Let’s Movie CXVII

Let’s Movie CXVII

A LONELY PLACE TO DIE
di Julian Gibney
UK 2011, 99’
Martedì 1/Tuesday 1
21:30/9:30 pm
Smelly Modena
Biglietti in prevendita/Advance booking, please

Foe Fellows,

Fate conto di esservi presi un day off tutto per voi martedì, e di aver fatto qualcosa che vi ha portato a dire, wow i mattini possono generare incanti, per quanto piova a dirotto, e non una drizzle leggerina, come piace dire al Fellow Pa, una pioggia pesante che solo città come Newcastle o Bristlol possono concepire, e voi vi fate piccoli piccoli sotto un ombrellino abituato sì e no alla drizzle, non certo alla pioggia pesante di Newcastle o Bristol. Dopo il mattino alla Filarmonica con un incanto di musica dal vivo anni ’30-40, la casa vi accoglie come un grembo, voi scalzate scarpe e impermeabili, vi tuffate nel tepore domestico con un carpiato stile Caldo-bagno-arrivoooo, e con l’animo furbastro che contraddistingue tutti voi Moviers-nessuno-escluso, rivolgete una bellissima linguaccia alla pioggia che ha portato un po’ di Britishness nella vostra città.

Poi però c’è Let’s Movie. E dovete premere il tasto FF: rinfilare scarpe e impermeabile, riprendere l’ombrello passerotto, voltare le spalle a una casa che vi aveva accolto più magnanima di Alcinoo Re dei Feaci (mamma mia, i Feaci…), e tornate a riaffrontare la coppia mondo&meteo, consapevoli che una volta arrivati da Mastrantonio, nessuno (e non intendo Ulisse nel Caveau Polifemò) nessuno vi avrebbe atteso. E infatti così è stato. Il mio adorato Mister Mastro, e la cara consorte Lady Mastrantonia, hanno mostrato una preoccupata preoccupazione nei confronti del Board: “Ma come?Un flm così, da sola??”. Eh sì, un film così, da sola.  🙁
Gli inossidabili hi-fi Moviers purtroppo erano impossibilitati per cause di forza molto maggiore: l’Anarcozumi alla guida della macchina TrentoFilmFestival (la famosa TFF), l’Honorary Member Mic in missione UK tra scogliere e solleoni (what?!), il Sergente Fed FFF in spedizione per due settimane alle Maldive (poor boy…)― dopo averci assicurato di evitare categoricamente il quadrante Mururoa.  Quindi sì, ero da sola. Ma non ho fatto la tapina-Board come al solito eh…. 🙂

Vi confesso di aver avuto qualche remora a proporre “Diaz”. Avevo sentito dire che era potente, ma non tanto nelle scene (che tuttavia lo sono, e molto) ma in quello che suscita. Avevo sentito di molta gente che non finiva di vederlo, che usciva a metà. E questo mi è stato confermato anche dall’Adnkronos Mastrantonio, che tasta sempre il polso all’audience con la mano leggera del cine-chirurgo professionista. 🙂 Insomma, non dico che ero contenta di essere per conto mio ― questo mai… Però sì, sollevata lo ero, lo posso dire. Potevo andare in avanscoperta in tutta tranquillità, e poi farvi da semaforo: green Board, you go. Red Board, you stop. Quindi mi sono scrocchiata nocche e nuca da bravo lottatore di sumo, e mi sono buttata nel buio della sala.

Sono riemersa, dopo 120 minuti di lotta, con le ossa rotte e un nuovo peso sulle spalle. Sono certa che la sensazione è stata condivisa anche dagli altri spettatori ― le facce e i sospiri in sala non mentono, e nemmeno le gambe, che cominciano a farsi irrequiete perché quello che vedi ti entra nella fibra muscolare. Contrariamente a quanto leggo in giro, non trovo “Diaz” un film politico e/o politicizzato. Non ci ho visto destra contro sinistra, ve lo dico in tutta onestà. E quelli che hanno criticato il film perché, a loro dire, darebbe una visione parziale dei fatti accaduti nella scuola genovese durante l’irruzione a fine G8, ritraendo i manifestanti come poveri manifestanti e la polizia come gli orchi della polizia, non ha forse capito che non si tratta di manifestanti contro polizia, né di centri sociali contro forze dell’ordine ― magari fosse “solo” quello. C’è altra carne che brucia…. È per questo che le persone non reggono il film ed escono. Perché parla di disumanità ― la nostra. Di diritti, teste, corpi, dignità altrui calpestati ― da NOI. Di fatti denunciati e insabbiati ― sempre da NOI.
Ed è per questo che il film è sconvolgente. Ci obbliga ad ascoltare un racconto della nostra storia recente che, punto 1, non volevamo ascoltare; punto 2 non è stato mai “detto” a voce così alta e a un pubblico tanto vasto; punto 3 colpisce il popolo italiano nella sua italianità.
Vedete, a proposito di quest’ultimo punto, noi italiani ci portiamo in giro per il mondo la nomea di mafia-makers, questo lo sappiamo. È una specie di gene nero che ci funesta il corredo genetico, mettiamola così.
Con “Diaz” scopriamo di avere questa nuova macchia, che non cancelleremo più. Questo fa male. E il sottotitolo-monito de film, “Don’t clean up this blood” ribadisce il dovere al memento,  alla rivelazione, e alla divulgazione di quello che è stato.
Ladri, truffatori, furbi, cafoni, opportunisti, seduttori, noi siamo tutto questo. Ma ce la siamo sempre cavata giocando il jolly degli “italiani-brava-gente”. Quelli umani, sempre e comunque, a prescindere da tutto, quelli che non chiudono le porte. Noi guardiamo Guantanamo e inorridiamo. Noi vediamo i soprusi del Cile di Pinochet, il Sud Africa dell’Apartheid, l’UK dell’IRA e ci indignamo (“Garage Olympo”, se non l’avete visto, e “In My Country”, se ve lo siete perso, e “Nel nome del padre”, anche). Noi condanniamo la tortura, non saremo mai capaci di seviziare-umiliare-brutalizzare un essere umano, indulgere in atti violenti gratuiti, massacrare facce a manganellate, spogliare una ragazza nuda per deriderla e prenderla a calci meglio, no non saremo mai capaci di tutto questo, non scherziamo dai… Noi siamo italiani brava gente, no?

No, non sempre, non più. Così come Andrea Segre in “Mare chiuso” ci aveva mostrato che le porte abbiamo imparato a chiuderle (chiudendo il mare di Lampedusa nel 2009 e rispedendo al mittente libico dei profughi in cerca di asilo politico), il film di Vicari fa perdere un’innocenza di cui ci credevamo storicamente portatori ― realtà durissima da accettare. Dopo secoli di sbandierata pietas italiana, ecco che scopriamo di poter covare e attuare l’abominio. Noi, come il Cile di Pinochet, il Sud Africa di Siad Barre, noi  seviziamo, umiliamo e  torturiamo.  E non posso accettare la giustificazione delle quattro mele marce che contaminano il cesto sano, i figli disgraziati che nascono in tutte le famiglie… No, qui siamo su un altro livello, parliamo di forze dell’ordine. Delle mani che dovrebbero proteggere e tutelare. Non picchiare gli innocenti (o innocenti fino a prova contraria, se mi tacciate di parzialità) e cavolo, picchiano così tanto e così forte… Ci vuole una notte perché i tonfi sordi dei manganelli contro la carne tenera degli occapanti della Diaz svaniscano ― avevi ragione, Mastrantonio…  La violenza uditiva si unisce a quella visiva: schiene tappezzate di lividi, nasi saltati, labbra scoppiate su bocche ventenni, pozze di sangue sotto nuche impotenti.
Tutti usciamo sconvolti perché ci vergogniamo. Scoprire quello che è sussecco duranta quell’irruzione nella scuola a fine G8, e scoprire quello che NON è successo dopo l’irruzione dal punto di vista giudiziario e penale, ci fa uscire dalla sala con la testa bassa per l’imbarazzo. I ragazzi, i giornalisti, i presenti nella scuola quella notte e massacrati dalla polizia erano per la maggior parte stranieri. Pensate l’opinione che queste vittime due volte ― vittime delle torture e della giustizia negata ― si sono portati nei loro paesi una volta espulsi dall’Italia ― sì, espulsi come ciminali. Pensate al danno subito dai loro corpi e dalla loro memoria, che diventa danno per noi italiani e per la nostra italianità. Siamo diventati i cattivi, i nemici. Foes. Nothing else than foes.

Okay fin qui ho parlato un po’ di pancia…. Non ho potuto farne a meno. 🙁

Dal punto di vista strutturale “Diaz” poggia su un’intelaiatura curata al dettaglio che si sviluppa attorno a due poli geografici precisi: la scuola Diaz e la caserma di Bolzaneto. Ho trovato l’inizio e la fine molto intelligenti. La scelta di cominciare con la ripresa dalla famosa bottiglia lanciata contro la camionetta della polizia che avrebbe agito da casus belli, e la scelta di riproporla per tre volte ― in aria e poi frantumata ― ribadisce graficamente l’inconsistenza, l’insensatezza, di quello che è stato. Come a dire, tutto questo, tutto questo casino per una bottiglia?? E la fine è altrettanto evocativa: il film si chiude con un’inquadratura dall’alto che scorta un treno in mezzo alle montagne (trentine, fa notare accorta l’Anarcozumi ;-)). Il treno accompagna le vittime dell’incursione alla Diaz, passate ― e ripassate ― dal carcere di Voghera all’espulsione diretta dall’Italia. Ed è come se Vicari dicesse, guardatelo: questo è il treno che l’Italia ha perso…

Mastrantonio mi ha fatto giustamente notare che il caso Diaz fece scalpore per poco tempo: l’irruzione avvenne a luglio 2001, e tutti sappiamo cosa accadde l’11 settembre di quell’anno. Una tragedia oltreoceano ha soffocato una tragedia nostrana… Ci sono voluti undici anni per tirarla fuori dalle macerie, e onore a Vicari per aver infilato le mani in quel terreno di silenzio e omertà. Questi atti di archeologia contemporanea sono preziosissimi, servono alla società, all’arte, a noi. E possono esprimersi attraverso voci e modi diversi. Penso a “Sunday Bloody Sunday” degli U2, o alle poesie politiche di Pablo Neruda…

 “Diaz”, per quanto male faccia (e credetemi, ne fa), dovrebbe essere mostrato nelle scuole come si fa con “Schidler’s List”.

Okay, ora faccio un respirone e vado avanti…

 Il programma di supporto “Let’s Movie Loves TFF”, ci spinge e a passare alla terna di film della settimana ― ebbene sì, terna (vi siete risparmiati la tombola, dai…. :-)).

A LONELY PLACE TO DIE
di Julian Gibney
UK 2011, 99’
Martedì 1/Tuesday 1
21:30/9:30 pm
Smelly Modena
Biglietti in prevendita/Advance booking, please

THE LONLIEST PLANET
di Julia Loktev
USA/Germania 2011, 113’
Giovedì 3/Thursday 3
21:30/9:30 pm
Smelly Modena
Biglietti in prevendita/Advance booking, please

ROMANCING IN THIN AIR
di Johnnie To
Cina, 2012, 111’
Sabato 5/Saturday 5
19:30/7:30 pm
Smelly Modena
Biglietti in prevendita/Advance booking please

Come sapete, il Trento Film Festival ha invaso Trentoville, e io non posso che adeguarmi e invadere l’agenda dei miei Moviers. 🙂

L’Anarcozumi, di cui a singhiozzo giungono notizie ma che, tranquilli, risulta essere alive&kicking, ci ha segnalato questi tre film all’interno della programmazione TFF. Il vero “Let’s Movie” è il primo, “A Lonely Place to Die”, ma io andrò anche da Johnnie To, sabato ― se ce lo perdessimo, il Draconian WG Mat non ce lo perdonerebbe mai… “The Loneliest Place” invece se la gioca con Margherita Hack, qui a Trento giovedì sera per un incontro molto accattivante dal titolo “La mia vita in bicicletta” (ore 9 pm in Sala Conferenze della Fondazione Cassa di Risparmio Trento e Rovereto, Via Garibaldi 33, if you are interested).

Mi piacerebbe molto trovarvi almeno martedì sera, nonostante lo Smelly, nonostante l’ “I’ll be missing you” che intonerò con voce Fugees a Mastrantonio. 🙂

Per i vari responsabili delle sedi distaccate di Let’s Movie che non possono beneficiare del TFF, suggerisco di portarsi avanti e provare il tostissimo “Hunger” di Steve MacQueen ― quello di “Shame”, ricordate? 😉

E ora my hungry Fellows, vi servo un tris di riassunti nell’area ristoro, spalanco le dighe del Movie Maelstrom, vi ringrazio dell’attenzione e vi porgo dei saluti, stasera, difficoltosamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Sabato sera è capitato sulla mia strada un film di Gus Van Sant che vorrei segnalarvi. S’intitola “L’amore che resta” e non è il solito romance per trottolini amorosi duda dadadà… È una storia delicata, quasi fuori dal tempo… Tanta tristezza, e poesia… Aggiungetelo alla vostra lista dei must-see, please… 😉

 A LONELY PLACE TO DIE: Un gruppo di cinque alpinisti, gli esperti Alison e Rob, la coppia sposata Alex e Jenny e il più giovane Ed, impegnati in escursioni e scalate nelle Highlands, si imbattono in una ragazzina, letteralmente sepolta viva, nel profondo della foresta. Liberata dal suo luogo di prigionia la terrorizzata ragazzina, che non parla inglese e di cui scoprono solo il nome, Anna, la portano in salvo con loro, diventando così inevitabile preda degli spietati rapitori, disposti ad uccidere senza alcuna esitazione per recuperarla e poter ottenere i milioni di euro del riscatto.

THE LONELIEST PLACE: Basato su un racconto di Tom Bissell, il film segue una giovane coppia esploratrice attraverso le montagne del Caucaso. Quando assumono una guida locale per attraversare la natura selvaggia, il loro rapporto viene messo alla prova in modi inaspettati.

ROMANCING IN THIN AIR: Michael Lau, un attore molto famoso, viene lasciato sull’altare da Yuan Yuan, anche lei attrice, che ha preferito fuggir via con un vecchio amore dell’infanzia piuttosto che sposarsi con lui. Depresso, Michael si ritira per un periodo dalle scene e, per riprendersi dal dolore, affronta da solo un viaggio fino alle remote montagne della provincia dello Yunnan. Qui, ha modo di incontrare Sue, la proprietaria di un albergo il cui marito era scomparso anni prima tra i boschi. Colpito dalla sua dolcezza e dalle continue attenzioni che gli riserva, Michael se ne innamora, ignorando che lei è una delle sue più accanite fan.

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