Posts made in settembre, 2012

Let’s Movie CXXXIX

Let’s Movie CXXXIX

REALITY
di Matteo Garrone
Italia 2011, 115’
Martedì 2/Tuesday 2
21:15/9:15 pm
Astra/Mastrantonio

Marcamale Moviers,

Cavolo, scusate questo distratto Board. Non avevo capito che martedì vi sareste seduti tutti e 184 (184, cioè) in platea. Io e il Movier immaginario (:-() siamo saliti su in galleria, e non ho nemmeno pensato di sporgermi di sotto e navigare con l’occhio fin dove l’occhio di uomo poteva guardare (ma Guccini, ma che ci fai qui?!) la marea di Movier che ha invaso il Viktor Viktoria. Quindi me ne sono rimasta di sopra, con il Movier immaginario e altre quattro presenze — decisamente troppo chiacchieranti per i miei gusti — a vedere il film. Di nuovo, perdonate questo Board, che a sua volta, mannaggia a lui/lei/loro, avrebbe dovuto cogliere i presagi di sventura disseminati lungo il suo cammino verso Let’s Movie. 🙁
L’Anarco-zumi, bloccata dalla congiuntura quanto mai avversa birra+motorino+pioggia (ma avete notato la capacità di sintesi delle somme? Forse dovrei scrivere tutte le Movie-mail così, per SOMMA gioia di voi Moviers) ha avvisato per tempo, e di questo la ringraziamo come se avesse superato la congiuntura avversa e si fosse presentata al cinema. Io, dal canto mio, stavo per essere bloccata da un tacco con tendenze suicide che non seppe resistere a un baratro aperto tra due sampietrini 🙁 (che per vostra informazione a Trento si chiamano “bolognini” ― e a Bologna “trentini”, ça va sans dire :-)). Sono riuscita a salvarlo e a salvarmi in extremis, ma quello è stato l’ennesimo  presagio, che unito alla pioggia battente e al ritardo imperante ha contribuito al bongiorno-pensiero “Mmm, qui marcamale”. 🙁

Una volta al Viktor, davanti alla Viki Witch, ho capito quanto un Mastro possa cambiarti la vita — la Mastercard si chiama Mastercard non a caso. La Vicky Witch, per quanto aiutata da un aiutante mansueto e mite (ma non c’è proprio storia con Robin), si dimostra la solita crudeliademon di sempre, con quell’aria fattucchiera e la voce marinaripadimeana e le unghie marta e gli anelli marzotto ― il solo evocarla, come vedete, fa paura… Poi un giorno scoprirò che è ambasciatrice dell’UNICEF, dona reni random e frequenta il circolo Filantropi-For-Fun, e allora pubblicherò pubbliche scuse, ma per il momento lei rimane the Vicky Witch, la temuta, e io il Board, il temente. 🙁
E lei, la Witch, non è il Messer Mastro, che aspetta il Board prima di schiacciare PLAY. 😉 Quindi io e il Movier immaginario ci siamo precipitati di sopra ma il film era già iniziato — da un paio di minuti, ok, ma “Perdita incipit” rientra nella lista “Cose da evitarsi”, sotto la lettera P (dopo la voce “Parlamentari Pettorute in Passerella”…). Mi spiace che foste tutti di sotto, e mi spiace anche il Movier immaginario sia così taciturno… 🙁

“Pollo alle prugne” incentivava lo scambio di commenti (di qui le presenze chiacchieranti), perchè è un film colorato, assolutamente imprevedibile e originale nel modo in cui racconta una storia, originale di per sè: Nasser Alì, un famoso violinista, subisce la perdita del proprio violino (frantumato dalla moglie) e decide, per questo, di morire. Si dà otto giorni di tempo, che decide di trascorrere chiuso in camera, ripercorrendo la storia della propria vita. E con lui scopriamo che la sua musica, quella vera, nasce da un sospiro e da un sentimento forte, e non ha nulla a che fare con l’esecuzione accademicamente perfetta ma emozionalmente arida ― differenza Mozart-Salieri, scrivetelo negli appunti: sarà domanda d’esame. Quella musica lì nasce in lui quando s’innamora della bella Irane, che gli sarà impossibile sposare per via del NO imposto dal padre di lei. Scopriamo che la musica di Nasser Alì altri non è che la sublimazione dell’amore e del dolore per la donna desiderata ma negata, ed è questo che ha fatto di lui un grandissimo musicista.
Come dicevo, la storia in sé è originale, ma ancor più originale è il modo con cui viene detta. I fatti che Nasser Alì ripercorre nella memoria sono come degli stacchetti che ricordano molto “Il favoloso mondo di Amélie”, nei quali i registi Satrapi&Parannoud scelgono un lessico visivo onirico con una danza di analessi e prolessi (termini molto più patrizi dei plebei “flashback e flashforward” ne converrete ;-)) che sbocciano su sfondi disegnati e simil-animati.
È un film ambivalente: profondamente triste, ma anche buffissimo, in cui il protagonista migliora man mano che entriamo dentro il suo passato ― ed entrarci attraverso la resa fantastica del narrato rende il viaggio speciale e molto piacevole. Se il protagonista di “Bed Time” era la copia sputata di Elio delle Storie Tese, Nasser Alì è la copia sputata di Giovanni di Aldo-Giovanni&Giacomo, quindi anche in questo caso dovete fare uno sforzo iniziale per non immaginarlo sul punto di sbottare in un “Aiò” o mentre si cimenta ne “I bulgari”. Se superate questa fase ― io ci ho messo un bell’attimo, ve lo confesso ― il film vi si schiude pian piano sotto gli occhi che non potrete non sgranare per la meraviglia. E il fatto che il film si chiuda con la dipartita di Nasser Alì, trasforma “Pollo alle prugne” in una fiaba apparentemente dal sapore waltdisneyano a una favola in tutto e per tutto La Fontaine.
Probabilmente i registi di casa nostra avrebbe salvato Nasser Alì: “dopo aver superato otto giorni di faccia-a-faccia con il proprio passato doloroso, Nasser Alì (“un Elio Germano mai così convincente” :-)) si riscoprirà un homo novus, riconoscerà nella moglie solo apparentemente odiosa una compagna fedele e innamorata (“Elsa Morante in stato di grazia” :-)) e deciderà di comprare un violino nuovo (inquadratura in steady-cam delle gambe del personaggio mentre esce dal negozio reggendo la custodia, un bell’assolo di Allevi in sottofondo ― Allevi, garanzia di intellectual-chicness riconoscibile ― e chi s’è visto s’è visto).  Meno male che i registi NON erano italiani…
Dato che i registi hanno scelto la fiaba come lingua per “dire” il film, io Io ho fatto l’errore di aspettarmi un film “fiaba”. Invece poi ho scoperto che la fiaba racconta un dramma, una vicenda di profonda malinconia. Quindi non solo ho imparato la lezione “mannaggia-a-te-Board-che-ti-credi-sempre-di-prevedere-tutto-come-un-Bernacca-Board-e-invece-faresti-meglio-a-prevedere-meno-e-a-vedere-di-più” (respirate), ma anche che uno stile come quello che sconfina nel fantastico e nell’onorico,  può farsi portavoce di un contenuto dalle tinte scure. Se in “Persepolis”, Satrapi&Paronnaud avevano utilizzato il bianco e il nero e l’animazione per ritrarre un’autobiografia in un contesto difficile come quello di dell’Iran post-rivoluzione, qui sono passati al colore e alla carne (dei personaggi), pur mantenendo il drammatico dell’argomento trattato. Vi dico sempre dello stupore, no? Ecco, raccontare la morte con un campo di fiori invece che con un cimitero stupisce…

Sono uscita dal cinema con un unico amaro rimpianto. Questo è un film mignon…quelli di cui vedi la locandina, leggi il titolo e dici “bah”. Poi però li vedi e qualcosa ti lasciano. Magari anche solo una piccola traccia, o quattro domande che ti hanno messo in testa. Qualcosa, pur mignon, che resta. Non so voi come fate, ma io cerco di collezionare tutti questi semini. E ho imparato a non chiedermi se poi sboccerà qualcosa. Io colleziono, poi si vedrà.
L’amaro rimpianto riguarda voi 184 giù di sotto in platea e io su di sopra in galleria… Insomma, la condivisione mancata ― il Movier immaginario non è molto generoso in quanto a feedback…. 🙁 La prossima volta ci sincronizziamo meglio con la disposizione in sala… E non aggiungo altro… 🙁 🙁

Ah, prima di passare al Movie di questa settimana (che vi anticipo già da ora sarà dal Mastro, o dovrei dire dal Madrepatria Mastro, perché per quanto ti ci allontani, finisci sempre per ritornarci ;-)), volevo dare il benvenuto a dei Moviers che fanno parte della categoria i “Proattivi”, coloro i quali (stenterete a crederlo, lo si) si sono gettati DA SOLI (=di propria SPONTANEA volontà) nel paese delle meraviglie lezmuviano, registrandosi DA SOLI (=di propria SPONTANEA volontà) attraverso il Baby Blog… (Si sarà colta l’enfasi su DA SOLI?, mi chiedo… ). 🙂

Grazie a Cecilia, d’ora innanzi la Movier Miss, giacché Miss Liceo fu nei primi anni ‘90, in un momento in cui noi adolescenti anonimi arancavamo in cerca del nostro perché nei corridoi del Maffei (Busa Bel-Air) ― e con cotanta bellezza, giacché cotanto bella era ed è, come non diventarlo! 🙂

E ancora dal Maffei, e per la precisione dalla Quinta B Linguistico, classe che ospitò il Board quando il Board non era ancora il Board ma un’adolescente anonima che arrancava in cerca del suo perché nei corridoi del Maffei, ringraziamo Gianluca, d’ora innanzi il Fellow Rockin’ Ring, perché non potrà credere che io mi ricordi il nome della band in cui per breve tempo suonò… 😉

E grazie anche ad Andrea, d’ora innanzi il Fellow Footballer-For-Fun, perché il calcio è uno sport in cui si gioca così, per sport, e non per vincere la Coppa dei Campioni della circoscrizione dell’Argentario (=circoscrizione di Trentoville presa a esempio perché l’unica nota al Board). Il Fellow Footballer-For-Fun  è pure un fisico, ma dicendolo temiamo un’indigestione di allitterazioni in F; rischio, confidando nei vostri stomaci d’acciaio, come Gig Robot.

Il Fellow Giak ― da sabato, Strongman Giak 😉 ― mi assicura che Filippo ci segue da Jesi (che non è il diminutivo di Jesolo, capito Board????) e Lara dalla Germania, e loro sono il Fellow PHIL e la Fellow Lara-aus-Deutschland. 🙂

Il mio desiderio sarebbe di vedervi, prima o poi, a un Let’s Movie. Ma per quanto Amèlie io possa essere, sono anche sufficientemente realista per capire che sarebbe un po’ complesso… La speranza è che, ovunque voi siate, coltiviate un cinemino, un Mastrantonio, o che possiate ritagliarvi una sera a settimana e dedicarla al cinema. E se poi il film è quello proposto da Lez Muvi, be’ squilli di trombe e rulli di tamburi e colpi di grancassa e trenini December-thirty-first. 🙂

Ma si sarà poi capito, DA SOLI?? 🙂 🙂

E ora, sì, pistaaaaaaaa….. È da Cannes che aspetto!

REALITY
di Matteo Garrone

Vincitore del Gran Prix della Giuria al Festival di Cannes 2012, “Reality” è già considerato IL capolavoro di Matteo. Stavolta le aspettative ci sono, non posso mentirmi/vi: me ne assumo responsabilità e rischi. Ma eccome se ci sono! Ma eccome non correre da te Matteo… Dopo “Gomorra”, dopo “L’imbalsamatore”, come non correre da te! Pistaaaaaaaaaaaa…

E anche per questa sera, Fellows, ho fatto la mia parte (ho sentito un “ma smettere, no?!” ironizzare da qualche parte…). Prima di schizzare via, datemi ancora 4 minuti e 39 secondi nel Movie-Maelstrom, please. Ne vale la pena… e poi se volete, 6 secondi nel riassunto, non  di più.

Quanti erano i ringraziamenti la settimana scorsa? Ho perso il conto… be’, oggi mi va che siano 548…. Come vedete, ho una passione assolutamente inconcludente per i numeri fini a loro stessi… Fibonacci lo lascio a Pistoletto, e anche a qualcun altro… E i saluti, come sono stasera, Fellows? Sono semplicemente(-vi-ho-fregato) cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Non c’è una ragione particolare che mi faccia proporre-imporre a voi “Peter Pan R.I.P.” dei Kula Shaker. Forse l’atmosfera favoleggiante e malinconica richiama la cifra della favola dark “Pollo alle prugne”… Non so…In realtà la canzone mi rimpalla in testa da una settimana e avevo una voglia m(entec)atta (esempio di parola a fisarmonica) di farvela ascoltare…
http://www.youtube.com/watch?v=h47fHpIL-MY
Ma quanto son kul i Kula Shaker?!? 🙂

REALITY:  Un film ispirato ai reality show. Un pescivendolo di 30 anni, appassionato di tv e reality, inizia a comportarsi nella vita quotidiana come un concorrente del Grande Fratello.

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Let’s Movie CXXXVIII

Let’s Movie CXXXVIII

POLLO ALLE PRUGNE
di Marjane Satrapi e Vincent Paronnaud
Francia 2011, 94’
Martedì 25/Tuesday 25
21:00/ 9 pm
Supercinema Vittoria/Viktor Viktoria

Majakovskij Moviers,

M’imbatto adagio-ma-non-troppo in un articolino che prospetta uno scenario abbastanza cape-fear-il-promontorio-della-paura per il cinema italiano. “Solo nel 2012 in Italia hanno chiuso 60 esercizi, in gran parte urbani e dedicati ai film d’essai”, rintocca il giornalista, preparado il lettore ad un Apocalypse Now senza Mighty Marlon e Dennis U-hopper (scusate, ma questa è per il Fellow Iak-the-Mate :-)). Siamo tutti stufi di sentire le solfe e-la-crisi, e-la-spending-review, e-l’IMU e-l-Ilva e-il-caro-cancelleria e il settembre-nero, ma una notizia così, che s’inserisce tranquillamente nel filone notizie-solfa, fa rabbrividire un po’.
Non volendo erigere monumenti ai “Fellows caduti leggendo valorosamente una movie-mail”, non entro nello specifico, ma l’articolino mi ha riportato con la mente a mercoledì, e alla fortuna di avere un “esercizio in parte urbano dedicato ai film d’essai” a 11 minuti di pié-veloce da casa Board e all’esperienza collettiva che una sala cinematografica può diventare. Perché, Moviers, non è solo questione di “vedere” un film. È anche questione di ANDARE a vedere un film al CINEMA. Ed è su questo punto infatti che batte il Board con Let’s Movie, che non vuole salvare le sorti della cinematografia internazionale — per ora ci bastano quelle nazionali 😉 — ma far tornare l’entusiasmo per la Sala e fare in modo che a Mastrantonio non tocchi mai-e-poi-mai-e-giammai la fine di quei 60 esercizi. 🙁 Per quanto, sappiate, voi che vivete il mondotondo là fuori e che di Trentoville conoscete solo Stonehenge, Roncabronx, Povorock e Los Gardolos per sentito dire (e per fortuna), che la Mastrantonio&Sons (anzi Daughters) conti, oltre alle 3 sale cinematografiche, una sala ristorante comunicante con il cinema stesso ― e ci dev’essere anche un campo da golf da qualche parte, già lo dicemmo… Il Mastro ha fuso le esperienze cine e cibo diversificando il bisnèss — Steve Jobs brillava nella Silicon Valley, il Mastro nella Valle dell’Adige, uno si prende quello che passa il convento. 🙂 E se dietro il bancone del cinema ci sta la Maddymastrantonio quando il daddy armeggia con le pellicole nel bugigattolo delle meraviglie (che prima o poi dovrò visitare), dietro il bancone del bistrot, chi ci puo’ stare, vi domando io? Ma lei, la primogenita Caterina, d’ora innanzi la Cateringcaterina! E ancora vi domando, ma se la Maddy era una creturina così da fiaba, tutta grano&mare, poteva la primogenita essere da meno?? Of course, not. Capelli e occhi nocciola su un incarnito nature da far invidia ai segreti di Lady Lancome…Ma quante belle figlie (Madamadorè) c’ha ancora, il Mastro?? Vi domanderete voi a questo punto, curious Moviers… Nessun’altra, il Mastro si è declinato in oro e bronzo, e per il momento, basta così… 😉
Però vedete, non è solo andare a vedere un film. È correre in contro all’Honorary Member Mic, che mi aspetta sul marciapiede quando credi che non verrà, e buttarle le braccia al collo con foga quarter-back. Oppure trovare la Movier Marie Thérèse, che ha ciclettato regalmente sotto la pioggia sin dalle praterie a sud dell’urbe per venire a Let’s Movie. E anche questo fa parte dell’andare al cinema. Spingere un dvd in un lettore e premere play va bene. Ma farlo premere ai Mastri in giro per l’Italia va meglio. 😉

E ora preparatevi…

La missione sul pianeta Kimkiduk (one word, one world) non è stata affrontata a cuor leggero. Eravamo corazzatepotemkin. Insomma, non ci aspettavamo di far quattro passi nel favoloso mondo di Amelie, e infatti è stata una discesa agli inferi, ma senza ignavi e Dante. L’inferno esteriore esplorato da Kimkiduk è quello anonimo e proletario di una periferia urbana sudcoreana, che si accompagna all’inferno interiore del protagonista. Il protagonista, Kang-do, è un bad guy talmente bad che in confronto Bane e Ras Al Gul dell’ultimo Batman sono le simpatiche canaglie. Il ragazzo è uno strozzino che passa le giornate a riscuotere degli interessi del 300% ai poveracci che si sono rivolti a lui. Se non possono pagare, Kang-do s’ingegna a procurare agli insolventi tutta una serie di menomazioni per intascare i soldi dell’assicurazione. Bastano pochi fotogrammi a gettarti nel baratro del film: una sedia a rotelle, un gancio, l’urlo di una donna fuori campo. Così comincia, e anche lì, come amo sempre dire a chi ha la pazienza di starmi ad ascoltare, lì c’è già tutto il film — l’inizio che contiene la fine, e solo i bravi, quelli da 8, ci riescono. 🙂
Un film che non può non essere sgradevole (in realtà più per le immagini evocate che per quelle effettive ― un rivolo di sangue agghiaccia più di mille vasche da bagno horror), ma anche perché a parte gli universali che tocca (pietà, vendetta, amore, odio), tocca anche il denaro, e lo sporco morale che esso porta con sé corrompendo le anime e tutto quello che circonda i corpi. E infatti l’ambiente è sudicio: frattaglie sulle piastrelle di un bagno, animali morti, o destinati a morire (in ogni caso animali che nella mitologia rinviano proprio al diabolico) — conigli, galline, anguille. Kang-do non conosce misericordia: è una maschera impassibile che nasconde un cuore di pietra.
Un giorno però tutto cambia. Irrompe nella sua vita una donna misteriosa che dice di essere sua madre. Si profonde in scuse per averlo abbandonato da piccolo e gli si mette alle calacagna per recuperare il rapporto perduto. Qui Kim si spinge all’estremo, non risparmia i tabù archetipici che costellano il bagaglio socio-culturale di tutte le civiltà. Va oltre, architettando un piano ― e questo sì, è diabolico. Non vorrei svelare troppo a chi andrà a vederlo: l’idea del film sta proprio nel rovesciamento di prospettive che sconvolge la vita di Kang-do. La madre, che noi crediamo a metà fra Maria (la pia) e Maddalena (la peccatrice pentita), incarnazione della pietà e del perdono, si trasfigura nel suo esatto opposto… Diventa una Madonna dark… La lucidità micidiale che la contraddistingue ci dimostra quanto il dolore possa scavare fosse dentro cui convivono e trionfano follia, sangue freddo e sete di vendetta.  E il contrappasso ― per far contento Dante che via dai riflettori non sa proprio starci ― piega definitivamente Kang-do, ma anche, tristemente, lei. Nel film tutti personaggi perdono ― chi un arto, chi i soldi e la casa, chi la vita. E questo forse ha portato tanta critica a intravedere in “Pietà” una critica al dio denaro e al capitalismo, che ha spinto l’uomo verso una deriva morale dai risvolti abominevoli. Io sono rimasta più colpita dal fatto che tutto subisca una perversione: la madre, da Maria a Maddalena a Angelo Vendicatore, il figlio, da delinquente senza rimorsi a Piccolo Lord amorevole colto in una regressione allo stadio infantile, quasi a voler recuperare il tempo perduto e a godere di quel rapporto simbiotico di cui era stato privato da bambino.
Il film si riversa, come gli occhi dei posseduti, e porta lo spettatore in un antro cieco dove l’amore materno ― o quello che crediamo tale ― agisce da giudice supremo e cerca nella vendetta (portata al massimo grado) l’unica ragione di vita. Ma come dicevamo, tutti perdono tutto, e tutti escono sconfitti. La vendetta è sterile e non porta a nulla ― non certo in vita un figlio morto…. I soldi guadagnati con il sangue portano altro sangue; il male è batterio che prolifera nella piaga. L’aspetto sconvolgente di quest’opera kimkidukkiana è che è profondamente intrisa di “cristianesimo” o meglio, di valori cristiani ― miseridordia, compassione, clemenza ― che però qui degenerano. E mai locandina fu più significativa: una Pietà dalla conformazione triangolare nella più classica della conformazioni michelangiolesche sostituisce i ben noti originali perfetti con due esseri fallati, usciti dritti dritti dalla discarica del 21esimo secolo: una madre assassina che regge il cadavere di un figlio assassino.

Certo, direte voi, ma come mai questi personaggi sono così negativi? Questi personaggi hanno subito il danno. E scrivendo queste parole, mi torna in mente, chiarissima e fortissima, la storia d’amore distruttivo tra Anna e Stephen in “Il danno”, libro e film (quello che preferite, ma meglio libro ;-)).  Allora vado cercarlo tra i miei libri, per voi… A un certo punto, raccontando della propria vita, Anna gli dice: “Ho subìto un danno. Le persone danneggiate sono pericolose. Sanno di poter sopravvivere”. E lui le chiede il perché di questa cosa. E lei: “Perché non hanno pietà. Sanno che gli altri possono sopravvivere, come loro”. In Joseophine Hart troviamo Kimkiduk, e viceversa! Kang-do ha subito la mancanza dell’amore materno da piccolo. La madre ha subito la perdita di un figlio. Il dolore può partorire esecrazioni. E il troppo amore di una donna per il proprio figlio, anche quello può portare a esecrazioni ― persino la perdita dell’umana coscienza. Questo vuole mostrarci il film: la pietà è la negazione della vendetta, ma senza di essa non esisterebbe. Come il bene con il male, Batman con Jocker, legati l’uno all’altro (verooo, WG Mat? ;-)).

Quando vedete questo film, capite il perché abbia vinto la Mostra del Cinema di Venezia. Non c’è paragone con “Bella addormentata”. “Pietà” è terremoto. C’è il trovarsi davanti a qualcosa che ti sconquassa dalle punte dei piedi alle doppiepunte dei capelli. Esci e sei sottosopra. E questo, lo ripeto per l’ennesima volta, dovrebbe rientrare nell’agenda dell’arte. Scuotere. Dalla radice alle punte (evvai con la tricologia). Lì sta la VERA innovazione. Majakovskji Vladimir, il magister che tanto docet, scriveva della poesia: “Vogliamo che la parola esploda nel discorso come una mina e urli come il dolore di una ferita e sghignazzi come un urrà di vittoria”. Kimkiduc l’ha fatto con le immagini.

All’uscita noi Moviers non abbiamo sollevato i sei pollici d’ordinanza. Ci siamo guardate e abbiamo sospirato “Checcavolodifilm”. “Checcavolodifilm” significa che non hai parole. È come aver visto un fenomeno soprannaturale che in qualche modo ti ha aperto un terzo occhio. E guardate, capisco benissimo quando tanti di voi, stanchi dal lavoro, caro-cancelleria ecc, mi dicono “Voglio andare al cinema per non pensare”. Ma chemmi rispondete se vi dico “e se andassimo al cinema per pensare (ad) altro?”… Think different ― mannaggia ‘sta Apple spunta dappertutto… 🙁

Oh cavolo, mi sono persa sul pianeta Kiduk (ma ve l’avevo detto di prepararvi! :-)). Ora rimedio e volo a offrirvi un filmettino che mi porto nel paniere da un po’.

POLLO ALLE PRUGNE
di Marjane Satrapi e Vincent Paronnaud

Il “Pollo alle prugne” di Marjane Satrapi cade a fagiolo (ma si può dire, nutriozionisticamente parlando, che un pollo cade a fagiolo? Bah). Dopo film massicci come gli ultimi tre proposti, c’è bisogno di un po’ di favola e onirico. Dobbiamo smaltire le bombe festivaliere, e le prugne ci sembravano quanto mai adatte (ok, questa era pessima 🙁 ).

Per chi non lo sapesse ― io non lo sapevo ― Marjane Satrapi è autrice della graphic novel “Persepolis” in cui narrava la propria vita di giovane ragazza a Téhéran e da cui ha tratto l’acclamato film d’animazione di qualche anno fa. Si dice in giro che “Pollo alle prugne” ― il suo primo lungometraggio non animato ― non sia agli stessi livelli, ma che sia comunque degno di essere visto (tra l’altro era in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia dell’anno scorso). Gliela diamo una possibilità? Falquì se gliela diamo… 🙂
E il Board promette solennemente di smetterla con tutta ‘sta ignoranza e di vedersi “Persepolis” (come “Ferro 3” per Kimkiduk ― visto (finalmente!) e decisamente approvato ;-)).

Okay, ora basta Board, BA-STA-BOARD! Scappo via, la notte è davvero ancora lunga… Per fortuna… 😉

Prima di scappare via anche voi, attimi-fuggenti Fellows, schivando il riassunto che vi ritroverete in mezzo ai piedi, date uno sguardo nel Movie-Maelstrom. Ho pensato che servisse qualcosa per tirare su l’animo a tutti…Domani è pur sempre Monday, e l’IMU s’ha da pagare e le sale cinematografiche chiudono… 🙁

436 grazie, my  Fairy-tale Fellows… E accogliete questi saluti, che stasera sono sovversivamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Dato che il contrappasso l’ha fatta da padrone nel film di Kiduk, e dato che c’è bisogno, per noi piccola umanità in balia dell’errore e della tribolazione, di un po’ di beata misericordia, ho pensato di gettare in questo spazio-minestrone, una notizia che ci ricorda che la vita indossa due maschere, una che piange (e su questo, stasera, abbiamo dato abbondantemente) e una che ride. Adesso è il turno della faccia che ride. 🙂

Giunta dalle nostre fonti misteriose, la notizia riguarda la consegna dei Premi IgNobel, i riconoscimenti per le ricerche più improbabili e bislacche ― ma fondate e finanziate! ― del 2012. Da più di 20 anni questo premio celebra le scoperte scientifiche più assurde e fantasiose in 10 settori dell’umano sapere ― come il Nobel, il fratello serioso. Vi sembrerà incredibile, ma la celebrazione dell’IgNobel si tiene nell’Auditorium dell’Harvard University e non ha nulla da invidiare al fratello serioso di base a Stoccolma. Mi preme segnalarvi l’IgNobel 2012 per la Letteratura, andato al US Government General Accountability Office per aver pubblicato un “Rapporto sui rapporti che raccomandano la preparazione di un rapporto sul rapporto sui rapporti sui rapporti”. Lo so, lo so, come non averci pensato prima? Leggete voi stessi…E consultate le 10 categorie….
http://www.lescienze.it/news/2012/09/21/news/premi_ignobel_2012_scienza_improbabile-1270341/

E facciamo ridere quella faccia! 🙂 🙂

POLLO ALLE PRUGNE: Téhéran, 1958. Nasser-Ali, un famoso suonatore di violino, incontra la sua amata Irâne per strada, ma lei non lo riconosce. Durante questo incontro fortuito scopriamo che, a causa di un litigio, sua moglie ha distrutto il suo prezioso strumento musicale. Poiché nessun violino riesce più a procurargli il piacere di suonare, Nasser-Ali decide di morire. Otto giorni dopo si toglie la vita.

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Let’s Movie CXXXVII

Let’s Movie CXXXVII

PIETÀ
Di Kim Kid-uk
Corea del Sud 2012, 104’
Mercoledì 19/Wednesday 19
Ore 21:00/9:00 pm (o forse 21:15/9:15 pm ― chiamate il Mastro per conferma, 0461-829002)
Astra/Mastrantonio

Fifty Fifty Fellows,

Tanto parlare della crisi della famiglia mononucleare italiana e della velata nostalgia per il patriarcato, quando tutto era più strutturato, i ruoli definiti, il pater portava i pantaloni di Lara Cardella e lavorava i campi, e le donne portavano le gonne di Vecchioni, mandavano avanti la casa/lavavano/stiravano/cucinavano/crescevano i figli/davano una mano nei campi (ma scusate, ma è cambiato qualcosa a parte i campi??). Tanto parlare del tracollo dei valori, dell’incomunicabilità genitori-figli (sulla quale programmi tv di varia natura e levatura dissero la loro, da “Amici” edizione pre-Garrison ai bignardeschi “Tempi Moderni”, giusto per buttarne lì un paio degli anni ‘90). Tanto rumore per nulla, dico io, citando William (che in linguaggio lezmuviano sarebbe Billy-il-Bardo, ma su di lui non mi sento di far troppo dell’umorismo: Shakespeare è il Dio della letteratura inglese, farci dell’umorismo equivale alla dissacrazione, e non vorrei che da Stratford-upon-Avon giungessero degli strali upon-Board sottoforma di ennesime sventure tecnologiche… 🙁 ).
Sì, tanto rumore per nulla perché mercoledì ho avuto la prova che la famiglia gode di ottima salute (almeno in certi casi), alla faccia di Maria De Filippi, Daria Bignardi e il carrozzone lacrimolento di chi specula sulle magagne altrui. Arrivo da Mastrantonio e dietro il bancone non trovo lui, IL Mastrantonio. Accanto a Robin c’è una creaturina che avrei potuto scambiare per Titania del “Sogno di una notte di mezz’estate”, citando ancora Billy, ehm William. O come io mi sono sempre immaginata Titania. Capelli di grano, occhioni di un verdeazzurro sbriluccicoso tipo gli occhi di Georgie (nostra vecchia conoscenza). Oppure Lady Oscar (anche lei nostra vecchia conoscenza). Oppure Candy Candy. Oppure…insomma avete capito, no? La creaturina dai tenerissimi quattordici anni altri non era che Maddalena, la Baby Mastrantonio, d’ora in avanti la Maddymastrantonio, che mi ha sfoderato, nell’ordine, un sorriso sciogliclienti, un abbonamento nuovo nuovo e una bella stretta di mano della serie ho-14-tenerissimi-anni-ma-sono-pur-sempre-una-Mastrantonios. 😉
Dietro di lei poi è spuntato il babbo, e anche la Lady Mastrantonio, che menomale non se l’era presa per il capolavoro di abbraccio che avevo rifilato al marito&mastro la settimana scorsa. Insomma, una famiglia tutta unita e schierata per la causa cinematografica. Ma crisi della mononucleosi  famigliare dddecché, mi chiedo e vi chiedo? A volte la sociologia (quella spiccia perlomeno) ama dipingere scenari apocalittici per la società contemporanea, ma ti trovi casi come i Mastrantonios che ti fanno davvero ben sperare ― anche le ciniche come me, sempre pronte a stanare il marcio-in-Normandia (William decisamente pervasivo stasera…). La sociologia li metta in luce, questi casi valorosi, please. Non si materializzi solo in plastici tragedici da Bruno Vespa, please.

Dal Mastro mi aspettava eburnea (eburnea??) la Fellow Vaniglia, che aveva dato notifica al Board del suo arrivo (Prologo al telefono: “Board, mi tieni un posto accanto a te da Mastrantonio, che arrivo?” Board: “Come no, certo, vai tranquilla, ci penso io!”. Epilogo al cinema: la Fellow Vaniglia aspetta il Board, Board in ritardo. Board passibile di destituzione 🙁 ).
Insieme a lei il Fellow Truly Done, che ormai non ha più bisogno di tradurre le movie-mail con Googletranslator (non cavandoci un ragno dal buco, poor guy), giacché il suo italiano da autodidatta sta migliorando giorno dopo giorno, togliendomi ahimé la goduria di far pratica con il British English (ma apro-parentesi, voi v’immaginate che razza di macaroni&cheese, le movie-mail filtrate nel colabrado di Googletranslator?! Mammamia…).

A fine proiezione scende dall’ultima fila, nobiliare come solo una nobile di Francia può essere, la Movier Marie Thérése l’Impératrice (mica una Middleton qualunque), alla sua prima volta lezmuviana. La prossima volta, Marie, ci si mette vicinivicinimicini ― il ben noto assetto lezmuviano da combattimento. 😉

Dunque dunque, “Bella addormentata”. Bellocchio Marco ha fatto un buon compito. Mi calo nei panni della Signorina Frunermeier, e scrivo  7 e mezzo sul suo foglio di protocollo ― sorvolando ovviamente sul fastidioso atteggiamento di superiorità che l’alunno dimostra con i compagni e il personale docente. 7 e mezzo perché si è impegnato, ribadendo il suo indiscusso talento. Ma l’alunno non arriva all’8. L’8 si dà a quelli che brillano per inventiva, per genio creativo. Per temerarietà, anche; va bene sapere a memoria l’ABC della macchina da presa e i meccanismi della sceneggiatura, ma bisogna anche, secondo me, osare un po’, shakerare la A, la B e la C inventandosi un alfabeto nuovo ogni volta. Questo mi aspetto dalla classe “Advanced”. E questo mi aspettavao da Bellocchio Marco ― se volevo l’ABC andavo nella classe “Intermediate” e  chiedevo a Muccino Gabriele, Ozpetek Ferzan e compagni (o loro stanno in quella “Beginners”??)… 🙂 🙂

Quindi posso dire di essere stata soddisfatta al 50%. E in quel 50% includo senz’altro la capacità (e non è poco eh) di aver parlato e fatto parlare di un tema così scottante come quello dell’eutanasia in un Italia in cui il Vaticano vaticana dalla mattina alla sera, e la politica vaticana dalla mattina alla sera…. In  realtà il film non è “a tema”: è a “temI”. Vita ― vita preservata a ogni costo, vita scacciata a ogni costo― morte ― morte cercata, morte combattuta ― salvezza, che si vuole dare e che non si vuole ricevere. E forse tutta questa carne al fuoco rischia di schiacciare la graticola….Ma meglio troppo che troppo poco, per me…
Non voglio propinarvi la mia opinione riguardo ai temi toccati. E non perché non mi interessi esprimerla qui. Ma perché voi non avreste modo di esprimere la vostra in real time. E non ci tengo a fare il monologo su questi argomenti…. Questi argomenti sono da agorà, tante voci parlanti, e litiganti anche… In questo spazio lezmuviano voglio concentrarmi sulla forma, sulla grammatica cui è ricorso Bellocchio, piuttosto che sul contenuto. Sul contenuto, vi basti sapere che condivido la frase che pronuncia il personaggio interpretato da Sir Servillo: “La sofferenza non nobilita l’uomo. Lo umilia”. Con questo avete già capito da che parte sto.
Tutte queste questioni universali, Bellocchio decide di concentrarle in tre storie che corrono parallele, e questa modalità no, NON la includo nel 50% “iuppidu”. Do ragione al Mastro: la struttura e lo sviluppo sono classici, quasi tipici del cinema italiano degli ultimi anni. C’è una mano quasi documentaristica che monta l’impianto narrativo. Da un regista come Bellocchio che ha esplorato i mezzi dell’artificio nel cinema, uno si aspetterebbe qualcosa di più. E guardate ve lo dice una che non ha certo fatto i salti di gioia davanti ai film del suo cosiddetto filone surreale-visionario ― penso a “Il regista di matrimoni” o “L’ora di religione”. Eppure, ed è paradossale me ne rendo conto, in questo film, le parti che ho apprezzato di più sono proprio quelle in cui ritrovo quel Bellocchio lì, quello dell’artifizio. Per esempio ho trovato la scena assolutamente virtuosistica del caos nel pronto soccorso molto riuscita perché forzava una teatralità inconsueta e spiazzante all’interno di uno spazio asettico e freddo come l’ospedale; e questo è un modo di localizzare ―nel senso di tradurre in un “loco”― lo scompiglio, il caos che la malattia/il dolore crea nella società. E lo stesso dicasi anche per la storia che delle tre mi è parsa la più originale, la meno da “L’Italia sul due”. Mi riferisco all’episodio della madre, interpretata magnificamente da Isabelle Huppert, che non vuole arrendersi al coma vegetativo della figlia e imbocca un cammino (per)verso l’estasi da santa: anela a uno stato di santificazione verso il quale il martirio che le è capitato la sospinge, ma nello stesso tempo si sente inadeguata e fallace, se non colpevole… E, significativamente, sogna le battute pronunciate da Lady Macbeth (William again) ― “Queste mani non saranno mai pulite” ripete compulsivamente nel sonno.
Questo riferimento apertamente “dramatic” si inserisce in quel progetto di teatralità di cui sopra, e rinvia anche alla stessa natura del personaggio, che nel film fa la parte di una famosa attrice di teatro che ha lasciato le scene per badare alla figlia, per la quale, ripetiamo, ha sviluppato un culto ossessivo. Ecco, questa scena per me rientra nel 50% “iuppidu”: mi dimostra che Bellocchio ha studiato il personaggio nella sua psicologia, che ha scavato nel suo subconscio, oltre che nel suo “conscio”.

Un momento che ho trovato tremendamente psicoanalitico, ma sempre teatrale, è il dialogo tra Sir Servillo, un senatore di destra in piena crisi e deciso a lasciare un partito di cui non condivide i valori, e un Roberto Herlitzka da Coppa Volpi o delle Coppe (la prima disponibile), che interpreta una specie di “psicoanalista del partito” cinico e realista e comico, che dà una lettura desolante (but oh sooo true) dei politici di oggi e della loro smania da apparizione ― “i politici diventano depressi quando la tv smette di cercarli”, sospira saggio e sornione Herlitzka.

Anche la storia della tossicodipendente con la fissa del suicidio che incontra un dottore con la fissa di salvarla è un po’ troppo da sceneggiato di Odeon TV. Per quanto intensi Maya Sansa e Piergiorgio Bellocchio (detto anche Poor Piergiorgio…avere un padre come Bellocchio Senior… vi prego, parliamone 🙁 ), i ruoli sono un po’ troppo stereotipati ― lei pazza furiosa e intrattabile, lui ombroso ma da quel tenero ― e questo finisce dritto dritto nel 50% “buuuubuuuu”.
Poi, intendiamoci, “Bella addormentata” è un film sostanzialmente di speranza. I finali di due storie su tre sono a tinte chiare: Sir Servillo si riappacifica con la figlia, “magistralmente interpretata da Alba Rohrwacher” (per cogliere il senso del virgolettato, vedasi obbligatoriamente il Movie Maelstrom ;-)), e il dottore convince la pazza furiosa a resistere alla malia di una finestra… Mentre la terza storia rimane, fortunatamente, aperta ed enigmatica .

Ovviamente il film gioca molto sul carico con cui lo spettatore esce dalla sala. E questo carico rischia di far perdere la lucidità necessaria a giudicare il film nella sua parte anatomica, grammaticale. E anche questo rientra nel 50% “buuubuuu”. Essere coinvolti va benissimo, ma coinvolgere attraverso canali meno scontati va ancora meglio, Bellocchio Marco. Ed è per questo che non posso darti più di un  7 e mezzo. Farai meglio la prossima volta, dai…  😉

E questa settimana, come già anticipato, affrontiamo in massa lui, il sudcoreano dall’effetto no-la-corazzata-Potemkin-no…

PIETÀ
Di Kim Kid-uk

 

Allora, il film è ABBASTANZA impegnativo ― meglio non mentire, Board, questa volta…. L’hanno detto in tutte le lingue e salse. Ma hanno anche detto che è il capolavoro di Kim,  e ha impressionato la Giuria della Mostra del Cinema di Venezia, che gli ha assegnato il Leone d’Oro come miglior film. Questo non è garanzia di 100% “iuppidu”, lo sappiamo. Ma non ci può lasciare 100% “chissenefrega” (ok, basta percentuali eh).
Spero che siate stati più bravi di me e siate partiti da “Primavera, estate, autunno ecceteraeccetera”… Quanto alla mia visione di “Ferro 3”, non è andata ancora in porto ― casa Board sta esperendo dei grossi problemi a relazionarsi con le prese scart… 🙁 Ma ci sto lavorando…
Quindi deciso, partiamo tutti per il pianeta Kimkiduk, e facciamo in modo che la missione non si trasformi in un Apollo 11 parte II.

Anche stasera son stata stringata nel writing (!), mi stupisco di me stessa… Posso dirigermi con passo tranquillo e animo sollevato al Movie Maelstrom in cui, ripeto, avete l’obbligo tassativo di fermarvi. E poi potete scegliere se sostare in area riassunto, ma io vi consiglio di non rimanerci troppo. I riassunti sono posti noiosi in cui incontri solo vigili urbani e colletti bianchi, mai un matto, un giullare… Forse è per questo che non amo frequentarli…

Ah e mi raccomando Moviers, non scordatevi di portarvi a casa i miei quattrocentosettantrè “grazie”. E i miei saluti ― questa sera, scolasticamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Dalla sede di Pisa/Reggio il Fellow Fiiiii, Responsabile Let’s Movie sempre attivo&attento, ci ha segnalato questo sito, http://bollettinodallitalia.gqitalia.it/2012/09/05/istruzioni-per-fare-un-film-italiano-di-successo/, ovvero le “Istruzioni per fare un film italiano di successo”. Dopo aver smesso di ridere (e c’è voluto un bel po’, da iena specie ridens quale sono :-)) ho realizzato che gli ingredienti elencati, e il modo in cui sono elencati, caricaturizzi ― ma azzecchi puntualmente ― la serialità e la prevedibilità di certa cinematografia contemporanea italiana che si vuole  d’essai ed engagée e da cine-intellighentia e che ripropone tutto sommato le stesse ricette, prendendosi davvero troppo, troooppo, sul serio…

Ditemi quante volte avete sentito/letto:

“…magistralmente interpretata da…
a)Alba Rohrwacher
b)Alba Rohrwacher
c)Alba Rohrwacher
d)Alba Rohrwacher
”?

Troppe, trooooppe volte…

Grazie Fiiii! 🙂

PIETÀ: La storia di uno strozzino che vaga riscuotendo crediti per i suoi capi. Un giorno una donna gli si presenta davanti, dichiarando di essere sua madre. Egli dapprima la respinge con freddezza, ma piano piano la accetta e decide di abbandonare quel lavoro crudele per condurre una vita normale. Ma la madre viene rapita all’improvviso.

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Let’s Movie CXXXVI

Let’s Movie CXXXVI

BELLA ADDORMENTATA
di Marco Bellocchio
Italia, 2012, 115’
Mercoledì 12/Wednesday 12
21:00/9:00 pm
Astra/Mastrantonio

Mississippi Moviers,

Vi do subito le coordinate così vi coordinate (cominciamo bene…).

Mercoledì parto per un running pre-Let’s Movie con un cielo pulito che più pulito non si può, e mentre sono nel bel mezzo di un bosco boscoso sento di lontano , fra la pausa tra una canzone e l’altra, un brontolio. Certa certissima che non si tratti del mio stomaco (e anche voi), alzo gli occhi e toh, il cielo m’è diventato di uno strano color susina, molto poco “Dash” e molto tanto “Houston we have a problem”. Mi scatafascio verso casa, ma nel frattempo il cielo si apre ― il cielo non risparmia nessuno, figurarsi il Board nel bosco boscoso. Giusto il tempo di passare da una doccia all’altra e d’infilare i miei stivali in gomma rossi a quadri che fortunatamente danno una svolta alla serata.
Perché dovete sapere, Fellows, che con un paio di stivali di gomma (meglio se rossi, meglio se a quadri) voi diventate automaticamente Huckleberry Finn ― è un fenomeno appurato dalla fisica moderna. Indipendentemente dall’età che avete, dallo status sociale e professionale, dal sesso e dall’orientamento religioso (!), eccovi lì, dei kids. E l’Adige o l’Arno o il Tevere o il Sarca o il Po o il Monticano (Giak, CommunicascionChiara, I know, vi sconvolgo, I know :-)) o il Noce o la Laguna Venuta (o Blu per l’Anarcozumi, fra poco di ritorno in), diventano lui, il fiume che taglia la pancia dell’America, il fiume con più coppie di consonanti del mondo idrografico, il fiume che nasce in Minnesota e muore nel Golfo del Messico (noi che siamo cresciuti con quelli che nascono sul Monviso e sfociano nel mar Adriatico), lui, quello su cui il papà della letteratura americana moderna Mark-mito-Twain (e non lo dice un Baord qualunque, ma un Hemingway qualunque), ambientò il romanzo più fun di tutti i tempi. E quello, un Huckleberry Finn,  son diventata io, correndo (oh, moooolto correndo) da Mastrantonio mercoledì sera. E anche se mancavano la pagliuzza in bocca e i pantaloni lisi e il cappello di paglia in testa e lo schiavo Jim, avevo quel paio di stivali in gomma lì ai piedi… Un paio di stivali in gomma vi permettono di prendere la pioggia per le corna, e di prendere tuuuuutte le pozzanghere che v’intralciano la strada, e pure di andarne a caccia di nuove, e  schiaffarvici dentro, alla faccia dello scamosciato e del cavallino e del “cavolo-ho-speso-un-patrimonio-per-ste-scarpe”! 😉

Insomma, immaginate in che condizione da scapigliatamilanese io, 100%-red-rubber-road-runner, mi sono presentata dal Mastro, che era lì sull’uscio a rimirar, e senza attinenza alcuna con quella barba di Carducci. Non sto a raccontarvi il capolavoro di abbraccio che ci siamo dati perché i capolavori non si raccontano ― ma Lady Mastrantonio stia pure tranquilla, nessuna malizia, solo tanto tantissimo sollievo nel ritrovare il Mastro Master della cinematografia in Trentoville. E con lui il fido Robin, che dal bancone vede e provvede. 😉

All’interno, ecco il Sergente Fed FFF, che aveva pure telefonato mentre l’Huckleberry-Board sfrecciava all’Astra per accertarsi della sua collocazione geografica, e il Fellow Truly Done, che affrontò il cielo susina e discese da Povorock pur di vedere “I giorni della vendemmia”.

E per fortuna discese! Si perché il film è un bijou. Piccolo, e da conservare. Anzi, da far conoscere. Pensate che il regista, oggi ventinovenne, lo girò in 15 giorni, tre anni fa (news tratte da “Mastroinforma” :-)) quando praticamente la maggior parte dei suoi coetanei decide ancora se dare Storia del Cinema II o toglierlo dal piano di studi…
“I giorni della vendemmia” racconta una vendemmia nella campagna emiliana nel 1984. Madre cattolicissima, padre comunistissimo ― la diade che da sempre racconta l’Emilia rossa, ma direi anche l’Italia, a metà tra il Papa e Palmiro… Il figlio maggiore, Samuele, a Londra o in giro per l’Europa, il figlio minore, Elia, diciassettenne tutto ormoni e insicurezze, che legge Tondelli e ruba il vino dal frigorifero di casa per sballarsi un po’. Lo scorrere lemme della vita rurale è scosso dall’arrivo di Emilia, una ragazza che inserisco con Catwoman tra le figure femminili belle&sfrontate&ribelli&malandrine del cinema. La sensualità dell’attrice (tale Lavinia Longhi) unita alla spregiudicatezza del personaggio che interpreta, capirete, sono una miscela esplosiva tanto per il povero Elia, quanto per lo spettatore, entrambi ammaliati da questa Circe dalle lunghe gambe e dalla tosta faccia (possa Omero perdonarci)… La tipica donna che gli uomini vorrebbero baciare e schiaffeggiare, nell’ordine che preferite.

La dinamica ricalca alla perfezione il triangolo Georgie-Arthur-Abel (e qui si citano i big della cartonianimatografia giapponauta), giacché il secondo momento di caos si verifica quando rientra in scena Samuele (Abel), bel tenebroso ma dal cuore pink (e non aggiungo altro…). Emilia (Georgie) diventa il pomo della discordia ed Elia (Arthur) soffre in silenzio (tale e quale al cartone).

La trama in sé rimette in scena un argomento caro alla letteratura e al cinema: un istante di formazione nella vita di un adolescente che poi ricorderà per la vita. E tutti abbiamo dei momenti che ci hanno scandito quella stagione dolcemente maledetta della teen-age, e credo che sia anche per questo motivo che il film risulta caro a chi lo guarda. È lo stesso motivo per cui “Il tempo delle mele” spopolò quando uscì. Oppure “Il giovane Holden” in letteratura, o il “Grano in erba” di Colette (se non l’avete letto, regalatevelo ;-)). Sono storie del cosiddetto “coming of age” nostro, non solo dei personaggi.

Ma poi c’è un discorso da aprire sul “come” il regista ha scelto di raccontare questa storia. Ritmi lenti, e silenzio, e immagini che sanno di grilli e caldo e bandiere rosse e crocifissi. E no, vi prego non sbuffate! Il film non è affatto noioso e questo perché il regista è stato in grado di calibrare i tempi ― come quando andate in un ristorante e il menù, dall’antipasto al dessert, vi viene servito con i giusti intervalli fra una portata e l’altra, non un minuto di più e non uno di meno. Con un film non è facile, ci sono tanti rischi: quello di innamorarsi di una scena e farla durare troppo, o quello di darne per scontata un’altra e farla correre via troppo in fretta. Qui tutto risulta tempisticamente corretto.
Come dicevo ai miei Moviers e al Mastro, avrei voluto almeno altri 10 minuti di girato in più, ma questo non dipende dalla lunghezza del film (corretta, dicevamo): dipende dalla gola, dal volerne ancora ― il Baord è un cine-goloso, che volete farci… 🙂 E come dicevo dopo la proiezione, mi sono balzate all’occhio due scene che mi hanno fatto drizzare le antenne…mmm, mi son detta, qui c’è del talento…
Mi riferisco alla ripresa di un prato, che parte dal basso e gradualmente sale su, come ad aprire un orizzonte già aperto, riscoprendolo… E la seconda, l’immagine di una madonnina di plastica (quelle tipo from-Lourdes-with-love, con dentro l’acqua santa) che si confonde e sfuma in una statuina di Pinocchio, poco dietro. La Madonnina e il Pincchio riassumono la cameretta di Elia meglio di qualsiasi panoramica. Pensateci: madonnina (religione formato take-away) e Pinocchio (infanzia). Righi racconta molto per dettagli. Come per esempio la pagina dell’Unità nascosta sulle ginocchia del padre durante la recitazione delle preghiere serali…Ecco, tutti questi preziosi semini che uno spettatore attento (rac)coglie, ci fanno ben sperare per i prossimi film del giovane Righi. Insomma, ad maiora! 🙂

Ah, un ringraziamento speciale alla Fellow Claudia-the-Critic, alla Fellow Chili Chocolate e alla loro amica (che sarà la Fellow Cappuccetto Rosso non appena riesco a metter le mani sul suo indirizzo email, ih ih ih), per avermi dato delle dritte su “Monsieur Lazhar” che avevano appena visto ― come vedete Let’s Movie si muove su più fronti in contemporanea, il tutto al fine di garantire una copertura critica sul panorama cinematografico (mamma mia, son peggio della barba Carducci!). 🙂

Certo è vero che le vie di mezzo, come le mezze stagioni, non esistono più. Fino a pochi giorni fa, una siccità cinematografica da Sahara. Oggi, un esondazione da Arno 1966. Insomma, o troppo o nulla, e noi di Let’s Movie, noi lì, sempre lì, lì nel mezzo (grazie, Liga). 🙂

Mmm fatemi scegliere un po’ per questa settimana

BELLA ADDORMENTATA
di Marco Bellocchio

Allora. Ricorderete  che ci scagliammo (sempre bonariamente, eh, s’intende) verso Marco-spocchio-Bellocchio, quando venne al MART due anni fa per tenere l’elogio di se stesso davanti a noi povero popolino… Questo però non deve impedirci la visione del suo ultimo film, e per vari motivi: Sir Servillo è nel cast (e lui be’, lui è Sir Servillo, c’è ben poco da aggiungere); il film tratta un tema osticissimo ma di grande interesse, su cui mi piacerebbe riflettere; il film è stato accolto da 16 minuti di applausi alla Mostra del Cinema di Venezia,  e io sono proprio curiosa di vedere se li ha meritati tutti, o se ne avrebbe meritati 13 o magari 18. Non sottovalutiamo i numeri e gli applausometri, please. 🙂

Già vi anticipo che “Pietas” di Kim Kiduk sarà un prossimo Let’s Movie, con tutta la sua sudcoreanità che tanta paura mette ai Fellows. E non tanto perché ha vinto il Leone d’Oro ― bravobravissimo Kim ― ma in nome di quello spettacolo di “Primavera, estate, autunno, inverno e ancora primavera” di qualche anno fa. Cominciate da qui a prendere dimestichezza con lui ― io nel frattempo ho preso “Ferro 3” in biblioteca, sperando di riuscire a uscirne viva (da Ferro 3, non dalla biblioteca). 🙂

 Stasera con la questione degli stivali e dell’Huckleberryboard (uh come mi piace!), mi sono un po’ dilungata… Meno male che il Fellow Iak-the-Mate è faraway, altrimenti me le sentivo di brutto. 🙁
Corro verso il Movie Maelstrom senza farmi notare troppo…. Voi, my kid Moviers, valutate l’idea di farvi un paio di stivali 100% red rubber, o anche solo rubber senza il red, fate sosta giù al molo del Movie Maelstrom, leggetevi il riassunto con i piedi penzoloni sull’acqua, e gustatevi questi saluti, che per stasera, signori miei e signore mie, sono orograficamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Non so bene perché, ma questa canzone di Otis Redding, mi fa venire in mente quei posti immaginifichi tipo l’Alabama o l’Arkansas… quegli stati lambiti dal Mississippi che non ho mai visto ma che, attraverso queste note, mi par di guardare seduta dalla banchina di un molo… Cliccate qui, via http://www.youtube.com/watch?v=UCmUhYSr-e4

BELLA ADDORMENTATA: Il film racconta il caso di Eluana Englaro, la ragazza che per 17 anni ha vissuto in stato vegetativo fino alla decisione della famiglia (accolta dalla magistratura) di sospendere l’ alimentazione forzata, ritenuta un inutile accanimento terapeutico e rispettando la volontà espressa in passato dalla stessa Eluana Englaro.

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Let’s Movie CXXXV

Let’s Movie CXXXV

I GIORNI DELLA VENDEMMIA
di Marco Righi
Italia 2010, 80′
Mercoledi’ 5/Wednesday 5
Ore 21:15/9:15 pm
Astra/ Mastrantonio 🙂

Mastri, Mostre&Mostri Moviers!

Mercoledì s’è fermata tutta Trentoville. Un minuto di silenzio e commozione verso il primo pomeriggio hanno celebrato il ritorno di lui, Antonio ma-che-dico-Antonio, Mastrantonio, ma-che-dico-Mastrantonio, il Mastro, che batté un colpo con un messaggiol alla mailing-list degli Astra-fans. Dopo due mesi (cioe’, D U E mesi!) di lontananza, in cui avrà frugato i database di tutti i cineforum dell’emisfero australe e boreale (ma la differenza?), dopo aver ciclettato su e giù per il Trentino (il Mastro è un biker, of course ;-)), eccolo finalmente a tirar su la saracinesca dell’Astra e con lei il morale a voi popolo di letsmovie-lovers, e ovviamente a me, dopo due mesi (cioe’, D U E mesi!) passati nella paura e nel delirio, e non a Las Vegas, ma alla ricerca di papabilità cine-musicale da offrirci…Mamma mia… 🙁

Chiusa la parentesi cine-vacche magre, ci proiettiamo verso un settembre cinematografico dalle consistenze paffute, complice anche la Mostra del Cinema di Venezia che si sta svolgendo in questi giorni e sta sfornando dei titoli che poi ci papperemo alla mensa di Let’s Movie. Se settembre è sempre stato un mese scioccante fin dai tempi della scuola ― il dolore da rientro in classe è al massimo grado della Scala Golgota ― lo scenario è cambiato da quando Let’s Movie è comparso nelle vostre caselle di posta 🙂 (e da quando vi siete diplomati): settembre è il mese in cui l’Anarco-zumi, rientrata da Laguna Blu, si trasferisce direttamente al Lido e s’infiltra per noi (e, nei ritagli di tempo, per la Trentino Film Commission) all’interno di parties Defoe&Ciprì e première Spike Lee. Vi dico solo che è riuscita, TICKETLESS, a superare tre posti di blocco e infiliarsi in sala dal nostro amato-amatissimo Spiky (amatissimo pre-Sant’Anna)…Ripeto Moviers, ticketless, sine bigliettum, se preferite il latino a Trenitalia 🙂 …(ma voi avete presente gli omoni cattivissimi della Security?? Quelli contro cui nessuno sguardo Bambi può nulla…). Del resto la Zu è la Zu, e non ce n’è per neZZuno… 😉
Settembre è il mese in cui ritorniamo ad assaporare la sala cinematografica pura, o ambi-pur, cioè senza smells, o bizze da Toktor Thun. E soprattutto il mese in cui il Board la pianta lì con ‘sti concerti… Alcuni meritavano, ma cavolo, avreste dovuto vedere cosa si è sorbita la Honorary Member Mic martedì… 🙁

I Midnight, ribattezzati i Grand Hotel Trento perché in comune con i Tokyo Hotel avevano forse forse il check-out prima delle 11, hanno costretto me e la Mic a buttare in vacca tutta la serata ma anche a trasformare il concerto in un’occasione di fun a due che però una volta, almeno una volta nella vita, vi auguro di provare.
Siccome Trento fa le cose per bene come la Galvani, i Midnight erano preceduti da un’opening band incaricata di aprire la serata. L’opening band erano i Nonostantetutto…Un nome un destino…Poracci, non funzionavano jack, luci, suoni, tutto l’ambaradan insomma, e nemmeno loro stessi nella parte dell’audience-entertainment, temo 🙁 … Ma nonostantetutto, ti mettevano in quel mood di solidarietà nei loro confronti tipo dai-che-ce-la-fai, in cui finisci per parteggiare per loro, nonostantetutto, appunto…
Poi si sono presentati questi Midnight, quattro regazzetti con capello Satomi capitanati da un pokemon biondotinto con look tra Neo e il Corvo Brandon Lee. E hanno cominciato a metallicare in giro per il palco…
Allora. Io non dico nulla eh, per carità, ti piace un genere, coverizzalo pure come ti pare, free country, free thinking (are we sure??). Però. Un conto è se mi personalizzate la canzone d’origine e, in un certo senso, le aggiungete qualcosa di nuovo e vi esce una canzone d’arrivo nuova nel suo genere. Un conto è se mi scimmiottate paroparo i mostri sacri del metal senza mettere del vostro: allora vi assumete tutte le responsabilità del caso e del confronto. Di Ozzy Osbourne ce n’è uno, grazie a Dio (o si dice grazie al diavolo in questi casi? Bah)… Cioe’, vedi, Piccacciù, che tanto ti godevi a divaricar le gambe e a menar da invasato l’asta del microfono e a scuotere la chioma appena stirata da mani parrucchiere, non basta abbondare con l’ombretto nero, le spaccate e i rigurgiti black-sabbath. Gli Iron Maiden e i Lynyrd Skynyrd hanno già vomitato addosso al pubblico un sacco di roba dark prima di voi. Allora, ragazz(etti) miei, metteteci qualcosa di nuovo/vostro. So che è difficile eh, ma questo distingue un artista che reinterpreta da un artista che interpreta e basta. Anche perché, malgrado facciate il vostro bravo compitino e sbrodoliate sul pubblico in maniera molto molto Megadeth (non ho molta conoscenza metal per dare un giudizio, perdonerete) non raggiungerete mai il loro livello, quindi, cercatevi un’alternativa che vi distingua un po’. Ma anche nella mimica e nei modi eh…Ormai i bei tempi in cui si squartavano i bovini sul palco sono passati… 🙂
Ora siamo a un’altra declinazione del metal, o della musica pissed-off e/o inkazzosa. Pensate per esempio ai Rage Against the Machine. Loro hanno aggiunto la dimensione politica. Oddio, è pur sempre uno sbrodolio inkazzosissimo, ma la pagina è stata voltata ― per un assaggio sbrodolato ma soprattutto inkazzosissimo, vi rimando (non in senso letterale) al Movie Maelstrom. 😉

In sostanza, cari Midnight, tenetevi pure anfibi e pantacollant in ecopelle, ma cambiatevi il nome, troppo scontato, troppo Miami Vice. E tenetevi pure la trousse dei trucchi. E se proprio proprio non potete cambiare il mezzo, ovvero il genere heavy, almeno cercate di camminare verso una nuova direzione. E tu, Piccacciù, leader&singer, qualche lezione per scuotere la testa un po’ più a tempo, io, fossi in te, la prenderei… 🙂

Io e la Honorary ci siamo inoltre poste la questione dell’allestimento strambo del Giardino S. Chiara. Martedì le file di sedie erano solo tre, e semivuote, con un bello spazio libero davanti. La Mic ritiene fosse lo spazio adibito al pogo. Io penso che gli organizzatori avessero previsto che i trentini-soldatini-bravini appassionati al genere non sarebbero stati moltissimi, quindi abbiano preferito ridurre sia le sedie che sarebbero rimaste vuote, sia lo sconforto negli occhi ombrettati dei Midnight… Peccato però, non aver visto un po’ di diabolico pogo nel cuore clericale di Trentoville…  🙁

Ah, un ringraziamento speciale va al Fellow Truly Done, che passò dal Giardino, ma non ci trovò, si stupì e se ne andò! (guarda Board, smettila). Io e la Mic arrivammo molto potentemente in ritardo… Next time, Chris, you text the Board, or you come massive(attack)ly late, as you prefer…  😉

Ma vi prego fatemi annunciare il film della settimana, che non sto più nell’ecopelle

I GIORNI DELLA VENDEMMIA
di Marco Righi

Marco Righi è un giovane regista italiano e questa è la sua opera prima, quindi lo incoraggiamo: essere giovani e all’opera prima è un casino mica da poco in Italia. Poi il film è stato presentato a una cifra di film festival e si è guadagnato il plauso della critica. E questo incoraggia noi.
In realtà vi confesso che non so nulla né di lui (a parte la cosa dei giochidellagioventù e dell’opera prima), né tantomeno del film. Ma come sapete, preferisco così: non sapendo gestire le aspettative, almeno ci si rifugia nell’ignoranza più totale…Dopo tutto, è dal buio pesto che spuntano le stelle più belle… 😉

Okay Moviers, stasera son stata davvero concisa, mi rimiro ‘sta micro-mail tutta fiera ― e anche il Fellow Iak the Mate, che è lazy solo nel leggere le mail di Let’s Movie… 🙂

Anche questa settimana vi chiedo di fermarvi nel Movie-Maelstrom per assaggiare un po’ di brodo metallico, che va giusto bene, con quest’ondata di freddo improvviso. Poi vi dico grazie: mi rendo conto che per me Let’s Movie è un po’ come il CEPU per Del Piero, aiuta nei momenti di difficoltà. Spero che un po’ lo sia anche per voi, almeno nel sorriso (anche uno, solo quell’uno) che vi strappa… Ora sbranatevi pure il primo vero riassunto della stagione e lasciatemi mandare questi saluti, che stasera sono mastromostruosamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

 

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Da un po’ succede che ascolti della musica varia ed eventuale, ma attntamente suddivisa per capitoli.
Ora portate il volume del mixer fino alla scritta “appalla”, preparate il collo al bouncing, e via http://www.youtube.com/watch?v=dxk3c_SbWMg (vi metto la versione con il testo scritto, così potete rispolverare il karaoke).
Trovo questo piccolo capolavoro di rabbia-contro-la-macchina molto piacevole all’ascolto, specie quando insiste, con velata enfasi, sul concetto “F**K YOU, I WON’T DO WHAT YOU TELL ME!!” 🙂 🙂

I GIORNI DELLA VENDEMMIA: Settembre 1984 in un paesino della campagna emiliana. Elia vive con William, suo padre, un marxista convinto, Maddalena, sua madre, donna molto devota, e sua nonna Maria. È tempo di vendemmia nel piccolo vigneto vicino casa e ad aiutare nel campo arriva anche Emilia, nipote di un’anziana coppia che vive nello stesso paese di Elia. Presuntuosa e noncurante, Emilia stravolge la vita ordinaria del ragazzo di provincia.

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