri invitati, tra cui, Oprah Winfrey, Serena Williams e Idris Elba. Non i cugini e gli zii di parte materna, i comuni mortali che vivranno nei sobborghi di Culver City, Los Angeles. Ma i “cool” black, quelli di talento, quelli ispirati, quelli di potere e che ce l’hanno fatta. La ciliegina sulla torta è stata, ovviamente, l’esibizione del violoncellista diciannovenne, l’afroamericano enfant prodige Sheku Kanneh-Mason.

Se avete visto la cerimonia, forse avrete notato gli sguardi perplessi, i sorrisini soffocati o le espressioni condiscendenti del monarchiame bianco, mentre il Vescovo Curry predicava. Nessun giornale ne ha parlato, presi come sono stati a narrare la favola della principessa e del principe convolati a nozze multirazziali — imbottendo il lettorato medio con informazioni di interesse planetario, come il numero di limoni amalfitani usati nella torta nuziale (!).
Ma io proprio non posso togliermi dalla testa quei sorrisini lì. E quanta strada ci sia ancora da fare prima di demolire tutti gli stereotipi che accompagnano certe categorie, etnie — o come volete chiamarle — nella società.
Gli afroamericani cantano, pregano e suonano. Fanno colore, insomma.
Poi ovviamente si vuole far passare l’immagine della coppia che rivoluziona Buckingham Palace, della nuova “principessa del popolo”, ambientalista, equa, solidale e soprattutto femminista — se hai un padre un po’ sciagurato e cammini la navata di St George da sola, acquisisci lo status di “femminista”, segnamocelo. E certo, il beneficio del dubbio non si nega a nessuno. Eppure, se proprio proprio la Duchess to-be avesse voluto fare un gesto nobile, avrebbe potuto rivolgersi a uno stilista nero per almeno uno dei due abiti sfoggiati, assicurandogli la visibilità di cui certo Givenchy e Stella MacCartney non hanno bisogno. La butto lì, eh, Meghan, senza offesa…
Ovviamente per le cose veramente importanti, tipo gli outfit del giorno del tuo matrimonio, si va sulla tradizione. Givenchy e Stella MacCartney in. E tutti i Lawrence Steele e Virgil Abloh out.

E non ci addentriamo poi nella questione Commonwealth, questione tutt’altro che archiviata. Il velo di Meghan ricamato con 52 fiori che simboleggiano i 52 stati che ne fanno parte. Una volta dalle colonie si spedivano ornamenti esotici, pietre preziose, pelli e pellicce come doni alla regina. Oggi quegli stati assumono i contorni dei fiori su un velo — l’oggetto cambia, ma il legame resta, a doppio filo, direi.
Ah ma certo io sono troppo critica, perché in fondo c’è pur sempre il Vescovo Curry a citare il Dr King e la schiavitù, e a riequilibrare le disparità fra black & white, colonizer & colonized…

Tutto questo mi puzza troppo di artificio perché io possa farmi piacere quello che obbiettivamente è stato un matrimonio meno tradizionale del solito, ma non certo più uguale.
E in definitiva è quello che c’è scritto nel vestito della sposa — un vestito, specie a questi livelli, non è mai solo un vestito: è uno statement. Nel vestito di Givenchy c’è scritto, “Tranquilli Windsor, mi attengo alle regole, niente di nuovo sul fronte cerimoniale”. E nel vestito di Stella MacCartney c’è scritto, “Osare di più? Macché siete matti?, questi sono i Windsor, già tanto che vi siate goduti un gospel live”.

E mentre guardavo questo set cinematografico a cielo aperto, in cui tutto pareva impeccabilmente perfetto — meteo inverosimilmente compreso — e scorrevo questi 100.000 inglesi accorsi da tutto il regno a celebrare la monarchia, e le piccole e grandi Union Jacks nelle mani di piccini e grandi, e tutti pronti-armati-via con il cellulare a immortalare la carrozza al passaggio dei duchi novelli sposi. Mentre tutto questo avveniva, un’unica domanda.
Are you kiddin’ me??
No perché qui, Fellows, siamo a puro panem et circenses! Con l’aggravante che nella Roma antica il Colosseo era l’unico spazio per l’entertainment collettivo. Oggi abbiamo altri modi. Anche gli inglesi li avranno, anche post-Brexit, ne sono certa!
Forse il matrimonio tra reali è il match di calcio in cui tutti vincono, e lo si vede volentieri per quello. Oppure lo si vede per criticare i look dei presenti — sport molto diffuso.
Oppure solo per sognare. E questa, la questione del sogno, mi risulta ancora più imperscrutabile.
Sognamo ancora il principe, il castello, la tiara e la carrozza? E’ questo ciò che sognano le donne oggi? Ci identifichiamo con questa idea di futuro?
Non sto questionando la scelta di una singola donna — Meghan Merkle, per altro, lo ricordiamo, descritta come femminista — ma dei desideri delle donne, materializzatesi in migliaia a Windsor, e in milioni in mondovisione.
Quelli, mi interessano, i desideri — di Meghan, francamente…
Dire addio a tutto? Ad avere un lavoro? Essere economicamente indipendenti, vedere il proprio talento realizzarsi? Non poter più mettere il naso fuori casa senza rendere conto a qualcuno 24 ore su 24? E’ questa prospettiva, che le donne sognano ancora nel 2018? Retrocediamo di 200 anni in un colpo solo? Back to 1818? Dopo la fine che hanno fatto Lady Diana e Grace Kelly, le principesse prigioniere? Masako la principessa triste?

Quando ho condiviso queste mie perplessità con Bob, il mio housemate, che ogni volta mi stende con la sua ironia da newyorkese navigato, questa è stata la sua reazione: “Sure, such a hard life, you know, hopping from one yacht to another… From this ball to that charity gala… Oh Lord, it would kill you…”.
Naturalmente non ho potuto che ridere.
Ma altrettanto naturalmente non ho potuto risparmiarmi il “That’s not the point”.

Ora voi, romanticoni Moviers, mi direte, ma per l’ammmmore si rinuncia a tutto! L’amore prospera sul sacrificio.
Sì? E’ così? L’amore comincia là dove la propria libertà individuale finisce? Non intendo la libertà di coppia, ma la libertà iscritta nel codice umano di ciascun individuo quando viene messo al mondo in una società democratica.
E’ questo che le donne sognano?
Se la risposta è sì, well, ladies, abbiamo urgente bisogno di scrivere nuovi sogni per le nuove generazioni di donne.

Su questa ipotesi da incubo, passo a dirvi che venerdì sono andata all’Angelika a vedere un film che qualcuno di voi cinefili ha già visto alla Mostra del Cine di Venezia, lo scorso settembre. “First Reformed”, di Paul Shrader era in concorso, e ricordo che lasciò tutti più o meno a bocca aperta. Sia per la storia in sé, che per l’interpretazione da applausi di Ethan Hawke.
Appena ho saputo che Paul Shrader in persona avrebbe partecipato al Q&A post-proiezione, mi sono precipitata a prendere il biglietto.
Lasciatemi dire, vivere circondata da newyorkesi, cinematograficamente parlando, non è impresa facile. E’ come avere un esercito di Board che si precipita in ogni sala che offra un talk, un Q&A, un qualsiasi qualcosa alla presenza di un qualcuno… Tocca combattere ogni volta. Ma ovviamente di Board ce n’è uno, e ne resterà sempre solo uno — Highlander, ciccia. 🙂

Sì, dite bene, Paul Shrader è il regista di “American Gigolò”, il film che l’ha reso famoso. Ma più che per le passate regie, è il caso di ricordarlo per le passate sceneggiature: “Taxi Driver”, “Toro scatenato” e “L’ultima tentazione di Cristo” le ha firmate lui — il sodalizio con Martin Scorsese, dite ancora bene, è chiaro e limpido.

La storia del film gira attorno al reverendo Toller, custode di First Reformed, una piccola chiesa fondata nel 1767 dai coloni olandesi e prossima a festeggiare il 250esimo anniversario. Middle of nowhere dello Stato di New York, per darvi delle coordinate geografiche.
Ci confessa lui stesso di essere stato un ex cappellano militare, ritiratosi dall’esercito dopo la scomparsa del figlio in Iraq.
Ci confessa tutto lui perché il film è come una specie di atto unico in forma di monologo interiore di Toller. Siamo praticamente dentro la sua testa — e questo naturalmente ci ricorda la stessa posizione che assumevamo con il tassista matto Travis in “Taxi Driver” — ma siamo anche sopra le sue spalle. Sì perché Toller decide di tenere un diario per un anno. Una specie di esercizio spirituale più che di strumento terapeutico alla Zeno Cosini. E questo naturalmente ci porta al “Diario di un curato di campagna”, se bazzicate il cinema di un certo blow-in-your-belly Bergman Ingmar. Quindi quando Toller scrive seduto alla sua scrivania, noi siamo come appesi alla macchina da presa, lo osserviamo dall’alto, sentendone contemporaneamente i pensieri. Posizione lì per lì privilegiata, ma alla fine, non poi così tanto…

Toller diventa confidente di una giovane coppia: lui, Michael, ambientalista affetto da depressione e lei, Mary, bionda, mariana e incinta — e qui, va be’, la sovrapposizione cristiana trionfa suprema. Michael, lo capiamo subito, è messo male: vorrebbe che la moglie abortisse per non mettere una creatura innocente in questo mondo condannato. E’ allo stadio “tombino” della depressione. Quando sei allo stadio “tombino”, o trovi una spinta psico-fisica che ti rispedisce in superficie, oppure continui a precipitare. Michael continua a precipitare, e la fine che fa, la intuite da soli.

Il fatto è che Taller, già tormentato dalla propria incapacità di pregare, sembra essere rimasto contagiato dal morbo di Michael. Quello che uccide la speranza e fa trionfare la disperazione. Il cruccio di Micheal — perché mettere al mondo un figlio se quel mondo lo stiamo distruggendo, e Dio, in tutto questo, non fa nulla? — si incista nella testa del reverendo, che comincia una lenta, inesorabile esplorazione nel buio dentro cui Michael è caduto. E noi spettatori assistiamo a questa caduta agli inferi e non sappiamo bene come porci.

Shrader è stato illuminante nella spiegazione del suo intento assai meschino — e riuscitissimo. “I am showing a binocular view: everything is seen through Taller’s perspective. So you start identifying with him. But then he starts veering (andar fuori carreggiata). And you have invested more than a hour in siding with this guy! And now you don’t know how to feel… you start feeling lost. So, yeah, I guess I did my job”.
Capito la vecchia volpe! Prima siamo con Taller al 100% — oltre al figlio perduto, a un matrimonio naufragato, il reverendo sta anche poco bene di salute, e quando stai poco bene di salute in un film, difficilmente hai solo un raffreddore…
Insomma, siamo tutti con lui e lo compatiamo, ma poi il reverendo sceglie la strada — già accennata dentro di lui — dell’estremismo. Ed è stato molto furbo, Shrader, a mostrarci quanto facile possa essere scivolare lungo la china dello sconforto e della sconfitta, e quanto questa sia così facilmente giustificabile.
Ma nulla è sempre bianco o nero — come i novelli duchi di Sussex c’insegnano… Il reverendo Toller fa parte di una congregazione che dipende dalle donazioni di una lobby di conservatori che con la destra inquinano l’ambiente con le loro fabbriche finto-green, e con la sinistra foraggiano la parrocchia: il lavacro istituzionalizzato delle coscienze. Questa scoperta dà il colpo di grazia a Toller, che si sente ulteriormente legittimato a compiere un gesto estremo. Tale gesto vedrebbe per protagonisti un giubbotto imbottito di esplosivo attorno al suo torace e una chiesa piena di fedeli… Ma il finale non è così scontato. E il regista, proprio sul finale ambiguo, che ha lasciato tutti noi del pubblico con un “Whaddaffa..??” soffocato in bocca, ha detto. “I don’t quite know how the film ends. You’ll tell me”. Un bello scaricabarile, che tuttavia apprezzo. Il pubblico si dovrà sbattere un po’, dico io.

La mia interpretazione è che solo l’amore, solo l’amore, può salvare. Banale magari, ma vera. La conclusione trova una sua anticipazione a metà film, una scena tra onirico, poetico e new-ageish verso la quale ho provato un sentimento molto contrastante. Una parte di me è letteralmente inorridita — “no ti prego, no ti prego, non prendermi la deriva spicchiamo-il-volo-verso-i-cieli-dell’ammmore…”. Una parte di me, capiva il senso di quel volo aereo uomo-donna attraverso i paradisi del mondo, fin giù agli inferi della terra, in cui l’edenico non è più, e non è più possibile, solo morte e distruzione lo sono. “Tarkovskiana”, ha definita quella scena Shrader.
Visto il finale, ho ricollegato le due scene. E sono come due grossi ganci visivo-narrativi che sorreggono il film, impedendogli di cadere nel noir totale. Conservo, tuttavia, dei dubbi sulla chiusura. La leggo come un colpo di coda troppo frettoloso, un modo semplicistico — o troppo spiccatamente all’americana — di “risolvere” ciò che non può essere risolto. Di trovare una spiegazione a tutti i costi, anche se il film ha tramato un’ora e mezza per convincerci dell’opposto.

Interrogato su Taller, Shrader ha ammesso che è un tormentato, fallato, danneggiato dalla vita. “I’ve written about him before…”, ha aggiunto, riferendosi naturalmente alla galleria di tormentati, fallati, danneggiati che popolano il suo immaginario cinematografico. Tuttavia, ha tenuto a precisare. “He is my guy. But he is not me” — e ce ne siamo rallegrati tutti.
Dal punto di vista visivo, il regista ha spogliato di ogni orpello gli ambienti che circondano le vicende. Campi brulli e cotti dal freddo, interni glaciali, mobilio ridotto all’osso. Lo stesso dicasi per la colonna sonora, che praticamente non esiste. Esiste un “paesaggio sonoro”, fatto appunto di suoni, non di musica. “I wanted no music. Music always tells you how to feel. I preferred a soundscape instead”.
Pensandoci, un po’ di ragione, Shrader ce l’ha. La musica è come l’acqua per la bacchetta del rabdomante, e la bacchetta siamo noi. La nostra pancia tende sempre a tremare quando sente viole e violini. Troppo facile così, dice Shrader.

Per farvela breve, fossi in voi, io, “First Reformed”, andrei a vederlo quando esce in Italia — vallo a sapere quando. Anche perché ci sono dei momenti in cui è macabramente divertente. E personalmente trovo il dark fun un fun dal gusto decisamente allettante.

E anche stasera devo salutarvi con delle scuse per essere andata lunghissima e aver sforato così barbaramente il tetto di sopportazione che mi concedete. Ma ormai avete capito come sono — una barbara della comunicazione. 🙂

Il Frunyc III è aggiornato, e i saluti, stasera, sono realmente cinematografici.

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LET’S MOVIE 370 da NYC commenta “RBG” di Lucy Cohen e Betsy West

LET’S MOVIE 370 da NYC commenta “RBG” di Lucy Cohen e Betsy West

Moda Monday my Fashion Fellows,

ebbene sì. Questo lunedì abbiamo avuto il MET Gala. Ve ne avevo accennato lo scorso anno, quando il mio esilio verde a Trentoville (1 maggio – 2 agosto 2017) era cominciato. I mesi di maggio, giugno e luglio qui a NYC sono nuovi di zecca ai miei occhi. Occhi che mi sono rifatta, in queste ultime settimane, vivendo le fioriture formato giardino dei giganti di questa città.
Ho capito che anche le piante variano al variare di un paese — portate pazienza, state interloquendo con un’analfabeta in territorio floro-faunistico: le informazioni che seguiranno sono frutto del pressapochismo e del fantasy.
Qui gli oleandri non sono alberelli sull’attenti come in zona Arco-Riva. Qui gli oleandri sono dei cespugli. Cespugli sferoidi come quelli da cui i Puffi coglievano le Pufbacche. Le magnolie sono gialle. Non color bianco avorio, come in Italia. Sono giallo canarino. Il che le fa sembrare creature caraibiche trasferite momentaneamente nella city.
Tutto è ovviamente in versione eccedente. Poenie suine nella loro pingue floridezza. E poi ciliegi e ciliegi e ciliegi ovunque, non solo a Central Park. Colonie di ciliegi. Intorno a loro, una pioggia bianca e rosa da cui non vorresti mai ripararti — giammai uscirà dalla mia penna l’infame aggettivo “petaloso”.
Il Giappone salta in mente in continuazione. E questo anche per la quantità di turisti increduli davanti a questi spettacoli. Perché insomma, diciamocelo. Non te l’aspetti, a New York. A New York ti aspetti l’asfalto sporco, il fumo dai tombini e la ruggine della metro — e di certi homeless arrabbiati con il mondo. Non ti aspetti il Giardino dell’Eden.
Ma ho capito che gli ultimi giorni di aprile e i primi dieci di maggio, New York si fa arrivare l’Arcadia, la ospita per la maggior parte nei suoi parchi e lungo l’Hudson, ma la pigia anche dove ha disponibilità limitata, sui marciapiedi o agli incroci — quei quadratini minuscoli in cui ti chiedi come possa sopravvivere un essere vivente come un albero ma che, in qualche modo, sopravvive. Nel Frunyc III trovate esempi di quello di cui sto parlando.

Ora il circo della fioritura ha levato le tende. Se andate a Central Park addesso, trovate un lusso verde da bosco fatato. Non trentino. C’è differenza. Il verde trentino è un verde europeo. Profondo, alpestre, abetico, ambiguo. Quello di New York è scritto da betulle, querce, tigli, ippocastani. E’ il verde gioioso del campus universitario, Harvard e UCLA. E’ il verde chiaro, senza doppi fondi.
Verde Walt Disney, niente Perrault.

Il primo lunedì di maggio, come ogni primo lunedì di maggio dal 1948 a questa parte, il MET chiude i portoni ai turisti e li apre al glamour. Il Gala si tiene per raccogliere fondi: il MET’s Costume Institute è l’unica branca del MET a finanziarsi da sola. E questo grazie al primo lunedì di maggio. Questo va tenuto in mente quando ci si scaglia — come alcuna stampa italiana — contro questo evento. Se volete partecipare, il biglietto costa 30.000 dollari — non a tavolo, a testa. I posti quest’anno sono stati 610. Fate i vostri conti e capite il perché il MET Costume Institute gode di ottima salute. In un momento in cui la cultura deve trovare i propri mezzi per mantenersi, mi sembra sensato sfruttare occasioni come queste.
Lo si chiama l’Oscar della Moda, ma in realtà non è solo quello. La serata apre ufficialmente la mostra al MET Institute che rimarrà aperta fino all’8 ottobre. “Heavenly Bodies: Fashion and the Catholic Immagination il tema di quest’anno, che poi era anche il tema del Gala. Sì perché due sono le richieste che vi vengono fatte se siete ospiti della serata: che il vostro outfit rispetti il tema della mostra e che evitiate i selfie. Richieste disattese in entrambi i casi — alcuni ospiti indisciplinati non hanno saputo stare lontani dal telefono, e, cosa ben più grave ai miei occhi, non si sono sbattuti a trovare il look adeguato.
Non è solo “banale” glamour. Leggo che questa è la mostra più grande mai organizzata sia dal Costume Institute che dal MET Museum. Occupa 25 gallerie per un totale di oltre 5.500 metri quadrati, raccoglie un totale di 150 abiti e accessori: “creazioni delle maggiori aziende di moda e circa 40 tra vesti, mantelli, copricapi e tiare prestati dalla sagrestia della cappella Sistina in Vaticano”. È il risultato di un lavoro immenso iniziato due anni fa, con dei gran to-and-fro tra il Vaticano e Roma e di una grande opera di convincimento di Andrew Bolton, il curatore del Costume Institute.
Le critiche che ho letto sono piovute sui look delle star — per qualche motivo tutti si dimenticano che la serata apre una mostra, e che l’evento celebrato è la mostra. La “trash” Papessa Rihanna. Sarah Jessica Parker con un tabernacolo in testa contenente un presepe — quesito matematico: inserire un presepe dentro un tabernacolo equivale a infilare un babà dentro una pastiera napoletana?
Oppure Katie Perry con delle ali angeliche e minidress Ferrero Rocher.

Uno può pensarla come vuole. Personalmente trovo questo approccio giocoso all’evento e alla moda estremamente divertente. E’ come una grande festa a tema. Solo che al posto di svaligiare gli armadi delle amiche per mettere insieme il tuo look, hai a disposizione le migliori maisons di tutto il mondo. Potete chiamarla carnevalata, baracconata, mascherata e tutti gli –ata che volete. Ma il successo economico della serata permette l’organizzazione di un evento culturale di portate bibliche (!) come la mostra stessa, che non soltanto investiga il rapporto — strettissimo, secondo il curatore —fra moda e religione, ma anche l’influenza — indubbia — che il cattolicesismo ha esercitato su stilisti come Versace, Galliano, Dolce&Gabbana, Balenciaga, Coco Chanel e Valentino.
And again, a voi Rihanna strizzata fra le perle di Maison Margela, con tanto di mitra sulla testa, potrà anche far inorridire (forse più per la ciccia strizzata che per le perle) così come il cuore di Gesù trafitto sul petto di Lana del Rey per mano di Gucci. Ma vedete, dipende sempre da che parte guardate al fenomenologico. Siete ludici? I mean, prendete sul serio il ludico? Se vi si chiede di rispettare un tema e vi vestite come Scarlett Johanson, che pare la zia Berta pronta per la finale del Bingo a Tampa, allora no, non prendete il ludico sul serio.
Personalmente, considero il ludico l’aspetto più vitale della mia piccola vita. E no, morto quelllo non se ne fa un altro, e sì, lo prendo estremamente sul serio.
Poi mi chiedo, anche ingenuamente, forse. Ma chi, per una sera, non vorrebbe uscir fuori dai propri panni e infilarsi quelli di una novella Borgia — come Blake Lively — oppure di Giovanna d’Arco — come Zendaya — oppure di una creatura tra goth, dark e Monaca di Monza, come ha fatto Lily Collins? Io, anche più di una sera, se me lo chiedete. Io vorrei essere il celeste di Diane Kruger. Con tanto di veletta, strascico e celestialità.
Perché vestirsi è sempre un po’ travestirsi.

Giudicare tutto questo vano, frivolo o inutile, sarebbe assai miope. Dietro questi abiti — per la maggior parte made in Italy — ci sono ore e ore di mani che hanno infilato metri e metri di strass, kili e kili di perline. Dietro a una mostra al MET ci sono migliaia di persone che faticano. Dietro a 610 commensali VIP ci sono catering, fiori, security, pubblicità, articoli. Impiegati, freelance e co.co.co.
In una parola. Lavoro.
Chi alza il naso e sente puzza di volgo, non afferra che senza un MET Gala, un’istituzione come il MET Institute avrebbe chiuso i battenti un ventennio fa.

Ovviamente non posso non fare un raffronto con l’Italia. Noi, che siamo dei portatori genetici di classe e stile ed eleganza ed estro nel mondo — ho poche certezze, ma questa, credetemi, è una certezza — noi, con un evento così per le mani, con le location che abbiamo a disposizione, con gli stilisti che sforniamo quotidianamente, potremmo mettere in piedi una soirée, che trasformerebbe il MET Gala nella sagra della Porchetta di Ariccia (!). Il Salone del Mobile, Pitti Uomo e la sfilata estiva a Piazza di Spagna vanno bene, ma sono — sanno — troppo 80s. C’è bisogno di “fresh blood”, nuovi eventi. E perché non sfruttare la moda? Perché non parlarne anche in termini diversi?

Questa per me è stata la settimana di un simposio all’FIT proprio sull’argomento, in cui si è dibattuto di sostenibilità della moda e del fair fashion. Perché non combinare le due cose?
Ovviamente la risposta, seguita dal classico sbuffo all’italiana, mi è molto famigliare.
“In Italia è tutto difficile”.
Queste parole riecheggiano quelle del personaggio Silvio Berlusconi in “Loro” di Sorrentino — purtroppo non ho visto il film per ovvi motivi, ma i giornali, li leggo.
“La sinistra pensa che tutto sia complicato”.
Mi viene da estendere il concetto. In Italia pensiamo che tutto sia complicato. E forse lo è. Ma da quando sono qui, sto vedendo che anche qui, può essere complicato.
Ho un amico che sta cercando di aprire un locale, un ristorante. Mi ha spiegato che la mole d’incartamenti necessari manderebbe ai matti Padre Pio — be’, il paragone è mio, in effetti 🙂 Persino fare un bonifico bancario, qui, è complicato — quello manda ai matti me.
Ma è l’atteggiamento con cui affrontiamo i paletti, a rendere i paletti, più o meno paletti.
Questo per dire che Facilandia è un luogo della nostra immaginazione che siamo portati a identificare con tutto quello che è altro dall’Italia, sbagliando. Una volta cambiato questo approccio, l’Italia tornerà a diventare un paese delle possibilità. Fino a quel momento. Sarà il paese dei paletti.
Quindi in sostanza, è la psicologia, a fregarci.

Ecco, ora per me comincia la vera parte importante di Let’s Movie. So che fra voi ci sono degli amabili mascalzoni che si fermano qui, alla fine del biografico newyorkese e saltano il cinematografico. Be’, oggi li prego di fare uno sforzo, perché quanto segue is the real deal.

Questa settimana sono andata all’Angelika Film Center, a vedere un documentario che lotterò contro ogni forza avversa affinché giunga sano e salvo in Italia. “RBG” di Lucy Cohen e Betsy West.
RBG sta per Ruth Baden Ginsburg, il giudice più anziano della Corte Suprema Americana diventata icona negli ultimi anni grazie ai Millennials — quelli contro cui ci scagliamo sempre e che chiamiamo “Bimbi Minkia” e “Sdraiati”, per una volta ci zittiscono.
Il motto di Ruth è sempre stato “I dissent”. Ed è diventato il motto di una generazione che ha fato di lei un personaggio pop: ma se Justin Bieber in testa ha solo la messa in piega, lei, Ruth, ha talmente tanto sale che sono stati proprio i Bimbi Minkia ad aggiungervi pure una corona.

L’hanno ribattezzata “Notorious RBG” come il rapper, Notorious BIG. 🙂 Perché, be’, se te la trovi davanti in tribunale, è meglio che reciti le tue ultime preghiere. She kicks ass, come si dice da ‘ste parti. Di lei, ne hanno fatto un fumetto, t-shirt, mugs, borse, costumi di Halloween. L’immagine del suo viso — volto minuto, occhialoni grandi, colletto ricamato sopra una toga nera, e una corona dorata sulla testa alla Notorious — è il tatuaggio più richiesto nello stato di Washington.
Ho passato tutti i 97 brevissimi minuti di documentario a chiederemi come diamine ho fatto a vivere questi primi 20 anni di vita (!) senza saperne nulla. Ma proprio nulla. Nemmeno della sua esistenza.
Non so come espierò questa mia colpa.

Il documentario apre così, sull’immagine diventata “social” e pop di Ruth. I fontomontaggi che la vogliono Wonder Woman o Giovanna d’Arco. Tazze, magliette, siti web impazziti. E poi lei. 83 anni dentro un uccellino di donna. In palestra, mentre fa ginnastica con il suo personal trainer. E poi lei, che dopo aver presenziato a conferenze, interviste et sim, si ritira nel suo ufficio alla Corte Suprema e lavora fino alle 4 del mattino.
83 anni.
E’ diventata ufficialmente il mio mito. E se un giorno fossimo catapultati in uno stato distopico che ci costringesse a farci un qualche tatuaggio, il mio sarebbe un bollo “RBG” stampato sulla collina che si erge sotto il mio orecchio destro.

Dopo la prima parte dedicata al fascino che Bader Ginsburg sta esercitando su tutti, non solo sulle ultime generazioni — è ammirata trasversalmente, da grandi e piccini, uomini, donne, gay, trans, democratici, repubblicani — il documentario ripercorre la sua storia umana e professionale.
Ruth nasce a Brooklyn, da una famiglia di ebrei russi, e studia alla Cornell University, dove, diciassettenne, incontra Martin Ginsburg, l’uomo che le starà accanto per tutta la vita. La coppia ti fa ritrovare fiducia nell’istituzione del matrimonio. La loro storia d’amore sembra un film in sé: lui estroverso e mattacchione quanto lei riservata e seria. Lui diventerà uno degli avvocati fiscalisti più rinomati di NYC, ma è lei che finirà per essere “quella importante di casa”. E sarà Martin a spingere affinché la moglie intraprenda la Legge a livello supremo.
“She was just too smart”, diceva Martin, venuto a mancare nel 2010.
Nel 1956 Ruth si iscrive alla Harvard Law School. L’unica donna della sua classe. Poi si perfeziona alla Columbia University — 4 isolati da casa mia :-).
“Quante offerte ho ricevuto dopo la laurea? Zero. Avevo tre cose contro di me. Ero ebrea. Ero donna. Ero madre».
Ebbene sì, perché Martin e Ruth si sposano mentre sono ancora all’Università, e hanno subito una bambina.
E sentite questa. Martin si ammala di cancro. Lo scoprono in tempo, ma deve sottoporsi a cure pesanti. Allora Ruth se la sbriga così. La mattina va a lezione, il pomeriggio studia fino alle 4 pm, ottimizzando il tempo in cui la baby-sitter bada alla figlia. Dopo cena Ruth aiuta Martin convalescente a recuperare i suoi corsi. La notte studia e va a letto alle 4 di mattina.
Alle 6 la sveglia suona.
Will is power. Will is power.
Professoressa di diritto, poi avvocato e nello stesso tempo attivista per la difesa dei diritti delle donne, nel 1972 fonda una delle associazioni chiave di quegli anni, Women’s Rights Project, con l’American Civil Liberties Union.
Vince tutti i casi che le vengono affidati. E questo grazie a una lucidità espositiva e un linguaggio ricercatissimo che in aula non conoscono rivali. E questo glielo riconoscono tutti, anche i rivali. E lì comincia la strada che la porta fra gli scranni di Washington.
Nel ’93 Bill Clinton, allora Presidente, la nomina tra i nove Giudici della Corte Suprema che rappresentano l’organo più alto del sistema giudiziario americano.
In che senso più alto?, potete chiedermi. Be’, fate conto che questi nove Giudici, nella storia, hanno deciso se la schiavitù è legittima, se i bambini neri possono frequentare le scuole dei bianchi, se una donna può abortire legalmente, se due gay possono sposarsi, se puoi fumare marijuana senza finire in galera…
Insomma, questi nove Giudici hanno contribuito e contribuiscono a forgare la giurisprudenza degli USA. Sono 9 perché un pareggio è fupri questione. E anche il golden goal. 🙂
Ecco chi è RBG. La testa che ha difeso l’aborto, la gratuità della pillola, che ha fatto passare i matrimoni gay e che si batte per l’assistenza sanitaria pubblica.
E che nel frattempo ha sconfitto due tumori, uno al colon e uno al pancreas, tra i più rognosi. Senza mai perdere un’udienza.

Il documentario si sofferma anche sul ruolo di frenemy (friend+enemy) con il fu Antonin Scalia, uno dei nove giudici della Corte Suprema suo “collega”. Il suo esatto contrario. Conservatore, Repubblicano, anti-abortista, contro le unioni gay. Ti aspetteresti fuoco e fiamme tra i due. E invece, hanno coltivato un’amicizia per oltre trent’anni, condividendo anche la passione per l’opera. “Eravamo migliori amici ma le nostre posizioni erano e sempre diverse… Mi ha rovinato tantissimi weekend, ma, alla fine, grazie alle sue notazioni, il mio lavoro risultava di gran lunga migliore alla prima versione”.
Make heaven out of hell, cantava Elisa…

Coltissima, pessima cuoca, seria e riservata, ma facile al riso e pronta a scherzare sul successo che miete fra i giovani. Ma anche passionaria. Due anni fa, quando un certo Donald Trump si candidò alla presidenza, lei gli diede pubblicamente dell’impostore — “faker”. Si scusò per aver superato il limite — se sei un Giudice della Corte Suprema non puoi dire esattamente tutto quello che ti passa per la testa.
Nel 2015 il Times l’ha inserita fra le 100 persona più influenti al mondo.

A 83 anni, è ancora uno dei nove giudici e passa ancora le notti in ufficio.
La cosa che fa meraviglia, e un infinito piacere, è che il membro più anziano della Corte Suprema degli Stati Uniti sia stata scoperta dai giovani, e che di lei abbiano fatto il loro idolo. E ben vengano anche le classiche americanate da marketing. Tshirt, fotomontaggi e gadget.

Mi piacerebbe chiedere a un diciottenne italiano se conosce Rossana Rossanda o Rosi Braidotti — io le ho scoperte per puro caso…
Quanto tempo dovremmo aspettare prima che loro diventino parte della memoria collettiva VIVA del paese? Ruth è nella memoria viva di questo paese, e lo rimarrà anche quando non ci sarà più. E questo grazie a tutte le memorie VIVENTI che di lei parlano, e tutte le iniziative originate intorno a lei.

Nella fila davanti alla mia, al cine, c’era una giovane madre con tre figli. Due femmine e un maschio, più o meno fra i 6 e i 10 anni.
Ecco quali sono i nuovi miti da proporre, i film da far vedere ai ragazzini.

Spero che il documentario arrivi in Italia, prima o poi. E se non dovesse farcela, auspico che almeno voi, illumiati Moviers, teniato d’occhio questo scricciolo d’acciaio di nome Notorius RBG.

Stasera sono stata particolarmente chilometrica e me ne scuso. Ma c’è così tanto da raccontare… Qui trovate il Frunyc III in cui vedrete alcune foto di David Bowie: da un mese a questa parte la fermata della metro di Broadway-Lafayette omaggia il cantante che abitava al 285 Lafayette — sotto l’appartamento dell’amico architetto, Ali.
La metro-mostra è strepitosa. Cerco di parlarvene in uno dei prossimi Lez Muvi…
Ora ringraziamenti tanti, e saluti, stilisticamente cinematografici.

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LET’S MOVIE 369 da NYC commenta “TULLY” di Jason Reitman

LET’S MOVIE 369 da NYC commenta “TULLY” di Jason Reitman

Mesi e mesi Moviers

che non nomino l’innominabile.
Voi avete tutto il diritto di lamentarvi. In fondo io sono come la vostra inviata sul campo. Vi parlo di boutique concerts, mostre fichissime, opere al Met — questa settimana è toccata la “Lucia di Lammermoor”, di Gaetano Donizzetti, al cui strazio Sturm-und-Drung il mio essere si è piegato con indescrivibile, estatico, rovinoso gaudio.
Sono la vostra Botteri, senza RAI TRE alle spalle, ma con gli stessi crauti sulla testa. 🙂

L’innominabile non è come il suo omonimo declinato al participio passato ne “I promessi sposi”. L’Innominato aveva fascino da vendere. Chi sta nell’ombra vince sempre. Pensate a Batman, che cito ogni volta. Pensate a Dio. Più all’ombra di così…
L’innominabile, a cui tolgo la vetta della maiuscola, è banalmente colui che fa arrossire di ira o vergogna il 99,9% della popolazione newyorkese — il rimanente 0,1% lavora per lui in tutti i palazzi che possiede sparsi per la città: la busta paga a fine mese attenua le spinte luddiste, si sa.

L’innominabile è lui. La nemesi del progresso del pensiero politico. Il colpo di coda del passato, che non vuole perdere la presa sul presente e minaccia il futuro.
Di lui non parlo per tanti motivi. Primo perché ho talmente tanto altro da condividere — sempre con il rammarico di non condividere tutto perché altrimenti farei Let’s Movie di lavoro — che lui finisce sempre a rischiare i bassifondi della mia lista, posto in cui relegarlo mi regala un piacere quasi fisico. Poi perché non so nemmeno da dove partire. Stormy Daniels? La donna con il nome d’arte che sembra scritto apposta per un fumetto soft-porn degli anni ’70? Le strategie sue, dell’innominabile, e del suo neo-avvocato, un tale Rudolph Giuliani, che quando ho appreso essere diventato il suo consulente legale, ha perso quel briciolo di gratitudine che potevo riconoscergli per aver contribuito a ridurre la criminalità a NYC negli anni ‘90?
Oppure dovrei partire dall’incontro con Macron e la consorte, nella sua visita qui la settimana scorsa e la cui unica cosa da ricordare è forse il cappello bianco Michael Kors di Melania Trump, un atto di coraggio a tesa larga?
No perché di quell’incontro ci sono la versione per i mangiatori di gossip e quelli che studiano il comportamento dell’innominabile nei confronti di Macron da un punto di vista antropologico. Accogliendo Macron nello Studio Ovale, l’innominabile ha spazzolato il bavero della giacca del presidente francese per togliere della forfora, perché “we have to make him perfect”, come ha aggiunto.
Gli antropologi, qui, hanno parlato di “primate grooming” e “playful dominance”, l’atteggiamento del primate dominante che sistema il primate pischello come a dire, io sono il gorilla alpha, il capobranco, e ti metto a posto io, davanti a tutto il branco. E dovrei aprire una parentesi lunga un chilometro su Melania e il suo ruolo, i suoi look perfetti per nascondere la vita più imperfetta che possa esistere: cosa c’è di peggio di essere vittima, e al contempo complice, della farsa della finzione?

Oggi ve ne parlo, di lui, per via del suo intervento all’NRA, la National Rifles Association, dove ha tenuto a sottolineare la necessità di addestrare e armare gli insegnanti. “Crediamo fermamente nel consentire a insegnanti altamente addestrati di portare armi nascoste”. Da insegnante, capirete, mi sento chiamata in causa. Per me una donna con una pistola è Monica Vitti nel film di Monicelli. Pensare a me con un’arma in borsa mi fa ridere e piangere.

Ovviamente questo approccio primatesco al problema delle stragi nelle scuole e della facile accessibilità alle armi da fuoco è quasi comico nella sua miopia: va ad agire sul sintomo, non sulla causa. Come sperare di curare un cancro prescrivendo Cesare Ragazzi per la ricrescita dei capelli dopo la chemio. Ma del resto cosa dobbiamo aspettarci da uno la cui logica lo porta a paragoni del genere: “Se mettessimo fuori legge le armi come alcuni vorrebbero, dovremmo mettere fuori legge tutti i camion, tutti i furgoni, che sono le nuove armi dei terroristi”?
Forse qualcuno dovrebbere spiegare all’innominabile che andare all’Eurobrico — che qui si chiama Walmart — e poter comprare una mitraglietta è un invito a nozze per gli psicopatici che popolano questo paese. En passant, spezziamo una lancia a Walmart: ha deciso che non venderà più armi e munizioni agli under 21. Qui è passato come un successo epocale.

Oggi l’innominabile ha anche espresso la propria opinione in merito alla sicurezza nel Regno Unito, mettendo il becco sui numerosi accoltellamenti degli ultimi due mesi nel paese extra-europeo — si dice così adesso l’UK, post-Brexit?
Ha persino avuto da commentare sulla strage del Bataclan. E mi domando se Macron, a oggi, si lascerebbe spazzolare via la forfora dal bavero, oppure farebbe partire un destro alla volta del suo zigomo sinistro, tracciando una diagonale di pitagorica precisione, e spendendo il gorilla alpha al tappeto in zona omega.

Forse dovrei parlarvi di tutto questo. Ma preferisco attendere che il paese in cui vivo attui il piano per far capitolare l’innominabile, e nel frattempo dirvi di Jane Jacobs. Perché se siete un newyorkese, e amate New York, Jane Jacobs per voi è un monumento nazionale.

Jane era un’antropologa e attivista che si è battuta per tutta la vita (1916-2006) a favore di nuclei urbani a misura d’uomo, ponendo l’accento sul ruolo ricoperto dalla strada, dal quartiere, dell’eterogeneità degli edifici. Jane Jacobs è passata alla storia per essersi opposta a Robert Moses, progettista urbano newyorkese che aveva una visione diametralmente opposta alla sua: edifici o complessi urbani mono-funzionali, vita “indoor” e strade deserte, sviluppo selvaggio della rete autostradale.
Nel 1968 Moses è stato a un passo dall’ottenere il permesso per realizzare la Lower Manhattan Expressway, un’autostrada sopraelevata che avrebbe dovuto tagliare il cuore di Manhattan, collegando il lato ovest dell’Hudson, con il lato est dell’isola, proseguendo nel Queens.
Jane ha mobilitato le comunità, i cittadini, ha raccolto firme e ha bloccato il progetto.
Riuscite a immaginare cosa sarebbero, oggi, Chelsea, SoHo, il Greenwich Village e l’East Village trapassati da un’autostrada?
Da allora Jane Jacobs è considerata una paladina della città. Lo scorso anno la sua figura e la sua storia sono state raccontate in uno splendido documentario di Matt Tyrnauer, “Citizen Jane: Battle for the City”.

Ogni anno New York City e altre città del mondo e dell’Italia, fra cui — cito da Wikipedia — Cagliari, Catania, Milano, Napoli, Olbia, Perugia, Roma, San Benedetto Po, Trieste, Venaria Reale (Torino) e Viterbo, (ma dov’è l’innovativa Trentoville?!?) — le rendono omaggio il 4, il 5 e il 6 maggio, organizzando le Jane’s Walks, passeggiate libere, gratuite, organizzate localmente, durante le quali le persone si riuniscono per esplorare, parlare e celebrare i loro quartieri. Qui a NYC, attraverso la Municipal Arts Association, i tour si sviluppano in tutti i boroughs della città. Voi vi iscrivete e vi presentate. E la guida vi porta alla scoperta di quel determinato quartiere, dal punto di vista architettonico, storico, culturale, sociale. Ci sono più di 40 tour al giorno, è impossibile seguirli tutti. Ogni anno i newyorkesi recuperano quelli perduti l’anno precedente, così da farli tutti.
La cosa bella è che la 20-3ina di partecipanti sono tutti newyorkesi puri. Non un ombra di turista, scarpe comode e felpa allacciata in vita. E i partecipanti integrano le spiegazioni della guida con le loro conoscenze. E oh boy, se ne sanno i newyorkesi, sulla loro città! Per questo i tour riscuotono tanto successo.
Ieri mi sono dedicata al mio quartiere, l’Upper West Side, con due tour. Zona Columbia e zona più a sud, intorno alla 70esima. Oggi è toccato all’East VIllage.
Le cose imparate sono tante e ve le snocciolerò poco per volta. Per ora ve ne servo alcune relative al cine.

Sicuramente avrete sentito parlare tutti delle San Remo, le due torri che sorvegliano Central Park dall’alto della loro altitudine. Ebbene, l’appartamento in cima in cima, indovinate un po’ di chi era?
Di Demi Moore e Bruce Willis, e poi di Demi Moore quando Bruce Willis ha fatto le valigie. Demi a quel punto voleva vendere l’appartamento, perché cosa se ne faceva di tutte quelle stanze, tutto quel Central Park davanti agli occhi ogni giorno? Per un anno Demi è rimasta fissa su 75 milioni di dollari — va bene volersi sbarazzare di tutte quelle stanze e di tutto quel Centrla Park, ma rimetterci anche no.
Poi ha capito che i tempi non erano più quelli di un a volta. E ha abbassato la posta a 45. Venduto.
Un appartamento è di Bono — vuoi non avere un pied-à-terre nelle tappe newyorkesi?
Inquilini sono stati anche Steven Spielberg e Dustin Hoffman — che ha s-venduto il suo appartamento per 21 milioni di dollari.
Lì accanto, in un edifio rosa e bianco che sembra una bomboniera ma bella, non kitsch, sorge il Kenilworth. E lì ci abitano Meryll Streep, e la coppia scoppiata e riaccoppiata Katherine Z. Jones e Michael Douglas.
Ovviamente tutti questi nomi hanno anche casa a Los Angeles. New York è perché se hai tanti soldi, sei qualcuno e vuoi rimanere qualcuno, in qualsiasi campo tu operi, devi per forza avere anche casa a New York.

Del Dakota Building, l’edificio super lusso su Central Park West, saprete tutti che ha fatto da tragico sfondo all’uccisione di John Lennon. Ma forse non sapete che Madonna moriva dalla voglia di comprare un appartamento nel palazzo. Ebbene, il palazzo è una “co-op”, ovvero un immobile di proprietà di una “corporation”: se compri un’appartamento in una co-op, non compri l’appartamento, ma delle quote della coorporation, che ti consentono il sospirato “lease”, il contratto d’affitto. Cercate di capirmi bene perché Il 75% degli immobili a NYC sono co-op — compreso quello in cui sto, il Rockfall. Caratteristica delle co-op è il Board — per una volta io non c’entro — ovvero il comitato di palazzo, che stabilisce le regole del palazzo e soprattutto, vaglia le candidature dei possibili locatari. I Board sono molto selettivi e non permettono l’ingresso alla qualunque.
Il Dakota Building, che lo crediate o meno, è una co-op. E non c’è stato verso di far ammettere Madonna come inquilina. E nemmeno Cher, Melanie Griffith e Antonio Banderas, se è per quello. Pollice giù per loro.
Per Judy Garland, Lauren Bacall, e Leonard Bernstein, invece, il pollice ha guardato su.
Yoko Ono abita ancora lì. L’ultimo piano è tutto suo. Però ne affitta la metà.
Chissà se si appoggia ad Airbnb.

Questa settimana non stavo letteralmente più nella pelle. Dovevo assolutamente andare a vedere un film che attendo sin da quando è stato presentato al Sundance Film Festival. “Tully” di Jason Reitman — quello di “Juno”.
Cominciamo dal basso, anzi, dal grasso. Quello che la splendida gazzella sudafricana Charlize Theron ha dovuto metter su per interpretare il personaggio di Marlo. L’attrice ha preso 20 kg e ha raccontato di come puntava la sveglia alle 2 di notte, si svegliava, mangiava macaroni&cheese e tornava a letto. Poi ha impiegato un anno tondo a tornare come prima.
Io ve lo devo dire. Ci vuole del fegato — in senso fisico e figurato. Gli attori campano letterlamente sulla propria immagine. La ragazza mi ha corso un grossissimo rischio. E se non fosse riuscita a perdere i 20 kg? E se fosse rimasta addicted a macaroni&cheese? Ma Charlize ha raccolto la sfida. Un po’ come quando girò “Monster”, nel 2003, imbruttendosi e prendendo, anche lì, 20 kg.
Certo allora aveva 25 anni. Ora ne ha 44. Il metabolismo non è prorio lo stesso.
Aspetto fisico a parte, Charlize risulta sempre perfettamente in parte. Non una sbavatura, non un sopra-le-righe.
Il suo ruolo è quello di Marlo, moglie e madre di due, in imminente attesa del tre. Capiamo già dalle prime immagini che la vita domestica della famiglia è già sufficientemente incasinata: Jona, il secondo, è un bambino che la direttrice della sua scuola definisce “corky”, “esuberante”, che certo non vuol dire ritardato o handicappato o diverso, vuol dire solamente, trovategli un’altra scuola.
A una cena con la famiglia perfetta del fratello di Marlo, lui, il fratello le dice, guarda Marlo, capisco le vostre difficoltà, e con il terzo figlio in arrivo sarà ancora più complesso, voglio farvi un regalo. Vi pago una night nanny.
Ecche d’è, una night nanny, ci chiediamo noi del pubblico, insieme a Marlo?
Una night nanny è una tata che si materializza la sera, rimane di notte, si prende cura del neonato permettendovi di dormire, e la mattina se ne va.
Mary Poppins in notturna.
Marlo lì per lì risponde no way, è scettica.
Poi il terzo figlio arriva, e Marlo capisce che, con due figli di cui uno “esuberante”, una casa da mandare avanti, un marito sempre in viaggio di lavoro e quando a casa davanti alla playstation, forse un aiuto potrebbe accettarlo.
Ed ecco Tully… Venticinquenne, magra, spensierata, sognatrice, ottimista, con un sacco di voglia di vivere. “Sono qui per prendermi cura di te”, le dice, sulla porta.
Marlo non è molto abituata ad avere qualcuno che si prende cura di lei. E la sua vita cambia radicalmente. Tully, di notte, pulisce, riordina, cucina i cupcakes per i bambini, così Marlo, di giorno, è più serena, distesa, tranquilla. Hanno perfino un’idea per come distrarre il marito dalla Playstation — ma non ve lo racconto…
Stessi gusti, stesso sense of humour, stessa dimestichezza con i bambini, tra le due nasce una bella amicizia.

Insomma, tutto sembra filare per il verso giusto, fin quando, di punto in bianco, Tully le dice che deve andarsene.
Le due stanno trascorrendo una serata sole-donne in un bar di Brooklyn, e Tully le dice così. Marlo rimane pietrificata.
No, ma perché, no, non puoi andartene proprio adesso, non puoi lasciarmi così.
Tully è risoluta. Devo andarmene, non posso più rimanere.
Le due si rimettono in macchina per tornare a casa, Marlo alla guida. Ma è stanca, così stanca. Ha sonno, così sonno…

E alla fine arriva “Tully”, mi viene da dire. Finalmente arriva “Tully”. Un film che si assume la responsabilità di parlare di una famiglia vera, mettendo in questione l’idea stessa di maternità. Marlo passa tutto il film a mentire, a nascondere, a far vedere ciò che non è. L’immagine della madre perfetta, che si occupa di tutto, che riesce in tutto. Il tutto di madre che la società pretende che tu sia: cupcake, figli accuditi, casa immacolata, marito appagato — e tu vuota/morta dentro e fuori. Una società che non è pronta ad accogliere bambini che non rientrano nei parametri e che non è disposta ad accettare — accettare veramente — depressioni post-parto, come quella sofferta evidentemente da Marlo. Una società, anche, per la quale la maternità è sempre e comunque un dono del cielo, la massima benedizione a cui una donna possa aspirare. “Tully” ha il coraggio di dire che la maternità — durante la gravidanza e post — può anche essere un incubo. E che il desiderio di evasione di un soggetto sottoposto a uno stress simile può portare anche alla materializzazione di fantasie che possano allontanarla da una realtà troppo carica di aspettative. Tully è letteralmente questo. Alla fine scopriremo che è anche molto di più. E’ Marlo stessa, la Marlo venticinquenne, magra, spensierata, sognatrice, ottimista, con un sacco di voglia di vivere. E diventare madre significa anche, a un certo punto, lasciare andare il proprio sé venticinquenne, magro, spensierato, sognatore, ottimista, con un sacco di voglia di vivere.
Significa smettere di essere Tully e diventare Marlo. Ed essere in grado di dire la verità sui propri sentimenti, per quanto mostruosi possano essere.
La pressione a cui le madri sono sottoposte oggi non ha eguali nella storia. Una donna, oggi, deve essere tutto. Eccellere in tutto. Non si capisce come mai di questo, dell’ansia del fallimento materno, nessuno parli mai. Persino le donne stesse, faticano a tirare fuori le parole.
Serve più voce, meno timore.
Servono più “Tully”. Anzi, più Marlo.

In Italia il film arriverà a giugno. Spero che molti mariti, papà, morosi, uomini in generale vadano a vederlo.

E anche per stasera è tutto, my beloved Fellows. Frunyc III aggiornato di rigore. E per saperne di più su Ruggero Savinio al CIMA… 😉
Ringraziamenti sempre tanti e saluti, stasera, mensilmente cinematografici.

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