Let’s Movie CIV

Let’s Movie CIV

THE IRON LADY
di Phyllida Loyd
UK 2011, 105’
Martedì 31/Tuesday 31
21:30/9:30 pm
Astra/Mastrantonio’s

Manichei Moviers,

Che salvezza il Lets’ Movie di giovedì! Sono risorta come Lady Lazarus ― gentil concessione di Sylvia, la cara Sylvia… (frugate il Movie Maelstrom e forse capirete… o forse googlate, che è meglio… ;-)).

Languivo da qualche giorno nella dimensione iperreale della febbre. E quando langui nelle dimensione iperreale della febbre ti capita di scoprire l’inimmaginabile fra le mura di casa. Vi risparmio l’aneddotica domestica spicciola con cui uno si ritrova a fare i conti quando è circonadato da termometro, paracetamolo e tempo libero, ad esempio l’incredibile ricorrenza della serie del 7 che c’è in casa Board ― 7 travi nel tetto, 7 elementi nel calorifero, 7 file di piastrelle, 7 cassetti nella cassettiera… Voci amiche hanno consigliato, nell’ordine, il Lotto, la Kabbalah, e la neuro… Ma non vi risparmio un fatto spiazzante e anche hilarious che mi ha portato il Manicheismo dritto dritto in casa. 🙂

Ancora febbricitante e sufficientemente stoned, sento che i figli tardo-teenager dei vicini di casa (di solito tanto carinamente silenziosi) stanno guardando una partita di calcio. Nulla di strano ― ormai gli interisti sono perfettamente integrati nella nostra società. Alla visione della partita, però, pare abbiano abbinato lo smantellamento di tutto il firmamento celeste a furia di imprecazioni ―  il tasso “imprecazione” è così alto che io temo di guardare fuori dall’abbaino e trovare il cartello “Chiuso per cessata attività”. Ma il Board, che qualche primavera sulle spalle ce l’ha, non si scompone. Dopo la partita e la mobilitazione di tutti i santi del Paradiso, attacchiamo con la fase “Rave”, e lì il Board sì che si scompone. Perchéccavolo, o posso partecipare anch’io al Rave, oppure no way! Ben conscia di fare la parte dell’anziana vicina che rompe le uova nel paniere ai ciofani (e già “uova nel paniere” mi fa zia con divano fiorato :-(), suono il campanello e mi aspetto uno di quegli adolescenti di oggi con i jeans tuffatissimi in quelle scarpe tipo All-Stars ma troppo Lapo Elkann, e con quell’aria di sufficienza ingellata troppo danieleinterrante ― i danieleinterranti credono che l’Italia sia un’appendice del loro io a forma di stivale (Paciotti, of course). Io sono già pronta a citare Hannah Arendt (non so in che contesto, ma Hannah Arendt va bene in qualsiasi contesto e ti tira sempre fuori dai casini), e ad appellarmi al “So che ora mi vedi così e che ho una cera da Deportata (gentil concessione del Fellow Deportami), e guarda, dille pure, le parolacce se ti fanno sentire più danieleinterrante, ma o abbassi ‘sta musica o inviti al party anche questa tua vicina MATURA e con lei tutta Trento Nord, visto che lassù si stanno domandando cosa sarà mai questo hunz-hunz-hunz che pulsa Downtown Trento, intesi?!?!”. Mi ero già preparata lo sguardo Boardiano su “Intesi?!?!?!”, quando mi si presenta un fanciullo formato Lord Fontleroy, camicina college, maglioncino bon ton, taglio capelli Ken di Barbie, occhio ceruleo e sguardo da aiuto-i-ciechi-ad-attraversare-la-strada-quando-non-sono-impegnato-con-i-lebbrosi, e, con voce flutata mi serve un: “Musica troppo alta, vero? Guardi, ci scusi tanto, abbassiamo subito”. Sorriso contrito da bravo ragazzone californiano che ha fatto la marachella ma si pente altrimenti la giustizia divina lo mazzierà per tutta l’eternità. Io tossisco un “Sì, grazie, è che sono un po’ malata” (un po’?!?! Pappamolla Board!!), prendo la mia aria da deportata, tiro un calcio ad Hannah Arendt, e ritorno alle serie del 7 di casa mia…

 E questo è quanto sul manicheismo dei vicini di casa del Board, che si aspettava una rissa con Marilyn Manson e s’è beccato il manuale del giovane catechista, in un giorno di gennaio, con della febbre.

Quanto al manicheismo di Let’s Movie, be’, giovedì hanno sintonizzato le agende sul calendario influenzale la Fellow Vaniglia e la Fellow Cioccolato, regalandomi l’accoglienza manichea, anzi, bigusto, più dolce che uno potesse immaginarsi! La Fellow Cioccolata presentava inoltre una nuova nuance ramata gusto cannella per variare il cioccolato di sempre. La Felllow Vaniglia, sempre meravigliosamente pure Vanilla 100%. 🙂

Il film è stata una delizia. Non facile affrontare il temon dei temoni, ricordate? Abbiamo dibattuto d’immigrazione in molti Let’s Movie negli ultimi mesi dell’anno. Da “Terraferma” a “Cose dell’altro mondo”, a “Io sono Li”, “Into Paradiso” all’ultimo “Miracolo a Le Havre”. “Almanya” s’inserisce nella lista accanto agli ultimi tre, e non per motivi cronologici ma per affinità elettiva. Sono tre film che hanno un modo tutto loro e tutto originale di guardare a, e trattare, il temon dei temoni, senza farlo diventare la solita lezione 100% dramma (“Terraferma”) 100% farsa (“Cose dell’altro mondo”) di cui francamente non abbiamo più bisogno. “Almanya” racconta sì la storia del padre turco che si trasferisce in Germania per offrire un futuro alla famiglia ― e già questo lo racconta in chiave solare, scanzonata. Ma offre soprattutto una riflessione sui problemi che risultano quando la famiglia diventa “tedesca” o “turco-tedesca”. Il film comincia su un incubo molto comico del nonno la notte prima di ritirare il passaporto con la doppia cittadinanza: quindi non la “solita” cronaca dell’emigrato costretto a lasciare il suolo natio e ad affrontare una terra nuova ― siamo pieni di viaggi della speranza e storie di discriminazione. Inizia nel momento in cui quel trattino tra due cittadinanze rende manifesta l’ambiguità tra due stati (geografici ed esistenziali). Nella sociologia contemporanea ― e nei cosiddetti cultural studies, che vanno per la maggiore oggi ― si parla molto di “hyphenated identities”, le identità del trattino, quelle cioè che si ritrovano a gestire le seconde e le terze generazioni nate dalla prima generazione di immigrati. Il problema di queste generazioni non è più (o tanto) il rapporto con la la terra in cui vivono, quanto il rapporto con la terra che ha “cacciato” i loro nonni ― una terra che loro non hanno vissuto e che conosco soltanto per interposta persona.
In “Almanya” il piccolo Chek,  si sente definire “turco” dai compagni e dall’ordine precostituito (=la maestra), ma lui non conosce una parola di turco, e non ha la minima idea di come sia fatta l’Anatolia ― anche perché l’ordine precostituito ha affisso in classe una cartina che arriva fino ad Istambul, e tutto quello che è oltre-Istambul è un’inquietantissimo bianco… Chek non sa nulla del suo passato. Chek che chiede un po’ stizzito ai genitori misti, padre di origini turche (ma primo nato in Germania della famiglia) e madre tedesca, “perché non mi avete insegnato il turco?”, spiega bene il dissidio di un bambino incapace di gestire delle radici che non può leggere e comprendere. Il viaggio organizzato sui due piedi dal nonno per visitare una casa comprata sui due piedi in Turchia è l’occasione sia per far acquistare al film i tratti del road-movie, sia per i personaggi di fare i conti su chi sono (diventati) e cercare di capirci un po’. In questo c’è molto di “Little Miss Sunshine” ― e ben venga, giacché “Little Miss Sunshine” è un piccolo capolavoro del genere e il saccheggio intelligente è decisamente consentito ― e anche nello sguardo innocente di Chek, bambino adorabile, e gemello dell’adorata/abile Miss Sunshine. Il bambino ricorda anche “Valentin”, il ragazzetto dell’argentino Alejandro Agresti, nell’omonimo film del 2002…non so se avete presente… Ve lo consiglio, per una serata divano, Trudy e coccolaggine. 🙂

“Almanya” comunque ha una sua indipendenza registica e narrativa che noi Moviers presenti in sala abbiamo apprezzato molto. Per esempio l’uso delle fotografie “vive” o “vivant”, oppure le immagini di repertorio inserite per raccontare i viaggi 3 giorni&3 notti per raggiungere la Turchia per le vacanze estive, con le valige cariche di regali dalla Schlaraffenland-Deutschland, la terra della cuccagna teutonica. Oppure l’uso discontinuo e imprevedibile del flash-back, e la sovrapposizione dei racconti dei tre figli da piccoli con le vite di loro tre da adulti. L’alternanza di questi ingredienti rende il piatto molto gustoso, e il film scorre via che è un piacere. Poi è infarcito di micro-dettagli divertenti che prendono in giro tedeschi e turchi in parti uguali ― ecco sì, lo trovo molto “fair” come taglio, quindi non parlerei di “political correctness”, quanto proprio di “fair-play”.  Non c’è una lettura critica dei tedeschi, né dei turchi ― è tutto molto scanzonato e questo fa bene allo spettatore abituato alla lacrimosità inevitabilmente suscitata dall’emigrato con la valigia di cartone e le braghe alla caviglia. Non ci sono drammoni. Eppure c’è un velo sottilissimo e impalpabile ― ma c’è ― di malinconia che corre per tutto il film, e che lo spettatore percepisce quando il tono scanzonato cede un po’. Quel velo lì è quello che ci permette di costruire un ragionamento dietro ai problemi posti dai personaggi, primo fra tutti, cosa siamo? Turchi? Tedeschi? Tedeschi-turchi? Europei? (??) E proprio il tentativo di risposta a questa domanda, “cosa siamo?”, chiude sapientemente il film, aprendo la discussione. “Siamo tutto ciò che è stato… Siamo ogni persona”. Pensate un po’ a pensarci, su questo…. Anche alla luce della giornata della memoria di venerdì… Quando cominceremo a capire che noi non siamo libri intonsi, ma continuazioni di un volume cominciato tanto tanto tempo fa. Quando smetteremo di vederci come una sporta di cellule con X possibilità davanti e zero bagagli dietro, allora forse capiremo il valore (quello vero!) della società. “Siamo ogni persona” vuol dire che conteniamo tutta la carne del mondo. Conteniamo tutto il male del mondo ― ve l’avevo detto che Hannah Arendts è sempre utile… Conteniamo anche tutto il bene che possiamo per il mondo….

E comunque, la mia idea sulla necessità di smitizzare le radici e la patria ormai la conoscete, no? Io sono per i trattini e per le identità trattinate a oltranza (la purezza la lasciamo alle ricerche ariane, che questo cercavano, l’aria…), e per uno stato che non ha bisogno di sbraitare tricolori e slogan per affermare se stesso…  Poi ovviamente noi Moviers non facciamo molto testo: in qualità di cittadini di Let’s Movie, stato della cine-immaginazione dove l’unico amor di patria concepibile si traduce nella riconoscenza verso una sala cinematografica, queste problematiche suonano così faraway… 🙂

Per questa settimana Lez Muvi vi propone, un po’ titubante

The Iron Lady
di Phyllida Loyd

Millequarantatrè dubbi e una certezza: Meryl Streep. Spero non abbiano fatto l’apologia della Thatcher… Ci manca solo l’apologia della Thatcher, e siamo apposto…

Discuteremo dopo la visione i commenti di Mastrantonio, il nostro cine-veggente che mi piacerebbe considerare un asceta della cinematografia universale, non fosse che ho avuto l’onore di conoscere la Signora Mastrantonio ― Milady Mastrantonia :-)― che, insieme a Robin, aiuta Mastrantonio a combattere gli Smelly Modena che infestano il mondo… 🙂

Insomma, Fellows, dopo aver  convissuto con l’influenza, le serie del 7, lo scoramento, e i Lord Fontleroy, non vedo l’ora di vedervi, tutti tutti! Giovedì l’assaggio variegato Vaniglia&Cioccolato mi ha fatto venire una voglia di Moviers che solo un’indigestione potrebbe placare… A questo si è anche aggiunta anche la golosissima campagna di Lez Muvi Sponsorhip & Movier-Recruting cheil nostro Fellow Fiiii sta cucinando in una maniera tra il serio e il faceto che solo lui, l’entusiasta number one di Lez Muvie, poteva cucinare. Grazie Chef Fiii!! 🙂

Ed ora, per non rubarvi dell’altro tempo, e rischiare vendette, vi indirizzo in fondo alla corsia, laggiù, vicino alla sala per l’RX, dove al riassunto per voi è stato appena somministrato un sedativo, vi ringrazio dell’attenzione, prometto di non impestarvi di germi e bacilli ― BorocillinaBoard ha sconfitto ogni microbo nel raggio di 216 km, metro più metro meno ― e vi porgo dei saluti, che oggi, adorati Fellow, sono lazzaramente cinematografici.

 Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Lancio nel Movie-Maelstrom un film che ho avuto la fortuna di trovare per caso dopo averlo cercato per tanto tanto TANTO tempo ― la biblioteca di Trento sa essere incredibilmente magnanima a volte…. Si tratta di Sylvia, di Christine Jeffs,  UK 2004, 110’, con Gwyneth Paltrow e Daniel Craig. Se siete patiti di poesia, Sylvia Plath e la storia d’amore travagliata che ebbe con il poeta Ted Hughes, non perdetevi questo film piccolo ma davvero ben fatto, considerata la difficoltà del soggetto e dei soggetti… 😉

THE IRON LADY: Margaret Thatcher, ex Primo Ministro britannico, ormai ottantenne, fa colazione nella sua casa in Chester Square, a Londra. Malgrado suo marito Denis sia morto da diversi anni, la decisione di sgombrare finalmente il suo guardaroba risveglia in lei un’enorme ondata di ricordi. Al punto che, proprio mentre si accinge a dare inizio alla sua giornata, Denis le appare, vero come quando era in vita: leale, amorevole e dispettoso. Il giorno dopo, Carol convince sua madre a farsi vedere da un dottore. Margaret sostiene di stare benissimo e non rivela al medico che i vividi ricordi dei momenti salienti della sua vita stanno invadendo le sue giornate nelle ore di veglia.

 

 

 

 

 

 

 

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