Posts made in giugno, 2012

Let’s Movie CXXVI

Let’s Movie CXXVI

MOLTO FORTE INCREDIBILMENTE VICINO
di Stephen Daldry
USA, 2012, 129’
Mercoledì 27/Wednesday 27
21:00/9:00 pm
Astra/Mastrantonio’s

Marescialli Moviers,

Aiutatemi a depositare la denuncia del furto subìto in data martedì 19 giugno 2012 tra le ore 7 pm e 8 pm, da parte della Honorary Member Mic di numero 1 ruota posteriore della di lei bicicletta (qui dinnanzi detta “il monociclo”), mentre era sito (il monociclo) in Via Davanti Alla Biblioteca, Trentoville. Giacché il furto incise positivamente sul Let’s Movie della serata, la denuncia viene quivi resa pubblica e non a scopo né di reperimento oggetto smarrito né di effetto intimidatorio nei confronti degli eventuali malfattori responsabili. La denuncia è a solo scopo ricreativo e, al limite, educativo: nel caso in cui i Moviers vogliano passare dal maresciallo al manigoldo (e il passo è incredibilmente breve), sappiano che, perlustrando la Via Davanti Alla Biblioteca nel centro di Trentoville nei giorni feriali tra le 7 pm e le 8 pm, potranno imbattersi in una concorrenza spietata di manigoldame. A quanto pare anche il settore “microcriminalità”, come qualsiasi settore oggigiorno, è saturo di competitors.

Il CdA di Let’s Movie nelle persone della Honorary Member Mic e del Board, stilò in 4 minuti un piano di emergenza per la movimentazione del monociclo da effettuarsi dopo il Let’s Movie “C’era una volta in Anatolia” ― noi di Let’s Movie abbiamo davvero il move-groove nel sangue.
E pensate un po’, il CdA credeva che il film avrebbe risollevato l’umore della serata, facendo dimenticare il sinistro subìto alla sinistrata Honorary Member Mic, e invece fu esattamente l’opposto: il furto risollevò un film che altrimenti avrebbe letteralmente ucciso il CdA. E teatralmente ripeto, “letteralmente ucciso il CdA”. 🙁
Io e la Mic conveniamo nell’assegnazione del WOE, il Worst Of Ever Award a “C’era una volta in Anatolia”, film peggiore persino di “La bellezza del somaro” (sì, Fellow Iak-the-Mate, credimi, c’è di peggio), peggiore persino di “The Tree of Life” (che almeno lì la fotografia meritava), peggiore persino dell’insulso “Emotivi Anonimi” o della fregatura “Paradiso amaro” o del kiarostamiallalarga “Copia conforme” (bestia quanti flop abbiamo collezionato, Fellows… 🙁 ).

“C’era una volta in Anatolia” è uno di quei film da tutti pazzi per i silenzi, i dialoghi assurdi, le scene che non portano da nessuna parte. Tutti quegli elementi che spesso fanno di un film da “vi-prego-basta” un film papabilissimo per la Palma d’Oro (e infatti vinse il grand prix de la Jurie l’anno scorso). Questi frangenti mi irritano un pochino perché purtroppo confermano la solita vecchia equazione di primissimo grado “film corazzatapotemkininano = primopremioassicurato”.
Più che giallo dell’anima o poliziesco metafisico, io direi calvario della carne e dello spitiro. 150 minuti di “mamma mia” sussurrati fra l’incredulo e il sofferente. La trama ve la rissumo in tre parole (e detto da me, persona estranea ai riassunti, fa ridere). Una squadra di poliziotti (che per l’alto tasso di professionalità dimostrata sono uguali uguali ai Carabinieri delle barzellette) attraversano la steppa anatolica per cercare il cadavere di un uomo guidati dal suo assassino (dai tratti somatici fra Buffon e Daniel Day Lewis, per figurarvelo). Dopo molto girovagare (quell’ottantina di minuti…) per l’amena steppa anatolica ― entrata prepotentemente fra le mete turistiche di tutti e 18 gli spettatori in sala ― questa armata Brancaleone (si apprezzi la nobilitazione di quello che a tutti gli effetti appare come un “branco di citrulli”) finalmente localizza il cadavere, lo carica nel baule della macchina e lo porta in una città anatolica non ben precisata ma che in confronto alla steppa fa molto big city life. Qui si procede al riconoscimento del cadavere (da parte della moglie che ha un figlio dai tratti somatici fra Marc Lenders e Marc Lenders) e all’autopsia.
Ecco, forse del film si salva l’autopsia, ma capirete che salvare un’autopsia non solo suona come la più grande contraddizione in termini mai concettualizzata da umana mente, ma anche come troppo magracabra consolazione (si ho fatto la crasi). L’autopsia è abbastanza smart perché non si vede. Si sente. You know what I mean? Quel picio-pacio d’interiora strizzate e crack-crack di sterni segati e stretch-stretch di toraci divaricati… Ecco… Io e la Honorary Member, dopo anni e anni di ER, non ci lasciamo impressionare più da nulla, ma stomaci e orecchi deboli sono decisamente a rischio: vi dico solo che nel momento di crack-crack-torace tre spettatori si sono alzati e se ne sono andati con quella fretta tipica del “let me get out of here!” (volete fare un film e spaventare il pubblico in maniera un po’ innovativa? Puntate sul sonoro…la nuova frontiera sensoriale dell’horror 😉 ).
Autopsia a parte, cos’altro potrei salvare? Mmm… Il finale? No, è altisonantemente criptico. La metaforizzazione del paesaggio brullo come luogo di dispersione dell’umano? No, è paccottiglia criticoidea. Il banalissimo pretesto dell’omicidio per parlare del fallimento esistenziale del Procuratore Legale, la cui moglie si è suicidata? No troppa pretestuosa banalità. Io davvero non so che altro potrei salvare di un film del genere. 🙁

A fine proiezione il Board, grazie all’intercessione del fedele Robin, ha avuto la fortuna d’intercettare al telefono l’itinerante Mastrantonio ― in trasferta a Bologna per godere dei cinema all’aperto bolognesi ― e di discutere a caldo lo smarrimento post-film. Ebbene, scoprimmo che l’itinerante Mastrantonio definisce il film “un capolavoro”, elogiandone “sguardi e dialoghi”. Io e la Mic ci siamo guardate perplesse e abbiamo capito che forse non avevamo capito. O forse il monociclo ci aveva gettato addosso un silly-mood, o forse certi film rimangono dei sistemi chiusi che si schiudono solo a certe sensibilità e in certi momenti ben precisi. Non so. Però vi racconto questo.

L’altro ieri notte ho guardato (finalmente!), “Un uomo, una donna” di Claude Lelouch (1966). Questo sì, un capolavoro. 🙂 L’uomo a un certo punto si rivolge alla donna e le racconta questo: “Sai, Giacometti disse: ‘In un incendio, tra un gatto e un Rembrandt, io salverei il gatto. E poi lo lascerei libero’”. E poi l’uomo commenta: “Vuol dire che tra la vita e l’arte, sceglieva la vita”.

Ecco, per me il regista Ceylan ha scelto il Rembrandt. You know what I mean? 😉

La serata si è piacevolmente conclusa con la riuscita movimentazione del monociclo dell’Honorary Member a Roncabronx ― la fase di caricamento-scaricamenteo ha creato qualche PICCOLA difficoltà, ma il CdA se l’è sostanzialmente cavata… 😉 E per due dalla manualità limitata come noi, non è roba da poco… 🙂

Parlando di due ruote… Lasciate che esprima tutto l’orgoglio che ho in pectore per il mio Fellow Pilo, che si merita il Rampichino d’Oro “Biker Movier” del mese (ma che dico, dell’anno)! Dovete sapere che giovedì, il Fellow Pilo, il friend Marcello e il Board hanno conquistato i 2800 metri dello Stelvio in bicicletta ― ora capite perché il mio carpiato di 15 giorni fa proprio non ci voleva….
I tre hanno capito che Dante ha preso spunto dallo Stelvio per concepire la discesa agli inferi, solo che, malato di contrappasso qual era, ha ribaltato un po’ le cose, trasformando nei famosi gironi discendenti i 48 tornanti che portano sul cucuzzolo della montagna. L’impresa, definita stell(via)re :-), è stata possibile solo grazie all’incredibile supporto, organizzazione e fotoreporteraggio dell’Anarcozumi (and family!), che seguì il tri(o)ciclo nonostante la partenza all’alba e i disguidi idraulici che le funestarono la cucina, sempre all’alba… Per ripagarla, il Board si sta attivando per trovarle un idraulico disponibile, e soprattutto dalle fattezze fassbenderiane. 😉

E adesso taci Board, e sparaci il film della settimana

MOLTO FORTE INCREDIBILMENTE VICINO
di Stephen Daldry

Stephen Daldry è il regista di “The Hours”, uno dei miei film preferiti in assoluto, (e anche di “Billy Eliliot”) ma dato che non voglio buscarmi di nuovo il virus EA1000 (Entusiasmo-a-1000) passato con Lioret 🙁 , stavolta cerco di vaccinarmi, tenere a bada le aspettative, e il profilo basso… Comunque tranquilli, Moviers! L’EA1000 può colpire solo la sottoscritta: voi siete immuni e potete-no-dovete venire a frotte. 😉
E poi il libro alla base del film è di Jonathan Safran Foer, da cui fu tratto “Ogni cosa è illuminata” ― film che tanto piacque al Fellow Giak, che ora si starà chiedendo “ma come fa a ricordarsi??” (Because I know my chickens… 😉 ).
Motivo in più per testare il film di Daldry…

E anche per oggi, dopo furti, denunce, calvari cinematografici e salite infernali, è tutto ― ah non c’è di che annoiarsi in Let’s Movie… Vi ringrazio sempre, e un giorno o l’altro mi spiegherete se la vostra pazienza è vera o presunta ― sappiate che è parimenti apprezzata in entrambi i casi (the art of lying is yet an art…). Il risssunto è giù che vi aspetta in centrale, dovete solo guadare il Movie-Maelstrom, e i saluti, stasera, sono manigoldieownmanamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard

Questa è stata la settimana del -ciclo, mono e bi, a seconda delle pendenze, delle robberies e dei momenti.
Proporvi “Bicycle Race”, http://www.youtube.com/watch?v=77nD3pJZWi8&feature=player_embedded#! , parrà scontato, ma fa sempre piacere rivedere questi bikers nude-look e Freddie così giovane e sentire li campanelli drin-drin-drin… (Ma sapevate che il video, quando uscì nel 1978 sollevò un vespaio di polemiche pazzesco e fu censurato?? Alla faccia della free-thinking Britain! Io ovviamente vi sono per la versione non censurata… 😉 )

MOLTO FORTE INCREDIBILMENTE VICINO: Tratto dal romanzo omonimo di Jonathan Safran Foer (2005). Oskar Schell ha 9 anni, si veste di bianco, ama le invenzioni e la fotografia. Suo padre è morto nell’attacco terrorista alle Torri Gemelle. Incapace ad elaborare il lutto, il ragazzo gira allora per New York con la sua macchina fotografica e con la chiave, che ha scovato per caso nel magazzino del padre, alla ricerca di una misteriosa porta che, se aperta, dovrebbe svelargli l’ultimo messaggio paterno.

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Let’s Movie CXXV

Let’s Movie CXXV

C’ERA UNA VOLTA IN ANATOLIA
di Nuri Bilge Ceylan
Turchia 2011, 150’
Martedì 19/Tuesdsay 19
20:30/8:30 pm
Astra/Mastrantonio’s

Mohican Moviers,

La squadra ingegneristica di Let’s Movie, capeggiata dal Fellow Iak-the-Mate, propone con insistenza un modello di movie-mail a venti righe. Io reagisco con quella forma di comprensione che è solito assumere Toro Seduto nei confronti del giovane Nube-che-corre.
No perché innanzitutto dobbiamo cominciare con l’accogliere due nuovi Moviers in Let’sMovieland, il cine-parco giochi che non vi costringe nemmeno a relazionarvi con la figura mesozoica di Prezzemolo. Diamo il benvenuto a Marco, detto Fellow Sherlock, per le sue capacità enogastonomico-investigative, e Massimiliano detto il Fellow Esterno, per le sue capacità da esterno nelle serate enogastronomico-investigative, che per altro vide il Board nel contesto bike-crash di due settimane fa ― sì Trentoville è piccola, e l’ospedale mormora. 🙂

Come già menzionato sabato, my two new Moviers, Let’s Movie vi annette e non vi cede più ― scordatevi gli scambi da Monopoli io-ti-do’-Viale-dei-Giardini-e-tu-mi-dai-Largo-Augusto (ts). Mettetevi pure comodi, e non fate caso alla svogliatezza che a tratti s’impossessa dei vostri Fellow Moviers: si lamentano un po’, ma son più buoni del cotton candy. 😉

Il Fellow Carrot Pie, per esempio, rincontrato dopo 2 anni di latitanza durante l’impresa della domenica (Trento-Bondone-by-bike con Fellow Pilo in forma smagliante 🙂 ), si dice colpevole della latitanza, ma si ripromette di recuperare tra una pedalata di 8 ore e l’altra. Più cotton candy di così?!? 😉

Vedi Nube-che-corre, sbrigata l’ordinaria amministrazione del movie-membership, dobbiamo stilare il rendiconto sulla presenza letsmoviana di martedì scorso. La probabilità con cui l’Anarcozumi  aveva classificato la sua presenza si attestava intorno al “2 su 100”, per via della giornata in ufficio finita alle 8:00 pm, e l’impossibilità di realizzare il rientro a Sopramontown e la discesa back-to-Trentoville per le 9 pm. Il Board, un po’ Britney per la prevista loneliness, con aria fiammiferaia e andatura da acciaccata per il carpiato sull’asfalto (sempre lui, lo ricordate, sì?) raggiunse MastrantonioMandrake, colui che tutto sa. Ebbene, ancora una volta l’Anarcozumi dette prova dei suoi super-poteri. Non solo si presentò con 7/8 minuti d’anticipo acquistando pure il biglietto al Board (!), ma fu persino in grado d’infilare dei Sofficini tra l’andata a casa e il ritorno a Trentoville, neutralizzando così lo starving in nome del let’smoving.
Rimaniamo sempre stupefatti dai talenti tempistico-culinari dell’Anarco, maga dello spazio-tempo e dell’universo Findus. A proposito di Anarco. Ci tengo a far sapere a tutti i Moviers che la ragazza sta seguendo le riprese di un nuovo film (“La montagna silenziosa”) ambientato da queste parti, ed ha passato gli ultimi giorni in compagnia di Claudia Cardinale (cioè, non Pamela Petrarolo, Claudia Cardinale) e William Moseley (cioè non William Moseley, William Moseley…Scherzo dai! È quel kid delle Cronache di Narnia… :-)).

Al rendiconto aggiungiamo ― con non poca fierezza ― anche la partecipazione della Fellow Aripy, la nostra dea indi (rock? Indagheremo) che sfruttò la propria divinità in nome del Movier-recruiting e convinse anche le Fellow MorAles (Alessandra, capello corvino e appeal chicano) e la Fellow Irene, detta Brooklyn, che ci legge sempre, ma che era al suo primo Let’s Movie in carne e ossa ― la conferma che mi leggete sul serio a volte mi disorienta! Irene, ovviamente la tua cine-identità, Brooklyn, è legata tensostrutturalmente al tuo cognome… 😉 Insomma, possiamo affermare con ragionevole sicurezza che martedì si tenne il primo gineceo lezmuviano.

E guardate, son contenta come ‘na matta che il film abbia riscosso 10 thumbs up ― come sapete, Let’s Movie si affida a “Thumbs up/down”,  il sistema di rating più funzionale sul mercato dai tempi di Fonzie. E sono stata contenta di condividere il film con altre quattro Movier perché mette a nudo un lato di Marilyn che è ― o può essere ― tipicamente femminile. Il regista ha volutamente scelto di evitare le vicende e i love affairs e gli scandali e la morte e il post-mortem della diva, preferendo invece investigarne la fragilità e l’insicurezza ― e non che gli uomini non siano fragili&insicuri, anzi, ma la diade, diciamo, riguarda più l’intergalassia “donna”…

Marilyn poteva essere la femme fatale più fatale che possiate immaginare ― c’era qualcosa di estremamente potente nel modo che aveva di porsi e di stregare tutti, politici, scrittori, sportivi, reali, poveracci, tutti. Ma poteva essere anche la più borderline delle affette da carenza cronica di autostima. Ed è esattamente questo che mi ha fatto apprezzare il film e Marilyn ― il fatto che fosse adorabilmente (e tragicamente) umana: le dee non conoscono carenze croniche di autostima. Curtis ha preso il personaGGIO Marilyn e, spogliandolo di quel -GGIO finale che trasforma infaustamente la persona in un’istituzione/macchina-da-soldi, ne ha mostrato la persona.

Francamente siamo tutti un po’ stanchi della rappresentazione del mito Monroe. Su di lei s’è scritto e inscenato di tutto e di più. Libri, film, documentari, fiction (tanto più quest’anno che è il 50esimo anniversario dalla morte). Ma per quanto abbiano cercato di far emergere l’aspetto umano del mito, il mito è rimasto sempre più forte: la leggenda Marilyn Monroe schiacciava lo scricciolo nato Norma Jane Beaker. Ho sempre trovato l’operazione della demitizzazione del mito uno strumento molto interessante e utile per la società. Del mito, che prima di esserlo era una persona, vanno rese note le fallacità umane che porta con sé. Purtroppo questo tipo di operazioni non vengono compiute spesso nel cinema. Nei documentari sì ― conditevi i Quattro-Salti-in-Padella serali con dei Minoli in “La storia siamo noi” e vi farete delle gran scorpacciate di “Ma chi era veramente Marilyn Monroe?” ;-). E anche nei libri. Ma i film tendono a riproporre la storia drammatica di questa donna straordinaria, non gli aspetti del carattere ― come, appunto, l’insicurezza ― che la contraddistinsero (facendola tanto tribolare), come donna e artista. L’obbiettivo dell’establishment hollywoodiano è quello di calcare sull’immagine dell’eroina tragica e rinsaldare ancora di più il mito ― tante più magagne capiatano a un essere umano già di per sé speciale, tanto più l’essere umano si sposta su un piano distante da noi, esseri umani “normali”. E quindi via di fiction e miniserie con lei tra i due fratelli Kennedy, la CIA, il Nembutal, il sacco nero che inghiotte il suo corpo senza vita… Mai che si sia riusciti, prima del film di Curtis, a catturare il senso d’inadeguatezza che i suoi occhi racchiudevano quando non si sentiva all’altezza (e capitava moooolto spesso).

Il titolo originale del film, “My Week with Marilyn” è molto più corretto di quello usato in Italia, “Marilyn”. Il film è infatti la cronaca (un po’ romanzata? Forse un po’, who knows…) di un giovanissimo assistente alla regia (Colin Clark), che si trova a passare una settimana al fianco di Marilyn sul set britannico de “Il principe e la ballerina” del regista mostro sacro Laurence Olivier. La storia è vera, e questo aggiunge un buon  sapore al film, devo ammetterlo: è bello pensare a questo virgulto di ventiquattro anni alle prese con una delle donne più grandi (nel bene e nel male) e complessate degli ultimi 100 anni. Un virgulto che è in grado di scavalcare la diva e dare un briciolo di fiducia allo scricciolo… Ecco sì, è questo che mi è piaciuto di più. Vedere lì, sullo schermo, lo scricciolo. Niente diamanti,niente happy-birthday-Mister-President, niente di niente. Solo la donna, angosciata dall’ossessione di non essere mai abbastanza brava. E il domino di effetti psico-fisici che una turbe simile può provocare in una donna pur speciale come era lei. In questo modo si capisce anche che i suoi “capricci” in realtà non erano semplici  capricci, ma vere e proprie fisime di cui Marilyn non era portatrice (mal)sana,ma schiava… Le ore di ritardo con cui si presentava sul set e la necessità di muoversi circondata da uno stuolo di collaboratori erano da ricondursi al bisogno di ridurre quanto più possibile la sfiducia in se stessa di cui invece era portatrice (mal)sana. Sono grata a Simon Curtis per il gesto (umanissimo!) di umanizzazione che ha compiuto nei confronti di questa leggenda,  che prima di essere questo, una leggenda, era una donna fatta di tante “settimane”….  Dopo che i rotocalchi, la tv e persino l’arte (pensate a Warhol, a Mimmo Rotella…), l’hanno sfruttata così tanto, un gesto umano e umanizzante serviva proprio…

Due parole su Michelle Williams… Ma quanta cavolo di strada ha fatto dai tempi di Jen Lindley in “Dawson’s Creek”??(Che il Board post-adoloscente perversamente adorò per anni, come testimoniano le vittime Fellow Archibugia Katrin e il Principino di Busa Bel-air… :-)). Immaginate che tramarella, all’idea di interpretare forse l’attrice più difficilmente interpretabile di tutti i tempi. E se l’è cavata alla grande. Non ha esagerato, non è caduta nella tentazione della mimesi, sebbene il lavoro di studio del personaggio e della gestualità monroeoiana ci siano stati ― il modo in cui portava il dito alla bocca, quando pensava, oppure il modo irripetibile con cui sbatteva gli occhi, Marilyn madre di tutte le Bambi di questo mondo. Ma non va mai oltre, si controlla: la Marilyn che Michelle deve interpretare NON è il personaggio, ma la persona.
Perciò brava Michelle, che ha portato molta Nora Jeane Baker nella sua Marilyn …

E dopo il rendiconto, dobbiamo far seguire la programmazione della settimana

C’ERA UNA VOLTA IN ANATOLIA
di Nuri Bilge Ceylan

Vincitore l’anno scorso del Grand Prix de la Jurie al Festival di Cannes, finalmente il film arriva in Italia ― il Mister Mastro lo portò in anteprima nazionale (cioè, nazionale, altro che Prandelli) mercoledì scorso ― il film viene definito un giallo metafisico o un poliziesco dell’anima. Non vi lasciate spaventare dal metafisico e dall’anima: prendete il giallo e il poliziesco! E venite a vedere quale delle due definizioni gli si addice di più! Mister Mastro ne è nazionalemente entusiasta. 🙂

“Ecco, tu vedere?” disse il Board Toro Seduto a gambe incrociate davanti al Fellow Iak-the-Mate, incarnato in Nube-che-Corre. “Venti righe non essere proprio proponibili per Let’s Movie. Ma tu essere giovane Nube, e tu proporre idee non proponibili. Tu ascoltare il tuo Board seduto da toro: tu correre su strada, Nube, che io, correre su carta….E tutti volere Pinguino Delonghi”. 🙂 🙂

E ora Fellows, dopo questa valangata d’idiozie che stasera vi ho proposto in quantità superiore alla norma, mi congedo e vi ringrazio. Potete fumarvi il riassunto nel calumet accanto al mio tipì, laggiù, e accettare i miei saluti, che stasera sono nativamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

C’ERA UNA VOLTA IN ANATOLIA: Nel cuore delle steppe dell’Anatolia, un assassino cerca di guidare una squadra della polizia verso il luogo dove ha sepolto la sua vittima. Nel corso di questo “viaggio” emergono gli indizi di cosa è davvero accaduto.

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Let’s Movie CXXIV

Let’s Movie CXXIV

MARILYN
di Simon Curtis
USA, 2012, 96’
Martedì 12/Tuesday 12
21:00/9:00 pm
Astra/Mastrantonio’s

Forza-Quattro Fellows,

Questa è stata la settimana della convergenza. Le gomme non c’entrano, e nemmeno gli astri. Uso “convergenza” perché nell’oceano di atlantica saccenza grammaticale in cui sguazzo non conosco il participio passato del verbo “convergere” (“converso” fa troppo All Stars, no?). Quindi ho capovolto la frase, che per questo mi guarda un po’ nauseata: “Questa è la settimana della convergenza” sa proprio di pneumatici e Paolo Fox. 🙁

Intendevo la convergenza degli argomenti, degli accadimenti, dei motivi e dei non motivi. La pianto di fare la vaga e vado dritta al punto. Domenica scorsa, come sanno tutti i Moviers (o quasi) siti in quel di Trentoville, il Board ebbe da questionare con un tombino che si frappose tra l’asfalto e la sua discesa in bicicletta. Mancavano suppergiù 38 secondi all’arrivo (casa), e toh, decido di provare il tuffo carpiato dalla bici  ― eppure dovrei saperlo che la statale è una statale e che le piscine stanno altrove. Il caschetto, l’avevamo lasciato sullo scaffale dei Decathlon che popolano le nostre città in forma di Sportler&Cisalfa, quindi la testolina del Board rimbalzò aranciameccanicamente sulla statale. Tranquillizzo subito i Fellows impressionabili: c’è un gran bel lieto fine a tutto il dramma che sto golosamente cucinando per voi. 🙂 Sì perché il Board fu subito tratto in salvo da due angeli custodi, tanto che “Il cielo sopra Berlino” è passato dall’essere film incomprensibile a documentario verità sulla vita della specie cherubens.
Insomma, vi risparmio i dettagli che un bravo regista saprebbe risparmiarvi con una bell’ellissi, anzi no, con un collage d’istantanee che raccontano a spot le vicende: l’interno dell’ambulanza, i capelli tinti di biondo dell’infermiera a ER, l’oblò della TAC in cui il bucato siete voi. E giungo alla fine, con il Board che se l’è cavata, conTusa&felice, con un gran bel mal di collo e qualche graffio, ma alive. 🙂
Ed è come se avessi vissuto tutto questo in preparazione-anticipazione di quello che avrei visto mercoledì nel film “La guerra è dichiarata” ― una specie di première su un black carpet.
Il mio volo carpiato sulla statale sotto Povorock ha preannunciato numerosi gettoni che il film della Donizelli avrebbe giocato. E quando mi sono ritrovata mercoledì al cinema, ho capito che ogni tanto la vita finisce esattamente per essere come la griglia del Forza Quattro, il gioco che ci riempiva le camerette insieme al Monopoli e Indovina Chi?. In un certo momento i gialli o i rossi convergono in una determinata sequenza, che lo vogliate oppure no, si mettono in fila per quattro. E così succede un po’ anche nella vita. I fatti si chiamano l’un l’altro, le coincidenze tramano incredibili geometrie, e voi finite per ritrovarvi con tutti i gettoni allineati, quasi senza accorgervene: tutto, per una volta, finisce per trovare una sua collocazione. Una coerenza.

“La guerra è dichiarata” è un film che parla di vita, morte e speranza. Credetemi, alla Donzelli poteva uscire un drammone di quelli che in confronto “Fiori d’acciaio” fa sbellicare dalle risate.
Pensate al fegato di ‘sta regista: non solo ha scelto una storia vera (rischiando anche di cadere nell’ormai celeberrimo cine-ciclo del pomeriggio massaio estivo “Tante storie”), ma ha scelta la SUA storia, cioè quello che lei, l’ex-compagno e il figlio Gabriel hanno vissuto un po’ di tempo fa quando a Gabriel, due anni d’età, diagnosticarono un tumore al cervello. E, non contenta, ha scelto di interpretare se stessa e di far interpretare l’ex-compagno all’ex-compagno, Jérémie Elkaïm! Quelle courage, la jeune fille!
Raccontando ciò che è successo loro, Valérie spinge quei cinque anni difficilissimi della sua esistenza dentro la macchina da presa e ne tira fuori un grido di gioia e di speranza di rara forza e delicatezza ― non so, ma forza e delicatezza in questo film vanno di pari passo. E il risultato è una delizia. Sì, ci sono ospedali, dottori, TAC (la convergenza, ricordate), si citano nomi spaventosi ― cancro “rabdoide”… cioè “rabdoide” suona come una specie di pterodattilo ― che atterrirebbero chiunque, ma tutto quanto di spaventoso e agghiacciante può esserci dentro l’idea di un tumore che macchia la testa di un bambino, viene annientato dall’energia e dalla grinta di questi due genitori giovanissi-et-innamoratissimi, un po’ incoscienti-et-determinati. Così determinati, Moviers!
Il titolo “La guerra è dichiarata” descrive il loro progetto bellico nei confronti della malattia del figlio. Tu, bestia dal nome pterodattilo hai attaccato il nostro nucleo familiare, bene, noi due, due forze della natura ― che ci chiamiamo Romeo e Juliette e ci siamo conosciuti scambiandoci una pasticca di estasy ― ti facciamo un mazzo tanto.  Questo, sembrano proclamare questi due (innamorati) matti. E il film è un’inno al “reagire”, anche quando “subire” sembra essere il destino che li perseguita. Niente sconforto, niente lacrimoni. E la vita(lità) che, attraverso una battaglia di amore e dedizione e pazienza, risponde al male e gli si rivolta contro, e vince. È un film toccante perché non si può non essere toccati dalla vita che sconfigge  la morte: è più forte di noi. Non si può non essere toccati da questi due giovani mamma e papà che sono costretti a a passare i mesi (be’, anni) in una clinica orrorosa nella periferia parigina e che colgono tutte le occasioni possibili per non perdere il contatto con la vita, rotolandosi nel giardino innevato o correndo la cavallina per i corridoi asettici… E che alla fine la spuntano, o meglio, Gabriel la spunta…
La tenacia di questi due pazzi sta scritta in una battuta. Romeo chiede a Juliette, “Perché è capitato a noi due?” ― domanda topica e tipica in quelle circostanze. E lei, con uno sguardo acciaio inox 18 10, gli/si/ci risponde: “Perché noi ce la possiamo fare”. Il soldato Jane? Ts, ‘na mammola… (e pensate che lei, Valérie-alias-Juliette, c’è passata davvero…).

“La guerra è dichiarata” va visto per la speranza che vi soffia addosso come uno scirocco dopo mesi di tramontana, ma anche per la mano con cui è stato girato. C’è una versatilità di scelte tecniche e modi registici che ti fanno godere il film anche da un punto di vista formale. Per esempio la voce fuori campo, regolata al punto giusto, una volta tanto: né troppa, né troppo poca, né patetica, né fredda. Oppure la bellissima scena ― speculare ― che coglie l’istante in cui Romeo e Juliette apprendono del tumore. Lei che corre all’impazzata in Trainspotting-mood giù per i corridoi bianchi e deserti dell’ospedale su una musica acida e perfetta, per poi crollare estenuata, ed essere raccolta da un infermierone gigante-buono. E il grido di dolore preistorico di Romeo, la sua furia che distrugge tutto, per strada.
Il montaggio poi è volutamente non lineare, e le musiche volutamente antitetiche (classiche e scattose, lente e sincopate).
Non vi scompiscerete come a “Quasi amici” ma di “Quasi amici” “La guerra è dichiarata” segue la missione, come s’era detto, di sconsacrare il sacro mostro della malattia. Valérie Donzelli ci riesce, ci riesce al quadrato. E spero che scegliate di vederlo, prima o poi, questo film, per quanto tough, e non proprio da serata-svacco.

Come vedete oggi ho stravolto l’ordine degli elementi ― sarà un po’ l’effetto “bouleversement” post bike-crash. Dove sta Mastrantonio?, vi chiederete. E dove stanno i ringraziamenti ai Moviers?

Quanto al Mastro, Robin, impressionato dal collarino del Board, ci disse che il Boss era “a spasso”, ma a noi piace pensarlo nella stanzina segreta che custodisce la Grande Macchina del Cinematografo, mentre, come un famoso Alfredo, cuce frammenti di baci censurati per farne collari, ehm collane, COLLANE, di sogno… 🙂

E quanto ai Moviers, purtroppo il Board, seduto in terza fila e impedito dal collo anchilosato e dal collarino odi-et-amo,  non poté girarsi per contare i mare&monti di Moviers che riempivano le fila dietro… Quindi, per non fare torti a nessuno, non ringrazierà nessuno (e con questa derappata diplomatica, Fellows, ci salviamo tutti quanti… ;-)).

Però lasciatemi avanzare una menzione speciale alla Honorary Member Mic, che era pronta a raggiungerci, non avesse subìto i capricci della macchina costipata, e l’Anarcozumi, la cui tabella di marcia tennistica, il Board, non si permetterebbe GIAMMAI d’intaccare ― gli sportivi saranno SEMPRE giustificati da Let’s Movie! 😉

Ah, lasciatemi anche infilare un altro gettone nel nostro Forza Quattro… Il film mi ha ricordato che in francese “neo” si dice “grain de beauté”. Per noi il neo è qualcosa di brutto, ha un’accezione negativa. Per il francese è un “grano di bellezza”… Pensate a tutto quello che può essere capovolto così  ― e a quanto a volte sia la lingua stessa, a veicolare l’ottimismo. Pensateci un po’. Un incidente che svela l’affetto vero delle persone… Un’occasione perduta che oscurava un’occasione più ghiotta… Un amore finito che pensavate fosse amore e invece era un calesse…

Oggi, come vedete, “le bouleversement” spopola.

Ma quindi, alla fine di tutto, prima di passare al film de la semaine, capite perché il Forza Quattro? Perché stiamo come d’autunno sugli alberi le foglie, come il bike-crash e il film ci hanno detto. Perché la carne è fragile ― tombini, malanni, amori, tutto lì che attenta alla nostra salute psico-fisica. La vita è fruscio, e l’uomo è frusciante, come Jack, uscito dal gruppo.
Ultimissimo gettone, promesso…. La convalescenza mi ha permesso di fare Don Abbondio e passeggiare pei monti, a orari consentiti dalla legge, con un libro in mano. Solo che al posto della Bibbia noi avevamo Brizzi. 🙂 Che ridere Fellows, che santo ridere certe pagine! E guardate, avete il dovere morale di prendermi in giro: alla mia veneranda età non avevo ancora letto questo libro adolescenziale ― ma non è che uno fa un incidente e si legge i Bruder Karamazov… Lo consiglio a chi ha un carnale bisogno di ridere, e farsi un salto trans-generazionale…
“E tutti e due andavamo in Inghilterra, d’estate: Alex, spedito in determinate Inghilterre di cartone per turisti milanesi, a imparare i phrasal verbs; Martino, presso misteriosi amici locali, a bere e vomitare, spaccare sedie, e bere, e.” …Cioè Fellows, i “phrasal verbs”… E “A bere e vomitare, spaccare sedie, e bere, e”. Finire sul paratattico mi sembra da sballo!

Ringrazio il Sergente Fed FFF per avercelo prestato, una quantità imprecisata di mesate fa.

 Ma eccolo qui, le film de la semaine

MARILYN
di Simon Curtis

 

E guardate che sono brava, per proporvelo non abuso nemmeno del pu-pu-pi-du  o di altri luoghi comuni marilyniani… Propongo questo film perché trovo che Marilyn sia una figura splendidamente tragica del ‘900, una di quelle donne diventate dee senza sapere che il divino finisce per schiacciare l’umano ― sempre. Marilyn è vittima dell’altro tanto quanto dell’io, e questo duplice capestro di diamanti imposti e autoimposti, l’ha portata alla tomba. Voglio proprio vedere com’è stata resa in questo film, ma fruni-freno le aspettative, cheèèèmeglio …

Per chi di voi non l’avesse visto, segnalo anche il meritevole “Good Morning Aman” da Mastrantonio, giovedì alle 9:00 pm, ingresso 5 Eurini. È un film interessante e affatto scontato, e ricordo che due anni fa Mastrantonio, nei panni di Antonio, aveva invitato in sala il protagonista, Said Sabrie ― l’Anarcozumi sempre al mio fianco… 😉  Che mostro di connections, il Mastro

Okay Fellows, campioni di giochi da tavolo e adorati infermieri, per oggi è tutto… Vi ringrazio per l’attenzione, e per il supporto che mi è arrivato in questi giorni da ogni dove… You are so blimey fantastic…! 🙂 E prometto di stare più attenta quando indosso i panni del Biker Board, Fellows, perché come ricorda il Fellow Big con fraterna saggezza, stavolta mi son giocata il jolly…

Ora vi centrifugo due cosucce nel Movie-Maelstrom, vi stendo un riassuntino in terrazzo, e vi porgo dei saluti, che stasera sono giocoforzatamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard

French freddura da “La guerra è dichiarata”.

“Negli ospedali gira questa battuta: sapete qual è la differenza tra un chirurgo e Dio?”
“Dio non si crede un chirurgo”.

Tschhh

Mi va di copiarvi anche questo pezzettino di Italia ’90 da “Jack Frusciante è uscito dal gruppo”, e farvi fare un salto indietro come vi sarà successo, credo, ripensando al Forza Quattro: “…E poi c’erano gli Abbracci che con la vodka ghiacciata, Cristo, ci andavano quasi a nozze. Gli Abbracci non esistevano quando loro erano piccoli: c’erano solo i frolls, quelli al miele, quelli con la granella di zucchero e pochi altri tipi che già sembravano buonissimi in confronto agli Orosaiwa secchi, che si scioglievano sempre nel tè caldo prima che si facesse in tempo a tirarli su”.

Gli Orosaiwa nel tè, God… 🙂

MARILYN: Colin Clark, assistente sul set del film “Il principe e la ballerina”, documenta l’interazione tra Olivier e Marilyn Monroe durante la produzione dello stesso film. La storia si concentra tanto sulla love story improbabile tra la Monroe e Clark, quanto sulle difficoltà della superstar di affrontare le trappole della notorietà.

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Let’s Movie CXXIII

Let’s Movie CXXIII

 LA GUERRA È DICHIARATA
di Valérie Donzelli
Francia 2011, 100’
Mercoledì 6/Wednesday 6
21:00/9:00 pm
Astra/Mastrantonio’s

MimmoMania Moviers,

Puo’ un mercoledì di maggio farsi teatro di un’epifania annunciata? Ma soprattutto, puo’ un’epifania essere annunciata? Ma soprattutto SOPRATTUTTO, posso io cominciare un movie-messaggio così, e provocare una morìa di Fellows che non si vedeva dal ‘15-18?? Del resto il marketing non è mai stato il mio forte… 🙁
Il fatto è, Moviers, che mercoledì è stato un giorno in cui finalmente si è realizzato il matrimonio a cui spero di assistere ogni volta che propongo un film: la sacra unione di aspettativa e risultato. Purtroppo son nozze che la maggior parte delle volte non s’han da fare, e il Board se ne esce dal cinema abbacchiato, le pive nel sacco (ma lo capirò cosa sono ‘ste pive un giorno o l’altro??), la fronte corrugata che mi accoglie nello specchio di casa una volta rientrata, e lo sbuffo colossale che mi zefira dentro. Stiamo pensando d’iscriverci all’EE, gli Entusiasti Esosi, soggetti affetti da hybris cinematografica incontrollata ― dopo gli Alcolisti Anonimi e gli Entusiasti Esosi vengono ovviamente gli Inguaribili Inetti, e guardate, potrei continuare per tutte le vocali, ma ho pietà di voi. 🙂
Mercoledì, dicevamo. Già la congiuntura letsmovieana era quanto mai favorevole. Il Fellow Truly Done si faceva trovare con dei notevoli minuti d’anticipo in zona dintorni mastrantoniani con un e-book nelle orecchie (noi che apparteniamo alla generazione del cartaceo fatichiamo ancora a pensare ai libri senza le pagine, ma quella “e” davanti al “book” ha segnato definitivamente il destino della cellulosa da mo’, quindi la pianto di fare tanto la reazionaria 🙁 ); la Honorary Member Mic, giunta da Mastrantonio zoppa(s) che più zoppa(s) no se puede, e pure a bordo sul suo bolide a due ruote (no, non una Ducati Desmosedici).
Mi consideravo già un Board fortunato con due Moviers all’attivo per un film tanto annunciatamente “difficile”. Ma scoprirò, l’indomani, che non eravamo i soli Moviers… La calca di Paladiniani presente in sala ci nascose l’oro della nostra Fellow Vaniglia che ci cercò in lungo e in largò, ma ahinoi, non ci trovò, la sventurata ― poi magari mi spiegherete perché ogni tanto mi esce questo tono tra Pulci e Manzoni. E io, Buscaglione-Board le dico, t’ho cercata, t’ho invocata,  per tutto il cine t’ho implorata… ma tu eri piccola, ma piccola, tanto piccola, cosi’… 🙂
Come posso spiegare io a parole quello che la mano di Paladino ha tradotto prima in arte plastica e poi in arte cinetica ― luce, aria, movimento? Come posso senza proporvi un pippone mai pippato prima? Vedete, “Quijote” non è un film che ti guardi una sera perché non sai come passare il tempo, o perché in ufficio tutto ti sembra gramo, l’odore di ragnatele del collega, la fotocopiatrice degli anni ’90, e voi a fine giornata cercate un modo per non pensare a niente. No. “Quijote” è una scelta che dovete fare consapevoli che quello che vedete sarà così cerebrale e sensoriale e alto e tanto e pesante e pieno e grosso e maestoso e incomprensibile e inafferrabile e spaventevolmente umano e ultraterreno che l’ipotesi d’infilare il dvd nel lettore e spararvi 75 minuti di svago ammazza-giornata non è proprio contemplabile.

“Quijote” è come entrare in un museo e camminarlo, vederlo prendere forma intorno a voi. I quadri e le sculture perdono le tele e assumono una sorta di identità ora carnale o materica, si fanno corpo raggiungendo un livello organico che vi permette, spettatori-visitatori, di conoscere un’altra dimensione dell’espressione artistica. Le opere d’arte hanno subìto una metamorfosi, anzi, un cambiamento di stato ― dallo stato materico sono passate a quello cine-matico/matografico come attraverso una specie di sublimazione intersemiotica (detta così sembra ‘na brutta malattia, ma non lo è, fidatevi…). E voi vi ritrovate dentro queste ambientazioni scarnificatamente potenti che solo lui, solo lui, my mania Mimmo, sa ricreare ― evocare, il verbo giusto è evocare. E tutto è lì, intorno a voi, esiste, respira. La ghiaia, il cemento, l’aqua, le pale eoliche.

Tutto. Paladino, che è generoso e coltissimo e smart più di qualsiasi Cantor a cui potreste pensare, non traspone solo la sua arte nel film, i suoi meravigliosi ossessionanti cavalli di ferro, i suoi elmi, le sue maschere. Mimmo affianca ai motivi cari al suo immaginario (sconfinato e affascinantissimo) una trama di rimandi a innumerevoli altri artisti. Il “gioco” di scovarli e identificarli non si esaurisce in un mero atto di virtuosismo sherlockiano. Il cavallo di Troia che prende fuoco a mezz’aria, o i Sette Savi di Fausto Melotti anch’essi in fiamme in cima a una montagnola di pietre o l’interno bucherellato di un’Apecar che non è un semplice interno bucherellato di un’Apecar ma la tela perforata di Fontana, o la terra gretta dei cretti di Burri, o le monadi visive di Capogrossi (le monadi sono delle figurette primordiali che stanno a metà tra la preistoria e alien) che ornano una parete, oppure le suggestioni ocra che ricordano Tapies, o Arman, o i teschi di Enzo Cucchi (presente anche come attore nei panni di Mago Merlino), e ancora i paessaggi incredibilmente da paura&panico, ― paura&panico Fellows! ― apocalittici, desertificati, eliotiani, con rimandi all’arte bizantina, a Giotto, a Bosch, ma anche a Piero della Francesca (credo), e che gettano il passato e la contemporaneità in una atemporalità priva di qualsiasi elemento temporalizzante (ripigliamo fiato), tutto questo rientra nel lessico figurativo che Paladino ha scelto di adottare per raccontare il suo Don Chisciotte, dando prova di aver talmente interiorizzato la storia dell’arte e la letteratura, e il passato e il presente, da plasmare un creato tutto suo, che contiene e omaggia tutti gli artisti che ho citato ― e i tantissimi che sicuramente non ho colto. Se fosse letteratura e fossimo dei formalisti, parleremo di labirinti delle isotopie… Ma non siamo formalisti, siamo Fellows, e ci piace l’arte in quanto tale, non le etichette che cercano di spiegarla. 😉

E non dimenticatevi che il film non è un atto autocelabrativo che Mimmo fa della propria arte ― non c’è esibizionismo fine a se stesso, c’è la volontà di portare la propria arte e quella altrui a un altro livello, come dicevamo. E tutto questo è un linguaggio attraverso cui Paladino ha deciso di raccontare non se stesso, ma le avventure di Don Chisciotte. Vedete, il genio è colui che trova una nuova lingua, un nuovo modo per interpretare ed esprimere il non-espresso ― in fondo Einstein, Lennon, Coco Chanel, Steve Jobs sono passati alla storia per questo: hanno inventato modi nuovi di “dire” le cose…  Paladino ha preso il capolavoro di Cervantes e l’ha raccontato attraverso un codice che passa non solo per l’arte sua e di altri, ma anche attraverso altri media, come per esempio la poesia ― vedi gli inserti del poeta Edoardo Sanguineti  ― e anche attraverso rimandi al cinema ― impossibile non trovare “Il settimo sigillo” nel mirabile incontro tra Don Chisciotte e la morte (citazione della morte che dovete segnarvi:“La morte non è spietata. È puntuale”…).

Chisciotte è un personaggio che non solo ha segnato l’inizio della modernità in letteratura, consegnandole il primo grande anti-eroe di tutti i tempi, ma che investiga anche l’insanabile dissidio tra la fantasia e la realtà, e la delusione dell’uomo che deve riconoscere la lontananza dell’una dall’altra. Don Chisciotte ― “che tanto lesse e tanto poco dormì che gli si prosciugò il cervello” e ogni riferimento al soggetto ivi scrivente è puramente CASUALE 🙂 ―cerca di sanare questo insanabile dissidio portando la sua “visione” distorta nella realtà. Alla Honorary Member Mic, “è presa una voglia matta di leggere Cervantes”, una voglia che condividiamo: per capire quanto dobbiamo a questo folle “cavalliere errante”.

A questo proposito, e a proposito del suo film e  del cinema in generale Paladino ha commentato: “Il cinema e’ contemplazione sognante. La stessa dei bambini. Dare forma alle nuvole…. Un film lunare che chiede di essere visto cercando il cavalliere errante che da qualche parte e’ perso in ognuno di noi”. Se poi pensate che FRUTTero&Lucentini definivano il traduttore “l’ultimo, vero cavaliere errante della letteratura” capirete quanto il Board possa essersi sentito chiamato in causa… 😉

Ha ragione, Mimmo, quando definisce il film “lunare”. E anche il guitto Alessandro Bergonzoni, che il nostro Mastro(cerimoniere)antonio fu così mugnifico da presentarci a fine film ― lo ringrazio ad infinitum per aver disturbato Alessandro durante la cena e avergli piazzato davanti un Board in evidente stato estatico post-film. 🙂
Prima della proiezione Alessandro ha fatto una breve introduzione, sottolineando che: “È un film dal respiro pesante… Un film scolpito nella roccia”. E non poteva davvero trovare parole migliori! “Qujote” non ha nulla a che vedere con l’idea eterea dell’arte, l’impalpabilità di forme calderiane… No, “Quijote” è un sogno fabbricato con ferro e calcestruzzo.

Alessandro, con quella folle scintilla negli occhi che a tratti mi ricorda così tanto Dario Fò, interpreta con trasporto il non facile personaggio del Mago Festone, una specie di stregone/demiurgo che manipola e gioca con parole e non-sense. Mi ha fatto venire in mente “Finnegans Wake”, opera estrema in cui James Joyce fonde più di quaranta lingue in una proliferazione di neologismi e crasi linguistiche sul cui sperimentalismo si sono rotti la testa critici, lettori e traduttori in egual misura….

Per darvi un’idea di cos’è questo film, servirebbe un’aula magna, uno schermo e un telecomando per fare “stop” a ogni scena e commentarla. Ogni scena è un micro-film! C’è quella della Torre di Babele da cui piovono libri che è di una forza concettuale che t’incide la corteccia cerebrale. Il commento che chiude la scena, come un rintocco verbale fuori dal tempo, dice “Io cerco il libro dei libri. Il libro che contenga tutti i libri. Lo cerco per distruggerlo”. Cavolo…E come si fa qui a non vederci la Bibbia e Borges?? Cioè, la Bibbia e Borges!

Il pippone continuerebbe a fiume, in uno stream of conscioussness che piacerebbe tanto a Jemy Joyce. Ma i Moviers che mi frequentano sanno già che il mio pippone su Paladino è cominciato ben prima di questa mail… L’anno scorso ho trovato questo a Milano, in Piazza Duomo: http://www.flickr.com/photos/buttha/5665660379/ . E sono rimasta folgorata. Sale e ferro, primordialità e NaCl racchiusi dentro la cornice urbana… Non vi dico nemmeno quanto ho rotto le scatole al mondo con questa faccenda della montagna di sale tempestata di cavalli… E certo la ritrovate in “Quijote”, così come ritrovate questa http://www.youtube.com/watch?v=8Z-NlJn5UoI, la Porta di Lampedusa, o meglio il “Monumento al Migrante”, realizzato da Paladino per commerare tutti quelli che non ce l’hanno fatta… per commemorare i sogni annegati, e le scintille di vite spente nel mare…

Mi piace anche ricordare l’interpretazione riuscitissima di un Lucio Dalla/Sancho Panza perfetto, sornione, buffo, tenero…Tutto il tempo del film con l’isola negli occhi, e no, non quella di Tiziano Ferro (!), ma quella promessagli da Don Chisciotte… 😉

In un’epoca come la nostra, votata-piegata alla commercializzazione, al fast-cashing, al money-making, trovare un’opera che di commerciale non ha nulla, ma proprio nada-de-nada, un esperimento dove convergono immaginazione e bellezza, e che propone un’estetica palinsestica che assorbe e restituisce rimandi e contenuti, lenisce gli animi a noi cavalieri erranti, condannati molto spesso ― troppo spesso ― a perdere  il senso di tutto…

Prima di scrivere FINE  accanto a “pippone” 🙂 , mi lasciate dire due paroline su cos’è la Transavanguardia? No perché ogni volta che il termine viene proferito, è accompagnato da sguardi tipo “oddio-l’ho-sentito-ma-non-ho-mai-capito-che-caspita-è”… La Transavanguardia, per come la capisco io (che NON sono un critico, né un esperto, ma solo una malata completamente succube della malìa dell’arte), è un’espressione non-programmatica (non c’è un manifesto, c’è il contributo del critico Achille Bonito Oliva che la definì, ma non ci sono atti scritti di poetica) di tipo cleptomane: si ruba dal passato e si ritorna alla pittura e alla scultura tradizionale, rintracciandovi però nuovi e innovativi aspetti figurativi. L’arte ritrova il gusto della manualità artigianale che forgia espressioni artistiche foriere d’istanze simboliche e quasi magiche. “Trans” perché attraversa passato e presente, lo saccheggia, lo centrifuga e ci tira fuori delle opere che sono modernissime ma allo stesso tempo antiche. Come “Quijote”.

E ora PIPPONE: FINE. 🙂 🙂

Per quanto riguarda la programmazione della settimana, sono stata alquanto combattuta. Riproporre “Cosmopolis” oppure

 LA GUERRA È DICHIARATA
di Valérie Donzelli

?

Come vedete, la seconda che ho detto… Epperché di grazia? Mi chiederete voi… Epperché non sono mai stata così convinta fino in fondo di “Cosmopolis”, epperché “La guerra è dichiarata” segue un po’ le orme di “Quasi amici” nell’intento di scassinare il tabù della malattia. E noi siamo molto per il furto con scasso…

Candidato francese agli Oscar 2012, presentato l’anno scorso a Cannes in apertura della Semaine de la critique, e poi in anteprima all’ultimo Toronto Film Festival, il film è considerato un cosidetto “da non perdere”. Quindi mettiamo in stand-by le Petit Pattinson per questa settimana― sperando che la Fellow Giuly Jules ci perdoni 🙂 ― e via, beccchiamoci  la Donzelli… Il Mereghetti (sì, quello del cine-dizionario) così ne parlò: “…originalissimo stile di scrittura e di regia che trasformano un possibile melodramma in qualcosa di insolito e sorprendente, tra la commedia, la farsa e il dramma”.
(Poi è un film “piccolino” quindi temo che il nostro Mastrantonio non possa tenerlo in programmazione molto… So let’s carpe diem… 🙂 ).

Ah prima del tana-libera-tutti… Il Board, per dimostrare alla Fellow Fausta l’Irrequieta 1 quanto gli stia a cuore il Festival dell’Economia, è andato a vedersi “Le quattro volte” di Michelangelo Frammartino(campannaro) –scusate, non ho potuto resistere  :-). Mamma mia, Moviers! Quelle agonie! 90 minuti senza una parola. Solo capre! (E nemmeno una panca sotto cui crepare!). Meno male che ero da sola: se per caso fosse venuto qualcuno di voi, avrebbe riaperto la campagna “Dàlli all’infedele Board”. E avrebbe avuto un sacco ragione. 🙁

E anche per questa sera è tutto. In realtà vorrei tornare alla mia Mimmomania e lasciare andare la bocca a ruota libera, come quando sei in un caffè con un amico e non smetti un secondo di parlare e le cose ti si affastellano nella testa e capisci quant’è bello essere lì, su quella sedia, davanti a quell’amico. Ma domani è Monday e voi dovete dormire… Io meno…

Quindi, grazie, miei Fellows, della magnanimità e dell’attenzione. Il riassunto sta dentro un caveau, giù nel sottosuolo, insieme ad altri tesori… e i saluti, stasera sono maniacalmente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

LA GUERRA È DICHIARATA: Romeo e Juliette erano liberi e felici. Poi, una brutta malattia colpisce il loro bambino, Adam, e tutto sembra precipitare. Tuttavia, la drammatica esperienza aiuterà entrambi a conoscere nuovi aspetti l’uno dell’altra e, insieme, risorgere dalle ceneri del dolore.

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