LET’S MOVIE 392 da NYC commenta “BOHEMIAN RHAPSODY” di Bryan Singer

LET’S MOVIE 392 da NYC commenta “BOHEMIAN RHAPSODY” di Bryan Singer

Questa settimana sono andata a vedere “Bohemian Rhapsody” di Bryan Singer, il biopic su Freddie Mercury, e be’, sui Queen.
Allora, cominciamo con il dire che sono partita prevenutissima.
Qui in America, in sala, prima che cominci il tuo film, ti propinano qualcosa come 15 minuti di trailer: provvidenziali se siete in ritardo, ma fatali se siete dei puristi che non vogliono sapere nulla in anticipo, come me.
Ho visto due volte il trailer di “Bohemian Rhapsody”, e volevo sprofondare. Il film appare in tutta la sua compenente televisiva, in tutta la sua assenza cinematografica. Ho scrollato il capo, e ho chiesto scusa a Freddie per conto dei responsabili.
Ma il primo film su Freddie, per quanto di malavoglia, dovevo vederlo. Per l’amore incondizionato, smisurato che provo per questo artista.

E qui entro un po’ nel biografico. Non so voi, ma io ero una teenager negli anni ’90, e ho scoperto i Queen perché nell’estate del 1994-5 non facevo che sentire i due Greatest Hits con i loro capolavori. Tutto il mondo, e tutti i ragazzi che ho conosciuto in quegli anni, sembravano essere innamorati di quei due album e della band.
Inoltre, associo ai Queen tre amori grandi della mia vita. Uno su tutti. E con lui, canzoni capolavori. Canzoni che sono sculture, che sono Cappelle Sistine, e che mi abitano di bellezza sin da allora. “Love of My Life”. “Under Pressure”. “Too Much Love Will Kill You”. “My Bijoux”.

E ancora. All’età di diciotto anni, in gita scolastica a Londra, prego la professoressa che ci accompagna di poter andare in pellegrinaggio al Garden Lodge 1, Logan Place, di Kensington, residenza di Freddie. Così, armata di pennarello, avrei potuto scrivergli, su un pezzo di muro, tutto il mio amore.
Per favore, Prof, per favore.
E così, grazie al sì di quella prof. Illuminata, ho fatto.

Quando una band fa parte così integrante della tua giovinezza, un film che la ritrae tocca delle corde che vanno oltre l’opera che state guardando. L’obbiettività viene messa a repentaglio. Quindi immaginatemi a cantare tutto il tempo, tutte le hits che si susseguono nel film. Killer Queen, We Will Wock You, Another One Bites the Dust, la stessa Bohemian Rhapsody, Somebody to Love, Love of My Life, I Want to Break Free.
E questo è il film, in definitiva. Un juke-box con un’unica band al suo interno. Se siete un fan, è la vostra festa.

Ma a parte la gioia di cantare a squarciagola in un teatro newyorkese — il volume del film è tenuto volutamente alto, credo, così non sentite il vicino (o voi stessi!) stonare — a parte il lato musicale, che trasforma il film in una specie di revival musicale, con gli ultimi dieci minuti dedicati allo storico Live Aid del 1985, con la scaletta interpretata para para. A parte tutto questo, “Bohemian Rhapsody”, dal punto di vista strettamente cinematografico, non ha molto da dire e dare.

Il film ripercorre le fasi salienti della vita di Freddie Mercury e dell’ascesa dei Queen, fino appunto all’’85. Dagli inizi come scaricatore di bagagli all’aeroporto di Heathrow, alla fondazione dei Queen con il chitarrista e studente di fisica Brian May e il batterista e studente di medicina Roger Taylor, a cui si aggiungerà il bassista John Deacon. E poi l’amore difficile con Mary Austin, che è stato davvero l’amore della sua vita, e che gli è stata vicino tutto il tempo, anche quando Freddie è sceso a patti con la propria bisessualità, e con la vita folle che condusse nei primissimi anni ’80, e che gli fecero contrarre l’AIDS.

Ovviamente c’è la genesi di “Bohemian Rhapsody”, la canzone. Il desiderio di fare qualcosa di totalmente nuovo, di spaccare le convenzioni: un pezzo in cui convivessero opera lirica, melodico, rock, pop, persino punk. 6 minuti di durata, quando tutte le radio passavano canzoni di 3 minuti al massimo — Pink Floyd esclusi.
Bene che il film s’intitoli come la canzone, perché quel pezzo è la quintessenza dei Queen, è quello che i Queen sono stato e che hanno fatto alla musica. Sovvertitori, inventori, innovatori, giocolieri, professionisti. Tutti e quattro, ognuno con il proprio strumento. Freddie, ovviamente, sopra tutti. Il Live Aid dell’’85, con migliaia e migliaia e migliaia di persone che duettano in coro con Freddie, fanno capire fino a che punto i Queen sono stati amati e venerati.

Ma il film è troppo impegnato sul mimetico. Troppa importanza ai denti sporgenti di Freddi — tanto che Rami Malek, che lo interpreta, pare sfoggiarli, quando invece Freddie non lo faceva affatto. Troppa importanza alle mosse, ai gesti. Al Brian May preciso identico al Brian May originale — chissà dove sono andati a scovarlo. Ma pochissima attenzione alle tribolazioni di Freddie uomo, innamorato pazzo di Mary, ma alle prese con la sua sessualità complicata, allargata, ritratta solo di striscio nel film. E zero attenzione alle sue origini africane: sì perché Freddie Mercury si chiamava Farrokh Bulsara, e la sua famiglia veniva da Zanzibar. Nel film, il suo essere di ceppo immigrato è giusto un elemento di colore.
Così come anche certi passi importanti fatti dalla band nella storia della musica. I Want to Break Free è stato il primo video che ha mostrato degli uomini travestiti da donne, intenti/e a svolgere delle bizzarre pulizie domestiche. Il video scatenò una marea di polemiche all’epoca, su cui il film tace completamente. Va meglio sulla genesi della canzone di “Bohemian Raspody”, che racchiude il “metodo Queen”: quello di integrare nel registrato dei rumori insoliti fatti con secchi, monetine, campanelli, casse oscillanti per muovere il suono, e Roger Taylor che strilla “Galileooo” fino al limite del castrato!

Lo diciamo sempre, ma vale la pena ribadirlo per questo film. Il biopic è un genere ostico: hai a che fare con un personaggio che è stato una persona. Devi smazzarti la sua componente di vita vissuta. Alcuni ci sono riusciti in maniera magistrale. Ricordate il Jim Morrison di Val Kilmer? Oppure la Marilyn Monroe di Michelle Williams? Oppure il Neil Armstrong di Ryan Gosling? Ecco. Ma bisogna essere dei grandi interpreti. Bisogna guardare dentro all’uomo, e stanarne le paure e le stranezze, i difetti e i misteri. E non bisogna imitarli. Bisogna viverli sul set.
La mia impressione è che il film li abbia imitati. Che Rami Malek, per quanto bravo, abbia imitato Freddie. Ma non sia stato Freddie. Quest’aria posticcia — l’emblema del quale è nei dentoni conigli in bocca al personaggio — questa sensazione di guardare un film per la televisione, non vi abbandona mai.
Se vi guardate “The Doors”, vi sembra di stare negli anni ’60-70, e di contare tutti i demoni che Jim si portava dietro.

Se affrontate il film con leggerezza, due ore di cantate come non le facevate da mesi, “Bohemian Rhapsody” fa per voi. Se cercate un lavoro cinematografico di fino, e la resa poliedrica del vostro mito Freddie, “Bohemian Rhapsody” vi lascerà molto delusi.

Mi permetto di concludere adolescentemente su un “Freddie, I love you”. Spero me lo consentiate 🙂

E dopo miglia e miglia di pippone, sono giunta alla fine.
Il Frunyc IV è aggiornato con le foto di Hauser&Wirth e della nevicata di giovedì 15 novembre — abbiamo capito che NY è sempre avanti in tutto, ma fosse un po’ più indietro, meteorologicamente, sarebbe pure meglio…
Ringraziamenti sentiti, e saluti, stasera, artisticamente cinematografici.

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LET’S MOVIE da NYC commenta “BORDER” di Ali Abbasi

LET’S MOVIE da NYC commenta “BORDER” di Ali Abbasi

Marathon & Midterm Moviers,

Ho concluso il lezmuvi della settimana scorsa — per chi di voi è arrivato al traguardo — sulla Maratona. Ma questa è stata anche la settimana delle elezioni di metà mandato. Quindi capirete che la lunghezza di questa mia è più dettata dalla mole effettiva dei fatti, che da un dannunziano indulgere nel piacere dello scrivere.

Andiamo in ordine cronologico e parliamo, una volta per tutte, della Maratona di New York. Ve l’ho sempre proposta a spizzichi, e non ve l’ho mai offerta come piatto unico. Now it’s time.
Anche perché tutti, dall’Italia, fanno uno più uno — una corridora + una New York — e mi chiedono: perché non corri la maratona?!

Nessuno, dall’Italia, sa bene come funziona. Nemmeno io, da New York, sapevo bene come funzionava. Poi il mio pupil settantunenne Stephen, che prima di essere un pupil settantunenne è un maratoneta, mi ha spiegato per filo e per segno i meccanismi della gara. Quindi io faccio da vaso comunicante, e li travaso a voi.

La maratona di New York non è una maratona qualsiasi. L’euforia che scatena, a livello globale, non ha pari. Pressoché ogni runner del mondo coltiva un sogno: correre la maratona di New York. Ma pensate se tutti i runner del mondo cercasssero di trasformare quel sogno in realtà iscrivendosi. New York sprofonderebbe negli abissi, e di lei rimarrebbe solo il ricordo.
Giacché nessuno vuole questo, gli organizzatori se ne sono usciti con un sistema selettivo di stampo autarchico.

Se siete un residente di NYC, dovete prima di tutto diventare Membro dei NY Road Runners (NYRR), e questo è facile. Quando siete membri, dovete correre nove corse organizzate dalla NYRR nell’arco di un anno. Possono essere di 5 km, 10 km, 15 km, 21 km, etc. Ne dovete totalizzare nove. In più, dovete partecipare come volontario a un evento organizzato dalla NYRR. Questo è il modo “9+1”, il Nine Plus One: se vi correte nove corse e vi fate un giorno da boyscout, vi si disegna automaticamente davanti ai vostri piedi la linea di partenza della maratona dell’anno successivo.

Se non volete percorrere questa strada, dovete essere un maratoneta di quelli con la M maiuscola e aver corso, nel vostro passato, una maratona entro determinati tempi. Se siete un uomo fra i 35 e i 39 anni, entro 2:55, e una donna in 3:15.
Anche se non siete pratichi di tempistiche podistiche, capite anche solo da voi che terminare una maratona in 2 ore e 55 minuti è impresa da esseri etiopi, oppure kenyoti, oppure Baldini.
Insomma, questa strada è davvero poco percorribile.

L’altra alternativa è la NY Sweepstake, la lotteria.
Che in palio ci sia una green card o l’accesso a una maratona, agli americani piace molto solleticare la sorte e farla sorridere dalla tua parte.
Se siete residenti a New York, gettate il vostro nome, cognome, email e zip code nel calderone della fortuna, e aspettate il 14 gennaio 2019, giorno in cui verranno estratti 262 nomi. A quei nomi, rigorosamente residenti a New York City, corrisponde un ingresso assicurato e gratuito alla maratona.
Naturalmente il mio nome è già nel calderone. 😉

Ecco, questi, in sostanza, sono gli unici modi per partecipare. Capite da voi, che il modo più percorribile — e aggettivo non fu mai più adatto — è quello delle 9 gare + 1 giorno da boyscout. Da voi capite anche che la maratona, qui, ve la fanno sudare — e verbo non fu mai più adatto.
In più, geni della truffa travestita da occasione che sono, se calcolate che partecipare a ognuna delle nove gare prevede un’iscrizione di 30 dollari circa, i NYRR s’incassano, per ogni corridore, 270 dollari.

Dall’estero, avete più chances, se avete del capitale da investire.
Dall’estero funziona che vi appoggiate a delle agenzie che vi assicurano l’ingresso alla maratona. Ma se lo volete, dovete acquistare il pacchetto completo, che include biglietto aereo, pernottamenti, spostamenti, tutto. Naturalmente tutti i partecipanti della filiera hanno da guadagnarci, quindi i prezzi di questi pacchetti all-inclusive sono molto alti.
Ma ripeto, se avete dal capitale da investire, e vi sta bene la modalità carovana, allora questa soluzione fa per voi.

Visto che non ho potuto correrla da iscritta, domenica, così come i due anni scorsi da newyorkesa, ho corso parte della maratona in anticipo, e l’ultima parte in sync con i primi arrivati. Il che vuol dire controllare il percorso prima dell’arrivo dei corridori, e correre un tratto con i primi.
Quest’anno ho corso lungo la 59esima, qualche metro prima dell’arrivo, poco sopra Columbus Circle, insieme alla vincitrice, Mary Keitany. Lei in mezzo alla alla 59esima Strada, io sul marciapiede lungo la 59esima Strada. Lei però volava, e aveva 41 km sulle spalle. Io ne avevo 26, e cercavo soprattutto di non inciampare.
Prima di arrivare laggiù, ho attraversato parte del Bronx e poi tutta Harlem, e giù giù lungo la Quinta Strada, fiancheggiando Central Park, con il pubblico che ti incita anche se corri fuori dal percorso. 🙂

È davvero speciale. Immaginate 70.000 corridori che partono da Staten Island, alle 8:30 del mattino. E via sul Ponte di Verrazzano. E su su per tutta Brooklyn e tutto il Bronx, e poi via via per tutta Harlem, e poi giù giù per Manhattan, costeggiando Central Park, e poi l’ultimo km, dentro dentro Central Park. 140.000 piedi sotto 70.000 teste che si chiedono “ma chi me l’ha fatto fare??”. Poi quelle teste, appena tagliato il traguardo, dopo essersi maledette per 42 km e 195 m, si chiedono “a quando la prossima?”.
Questo è quello che si dice. E posso capirlo.

Perché la maratona di New York è complessa?
Innanzitutto per il meteo. Di solito la domenica della maratona è di quelli pessimi: pioggia, o nebbia, vento. Il peggio che l’autunno newyorkese ha da proporre. Il 2018 è stato una felicissima eccezione: il cielo azzurrissimo, il sole con i raggi ancora funzionanti, Van Gogh materializzato nei colori di Central Park — date un’occhiata al Frunyc IV.
È complessa anche per il percorso. Parte da Staten Island. E per raggiungere Staten Island, i bus della maratona partono alle 4 del mattino — la gara comincia alle 8:30 am. Cosa facciano i corridori mentre aspettano, non mi è dato sapere. Con quel freddo, con quell’ansia.
Il percorso è dissestato — buche, strade rattoppate. Correre a NY non è sport per signorine. E, al contrario di quanto si pensi, NY non è una città piatta. È tutta un saliscendi — corretevi un po’ la Quinta, e ditemi se vi sembra piatta… E questo incide.

Però certo, volete mettere? Quando correte gli ultimi isolati, dalla 110ima fino alla 59esima, e poi lungo tutta la 59esima fino a Columbus Circle, e il rush finale, in quegli ultimi km lì, voi non siete più nulla. La fatica, il dolore, tutto svanisce, credo. È la gente che vi porta. La gente lungo le strade, che fa un tifo gratuito e innocente — non tifi il vincitore, vinci tutti i piccoli grandi esseri umani che cercano di guadagnare la fine di quella tortura sublime. E tu, stremato come solo posso immaginare, tu ti affidi a loro, al loro calore. E alla tua testa. Perché dopo il 30esimo km, non hai la minima idea di come reagirà il tuo corpo, le tue anche, le tue articolazioni. È un salto nel buio.
Un giorno farò la maratona anche per quello: per vedere come reagirà il mio corpo. Cosa farà la mia testa. Per saltare nel buio. Perché è nel buio che le luci brillano forti, e le cose si vedono.

Un giorno correrò la maratona di New York anche per il dopo-maratona. A gara finita, tutti i maratoneti girano Manhattan con il mantello azzurro della maratona sulle spalle, e la medaglia in bella vista sul petto. Ed è tradizione che i newyorkesi, per strada, si rivolgano loro con un “Well done! Good job!”. Io naturalmente ho fatto lo stesso, congratulandomi con tutti i maratoneti e le maratonete che incontravo, e vedendo in loro, oltre la stanchezza, una indescrivibile soddisfazione.

Il lunedì dopo la Maratona, m’incontro con Stephen per la nostra solita lezione d’italiano.
Non sto più nella pelle, devo dirgli che ho fatto parte del percorso, accumulando un 26-27 km.
Lui mi ascolta, annuisce, sorride caloroso.
Poi estrae dallo zaino la medaglia e la mette sul tavolo.
“Hai corso la maratona?!!?”, strillo, aquila, io.
Stephen mi risponde che sì, l’ha corsa. L’ha deciso sabato sera. Per via del meteo favorevole.

Da ciò che seguirà, capirete in cosa consiste il low-profile newyorkese.
Mi dice “Sì l’ho corsa, ma ho sbagliato tutto”.
Mi spiega — tutto in italiano, ed è così che s’impara una lingua, cercando di spiegare quello che pensi inspiegabile — che dopo sei miglia, il tallone sinistro ha cominciato a fargli male. Un problema di nervi. Allora si è fermato a una tenda del soccorso medico, e gli hanno applicato due grossi cerotti che, applicati in quel modo, gli avrebbero permesso di non sentire dolore e proseguire la corsa.
Ha proseguito per altri dieci miglia, e poi il male ha ripreso.
“E cosa potevo fare? Non potevo… quit
“Mollare”
“Non potevo molare” — non c’è verso con le doppie…
Allora, Stephen uomo dalle mille risorse, si è infilato un fazzoletto tra il piede e la scarpa in modo da dar “sollievo” al tallone.
“E così sono arrivato fino alla fine”
“Ma Stephen, ma tu sei un eroe, non sei umano!”
No no, si schernisce Stephen. “Ero lento, così lento, così lento… so slow, so so slow”.
Io ribadisco il suo essere soprannaturale.
“Ma oggi sarai stanco morto!”
“Ma, non propriamente. Ieri sera un po’”.
Un po’. 42 km.
“E cos’hai fatto ieri dopo la corsa?”
“Ho fatto la spesa e poi i compiti d’italiano”.

Se Stephen non avesse settantunanni, non fosse gay, non avesse un compagno da vent’anni, io mi sarei già dichiarata da ‘mo 🙂
Come si fa a non amarlo?

Dopo avermi spiegato la sua maratona, mi spiega come funziona il meccanismo della maratona, che io ho spiegato a voi.
Abbiamo concluso la lezione sul Portogallo. Sì perché Stephen domenica ha corso la maratona, lunedì ha visto il suo medico e fatto italiano con me, martedì ha prestato volontariato al suo seggio di Chelsea per le elezioni di metà mandato, e mercoledì è partito alla volta di Lisbona. Dodici giorni di viaggio.
Altroché maratona: Stephen macina miglia di vita.
E già, le elezioni di metà mandato. Sarebbe davvero troppo lungo affrontare l’argomento qui. Diciamo che il pareggio, Senato ai Repubblicani, Camera ai Democratici, dimostra quanto il paese sia spaccato a metà. Se non altro Trump dà l’addio al muro sul confine con il Messico, e con la Camera blu, la possibilità di accusa di impeachment si fa più concreta. Certo ci si aspettava un risultato migliore al Senato. Ma New York ha festeggiato il risultato, non ha rimpianto l’ambìto.

New York ha particolarmente esultato per due successi epocali: Staten Island, per decenni roccaforte repubblicana, è passata dalla parte democratica. Quindi oggi tutti e cinque i boroughs della città sono di un bel colore blu.
Il secondo straordinario successo lo si deve a Alexandra Ocasio-Cortez: con i suoi 29 anni, la più giovane deputata della storia. Born in da Bronx da madre portoricana e padre bronxiano, la Cortez ha una parlantina e un carisma che superano persino il compianto Obama.
Ha cominciato a far politica a fianco di Bernie Sanders, e porta avanti le sue idee progressiste: sanità pubblica per tutti — quello che qui si chiama Medicare — università gratuita, l’aumento del salario minimo a 15 dollari l’ora. E vorrebbe un iter che conduca alla cittadinanza per gli immigrati irregolari e l’abolizione dell’ICE, l’Immigration and Customs Enforcement Agency, l’agenzia che semina il terrore fra tutti gli immigrati regolari, irregolari, tutti.
Se a 29 anni, la Ocasio-Cortez è già al Congresso, chissà che, fra una ventina d’anni, non la si veda alla Casa Bianca. O anche meno di una ventina d’anni, why not?
Ho imparato che tutto è un po’ possibile, in questo paese.

Questa settimana sono andata all’IFC a vedere lo svedese “Gräns”, tradotto con “Border”, del regista iraniano-svedese Ali Abbasi.
Adattamento del romanzo omonimo di Lindqvist, il film si è aggiudicato il premio “Un certain regard” a Cannes, ed è opera che sfugge le definizioni e le facili etichettature. Forse è per questo che Cannes ha deciso di premiarlo.

Tina è una donna brutta, proprio brutta. Lineamenti neandertaliani, fisico tozzo e sgraziato. Ma ha un talento straordinario: riesce a sentire, attraverso l’olfatto, la rabbia, la vergogna, la colpa delle persone.
Per questo svolge il suo lavoro come guardia alla dogana con grande successo. Ma non ha una gran vita, Tina. Convive con un parassita che si occupa più dei suoi pitbull che di lei. Ha un padre colpito da demenza senile che la riconosce solo a momenti, e vive in una casa di cura. È sola, Tina. A parte il lavoro, le uniche sue gioie sono le passeggiate nella natura, con cui capiamo da subito, ha un rapporto speciale.
Un giorno, alla dogana, Tina incontra Vore. La somiglianza fisica tra i due è sconvolgente. E l’attrazione scoppia subito. Vore svela a Tina che lei non è frutto di un difetto cromosomico, come i suoi genitori le hanno sempre fatto credere. E che loro non sono esseri umani. Sono dei troll — e anche voi, lo so, pensate a “David Gnomo” — creature che vivono nella natura e che sono dotate di abilità tra l’animalesco e il sovrumano.

Nel frattempo Tina, grazie al suo naso stana-delinquenti, sta aiutando la polizia a rintracciare un covo di pedofili. E da lì in poi il film perde quella “magia” iniziale — non so, a dire il vero, se “magia” sia il termine più adatto per questo film…— e si perde un po’. Tina scoprirà che il suo amore di troll Vore è coinvolto nel caso: ruba i bambini e li sostituisce con degli esserini troll che non crescono e non si sviluppano…

L’idea alla base del film è molto intrigante, e be’, attuale: la perlustrazione del concetto di confine identitario quando si è “altro da”. Ma la crisi identitaria di Tina e la ricerca del suo vero io potevano benissimo fare a meno di certe propaggini narrative che azzavorrano il film: i troll transgender (!), Vore che dà alla luce uno di quegli esserini troll e lo fa sopravvivere tenendolo in frigorifero e alimentandolo a larve (!!). Il caso della pedofilia ci starebbe anche, per giustificare il coté poliziesco-thriller di un film che vuol essere un po’ tutto — fantasy, romance, gothic, noir — ma il coinvolgimento di Vore è tiratissimo per i capelli e castra la forza al personaggio.

A mio parere, le montagne russe della propria identità su cui viaggia Tina dovevano essere il centro del film. E lo sono, ma solo in parte: Tina la diversa, incontra Vore il diverso che le apre gli occhi su chi è veramente — una troll — ma nulla è mai semplice e Tina si sente anche umana, perché è stata cresciuta come tale. Poi capisce che Vore non è uno stinco di troll nemmeno lui, e deve affrontare cosa le detta la coscienza. Alla fine però la natura ha il sopravvento, e ha in serbo — intuiamo — un futuro viaggio di Tina in Finlandia, dove una colonia di troll vive felice e beata — probabilmente ascoltando gli Abba. 🙂

Che sia un film unico, è indubbio. Ma ci sono certe scene che avremmo preferito non vedere. E non tanto i pasti a base di larve, di Vore e poi Tina. Quanto il rapporto sessuale tra Vore e Tina, un momento in cui l’animalesco è iper-animalesco, come se i due umani divenissero più animali degli animali. Non mi ha scosso tanto la promiscuità di genere, maschio-femmina — che oh boy, è all’enesima potenza — quanto piuttosto la promiscuità di specie, animale-umano. Ma in fondo un film deve fare questo. Scuotere.

“Border” è un film per cinefili che sono disposti a confrontarsi con lo sgradevole, il perturbante, l’inverosimile e il molesto — quest’ultimo, più relativo all’uomo che ai troll, a dire il vero. Quindi c’è una parte di me che capisce la scelta di Cannes, pur non condividendo il premio.
Se avete fegato, e siete disposti a turarvi il naso/tapparvi gli occhi davanti a certe scene, “Border” è lì che vi aspetta.

E anche per oggi è tutto, carissimi Fellows.
Il Frunyc IV lo trovate al solito posto, i ringraziamenti sono qui, e i saluti, quelli, stasera, sono podisticamente, politicamente, cinematografici.

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LET’S MOVIE 390 da NYC commenta “MID90s” di Jonah Hill

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Monday, Moviers,

ho fatto quello che faccio ogni Monday, ma con delle varianti.
Il lunedì vado al Lincoln Center per fare lezione al mio pupil settantunenne Stephen. Ci incontriamo al David Rubenstein Atrium, che è un grande spazio con i tavolini, una cafeteria, una fontana interna, una parete giardino — se non si ha posto per coltivare un giardino in orizzontale, si sfrutta il verticale, ovvio.
E questo spazio è pubblico, for free.
C’è il wi-fi, l’aria condizionata (micidiale) l’estate e il riscaldamento (miracolare) l’inverno. È frequentata da tipi umani molto variegati. Lavoratori che si mangiano il pranzo, studenti che preparano qualche lavoro di gruppo, anziani che si leggono il giornale (sull’I-pad), donne che si fanno le unghie. Un’italiana e un newyorkese che sbattono contro le asperità di “mi piace/mi piacciono” — e li biasimate??

Questo lunedì, sulla metropolitana per raggiungere il Lincoln Center, ecco la prima variante.
La metro newyorkese ha linee che corrono “local” (regionali) ed “express” (interregionali). Alla 96esima puoi prendere l’interregionale, che fa solo una fermata — la 72esima — e poi prosegue fino a Times Square e poi giù, gù per tutto il sud di Manhattan. Quindi il mio andar di metro è tutt’un cambiare fra local ed express. Per guadagnare tempo, ovviamente.
Come tutte le metro del mondo, ci sono dei display che ti dicono quanto tempo manca all’arrivo del prossimo locale/espresso.
Lunedì, a bordo della metro regionale, mi sono soffermata sulla porta per controllare il display e vedere se mi conveniva rimanere a bordo oppure scendere e aspettare l’espresso. Sono rimasta lì giusto due secondi — le porte delle metro non rimangono aperte delle ore.
In quella posizione, sono stata di grandissimo intralcio a un ragazzo che doveva salire sulla metro con una grossa valigia — a mia difesa, ricordo che la mia stazza non è esattamente quella di Giuliano Ferrara, non bloccavo l’intero ingresso.

“Levati dal caz*o”.
Queste sono le parole che mi vengono rivolte da un giovane, evidentemente diplomato a Eton, con un accento che poi scoprirò toscaneggiante.
“Come hai detto?”, gli rispondo io, perfettamente consapevole che la mia domanda lo coglierà di sorpresa come uno spavento: anche se sai che a NY ci sono tantissimi italiani, non ti aspetti che l’individuo sulla scorrevole della metro a cui ti rivolgi con tanta eleganza, sia italiano.
“Sono italianissima”. Aggiungo, per ribadire l’ovvio.

Immaginate la sua espressione.
Credo non servano parole per descriverla. Ma il giovane Milord ha con sé la sua Milady, e non può certo mostrare di scusarsi e tornare sui suoi passi.
Lei è paonazza, e ha quel sorrisino delle ragazze che si vergognano di trovarsi in una situazione provocata dal proprio compagno, e che non vedono l’ora di potergli dire, in privato, “ma che figura del caVOLO ci fai fare??”

“Eh, stavi in mezzo”, mi dice il gentleman, tra il bullo e il gallo.
“C’è modo e modo di dire le cose”, gli rispondo io, con calma papale.
“Sì ma stavi in mezzo”, e il bullo, da gallo, passa all’upgrade e diventa pappagallo.
Allora cerco di spiegargli.
“Non ci si rivolge così alle persone. Dalle tue parti in Italia magari sì, qui no”
“Sì ma stavi in mezzo…”, un uomo pieno di argomenti.
Gli indico la valigia e gli dico di riportarsi la cafoneria in Italia, che qui non abbiamo bisogno.
E scendo alla mia fermata.

Scorderò la sua barbetta da hipster di provincia e i suoi occhi azzurri slavati fra pochi giorni. Ma l’espressione della ragazza, quella, 100% imbarazzo, me la ricorderò per molti molti giorni.

Non è che qui siano tutti Lord Fontleroy, eh, intendiamoci — la mamma dei cafoni è come quella degli stupidi: sempre incinta. Ma nessuno, nessuno si permetterebbe di dire “Get the fu*k out of my way” sulla metro: scoppierebbe la guerilla.
Tutti sono sulla stessa barca — ehm vagone. Tutti sanno come funzionano le cose. Tutti fanno l’altalena local-express. Tutte le teste si rivolgono al display per vedere se conviene rimanere sul regionale, oppure scendere e aspettare l’espresso. E tutti si danno il tempo necessario per decidere. E’ un codice condiviso, che, in qualche modo, affratella i passeggeri.
Poi arriva il turista che rompe questa armonia, e che impone la sua presenza. Era italiano, ma avrebbe potuto essere di qualsiasi nazionalità — anche se non mi vedo uno svedese, uscirsene con un’espressione del genere.

“Levati dal caz*o”. Una frase del genere, in un vagone silenzioso di una tranquilla mattina newyorkese, ha tutta la brutalità di uno spintone, di un colpo basso.
Intorno a me vedevo i newyorkesi intuire dalle nostre voci che non stessimo scambiando dei convenevoli. Tenevano le teste spofondate negli smart-phone, ma seguivano la scena, da sotto in su.
Io, naturalmente, mi sono molto vergognata. Per lui, per la ragazza, per l’Italia. Ogni volta che un italiano fa qualcosa che non dovrebbe fare, un expat — o solo io?— si sente un po’ in colpa come se quell’azione, quella cosa detta, l’avesse fatta o detta lui. Per questo stesso principio del “tutte le colpe del padre-paese ricadono sui figli”, io mi ritrovo a essere un po’ Salvini, un po’ Berlusconi, un po’ Renzi. E un po’ Bernardo Provenzano. Certo, anche un po’ Bruno Munari e Rita Levi Montalcini. Ma la sensazione è più forte — e non so come mai — se i personaggi sono riprovevoli. La colpa è più potente dell’orgoglio.

L’altra variante di lunedì scorso riguarda Central Park.
Dopo la mia lezione con Stephen, non riprendo la metro. Faccio una cosa che mi ha insegnato un newyorkese doc, ovvero, evitare di circumnavigare Central Park con la metro: devi cambiarne tre, impieghi un sacco. Invece, se devi andare dal lato West al lato East, o viceversa, attraversa il Parco a piedi! Impieghi un quarto d’ora, non di più.
Chissà perché abbiamo tutti sempre l’impressione che Central Park sia un mastodonte che richiede ore e ore per essere percorso.
Allora lunedì, una giornata tiepida di fine ottobre, attraverso il parco, diretta alla 69esima dell’East Side, dove trovo ad aspettarmi la mia classe alla Columbus Citizens Foundation.
Avvicinandomi alla parte finale del Mall di Central Park, sento in lontananza delle note famigliari.
“Thriller” di Michael Jackson.
Faccio uno più uno. Lunedì è il 29 ottobre. L’antivigilia di Halloween, che qui è un evento pari al Natale.
Mi avvicino con passo spedito: sento odor di newyorkeria, una di quelle stramberie che New York sforna con tanta generosità.

Trovo un centinaio di persone impegnate a ballare la coreografia di “Thriller”. Con “persone”, intendo dei civili, non dei ballerini professionisti. Non si tratta di un video, una prova di uno spettacolo, uno show. È, invece, un rito, o forse un flash-mob. Cento comuni mortali che si trovano a Central Park a ballare “Thriller”, con i passi originali tratti dal famoso video del Jacko mondiale. Tutte le età, tutti i sessi, tutte le dimensioni e i colori. Tutti all’unisono, tutti perfettamente sincronizzati. Io, che nei balli di massa perdo sempre il tempo e non lo ritrovo mai, li guardavo come avrei guardato Barishnikov.
Sono rimasta quasi fino alla fine, sempre con quel mio sorriso inebetito che ormai conoscete, ma avevo la mia classe ad attendermi, quindi ho dovuto spicciarmi.
Però quel “Thriller” lì, mi ha fatto dimenticare la finesse italiana sulla metropolitana. E per questo, anche, ringrazio New York. Qualcosa che ti butta giù è subito seguito da qualcosa che ti tira su.
Dev’essere un principio della fisica di questa città.

La Columbus Citizens Foundation è un’associazione di italiofili — a maggioranza ebraica, mi è stato detto — con sulla 69esima, cuore posh dell’Upper East Side, tra la Quinta Strada e la Madison.
È come mettere piede nell’Italia dell’alta borghesia tardo ottocentesca. Gattopardo-style. Pavimenti in legno, tappeti persiani, scalinata presidenziale rivestita di bordeaux, dipinti del ‘700 alle pareti, caminetti, cristalli che pendono giù dal cielo, busti in marmo, vetrine ripiene di porcellane e cassettoni antichi con dentro chissà cosa. È molto “una certa Italia”. Talmente “molto” da essere “troppo”. Il che vuol dire che non è Italia: è Italo-America.
Il bagno è affrescato con putti e cherubini, e i rubinetti sono dorati.
È decisamente Italo-America.
Tuttavia, alternare alle aule standard che trovo all’FIT e al Mercy College, questa opulenza, barocca e nostalgica, mi permette di sfiorare vite diversissime. Ed è questo che una metropoli come New York offre, dopotutto. Non Sex and the City.

La Columbus Citizens Foundation organizza eventi esclusivamente Members-only. Gala dinner il cui biglietto d’ingresso costa $ 10.000 (a testa). Golf club. Cene — nell’interrato hanno un ristorante e un pianobar.
Mi chiedo se abbiano pensato anche alla caccia alla volpe.
La Foundation, oltre a un corpo che sguazza nella bella vita dell’alta società, ha anche un’anima filantropa, e nella sua grande magnanimità, presta le sue sale, il lunedì sera, ai corsi organizzati dallo IACE, l’Italian American Committee on Education. Lo IACE è un’associazione che organizza corsi di lingua grazie a un fondo stanziato dallo stato italiano e che opera sotto la supervisione del Consolato.

Noi occupiamo le sale della Columbus il lunedì. Mi domando come saranno gli altri giorni della settimana. Per qualche strana interferenza cinematografica, immagino sempre che gli altri giorni, tra serate a sorseggiare Chianti e a fumare Havana di contrabbando, s’inseriscano anche dei convegni oscuri. Tipo quello orgiastico nella villa fuori NY immaginata dal genio Kubrick in “Eyes Wide Shot” — parola d’ordine per entrare: Fidelio. Il contesto si presterebbe alla perfezione. Quindi, se il lunedì si respira aria di presente indicativo e plurali irregolari, il martedì può essere che si respiri aria massonica.
Who knows… Se scopro qualcosa, sarete i primi a saperlo 😉

Questa settimana sono stata a vedere “Mid90s” di Jonah Hill, una piccola grande splendida opera prima che sta piacendo molto qui a New York, e che è piaciuta molto anche alla vostra lezmuviana qui presente.

Presentato al Sundance e al Toronto Film Festival, “Mid90s”, lo suggerisce il titolo, racchiude e dischiude un momento storico: la metà degli anni ’90. Lo sfondo è Los Angeles.
Il bello del film — ve lo dico subito — è che, nonostante sia connotato metropolitanamente/ geograficamente — L.A./America — riesce a parlare anche a chi ha vissuto quegli anni nella periferia del mondo che è il Trentino. 🙂 Vedendo il protagonista, Stevie, rivedi te stesso alle soglie dell’adolescenza.
Stevie ha una madre insicura e non troppo presente. Un padre inesistente, un fratello maggiore che lo picchia a sangue — come tutti i fratelli maggiori degli anni ’90, mi viene da dire. A quell’epoca funzionava così. Le zuffe fratricide erano all’ordine del giorno.
Stevie ha tredici anni, è piccoletto, non quei teenager che crescono tutto d’un fiato a undici anni. Ha un’adorazione per una compagnia di skateboarders che bazzica il suo quartiere. E un bel giorno, comincia a frequentarli.
Non sono dei teppisti. Sono dei ragazzi che si fanno passare le giornate estive, e che hanno dei sogni: chi vuole fare il regista, come Fourth Grade, e filma tutto il tempo con una videocamera, chi se la spassa e fa molto umorismo, come Fuck Shit — che è l’intercalare a lui più caro, di qui il nome — e c’è chi vuole fare dello skate una professione, come Ray, il ragazzo che è una spanna sopra gli altri, il guru del gruppo. Quello che e sparpaglia per tutto il film perle del suo skating e della sua “saggezza”.

Stevie è il percorso che abbiamo seguito un po’ tutti in quegli anni, con le differenze del caso. La voglia di far parte di un gruppo, sentirsi accettati, nonostante i difetti. E la voglia di provare quello che gli altri maneggiano/padroneggiano così bene, mentre tu sei alle prime armi, e arranchi. Dallo skateboard, all’alcol, alle prime sostanze chimiche — che non erano LSD o droghe simili, ma pillole rubate alla sorella di qualcuno!
E naturalmente i primi approcci con l’altro sesso, la goffaggine abbinata all’arroganza — due lati della stessa medaglia.

Non c’è una vera trama, ed è questo che ti fa amare “Mid90s”. Ci sono momenti d’infinita delicatezza e tenerezza — perché vanno a toccare il nostro vissuto con precisione chirurgica — e ci sono momenti di sciallo, che è uno sciallo solo di superficie: dietro, si celano storie di tribolazioni, fisiche e psicologiche — come Fouth Grade che “è talmente povero che non ha nemmeno i soldi per comprarsi i calzini. Voglio dire, i calzini”, come spiega Ray a Stevie.
Oppure lo stesso Stevie, vittima delle angherie del fratello, ed entrambi vittime di un’infanzia storta e mai raddrizzata, in cui le emozioni trovano sfogo solo nella rabbia, molto rivolta a se stessi. Tutto questo in una Los Angeles di periferia, Culver City o giù di lì. Beverly Hills — con o senza i suoi Walsh, Dylan e Kelly, che proprio in quegli anni trasformavano lo zip code 90210 in un brand da esportare in tutto il mondo — Beverly Hills è lontana anni luce.
Il materiale è il cemento, su cui questi giovani skaters filano e cadono, piroettano e rovinano. Superstrade al tramonto e cortili in cui ritrovarsi e passare il tempo insieme.

Tuttavia, anche se il film racconta gli anni ‘90, non è una loro celebrezione, e non è nemmeno un inno nostalgico ai “good old days”. È fiction al 100%, ma ha qualcosa del documentario — la grana sgranata di certe riprese, per esempio, e poi il finale, splendido, con i girati della videocamera di Fourth Grade. È come se il regista, Jonah Hill, prelevasse uno spicchio di vita vissuta direttamente da quel decennio, e ce lo porgesse per farcelo assaporare: solo con il senno di poi, ne avvertiamo a pieno il gusto.

E visto che abbiamo detto della chiusura, diciamo anche dell’apertura del film. Il corridoio di una casa. Dalla porta di una stanza, vola fuori — letteralmente vola fuori — il povero Stevie. Lanciato dal fratello in un raptus d’ira, Stevie picchia violentemente la testa contro il muro. E tu pensi, è morto. Uno non può picchiare la testa così, e sopravvivere. Invece sì, Steve sopravvive.
Questa scena, rapida come un pugno nello stomaco, e altrettanto penosa, ti dà le coordinate di tutto il film. Ti descrive il contesto, i personaggi, la violenza, il dolore, il silenzio. Perché non una lacrima si versa. Nemmeno quando Stevie finisce in ospedale, dopo un incidente. Non si piange mai.
Al posto delle lacrime, si regalano ambitissime tavole da skate, si condivino caramelle e succo d’arancia — non pasticche e birra! — e si sopravvive.
Alla fine, non volevo che finisse — dura appena un’ora e 24 minuti. Un film piccolo e prezioso, che spero metterete nel vostro portagioie cinematografiche, come ho fatto io.

E anche per stasera è tutto.
Nel Frunyc IV aggiornato, non perdetevi assolutamente le moltissime immagini della New York Marathon 2018 — payoff dell’anno: “It will move you”. Meteo eccezionale. Colori vangoghiani. Board runner lungo parte del percorso insieme ai maratoneti.
Arriverà il giorno in cui la correrò. Time will come 🙂

Grazie sempre, e saluti, variantemente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

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