Let’s Movie LXXXVII

Let’s Movie LXXXVII

TERRAFERMA
di Emanuele Crialese
Italia, 2011, 88’
Martedì 27/Tuesday 27
21:15/9:15 pm
Astra

May-I-Have-Your-Attention-Please Moviers!

Il momento è solenne. Lo sentite questo silenzio? Le vedete queste luci che si spengono, i vostri compagni Fellows che prendon posto in fretta e furia? Chi spegne il cellulare, chi comincia a sgranocchiare popcorn? C’è persino la Fellow Cavallapazza Cavalleri ― hanno provato a spegnerle la borsetta arancio fluorescente, ma non c’ è stato nulla da fare… E c’è persino il Fellow Gerri che, da quando gioca in Nazionale un giorno sì e un giorno sì, non si vede mai… 🙂

Il momento è stato appositamente allestito per dare il benvenuto a un Movier che mai ci saremo immaginati di accogliere nel cine-mondo parallelo di Let’s Movie. Non ce lo saremo mai aspettato perché incute un bel timor reverenziale lui, con quelle tre sale cinematografiche lì, con quelle poltroncine dell’ammooooore lì… E con quella mannaia stronca-scocciatori lì, che il Board ammira e invidia dall’alto verso il basso and back… Avete capito chi si nasconde dietro il sipario del palco “Diamo-il-benvenuto-a”??!…. Sì, lui, l’unico e solo, the one and the only, direttamente da Corso Buonarroti, simultaneamente Antonio e Mastro, Mastro e Antonio, lui, crasisticamente nostro come nostra signora di Guadalupe, lui, il Cinema-fatto-persona-fatto-sala Mastrantonio!

Ebbene sì, Fellows! Con la mediazione dell’Anarcozumi — che fior fiore di eventi ha organizzato nel corso degli anni con l’Astra — il Board e Mastrantonio hanno finalmente rotto la cortina di ferro e silenzio che li divideva, e non hanno stretto un semplice patto di non-belligeranza (come si figurava il Board, memore dell’esperienza Ribentropp-Molotov), ma si son fatti una sanax risata, che è stata ben più istituzionale e funny degli hurra-hurra della Triplice Intesa.

Neo-Movier Mastrantonio, la tua iscrizione SPONTANEA e in perfetta autonomia attraverso il Baby Blog (“bellissimo” lo definì il Mastrantonio, e il commento sia vergato nei registri letsmoviani a beneficio della posterità :-)); l’interesse che hai dimostrato verso la nostra Let’s Movie Paradise Island (e verso le pagliacciate che il Board con tanta prolissa facilità scrive); e la tua promessa di seguirci nelle nostre peregrinazioni cinematografiche, ci hanno letteralmente spiazzato. Tu, con la tua gargantuesca mastrantonaggine sei una cine-istituzione a Trento, e noi temevamo un “No pasaran” o qualcosa del genere.… Invece la risata ha disteso gli animi, e io ho tirato un suspiria di sollievo… 🙂
Ora, non so bene se il Codice d’Onore delle Sale Cinematografiche ti permetterà di frequentare il Victor Victoria, lo Smelly Modena (che comunque sconsigliamo, a nostro discapito, per la notoria ostilità odorifera) e le altre location in cui si proiettano film random e che a noi piace tanto scovare, tra cui lo Spazio Off (ma sempre In ;-)) e i cine-camping nei cortili sparsi per la città. Immagino che questa tua carica pubblica, e anche un’ombra di conflitto d’interesse (ma proprio un’ombra, eh) non ti permetteranno di partecipare ai vari Let’s Movie in giro per Trento. Ma se non altro abbiamo la certezza che non mancherai MAI quando proporremmo dei Let’s Movie all’Astra… Non mi pare mica poco come patto d’acciaio… 🙂

Testimoni assoluti (e fortunatissimi) della stretta di mano Board-Mastrantonio, la citata raffreddata Anarcozumi, il Fellow D (che ha sconfitto il divano risucchia-ricercatori e ha guadagnato Cristoré contro ogni aspettativa del Board) e un altro neo-Movier che siamo onorati di accogliere fra noi — ‘sta settimana affari d’oro alla Fellows’ Volksbank.

Conosciuto al Let’s Movie Marriage dei Fellow Giuly Jules e Pilo sabato scorso, Patrizio assume la letsmovie-identity di Patric Le Chic: come porta lui le camice con collo simil coreano, bottoncini a coppie lungo la chiusura ed effetto plissé sul davanti, be’, cari miei cari, non le porta nessuno! Arredatore e cinefilo, è uno che mangia pane, Polanski e poltrone Frau :-)… Insomma, con questi ingressi d’eccellenza, Let’s Movie potrebbe anche assumere insospettate connotazioni “prestige”…

Ma lasciatemi sfogare questo fiume di elogi per “Carnage”: è una settimana che è lì che preme e preme contro la diga della pazienza di quelli che m’incontrano e si sorbiscono i miei 1000 Watt di “Devi TROPPO andare a vedere Carnage!”.

Dunque da dove comincio? Be’, dall’unità di luogo, da dove sennò? Hitchcock docet, e pochi, pochissimi hanno avuto e hanno il coraggio di seguire i suoi insegnamenti, perché provateci voi, a girare un film in una stanza, al massimo due… Provateci a misurare ogni espressione con il bilancino, ogni sguardo, ogni singolo movimento del viso e del corpo. Costretto a rimanere dentro quattro mura sceniche, il regista si trova parallelamente obbligato a incastonare la recitazione dentro una struttura architettata al dettaglio, ma senza per questo permettersi di far risultare il tutto strutturato, o architettato. Lì sta il difficile: ricreare la natura(lezza) dentro al cemento armato. Nella forma, “Carnage”, è proprio questo: un impianto (‘na macchina da guerra!) di tempi di recitazione rispettati al millesimo di secondo e di pause che paion cronometrate, il tutto racchiuso in una guaina tuttonudo dove tout-se-tient (de Saussure mi ama qui, je le sais). E si vede lontano un miglio che “Carnage” nasce come pièce teatrale — se vi interessa il titolo è Le Dieu du Carnage, di Yasmina Reza.

 I personaggi si muovono con la dialettica ― più che con il corpo ― all’interno del rispettabile spazio brooklyniano che li delimita. E infatti lo scopo è proprio dimostrare, nel corso del film, il rapsodico — non graduale eh, rapsodico — deboArdamento dai limiti imposti dall’etichetta civilizzatrice e perbenista della società occidentale contemporanea. Rapsodico, dicevo, perché non c’è una gradualità nel progetto di sfacelo che seguono i personaggi — non un dall’ordine-al-disordine-passetto-dopo-passetto, per intenderci. Ed è qui che sta il film. Si passa dai convenzionalismi più estremi sulla squisitezza di un dolce o “l’intensità” di un qualche artista trendy che finisce per -oscka, alla brutalità massima di commenti tipo quello del marito che definisce il lavoro della moglie impegnata nella stesura di un libro sul Darfur la sua “cotta per quei negroni del sud” (!), per poi ritornare al garbo ghandiano di espressioni come “La cultura è la forza che spinge verso la pace” e ripiombare negli abissi scioccanti di un meraviglioso “Io mi ci pulisco il cu*o con i suoi diritti umani” . Non è un Bolero di Ravel, non c’è una costruzione per cui il caos monta pian piano fino a esplodere nel finale. È piuttosto una jam session, in cui il caos è inserito nel non-caos, a sua volta collocato in un super-caos che tuttavia ha un suo qualche ordine sparso interno (un premio a tutti quelli che mi hanno seguito qui…). E non a caso la scena MONDIALEMAGISTRALE del vomito è collocata poco dopo l’inizio e non funge da classico “inizio della fine”. Il vomito non è altro che l’ennesimo “colorito” (quantomai double-face come espressione…) “colorito” momento di animalità che accentua lo scompiglio, ma che comunque non lo determina. (Stando al Bignami della Psicoanalisi il vomito è il gesto con cui il corpo si ribella alla mente e “rigetta” ciò che la mente lo ha costretto a tollerare…).

Immaginatevi lo spettatore! Lì che assiste a questo concerto noir — noir dacché Polanski assassina l’immagine dell’uomo “civilizzato” contemporaneo — assiste a questa lotta di quattro lupi travestiti da agnelli (tutti e quattro, a modo loro, sono wolves&lambs…Non a caso il titolo, “carneficina-carnaio”, che contiene vittime e carnefici…), mentre subisce un fuoco di fila di sensazioni contrastanti, tra cui vergogna, indignazione, solidarietà, assenso, sdegno, rabbia. Alla fine esci stordito, completamente stravolto all’idea di aver sbirciato dentro la quotidianità di due famiglie normali, metropolitane, bene, progressiste anche, e aver visto tanta piccineria, tanto provincialismo, razzismo, cinismo (e –ismi su -ismi). Tanto “noi”. E quanto può spaventare, riconoscersi in certi tratti? Quanta paura può fare l’effetto specchio? Nessuno forse l’avrà notato, ma il nostro Volponpolanski, che la sa lunga, ma lunga lunga, se la ride sotto i baffi a fondo sala di ogni sala cinematografica… Ci ha smascherato alla grande… E ha ottenuto — almeno con me — il massimo cui un regista può aspirare: vedere il proprio spettatore uscire dal cinema con mollto più di quanto si era aspettato di ricevere. E guardate che quando il Board parte con delle aspettative, è la ROVINA…. 🙁

Quindi my 105 Fellows, vi prego, andate a vedere “Carnage”. Se non per me, fatelo per Kate&Jodie, una coppia di attrici la cui interpretazione raggiunge qui dei livelli di bravura imbarazzanti — e con loro anche l’esilarante, odiosissimo, Christoph Waltz.

Sì sì, vi ho convinto, ho capito, ora vado avanti, vado, non spingete dai… 🙂

Per questa settimana riprendiamo il filo sull’immigrazione che avevamo lasciato a “Io sono Li” e proponiamo

TERRAFERMA
di Emanuele Crialese

Uff, qui però parto con qualche piccola perplessità… Forse perché il Festival del Cinema di Venezia è stato un po’ inclemente con il film, che ha suscitato pareri discordanti nel pubblico e nella critica… O forse perché ho una passione tutta appassionata per “Nuovomondo”, un capolavoro di visionarietà e realismo, speranza, tenerezza e sofferenza che mi conquistò quando uscì nel 2006 e che sarà difficile eguagliare….
Comunque stiamo a vedere…. Per ora, go Emanuele, go go go… 🙂

E questa settimana mi mantengo sul breve… Ho sentito dire che la mail di domenica scorsa, tra brainstorming nel CdA, matrimoni e maratone, ha popolato il vostro sonno con strane creature di rosso vestite che battevano i piedi neropuffo davanti un macellaio buono issando bandiere bianche verso Roncabronx…. Bah… 🙂

Quindi ora vi saluto, my phenomenal Fellows, vi scarico ‘sto minivan di riassunto là sotto, e vi mando dei saluti che stasera, visto l’incipit, sono emine(me)ntemente cinematografici*.

Let’s Movie
The Board

* http://www.youtube.com/watch?v=xAv0gt7cqtY , per la felicità della Honorary Member Mic… 😉

TERRAFERMA: Un’isola siciliana di pescatori, quasi intatta, è appena lambita dal turismo che pure comincia a modificare comportamenti e mentalità dei suoi abitanti. Al tempo stesso, è investita dagli arrivi dei clandestini e dalla regola nuova del respingimento: la negazione stessa della cultura del mare che obbliga al soccorso. Proprio in questo ambiente vive una famiglia di pescatori composta da un vecchio di grande autorità, una giovane donna che non vuole rinunciare a vivere una vita migliore ed un ragazzo che, nella confusione, cerca la sua strada morale. Vengono tutti messi di fronte ad una decisione da prendere che segnerà la loro esistenza.

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2 Comments

  1. a furor di popolo, una modesta proposta per il Board (e i suoi adepti, grazie Iac del suggerimento…).
    In onore al motto “conciseness is a noble virtue” e “‘cause size does matter” (nelle mail, intendo), ecco una policy da applicare con dominicano rigore:
    http://five.sentenc.es/

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  2. «Avere un Board felice, credetemi, è meglio per tutti»
                                           (dalla 38esima Lettera del Board ai Moviers)
     
    Su esplicita & ineludibile richiesta di H.R.H. The Board, ri-ecco in forma pubblica la mia e-mail di stanotte. Rileggendola dopo qualche ora di sonno, mi trovo ancora sostanzialmente d’accordo con me stesso. Sarei tentato di aggiungere qualcosa qua e là ma per amor di filologia me ne asterrò.

     
    Scrivo a caldo, reduce fresco fresco dalla visione di “Carnage” (non sembra ma seguo, eh!).

    Premessa. L’ho visto insieme alla mia ragazza alla quale non è minimamente piaciuto: ha trovato vecchia l’idea e noiosa la realizzazione fino al punto di appisolarsi. La cosa notevole, però, è che mentre esprimeva queste sue osservazioni (ancora scorrevano i titoli di coda) mi sembrava di avere davanti uno – a piacere – dei due personaggi femminili del film! E devo ammettere che io stesso ho fatto fatica a non risponderle come uno di quelli maschili— ammesso che ci sia riuscito. Tutto ciò per dire che, al di là delle critiche e della critica, per lo meno un po’ di insight nelle dinamiche di coppia a questa pellicola va riconosciuto.

    Detto ciò, veniamo a me.

    Io ritengo di aver visto due film stasera, il punto di sutura tra i quali è rappresentato, approssimativamente, dall’apertura della bottiglia di scotch.

    Il primo film è a mio parere bellissimo. Una partita a scacchi, un gioco magistrale di posizioni e strategie. E ha ragione la mia ragazza a dire che l’idea è vecchia: è vecchia la scena dei personaggi che si esasperano a vicenda in un ambiente chiuso; è prevedibile fin dal principio la parabola dei toni, dei registri, dei lessici, dei repertori; sono note le dinamiche che si dipanano, perché attingono a un repertorio quotidiano e condiviso. Ma a me è venuto in mente il teatro antico, greco e latino: all’inizio dello spettacolo veniva spiegato dettagliatamente cosa stava per succedere, come si caratterizzavano i personaggi, quale sarebbe stato l’esito con tanto di anticipazione dei colpi di scena. A quel punto il pubblico poteva concentrarsi sul “come” sarebbero successe le cose: dialoghi, azione scenica, musiche quando c’erano. E lo stesso accade qui: al di là dei contenuti, la cosa avvincente è l’agone dialettico, il modo in cui le argomentazioni si sviluppano per poi annacquarsi, impappinarsi, sovrapporsi o contraddirsi a mezza via. La controversia sofistica e la disputa retorica medievale, in cui l’oggetto della discussione è in fondo un pretesto insignificante e ciò che conta è l’argomentazione, si imbastardiscono ulteriormente perchè continuamente disturbate dalla banalità, dalle interferenze delle convenzioni sociali e dai loro cortocircuiti con l’indole, le fissazioni, i nervi scoperti dei singoli.
    Inizialmente mi aspettavo una battaglia dialettica serrata sulla questione in gioco, una sorta di interessante disputa forense sul caso in oggetto. E invece è stato bello vedere sfaccettarsi un po’ alla volta i personaggi, e seguire con partecipe stizza il costante sfilacciarsi dei vari fili di pensiero. Come vedere degli schermidori che danzano in pedana incrociando eleganti assalti in punta di fioretto, finché a un certo punto uno si ferma, si toglie la maschera e si scaccola per mezzo minuto, per poi ricominciare (da zero) come se niente fosse. Mi si perdoni l’immagine ardita.
    Fin troppo scoperto e teatrale ma comunque molto bello anche il gioco scacchistico delle posizioni reciproche. Peccato per l’inquadratura dal basso di Jodie Foster e del ‘marito’ che puliscono i libri sparlando degli altri due: si capisce con un secolo di anticipo che alla fine sbucherà qualcuno da dietro!

    Insomma, tutto questo va avanti finché i personaggi non iniziano a bere. O meglio, finché gli attori non iniziano a cercare di recitare la parte degli ubriachi. Questa seconda parte, a mio parere, dissipa quasi tutti i pregi della prima. Innanzi tutto la dialettica si annacqua: la successione stringente degli argomenti (“sterzate” comprese) salta, cedendo il passo a criteri più casuali (leggasi: pilotati) nelle associazioni e giustapposizioni di idee e azioni. In secondo luogo, la complessità dei personaggi si assottiglia perché la sbornia “fa venir fuori la loro vera natura” e fa saltare le strategie. Entrambe le cose ci potrebbero anche stare, ma ci sono un paio di problemi. La recita degli ubriachi a mio parere non funziona: tutti (tranne per la maggior parte del tempo la Foster) finiscono per trasformarsi in macchiette con poca credibilità, e io ho visto sullo schermo non quattro sposi/genitori sbronzi, ma degli attori che cercavano di sembrare sbronzi— in particolare il personaggio di Kate Winslet (sia come script che come recitazione). Entra in scena una comicità più banale: il blackberry nel vaso, la reazione implausibile dell’avvocato che poi resta immobile in un angolo per un pezzo… È vero che nella prima parte c’era quel vomito che tu hai così ben inquadrato nella tua e-pistola urbi et orbi, ma lì l’evento “fisicamente” comico innescava tutta una serie di conseguenze narrative (movimenti di scena, comparsa di oggetti funzionali, attivazione di dinamiche “feconde”), cosa che non avviene nella seconda parte. Insomma: l’impressione è che l’alcol diventi una scusa per “tirare la corda” il più possibile, facendo precipitare frettolosamente i personaggi senza aspettare che crollino gradualmente, trascinati giù dall’andamento alienante della discussione.

    Ho scritto in modo un po’ contorto cose che nella mia testa sono decisamente più lineari… vabbè, ci sarà un motivo se nella vita non faccio il critico ma tutt’al più, di tanto in tanto, lo spettatore!

    In conclusione, altre cose che mi sono piaciute e che non mi sono piaciute:

    – Mi è piaciuta Jodie Foster, che giganteggia per tutto il film con una mimica facciale strepitosa, un controllo totale del gradiente di emozioni, pensieri, schizofrenie che è la sostanza del film.
    – Mi è piaciuta Kate Winslet nella prima parte: credibile, complessa, attenta (la piccolissima esitazione della mano quando sta per aprire il libro d’arte sul tavolo!)
    – Mi è piaciuto l’avvocato (non mi ricordo l’attore) nella prima parte: il personaggio è scritto bene e gli calza a pennello, fastidioso e imprevedibile!
    – Mi è piaciuta la selezione dei libri sulle librerie (quelli che si salvano dal vomito), compreso il mezzo scaffale di Lonely Planet.
    – Non mi è piaciuta la scena finale nel parco: io avrei aperto sui bambini e poi abbassato l’inquadratura per chiudere sul criceto (o quello che era).
    – Non mi sono piaciuti molto, in generale, i doppiatori.
    – Mi è piaciuto il dialogo tra lo spazio interno e quello esterno, fuori dalle finestre.

    E infine non mi piace il fatto che si sono fatte le due e venti e io devo andare a lavorare domattina!!! Ragion per cui, caro Board, ti saluto cordialmente e ti ringrazio per la piacevole compagnia delle tue e-pistole. Come vedi, quando posso cerco di meritarmi la fellowship!

    Stay me well! Bigghembrèis,

    Fiiiii

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