Posts made in marzo, 2012

Let’s Movie CXII

Let’s Movie CXII

SCIALLA!
di Francesco Bruni
Italia 2011, 95’
Giovedì 29/Thursday 29
Ore 21:00/ 9:00 pm
Supercinema Vittoria/Vicktor Vicktoria

Forget-about-it Fellows!

La ressa di Moviers e mortali dai Bruder Tavianen giovedì documenta due fatti di cui vi pregherei di prendere atto (I scena 2…scusate, interferenze terminologiche del post-proiezione):

  1. I Bruder Tavianen, nonostante gli 80 e 83 anni che si portano appresso con malcelata nonchalance; nonostante il successo alla Berlinale, non molto Italy-friendly (il vostro Google Board, cercando l’ultimo vincitore made-in-Italy, si è ritrovato nel 1972 davanti a Pier Paolo Pasolini e al suo “I Racconti di Canterbury” che sono certa tutti i Moviers abbiano visto orientativemante dalle cinque alle sette volte cadauno); nonostante film io-ti-spiezzo-in-due tipo “Padre Padrone” (effetto “Ivan Drago” assicurato, con quel padre-padrone lì che popola l’onirico di noi tutti Everyman Balboa dell’era post-post-post-post-IT ― Information Technology e/o blocchetto 76x76mm); nonostante tuuuutti questi “nonostante” e la vostra sensazione di stordimento dopo tuuuuutti questi “nonostante”, i Bruder Tavianen hanno spaccato di brutus giovedì dal nostro Mastrantonio ― che per l’occasione sfoggiava il look “Marcantonio”, con toga modello Anco Marzio & calzari caligola collezione 2012 a.C. 🙂
    La sala “poltroncine dell’ammmoooore” ― la nostra preferita non tanto per le poltroncine o per l’ammmmmore quanto per l’effetto “cinema d’essai anni 70 senza sedute in legno da Russia zarista” ― pullulava di spettatori e che-ve-lo-dico-a-fare Moviers. 🙂
  1. …. I che-ve-lo-dico-a-fare Moviers (che, ve lo dico, in inglese si dice “forget about it”, così potete riutilizzare l’espressione nei contesti più dispA/E/rati :-)), constavano di: Anarcozumi, arrivata dalla piscina di Los Gardolos come se fosse appena uscita da Jean-Louis David (le magie tricologiche dell’Anarco lasciano sempre il testa-di-crauti Board senza parole); l’Honorary Member Mic, tornata meravigliosamente carica di punti esclamativi da un periodo sabbatico in cui ha raccolto del materiale esistenziale utile sui massimi sistemi del minimo comune multiplo per altezza diviso due (così sui tormentoni matematici abbiamo dato); il Sergente Fed FFF, che, nonostante l’abbandono del mezzo in territorio Canicattì, è riuscito a guadagnare l’avamposto del cinema appena tempo; il WG Mat, che tiene a specificare l’assoluta casualità della sua presenza a Lez Muvi anche se il Board con toga marcantoniana ammonisce “Noli dicere mendacia, O Mat” (nel vulgus De Curtis, “ma-mi-faccia-il-piacere-mi-faccia” 🙂 ); il Guest Paolo detto il Non-Fellow Duca di Lombardia, che si è sempre dichiato contrario ad unirsi alle fila lezmuviane e che per questa sua fermezza ― e soprattutto per i cappelli strepitosi che indossa ― merita da sempre la nostra stima. 😉

Dopo questi 2 pit-stop sul circuito dell’idiozia, eccomi qui davanti a “Cesare deve morire”… Per parlarne ― e cercherò di parlarne poco anche se il film meriterebbe una tesi di dottorato ― mi serve che rispolveriate i vasi comunicanti. Massì, il principio secondo cui un liquido contenuto in due o più contenitori comunicanti tra loro raggiunge lo stesso livello dando vita ad un’unica superficie equipotenziale (Santa Wikepedia prega per noi). Ecco, io me ne frego un po’ della “superficie equipotenziale”, che un giorno sarà dato a noi tutti sapere che d’è. Quello che mi frega è la mescolanza del liquido (e no, Bauman Zygmunt non c’entra qui, Fellow Pa)… È questo l’effetto che il film vi lascia: la sensazione, dopo 75 minuti di film, di avere arte, vita, finzione, teatro, cinema, dramma, riscatto, condanna, tutto miscelato all’interno prima del film, e poi di voi (ecco, avrei anche potuto scegliere il principio del Pastamatik o del Blue Tornado, ma la fisica ha sempre quel certo non so che… :-)).

“Cesare deve morire” è una meta-meta-tragedia (o meta-tragedia², se preferite) in cui i confini tra la finzione teatrale e la vita degli attori si (con)fondono per fissarsi attraverso la finzione cinematografica: il film inscena il “Giulio Cesare” di Shakespeare (tragedia di finzione) calando dei carcerati veri (realtà) nei panni dei personaggi da interpretare (finzione) all’interno del dramma penitenziario del carcere di Rebibbia (tragedia vera) utilizzando il mezzo del cinema (finzione). E già questo dovrebbe bastarvi per capire il perché dei vasi comunicanti…

Il film è fisico, potentemente: vi arriva addosso in tutta la sua essenzialità scenica, e nella scelta felicemente estraniante del bianco e nero per  le scene in cui i carcerati “provano” il dramma shakespeariano ― quasi tutto il film. In realtà i carcarati fanno più che “provare” il dramma. Lo vivono all’interno della prigione, che si fa teatro sia della tragedia di Shakespeare che della tragedia (dellE tragediE) vissute dai singoli carcerati. C’è di più. La stessa opera di Shakespeare diventa teatro in cui le vicissitudini dei singoli attori-carcerati trovano modo e spazio per esprimere i loro sensi di colpa, il loro bisogno di perdono. È come se i carcerati, attraverso la finzione, esternassero la propria disgrazia e la propria situazione. Alcuni di loro sono “uomini d’onore” ― e questo riecheggia i romani d’onore che organizzano la congiura ai danni di Cesare nell’opera skaspeareana. Alcuni sono degli assassini ― e questo si sovrappone al dramma di Bruto. Tutti sono perseguitati dalla colpa, dalla reclusione.
Si entra e si esce in continuazione da vita, recitato, teatro, cinema, verità, finzione e tutto all’interno di uno spazio chiuso che contiene la più grande forma di dramma istituzionalizzato ― la prigione.

Sì, vasi comunicanti, da cui non si esce nemmeno quando si esce dai 75 minuti del film e dalla sala. A casa con te porti le facce scolpite di alcuni attori (Bruto su tutti, per me, che ho trovato molto simile a Timi, nella fisicità e nel volto espressivissimo). Porti con te il “fine pena mai”, che fa accapponare la pelle ― lo sentite anche voi il coma irreversibile dentro quel “mai”?
Vi portate a casa Shakespeare, che davvero, davvero, ha detto tutto 500 anni fa: attraverso penna e calamaio ha fatto scivolare l’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo… Come mi disse una dottoranda del Wisconsin durante il mio viaggio in Maine, “Shakespeare is awesome”…

Prendete per esempio la battuta, gridata con pathos da Bruto mentre ragiona turbato sull’omicidio, inevitabile, di Cesare: “Questo non è un assassinio, è un sacrificio. Ah, se si potesse strappare lo spirito a Cesare senza squarciargli il cuore!”. Prendete questa battuta e guardateci dentro ― e tenete a mente che chi la pronuncia qui ha condiviso lo stesso pensiero di Bruto nella realtà. Non ci vedete il ragionamento che sta dietro all’atto criminoso? Perché cos’è l’atto criminoso se non l’attuazione dell’unica opzione possibile in un determinato momento? La strada a senso unico che non amette laterali?

E vi portate a casa immagini che rimangono ― l’angustia delle celle, la desolazione dei cortili (il bianco e nero affila la lama del quotidiano squallore che uno spazio aperto all’interno di uno spazio ermeticamente chiuso può dare), ed espressioni  che rimangono ― “guardasoffitti siamo, noi carcerati” pensa un detenuto ad un certo punto: “guardasoffitti”, io e la Mic  ci siamo scambiate un’occhiata, allucinantemente colpite. Vi portate a casa un rinnovato attaccamento a questa cosa che si chiama libertà, che è tanto impalpabile quando c’è quanto schiacciante quando manca.

Al ritiro dell’Orso d’Oro i Bruder Tavianen hanno dichiarato: “Sinceramente non avremmo mai creduto di poter vivere alla nostra età un’esperienza così coinvolgente, che ci ha rivelato un’umanità dolente, da riscattare”.

Un’umanità dolente, siamo.
Io ci penso un po’ su, a questa cosa.

E ho pensato un po’ su anche a noi cinque Moviers, che siamo usciti dal cinema a dir poco elettrizzati… Molto glowing in the dark… (vedasi giù nel Maelstrom).

Prima di chiudere la parentesi “Tavianen” ― pur avendola appena socchiusa, ma questa, ahimé, non è una tesi di dottorato ― voglio precisare che il Movier MARt, grande estimatore dei Bruder, non si è potuto unire all’allegra combriccola lezmuviana perché giovedì si è trasformato in Dart-MARt, vista la sua posizione altolocata nel mondo delle freccette. Vorrei altresì precisare che il Fellow in questione è perdonato sia perché mi ha permesso di esclamare, in tono quanto mai shakespeariano, “How dare you dart, MARt!” concedendomi un trionfo di assonanze da sballo, sia perché mi ha promesso di recuperare “Cesare deve morire” (e di postare un commentino di 1500 parole sul Baby Blog ― questo lo aggiungo io ora a tradimento, eh eh… Tu quoque, Brute-Board…). Grazie MARt… 🙂

E per questa settimana… Rullo di tamburi….

SCIALLA!
di Francesco Bruni
Italia 2011, 95’

 Tschh!! (=bacchette su piatti). 🙂

Dopo i Bruder, ci vuole qualcosa di meno engagé… Anche se “Scialla!” non è garbage eh, anzi, just the other way round. La commedia, presentata all’ultima Mostra del Cinema di Venezia, si è aggiudicata il Premio Controcampo, ha acceso l’entusiasmo di pubblico e critica ed è stata considerata una delle migliori del 2011. Inoltre lo propongo

  • perché Fabrizio Bentivoglio, co-protagonista del film, si fa sempre benvolere 🙂
  • perché il regista Bruni (e stasera Wikipedia a spregio) ha recitato una particina in “La guerra degli Antò”, un film di Riccardo Milani che tutti, tutti, tuttissimi tutti i Moviers dovrebbero vedere (e che solo Mario Menagramo the Eraserhead, cinefilo sopraffino, ha visto, credo)…
  • perché dopo “The Boxer” (2011) e “The Wrestler” (2010), un po’ di box “annata 2012” non potevamo farcela mancare (siamo degli Everyman Balboa, dopo tutto…).

Vi bastano 3 perché? Se non vi bastano, compilate l’apposito modulo “3 Perché non mi bastano” e inviatelo in busta chiusa a [email protected] (certificata PEC, of course)… 🙂

E ora Fellows, vi lancio il riassunto giù accanto all’Ufficio Reclami… sì sì laggiù oltre il Movie-Maelstrom e l’anagrafe, vi ringrazio come sempre della pazienza, e vi mando dei saluti che stasera sono pubblicamministrativamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard

…Glowing in the dark, dicevamo… http://www.youtube.com/watch?v=zTFBJgnNgU4  …Sì, i Coldplay, ancora loro… Sostakovic lo comincio la settimana prossima eh, promesso. 😉

SCIALLA!: Luca è un quindicenne romano, irrequieto, cresciuto senza un padre e inconsciamente alla ricerca di una guida. Bruno, ex insegnante solitario e schivo, ha scelto di vivere scrivendo biografie di attori, veline, calciatori, pornostar e dando lezioni private. Luca è uno dei suoi allievi, allegro, vitale, attratto da una mitologia un po’ criminale che lo porta a mettersi nei guai. Sono padre e figlio, ma non lo sanno. Finché la madre di Luca non lo rivela a Bruno, facendogli promettere di mantenere il segreto e glielo affida per sei mesi.

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Let’s Movie CXI

Let’s Movie CXI

CESARE DEVE MORIRE
Paolo e Vittorio Taviani
Italia, 2012, 76’
Giovedì 22/Thursday 22
21:00/9:00 pm
Astra/Mastrantonio’s

Francamentemeneinfischio Fellows,

Mai il Board e il Sergente Fed FFF si sentirono più matusa di giovedì alla proiezione di “The Edukators 2.0.”!
Arriviamo dal missed-much Mastrantonio con quei soliti 12 secondi d’anticipo che ci permettono di accaparrarci due posti miracolati e guadagnare l’ingresso in sala fra una marmaglia di teste rasta, baggy pants (molto baggy), maglioni (molto –oni) di lana grossa che fanno molto studenti-di-sociologia (molto sociologia), e che ben presto scopriamo essere il pubblico della serata. Meno male che il Sergente è in borghese e il Board ha lasciato a casa l’eco-pelliccia e le scarpine da signorina Frunermeier, altrimenti saremo stati tacciati di neo-borghesismo iper-occidentalizzante, e lapidati, oops gambizzati, in nome dell’ugualizzazione intra-classista della causa filo-collettiva (parla con un sacco di –zioni e filo-, ‘sta massa sociologica… 🙁 ).

Insomma prendiamo posto in platea, sprofondando in poltrona e spacciandoci per due fuori-corso  ― la condizione del fuori-corsista ispira sempre l’atteggiamento solidale (equo, naturalmente) “ti-capisco-fratello” 😉 ― e ci spariamo, prima della proiezione del film, un documentario realizzato dalla Facoltà di Sociologia (ma no?) sul Processo di Bologna e i rischi della provincializzazione dell’Università di Trento. Immagino che tuuuuutti sappiate a cosa mi riferisco se dico “Processo di Bologna”… Io, babbo Board, non lo sapevo, ma ho piena fiducia in voi ― e in Wikipedia…
Per farvela breve, il Processo di Bologna è l’iter di riforma dell’istruzione universitaria avviato nel 1999 che ha portato, due anni dopo, al passaggio del vecchio ordinamento al nuovo ordinamento con le sue formule 3+2 (paghi 1) e il suo sistema a punti (o crediti) modello USA. Questi due studenti protagonisti del pre-video erano davvero bravi nell’esposizione delle loro perplessità in merito al problema della provincializzazione dell’università trentina (zzzz) che porterà sicuramente alla provincializzazione ― eddaje ― del livello medio della formazione proposta dell’ateneo (zzzz), ma erano talmente sociologici, talmente collettivo-1968-occupiamo-per-rivendicare-il-diritto-allo-studio-e-combattere-la-mercificazione-del-sapere (riprendete fiato) nel modo in cui esponevano le loro tesi, che io e il Sergente, davanti a espressioni tipo “…settori educati alla critica dell’esistente” ci siamo sentiti sprofondare gradualmente verso il sonno… (della ragione, naturalmente, checccredevate? :-)).

La qualità cinematografica di “The Edukators 2.0” lascia mooolto a desiderare, e questo lo ha ammesso anche Sergio Fant, il Responsabile Documentari di Internazionale che l’ha introdotto. Riprese amatoriali, mosse, spesso sgranate, inframezzate da brevi interviste, video, blog, twit… Il film tenta di raccontare la mega occupazione, anzi, okkupazione, iniziata nel 2009 presso l’Università di Vienna e sconfinata poi oltre lo stato austriaco finendo per interessare 130 atenei europei.  Gli studenti manifestavano sostanzialmente contro le norme comunitarie sull’istruzione e la commercializzazione dello studio.

Fare un discorso sulla legittimità o meno dell’atto degli studenti non è quello che mi interessa qui: ovvio che siamo tutti per un’università equa, competente, integra, funzionale, accessibile. Non entro quindi in merito alle tesi proposte. Vi pongo invece una domanda che mi ha tormentato per tutta la durata del film e alla quale non riesco ancora a dare una risposta soddisfacente, nonostante la consulatazione con il Sergente in medias res e l’Honorary Member Mic a a posteriori. Ovvero. Ma dove cavolo, anzi, kavolo, ero io nel 2009?? Nel senso, cosa stavo facendo? Perché non so nulla, ma nulla di nulla, di Vienna, dei 50 giorni (vi rendete conto di quanti sono 50 giorni? E di occupazione nel senso 68ino, mangiare-dormire-campare nell’ateneo)? Ma dove kavolo ero IO???? Così impegnata a guardare ai drammetti quotidiani del mio orticello, perdendo così di vista i campi flegrei della globalità? 🙁
L’unica magrissima consolazione mi è arrivata dal Sergente: anche lui non sapeva nulla, e lui non era in Italia ― dove per altro la protesta È arrivata ― ma lavorava presso l’Università di Innsbruck… Se lui era in Austria e non si è accorto di nulla, e se io ero qui e non mi sono accorta di nulla, ci troviamo difronte a due problemi di fondo: uno relativo alla comunicazione e l’altro relativo agli specchietti retrovisori. Per quanto riguarda il primo: ai fatti non è stato riconosciuto il peso reale che avevano, e i media hanno fornito una versione “light” dello status quo ― 130 atenei sono 130 atenei. E qui dovremmo interrogarci sulla manipolazione delle notizie riguardanti eventi di questo tipo. Mr Establishment certo non tiene a sbandierare che le sue università stanno protestando contro di lui, quindi prende la cornetta, fa una telefonata a Mr Media e gli chiede di mettere i fatti in modo che non preoccupino l’opinione pubblica, capish a mmme… Quante volte e in quanti stati e in quante epoche storiche è successo questo? Enne. Ma non voglio entrare in merito nemmeno a questo. Quello a cui voglio (finalmente) entrare in merito e che più mi ha turbato riguarda il secondo problema: la realizzazione che a noi esseri umani impegnati con drammetti&orticelli manca la vera percezione di quello che ci capita intorno. Per capire, dobbiamo sempre aspettare il senno di poi, “Correva l’anno”, o Minoli con “La storia siamo noi”… Insomma, non siamo in grado di renderci conto del presente NEL presente, ed è inquietante: se non abbiamo un metro per misurare la portata di un fatto right-here-right-now, come poterlo giudicare e gestire? Come poter “pensare” quel fatto? “Pensare” nel senso di affrontare e superare. Mi chiedo, siamo arrivati a un punto di saturazione emotiva tale che le notizie non ci sfiorano più? Ci siamo allineati anche noi alla logica rhettbutleriana del “francamentemeneinfischio”? Solo che davanti a noi non abbiamo la nevrastenica Scarlett (no non Johannson, O’hara). Davanti a noi abbiamo il frullatore dei fatti ― quello che domani si chiamerà “storia”. Quindi fare i Raz Degan dei tempi d’oro e scrollare le spalle con un “sono solo fatti tuoi” non va molto bene ― ci ritroveremo a guardare un evento e a dire “Ma dove c/kavolo ero io quando è successo???”….Mi chiedo se noi, umanità occidentalizzata ed egocentrata, non guidiamo tutti con lo specchietto retrovisore rivolto verso noi stessi, anziché puntato là dove inquadrerebbe l’altro… L’esamino di coscienza che mi sono fatta dopo il film conferma proprio quest’ipotesi: io rientro in pieno nel profilo “il tuo specchietto è troppo spesso rivolto verso te stessa, e non (solo) per esigenze lipstick”.

Quindi anche se il film era poverello e troppo pieno di cose da leggere ― tra sottotitoli, blog, e twit che popp-avano sullo schermo un paio di Travelgum non avrebbero guastato ― è riuscito a smuovermi un po’ di ragionamenti in testa, e questo va sempre bene, sempre. Spero che per interposto spettatore ― io e il Sergente, nello specifico ― anche a voi si sia smosso qualcosa… 🙂

Due cose prima di passare al film yuppi-du della settimana…

Un ringraziamento con postilla “ti-stimo-molto” al Fellow Giak, Responsabile Let’s Movie della Sede Distaccata di 3viso, per l’opera di moviemail-forwarding al proprietario del Cinema di Oderzo, che pare interessato alle nostre follie settimanali. Sapere che il mondo ospita altri Mastrantonio oltre all’original ― e persino nella perigliosissima Zaialand, terra di trolls e suv :-(― è estremamente confortante. 🙂
Quindi do il benvenuto a Mister Oooh-derzo dell’Oooh-derzo Theater (molto vocativo, Ooohderzo come luogo :-)) e gli garantisco che, finché sangue Board scorrerà nelle vene Board, Let’s Movie continuerà a produrre nonsense, fedelissimo al motto “in GodOT we trust”, stampato chiaro chiaro sulla cartamoneta letsmoviana… 😉

Parlando del nostro Mastrantonio, non posso esimermi dal ringraziarlo per l’happening di sabato!
Dovete sapere che sabato il buon Mastro ha ospitato la prima di “Mare chiuso”, l’ultimo documentario di Andrea Segre (il regista dell’adorato “Io sono Li”). Con lo zampino dell’Anarcozumi ― la Trentino Film Commission è ovunque, una specie di cine-mafia dei sogni 🙂 ― è stato possibile avere lui, il regista, alla presentazione. 🙂

Sorvolo su com’è proseguito il post-proiezione per ovvi motivi di privacy, ma sappiate che le serate surreali possono succedere anche a Trentoville… E anche questo è confortante. Fare le ore piccole tra gente che festeggia St. Patrick per le vie del centro, (St. Patrick a Trento?!?) con un regista, un giornalista, una partenopea ubriaca oh-conosc’-eduardo?, un’artista di video-istallazioni e, ovviamente, l’Anarcozumi (il gatto) con il fido Ferro (la volpe), non fa che rafforzare la fiducia nell’ “In GodOT we trust”. 😉

Ah, e per quanto riguarda “Mare chiuso”, vi prego, andate a vederlo, Moviers! È la storia di alcuni immigranti che nel 2009 sono fuggiti dalla Libia per raggiungere l’Italia, e sono stati respinti e rispediti al mittente dalla marina italiana. Anche in questo caso, come per “The Edukators 2.0” si sapeva molto poco, o comunque non se n’è parlato abbastanza. Per esempio non è stato detto (o è passato moooolto in sordina) che la Corte di Strasburgo ha condannato lo Stato Italiano a risarcire i profughi respinti per aver violato i diritti umani…
Il documentario è stato girato con delicatezza, originalità e non ammicca alla lacrima facile (si può ammiccare a una lacrima? Bah…). E poi Andrea (Segre) è davvero una gran persona! 🙂

Ringrazio l’Anarcozumi per aver reso reale il surreale, una notte di marzo, a Trentoville…

E ora, per la gioia del Movier MARt, che per primo divulgò la notizia dell’Orso D’Oro ai Bruder Tavianen, e che per questo è costretto alla partecipazione al film…. 🙂

CESARE DEVE MORIRE
Paolo e Vittorio Taviani

 

Lo so, lo so, i Bruder Tavianen, quando magari qualcuno, vista la situazione non proprio yuppi-du in cui versa il mondo intero pereferirebbe i Vanzina Bros. E invece no, facciamo uno sforzo e andiamo a vedere questa piccola perla di bel cinema made-in-Italy, bitte.

Allora vi aspetto dai… Come vi dicevo una volta, Be Brave, Be Moviers! 🙂

E vi ringrazio, sempre. E vi invito a raggiungere il risassuntino in aula magna, al piano terra, dove troverete anche dei saluti, che quest’oggi sono accademi(c)amente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

CESARE DEVE MORIRE: Nella sezione di Alta Sicurezza del carcere di Rebibbia il regista Fabio Cavalli prova il “Giulio Cesare” di Shakespeare: come attori ci sono i detenuti, dei quali alcuni segnati dal “fine pena mai”. Quotidianamente, nelle celle, nei cubicoli dell’ora d’aria, nei bracci del penitenziario, il film documenta le cadenze oscure delle giornate dei reclusi e di come, attraverso prove che sempre più li coinvolgono nel profondo, s’innerva di forza e di vita la pagina del grande testo shakespeariano, fino al successo della messa in scena, davanti ad un pubblico, nella sala teatrale di Rebibbia.

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Let’s Movie CX

Let’s Movie CX

THE EDUKATORS 2.0
di Doku Working Group & coop99
Austria, 2011, 85’
Giovedì 15/Thursday 15
21:30/9:30 pm
Astra/Mastrantonio’s
Offerta libera/Free entry, donations welcome

MeineDamenUndHerren Moviers!

Per una volta ho ringraziato i cine-cieli che con me ci fosse un solo&unico Fellow da “Pina” giovedì! (Mai avrei pensato di dire una cosa simile…in realtà ultimamente non faccio che ripetere “mai avrei pensato…”… trend primavera-estate 2012 o errori di calcolo a manetta?? Bah…). Non perché io non ami circondarmi di baldi-ma-certo-non-Boldi Moviers, ormai il fascino che esercitate sul Board mi pare acclarato… 😉 Ho ringraziato che non foste numerosi perché il film di Wenders ha bisogno di una dose da cavallo di pazienza. C’è bisogno di carburare, di superare un ambiente che non siamo soliti frequentare, veniamo spinti in un mondo pressoché sconosciuto. Oddio, magari voi siete tutti specializzati in teatro-danza degli anni’70 e nel gruppo Wuppertal, ma io onestamente sono ferma a Flash Dance, Saranno Famosi e toh, le videocassette Bolshoi-at-Home… Insomma, io e il Movier MARt ― il solo&unico Fellow che ringrazio davvero di cuore  🙂 ― giungiamo al Vicktor Vicktoria dopo aver piscinato in aree diametralmente opposte di Trentoville, lui a nord io a sud, per coprire tutto il territorio ostile. Veniamo immediatamente risucchiati dal buio della galleria e da un inzio dritto-dritto-nella-fossa-dei-leoni.

Il film è un documentario sull’amica Pina che Wim Wenders stava per realizzare con l’aiuto dell’amica Pina: ma purtroppo non ebbero modo di portare a termine il progetto per via della morte improvvisa della coreografa. Quello che vediamo, tuttavia, non è un biopic, né un documentario in senso pierangeliano del termine: è un tributo, un atto d’amore assolutamente scevro (scevro??) di quell’affettazione che può caratterizzare le opere “in memoriam”. Non so come spiegare, ma davanti a “Pina”, ho avvertito potente la certezza di trovarmi davanti a un’opera d’arte. Ne avrò capito sì e no il 6-8%, ma con tante opere d’arte funziona così. Ve le ritrovate lì e dite, checcappero mi vuol dire? E poi c’è quella parte di voi che continua a chiederselo ― checcappero avrà voluto dirmi? E anche questo fa di un’opera d’arte un’opera d’arte. Ecco dopo aver guardato “Pina” tornate a casa con una dose (anche lei da cavallo) di (che)capperi.

La danza di Pina non è danza: è teatro danza, una forma artistica ibrida che cresce in quell’interstizio (inesplorato prima di lei) tra ballo e recitazione ― la Fellow Giuly Jules saprebbe spiegarvelo molto meglio, visto che la pratica da un po’ e con ECCELLENTI risultati :-). A quanto pare Pina non studiava una coreografia a tavolino: faceva delle domande ai danzatori che rispondevano con balli improvvisi. In pratica danzavano le loro risposte ― l’emozione che scaturiva dallo spunto che Pina dava loro. E di lì Pina partiva e ricamava le sue coreografie: tutto partiva da lei e tornava a lei, attraverso i suoi danzatori. Era in grado di fissare un emozione in un gesto e di rendere quel gesto formale, ovvero, dava forma e ordine al caos ― che poi è quello che fanno gli artisti ― passando dall’istinto puro alla ripetitività del gesto. Mi affascina un sacco questo suo modo di fare danza, interrogando la carne dei ballerini, e poi trascrivendola in una coreografia precisissima.

Ma poi, a parte il teatro-danza di Pina, c’è Wim (no, non Liquido, Wenders). Ha costruito un’opera partendo dalle testimonianze dei ballerini della compagnia di Wuppertal, alternandole ad assoli e danze di gruppo ― che non definirò “di dirompente intensità emozionale” perché quale danza non lo è?? Quello che ha inchiodato il Board e il MARt alla poltrona, con l’espressione “stica” stampata in faccia, è stata la mossa astutissima del regista. Wenders ha aggiunto un livello di artisticità alla già altissima artisticità della Bausch: ha calato quegli assoli, quelle danze, in contesti scenografici assolutamente inaspettati. Una ballerina che danza sulle punte in uno stabilimento industriale (con due bistecche nelle punte, tenetelo a mente per dopo), o un passo a due danzato a un incrocio di periferia, oppure sotto la ferrovia sospesa della città (Wuppertal, appunto). Tutto qesto non è che la concretizzazione del commento di Pina che mi sono segnata durante il film, e che per me è di una verità marmorea: “Le parole non sono quello che dicono, sono quello che evocano. Così è la danza”. Ganz Genau, Pina! Le parole e il gesto rimandano ad altro, sono una piattaforma che proietta all’altrove. Quindi una ballerina che si infila due bistecche nelle scarpette prima di ballare, dice tanto con quel gesto: prede una posizione netta nei confronti di un tipo di danza costrittiva (quella classica) che macella il corpo femminile ― o perlomeno, io ho letto la bistecca in questi termini… Questi accostamenti forti e non sempre comprensibili di primo acchito ― la love story di un’altra danzatrice con un ippopotamo di gomma a bordo ruscello magari rimane più oscura… ― rinviano anche alla vera essenza dell’arte, che è e deve essere una forza estraniante, deve sfidarci, perché anche la realtà, se osservata da una certa prospettiva, offre delle situazioni quanto mai assurde e inspiegabili, e proprio per questo straordinarie. Tipo. L’altro giorno aspettavo l’ascensore e quando le porte si sono aperte c’era una sedia. Da sola, lì così, dentro l’ascensore. Una sedia in un ascensore ti sorprende, e non ha molto senso, ma lì stava. Io ho fatto l’espressione “oh”, ho tirato su gli occhi come faccio ogni volta che mi meraviglio del mondo, e poi la testa ha preso a camminarmi da sola… Una sedia nell’ascensore non è arte, ma la meraviglia, quella è il pane dell’arte e Pina è stata una panettiera d’alta scuola.

La mia parte preferita del film è quella in cui la danza finisce ad abitare strutture architettoniche tutto-vetro in mezzo al bosco (e qui il nostro Fellow architetto Pilo si sbizzarirebbe :-)), oppure a bordo di un torrente, oppure su un altopiano di una montagna color ruggine. Vi assicuro che è spiazzante ma anche incredibilmente utile veder trascinare un’arte come quella della danza fuori dal teatro e portarla in strada. Capovolge tutto. E il grado di armonia estetica che Wenders raggiunge attraverso l’accostamento di grazia coreutica e presenza paesaggistica, passando per la volumetria architettonica porta “Pina” a un piano di densità estetica rara. Io e il Movier MARt siamo usciti dal cinema increduli e frastornati (fifty-fifty, se volete le percentuali). Pur con un po’di mani avanti ― il film non è per nulla didattico, ed è un bene, ma capirete, non tutti siamo conoscitori di Pina Bausch: sta al Let’s Movie Fellow che è dentro di noi, tornare a casa e fare qualche ricerchina per saperne di più ― quindi, riserve a parte, eravamo entrambi consci del valore del film che avevamo appena guardato. Se volete vedere cosa può fare un corpo a contatto con la musica e il paesaggio, la bellezza furiosa e fragile (courtesy Renga) dell’essere umano che traduce in movimento un istinto, “Pina” è il film per voi. Se invece siete più sul classico, potete sempre optare per Flash Dance, Saranno Famosi e le videocassette Bolshoi-At-Home.  🙂

Il Let’s Movie di questa settimana è un torna-a-casa-Le(t’)s(sie) Movie, visto che torniamo da Mastrantonio dopo due settimane di astinenza ― ormai siamo (M)astra-addicted, inutile negarlo :-). Let’ Movie supporta con grande piacere l’iniziativa “Mondovisioni”, la proiezione dei documentari di “Internazionale” (http://maiainternational.org/?page_id=371), e propone

 THE EDUKATORS 2.0
di Doku Working Group & coop99

 Ma perché, Board, non proponi i film usciti in queste ultime due settimane?, mi par di sentirvi… Tipo “Hysteria”, “Albert Nobbs”, “Un giorno questo dolore ti sarà utile”, “La sorgente dell’amore”, “Ti stimo molto” (no, ecco, questo magari no)…
Vedete Fellows, meglio circoscrivere la delusione alla vita, dice il Board, senza farle intaccare anche il cinema… Al cinema, niente delusioni, please, almeno quando si possono evitare, almeno in questo periodo… Sarebbe TMTH, Too Much To Handle. I film che ho appena citato, in un modo o nell’altro, deluderebbero, soprattutto “Un giorno questo dolore ti sarà utile”, scimmiottamento della mirabile opera letteraria da cui è tratto. Quindi il Board, che ha molto a cuore la stabilità psico-fisica e finanziaria dei suoi Moviers, si guarda bene dal proporre film che potrebbero lasciarli insoddisfatti ― azzeccare è sempre difficile, anche con i film che crediamo buoni (vedi “Paradiso amaro”); con quelli di cui ho la certezza del flop, preferisco evitare. 😉

Quindi procedo un po’ week-by-week, e ringrazio il baywatch Mastro che mi salva con queste belle iniziative ― ma chi è Mitch Bucannon, ma chi è?! 🙂
Okay, mi par di avervi detto tutto… Bugia, avrei da dirvene MMM, Much Much More… Ma cerco di arginarmi da sola giù nel Movie-Maelstrom, che trovate immer-gerade-haus. Invece il riassuntino, quello lo trovate ganz recht. E i saluti, quelli sono indogermanicamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard

Lassopra parlavo dell’inaspettato ― la sedia nell’ascensore ― che poi è una delle ragioni per cui l’arte ci piace tanto, la curiosità che ci stuzzica dentro… Be’, un altro esempio d’inaspettato, ma questa volta in un video musicale, è qui http://www.youtube.com/watch?v=1G4isv_Fylg
Cioè, l’idea dell’elefante su questo testo è troppo spiazzante, troppo done, non te l’aspettresti… (E tra parentesi, la tenerezza della proboscide che spunta dalla valigia o fra i sedili dell’aereo, per me merita il premio Tenderly 2012)… A me su questa canzone, e su questo video (visto per puro caso), si spezza il cuore… Per il testo, e be’, per l’elefante… Okay, sono i Coldplay, non Sostakovic, but the Board likes it pop sometimes .. 🙂

THE EDUKATORS 2.0: “L’università brucia!”: con questo slogan nasce la più grande protesta studentesca europea degli ultimi anni. È l’autunno del 2009 quando viene occupata l’aula magna dell’università di Vienna. In poco tempo, e grazie soprattutto ai social network, la protesta si allarga oltre i confini austriaci: 130 atenei d’Europa manifestano contro le norme comunitarie sul sistema dell’istruzione. Un film collettivo, realizzato con video, foto, blog e tweet degli studenti, racconta una mobilitazione che sembra anticipare gli attuali movimenti dei giovani europei.

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Let’s Movie CIX

Let’s Movie CIX

PINA
di Wim Wenders
Germania, Francia, UK, 2011, 106’
Giovedì 8/Thursday 8
Ore 21:00/9 pm
Supercinema Vittoria/Vicktor Vicktoria

(avanti) March Moviers!

Shhhhh… lo sentite questo rombo lontano lontano? Ora un po’ più vicino… ora sempre più vicino… ora vicinisssssimo… ora è qui! Ecchedè ‘sta roba dolciastra dalla consistenza Orsetti-del-Cuore?!, vi state chiedendo. Ma Fellows, è tutto l’entusiasmo che ho dovuto tenere a bada da giovedì per “Quasi amici”! Oddio, l’opera “tenere a bada” non è riuscita molto bene, temo: l’ho riversato ― fastidiosamente riversato ― un po’ su tutti, noti, ignoti, idioti, tutti. Chi mi è capitato a tiro in questi tre giorni ha fatto i conti con questo roboaRDante Board dalle gesticolanti braccia e dai deliranti “Nooooooooo-devi-andare-troppo-a-vederlo!” — ecco, se siete più per il melancholy Board, tipo Oh-la-vie-quelle-suffrance-quelle-tristesse non frequentatemi  per i prossimi giorni: conto di continuare per un po’ con le gesticolanti braccia… 🙂

Prima di tutto devo scusarmi con voi Fellows fer la fucilata di mail che avete ricevuto: lo Smelly e il Vicktor Vicktoria si scambiano i film come le figurine Panini col risultato che imbroccare la giusta combinazione sala-orario è una questione 100%-botta-di-cu*o.

Insomma, dopo aver giocato un po’ a tennis con la vostra agenda giovedì, mi avvio di frettissima allo Smelly, pronta a combattere lo smell. Meno male che il Sergente Fed FFF è dei nostri e mi aspetta in fila con un paio di maschere antigas. Una volta in sala, sapete chi vi vedo di laggiù in lontananza?!?! Non un mate qualsiasi, ma lui, il Fellow Iak-the-Mate che ha mantenuto la parola data (grande Mate!) e aspetta, oltre alla classica zaffata di cocco, l’occasione di cogliere il Board in fallo (sommamente tremendo Mate!) con un film brillante sulla carta ma la-bellezza-del-somaro nella pratica (per coloro che non avessero visto “La bellezza del somaro”, non cedano alla tentazione di recuperarlo, god forbid). E invece, anche il sommamente tremendo s’è dovuto ricredere 🙂

Non ricordo l’ultima volta in cui ho riso così grassamente, così gustosamente, così sguaiatamente al cinema! ― e quando il Sergente dice: “Sì, ma Fruni, tu proponi dei film da suicidio di massa”, non ha proprio tutti tutti i torti…. 🙂

Era ora, Moviers! E non per le mie grasse, gustose, sguaiate risate. Era ora che si girasse un film sull’handicap ― nello specifico, la tetraplegia ― senza pietismi, senza finire ne “Il mio piede sinistro” o ne “Lo scafandro e la farfalla”, opere meritevolissime su malattia/handicap, non si discute, ma anche issimamente strappacuore, strappalacrime, strappatutto. “Quasi amici” riesce nella sconsacrazione di un argomento considerato da sempre un tabù della società. Pensateci un po’: di handicap e menomazioni non si parla. O meglio, se ne parla solo attraverso le solite immagini da pubblcità progresso che ammoniscono e spaventano, ogni tanto irritano e ogni tanto fanno venire i sudori freddi.  Handicap e menomazioni sono rimossi. E questo è vero tanto a livello civico, quanto a livello cinematografico. “Quasi amici” va controcorrente e utilizza il riso ― grasso, gustoso, sguaiato ― come arma dissacra-massacra luoghi comuni e ipocrisia. Il riso che utilizza, però, è lontano anni luce da quello vanziniano, sempre costantemente legato alle scenette dalla comicità volgarmente puteolenta (puteolenta??) in cui solo il contesto geografico cambia (India, Cortina, New York, you name it), ma i personaggi (persino gli attori!) sono sempre gli stessi. In “Quasi amici” siamo su un piano diverso. Le battute che lo scavezzacollo di periferia Driss spara di continuo al tycoon tetraplegico Philippe sono esilaranti, sì, ma anche tremendamente irriverenti. È proprio l’abolozione della reverenza nei confronti dell’handicap a caratterizzare il film e a decretarne il successo. Di handicap qui non si parla: sull’handicap qui si ride ― vedete il cambiamento di prospettiva?

Una battuta come “Sai dove si trova un tetraplegico? Dove l’hai lasciato” detta a un tetraplegico, capirete, ha un effetto potente. Ecco, prendete questa battuta e moltiplicatela per 110 minuti. Oppure la scena in cui Driss taglia la barba a Philippe e gli lascia i baffetti alla Hitler! Prendete questa scena e moltiplicatela per 110 minuti.
Il risultato di questa somma battute+immagini segna la vittoria dell’ironia sullo scoramento. Della vitalità sulla malinconia. Il film promuove questo farmaco, ma lo fa senza far vedere di farlo ― e lì sta tutto. Driss è di un’insolenza e di una rozzezza che fanno schiattare dalle risate non solo noi spettatori, ma soprattutto lo stesso Philippe. Non so, ma è come se noi tutti fossimo un po’ Philippe e avessimo a che fare con questo tornado di maniere non esattamente da Rotary, e parolacce, e battute fuori luogo e comportamenti sopra le righe che è Driss. Ma se Philippe non risulta mai patetico, Driss non risulta mai macchietta; non è semplicemente il ragazzo delle banlieu che si vede catapultato in una reggia di casa a due passi da Place Vendome. Driss non è Eliza Doolittle (lo so che tutti voi Moviers masticate “Pygmalion” di George Bernard Show mattina e sera dopo i pasti… :-)), non è una tabula rasa da scrivere, o uno zotico da istruire.
Driss è una voce onesta: dice tutto quello che può far star bene con un linguaggio politicamente scorrettissimo. Tutti noi vorremmo un Driss nella nostra vita: qualcuno che non si ferma alla sedia a rotelle, o alle menomazioni che tutti abbiamo ― perché tutti, my Fellows, siamo dei menomati, in un modo o nell’altro ― ma dice le cose ESATTAMENTE come le direbbe a chiunque altro, e scherza ESATTAMENTE come scherzerebbe con chiunque altro. Nessun tipo di timore, di perbenismo. È questo che è piaciuto tanto del film. La schiettezza.

Vi faccio un esempio. Philippe intrattiene da sei mesi un’amicizia epistolare con una donna che non ha mai visto. Driss, allibito, gli chiede: “E non l’hai mai vista?? Nemmeno in fotografia? Ma come?? E se è una cozza? Se è una cu*ona? Oddio e se è handicappata???”.  Cioè, lui lo dice a un tetraplegico! E per convincere Philippe a inviarle una sua foto, gli dice: “Non ti preoccupare, non gliene mandiamo una di quelle da Telethon”… E vi assicuro, è tutto un fuoco di fila così! Noi tre Moviers ci siamo pesantemente divertiti, e con noi la smelly platea tutta, che alla fine non è riuscita a trattenere un applauso (bellissimo l’applauso a fine film, molto anni ’80).

Se non andate a vedere “Quasi amici” per voi stessi, ve lo impongo io come Board preoccupato del vostro benessere psico-fisico: gli effetti benefici di questo film sono stati testati non solo dal Sergente Fed FFF, dal Movier Iak-the-mate, dal Board e da 226.000 spettatori nel weekend, ma anche dal Fellow Avvoabo detto il Presidente, che presidenzialmente lo vide in anteprima (noleggiandosi tutta la sala, naturalmente), e dal Fellow Fiiiii, che, pensate, doveva vedere un altro film ma lo sostituì all’ultimo con “Quasi amici” (questo sia per essere in sync con la programmazione lezmuviana, sia perché da sempre sognava di indossare la tutina di Diabolik e infilarsi di soppiatto, insieme alla sua Eva Kant, in una sala diversa da quella scritta sul suo biglietto… This is so very lezmuvi&rascal, Fiiiii!).

Ma ora per di qua Fellows, seguitemi, s’ils vous plait: facciamo un giro nella Galleria “Ricchi Premi & Cotillon” di Lez Muvi.

Siamo stati molto molto MOLTO felici per i cinque Premi Oscar vinti dal capolavoro “The Artist”, tra cui quello per il miglior film e migliore attore protagonista. Ovviamente il triplo voto giunto a Los Angeles da parte di Let’s Movie è stato decisivo. Invece dev’esserci stato un misunderstanding con “Paradiso amaro”: noi, seguendo gli insegnementi sovvervivi dell’Anarcozumi,  l’avevamo boicottato, ma il film ha vinto l’Oscar per la miglior sceneggiatura non originale. Ecco, forse non è stato chiaro agli amici americani dell’Academy che il nostro “non originale” non si riferiva alla sceneggiatura: era la versione soft del mastrantoniano  “’na ciofeca”. La prossima volta, niente versioni soft; la prossima volta, sulla scheda di valutazione Academy Awards scriviamo “’Na ciofeca”. E non se ne parla più.

Nella vetrinetta accanto ai cinque Oscar, come vedete, spicca un Orso d’Oro. Berlino, naturalmente, non San Romedio. L’Orso d’Oro è quello vinto un paio di settimane fa dai fratelli Taviani, o meglio, die Bruder Tavianen, visto il contesto sprechen-Sie-Deutsch. Il Movier MARt è stato il primo a divulgare la notizia, e di questo lo ringraziamo molto e gli passiamo la linea dalla regia. 🙂

Ma veniamo al film della settimana, Moviers, uh uh che bello…

PINA
di Wim Wenders

Niente Federer stavolta: il film è al Vicktor alle 9 pm senza possibilità di scambi sottorete dell’ultimo minuto. 🙂

Tra noi c’è una Fellow che andò apposta a vedere “Pina” a Rovereto lo scorso dicembre ― la nostra dancer Giuly Jules, che ci rese molto fiere. 🙂 Noi ce lo perdemmo per via dell’happy-Board-day… Ora il film ritorna a Trento e non ce lo perderemmo per cine-nulla al mondo.

Su Panorama.it la critica Simona Santoni scrive: “Pina è una grandiosa scoperta per chi ancora non conosce lo sguardo diverso e il meticoloso e appassionato universo creativo della Bausch, la coreografa tedesca improvvisamente scomparsa due anni fa, ed è un toccante e prezioso ricordo per chi già l’ha amata. Finita la proiezione, buona parte di sala milanese in cui ho visto il film è scoppiata in un applauso. E non è così frequente sentire simili esplosioni convinte”.

Non propongo “Pina” solo per continuità di applauso plateale con “Quasi amici” ― di per sé un validissimo motivo, comunque. Lo propongo perché il mondo della danza è sempre entrato pochissimo sullo schermo ― “Il cigno nero” ok, Gli Amici di Maria, ok, ma non c’è molto altro :-). Era ora che lo straordinario talento di Pina Bausch venisse immortalato in un film. Mi chiedo quando Loie Fuller, Isadora Duncan, Vaslav Nijinsky e Rudolf Nureyev riceveranno lo stesso trattamento…

Quindi, avanti March Moviers! Wir gehen tanzen! E su questo grido teutonico, vi informo che il riassunto sta sudando giù in sala prove, il Maelstromm vi risucchierà tra circa 6 secondi, i ringraziamenti sono sempre copiosi e convinti, e i saluti, questa sera, sono mensilmente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard

Nelle acque del Maelstrom oggi nuota un folletto. Occhialetti tondi, tanti peli, occhi furbi e 69 anni di talento. So che avete indovinato. Confesso con amarezza di non aver frequentato molto la musica di Lucio, ma in un certo senso, ci siamo cresciuti insieme tutti; la sua scomparsa mi ha scombussolato più di quanto avrei mai potuto immaginare. Quando penso a lui, penso all’uomo che è riuscito a mettere i Fratelli Grimm dentro una canzone e a farne un successo senza tempo… La poesia e l’ironia… http://www.youtube.com/watch?v=GdthX65CMp4

PINA: Pina è un film di Wim Wenders dedicato a Pina Bausch, una delle più importanti coreografe della Storia recente, nome di punta di quel teatro-danza che, a partire dagli anni Settanta, ha rivoluzionato la concezione della danza contemporanea. Il regista ci guida in un viaggio sensuale e di grande impatto visivo, seguendo gli artisti della leggendaria compagnia Tanztheater Wuppertal sulla scena e fuori, nella città di Wuppertal, il luogo che per 35 anni è stato la casa e il cuore della creatività di Pina Bausch.

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