LET’S MOVIE 380 da NYC commenta “GENERATION WEALTH” di Lauren Greenfield e augura HAPPY SUMMER!

LET’S MOVIE 380 da NYC commenta “GENERATION WEALTH” di Lauren Greenfield e augura HAPPY SUMMER!

Forty-four Fellows,

appartamento N, al 124 della 60esima Strada, West Side. Questo è l’indirizzo.
Arrivando all’edificio, mi chiedevo se, essendo quarantaquattro, vigesse la regola dei gatti in fila per sei. Poi mi sono fatta distrarre dalla categoria “oro zecchino” del palazzo, e lo Zecchino d’Oro è slittato in secondo piano.
Se dico 60esima Strada West Side, ora che siete un po’ pratichi della città, sapete dove collocarlo. Columbus Circle, Warner Center — quel palazzo di vetro che dà sulla tanto problematica statua di Cristoforo Colombo — e naturalmente l’ingresso a sud di Central Park, la zona più battuta dai turisti che affliggono, ehm affollano, la città. I calessi partono da lì, così come i pedicab — quei risciò a pedali importati direttamente da Saigon, ma orfani di Mekong — e le bici a nolo partono da lì. Mano a mano che vi spostate al centro e al nord di Central Park, il parco diventa sempre più local, sempre meno global. Meno selfie, meno stick. Praticamente un ritorno graduale all’analogico dopo isolati digitali.

Mi s’invita per interposta persona, che non può presenziare all’evento. Questo significa che non conosco nessuno, e non so assolutamente cosa aspettarmi. A dirlo con il senno di poi, fa sempre molto Miami Vice, ma con il senno del durante, fa sempre molto, chissà dove capito adesso.
Le perplessità, tuttavia, sfumano appena infilo la testa nella fessura della porta lasciata socchiusa dell’interno N. Innanzitutto nessun cartello “please remove your shoes” — una rarità che potrebbe finire in qualche rubrica del New Yorker.
Con i tacchi ben ancorati ai piedi, entro nell’appartamento.
Mi accoglie Gretchen, un’artista di video istallazioni che comincia subito a parlarmi della sua arte, con termini tipo “intersection of aloneness and togetherness”, puntualizzando che recentemente si sta occupando di “narrative multisfaccettate che rimandano a vicende umane e di violenza, insistendo sulle lotte di potere attorno ai concetti di razza, classe genere e sessualità” — o qualcosa del genere.
Il talento degli americani di farti un pitch tutto d’un fiato in sessanta secondi mi sbalordisce ogni volta. Capisco da subito che è un cervello con del corpo intorno.
Mi piace da subito.
Se questo è l’inizio, cosa avrà in serbo il proseguio?, mi chiedo, mentre prendo le misure dello spazio in cui mi trovo.

Lo spazio in cui mi trovo non è un loft da mille metri quadrati. E’ un loft con uno zero, in meno, 100 metri quadrati, o qualcosa in più, ma organizzati talmente bene, talmente intelligenti, che qui si vede la mano di un esperto.
La parete a ovest è tutta di vetro. Il che significa che soltanto quella parete di vetro vi separa dalla Columbus Avenue, dalla Broadway, da Columbus Circle.
Mentre Gretchen parla, noto, sulla destra, una porta finestra. No kidding…, mi dico. E da quel momento non faccio altro che pensare al balcone di fuori, e ai 43 piani di dislivello sotto, e alla voglia carnale che ho di sperimentare il trovarmi sospesa nel vuoto urbano, con una misera ringhiera come riparo.

Ricerco sempre l’ebrezza dell’altezza metropolitana — non essendo interessata a quella montana, ho trovato la sostituta cittadina. Tante città hanno la loro brava torre o il loro bravo marchingegno verticale, su cui poter testare la (forza di) gravità delle vertigini. Torino ha la sua Mole, Venezia ha San Marcocon la sua Torre, Vienna la Donau Turm, Parigi l’Eiffel, Londra il Millennium Wheel, Amsterdan l’A’DAM Lookout, Boston ha la colonna del Bunker Hill Monument, Chicago la Willis Tower, Toronto la CN Tower, Auckland la Sky Tower. A New York non avete che l’imbarazzo della scelta, ma la lotta è un po’ fra il passato e il presente, fra l’Empire State Building e la Freedom Tower.
Quelle altezze mi hanno attirato tutte tutte. La più spaventosa — e la più fun — è la Willis di Chicago, che ha degli inserti di vetro nel pavimento che ti permettono di sostare sostanzialmente nel vuoto. Anche la Sky Tower di Auckland non se la cava male: le vetrate a sbalzo sul nulla sono inclinate, quindi i turisti che non soffrono di vertigini posso semisdraiarsi sui vetri e immaginare di riposare lì, sul nulla.
Ma in tutti i casi di cui sopra, c’è sempre un vetro o una grata a proteggervi dal sottostante.
Non mi è mai capitato un appartamento al 44esimo piano con un balcone.

Prima di uscir fuori però, conosco il padrone di casa, Carlos. Dato che è stata Gretchen a darmi il benvenuto, deduco sia lei, la first lady. E invece prendo un granchio grande e grosso quanto quelli del Maine.
La first lady è Jeff!
Avrei dovuto capirlo immediatamente: un allestimento impeccabile come quello che mi si para davanti può essere solo frutto di menti e mani gay.
Ho raggiunto questa conclusione. Qui a New York, il massimo di raffinazza si ha solo da menti e mani gay. Gli etero newyorkesi potranno sforzarsi per tutte le generazioni a venire, ma commetteranno sempre quell’errorino, quell’imperfezione, che li farà retrocedere di uno scalino rispetto alla vetta raggiunta dai gay. Se questo vi sembra discriminatorio, va be’, mi si consideri una discriminatrice.

Innanzitutto l’arredamento non ha nulla di immediatamente riconoscibile e per questo replicabile ad infinitum dall’IKEA. Niente Mies Van Der Rohe, niente lampade Floss. Niente dèjà-vu, per quanto di classe. Lo stile è moderno, ma ha qualcosa di caldo. Certe forme smussate, certi legni dolci, che il minimal di massa che siamo abituati a vedere non osa. Il divano non è bianco: i padroni di casa sanno che il bianco è il peggior colore per l’ospitalità: se vuoi invitare gli amici, il bianco ti schiavizza. Meglio un tabacco che si sposa con delle sedie in legno dalle linea contemporanee, but again, morbide, anni luce da Rietveld.

Il cibo è disposto con cura certosina. Di quella che solo in certi ristorante in Italia. La coppia si è appoggiata certamente a un catering perché non c’è odore di cibo, eppure il tavolo ospita gamberoni alla griglia, bocconcini vari e finger food che certo non sono usciti dalla cucina di Jeff e Carlos.
Le fragole sono disposte a ottaedro — grazie Momath! — su un alzata di vetro, in religiosa attesa della vostra bocca.
Noto le porcellane. Mi viene da dire tedesche. Un filo d’oro percorre le circonferenze dei piatti e sfocia in due lettere: C e J. Plastica e carta banditissime: in casa di Carlos e Jeff si mangia sulla porcellana e si beve nel vetro — prendiamo tutti lezione.
Jeff si dà un gran daffare ad assicurarsi che gli ospiti abbiano il bicchiere pieno di quello che preferiscono. Rosso, bianco o rosé. Ma lo fa con discrezione, senza insistere. Quando mi si avvicina e fa per riempirmi il bicchiere, io chiedo perdono, come sempre faccio — l’avversione per il vino è una colpa urbi et orbi con cui convivrò per sempre — e gli chiedo dell’acqua. Lui mi rassicura e fa spuntare una caraffa d’argento con dell’acqua leggermente frizzante al suo interno.
L’acqua minerale nella caraffa d’argento.
Jeff, ti amo.

Una signora sulla -ina — sessantina? Settantina? Difficile dirlo — mi racconta di lui, Jeff. E’ un real estate broker che le ha trovato casa, nel Garment District, quartiere in cui non abiterei mai, se me lo chiedete, troppo vicino a Hell’s Kitchen, troppo vicino a Times Square, ma certo la signora sembra felicissima dell’acquisto. “Ho visto cinque agenti prima di lui. Niente da fare. A lui ho parlato dieci minuti, ha capito cosa io e mio marito cercavamo, e ci ha proposto tre case, fra cui, la nostra. Da allora ci frequentiamo sempre. E’ una persona magnifica”. E ho come l’impressione che lo sia davvero.
Con Carlos, fanno una coppia da rivista. E non per via dell’estetica — Jeff ha quella costituzione ovaleggiante di Humpty Dumpty prima della caduta dal muro e Carlos, qualcosa, ma non so cosa, di Robin Williams nei panni di Mrs Doubtfire. Ma la rivista sarebbe per immortalare la loro sintonia. Entrambi con camicia di lino, bordeaux per Carlos, verde oliva per Jeff. A loro agio tra la folla eterogenea che popola casa loro.
Carlos direttore di un programma di sostegno per artisti. Jeff il real estate broker. Un incastro perfetto.

Dopo una chiacchierata con un artista di Amsterdam — un Ronald qualcosa — in visita in città con la moglie, finalmente esco sul balcone. Ronald mi dice di no, che lui non se la sente. Anche gli altri, chi seduto sul divano, chi in piedi, non si avventurano fuori.
In effetti l’impatto è…impattante. Se tenete lo sguardo in orrizzontale, non ci sono problemi. Anzi, è una passeggiata dello sguardo en plein air. Davanti a voi, sulla sinistra, si stende Central Park, alla vostra destra spunta, vicinissimissimo, l’Empire — del resto da lì lo separano solo una ventina di isolati. Dritta avanti a voi, la Trump Tower, di cui tutti faremmo a meno. Se poi portate lo sguardo su, verso sinistra, incontrate il Lincoln Center e il MET. Se lo portate ancora più su, ecco l’Upper West Side, e poi il profilo di Harlem. Laggiù, davanti, l’East Side. E a destra intravedete la selva di grattacieli di Midtown.
So far so good, si dice così.
Il problema nasce se abbassate lo sguardo. Quarantaquattro piani senza una protezione davanti non sono come l’immaginavo. Immaginavo tanta altezza, ma non così tanta. Le macchine risultano grandi come il vostro dito mignolo — del piede. Il globo di Colombus Circle come una biglia.
La sensazione è quella dell’“e se”.
E se adesso la ringhiera crollasse e io la seguissi? E se mi sporgessi troppo e mi cappottassi? E se il cellulare mi sfuggisse di mano mentre scatto questa foto, povero cellulare, morto sul lavoro?
Sono tutte domande che tutti si fanno quando accostati al nulla, nothing special in them.
Ma io mi chiedo se non ci siano mani invisibili che ti reclamano da sotto e che ti trascinano giù, come in certi disegni medievali che raffigurano i cimiteri.
Il panorama è mozzafiato e la vista indicibile. Ma riuscirei a vivere con tutte quelle mani da sotto, tutti i giorni? Il rooftop di casa mia è solo al decimo piano, e ha dei muri di cinta che mi arrivano più o meno alle spalle: non c’è modo di sporgersi. Lo ringrazio per questo.

Rientro in casa e fingo di avere bisogno del bagno. I am curious as a cat, after all.
Fossi un pittore, avrei bisogno di quattro colori. Il bianco delle piastrelle, il grigio perla degli asciugamani, un viola magenta della dea orchidea che spunta sul trono massimo del WC, e il giallo “Acqua di Parma” — se in soggiorno avevamo l’acqua frizzante in caraffa d’argento, in bagno abbiamo ovviamente Acqua di Parma.
Uscendo, sbircio nella stanza di fronte, e no, non è una stanza per gli ospiti. E’ la stanza tv, con la tv, un divanetto e una chaise long davanti alla vista di cui sopra.

Torno da Gretchen, dall’artista olandese e parliamo di politica. Proprio quel giorno, lunedì, si è tenuto l’incontro fra Trump e Putin. Corsa volle, che io l’abbia ascoltato tutto, sentendo WNYC, su nel Bronx. E mentre correvo e ascoltavo, pensavo, be’, se Trump di qualcosa è maestro, è l’arte di leccare il cu*o ai russi.
Ridiamo del nuovo soprannome che a New York, in quelle poche ore, ha preso piede. Un soprannome che mai fu più azzeccato per Donald.
Putin’s bitch.
L’artista di Amsterdam continua a farmi notare che noi in Italia sappiamo cosa vuol dire.
Wuah ah ah.
“You have had twenty years of Berlusconi!”

Wuah ah ah.
Ogni volta che mi viene rivolto questo commento — e capita spessissimo — io mi trovo nella scomoda posizione, mai lontanamente immaginata prima, di togliere Berlusconi dalle peste del paragone, e puntualizzare che almeno lui, Berlusconi, di un qualche perverso talento e di un certo dubbio carisma è dotato. Con Trump navighiamo nel nulla cosmico. Non siamo nemmeno nella galassia del mono-neurone. Non c’è nessuna galassia in cui navigare.
Chi l’avrebbe mai immaginato che un giorno avrei dovuto “prendere le parti” di Berlusconi? E questo certo non lo faccio per salvare la faccia al Cavalliere. Lo faccio per salvare l’Italia. Gli italiani.
Tra le tante sfumature che tingono il mio rapporto con il balpease, c’è anche quella. Una sorta di protettività. Che capirete, fa a botte con certa selvaggia frustrazione che provo nei suoi confronti. Se doveste immaginare la posizione mia verso l’Italia in termini olimpici, utilizzate pure un campo di lotta libera.

L’artista di Amsterdam continua a ridere whuah ah ah di Berlusconi e a ripetere “How did you do, for twenty years? How did you cope?”.
Wuah ah ah. Wuah ah ah.
“We have coped with 2000 years of history, and a dictator in the 20th century. We have some experience on our side, you know…Wuah ah ah.
Wuah ah ah”. Rido-rispondo io, e non faccio nessun riferimento al colonialismo olandese in Africa e a come abbiano fatto loro, a sopportarlo. Non lo faccio perché sono una signora.
Gretchen, lì accanto, ha capito tutto, e viene in mio soccorso. “No one is in any way comparable to Trump”.
E questo per spiegarvi che la tenerezza per un paese esce fuori anche al 44esimo piano di un loft sulla Columbus.

Prima di passare al film della settimana, vi devo aggiornare su Lez Muvi. La settimana prossima il vostro Board vola alla volta del Vecchio Mondo, dopo un anno di Brand-New World. Come sarà, non è dato dire al momento.
Devo ringraziare due residenze per scrittori. Passerò la prima metà di agosto all’Hannah Creative Center di Castellvì de la Marca, nella crema di campagna catalana a 60 km da Barcellona. E la seconda parte di agosto salperò alla volta di La Gomera, che ho ribattezzato il soldino d’isola che è la più piccola delle Canarie.
Un movier a cui tengo molto, un po’ di tempo fa mi ha detto, farai Corto Maltese.
Sì, farò Corto Maltese! 🙂
Quindi, come ogni estate da nove anni a questa parte — nove!— Lez Muvi si prende una pausa e ritornerà a settembre, più forte e tonico che mai.
Non vi nascondo di avere una certa preoccupazione nel lasciare New York per quasi un mese. Non temo tanto il ritorno alla natura, quanto l’astinenza da metropoli. Quando hai ricevuto il morso della vita di New York, chi ti guarisce più?
Comunque, voi Moviers, nel frattempo, continuate a coltivare il cinema, e l’arte. E anche, soprattutto, l’umorismo. Siamo salvi anche grazie a loro.
Naturalmente spero di mancarvi fortissimamente. Così a settembre sarà ancora più bello ritrovarsi 🙂

Questa settimana sono stata al Lincoln Center a vedere un documentario che aspetto da febbraio — febbraio! “Generation Wealth” della celebre fotografa Lauren Greenfield. Quando aspetti da così tanti mesi, le aspettative schizzano alle stelle. E ci vuole un nulla a precipitare nel basement delle stalle. Non è questo il caso, ma ci sono dei ma.

Il documentario è un lavoro mastodontico che Lauren ha fatto riprendendo in mano qualcosa come mezzo milione di scatti realizzati nel corso di una vita professionale e personale. Greenfield ha sempre investigato, con sguardo antropologico, il ruolo della ricchezza nella società degli ultimi trent’anni, fotografando gli adolescenti di Beverly Hills (quelli proprio di 90210), oppure coppie di tycoon russi o cinesi immortalati dentro le loro magioni d’oro — che fanno passare Trump per un frugale. O ancora bambine di tre anni che ne dimostrano trenta, ai concorsi di bellezza in cui le madri sarebbero da denunciare. Anoressiche guarite, pornostar pentite, camioniste con la fissa della chirurgia plastica, businesswoman newyorkesi che hanno dedicato la vita ad accumulare soldi a palate e che, arrivate ai quaranta, fanno di tutto pur di avere un figlio.
Greenfield ha realizzato ottimi lavori fotografici nel corso degli anni su tutti questi soggetti, e ha deciso di tracciare un filo tra tutti e cercarvi un senso, partendo dal denominatore comune: la ricchezza. Dove ricchezza non è soltanto l’accumulo di denaro e possedimenti, ma anche un sistema per valorizzarci, darci valore. E il passo a vedere il corpo — e i corpi umani, ovvero le persone — come una merce, è brevissimo.
L’avete già capito: la carne al fuoco è tantissima. Giaigantico l’intento di Greenfield — una delle fotografe più stimate dell’ultimo ventennio, con mostre nei musei più importanti al mondo.
Le storie che vediamo sullo schermo e le domande che ci poniamo sono troppe, e non c’è il tempo di somatizzarle e digerirle in un’ipotesi di risposta perché subito siamo impegnati con il nuovo caso umano, il nuovo dilemma esistenziale.
Greenfield ha la foga di voler dire tutto, di voler far vedere tutto, e questo s’invera in una disorganicità che tuttavia comprendiamo. Scegliere cosa inserire e cosa scartare della propria carriera, progetti che l’hanno appassionata nel corso degli anni, dev’essere stata un’operazione molto faticosa. Come se non bastasse Greenfield ci mette del suo, nel senso che, parallelamente al discorso sulla ricchezza come fenomeno globale, inserisce la propria esperienza personale. Quella di una donna fotografa che, in nome della propria carriera ha sacrificato l’infanzia dei propri figli, affidandoli all’amato marito, e viaggiando per il mondo. Una fotografa figlia a sua volta di una fotografa altrettanto ambiziosa che aveva fatto la stessa cosa con lei, lasciandola al padre mentre inseguiva la sua carriera all’estero.
“Generation Wealth”, quindi diventa anche una specie di viaggio personale in cui la regista intervista la madre, il padre e i due figli adolescenti, per tirare un po’ le somme e capire come stanno le cose. Sua madre ha fatto danni con lei? Lei ha perpetrato questi danni con i suoi figli? L’ambizione è una trappola in cui entrambe sono cadute e che le mette sullo stesso piano dei ricchi che non riescono a uscire dalla spirale “I want more”?
Se da un lato la componente biografica della regista ci fa capire le rinuncie fatte e le perdite subite, dall’altro ci distrae dalla riflessione sul fenomeno wealth. E associare la dipendenza da lavoro alla dipendenza da denaro non fa che allargare ancora di più il girovita del corpo argomenti proposto. Per altro l’ultima mezz’ora risulta troppo smaccatamente nostalgica per i miei gusti: la nostalgia e il personale minano la lucidità con cui un documentarista dovrebbe guardare all’oggetto che sta trattando. E questo purtroppo succede anche a Greenfield che, in più, fatica a trovare dei legami fra le singole storie. E fatica anche a trovare una tesi che non sia la banale “i soldi non fanno la felicità”.

Forse una struttura a capitoli avrebbe conferito alla regista un contenitore in cui ordinare gli argomenti e le riflessioni. Invece così, siamo un po’ dei natanti trascinati nelle varie storie, senza una vera e propria direzione.
Malgrado tutti questi punti a sfavore, “Generation Wealth” è una grande radiografia che rivela quanto sia malato il mondo, e di quante malattie. Di tante dipendenze, soprattutto. Dal denaro, dallo status da mantenere, dal corpo — il rifacimento del corpo come versione del nuovo sogno americano è un punto molto interessante sollevato dal documentario — dal valore attribuito al voler rimanere eternamente giovani, ricorrendo alla schiavitù (inutile) della chirurgia plastica, dal sesso — sesso come estensione del commerciale e commerciabile in un contesto di cultura della pornografizzazione a cui siamo sottoposti — dalla dipendenza dalla tv e, oggi, dal web, che un esperto nel documentario definisce “forme di violenza per via del senso di inadeguatezza che si prova nei confronti dei modelli proposti.

Quindi quando arriverà in Italia, dateci uno sguardo. C’è sempre del piacere a vedere la decadenza nel suo farsi. E a proposito di decadenza, nel documentario uno studioso sostiene che le più grandi civiltà, dai romani agli egizi, hanno creato le loro più monumentali opere un momento prima di crollare. Questo ci fa guardare al livello di ricchezza a cui stiamo arrivando, con un occhio molto più preoccupato di quello occupato a valutarne la correttezza e il senso.

Qui trovate l’articolo su “Sorry to Bother You”, il film della settimana scorsa. Martedì il regista Boots Riley ha tenuto un talk al Lincoln Center. Non so per quale fortunoso meccanismo, ma sono riuscita a spuntare un biglietto tra la miriade di persone accorse. Che personaggio, Boots!

Ed eccoci arrivati alla fine. Tranquilli, un mese passerà in fretta e non vi accorgerete nemmeno che manco… O no? 😉

Frunyc III aggiornato al solito posto e saluti, stasera, vertiginosamente cinematografici.

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LET’S MOVIE 379 da NYC commenta “SORRY TO BOTHER YOU” di Boots Riley

LET’S MOVIE 379 da NYC commenta “SORRY TO BOTHER YOU” di Boots Riley

Momath Moviers,

Sì, oltre il MoMA, il Momath. Che sta per National Museum of Mathematics. Cugini di primo grado, direi.
La matematica mi è sempre stata avversa, e le cose non sono cambiate con il mio trasferimento a New York. Certe cose non cambiano, anche se lo vorremmo. Cioè, davvero avrei sempre voluto appassionarmi a Eulero, ai logaritmi e alle equazioni esponenziali. Ma proprio non c’è mai stato verso. Dev’esserci un dente mancante nell’ingranaggio che regola l’apprendimento matematico nel mio cervello. Ci ho sempre litigato molto, con questa evidenza.
Ma andare al Momath qui, non è stato il mio modo per far pace con il mondo di seno e coseno. Sono stata attirata da un incontro.
“Calculated Movements: the Surprising Connections Between Maths and Dance”.

Anche la location ha fatto la sua parte. Il Momath sta sulla 26esima strada, in quel quartiere che si chiama NoMad — nome che, malgrado la negazione, è pazzesco. NoMad sta per North of Madison (Square Park). Tra la Quinta e la Madison. Detto così magari vi risulta anonimo. Ma se io vi dico Flatiron Building, magari nella vostra immaginazione spunta l’edificio triangolare a forma di ferro da stiro parcheggiato fra la Quinta e la Broadway. Da qualche anno la zona ospita anche una delle due sedi newyorkesi di Eataly — caso mai interessasse, a me non interessa, ma non voglio fare la censora. A parte il parco in sé, piccolo e raccolto, sempre arredato con pezzi di arte contemporanea intelleggibili ai pochi, la zona mi piace molto. C’è un triangolo di tavolini e sedie di fronte al Flatiron, come se l’edificio vi si rispecchiasse e il riflesso, per qualche strano effetto dell’ottica metropolitana, abbandonasse le sembianze edili, assumesse quelle cortili (!), e si trasformasse in un giardino in cui tutti sono liberi di sedersi. Li accanto spunta anche un orologio, dono di Tiffany&Co alla città, con il quadrante tondo, i numeri romani: vi fa pensare alla New York del passato, quella da cilindro e guanti di mussola, e degli amori sbocciati al tavolino di un caffè.
E poi a pochi passi c’è la Rizzoli Bookstore, dove trovate l’Italia in libreria. Così se vi viene voglia di un libro in italiano, basta che varchiate la soglia, e vi par di stare a Milano, con tutto quel legno scuro, quelle lettere dorate.
Un altro punto a favore del Momath? Sta a due isolati dall’FIT. Niente metro, giusto una passeggiatina.

Per quanto sia sempre stata attratta dalla danza, e per quanto sia stata spinta dai motivi di cui sopra, ci sono andata soprattutto per questioni antropologiche. Per vedere chi frequenta questi eventi nerdoidi nel seminterrato di un museo, in piena estate, quando New York, là fuori, è tutt’un tripudio di film e concerti all’aperto.
Naturalmente sono l’ultima ad arrivare — e stavolta non posso nemmeno incolpare la metro. La sala nel basement è gremita. Trovo un posto libero a circa metà della sala. L’età del pubblico copre tutte le generazioni dal pre-World War II in poi — pre-babyboomers, babyboomers, generazione x, millennials, post-millennials. La quantità di Birkenstock ai piedi di uomini, donne e bambini ti fa riconsiderare l’eleganza delle Espadrillas. Nella mia fila c’è una donna, sulla sessantina. Ha un viso che non ricorderò. Ma di certo ricorderò l’orologio al polso: sotto il quadrante c’è un pallottoliere d’oro.
Se voi ora mi chiedete di cosa ha parlato il conferenziere, io non ve lo saprei dire in modo esaustivo. Ho preso degli appunti, come tanti dei presenti. Ma mentre io lo facevo per Lez Muvi, loro lo facevano per chissà quali nobili matematiche ragioni.
Vi riassumo il tutto così. Il conferenziere Karl Schaffer, un matematico che fa anche il coreografo (!), ha cercato di far luce sui modi in cui matematica e danza si ispirano reciprocamente. Per farlo, è partito da “Rhythm and Dance Mathematics”, un saggio del 1964 di un tale Joseph Chia, che giaceva dimenticato in qualche biblioteca e che Karl ha riportato alla luce — quanto pattern americano anche solo qui!
Le intersezioni fra danza e matematica riguardano diversi settori. Forma e geometria, spazio e tempo, simmetria, struttura e ricorrenza, e ricerca di soluzioni eleganti, coerenti, in qualche modo logiche.
Fra le cose interessanti che ho sentito, dopo una fila di ovvietà molto ovvie, è che sia le arti che le scienze sono modi per comprendere il mondo, e che matematica e danza esplorano, e giocano con questo, con la metafora del mondo.
Ciò che più mi ha impressionato dell’evento, è stato l’approccio “let’s do it together” di Karl. Siamo partiti dimostrando delle tassellazioni ritmiche — la tassellazione è un concetto assai affascinante che indica la piastrellattura dello spazio atteaverso un insieme di poliedri adiacenti che lo ricoprono tutto senza lasciare buchi vuoti. Una specie di tappeto, con i poliedri al posto dei motivi cashemere. Attraverso la tassellazione ritmica, noi del pubblico alzavamo e muovevamo le braccia all’unisono a seconda delle istruzioni di Karl. Visti dall’esterno, dobbiamo essere sembrati una squadra molto affollata di nuoto sincronizzato in assenza di nuoto.
Poi siamo passati a riprodurre delle simmettrie in linea, e il concetto era più o meno lo stesso, ma qui, ripetevamo le figure suggerite da Karl attraverso riflessione, rotazione e scivolamento (reflection, rotation, glide — segnateveli) a noi del pubblico s’ingarbugliavano molto le braccia. Soprattutto alla sottoscritta — la mancanza del dente di cui sopra si fa sentire in momenti come questo.
E poi, non so bene come, siamo finiti a costruire un fingers octahedron, un ottaedro di dita, con il compagno di posto. Il mio compagno di posto era una specie di Mastro Lindo molto nerd e molto signore, che sull’assoluta mancanza di coordinazione digitale del vostro Board non ha proferito parola, arrivando persino a mentire. “There you go”, ha commentato, mentre le nostre dita non solo non formavano un ottaedro, ma nemmeno un misero cubo —che pure i ragazzini presenti all’incontro, e sicuramente iscritti alle Olimpiadi della Matematica, erano stati in grado di formare.

Vi racconto tutto questo più che altro per dirvi dell’entusiasmo e della partecipazione con cui il pubblico ha risposto a Karl. Una selva di mani alzate in corrispondenza dei due momenti di “cercasi volontario”. Persino io, avversa alla materia, mi sono fatta coinvolgere, e ho preso parte a queste strane danze matematiche da seduti, senza distinguere bene la luce alla fine del tunnel, ma riponendo fiducia in quelli accanto a me che evidentemente la vedevano eccome, la luce.

Questo vi spiega un po’ come sono i newyorkesi. Dei partecipatori attivi. Noi italiani siamo più passivi. Forse le cose stanno un po’ cambiando anche in Italia: i musei di ultima generazione ce la stanno mettendo tutta per cavare del coinvolgimento dalle persone. Il modello di Ted e TedX — modello americano, of course — ha dato una mano in questo senso. Ma diciamo che una conferenza, in Italia, è più o meno sempre ex cathedra. Il conferenziere lassù, noi quaggiù.

Però c’è un però. Se da un lato ai newyorkesi piace molto “il gruppo”, condividere con gli altri, fare squadra, possono essere anche estremamente critici e insofferenti verso gli altri.

Qualche giorno fa m’incontro con un amico, newyorkese da una vita. Talmente newyorkese da abitare all’Ansonia, quello splendidissimo palazzo sulla 74esima e Broadway che, nei decenni, ha ospitato Caruso, Toscanini, Rachmaninoff, Mahler, Stravinsky, fino ad arrivare ad Angelina Jolie e Natalie Portman.
Finiamo sull’argomento “metropolitana”.
The worst part of my day is the commute, dice.
Calcolate che il suo tragitto pendola tra l’Ansonia e il Chrsyler Building — vivere all’Ansonia e lavorare nel Chrysler Building: a volte la vita è davvero sciagurata, eh…
Intuisco dove vuole andare a parare, e lo incalzo, per vedere fin dove arriva. Soprattutto per vedere quanto regge la political correctness che perseguita ‘sti americani.

Regge molto poco.
Why so?, gli chiedo io.
People are crazy. I try to avoid eye contact as much as possible, keep my eyes down. You’ll never know how they are going to react.
..
E via su questo tono.

Forse avrete capito che per me, la metropolitana, è un luogo seminale della mia esperienza qui. Non dico bello, piacevole, pulito ed efficiente. La metropolitana newyorkese è tutto l’opposto. Ma è una finestra sugli infiniti mondi delle persone che abitano la città. Il mio libro di poesie si può dire sia nato lì. E tantissime foto che trovate nel Frunyc III — be’, in tutti e tre i Frunyc — sono istanti rubati ai passeggeri, al trantran — traintrain — quotidiano. Gurdate un po’ questa, intitolata “Covers”.

Cerco di spiegargli il mio punto di vista. Io non voglio vedere il mondo così. Pensare sempre il peggio, intuire solo il marcio. Quel tipo di atteggiamento è attivo e imitativo, cioè ricrea la situazione che tu temi. Se temi i brutti incontri, sarai portato a fare brutti incontri.
Credo molto nel potere catastrofico della paura, nel domino di disastri che provoca. E’ per quello che le faccio lo sgambetto, e assumo sempre un atteggiamento di stupore. Nella mia vita, questo atteggiamento mi ha sempre ripagato.
Tutto questo avviene mentre decidiamo cosa fare. Il film che dovevamo vedere è soldout e quindi urge un piano B. Propongo un paio di film all’aperto. Uno di questi è al Marcus Garvey Park, ad Harlem. Un altro al Transmitter Park di Greenpoint, Brooklyn.
“Never been to neither of them”, il suo comment, che vuol dire, manco morto ci metto piede.

Questa cosa mi capita abbastanza spesso. E non smette mai di sconvolgermi.
Cioè, mi dico. Abiti da anni e anni a New York, e non sei mai stato al Marcus Garvey, o a Greenpoint?
Per farvi capire. Il Marcus Garvey Park è all’altezza della 125esima. Stiamo parlando dell’Harlem storica, tranquilla, tranquillissima, gentrificata, non l’Harlem alta — quella in cui, per dirvi, ho abitato un anno (!), senza essermi mai sentita minacciata un solo secondo di quell’anno di vita…
Lo stesso dicasi per il Transmitter Park, un parco nuovo nuovo affacciato sulla skyline di Manhattan, davanti all’East River, che sorge accanto all’East River Park, dove ho visto i fuochi il 4 luglio. E’ una zona di Brooklyn rimessa a nuovo ormai da anni, abitata da famiglie e giovani professionisti, non da gang di pusher e discendenti dei Corleone.
Perché non ci sei mai stato?, chiedo, intuendo la risposta.
Non m’interessano, preferisco altre parti della città in cui c’è meno probabilità di fare brutti incontri…
“I know it sounds bad”, aggiunge, vergognandosi. La political correctness deve pur uscir fuori da qualche parte.

A me non interessa proprio se “par brutto da dire”. Me ne infischio proprio. Voglio solo capire cosa si muove dietro a questa paura.
Provo a spiegare che la New York post-Giuliani è una città sicura, in cui il tasso di criminalità è ai minimi storici. Provo anche a chiedergli se non sia curioso di esplorare quartieri che non conosce e che potrebbero soprenderlo.
Mmm, not really. I like where I live. I feel safe there.
Safe.
Al sicuro. Certo, in pieno Upper West Side il massimo che può capitarti è essere aggredito da un dodicenne che cerca di venderti i cookies per beneficenza.
Cerco di mantenere un contegno, ma sento dentro le solite fiamme della discordia. Cerco di spiegargli la mia teoria della paura che crea danni e della quantità di meraviglie che, così facendo, si nega.
Lui concorda, ma solo per gentilezza, e per non alimentare l’incendio che forse ha percepito montare dentro di me.

So che ci sono moltissimi newyorkesi che la pensano così. Anche vicini a me. Bob, il mio house-mate, in 60 anni di New York, non ha mai messo piede a Brighton Beach. Steven, il mio pupil con decenni di residenza a Chelsea, è stato a Coney Island un’unicaa volta, l’estate scorsa, e solo per arrivarci in bici.
Forse sono io quella troppo easy, quella che non si fa mai problemi di sorta a spingersi in zone che l’amico dell’Ansonia, o Bob o Stephen, considererebbero poco raccomandabili. Poi, guardacaso, è sempre in quei posti lì che trovo i sorrisi che ti sciolgono e ti accolgono, oppure gli occhi che contengono l’intera storia di un popolo.

Il film è saltato, il piano B naufragato, e rimaniamo a parlare del più e del meno, nella zona 100% safety del Lincoln Center.
Non vedo l’ora di andarmene a casa. La paura è contagiosa. E non voglio prendermi quella malattia. Non voglio vivere una vita menomata.

Il film di questa settimana sta facendo ridere e ammattire New York — e me. “Sorry to Bother You” di Boots Riley.
All’uscita della sala, questò è stato il commento di uno spettatore che camminava davanti a me
“What the f*ck did I just watch?!” E credo che possa riassumere bene l’esperienza. 🙂

“Sorry to Bother You” è una bestia che si muove fra la commedia surreale, il demenziale, così come la critica allo status quo sociale, razziale, economico.
All’inizio del film, l’afroamericano Cassius “Cash” Green è uno squattrinato millenial alla ricerca di lavoro. Pur di lavorare, farebbe carte false — premi falsi, nel suo caso, nel senso che falsifica trofei e targhe “Impiegato dell’anno” — e “fortuna” vuole che lo assumano in una società di telemarketing. All’inizio Cassius davvero non si vede nel ruolo, e arranca. Ma un collega gli insegna a fare “la voce da bianco” e gli assicura che con quella, riuscirà a vendere molto di più che con quella da nero remissivo. E questa è la svolta. Cassius, con la voce da bianco, riesce a vendere e vendere fino ad aggiudicarsi la promozione, diventare un “Power Caller” e ascendere ai piani alti della società.
Dal garage sgangherato dello zio, Cassius finisce a vivere in un super loft, Maserati sotto il sedere e guardaroba firmato. Ma non tutto è oro quello che lucicca. Cassius scopre che questa società di telemarketing per cui sta lavorando altri non è che la WorryFree, una compagnia che vende manovalanza di schiavi, facendosi passare per una specie di colonia alternativa gestita dal CEO Steve Lift, un cocainomane esilarante interpretato da Armie Hammer. La WorryFree rappresenta tutto ciò contro cui Cassius, la sua compagna artista Detroit e i loro compagni del sindacato si sono sempre scagliati.
Non vi dico come va a finire, ma vi dico cosa Cassius scopre — scoperta che svolta il film in un modo assolutamente imprevedibile. La WorryFree ha trovato una sostanza da pippare che tramuta gli uomini in esseri fra l’umano e l’equino: i lavori pesanti vengono fatti svolgere a questi cavalli umanoidi che hanno una forza quattro volte superiore a quella dell’uomo, e che vengono tenuti in cattività.
Ora tutto questo potrebbe sembrarvi molto molto marx-fantasy. E un po’ lo è, ma aggiungeteci un golosissimo “horror” davanti e inseritelo all’interno di un contenitore comico-demenziale alla Big Lebowski.
Il regista — che scopro essere un musicista alla sua opera prima con un passato di militanza anticapitalista — riesce a mantenere un equilibrio fra il non prendere tutto troppo sul serio — e non farlo prendere a noi — e il restituire, attraverso il comico-distopico, una visione del mondo tremendamente realistica, esprimendo al contempo la preoccupazione verso le derive assurde raggiunte dal capitalismo spinto del terzo millennio.
Il risultato è un film inventivo, sbarellato, politicamente meraviglisamente scorretto, infarcito di battute demenziali da manuale e delle scene a dir poco esilaranti — un party di bianchi che incitano Cassius a rappare anche se lui non ne è minimamente capace, e Cassius che, per togliersi dall’impasse, se ne esce con un “Nigga shit, nigga shit, nigga nigga shit!” sollevando l’entusiasmo generale dell’idiozia bianca.
Tutto questo però non è fine a se stesso, e la critica che Riley scaglia contro il sistema si allinea a quella dei maestri del cinema engagé. Solo che lui non usa la boria o la scuola — o la noia — per farlo. Si costruisce un suo personalissimo linguaggio sopra le righe in cui l’eccesso è il lessico, il grottesco è la sintassi e il dissenso la semantica.

Ci sono cosucce che magari non funzionano, come la lunghezza — troppo lungo — e magari il finale, che avrebbe potuto essere ancora più sensazionale, forse. Ma l’impianto, nella sua imprevedibilità e nella sua assurdità, tiene benissimo. Come la proposta che il CEO cocainomane fa a Cassius (e che gli aprirà gli occhi): in cambio di 100 milioni di dollari (!), essere il futuro Martin Luther King equino per la popolazione dei cavalli-manovali. In questo modo, i cavalli-manovali avrebbero un leader spirituale, che però sarerebbe controllato dall’establishment…
Non ci vuole un genio a capire che Riley sta criticando aspramente — attraverso la satira — il mondo degli americani di oggi (di sempre?), che si lasciano comprare, brutalizzare e sfruttare da un sistema sociale, razziale, economico dentro il quale sono imprigionati e asserviti.
Quello che il regista è riuscito a fare è ricreare un mondo fittizio, grottesco e surreale che tuttavia risulta riconoscibilissimo dallo spettatore, e che scopre i punti nevralgici della società americana — capitalismo insano e razzismo. Un po’ quello che aveva fatto George Orwell con “Animal Farm”.
La domanda retorica dello spettatore — “What the f*ck did I just watch?!” — racchiude bene il senso di spaesamento/sbornia/overdose con cui uscite alla fine del film. Ci vuole un po’ di tempo per unire tutti i puntini e digerire quello che si è visto. Ma che gioia, trovare una voce nuova che non ha paura di far vedere quello che si vede quotidianamente e che non si vuole vedere!
Ridley ci fa ridere prendendoci a calci nei denti.
Questo fa la vera satira. Bene e male, insieme.
Non perdetelo per nessun motivo nessuno!

E anche per oggi siamo arrivati in fondo.
Frunyc III aggiornato, ringraziamenti sentiti e saluti, matematicamente cinematografici.

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LET’s MOVIE 378 da NYC commenta “LEAVE NO TRACE” di Debra Granik

LET’s MOVIE 378 da NYC commenta “LEAVE NO TRACE” di Debra Granik

My First Fourth Moviers,

il primo 4 luglio newyorkese.
Ho capito che questa festa ruota attorno a tre F. Food, Fun, Fireworks. Le trovate in infinite declinazioni — New York città del senza-fine in tutto — ma la più classica, la più tradizionale è quella che coinvolge un contest alimentare. Celeberrimo il Nathan’s Fourth of July International Hot Dog Eating Contest — quando hai finito di pronunciarlo sei al 4 luglio dell’anno dopo.

Nathan è un diner molto molto famoso di Coney Island dove si vocifera che l’hotdog sia nato, nel 1916. Oggi è diventata una catena, un colosso, con più di 1.400 punti vendita negli Stati Uniti. L’amore dei newyorkesi per l’hotdog è cosa nota e materia di humor. Una battuta che circola suona così: “3 milioni di newyorkesi mangiano regolarmente hotdog. I restanti 5 milioni sono negli hotdog”.
In un sabato estivo di bel tempo, Nathan’s a Coney Island è letteralmente preso d’assalto. Mi è capitato di vederlo personalmente un paio di settimane fa. Le persone sono disposte ad aspettare delle ore pur di mettere le mani su un “Nathan’s” originale.
Ma capirete, per quanto Coney Island sia per me una specie di mecca a cui pellegrino a ogni buona occasione, non avrei avuto l’ardire di assistere alla gara di chi ingolla più hotdog. E nemmeno a quella di chi ingolla più hamburger, che si svolgeva parallelamente in un bar di Bushwick, a Brooklyn.
Non mi andava nemmeno di trovare qualche parco, infilarmici e guardare le orde newyorkesi allestire picnic monegaschi — dei Windsor non se ne può più nemmeno in forma aggetivale — con tanto di griglie professionali, angolo dolci e pianobar. Che poi, intervistando varie persone del posto, apprendo che il 4 luglio è proprio questo. Cibo e natura, sciallo allo stato puro. Sia essa una spiaggia, un parco, il metro quadrato di giardino in una brownstone di Harlem o in una townhouse di Brooklyn, 4 luglio vuol dire lasciarsi andare al junk food più sfrenato, senza sentirsi in colpa. Perché è il giorno dell’Indipendenza, e quindi ci si può concedere di far schizzare i trigliceridi. Tanto poi c’è sempre il 5 luglio per alternare digiuno all’Alcaseltzer.

Sul coté cinematografico, il Videology, un bar/cinema di Williasmburg molto hipster, proiettava in loop, dalle 12 pm alle 12 am, “Indipendece Day”.
Ma non avranno altri film più degni per festeggiare il 4 luglio?, mi sono chiesta. E ho fatto il gioco, trovane uno tu, Board. Ho giocato e mi è venuto in mente solo “The Patriot”, un film banalmente patriottico in cui l’etereo Heath Ledger purtroppo non può nulla contro il borioso Mel Gibson. Tanto valeva allora proiettare “Nato il 4 luglio”, con un Tom Cruise ancora decente e non sotto l’effetto anfetaminico di Mission Impossible.
Poi, per puro caso, vengo a sapere che il 4 luglio si festeggia il compleanno di Louis Armstrong — anche se si è scoperto che lui, proprio louis, era nato il 4 agosto. Qui lo festeggiano con un concerto jazz nel giardino di casa sua, a Corona, un quartiere nel Queens sperduto più della Val di Vizze (!).
Ormai è diventato una tradizione. Ma dato che i newyorkesi sono un popolo di affamati di eventi — oltreché di hotdog — prevedevo il soldout. Quindi mi sono diretta alla volta del 34-56 della 107esima Strada di Corona, Queens, con l’idea di snobbare il concerto e visitare la sua casa, che è rimasta tale e quale sin dalla sua scomparsa e da quella dell’amata moglie Lucille.

Per arrivarci, dall’Upper West Side, dovete calcolare un viaggio di quasi un’ora e mezza in metro. C’è tutto il Queens da attraversare — e il bello, però, è che lo attraversate in sopraelevata, non con un viaggio al centro della terra. E quando arrivate, arrivate al limitare di Flushing Meadows, il quartiere famoso perché ospita i campi da tennis in cui si svolgono gli US Open.
Il Queens, devo dire, non ospita molto altro — ma sentitela, la viziata di Manhattan… Ciò detto, la casa di Louis, basta e avanza.

Quando arrivo il concerto è come-volevasi-dimostrare soldout. E quello è il destino anche dei tour della casa. Ma questa volta mi metto d’impegno nell’estorcere un’eccezione al popolo che preferisce le regole, e per la prima volta da quando abito qui, funziona!
M’infilano, per compassione, nel tour delle 2:30 pm.
Se capitate a New York, un tour alla casa di Satchmo è da mettere in cima ai vostri must-do e non per dire “sono stato a casa di Satchmo”. Ma per capire il tipo di uomo che era. La casa lo rispecchia totalmente. Questo anche grazie alla moglie, Lucille Wilson, una ballerina del Cotton Club che sposò nel 1942. La casa, la comprò lei, nel ‘43. “Passi da hotel a hotel, sei sempre in tournée. Ti serve capire cosa sia avere una casa”, così gli dice Lucille, otto mesi dopo averla comprata (!).

E lì, nella casetta di Corona, a due passi dall’aereoporto perché così Louis viaggiava comodo, i due hanno abitato fino alla fine, nel 1971 Louis e nel 1983 Lucille. Avrebbero potuto permettersi Manhattan, di certo qualche loft nell’Upper West Side, dove tanti musicisti abitavano. Ma no, hanno deciso di stare lì. “We are right out here with the rest of the colored folks and the Puerto Ricans and Italians ane the Hebrew cats. We don’t need to move out to some big mansion with lots of servants, yardmen and things. What for?”
La casina ha un sapore di modern comfort e dubbio gusto delle persone nate poverissime e arrivate all’agio dopo averne passate di cotte e di crude. Satchmo nacque in uno slum di New Orleans, raccattando il cibo in giro per non costringere la madre a prostituirsi. S’infilava i penny che trovava per strada in bocca per non farseli rubare dai bambini più grandi; di qui il nome “satchel mouth”, contratto in Satchmo, bocca-borsello.
Il bagno è in stile che una volta si definiva Luigi XV, oggi, Donaldtrump: rubinetti a collo di cigno placati oro, specchi ovunque, oro ovunque. Del resto, dopo anni nelle latrine di mezza America, non c’è da stupirsi che Louis volesse trattarsi bene.
La cucina è un’altra stanza che rimane impressa. Rifatta nel 1970, spendendo 8.000 dollari, ovvero quanto il prezzo di acquisto della casa nel 1943. Color turchese vivissimo, con gli angoli smussati, super attrezzata, un gas a sei fuochi fatto su misura, elettrodomestici di design che oggi sarebbero firmati KitchenAid, scaffali a scomparsa, lavastoviglie e frigo in tinta, e ampia rientranza utilizzata come saletta da pranzo separata. Una cucina così, in Italia, sarebbe arrivata non prima degli anni ’90. Sbirciando, ho visto che, su un ripiano nascosto, c’era ancora la scatoletta con dentro le ricette di Lucille.
L’altro fiore all’occhiello della casa è lo studio. L’unica stanza in cui la moglie gli permetteva di fumare l’erba — “a thousand times better than whiskey”, parola di Satchmo. 🙂

Louis faceva tutto nello studio. Registrava, ascoltava, leggeva, si esercitava, scriveva, accoglieva chi veniva a trovarlo, conservava la sua collezione di dischi che spaziavano da Rachmaninov ai Beatles. “Ascolto tutto, bisogna ascoltare tutto”, diceva.
In mezzo al mondo Armstrong, mi sono stupita di trovare tanta Italia. I marmi, fatti arrivare appositamente da lì. Un disegno di Toscanini sopra il pianoforte in sala — lo considerava un maestro supremo. Una gondola in vetro di Murano, in bella vista sulla credenza, dono ricevuto quando venne per suonare a Sanremo — l’idea di Satchmo sul palco dell’Ariston fa assai impressione. Un abito di Emilio Pucci indossato da Lucille per incontrare Ella Fitzgerald, e che è conservato nella sua cabina armadio. Un ritratto di Satchmo schizzato da Tony Bennett, a firma “Benedetto”, perché quello era il vero cognome di Tony Bennett — i suoi genitori originavano da Reggio Calabria. E poi la registrazione di Louis con Enrico Tomasso. Enrico Tomasso era un bambino inglese, ma di evidenti origini italiane, così appassionato della musica di Satchmo, che lo accolse all’aeroporto di Leeds, tromba alla mano, per omaggiarlo con “Basin Street Blues”, il famoso pezzo del suo mito. Lui, Armstrong, rimase talmente colpito dal talento di questo bambino di sette anni, che lo invitò a tutti i concerti del tour in UK.
Enrico sarebbe diventato uno dei suoi più cari amici di penna, oltreché uno dei più stimati trombettisti del Regno Unito.

Ogni volta che m’imbatto in qualcosa d’italiano in contesto in cui l’Italia sembrerebbe appartenere a una galassia lontanissima, ecco che l’Italia spunta fuori in forma di un vestito, un ritratto, un cognome. Un avvertimento, quindi. Se uno vuole lasciare l’Italia e dimenticarla, New York è l’ultimo posto in cui trasferirsi. Se uno vuole avere sempre sotto gli occhi quanto l’Italia abbia fatto e significato e dato in tutti questi anni, New York è il primo posto in cui trasferirsi.
🙂

Dai racconti di tutti quelli che lo conobbero, Louis era un’anima solare, estremamente generosa con tutti, specie con i “kids from the block”, i ragazzini del quartiere: se fate attenzione, compaiono anche nel capolavoro di tutti i tempi “What a Wonderful World”, composto proprio lì, nello studio di Corona, guardando portoricani, italiani, ebrei, sfilare davanti alla sua finestra…
Malgrado il successo e la fama planetari, Louis ha sempre vissuto una vita relativamente semplice, fatta di musica, amici fidati, l’amatissima Lucille, fagioli rossi e riso — il suo piatto preferito.
“I don’t need what I don’t have”, diceva.

Mentre facevo il tragitto al contrario, alla volta di Manhattan e della terza F della giornata — Fireworks — “I don’t need what I don’t have” continuava a rimbalzarmi in testa.
Oggi viviamo assuefatti dalla soddisfazione del bisogno. L’asticella delle necessità si è alzata vertiginosamente, e vertiginosamente si è alzata anche quella delle aspettative. Tirato nel mezzo di questi due estremi, l’omino di gomma che siamo noi.
Sto notando però, che da quando sono qui, l’ansia di avere le cose, di soddisfare i bisogni superflui, è nettamente diminuita. Non so se sia per via di New York, o dell’età che avanza. Forse la seconda (!): in genere New York alimenta la fame di cose. Ma è anche vero che a New York hai tutto a portata di mano. Questa accessibilità al desiderio in alcuni è fonte di logorio e perenne tribolazione — quelli che vogliono arrivare, conquistare, accumulare tanti zeri. Ad altri, tipo me, assicura l’euforia data dal “tutto a portata di mano”. Uno stato talmente estatico e appagante, che inibisce la foga del possedere. Le cose sono lì, non ho bisogno di averle, le vedo. Nei miei occhi, nella mia memoria e nelle mie parole, saranno mie per sempre. Il possesso effettivo degli oggetti ha talmente le ore contate che, alla fin fine, il gioco non vale la candela. Nel posto in cui tutti finiremo, non ti porti bagagli, container di effetti personali. Sei obbligato a viaggiare leggero.
Meglio abituarsi subito, no?
Mi rendo conto, tuttavia, che la società americana — occidentale, allargando lo spettro — stia andando nella direzione opposta. La società del bisogno appagato nel più breve tempo possibile. Fast food. Easy pay. Quick everything.
Prendete il caldo e l’aria condizionata. Abbiamo avuto una settimana abbastanza complessa per via dell’afa e dell’umidità. 35 gradi con un’umidità al 99% porta il caldo percepito intorno ai 40 gradi. I newyorkesi, dei lupi contro i rigori dell’inverno, si squagliano in agnellini quando si tratta di canicola (!!). Per questo i negozi, i luoghi pubblici e i vagoni della metro prevedono un condizionamento dell’aria intorno ai 20-22 gradi.
Ora, se il vostro corpo passa dal percepire i 40 gradi del mondo esterno ai 20 gradi del mondo interno, nello spazio dell’apertura di una porta, nell’ingresso di un locale, capirete cosa rischia. Congestioni, torcicolli, e tutte le magagne da raffreddamento troppo repentino. Eppure i newyorkesi non si scompongono. Anzi, lo ricercano. Questo è un esempio di come, in questa società, l’accesso alle agevolazioni apportate dal progresso venga sconsideratamente abusato, causando danni. E non parlo solo di congestioni e torcicolli. Il corpo perde la facoltà di sopportare e gestire il calore: se viene posto in quella situazione reagisce in modi inconsulti — ovvero, dà di matto. E più lo abitui a non sopportare il caldo, più freddo vorrà.
Ma una volta, figli miei newyorkesi, come facevate? Come facevate vent’anni fa, quando a casa non avevate il condizionatore? Morivate? No, siete vissuti e sopravvissuti per raccontarlo. Allora adesso perché mi siete diventati così suscettibili, così mammole? Così mammole da non correre nemmeno più (Central Park all’ora di pranzo, un deserto surreale in cui solo un’italiana correva…).
Siccome non sono talebana fino al punto di vietare l’aria condizionata, io, fossi in politica, farei una proposta di legge che imporrebbe il limite massimo di raffredamento ambientale a 25 gradi. Un mio amico qui mi ha riso in faccia e mi ha detto che nessuno mi voterebbe. Io ho risposto che anche il fumo era l’abitudine più diffusa a NYC fino agli anni 2000 e poi è stata stroncata grazie a una politica restrittiva. I cambiamenti comportano sempre un periodi di assestamento collettivo. E tante risate in faccia.
Il trucco che adotto io contro il caldo qui è molto semplice. Ricordo quanto freddo ho patito lo scorso inverno, la scorsa primavera, lo scorso maggio (!!). Il vento infame, i vestiti sconfitti. Allora, il caldo diventa una manna dal cielo, una liberazione dopo mesi di morsa.
Ecco vedete, la memoria salva sempre. O quasi.

Per concludere sul 4 luglio… I fuochi d’artificio nell’East River Park, a Williamsburg, sono stati come li immaginate. Ma mentre tutti erano con il naso all’insù, a controllare i fiori pirotecnici che sbocciavano in cielo, io guardavo orizzontale. Dritto avanti a me l’Empire vestito di bianco, rosso e blu — praticamente un francesino — e poi laggiù il Chrsyler, silenzioso ed elegante come sempre. E poi tutto il resto della skyline più famosa del mondo.
Trovo che scoppiare fireworks a New York sia un po’ ridondante.
New York City is the fire that works. 😉

Il film che sono andata a vedere questa settimana è “Leave No Trace” di Debra Granik — la regista del bel “Winter’s Bone”, forse lo ricorderete. Era prevista anche la regista dopo la proiezione. Questo vuol dire soldout, ovviamente. Mi sono salvata solamente perché ho fatto uno stopover al ritorno da Coney Island. Ed è bello, ogni tanto, non dipendere dalla metro ma dalla tua bici, farle fare una deviazione a SoHo, agguantare un biglietto e poi proseguire verso l’Upper West Side. La metro, poi, deve essersi risentita. Mi ha fatto arrivare in sala con il film appena partito, e io l’ho “visto” tutto in prima fila.
Più che visto, piovuto, bevuto, o come si consuma un film con la testa tutta all’indietro, la nuca parcheggiata sul coppino.

Devo dire che questo film farebbe il suo figurone al Trento Film Festival 2019. Quindi spero che l’Anarcozumi, il Fellow Fant(stico) e il Movier Zadramat leggano quanto segue e si operino per contattare la regista, che mi ha assicurato: il film, distribuito dalla Sony, arriverà in Italia, prima o poi. 😉

Il film è basato su un romanzo, “My Abandomnent”, e il romanzo è basato su una storia vera. Non capisco cosa mi stia succedendo, ma ultimamente sto oscillando fra documentari e storie vere. Forse perché l’ultimo film di fiction che mi ha scosso le viscere è stato “Isle of Dog”, ormai tre mesi fa — un’animazione.
Presentato all’ultimo Sundance, “Leave No Trace” racconta la storia di Bill, un padre veterano — e affetto da PTS, Post Trauma Syndrome — e Tom, la figlia tredicenne. Della madre non si sa nulla. Bill e Tom vivono in un grande bosco pubblico accanto a Portland, Oregon. Quando dico che vivono in un bosco significa proprio che vivono accampati. Una tenda, un fornelletto, teli idrorepellenti. Tutto il tempo con le orecchie rittissime per non farsi beccare dai Rangers. Non sono gli unici a vivere così. Altri veterani nei dintorni hanno abbracciato quello stile di vita. Una tenda, pochissimi effetti personali, il cuore della natura e il bando della civiltà.

Il paradiso finisce quando un runner intravede Tom e allerta la sicurezza. Il padre e la figlia vengono presi e sottoposti a tutta una sfilza di test sulla persoanlità, questionari psicoattitudinali. Tutte quelle procedure da cui avevano tanto strenuamente preso le distanze in quegli anni. I servizi sociali organizzano il rientro dei due nella società. Una nuova casa, un lavoro per Bill, una scuola per Tom. Vestiti, bicicletta, cose. Tom comincia ad adeguarsi a questo nuovo stile di vita, mentre Bill no, Bill non ce la fa. E’ una creatura in gabbia. Ogni volta che appare in scena, la scena si riempie di tensione. Come se l’inquadratura stessa fosse una costrizione, una prigione, e il personaggio non vedesse l’ora di evaderla. Complimenti alla regista per aver scarnificato il corpo del parlato, concentrandosi invece sui primi piani dei due personaggi, sui loro sguardi intensissimi, i menti tremolanti di una tredicenne, e gli occhi che hanno visto troppo di un ex-soldato.
Le cose sembrano avviarsi alla normalità quando Bill di punto in bianco sbotta e ordina a Tom di prepararsi, si riparte. Mannaggia no papà, le dice Tom, che ha cominciato a stringere amicizia, a “settle down and fit in”. Ma Bill non vuole sentire ragioni, e non offre ragioni. Il pubblico non sa perché Bill viva così e obblighi la figlia a vivere così, da un bosco all’altro. Ma grazie a Dio il film non fa spiegoni di alcuni tipo. Niente flash-back a frugare nel passato bellico, o sentimentale, di Bill. Niente traumi visualizzati. Questo gioca a favore del potere immaginativo su cui la storia conta.
Come spettatori, solitamente, veniamo ingozzati di dettagli, dati, effetti speciali. “Leavo No Trace” lavora per sottrazione e centellina al pubblico lo stretto necessario. Il resto, è lavoro del pubblico. La regista, tuttavia, ha selezionato le scene in maniera così abile, che il lavoro non richiede troppo sforzo. Tantissimo è lì, davanti ai nostri occhi, dentro pochissimo. Perché per comprendere il senso del volo non occorre studiare il progetto di un boeing 747. Basta guardare l’ala di un passero.

Dopo l’ennesima fuga, Bill rimane vittima di un incidente che lo immobilizzarà per alcuni giorni.
Altra sosta forzata in una comunità in cui le persone sono molto molto simili a loro due: vivono dentro roulotte o ogni sorta di mezzo, sempre in foresta ma organizzati in una specie di villaggio, condividendo il condivisibile.
Bill guarisce, e stessa storia: Tom, prepara i bagagli che ce ne andiamo. Però in Tom è cambiato qualcosa, e ha il coraggio di affrontare il padre. “Se qualcosa è rotto dentro di te, non è rotto anche dentro di me”. E Bill capisce. Capisce che quella è la sua scelta di vita, ma che non può imporla alla figlia.
“Leave No Trace” finisce nel modo in cui immaginate finisca. Nonostante il legame di affetto tra i due sia potentissimo, ognuno deve prendere la propria strada.

Siamo davanti a un film molto esistenziale, nel senso che tira in ballo questioni come il modo in cui viviamo, e il modo, anche, in cui giudichiamo quelli che non vivono come noi. Tom è un facile bersaglio per i suoi coetanei. Come concepire una vita senza smart-phone, senza computer, senza abiti più o meno fancy e uscite con gli amici? Ma certo è anche un film che mostra le devastazioni della guerra, dopo che la guerra è finita. I danni irreparabili che porta. L’inquietudine di Bill non è irrequietezza degli artisti. Non ci sono demoni che l’arte espia attraverso il fare artistico. Il malessere di Bill produce solo l’adrenalina che lo spinge a muoversi in continuazione, in un andare senza sosta, destinato a un eterno non arrivare. Ed è questo che differenzia “Leave No Trace” da un film simile all’apparenza, ma totalmente diverso nella sostanza, “Captain Fantastic”, con Viggo Mortensen, nel quale la scelta di uno stile di vita alternativo rispetto a quello della massa era un aspetto rilevante della storia.
A me Bill e Tom hanno ricordato un po’ il padre e il figlioletto di “Sulla strada” di Cormac McCarthy — il romanzo, il film non l’ho visto. Anche se in quel caso la coppia fuggiva a un mondo distopicamente in rovina, il legame profondo che lega genitore e figlia, è lo stesso. E anche la fuga da un qualcosa d’incomprensibile che ci sta col fiato sul collo e non ci dà requie.

“I don’t need what I don’t have”, le parole di Louis Armstrong, colgono alla perfezione lo stile di vita scelto da Bill e Tom, e da tantissime persone negli Stati Uniti. E il film offre uno sguardo dentro quelle realtà. Uomini e donne che rifuggono città e centri abitati e si rifugiano in mezzo ai boschi, come a volersi riappropriare di una dimensione propria, staccata da qualsiasi vincolo sociale precostituito.

Potremmo parlare per ore del concetto di casa, di cosa ci faccia sentire “casa” il posto in cui viviamo, e di quanto potente sia il lavaggio del cervello che subiamo in merito alla cosiddetta costruzione del nido. Io, poi, ho idee molto poco convenzionali al riguardo. Credo che la casa sia più che altro un’idea impalpabile che inseguiamo per tutta la vita, una falena dalle ali fragilissime, e che forse faremo nostra soltanto in prossimità del buco ultimo che ci aspetta.
Casa mia è la lingua che parlo. Casa mia siete voi a cui racconto. Casa mia è il palazzo che ancora deve essere costruito.
E casa vostra, qual è?

Su questa domanda facile facile (!), vi saluto e vi ricordo che il Frunyc III è aggiornato –poche e rubate le immagini della casa di Satchmo: fotografare era ganz verboten…
I ringraziamenti sono copiosi, e i saluti, stasera, sono festivamente cinematografici.

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