Posts made in novembre, 2011

Let’s Movie XCV – Special to Krypton

Let’s Movie XCV – Special to Krypton

LA KRYPTONITE NELLA BORSA
di Ivan Cotroneo, Italia 2011, 98’
Venerdì 25/Friday 25
Ore 21:00/9:00 pm
Astra/Mastrantonio’s
IL REGISTA IVAN COTRONEO SARÀ PRESENTE… A TRENTO… MAMMA MIA…

Marooonnna Moviers!

VI stupisco eh…  🙂 Il Board di giovedì? Ecche gli è preso? Confonde le domeniche con gli infrasettimanali, ci tortura anche nel feriale? Noooo, amazed Moviers, solo che la settimana prossima il Board sarà in trasferta a Roma. Quindi ha pensato bene di fare un Let’s Movie Special To Krypton domani sera (venerdì) e di sfruttare — con estremo piacere — la proposta dell’Honorary Member Mic, che mi aiuta a gestire l’assenza e mi ha chiesto di riportarvi quanto segue:

 “Miei cari Fellows, sarò breve e concisa, propongo ‘Il ventaglio segretoh19.40 Multisala Modena, mercoledì 30 Novembre – i commenti chilometrici li lascio VOLENTIERI al Board!”

 Nonostante la spada-nel-cuore del VOLENTIERI tutto maiuscolo, mi raccomando, non lasciatemi sola l’Honorary Member allo Smelly Modena, che poi se la prende col Board… (è sempre colpa del Board! :-().

Comunque colgo l’occasione per ringraziarla: grazie a lei Let’s Movie vi assicura la copertura cinematografica anche in absetia Board 🙂 — declino ogni responsabilità (e anche lei) sulla qualità del film…. 🙂

Tornando a noi, perche’ il Board capitola? “Capitola” nel senso di “rotola nella capitale capitolina”?

Motivazione ufficiale CREATE-NETtiana: “Per partecipare a EFI, European Forum for Innovation 2011, organizzato dall’European Alliance for Innovation e contribuire così alla diffusione dell’innovazione in Europa e nel mondo” (risate most welcome :-)).

Motivazione ufficiale letsmovieana: “Per prendere parte al Summit ‘Reunion Guys di Los Angeles. III Edizione’ e fare il punto con i Responsabili Let’s Movie delle Sedi distaccate di Roma-Siena ― Fellow Davide Testone-dal-Testaccio ― di Treviso ― il Fellow Giak detto anche ogni tanto Il Bergamini ― e di Napoli-Lodi ― il Fellow Mario Menagramo Eraserhead”. 🙂

Ma prima di passare allo Special di domani, venghino ‘Siori Moviers venghino, ad ascoltare il Let’s Movie più strampalato della storia dei Let’s Movie …

Ricordate che avevamo proposto il car-pooling per raggiungere Povorock, vero? Ecco, a ore 8:24 pm, con SOLO 4 minuti di ritardo, il Board raccoglie la Honorary Member Mic a bordo Piazza Venezia (sopravvissuta alla malavita di Piazza Venezia solo grazie al rodaggio antimalavita fatto a Roncabronx: un cittadino qualunque non sopravvive alle avance dei personaggi di Piazza Venezia).
A ore 8:26 pm il CdA passa a ritirare il Sergente Fed(ex)FFF, che tarda quei 38-39 secondi che si riveleranno fatali per l’economia temporale della spedizione. Il Sergente non ha potuto dire nulla in sua difesa, vista la guida scare-the-hell-out-of-your-passenger che il Board tende ad adottare più o meno sempre. Il car-pooling prosegue fino in Piazza a Povorock, dove provvediamo a parcheggiare davanti al Microsoft Center ― la scettica Honorary Member stenta a credere che Bill Gates abbia inaugurato di persona il Centro arrivando alla cerimonia con il 5 da Piazza Dante, bah, non so spiegateglielo voi…
E qui comincia il bello. Povorock conta una Coop, una banca (naturalmente), un Microsoft Center (natutalmente. Quale paese non ce l’ha, il suo bravo Microsoft Center? Bill rimbalza da un’inaugurazione all’altra), una biblioteca e un Teatro Non-Teatro-Bensì-Oratorio-Non-Prendiamoci-In-Giro. Dopo un momento di puro disorientamento tra la Biblioteca, il nulla sulla sinistra e una Punto arancio Generale Lee sulla destra, ci dirigiamo correndo verso il Teatro Concordia (più io correndo, con dei tacchi troppissimo alti per praticare il “correndo”, la Mic e il Sergente belli sciallii, come si dice oggi dalle parti di Torvajanica).

Nel frattempo l’Anarcozumi, che è riuscita ad arrivare prima di noi non si sa bene come visto che a ore 8:27 pm stava ancora sulla 405 (le vie dell’anarchia sono infinite), la Fellow Giuly Jules e il Fellow Pilo hanno già preso posto in galleria. L’Anarcozumi e il Board si metteno a comunicare con linguaggio cifrato da galleria a platea (a uno “Zu!” strillato da sotto, segue pronto un “Fru!” controstrillato da sopra) con somma gioia degli spettatori, e i tre ritardatari raggiungono gli altri Moviers ai piani alti.
Dopo i primi minuti con uno schermo tutto fuori fuoco, l’audio a singhiozzo e le poltroncine della Minitalia, capiamo immediatamente che non sarà una proiezione 5 stelle all-inclusive come siamo abituati al Resort Mastrantonio… Il fuori-fuoco si è rivelato un’esperienza tanto estraniante quanto irritante, e il brusio del pubblico in sala confermava soprattutto l’irritante… Ancora segnata da un episodio poco piacevole con un doppiaggio fuori sincro al Nuovo Roma, la Fellow Giuly Jules si dirige con istinti barbari, ma con aplomb giulia, dal proiezionista del Teatro, mentre l’Anarcozumi ritornella senza sosta uno struggente “Andiamo-da-Mastrantonio-andiamo-da-Mastrantonio-andiamo-da-Mastrantonio”, la Honorary Member Mic lancia occhiate burn-your-Board ― sì, quelle che conoscete bene ― e il Fellow Pilo, nato e cresciuto a Povorock (ma da Povorock fuggito) cerca di spiegare che il Teatro Concordia è un luogo da catechesi e tempi delle mele, non un cinema con la CI maiuscola. Dopo pochi minuti la Fellow Giuly Jules torna da noi morbida come un marshmellow  ma solenne come Portia (theater-quotation) e spiega il lunedì nero capitato al povero proiezionista, funestato non già dai crolli delle borse come nel ’29 e nel 2011, ma dal furto della macchina nel pomeriggio, e pure dai guai col proiettore… Bah, non so Fellows, uno dice “proiezionista” e s’immagina il Philip Noiret di “Nuovo Cinema Paradiso”, invece a noi ci capita Fantozzi Ragionier Ugo… Va be’… Andiamo oltre…

Dopo vari tentativi di registrazione immagine-e-audio, dopo il nastro non-stop “Andiamo-da-Mastrantonio-andiamo-da-Mastrantonio” dell’Anarcozumi, dopo gli sguardi cecchini della Mic, la clemenza shakespeariana della Giuly e le diplomazie d’alta scuola di Pilo, finalmente riusciamo a vedere “Into Paradiso”.

Be’, ma io non mi aspettavo una cosa così! È un film che schifa il cosa e punta il come. Mmmo’ vi shpieg’ (perdonate i facili partenopeismi). La trama è molto esile: uno scienziato goffo e senza lavoro si trova in mezzo a una resa dei conti fra camorristi, e per scampare alla vendetta, si rifugia sopra il tetto del Fondaco Paradiso, quartiere indiano-srilankese dove stringe amicizia con un ex giocatore di cricket srilankese costretto a fare il badante a una vecchia che sembra Sally Spectra (Beautiful quotation)… Già da queste poche righe avete capito che il film gioca molto sullo strampalato ― forse sarà per questo che tutto il Let’s Movie è stato cosi’, per coerenza in&out. Ma è il modo che vince! Le tecniche nuove in cui questa regista nuova nuova, Paola Randi, non teme di cimentarsi. Gli Avat(i)ar di turno hanno solo da nascondere la coda fra le gambe… Perché ci vuole fegato a osare delle trovate spiazza-spettatore. Molto più facile riversargli addosso la solita pappa pronta a base di effetti 3D, scontatezze in salsa soap e una bella dose di dramma km-zero, che hai fatto cuocere a fuoco lento per 3 ore sfornando cosi’ un polpettone hollywoodiano/nostrano ch’è nnnuu babbbbà…

Paola Randi mostra una mano smart, che nasconde una ricerca altrettanto smart. Una scena su tutte ― l’Anarcozumi si è prontamente accorta della mia bocca innaturalmente spalancata. A un certo punto Alfonso, il protagonista, deve scegliere cosa fare: andare alla polizia e denunciare la spartoria, oppure fuggire? Alfonso scrive “Polizia” su un foglio, e d’un tratto entrano in scena tre poliziotti armati di scrivanie, sedie, macchina da scrivere e lampada da tavolo. Quando Alfonso si rende conto che l’idea di andare alla polizia non è proprio una buona idea, appallottola il foglio di carta, e i tre poliziotti, le scrivanie, la macchina da scrivere e la lampada svaniscono. È una tecnica molto post-moderna, brechtiana e pure shklovskijana ― per il modulo sul formalismo russo, aula 3E in fondo al corridoio, please (!). Svelare gli strumenti, metterli sotto gli occhi dello spettatore è un’esperienza pazzescamente defamiliarizzante che a me fa defamiliarizzarmente impazzire. Non te l’aspetti. Non ti aspetti che un’ipotesi esca dalla mente del personaggio e prenda forma tutt’intorno a lui. In quel momento è come vedere il “fare” del cinema allo stato puro, la sua straordinaria capacità poieitica… Quella scena lì mi ha ripagato i 5 Euri al Teatro della Discordia — dove le Big Bubble sono sostituite dal Travelgum per alleviare la nausea da schermo sfuocato, e Noiret è il lunedinero di un proiezionista rimasto orfano di un’auto…

Ma c’è molto altro. Beppe Servillo non ha nulla ― ma davvero nullissima ― da invidiare al fratello Sir Toni, amato cavalliere della mimica facciale che tanto ci piace. Quando parli con il silenzio, hai già fatto il 90% del lavoro dell’attore. Beppe, con un’inquadratura senza parole, ti racconta mille wikipedie… E poi il personaggio di Alfonso, l’ho trovato assolutamente adorabile e divertente. Altro ché il Sean Penn di “This Must Be the Place” che forrestgumpeggia senza alcuna credibilità… Ogni parola pronunciata da Alfonso ti farebbe ridere, non fosse anche, spesso, tremendamente tenera, e profonda e poetica… “Io studio l’ammirazione delle cellule. Come comunicano. Il posto che occupano”, dice alla fine. Ma da quanto tempo era che non sentivo al cinema un VERSO come “Io studio l’ammirazione delle cellule”?? Malik, would you please take note??

Magari “Into Paradiso” è un po’ deboluccio nei fatti. Ma nei modi, nei modi ha una grinta espressiva che è sotto gli occhi di tutti. Senz’altro una gran bella grinta per una regista esordiente. Aspetto con ansia i suoi futuri lavori.

Un altro punto a favore del film: aver smorzato gli occhi burn-your-Board alla Honorary Member Mic, che dopo tutto — nonostante tutto — ha apprezzato il film. E con lei la movie Couple Jules&Pilo. L’unica perplessa, l’Anarcozumi, ma secondo me perché sentiva la mancanza del pacchetto All-inclusive da Mastrantonio, che si sa, è inarrivabile… E anche perchè non vedeva l’ora di tornare dalla sua jeep nuova fiammante, che la trasforma nell’erede legittima di Daisy Duke (oggi molto “Hazard”)…
A proposito, momento quiz per i Fellow sardi Presidente, il Re di Denari e PaPablitoPequod: Come si chiamava la Jeep di Daisy?? Prenotarsi, please! 🙂 🙂

Quanto al Let’s Movie Special to Krypton di domani proponiamo il film di seguito sia per rimediare alla trasferta romana, sia per non perderci l’evento…. Mastrantonio, il villaggio vacanza dove le Big Bubble son Big Bubble e i dialoghi non conoscono singhiozzi, ci propone un happening che solo lui poteva architettare…

LA KRYPTONITE NELLA BORSA
di Ivan Cotroneo, Italia 2011, 98’

Mi raccomando PRENOTATE chiamando il buon Mastro e il fido Sergio allo 0461-829002 ― non voglio altri spargimenti di sangue nel CdA di Let’s Movie né tra i Fellows… 🙂

Del film non so molto ― e non voglio sapere molto. Solo che è stato presentato al Festival Internazionale del Film di Roma 2011 e accolto bene da pubblico e critica. Ma in realtà la possibilità di sentir parlare il regista ― che è pure un TRADUTTORE (check Kureishi e Cunningham)― mi attira troppo per non proporvelo… Quindi vi trovo tutti 104 da Mastrantonio, giusto?? 🙂

Altre due comunicazioni interne:

  1. Ringrazio il Fellow Luke-Woodwalker per l’email appassionata anti Avati, che definisce, e lo cito: “Una delle più efficaci spiegazioni dell’empasse politico culturale di questo paese”. Grazie Luke…Questa è movie-musica per le mie orecchie… E che la forza sia con noi… 🙂
  2. Prima della calce giù da basso, apro ufficialmente il Movie-Maelstrom, il vortice di film consigliati dai Moviers che ci auguriamo daranno vita a un gran bel movie-whirpooling di titoli… Dopo le tre segnalazioni della ligia Honorary Member Mic, sono molto fiera di riportare il consiglio del Fellow Fiiiii, mandatomi in un’email che per oggetto aveva “Board, m’è piaciuto ‘sto film” :-). D’ora in poi, ogni volta che uno di voi mi segnalerà un film, farò un cut&paste&post e lo getterò nel Movie Maelstrom al limitare dell’abisso e della calce, sperando che qualche Movier faccia il bravo San Pei e lo ripeschi (Fellow Big, mago dell’amo, tu parti già avvantaggiato).

Allora, ricapitolando:

LA KRYPTONITE NELLA BORSA, domani sera, venerdi’ 25, ore 9 pm, da Mastrantonio, con il Board

IL VENTAGLIO SEGRETO, mercoledi’ 30, ore 7:40 pm, allo Smelly Modena, con la Honorary Member Mic

E ora, miei cari Moviers del giovedì, vi ricordo ancora una volta che non riceverete la Letsmovie email domenica ― e mettete giù quegli striscioni, dai, e basta con ‘sti cori “Chi non salta Board è è” 🙂 ― vi ringrazio per la flessibilità con cui vi adeguate all’agenda letsmovieana, vi apro due bifore riassuntive nel vano sottostante e vi porgo dei saluti, che stasera sono capitolinamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – per esteso “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Dal Fellow Fiiiiii: “Chico y Rita. (2010), di Javier Mariscal e Fernando Trueba.
Disclaimer: la trama spesso latita-langue-scivola verso una certa banalità, ma il film è un piacere per gli occhi e per le orecchie (va ASSOLUTAMENTE guardato in lingua originale), almeno per me è stato così.
Concise-for-once-Fi
(notare, una sola i per essere ancora più sintetico)”

Bravo Fiiiiiiiiii, hai capito come van presi ‘sti Moviers… 🙂 🙂

LA KRYPTONITE NELLA BORSA: Napoli, anni 70. Peppino è un bambino di 9 anni che, a causa di una grave crisi coniugale dei suoi genitori, si troverà a passare il suo tempo libero in compagnia degli zii ventenni Titina e Salvatore. Infatti, mentre sua madre è chiusa in un silenzio incomprensibile e suo padre cerca di distrarlo regalandogli pulcini da trattare come animali da compagnia, Titina e Salvatore non esitano a far entrare Peppino nel loro folle e colorato mondo fatto di balli di piazza, feste negli scantinati e collettivi femminili. Le nuove esperienze e i consigli del defunto cugino Gennaro – che gli appare come un Superman napoletano, ma dai poteri traballanti – Peppino riuscirà ad affrontare le vicende familiari e ad avvicinarsi al mondo degli adulti…

IL VENTAGLIO SEGRETO: Due storie divise da molte generazioni di distanza, ma eterne nella loro nozione universale dell’amore, della speranza e dell’amicizia.
Cina, XIX secolo. Fiore di neve e Lily sono due bambine di sette anni che subiscono la fasciatura dei piedi alla stessa età e nello stesso giorno. L’avvenimento segnerà per sempre i loro destini, unendole attraverso il ‘lotong’ anche dopo i rispettivi matrimoni. Fiore di neve e Lily, infatti, troveranno il modo di comunicare furtivamente tra loro scrivendosi per mezzo del ‘nu shu’, un linguaggio segreto chiamato scritto tra le pieghe di un ventaglio bianco di seta. Shanghai, anni 2000. Nina e Sophia, sono due discendenti del laotong che cercano di mantenere salda la loro amicizia, nonostante le carriere impegnative e le vite amorose complicate, attingendo dalle lezioni del passato celate tra le pieghe dell’antico ventaglio bianco di seta.

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Let’s Movie XCIV

Let’s Movie XCIV

INTO PARADISO
di Paola Randi
Italia 2010, 104’
Lunedì 21/Monday 21
20:30/8:30 pm
Teatro Concordia
Via della Resistenza 15
Povo(rock)
Ingresso/Ticket: Euro 5

Micro&Macro Moviers,

Non so che dirvi ma la disputa tra vincitore vero (“Faust”) contro vincitore si-va-be-sarà-per-la-prossima-volta (“Il cuore grande delle ragazze”) è una bella gatta da pelare per il Board 🙁 Cioè. Da una parte sono sollevata di non aver proposto “Faust” a voi Moviers, che Goethe vi sta un po’ qui, lo so, fin dal “Viaggio in Italia” con le sue 640 pagine, e pure da ‘sto Werther che, poraccio, era tutto un dolore… Avessi proposto “Faust”, e foste venuti a vederlo ― pregiudiziale non da poco, visto che ultimamente vi vedo un po’ pochino, fedifraghi Fellows ― avreste indossato cinturone e camperos, sputato per terra, alzato leggermente la tesa del cappello e, indicando con un cenno il Board, avreste sentenziato al boia Mastrantonio, “Impiccalo più in alto, Mastro”… 🙂
Quindi Menomalemoviers che “Faust” ce lo siamo smazzati domenica io e l’Anarcozumi, che non solo è una gran patita di Dolly Parton e line dancing , ma che non teme matinée e mezzogiorni di fuoco notturni ― la nostra Anarchica si è fatta la Matinée mastrantoniana in the morning e la soirée mastrantoniana at night…che donna… 😉

“Faust” è un film macro. E potrei elencare tanti altri aggettivi. Squilibrante, puzzolente, fastidioso, asfissiante, claustrofobico, imprevisto, teatrale, solenne, incomprensibile a tratti (lunghi), comprensibilissimo a tratti (brevi), alto, biblico, terminale…Certamente non noioso. Certamente sfiancante, nel senso fisico e cerebrale. Mamma mia, Faust (e il film) non si ferma un secondo ― la classica anima in pena. Sokurov, che deve essere un gran dritto, prende quest’irrequietezza congenita al protagonista ― e all’uomo ―  e la traspone sul set, vietando al personaggio la possibilità di sedersi. Faust non si ferma un istante, e questo riprende il tormentone di Mefisto “in principio era l’azione”  che si contrappone al tormentone biblico “in principio era il verbo”.  Ecco, se devo dire una cosa specifica che mi è rimasta impressa, è proprio la contrapposizione fra l’esortazione diabolica all’azione e quella divina alla parola. Agire contro pensare. Immantinente vs trascendente. (Posso aggiungere anche empirismo contro razionalismo??). “In principio era l’azione” è il mot(t)o della società odierna… Tutto azione, tutto fare, tutto qui e subito, tutto carne e corpo. Invece parola e mente e anima si collocano tra passato e futuro, sono interstiziali… Nel film non è tanto in primo piano la sete di conoscenza di Faust, che poi è l’istinto di onnipotenza insito nell’essere umano ― tale Nietzsche ci ha fatto i soldi sulla storia del superomismo, e qualche bel decennio prima che Clark Kent si nascondesse la tutina renatozerotina sotto l’uniforme da impiegato), quanto piuttosto l’idea del peccato e della colpa da cui Faust non si libera… C’è l’erranza di Faust. Ed è buffo che “errare” significhi sia “sbagliare” che “vagare”, no? Faust è proprio questo, un essere ERRAnte…

Ma non posso fare la critica di un film che avrei proposto e non ho proposto! È contro le condizioni iscritte nel patto di stabilità che avete firmato  a Palazzo Movie-Madama. 🙂

Anyway, se “Faust” è stato un film macro ― per quanto sia destinato a palati finissimi da critici mangia-Kurosawa-in-salsa-Bergman ― “Il cuore grande delle ragazze” è un film micro(bo[h])… Un film piccolo piccolo, come ho avuto modo di dire un po’ a tutti in questi giorni… Una tramina da fotoromanzo… Guardate, m’immagino anche la casalinga disperata italiana degli anni ’60 pre-’68, con il vestito stirato di fresco, le gambe rimboccate sotto i cuscini del divano a leggere la storiella di Francesca e Carlino, due giovani vittime del colpo di fulmine, con lui che fa l’errore di tradirla immediatamente prima di consumare la prima notte di nozze (!), lei che non può perdonarlo e alla fine, ovviamente, lo perdona. Oltre a tutto questo tramone che al confronto i Bruder Karamazov sono una puntata di “Sentieri” (con tutto il massimissimo rispetto per i 12 anni di “Sentieri” che mi sono sparata), Avati mette insieme una serie di personaggi-macchiette che ― lo vedi lontano un miglio ― sono lì solo per compiacere la voglia che ha di ridipingere il quadretto della Romagna anni ’50. Il padre povero e rozzo ma buono che povero, rozzo e buono muore di crepacuore, il figlio allupato che mette la testa apposto ma non troppo apposto, le figlie cozze, la figlia bella che arriva dalla città e porta lo scompiglio, e poi la prostituta amante di un fascista e la zia cieca, e la madre romana-de-roma burina-burina… Pupi spupazza alla grande… Avete delle caricature del dopoguerra bolognese che non riuscite a vendere neanche su eBay? Ecco, portatele pure qui, che le aggiungiamo a quelle del film di Avati e facciamo la fiera del fumetto… Non commento la recitazione di Cremomini ― per fortuna avevano detto che era bravo… a me pareva un grullo che recitava la parte di un Cremonini  ― e quanto alla Ramazzotti, be’, capace è capace, ma chennervi, recita sempre la parte della svampita la cui natura svampa suscita tenerezza e riso (come in “La prima cosa bella” o in “Tutta la vita davanti”…). Mi auguro che si lavi di dosso in fretta quel personaggio ― la svampitezza dopo il terzo film comincia a puzzare.

Insomma Pupi è rimasto ingabbiato dentro la romagnolità del proprio cinema… Se guardate “Quando arrivano le ragazze”, “La prima notte di nozze”, “Il papà di Giovanna” (l’unico che grazio), “Gli amici del bar Margherita”, “Una sconfinata giovinezza” e “Il cuore grande delle ragazze” trovate non solo gli stessi luoghi, ma anche lo stesso autocompiacimento nella rievocazione di un tempo che la sua macchina da presa alternativamente mitizza e critica. Questo movimento è talmente evidente e talmente accentuato e talmente prevedibile che viene il mal di mare anche solo a scriverlo qui… 🙁 Forse Avati dovrebbe spostarsi su altre ambientazioni. Penso per esempio a “La cena per farli conoscere” o “La rivincita di Natale”, opere in cui lo spazio non schiacciava la storia, e la storia acquisiva quella leggerezza che le permetteva di perlustrare le altezze dell’universale… Se Avati rimane terreno, cioè legato alla sua terra,  finisce per fare della fiction… Triste a dirsi, ma “Il cuore grande delle ragazze” è questo, e presenta anche le sbavature che molto spesso sciagurano le fiction… Trame improbabili, battute fuori luogo, quel senso generale di artificiosità che tanto infastidisce lo spettatore non focalizzato unicamente ai pettorali (per quanto notevoli) di Gabriel Garko o alle balconate (oltremisura aggettanti) della Ferilli. 🙂

L’unica cosa che salvo de “Il cuore grande delle ragazze” ― e che mi ha commosso ― è stato un Fellow che mi aspettava al cine-varco e mi ha acciuffato per i  capelli salvandomi dalla loneliness-is-killing-me-ehi-now― Britney always with us 🙂 (scherzo eh!!). Ebbene, il Sergente Fed FFF è sopravvissuto a una missione non semplice durata parecchi mesi, da cui è uscito provato ma a testa alta… Bravo Fed, e grazie, e tieni ben presente che uno dei numerosi teoremi sottesi a Let’s Movie recita: la somma di due solitudini ― eccetto quelle dei numeri primi, per via di dimostrate conflittualità letterario-cinematografiche ― dà un Board e un Sergente Fed FFF il cui stato emotivo in una serata al cinema è maggiore uguale a done. Bello poter contare sulla movie-matematica, vero? 😉

Questa settimana Let’s Movie goes uphill e si trasferisce a Povorock per una commedia che è un bon-bon da gustare all together

INTO PARADISO
di Paola Randi

Presentato nella sezione Controcampo Italiano alla 67esima Mostra del Cinema di Venezia, “Into Paradiso” è una commedia  (e sottolineo, commedia) che parla di Napoli in termini ― a quanto pare ― assolutamente innovativi, scegliendo un linguaggio narrativo parimenti (parimenti?) innovativo…Chissà cosa ne pensano i nostri Movier partenopei, il Fellow ‘O Principe e il Fellow Mario Menagramo the Eraserhead
Se avete voglia, leggete un po’ cosa scrive l’istituzione Paolo Mereghetti (sì lui, quello de Il Mereghetti, il dizionario enciclopedico del cinema) sul Corriere della Sera  http://cinema-tv.corriere.it/cinema/mereghetti/11_febbraio_09/Mereghetti_into_paradiso_b9cabb18-3437-11e0-89a3-00144f486ba6.shtml

Ora, non fatevi spaventare dalla distanza… Povorock è solo a 3.7 km da downtown Trento. In macchina ci si impiegano circa 8 minuti ― 6 se guidate una Yaris e siete per il tacco pesante :-). Ah e non lasciatevi spaventare nemmeno dall’ora: le 8:30 pm non saranno le 8:30 pm. Leggo da “Lunedicinema a Povo” (è il nome barbaramente connotativo ad ammazzare la rassegna, non trovate? :-)): “Le proiezioni saranno precedute da una breve presentazione e seguite da dibattito”. Il dibattito-nooooooo si salta a pié pari, ma la presentazione vi/ci dà modo di scapicollarci come sempre 😉

Allora ci conto eh… Possiamo anche lavorare sul car-pooling, se non avete nulla contro le Yaris e il tacco pesante… 🙂

Prima dei sigh-sigh-saluti, due comunicazioni interne.

  1. Come da regolamento ritiro premio, informiamo che oggi pomeriggio la Honorary Member Mic ha ritirato il prestigioso Movie-Whirpool Prize 2011, prendendo il Board per la collottola e trascinandolo a vedere un film a sua scelta ― “Una separazione” di Asghar Farhadi. Molto poco da Moviers e per questo molto Let’s Movie :-), il film ha lasciato il CdA molto soddisfatto, e prova che l’Honorary Member Mic potrebbe fare le veci del Board alla grande, qualora il Board dovesse allontanarsi…
    Per quanto riguarda l’iniziativa del movie-whirpooling, il circolo virtuoso di titoli consigliati dai Moviers, il Board non perde la speranza. Abbiamo capito che le deadline non funzionano coi Fellows, quindi togliamole e mettiamola giù così: quando vi capita di vedere un film che vi piace, potete mandare una mail a [email protected], senza stare lì tanto a preoccuparvi del testo ― niente ansia da prestazione, please! Un semplicissimo, “Board, m’è piaciuto ‘sto film” andrà benissimo ― poi se mi approfondite il concetto, sarà tutto di guadagnato ;-). Io non farò altro che praticare del sano cut&paste&post, innescando così il fenomeno del movie-whirpooling… Ora che non avete più la pressure, me lo fate un tentativo?? Lo facciamo un tentativo?? 🙂
  1. Sono lietisssssima di informare che i married Fellows July Jules e Pilo hanno sbalordito il Board dando superba prova di turismo cinematografico: in trasferta a Venezia, la nostra Movie-couple ha scovato ― e documentato fotograficamente! ― la casa dei due protagonisti di “Dieci inverni”, film gioiello di Valerio Mieli che è stato un Let’s Movie a marzo 2010 nonché dolce ossessione/passione del Fellow PaPequod. Prontamente avvertito in tempo reale, il Board A STENTO ha tenuto a bada la commozione. 🙂

E ora, miei pupilli, traccio un quadrato nell’ultimo capitolo e ci (i)scrivo dentro un riassuntino, vi dico mille-e-un grazie e vi saluto con dei saluti che oggi sono gulliverelillipuzianamanete cinematografici.

Let’s Movie
The Board

INTO PARADISO: Alfonso, timido e impacciato scienziato napoletano disoccupato, e Gayan, affascinante ex campione di cricket srilankese che non ha più un soldo e che è giunto a Napoli in cerca del Paradiso, si troveranno loro malgrado obbligati a convivere in una catapecchia eretta abusivamente sul tetto di un palazzo nel cuore del quartiere srilankese della città partenopea. La paradossale situazione farà nascere tra i due una speciale amicizia che li aiuterà a trovare il coraggio di cambiare il loro destino per sempre.

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Let’s Movie XCIII

Let’s Movie XCIII

IL CUORE GRANDE DELLE RAGAZZE
di Pupi Avati
Italia 2011, 85’
Mercoledì 16/Wednesday 16
21:30/9:30 pm
Astra/Mastrantonio’s

Mari(o)&Monti Moviers!

Lo sapete, Let’s Movie è un’area depoliticizzata: non si occupa della res publica in senso stretto — in senso lato invece sì, se ne occupa, tenendo le meningi e le gambe dei suoi cives allenate con il cine-movimento :-). Però questi sono giorni speciali, di liberazione. Dopo i 1284 — 1284, vi rendete conto! — passati tra vergogna nazionale e internazionale (“The man who screwed an entire country” titolava l’Economist di giugno) ecco i giorni palingenetici!! E mi premeva immortalare il momento storico qui, nel nostro duty-free letsmovieano… Non mi addentro nel Mario Monti uomo di cui non so pressochénulla. Né tantomeno tiro in ballo piccole gaffe sull’Euro e la Grecia — le piccole gaffe sull’Euro e la Grecia fan sempre colore, si sa… Ma voglio semplicemente gridare, my free Fellows, Evviva la palingenesi! 🙂

Strillato questo, dovrei passare a tirare le orecchie al Fellow Pilo, che lunedì scorso ha offerto un aperitivo ammazza-Let’s Movie all’Anarcozumi, ammazzandole Let’s Movie… Ma come posso io 1. Arrivare alle orecchie del Fellow Pilo (altezza stimata e pervenuta, lo ricordiamo: metri 2); 2. Prendermela con lui, il mio Fellow Pilo, che ha rapito l’Anarcozumi e, così facendo, ha rievocato il ratto delle Sabine, e Ade&Persefone ed Elena&Teseo e  Lucia&l’Innominato e V&Evey Hammond (movie-quote sperando che qualcuno la colga…) e tanti altri? (Ma che è tutta ‘sta Anonima Sequestri nel mito, ma dei NOCS mitici no??).
E dato che lo statuario Fellow ha fatto rivivere il mito all’Anarcozumi, non ce la prenderemo certo con lui. Anzi, lo ringraziamo pure 🙂
Dopo averci prontamente avvertito dalle grotte busdeveliane, L’Anarcozumi è naufragata sul suo divano sopramontino, vagheggiando le dame, i cavallier, l’armi e gli amori… O solamente il sano stravacco dopo una birra a stomaco vuoto…

Sbarazzando dal tavolo questo pasticcio di cine-mitologia e letteratura che i Moviers avranno sicuramente trovato indigesto, corro immediatamente a ringraziare la Honorary Member Mic, accorsa di corsissima da Mastrantonio lunedì sera — LEI in temibile ritardo, per una volta, eh eh :-). E ringrazio pure Mastrantonio, con cui si possono trattare tanto i massimi sistemi quanto i minimi comuni multipli (?), spaziando dal veto apposto dai trentini agli orari notturni per il cinema (ai trentini piace il cinema a merenda), alle prossime proposte mastrantoniane che fanno venire l’acquolina in bocca, alle pazzie documentate della poesia trentina contemporanea… Mastrantonio: un dio Pan d’uomo.

Tomboy. Come fai a non provare un’infinita tenerezza per questa storia scomoda ma racconata con voce così delicata? Come fai a restare indifferente alla protagonista, Zoè Héran, la ragazzina di 11 anni dalle fattezze splendidamente asessuate che interpreta il ruolo di una femmina che si spaccia per maschio? Questa Lady Oscar cinematografica in carne e ossa (più ossa) che disegna, con le scapole affilate e il viso cherubino, il percorso di un essere nato coi simboli di genere sovrapposti, anzi scambiati — dentro il suo sè, è il cerchio con la freccia che punta in alto, e fuori dal suo sè, è il cerchio con il più rivolto in basso. Solo che, come faceva notare giustamente la Honorary Member, almeno Lady Oscar dalla sua aveva almeno il successo professionale! 🙂
E i padri, Mic, sputati identici… Se prendete il padre di Lady Oscar dalla ben nota sigla: “Il buon padre voleva un maschietto ma, ahimè, sei nata tu/ Nella culla ti ha messo un fioretto, lady dal fiocco blu” (notate l’“ahimè”…) e il padre di Laure in “Tomboy”, che la porta a guidare e la inizia alla birra, be’, non c’è molta differenza… quando si dice i danni dei padri che ricadranno sui figli (forse non era esattamente così, ma tant’è…).

Laure/Mikael deve vedersela con gli 11 anni, le magagne dell’adolescenza e le magagne che sono gli adolescenti (maschi) a quell’età. Per questo il film diventa anche uno specchio sul passato da teenager di ciascuno di noi — o perlomeno quelli della mia generazione…. Giorni estivi lunghissimi dentro estati che volavano via in un lampo. Partite di pallone. Battaglie all’ultima bottigliata d’acqua gelata giù per la schiena. Pomeriggi al lago, nascondino, pane-e-nutella. Insomma, sapete no, quel non-luogo (il Presidente Fellow AvvoAbo prenda nota, please) che è il tempo fra l’infanzia e la non-più-infanzia quando sei ancora legato al ludico ma ti senti attratto in zone scarlatte mai esplorate prima…
Mi piacerebbe sentire l’opinione delle mie girl-Fellows in tal senso. Perché la fase del tomboy, del maschiaccio, la si passa un po’ tutte — o no? Il Board l’ha passata… Ginocchia sbucciate, e mille bolle blu (non quelle di Mina, ma quelle delle botte che ti scambi di santa ragione con tuo fratello maggiore, vero Fellow Big?!!), e guardie-e-ladri, e Board in tenuta Oliver-Hutton (oggi son tutta un cartone animato), e la fascinazione per i lombrichi e l’odio per le sette quando la sirena materna “Saraaaaaaèèèèprontoooooo!” ti trascinava via dal fantastico e ti scaraventava davanti a un piatto di pastasciutta. Mi diranno, le mie Girl-Fellows, se anche loro, prima dei tacchi e dei trucchi, sono state tomboy…
Ovviamente il discorso per Laure/Mikael è diverso e ben più complesso. Lei è un lui che si sente un lui in un corpo da lei: non sta attraversando una fase. Se da un lato l’aspetto androgino l’agevola nella riconferma della sua identità profonda e nell’occultamento della sua identità di superficie, dall’altro la costringe ad affrontare (così piccola!) l’immane dissidio tra corpo e io — un dissidio che tutte le donne sentono, prima o poi, e in cui è meglio se non mi avventuro, va’… Laure/Mikael si trova già davanti a un bel dilemma: negare il proprio corpo o far uscir fuori il proprio io? Ma ci pensate a che lotta da sopportare, su quelle spallucce lì?! Per me la scena più stratificata — perché sovrappone piani su piani di problematiche psico-identitarie da far impallidire il duo Schelotto&Crepet — è quella in cui Lisa, ragazzina con una bella cotta per Laure che crede Mikael, si mette a truccarlo/a… Lisa trucca da femmina un maschio, che in realtà è una femmina che si sente maschio ed è già “travestito” da maschio… Il make-up aggiunge uno strato in più alla mistificazione, complica ulteriormente lo stato di ipossia identitaria che già opprime il/la povero/a Laure/Mikael…
A parte tutte queste menaton menatone, il film beneficia anche della presenza di un personaggino che ha squagliato la grana trentina (o trentingrana) dei nove spettatori in sala (io&Mic comprese). Cinque anni e non di più, cicciotta, goffa, visibilmente irsuta, inquestionabilmente furba, Jeanne, la sorellina di Laure/Mikael non è solo una coccola spaventosa (l’immagine di lei in costume da bagno intero e tutù, le gambe pelose e i passi di danza adorabilmente sgraziati mi tireranno su il sorriso per un bel po’ di tempo), non è solo una coccola spaventosa dicevo, ma anche una complice preziosa per Laure/Mikael. Jeanne capisce — e molto prima della madre — il “dilemma” della sorella. E quando scopre il “gioco” a cui la sorella sta giocando, glielo regge, fingendo che Laure sia suo fratello. Non so, a me ha ricordato quei personaggi-spalla della commedia dell’arte o anche shakespeariana, che, pur nella loro limitata incidenza in termini quantitativi all’interno della storia, sono funzionali agli eventi e fanno la differenza nell’economia generale dell’opera… (mamma mia, mi annoio da sola… :-)).

“Tomboy” è un film forse eccessivamente dilatato — avrebbe potuto sfruttare questi tempi larghi riempiendoli di più, o scavandoli più in profondità. Gli argomenti sarebbero stati tanti, ma in fondo, va bene così. L’ambiguità estetica della protagonista, a perfetta metà strada tra femminile e maschile, esattamente lì, tra il 50% M e il 50% F, vale il prezzo del biglietto.

Se siete interessati, un altro gran bel film in materia è “XXY” di Lucia Puenzo, che nel 2007 aveva commosso Cannes, e il vostro Board — intellettualmente parlando, intendiamo. Lo splendido “Boys Don’t Cry” non ve lo nomino neppure, perché ça va sans dire, come direbbe la nostra francofona Anarcozumi… E Lady Oscar, be’, quella l’abbiamo OVVIAMENTE già citata…

Per il film di questa settimana devo fare una premessa. Avevo pensato a “Faust” di Aleksandr Sokurov, il quarto capitolo della trilogia del potere dopo Moloch, su Hitler, Taurus, su Lenin e Il sole su Hirohito. “Faust” ha senz’altro vinto il Leone d’Oro all’ultimo Festival del Cinema di Venezia, ma è incontrovertibilmente ostico come pellicola… Vi avrei richiesto uno sforzo particolare, come per “Le Mystère Picasso”, “Il nastro bianco” (numero sopravvissuti 1: Mighty Mic). E voi avreste tremato di fronte all’ennesima Corazzata Potemkin presentatavi con quel fastidioso entusiasmo boardiano che tanto infastidisce… 🙁 E invece l’Anarcozumi vi ha salvato, rescued Fellows, contro-proponendomelo stasera! Quindi ringraziatela… (Il volume “La storia universale dell’Anarchia. Da Eva a Mary Quant” sarebbe un cadeau perfetto per lei…).

Ad ogni modo, dato che questo film mi preme, e mi preme MOLTO che lo vediate, vorrei che v’impegnaste in un Let’s Movie On Your Own. Vi ricordate il nostro caro quanto ignaro, e ignoto, Federico Pontiggia? Che tanto bene ci aveva consigliato con “This Is England”? Be’, a proposito di “Faust” scrive: “Avete mai avuto una cosa bella senza fare fatica? Beati voi, ma qui faticherete: Leone d’Oro a Venezia, ‘Faust’ di Aleksandr Sokurov è un capolavoro. Ostico e complesso, ma capolavoro assoluto, che va oltre il cinema per coinvolgere arte, letteratura, filosofia. E Dio stesso. […]Potere e dannazione, abbrutimento e abominio, ma nel finale si innalza la montagna della speranza, la montagna di Dio. Negli occhi Dürer e Bosch, negli orecchi il tedesco dei filosofi, ci arriviamo dopo 130 minuti, con una certezza: la storia del Cinema ha un nuovo, indelebile capitolo”.
Once again, volete NON fidarvi di Federico?! Volete desistere?? Come on, Moviers, cooome oooon! Sparatevi una Red-bull, portatevi una schiscietta con dei viveri (Mic&Cap&Giak, this tip is for you), ma non demordete… Pensate un po’ alla storia di Faust…Vendere l’anima al diavolo in cambio della conoscenza illimitata… Per me la domanda non è MAI stata “davanti a una proposta così, cosa risponderesti a Mefisto?”. Per me la domanda è SEMPRE stata “chi saprebbe dirgli di no?”… La prospettiva è troppo golosa… Quindi Fellows, please be Faustian, be Goethian… Please…Please…Please… http://www.youtube.com/watch?v=nMqAfg8pRRg

Pure James Brown v’implora… 😉

Naturalmente il Board ha sempre un piano B (essendo Board) che pero’ non è certo un B-movie…o cosi’ ci auguriamo…

IL CUORE GRANDE DELLE RAGAZZE
di Pupi Avati

Decidiamo di dare una seconda chance a Pupi. Lo scorso anno “Una sconfinata giovinezza” ci aveva deluso così profondamente — ricordo ancora lo sguardo non-posso-credere-che-tu-abbia-messo-insieme-sta-roba-e-che-la-chiami-film dell’Anarcozumi quando andammo a vederlo con Let’s Movie… Ma ricordo anche quando andai da “Il papà di Giovanna”, insieme alla mia Fellow Katrin l’Archibugia, e a quanto ci piacque… 🙂
Si dice che “Il cuore grande delle ragazze” meritasse di vincere il Festival del Cinema di Venezia al posto di “Faust”.. Vediamo un po’ come sono le due pellicole a confronto, il vincitore vero e il vincitore va-be’-sarà-per-la-prossima-volta. Mi sa che avete già capito con chi mi schiererò io… 😉

Ah, una comunicazione alla Fellow Killer: visto che il palinsesto è cambiato, puoi scendere da quel postaccio di SporTmaggiore e aggregarti! Ok, non ci sarà Timi, ma ho sentito dire che ci sono un sacco di scene hot nel film di Avati… 🙂

E su questo passo-e-chiudo, ringraziandovi delle orecchie, vergandovi un riassunto tra la Romagna e Santa Valpurga, e vi saluto con dei saluti governotecnicamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

IL CUORE GRANDE DELLE RAGAZZE: Prima metà degli anni 30 , in una cittadina dell’Italia centrale immersa nella campagna. La famiglia contadina dei Vigetti ha tre figli: il piccolo Edo, Sultana e Carlino, giovanotto molto ambìto dalle ragazze. Gli Osti invece sono proprietari terrieri che hanno fatto fortuna e vivono in una casa padronale con le loro tre figlie, tutte da maritare: le più attempate Maria e Amabile, e la più giovane Francesca. Facendo buon viso a cattiva sorte, i coniugi Osti, Sisto, e Rosalia, accettano che il giovane contadino Carlino corteggi le due sorelle maggiori con l’intento di sistemarne almeno una.

FAUST: Faust è un pensatore, un trasmettitore di parole, un cospiratore, un sognatore. Un uomo anonimo guidato da istinti semplici: fame, avidità, lussuria. Una creatura infelice e perseguitata che lancia una sfida al Faust di Goethe. Perché rimanere nel presente se si può andare oltre? Spingersi sempre più in là, senza notare che il tempo si è fermato. E passeremo anche noi.

 

 

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Let’s Movie XCII

Let’s Movie XCII

TOMBOY
di Céline Sciamma
Francia 2011, 84’
Lunedì 7/Monday 7
22:00/10:00 pm
Astra/Mastrantonio’s

Maine&Massachussets Moviers!

Ah l’Ammmerica l’Ammmerica… È confortante sapere che a 2500 miglia di distanza respira quel pachiderma stelle-e-strisce che  offre una pletora d’immutabili certezze. La certezza del Dunkin Donuts, per esempio, o di Trader’s Joe (mamma mia, Trader’s Joe l’avevo rimosso), dei pick-up arrugginiti davanti a casottine squallide, o i bicchieroni di caffè col coperchio da cui nessun italiano sarà mai in grado di bere senza sbrodolarsi-barra-ustionarsi. È confortante anche la possibilità di un Seven Eleven o di un CVS (noto drugstore tappezzato da quintali di dolciumi cromaticamente tossici). L’America è sempre sooooo American da superare i cliché di se stessa.  L’extra-largeness, la middle-of-nowhereness, la religione halloweeneiana, l’assoluta mancanza di flessibilità in ogni situazione concernente burocrazia immigratoria/attraversamento strisce pedonali (i miei Fellows Guys di Los Angeles ne sanno qualcosa)… Ma è anche un paese che ti invita a una conferenza senza tanti problemi e ti organizza tutto dalla A alla Z, ti trova i fondi e riconosce il tuo lavoro, e di questo come non dargli atto? E come non sorridere davanti all’ottismo burro&marmellata di quegli orsacchiottoni-americanoni lì, a quella loro fiducia incondizionata nel you-are-gonna-make-it? A noi disincantati del vecchio mondo speranza e fiducia risultano stati d’animo che ora irritano e ora affascinano. E io ho capito di collocarmi esattamente lì nei confronti degli Stati Uniti, in quello spazio meticcio tra occhi sgranati e fronte corrucciata che i latini chiamavano odi-et-amo.
Esempio pratico: conferenza andata alla grande, tabella di marcia dai contorni svizzeri, community di accademici votati all’understatement e allo sperticato apprezzamento del lavoro altrui, dove l’altrui può essere rappresentato da un’italiana adrenalinica col look assai weird… 🙂 Questa è la zona degli occhi sgranati in ammirazione.

La zona di fronte corrucciata è la dogana all’aeroporto, che ti ordina di compilare un modulo che hai già compilato online, ma che è  di colore diverso da quello che l’energumeno dietro il bancone richiede per la stagione 2011-2012 — e il suo sguardo o-compili-o-compili non lascia tante alternative :-(. Oppure la carta d’identità per fare il biglietto per il pullman — giammai riempire un pullman d’innominati, l’anonimato è il covo dove potrebbero nascondersi i Bin Laden Juniors del era post-Bin Laden Senior.
Oppure dialoghi come questo di seguito — dalla portata inquietante che sono certa tutti noterete…

A un grande magazzino, io alla cassa, una tazza appena acquistata in mano, chiedo alla cassiera se me la può imballare visto il lungo viaggio che deve affrontare (la tazza, non la cassiera).

Io: “Thanks. It has to fly all the way to Italy”
Lei: “Oh nice! So you speak French?”
Io, fronte VISIBILMENTE corrucciata: “Well, I do speak French…Italian is my mother tongue though”.
Lei: “Ah, aren’t they the same thing?”**
Io zitta. Dante agonizzante all’orizzonte…

Quindi sì, occhi sgranati e fronte corrucciata… Anche se, a prescindere da tutto, vi consiglio caldamente una visita a Boston, un biscotto di città con quelle tinte just-baked che ti fanno pensare alla crostata di nonna Papera, o al Kent. E con quel Boston Common che è la versione extra-small di Central Park. E con quel MIT lì, che vale la traversata oceanica per il modo armonico-disarmonico di forme e materiali con cui ti si offre quando sbuchi dalla metro di Kandell…Ti ritrovi il gotha dell’architettura contemporanea, da Alto a Pei, da Gehry a Maki, Correa, Holl… Sono certa che i nostri Fellow Architetti Pilo e Giuly Jules ci costruirebbero un corso monografico, attorno al campus del MIT… 🙂

In realtà avrei da raccontarvi un mucchio imbarazzante di micro-aneddotica… In viaggio ti capitano tutta una serie di piccoli eventi che ti prendono in contropiede… Tipo. Sapete cosa leggeva la mia vicina di posto sul volo Zurigo-Boston? “Mile Markers. The 26.2 Most Important Reasons Why Women Run” (poi qualcuno me lo spiaga il .2…). Un Board-Road Runner, capirete, rimane colpito…
O tipo. Io sto andando a una conferenza sulla traduzione poetica, giusto? Per il viaggio mi son portata Transtromer — noooo, non il Transformer, e nemmeno il Traminer, per quanto mi sia letteralmente ubriacata con la sua poesia (che riconsiglio a tutti, nel volume “Poesia dal Silenzio”, Crocetti Editore). Insomma, appena decollati apro il libro nuovo nuovo e cosa dice l’epigrafie? “Dal punto di vista teorico la traduzione poetica può considerarsi un’assurdità. Ma in pratica dobbiamo credere nella traduzione della poesia”… Ora, io magari sono fissata e ho le allucinazioni, ma queste mi sembrano coincidenze molto molto SCARY…

Ah e prima di chiudere la parentesi Turisti-per-caso, una cosa che manca agli Stati Uniti, oh-porelli United States…. Agli Stati Uniti mancano i Moviers. E mai si rassegneranno a questa loro deficienza. Spiace per loro, davvero, but they will never have you… 🙂

E ora fatemi tornare al pre-USA per ringraziare l’Anarcozumi e il Fellow di marina Cristoforocolombo, che sono venuti dal buon Mastrantonio a vedere “Melancholia”.

Ora. Quando sei davanti a un’opera d’arte non ci sono tanti perché e per come. La vedi, è lì, si spiega da sola. Non hai nemmeno bisogno di chiedertelo “è un’opera d’arte o no?”, lo sai e basta. “Melancholia” lo è. Unquestionably. C’è qualcosa di profondamente letterario e tragedico e operistico nella struttura del film: comincia con un prologo che è un epilogo in metafora, seguito da due parti distinte ― la storia delle sorelle Justine e Claire. I magnifici venti minuti iniziali sono accompagnati (non a caso) dalla musica del preludio al primo atto dell’opera “Tristano e Isotta” di Wagner (Il Board si documenta) e preannunciano tutto il film attraverso delle immagini a cui si alluderà nel corso del film stesso. Le immagini sono delle icone patologiche che descrivono le varie fasi della melancolia di Justine (nota boardiana: la melancolia è diversa dalla depressione, anche se la linea tra le due è molto molto sottile: la melanconia è più uno stato di inadeguatezza, di inettitudine, che si manifesta attraverso la tendenza a subire passivamente gli eventi e a distaccarsi dagli stati emotivi che li riguardano). Per esempio le gambe imbrigliate da filacci di lana grigia che non le permettono di camminare — pensate ai filacci di lana grigia, a quanto azzeccati siano come allegorie melanconiche… Oppure Justine sdraiata nuda in un bagno di luce lunare, un quadro pieno di rimandi alla tradizione che lega la melancolia classica alla luna. Oppure il primissimo fotogramma, con Justine in piedi sotto una pioggia di uccelli morti  che cadono come foglie — atmosfera che ho associato istantaneamente al video di “Black Hole Sun” dei Soundgarden (presente?? Sono pazza??).
Questa overture iconografica preannuncia il decorso malinconico che sfocerà nell’acme della malattia di Justine e nella concretizzazione dell’angoscia di Claire: lo scontro del pianeta Melancholia con la terra — mi permettete di utilizzare l’espressione “modus operandi eliotiano” qui? (Sì, lui T.S. Eliot, quello del correlativo oggettivo…).
Justine e Claire e tutta l’umanità soccombono a Melancholia, il pianeta blu/blues che dovrebbe solo passare accanto alla terra, ma che finisce per annientarla… Anche questo concetto, se lo spogliamo dal guscio metaforico che lo riveste ha un nucleo di senso “100% pura inquitedine”: la melancolia sembra passare, ma NON passa: la melancolia scardina tutti i punti di riferimento e ingenera un pessimismo che fa perdere il senso a tutto. E quando nulla ha più un senso le conseguenze delle azioni perdono qualsiasi valore ― ecco perché Justine non si fa nessun problema a mandare a quel paese il proprio capo, né a far pipì in mezzo a un campo da golf, né a saltare addosso al primo che capita…
Come faceva notare il king Mastrantonio, la prima parte, quella su Justine, è più forte — quella su Claire è meno incisiva — sarà forse che l’ouverture iniziale lascia tutti davvero senza parole. La prima parte documenta il crollo lento e inesorabile e metereopatico di Justine nel giorno del suo matrimonio: da sposa raggiante, a un po’ meno raggiante, a gran poco raggiante, a parzialmente nuvolosa a nuvolosa, fino ad arrivare a molto coperta con rovesci a carattere temporalesco… Non mi era mai capitato di assistere a una lettura artistica della malinconia così simbolica e allo stesso tempo oggettiva ― sì, c’è Eliot qui… L’immobilità che tiene legati al letto, l’incapacità di racimolare la forza di farsi (fare) un bagno, il pianto irrefrenabile, la cecità di fronte alla bellezza semplice della natura che si guarda con occhi vuoti, le papille gustative che non riconoscono più il gusto: Justine assaggia il suo piatto preferito e dopo un boccone scoppia in singhiozzi. “Sa di cenere”, commenta fra le lacrime. E in effetti il mondo del soggetto malinconico è un mondo bruciato dove tornare a far ricrescere la vita è un’operazione lenta e dolorosa.
Il film è un blow-out cerebrale e figurativo che non ricordo di aver sperimentato da tanto tempo. La scena finale ti fa boccheggiare, ti spiezza in due come Ivan Drago: proprio come Justine e Claire, ti senti senza via di fuga, oppresso, piccolo, schiacciato, che è esattamente l’effetto della Melancholia (pianeta e stato) quando prende il sopravvento sul mondo dell’umano… Non ci trovo dell’apocalisse qui ― you-know-Malick prenda appunti, please! Ci trovo tanta malattia, straordinariamente intesa in chiave cosmica. E Lars-sa-lunga Von Trier si dimostra un fine conoscitore di psicologia ma anche di pittura — Brueghel, e naturalmente Millais (Justin-Ofelia è diventato la locandina del film) ma anche tante atmosfere sospese e  dechirichiane (la meridiana in mezzo al parco, il cavallo sono tutti oggetti (meta)fisici presenti nel film).
“La terra è cattiva”, dice a un certo punto Justine. E questa frase di struggente e quasi infantile semplicità racchiude tutto il pessimismo cosmico larsvontrieriano, il suo devastante nichilismo. La terra è cattiva, l’uomo non conta nulla. La speranza non può essere. Il mondo muore.
Capirete che “Melancholia” non è esattamente il film se pensavate a un’alternativa natalizia a “Tutti insieme appassionatamente”… Però, e l’Anarcozumi mi è testimone (“Ho bisogno di 24 ore” è stato l’assennatissimo commento dell’Anarchica all’uscita sala), il film non può NON essere visto. Ti fa pensare in grande partendo dal piccolo ― così funziona con le operer d’arte. Del resto la cinemapanettonaggine non dev’essere l’unico paramentro di giudizio, my scholar Moviers. Utilizziamo anche altri valori. Tipo, +/- coccolo, +/- scary, +/- done. In questo modo abbiamo uno spettro valutativo molto più serio… 🙂

So che vorresti sentirmi discettare ancora per ore e ore (!), ma purtroppo non si può avere tutto dalla vita (!!),  e dobbiamo passare al film di questa settimana….

TOMBOY
di Céline Sciamma

Premiato con il Teddy Award all’ultimo Festival cinematografico di Berlino e presentato alla Festa (flop) del Cinema di Roma conclusasi venerdì (Anarcozumi in prima linea, of course), il film ha fatto molto parlare di sé per il modo tenero e allo stesso tempo deranging con cui tratta il tema dell’identità di genere ― “Tomboy” è la storia di una bambina che si sente appunto tomboy, maschiaccio… Mi piacerebbe che mi accompagnaste, e mi piacerebbe vedervi all’uscita sala “spaccati” come dopo “This Must Be the Place”…

Ah, ma prima di lasciarvi tornare al vostro notturno domenicale, abbiamo un conto in sospeso noialtri, my naughty Moviers. Ve lo ricordate il compitino che vi avevo lasciato prima di partire? Il film da vedere e da segnalarmi?? Be’ tra tuuuutti voi ― e siete tanti ― solo una-e-dico-una mi ha risposto. Solo lei…. La Honorary Member Mic, Woman&Saver, una donna un CdA. Nemmeno una risposta dai Fellows più ligi… Niente di niente… 🙁 🙁
Ah quanti bocconi amari deve ingoiarsi ‘sto povero Board… (Shakespeareggio un po’, dai…). Comunque la Mic ha segnalato ben tre film tre e, offrendosi come volontaria, vi ha parato il sedere a tutti, marina-Moviers che non siete altro ― minimo minimo adesso le fate copiare latino per tutto l’anno.
Di seguito i Mic’s Hits + le Board’s Notes:

AMORES PERROS – delusione totale (Mannnnnnòòòòò Mic, è bellissimo)
ONCE WE WERE STRANGERS – lo salvo per alcune battute e per l’indiano che è diventato il mio nuovo idolo! la battuta che mi è piaciuta di più è stata: “Le donne belle sono per gli uomini che non hanno immaginazione”… (Mic, sei tutte noi!)
ME WITHOUT YOU – sì questo mi è piaciuto e te lo consiglio…non un capolavoro ma carino!! Approvato!! (Preso ieri in biblio, Mic, thanks ;-)).

L’esperimento, se fosse stato sperimentato (!), avrebbe mostrato il “Movie-whirpooling”, fenomeno che si verifica quando enne Fellows riversano le proprie idee dentro uno spazio chiuso dove il moto perpetuo innescato da una spinta boardiana ingenera un cine-circolo virtuoso di titoli…

La Honorary Member si aggiudica quindi il Movie-Whirpool Prize 2011, riconoscimento che avevo concepito per premiare il miglior commento arrivato. Il premio vi lascerà senza parole: un’uscita al cinema offerta dal Board dove il vincitore sceglie cosa vedere, prende il Board per la collottola e ce lo trascina. (Vedete un po’ l’occasione che vi siete persi, Moviers!!!). Quindi go Mic, you pick! 🙂

Va be’, cosa mi ha insegnato questo esperimento? Che i Moviers rifiutano categoricamente il metodo empirico. Il galileiano Board ha imparato la lezione…

Ora, miei November-rain Moviers che molto mi siete mancati negli States, vi ringrazio per esserci right-here right-now, vi aspetto domani da Mastrantonio (e, a proposito di Mastrantonio, ha un programma di Matinée domenicali di puro panico! Andateci!), vi affiggo il riassuntino formato Wanted-Dead-Or-Alive sul palo della luce laggiù nella valle, e vi lancio dei saluti, che stasera sono amleticamericanamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

P.S. **Lo traduco altrimenti mi si accusa di essere troppo filo-anglofona:

Io: “Grazie, deve arrivare fino in Italia”
Lei: “Oh bello, allora parli il francese?”
Io: “Be’ sì, il francese lo parlo, ma l’italiano è la mia lingua madre”.
Lei: “Ah, e non sono la stessa cosa?”

TOMBOY: Protagonista del film è Laure, 10 anni, appena arrivata in un nuovo quartiere di Parigi con i genitori e la sorella più piccola, Jeanne. Un po’ per gioco, un po’ per realizzare un sogno segreto, Laure decide di presentarsi ai nuovi amici come fosse un maschio, Mickaël: il modo in cui si veste e si pettina, l’impeto con cui si azzuffa e gioca a calcio, non sembrano lasciar dubbi sulla sua identità e Mickaël è accettato nella comitiva. L’inizio della scuola però è dietro l’angolo e il gioco dei travestimenti si complica, tanto più che i genitori sono all’oscuro di tutto…

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