Posts made in ottobre, 2012

Let’s Movie CXLIII

Let’s Movie CXLIII

AMOUR
di  Michael Haneke
Francia/Austria/Germania, 2012, 127’
Lunedì 29/Monday 29
21:15/9:15 pm
Astra/Mastrantonio’s 🙂

Monetine Moviers,

A volte il corso delle cose prende delle pieghe poco hurrah e voi vi ritrovate a fare le spese dei sabotaggi del caso. Non sto parlando di massimi sistemi e minimi comuni multipli, eh, ma degli intoppi quotidiani, gli scazzi spot. E potete infilarci quello che volete nel capitolo “Intoppi quotidiani e scazzi spot”. Imposte/multe da pagare, gomme da cambiare, “no” che avresti voluto fossero “si’”. Tutto quello che volete. Ho capito che i giorni hanno curve e rettilinei, e che spesso le curve superano in numero i rettilinei. E allora che si fa? Allora cerchi fortissimamente di tenerti in carreggiata e ti aiuti con tutta una serie di accorgimenti che impari cammin facendo. Tipo. Mai fidarti del tuo commercialista. Tipo. Mai lasciare la macchina in divieto di sosta difronte a Mastrantonio. Tipo. Mai lasciarti fregare dalle aspettative (questa soprattutto, in tutti i campi). Tipo. Mai perdere Let’s Movie. In questo modo avete neutralizzato una fonte notevole di intoppi&scazzi ― non tutti, ma una buona parte.

E infatti mercoledì scorso, dopo una giornatina tutta chicane, mi dirigo correndo (ecche-ve-lo-sto-pure-a-dddì) dal Mastro. C’è una probabilità che la Honorary Member Mic sia lì. Ma la probabilità è proprio di quelle micron, e visto l’accorgimento di cui sopra, cerco di non crearmi illusioni. Sfrecciando in una Trentoville quanto mai deserta, e buttandomi nel sottopassaggio preferito — quello tutto luci al neon e muri graffittati e squallore metropolitano che passa sotto la ferrovia, e che, per via di squallore e ferrovia, si chiama ufficialmente Sottopassaggio Trainspotting — insomma, sfrecciando, dico fra me e me “ma non penserai davvero che dopo una giornata tutta chicane ci sia qualche Movier?”. E invece, quasi per farmi dispetto e smentirmi, il caso mi stende lì un rettilineo… 🙂

Fuori dal Mastro trovo la Fellow Vaniglia (che ci sfoggiava un gloss oserei dire da pagina 6 di Vanity Fair) e con lei, mamma-mia-che-piacere, la Cristina Casaclima, la Fellow domoticamente più eco-sostenibile del pianeta terra, con il marito, il Guest Diamoacesarequelchedi (Diamoacesarequelchedi dovrebbe rientrare nel nuovo Dizionario dei Nomi del 21esimo secolo, dove figurano perle come Maicol scritto Maicol e Chevin scritto Chevin).
Ah me li sono abbracciati di brutto eh — dopo una giornata tutta chicane, che vuoi fare se non abbracciarti i Moviers? Poi entro, e dentro, ci sono il mio Mastro e il mio Robin (che, con lo zampino del Mastro, ho scoperto essere un patito del collezionare refusi…sempre meglio delle bocce in vetro con la neve finta, dico io ;-)), e non ci sono loro due, no. C’è pure la mia Honorary Member Mic, anche lei reduce da giornatina chicane, ma che nonostante curve e tornanti e tormenti, ha deciso di adottare l’accorgimento “Let’s Movie” che è stato efficace da subito. E guardate, forse anche per questo “Il comandante e la cicogna” ha scaturito un entusiasmo così travolgente…

Se la settimana scorsa era stata Verze-a-Virzì, questa settimana è Soldi-su-Soldini — sorry, ma questa dovevo proprio dirla 🙂
Il film è stato promossissimo da tutti i Movier e anche dal resto del pubblico in sala, che ha riso, e quasi interagito con il film, ma non in maniera rumorosa/fastidiosa. Si è creata come una bella armonia — vade retro “sinergia”, la parola più sfruttata del terzo millennio — fra l’audience e lo schermo. Di solito questa intesa si sente a teatro, quando il palco riesce a dialogare con il parterre, ma con il cinema non è così usuale: quando qualcuno commenta, sei più tentato a menar le mani che a dirti “bella, ‘sta armonia fra audience e schermo”.

 Credo di poter definire “Il comandante e la cicogna” la vera commedia italiana classica ―quando parlo di commedia italiana classica ho sempre in mente “I soliti ignoti”, capolavoro dei capolavori che cito sempre nella mia top ten di film preferiti. La commedia che ti fa ridere un riso sano e storcere la bocca in una smorfia amara, e riflettere e dire “Cacchio, l’Italia è proprio questa”. Te lo fa dire con quel misto di vergogna, rabbia, rassegnazione che da Italiani conosciamo bene. Dalle trame apparentemente leggere e non pretenziose proposte dal film esce una radiografia dell’Italia lucida e quanto mai dolorosa. Italiani gente di scorciatoie, di fatta-la-legge-trovato-l’inganno. Allora vedi il cameriere cui cade per terra una brioche, la raccoglie e la rifila al cliente. Vedi i giovani annoiati che deturpano le panchine. Vedi avvocati che trovano un innocente, come Leo — il personaggio impersonato magnificamente da Valerio Mastandrea — e ravvisano in lui non già l’integrità della persona, quanto  l’identikit del perfetto prestanome… L’Italia dei ragazzini che non si fanno scrupoli a caricare in internet i momenti d’intimità con la propria ragazza. O l’Italia del cattivo gusto, come la segretaria dell’avvocato — il personaggio impersonato magnificamente da Luca Zingaretti —con smalto, limaunghie e completi leopardati…
Ma fortunatamente questa è anche l’Italia di figure pazzesche come Amanzio alias un portentoso Battiston, che più lo guardi, più pensi,  accipicchia sono davanti a 150 kg di puro talento e chissenefrega della ciccia. Amanzio è una specie di critico della società che si aggira per Genova in Birkenstock e borsello e cerca di sensibilizzare — a suo modo! — la collettività Finisce per stringere amicizia con Elia, il figlio tredicenne di Leo, anche lui un ragazzino tutto strambo diviso fra ecologia e filosofia: legge trattati di ornitologia, la sua migliore amica è una cicogna, ruba rane surgelate dal supermercato per nutrirla e si fa domande tipo “Gli uccelli sanno che non sappiamo volare o pensano che non ne abbiamo voglia?”. E anche lui è un personaggio positivo: rappresenta quei ragazzini che non sono né bulli né emo né aspiranti tronisti, e non passano tuuuutto il tempo davanti al pc o alla play station, ma si lasciano ancora affascinare dalla natura e da un pennuto, e che per percorrere 300 metri non prendono l’autobus ma saltano in groppa alla bicicletta e via-più-veloce-della-luce.
A questo proposito, c’è una scena molto ben costruita di Elia sulla bici che buca la città zigzagando nel traffico. Le riprese in quella scena benficiano di una tecnica particolare che sconfina nel fantastico, e lo fanno diventare una specie di piccolo eroe della sua piccolissima storia — un ragazzino che deve salvare una cicogna.

E a proposito di eroi… Ho trovato molto astuta la trovata di Soldini di far sentire i pensieri delle statue che costellano la città — ecco, ci terrei ad essere precisa: si legge in giro che nel film le statue parlano. No, le statue NON parlano, non c’è nessun morphing, nessun effetto speciale che permette alle loro bocche di animarsi. Sono i loro pensieri, quelli che sentiamo. Ecco dove sta la lungimiranza: aver sfruttato delle voci — quindi dei punti di vista — appartenenti a figure che di solito non si sentono (Garibaldi, Leopardi, Leonardo da Vinci) che hanno vissuto un’altra epoca storica rispetto alla nostra ma che, grazie alla loro presenza in forma di statua o mezzo busto, abitano anche la nostra contemporaneità urbana. Hanno i piedi nel passato e l’occhio nel presente, e questo permette una prospettiva interna ed esterna su questo nostro tempo. Direi che Soldini qui si becca un bell’applauso dal pubblico. Non c’è niente di naif in un’operazione come questa. Anzi, è proprio sentendo le parole in bocca a questi personaggioni che riflettiamo, ridendo le nostre risate più amare.

Il film comincia su un pensiero uscito dalla mente della statua di Garibaldi a proposito degli italiani: “Un dubbio mi brucia nel petto: se non fosse meglio tenersi gli austriaci”…Non credo servano commenti… E sul finale, dopo che abbiamo visto l’ennesimo caso di corruzione italiana andare in porto ai danni della brava gente (Leo&family), si levano alte e taglienti queste parole: “A battersi per la verità sono sparuti e a volte derisi compagni”… “Sparuti” e “derisi” tagliano molto…

Però, a parte il ritratto dell’Italia di furbi e faccendieri, ci sono anche degli esseri incantevoli (e buffissimi!), come l’artista Diana (e questa volta davvero “un’Alba Rohrwacher MAI COSI’ INTENSA” :-)), che s’incanta per un paio di scarpe che penzolano dai fili d’elettricità e che, per fotografarle, si blocca in mezzo alla strada, bloccando il traffico. E c’è una famiglia, come quella del buon Leo, che nonosante la morte della moglie-mamma, e nonostante le difficoltà, tira avanti, e si vuole bene. E gli istanti di poesia germogliano in punti inaspettati. Per esempio il sito web di Diana, che Leo si ritroverà a visitare, è un micro-filmato di animazione, o un pezzo di visual-art, in cui ritroviamo Chagall e un cielo di un azzurro magrittiano — atmosfere cromatico-pittoriche che saranno poi riprese nei titoli di coda.

È come se Soldini ci dicesse, ecco, questo è quello che siamo. Può essere degradante, e pesante, vivere in una società come questa. E di questa società io ho preso atto e ve l’ho mostrata. Ma vi ho anche mostrato il volo di una cicogna, l’amicizia fra un ragazzino e un solitario, l’amore fra un idraulico e un’artista…La magia. Sì, sì, Moviers, riverso su Soldini una pioggia di monetine d’oro! 🙂
E ha ragione la Fellow Vaniglia+gloss, dopo la proiezione, quando meravigliosa s’indigna: “Il mondo fa schifo e ti verrebbe voglia di prendere un bazooka. Ma poi ci sono gli affetti. E quelli ti salvano”. Buonaaaa la saggezza vanigliosa! 🙂 E sì, è proprio così, e dentro al concetto di “affetti” io ci pigio amici, Moviers e tutti gli esseri coccoli, animati e non, che mi capita d’incontrare. 😉
Quindi, se non avete visto “Il comandante e la cicogna”, please, fatevi un regalo, e rimediate.

E questa settimana, Fellows, finalmente, dopo sei mesi d’attesa manco fosse stata una mini-gravidanza

AMOUR
di  Michael Haneke

Vincitore della Palma d’Oro a Cannes, che altro dire? Haneke non si discute. È vero, ha girato “Il nastro bianco” — e la Mic non mi perdonerà mai per averla trascinata a forza a vederlo. Ma è anche il regista di “La pianista” (paurina) di “Niente da nascondere” (paurona) e di “Funny Games” (terrore). Insomma, Haneke è un regista coi contro (non proprio nel senso di “detrattori”…) e quando uno ha i contro, allora entra di diritto in Let’s Movie. 😉

Prima di lasciarvi alle vostre scorribande domenicali, e visto che la vostra educazione cinematografica mi sta terribilmente a cuore, vi esorto ad andare a vedere il MIO adorato Adrien Brody in “Detachment – Il distacco”, martedì al Viktor Viktoria alle 9:00 pm (facendo attenzione alla Vicky Witch) e in replica il mercoledì allo Smelly Modena alle 7:40 pm (facendo attenzione allo smell). Altre info, qui http://www.cineworld.info/?act=rassegne&id=1.  Avevo visto il film lo scorso febbraio a Parigi; mi era piaciuto molto all’epoca, e la programmazione italiana di oggi mi fa capire che i film impiegano circa otto mesi ad attraversare le Alpi. Annibale in confronto era un Eurostar.

Sì, stasera ho decisamente abusato, Fellows, me ne rendo conto 🙁 … Ma potete sempre chill out nel lounge “The Movie-Maelstrom”, leggiucchiandovi il riassunto e accettando questi ringraziamenti che oggi sono numismaticamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Dato che la mail di questa sera è praticamente il deposito di Paperon de Paperoni, sguazziamo un po’ qui… http://www.youtube.com/watch?v=oUNN6qw1rS4

…Da cui traiamo un mantra:

Rimango convinto
Che se anche non vinco
È soltanto questione di tempo
Poi terno, quaterna, cinquina…

 😉

AMOUR: Il film è incentrato sulle figure di Georges e Anne, due ottantenni colti, professori di musica in pensione. La figlia, anche lei musicista, vive all’estero con la sua famiglia. Un giorno Anne è vittima di un piccolo ictus. Esce dall’ospedale e torna a casa, ma rimane parzialmente paralizzata. L’amore che unisce questa coppia verrà messo a dura prova.

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Let’s Movie CXLII

Let’s Movie CXLII

IL COMANDANTE E LA CICOGNA
di Silvio Soldini
Italia 2012, 108’
Mercoledì 24/Wednesday 24
21:15/9:15 pm
Astra/Mastrantonio’s 🙂

Monopoli&Mastropoli Moviers,

Alla fine è sempre tutta una questione di  tempi, d’imprevisti&probabilità. Credevo di essere solo io quella incasinata con la temporalità, invece cosa MI ti scopro mercoledì, giornata sacra dedicata a Let’s Movie? MI ti scopro che anche in Mastropoli, la cine-civitas ludica popolata dai Mastrantonios e da Robin, la temporalità può causare dei problemi esistenziali mica da ridere.

Capita che l’Anarcozumi mi telefoni e mi dica, con tono giustamente anarco, Fru il film era alle 9:15 pm non alle 9:45 pm!! E il Board s’è sentito gelare il sangue nelle vene, ha temuto di finire in prigione senza passare dal Via, e gli si sono aperti dei possibili catastrofici scenari, che non posso esimermi dall’illustrarvi qui di seguito:

  1. Il Board ha cannato di brutto, prendendo un 15 per un 45 e seguendo la moltiplicazione “bisi per fave” (ma quanto fa poi?)
  2. Il Mastro e/o Robin hanno cannato di brutto, prendendo un 15 per un 45, seguendo la moltiplicazione “bisi per fave” e inviando nella loro Newsletter un orario farlocco
  3. Il Board ha imboccato la china dell’Alzheimer e/o dislessia e/o quella sindrome che ti frulla i numeri in testa e deve chiamarsi tipo morbo del milkshake o una roba del genere.

Sperando nell’infondatezza dell’ipotesi 3 (ma anche la 1, ve lo confesso), arrivo dal Mastro per affrontare la situazione a mo’ di Barry Lindon nella piana di Waterloo. Perchè la mia adorazione per il contesto Mastropoli è un dato di fatto, ma quando c’è di mezzo un regolamento di conti, io e il Mastro infiliamo cappa&spada e ce la vediamo nella radura in cui Kubrik ci ha fatto sostare per la bellezza di 37 minuti (un po’ di inutili curiosità cinematografiche fanno sempe bene… ;-)).

Dopo un duello all’ultima risata ho concluso che non sarà mai dato sapere se l’errore sia da imputarsi al Mastro o a Robin. E non per una questione di omertà intra-supereroi ma per la teoria in base alla quale se anche i ricchi piangono, anche i Mastri toppano.
Lasciatemi però spezzare una lancia a favore di Robin, perchè come fa lui, poveRobin? Con un Mastro votato all’“una-ne-penso-e-cento-ne-faccio”, un Mastro che sposta i film peggio della deriva coi continenti??!
Quindi come Lutero e Wittenberg, prendo chiodi e martello e affiggo ufficialmente sulle cine-porte dell’Astra 95 tesi, che per vostra comodità e fortuna riassumo in una: “Sia il Mastro collaborativo con Robin, non lo lasci solo con i numeri primi (libro e film ci sono bastati, grazie), eviti il più possibile di giocare a Tetris con le proiezioni cercando incastri da Nintendo (per quanto egli sia risaputamente e incorregibilmente homo ludens), e gli dia l’okay definitivo alla scaletta delle programmazioni senza fare tanti cambiamenti last-minute: lo sventurato Robin non può seguirlo in tutti i suoi funambolismi (e spostamenti tra Trentoville e location cine-festivaliere che per deformazione professionale, nonchè fun personale, è portato a frequentare).

Un a parte: Pss pss, Mastro… ehi Mastro… ti ho cazziato abbastanza? O devo anche aggiungere che d’ora in poi il Viktor Viktoria e lo Smelly Modena cominceranno a farti concorrenza (pur conscia che una panzana grande come questa non si sentiva dal tempo in cui volevano portare le Olimpiadi a Trentoville?) Oppure vuoi che ci vada giù ancora più pesante e la porti sul drammatico (e qui davvero potrei dare il meglio di me) dicendo che la Vicky Witch è una Lady Macbeth agghiacciante ma almeno non mi fa gli scherzi sugli orari, e che lo Smelly è molto smelly ma almeno…almeno… almeno è a undici secondi da casa mia?? Il livello di cazziatura può essere negoziato.  😉

Tra l’altro mercoledì avevamo un notevole parterre di Moviers&guests: la già citata Anarcozumi, che ha disdetto un appuntamento pur di vedere “Tutti i santi giorni” (e dei danni ne ha risposto il Mastro :-)), il WG Mat, che mannaggia per una volta era riuscito a infilare Let’s Movie nella sua start-up agenda, il Guest Paolo il Duca di Lombardia (che qualche volta ha bazzicato Let’s Movie, ma senza mescolarsi troppo alla nostra plebaglia, noblesse oblige et prestige, si sa), la Guest Lizzy detta anche Straightaway-from-UK, e il Guest Jacopo, che potrebbe diventare un buon Movier, vista la preparazione in campo cinematografico.

Ma lo sapete, noi Fellows abbiamo la capacità di buttarla in vacc ehm in ridere, quindi la serata è trascorsa molto piacevolmente nel Bistrot di Mastropoli (dietro Vicolo Stretto), a chiacchiere&cavolate, un abbinamento di cui il Board, si sa, è ghiottissimo. 🙂

Diciamo che questo misunderstanding temporale vi ha salvato dal solito pippone di commento sul film che vi somministro la domenica e che è il vostro cucchiaio di olio di fegato di merluzzo settimanale: lì per lì è insopportabile, ma poi, alla lunga, fa bene…o così dicevano/dico… Naturalmente la vostra dose ve la beccate la settimana prossima, non temete. Ma per oggi, rimanete philadelphialight. 😉
E sono buona eh, perchè nonostante il matromonio Let’s Movie-Virzì sia saltato, io mi sono pappata il film la sera dopo — il Board soffre di cine-bulimia a tratti, perdonatelo — e potrei davvero buttar giù un panegirico (panegirico?) sulla delusione che il film mi ha lasciato, sul “peggior Virzì mai visto”, sulla sagra delle banalità proposte, sulla scemenzuolità della trama e la scontatezza delle gag… Ma ve lo risparmio. Visto che il Let’s Movie è stato un po’ anomalo, un po’ anomala è anche questa mail.

Capitolo “Verze-a-Virzì” archiviato, questa settimana voglio assolutissimamente

IL COMANDANTE E LA CICOGNA
di Silvio Soldini

“Questo film è un tentativo di uscire dal fango attraverso qualcosa di bello, poetico, fantasioso”. È quanto ha dichiarato Silvio Soldini a proposito della sua ultima fatica: un ritorno alla commedia dal buonissimo sapore di “Pane e tulipani” e “Agata e la tempesta” dopo due film realisti-gloomy come “Giorni e nuvole” e “Cosa voglio di più” (che era stato un Let’s Movie, un anno fa).
Soldini  ci piace molto, specie il Soldini surreale e colorato dei primi due film (e la Fellow Archibugia si ricorderà quando vedemmo girare “Pane e Tulipani” nel campiello accanto a casa nostra, a Cannaregio…mamma mia…Venice memories… :-(). Vediamo se “Il comandante e la cicogna” diventa il terzo della trilogia… 😉

Detto questo, Fellows, metto insieme baracca e burattini e me ne vo, ma prima fatemi la cortesia di passare dal riassunto e poi dal Movie-Maelstrom:  continuiamo a giocare, e dopo che avrete rilevato gli alberghi in Parco della Vittoria dal vostro Movier avversario ― che roderà non poco 🙂 ― potete incassare i miei millegraziemille, e i miei saluti, che questa sera, sono monomastropoliticamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Nei mazzetti degli Imprevisti&Probabilità della settimana finisce una canzone che avevo tanto cercato (ma senza sapere titolo e interprete era un po’ difficile nell’epoca pre-Shazam-o-come-dico-io-Shantaram), e che ho ritrovato, inaspettatamente, qualche giorno fa… Sapete, io credo che ci siano tante canzoni in cui ognuno di noi, a seconda del momento, si ritrova: le camminiamo come un territorio amico…. Ecco, questa canzone, mi risulta molto familiare…molto Board-kind-of.. 🙂
L’imprevisto confida nella probabilità che possiate gradirla 😉

http://www.youtube.com/watch?v=XgEfYGzojcA

IL COMANDANTE E LA CICOGNA: Leo è un idraulico che ogni giorno affronta l’impresa di crescere due figli adolescenti, Elia e Maddalena, dividendosi tra il lavoro con l’aiutante cinese Fiorenzo e le incombenze di casa – dove la moglie Teresa, stravagante e affettuosa, compare e scompare. Diana è un’artista sognatrice e squattrinata che – in attesa della grande occasione della sua vita – fatica a pagare l’affitto. Suo proprietario di casa è Amanzio, originale moralizzatore urbano che ha lasciato il lavoro per un nuovo stile di vita e che in una delle sue crociate conosce Elia, con il quale stringe una stramba amicizia. Leo e Diana s’incontrano da Malaffano, un avvocato strafottente e truffaldino.

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Let’s Movie CXLI

Let’s Movie CXLI

TUTTI I SANTI GIORNI
di Paolo Virzì
Italia, 2012, ‘102
Mercoledì 17/ Wednesday 17
21:45/9:45 pm
Astra/Mastrantonio’s 😉

For Free Fellows,

Quando si dice il richiamo dell’aggratis…

Uno mette insieme i pezzi: film della Settimana della Critica, regista cinese all’opera prima, visione in lingua originale con sottotitoli, stile documentaristico “in una Cina mai così squallida” (!!), lunedì (il lunedì è il giorno della crudeltà: venerdì sera lontano anni luce, e sabato non ne parliamo). Uno mette insieme i pezzi e dice, stasera dal Mastro è il deserto dei tartari, e s’immagina la sala sgombra, il paio di cinéphile addicted (che quelli, non mancano mai) e il solitario che solitaria in seconda fila.
Poi ti ricordi di aggiungere l’ultimo pezzo, quello dell’aggratis, e ti ritrovi con la sala praticamente sold-out! Nonostante i sottotitoli, la Cina mai così squallida e il lunedì.
Memore del savio Mastro-consiglio, “vieni un po’ prima”, ho fatto violenza su me stessa e sono riuscita a tagliare il traguardo dell’Astra 6 minuti prima dell’inizio — e questo lo metto nero su bianco così resterà immortalato nella storia perché verba volant e scripta restant (come vedete simpatizzo per i maccheroni nel latino… una ricetta niente male ;-)).

Ora vi pregherei, Fellows, di alzarvi in piedi (okay dai, potete pure stare seduti) e fare un grosso applauso per la royal Movier Marie Thérèse, l’Impératrice, che mi ha avvertito del suo arrivo — con tanto di rinforzi — via esseemmeesse (mai spiaccicato un SMS su un foglio?? :-))… E infatti, eccola entrare in splendida zona Cesarini come una Movier navigata! Con lei la Movier Mailena — sì lei, quella che chiese di essere gettata in Lez Muvi con una mail diventata poi un Warhol in casa Board — e con loro pure una nuova Fellow! E mi rendo conto che il CdA deve cominciare a ipotizzare dei benefit per l’attività di Movier-recruiting ad opera dei Moviers… Do quindi ufficialmente il Welcome-on-board-by-the-Board a Cristina from Caserta, d’ora innanzi e per sempre-amen, la Movier Casertina (Cristina da Caserta, in che altro modo poteva cine-chiamarsi, dico io? ;-)). Un Board, due illustri dottorande in lettere, una radiologa (la Mailena non è solo una-donna-una-mail, ma anche una-donna-un-RX-torace) pronte per i sottotitoli, la Cina squallida e il lunedì.

“Lotus”  è stata una sorpresa — e forse perché le aspettative si attestavano di molto sotto la soglia dello zero. Inizio in medias res, con una massima che mi sono segnata e che pregherei di segnarvi (dai non guardatemi così). “Nello scoprire i nostri limiti, scopriamo anche la nostra libertà”. Pensateci su.

Lotus è una giovane prof anticonformista che insegna ai suoi studenti a ragionare con la propria testa. Ma Lotus non è Michelle Pfeiffer nel Bronx di “Gangsta Paradise”: Lotus insegna in pieno regime e in una cittadina del nord della Cina — il Bronx di Jenny-from-the-block sembra Oxford al confronto. L’iperattivismo e la spregiudicatezza della ragazza sono resa molto bene nel film: Lotus in sella alla sua bici, Lotus che cammina, Lotus che corre, Lotus che ama un uomo sposato. Lotus è una essere in movimento, con i piedi, il corpo e il cervello. Quindi una presenza scomoda in una realtà rurale e bigotta che fa della stasi intelletuale la condizione ideale per diffondere i dogmi del partito, ed espellere il diverso. E infatti Lotus sarà espulsa dal mondo scolastico, dal mondo famigliare (padre e madre la vorrebbero con la testa apposto, marito e figli) e da quello civico (l’amante che porta scompiglio in una famiglia non può essere tollerata, anche se l’uomo ama lei e non la moglie…). Allora Lotus goes-to-Bejing (del resto a Hollywood ci andava Frankie). Però purtroppo anche Pechino, per quanto metropoli non rurale e bigotta, risulta essere una gran brutta bestia. La spietatezza urbana si presenta fisicamente con un episodio di violenza che Lotus evita con la furbizia, ma che comunque la perseguiterà fino alla fine… La spietatezza urbana si traduce anche con l’impossibilità di fare quello che lei vorrebbe fare. Nelle scuole il suo modo d’insegnare progressista non viene accettato; quando viene assunta nella redazione di un giornale, il suo modo di scrivere indipendente e critico è fonte di rimproveri e causa di dimissioni. Insomma, il paesello e la metropoli hanno armi diverse, ma i danni sono più o meno gli stessi.

Lotus è una pura. Pur di non scendere a patti e rinunciare al suo ideale, si preclude posti di lavoro come insegnante e finisce per lasciare il giornale. E come tutti i puri e idealisti, la ragazza fa i conti con le conseguenze della sua capatosta…Finisce a fare la cameriera in un ristorante e a vivere in una misera stanzetta, in un dormitorio pubblico. E anche l’ipotesi di cambiamento che le si prospetta ― l’incontro con un ragazzo benestante ma che non ama e una futura vita con lui ― in realtà è una rinuncia travestita da cambiamento…

A pensarci bene, Moviers, questo film è terribilmente desolante! 🙁 Ogni strada che si apre a Lotus, è una strada che la allontana da ciò che le sarebbe più affine (la cultura, il sapere, l’Ideale). Man mano che il film progredisce, Lotus regredisce, perde entusiasmo, perde la bici (e non fuori da una piscina di Trentoville), perde la voglia di credere. E il finale è quello che maggiormente colpisce…. Dovete sapere che il film è tutto girato con uno stile massiciamente documentaristico, asciutto, la macchina da presa non indugia mai su un dettaglio o un istante con finalità puramente estetiche. Tutto è orientato alla cronaca, ridotto all’osso.
È tutto così scarnificato che il finale, con il guizzo nella cinematografia che si (e ci) concede, risulta in un certo modo amplificato. Come quando sei nel deserto e un goccio d’acqua ti pare l’Orinoco (sono certa che a tutti prima o poi sarà capitato di trovarsi senz’acqua nel deserto, no?). Nel finale, di kieslowskiana memoria, il personaggio di Lotus si sdoppia: da un lato la Lotus che ha scelto di sposare il ragazzo benestante e intraprendere una vita da business-woman tutta tailleur&iphone. Dall’altro la Lotus còlta nell’eterno errare per la città e i dormitori (sempre loro), valigia alla mano, alla ricerca della sua strada, l’aria smunta. E c’è un momento in cui il gioco è davvero troppo Kieslowski! La Lotus business-woman è ferma al semaforo, in macchina, e indovinate chi le attraversa la strada, con valigia e aria smunta? Lei, la Lotus sognante-errante! È come se la regista ci chiedesse, quale delle due secondo voi sta messa meglio/peggio? La business-woman che ha chiuso i propri sogni dentro un cassetto e s’è prostituita al dio business, o la sognante-errante che fa la fame in giro per Pechino? Quello per me è stato il Momento del film, quello con la M maiuscolissima. Quello che avrebbe valso i soldi del biglietto se non fossimo stati tutti ospiti del MastrOste nella serata agggratis. Quello che ti fa reclinare il capo all’indietro e sospirare mentalmente alla regista Shu Liu, “Sì, cara, you made it”! È riuscita ad articolare un dilemma con cui tutti gli idealisti o in genere i letterati (o i laureati in lingue!) si trovano a lottare prima o poi (o sempre!).

Ah, in realtà c’è un altro elemento squisitamente (meta)cinematografico: sulla porta della stanzetta di Lotus campeggia un poster di Audrey Hepburn. La cinepresa ci ritorna due volte, e guardate, non è un caso…E non è un caso che il film che ha portato Audrey alla celebrità, “Colazione da Tiffany”, insceni la vita di un personaggio femminile doppio: Holly e Lulamae… Ora, io ho la tendenza a iper-iper-interpretare, si sa…però… però…Vi lascio con il però… 😉

E lascio la regista con un “bravabravabis”: 36 anni, regista (donna), realizza un film contro lo stato schiacciasassi comunista — che non è proprio il massimo della friendliness nei confronti del pensiero “contro”, specie se da una donna — racconta una storia di desolazione in cui l’uomo e la società ne escono davvero male (il ritratto è quello di un paese con un maschilismo moltissimamente radicato, nonché corruzione, nonché zero speranza di portare dell’aria fresca dentro un sistema socio-politico asfittico dove il nuovo è smorzato oppure ridotto oppure manipolato oppure distorto oppure). Mi stupisce anche il fatto che le abbiano permesso di girare un film così coraggioso, foriero di un re-azionismo (ma si dice, re-azionisimo?? Re-attivismo forse?) che il regime ostacola con ogni mezzo. Esempio. A un certo punto, Lotus cita lo scrittore Lu Xun — e io ho ravanato nella borsa in cerca di carta e penna perchè non potevo mandarvi a letto, stasera, senza la citazione da Lu Xun. “Risvegliare la coscienza della gente è più importante che curare i corpi”. Un pensiero così, amplificato in una sala cinematografica — il miglior dolby surround per diffondere il dubbio che possiamo immaginare — è un atto temerario mica da poco.  E comunque “Lotus” ha anche il merito di scavalcare la muraglia cinese e infiltrarsi nel nostro caro Occidente: anche qui gli idealisti, o i letterati, o i laureati in lingue (!) devono scendere a patti con una realtà che spesso non sentono loro, e barcamenarsi alla bell’e meglio tra ideale irraggiungibile e reale demoralizzante (prendete un po’ i due finali e avete le due facce della contemporaneità occidentale)…Gli spunti raccolti sono tanti, e pesanti, anche, e mai mi sarei aspettata di trovarli… Di sicuro lo spettatore alla mia destra, il bello addormentato senza il bello, se n’è perso qualcuno, ma del resto, i sottotili, la Cina squallida, il lunedì….

Sono stata anche molto contenta della reazione delle mie tre Moviers, che hanno apprezzato il film con me. Poi le ho viste sfrecciare via, a bordo delle loro biciclette e m’è venuta quasi voglia di risolvere la lotta che da tempo imperversa nel Board-brain ― “bici da corsa o mountain-bike??” ― di zittire i due litiganti e optare per la terza via: la Graziella (con quel cestino lì che fa molto Provence anni ‘50). Poi però ho pensato che il criminale  che è in me avrebbe cercato altre forme per uscire fuori — forme potenzialmente più dangareous — quindi la lotta continua, e la Graziella la lascio alle mie tre bellezze in bicicletta. 🙂

Questa settimana però andiamo sul light, eh, my flying-high(fi) Fellows, che ne dite?

TUTTI I SANTI GIORNI
di Paolo Virzì

Dopo “Reality”, dopo “Pietà” (soprattutto dopo “Pietà”), dopo “Dormi, Mangia, Muori” (film svedese della Settimana della Critica che io e la Honorary Member Mic ci siamo sparate — ammazzandoci — e che voi fortunatamente vi siete scampati), dopo “È stato il filgio” (film recuperato in extremis con la complicità del Movier Michele il Magnanimo e di Fabio detto il Fellow Phantomfabio — cine-identità a lui svelata in questo preciso istante, perché vuole ectoplasmicamente rimanere nell’ombra — un film che VI PREGO di vedere prima che lo tolgano dalle sale: il film è eccellente, e Sir Servillo è esageratamente eccellente), dopo tutto, e dopo Fernet Branca, ci vuole un po’ di leggerezza, no? 😉

Poi Virzì non si può mancare — è una piacevole abitudine sin dal tenerisssimo “Ovosodo”.

Allora, oggi sì che son stata contenuta, quasi troppo, direi (il Fellow Iak-the-Mate ― in sinc ―  non avrà nulla da ridire, spero). Quindi fra poco vi mollo alla ricreazione… ma non prima di avervi spinto nell’aula magna del Movie Maelstrom, muah muah muah muah!! 🙂 🙂
Oggi i grazie sono un numero di Fronebious che il Fellow Pequod stabilirà whazzappundolo poi a tutti, e i saluti porti (porti??) stasera sono gratuitamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Allora, in onore alle tre Moviers in bicicletta… http://www.youtube.com/watch?v=FpIKPfj3Zro … Guardatevi il video: sembra di sfogliare un album fotografico…E guardate un po’chi sbuca al minuto 1 e 04 secondi…E non è un caso… 😉

TUTTI I SANTI GIORNI: Guido e Antonia stanno insieme pur avendo caratteri opposti: lui è colto, mite e paziente; lei è nervosa, permalosa e ignorante. Lui lavora di notte come portiere in un hotel, lei di giorno come impiegata in un’azienda di autonoleggio. Un bel giorno decidono di avere un figlio…

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Let’s Movie – CXL

Let’s Movie – CXL

XIAO HE o LOTUS
di Liu Shiu
Cina 2012, ‘90
Lunedì 8/Monday 8
21:15/9:15 pm
Astra/Mastrantonio’s
Ingresso libero/For free

Fritti&Misti Fellow Moviers,

Che grande abbuffata lezmuviana mercoledì sera! Sono rientrata a casa dopo la proiezione ― e l’inevitabile, inimitabile, invidiabile post-proiezione ― con quella sensazione di appagamento che solo una grande abbuffata lezmuviana può dare. Un “Mission accomplished, Board” con occhiolino strizzato e il pollice Fonzie non ce l’ha levato nessuno. 😉
Ma andiamo con un po’ d’ordine. Meno di un’ora prima di “Reality”, il Sergente Fed FFF, trovandosi in macchina in località Brescia, avverte il Board della difficoltà tempistico-logistica di raggiungere Mastrantonio on time. Il Board, trovandosi in scarpe da ginnastica in località Monte Cimirlo, avverte parimenti il Sergente della difficoltà tempistico-logistica di raggiungere Mastrantonio on time. Stessa difficoltà, mezzi diversi. L’esito ha visto il Sergente trionfare sullo spazio-tempo e raggiungere il Mastro vittorioso, mentre il Board arrancare, facendo quanto di meglio i suoi tacchi potevano fare (più dei nove miglia orari risulta difficile). Provvidenziale l’affaccio del Mastro fuori dal cinema: se intravedi un Mastro, mentre stai correndo e pensi “non ce la faccio non ce la faccio stavolta cavolo non ce la faccio”, la visione di lui in versione timoniere nel canottaggio ti fa sentire un terzo fratello Abbagnale, ti mette il turbo ai tacchi e conquistare la sala in tempo. Una volta lì, sfasciata come una reduce da un Cimirlo e una traversata Centro Trentoville-Corso Buonarroti, in quinta fila o giù di lì trovo lei, la seraficità che mi attende nelle fattezze del Fellow Iak-the-Mate, che non ha perso la speranza di veder arrivare il Board nemmeno per un secondo: sa benissimo che il Baord è fisiologicamente incompatibile con qualsiasi forma di anticipo e/o puntualità ― ma da Mate qual è non smette mai la fiducia ;-). Un po’ più sopra, nell’ultima fila il Sergente Fed FFF, anche lui serafico, come se non avesse affatto bruciato 100 e rotti chilometri (in un tempo che non divulgheremo per ostacolare il turpe lavoro della stradale).
Mi ritenevo già sufficientemente soddisfatta dallo schieramento a tre, Mate, Board e Sergente, quando, ancora più in ritardo di noi ― e qui davvero s’è sfiorata l’ipossia ― arriva il WG Mat con la Fellow Guest Francesca. Anche loro belli serafici ― solo il Board, sfasciato e ansante 🙁 . Una volta tutti riuniti in ultima fila ― che risulterà essere una tipologia di fila molto gradita  ― il Mastro schiaccia PLAY, e via che si parte. 😉

Grazie a un movimento di camera studiato ad arte, “Reality” parte dall’alto, scende giù e dentro nella realtà non-realtà di un matrimonio trash napoletano, entra la non-realtà del sogno esasperato del pescivendolo Luciano ― cioè partecipare come concorrente al Grande Fratello ― per uscirne fuori, sempre dall’alto, lasciando Luciano intrappolato dentro le mura di quel suo stesso sogno, la casa del GF. È una vera e propria discesa, quella che percorre lo spettatore di “Reality”. Una discesa nella realtà di un personaggio che vuole fare della propria realtà un reality.

In cosa è stato smart Matteo (Garrone)? Nell’osservare la distorsione della percezione a cui un soggetto come Luciano è sottoposto quando il proprio sogno prende il sopravvento e va a snaturare la realtà. Mi spiego, che vi vedo un po’ titubanti. Nel momento in cui Luciano crede di essere stato selezionato per l’edizione del GF, comincia a sentirsi spiato, controllato. I passanti non sono più passanti, i clienti della sua pescheria diventano spie, i matti del quartiere, trappole ideate dalla produzione per metterlo alla prova e monitorarne le sue reazioni. La sua mente crea una dimensione parallela, un po’ come Nash in “A Beautiful Mind”, presente? E dove sta ancora la smartness di Matteo? Nel mostrare come l’occhio ― vero, tipo quello di un passante, o meccanico, tipo quello di una telecamera ― cambi l’attteggiamento del soggetto. Luciano comincia a comportarsi “bene”: chiede scusa al matto che aveva maltrattato, inizia a regalare mobili e vestiti alla povera gente, distribuisce cibo ai senzatetto. E tutto ciò non per una vera spinta bonaria o caritatevole, ma per esibire un Luciano da copertina: un buono assolutamente privo del brutto e del cattivo. Piano piano Luciano perde il contatto con la realtà e finisce imbrigliato nelle maglie del reality che la sua mente ha tessuto per lui, giacché il Reality vero e proprio (il GF), non l’ha selezionato come concorrente.

Io credo che il film di Matteo offra una pletora (non lo dico più, promesso) di spunti che vanno oltre la riflessione sul reality e sulle conseguenze che può avere  o avere avuto sugli italiani. Tant’è vero che il film esce nell’anno in cui il Grande Fratello potrebbe saltare. Non sono d’accordo con chi ha affermato  che il film, proprio per questo, “arriva tardi”. No, dico io, il film arriva giusto giusto perché  mostra gli effetti mostruosi che un genere televisivo arrivato al capolinea può generare.

Mostra anche il pericolo del sogno. E qui bacio le mani a Matteo. Viviamo in un’epoca ubriaca di American dreams. Non mi riferisco al “sogno americano” storico, quello degli immigrati italiani con la valigia di cartone che vedevano nell’America l’america. Intendo la credulità americana nei confronti dei propri sogni. Il credere incondizionato che si possano SEMPRE realizzare, no matter what. Da un lato ci fanno tenerezza, questi teddy boys tutto Wisconsin&Missouri ― noi cinici disillusi dell’acciaccata Europa ci guardiamo bene da quest’entusiasmo tout court, scientificamente definito “entusiasmo yeh-eh-eh”. Ma li invidiamo anche un po’, questi innocenti di Yankee-land. Credere che tutto sia possibile forse, a volte, rende tutto possibile? (Questa è una domanda che mi e vi rivolgo).
Matteo cosa fa? Matteo prende il sogno e fa vedere cosa diventa quando il soggetto perde totalmente l’appiglio con la realtà. Fa vedere la perversione del sogno, il sogno malato.

A questo proposito…Prima ho citato il post-proiezione. Vedete, il cinema del Mastro è frequentato da tutt’una fauna di cine-celebrities non da poco! Per dire… Domenica scorsa l’Anarcozumi ha visto il film con Emanuele-udite-udite-Crialese, Anita Caprioli cenava con le prelibatezze servite dalla Cateringcaterina nel Bistrot Chez Mastrò, e qualche giorno prima Christian De Sica ha fatto una capatina dall’angolo trentino in cui sta girando l’ennesimo cine-panettone (may God the Allmighty forgive us all …) e Andrea Segre, il regista di “Io sono Li”, dopo aver visto anche lui “Reality”, s’è fermato un po’ a parlare del film.

Andrea parlava di favola nera. Io non sono d’accordo (ma sarai d’accordo con qualcuno, Bastiancontrario Board?!! 🙁 ). E leggo in giro che per Matteo, Luciano è una specie di Pinocchio moderno che perde la propria innocenza in un paese dei balocchi moderno. Io però non confonderei personaggio e genere. Secondo me “Reality” è la cartella clinica con l’anamnesi di un paziente rimasto vittima del proprio sogno. La patologia della fantasia: il film formalizza la possibilità della disfunzione del sogno. Non c’è un lessico fiabesco, e non bisogna, a mio parere farsi trarre in inganno dalla fotografia a tratti un po’ circense, un po’ felliniana (e qui sì, davvero magistrale). Matteo ricorre alla cifra dell’iperrealismo e dell’esegarazione, sia dal punto di vista dei colori che delle forme. Prendiamo l’incipit, per esempio: il festeggiamento di un matrimonio pacchiano in cui la tensione al posh sfocia nella riuscita in tresh ― sposi in arrivo su una carrozza del ‘700, colombe, lustrini e paillettes su corpi da Botero ― e tengo a dire che l’inizio, per me, è un vero e proprio cortometraggio a se stante per la completezza con cui è girato. Gli invitati, e tutti i personaggi del film, in realtà sono eccessivi nelle carni che mostrano (vedasi scena della piscina, in cui questi corpi in costume da bagno abitano lo spazio nella loro pingue nudità), sono chiassosi, e terribilmente umani. Ma come dicevo mercoledì, non li trovo grotteschi. Una fetta di popolazione napoletana, anzi, italiana, è proprio così. Adiposa, rumorosa, d’una semplicità tra l’imbarazzante e il commovente, e in perenne attesa di una chiamata ― non religiosa, ma mediatica, come  in questo caso,  quella del Grande Fratello. Non credo che Matteo critichi loro in quanto esseri umani: non c’è satira nella sua cinepresa, il suo sguardo cristallizza un momento nella storia contemporanea di questo paese dove la televisione diventa terra promessa che può salvare dalla miseria quotidiana. È come se Matteo dicesse: guardate qui, guardate questa nostra Italia ingrassata a fiction e f(av)ole (altro esempio di parola fisarmonica), guardate cosa può produrre. Ma non c’è ferocia, non è un j’accuse. E nemmeno beffa. Mi piace, l’umanità con cui Matteo guarda a questi personaggi. E lo si capisce dalla carrellata a fine matrimonio tresh, quando questi soggetti sani (ma ad alto rischio), ovvero gli invitati, vengono ripresi nelle loro case mentre si sfilano di dosso il loro “reality” a cui hanno appena preso parte ― il matrimonio ― sfilandosi di dossi gli abiti cheap, i lustrini&paillettes made-in-China, per r-infilare la propria realtà ― stanzette squallide a limiti della vivibilità, muri ammuffiti, copriletti lisi e scolapasta di plastica. È una sequenza che mi ha molto colpito: cogliere la spogliazione come momento di risveglio dal sogno e ritorno al reale. Questi personaggi, nella loro umiltà, si salvano: capiscono che il momento di finzione e festa è finito, e ritornano al proprio quotidiano. Luciano purtroppo non riesce a “spogliarsi” dalla sua chimera gieffina, e ne rimane soffocato. Passerà le proprie giornate imbambolato davanti alla tv, a sbirciare in quella casa mediatica da cui è stato escluso ma in cui si sente a tutti gli effetti incluso. E anche qui, ci sarebbero tutta una serie di scene da discutere. Per esempio quella del grillo sul soffitto che per Luciano diventa una sorta di telecamera che lo sta osservando. E invece non è altri che un insetto. Qui potrei parlare di distopia, se sabato sera non avessi promesso di evitare certe parole come appunto “distopia”… 🙂

Per quanto riguarda il finale, è stato oggetto di pareri discordanti sia tra i Movier sia sui giornali. In effetti si tratta di un finale in cui reality e realtà si sovrappongono definitivamente e in cui anche noi spettatori perdiamo il filo con la realtà. Nel finale Luciano riesce a intrufolarsi nella Casa del Grande Fratello. Osserva, da dentro, tutti i concorrenti mentre vivono la loro realtà di finzione (svendita di ossimori stasera eh), e non vedono Luciano. Lui li osserva, gironzola per le stanze e ride. E la risata che accompagna tutta la sequenza conclusiva è tremendamente drammatica perché è la risata della follia, dell’io che è finito a pié pari dentro la propria ossessione-allucinazione e lì finirà a vagare. Il finale spiazza perché i due piani di reality e realtà si fondono. Perché noi diventimo, per un attimo, Luciano. Fin quanado il regista ci libera, con un piano sequenza che parte dal basso e ci porta su su nel cielo, e noi guardiamo giù, la planimetria della casa del GF, Luciano dentro, spacciato. Noi (per ora) salvi.

Come dicevo, il fritto misto del post-proiezione è stato di quelli che piacciono tanto a me: pareri discordanti e opinioni diverse. “Reality” ha diviso: ad alcuni è piaciuto ― io e il Mate, per esempio, e Mastrantonio ― ad altri non ha convinto ― il Sergente e Andrea e anche l’Anarcozumi. Alcuni, come il WG Mat, sono rimasti perplessi. Ma è proprio lì il bello. Noi di Let’s Movie odiamo la cucina monosapore: ci piacciono i gusti vari&eventuali! E comunque questa diversità di reazioni lezmuviane verso il film rispecchia la risposta dello spettatore italiano: alcuni ritengono “Reality” il capolavoro di Matteo, altri sono rimasti delusi. Io, per una volta, non ho pianto sulle aspettative infrante (emmmenomale!), ma non mi spingerei a definirlo “capolavoro”. È un film che ha meritato la vittoria del Premio della Giuria a Cannes e che merita le lodi della nostra critica. Ma il termine “capolavoro” è prezioso e non voglio consumarlo: c’è tempo per i dieci e lode! Per ora a Matteo do un bel nove, e gli assetto una gran manata bravo-bro sulla spalla. Avercene, di Garroni, in un’Italia che a volte sembra fare i film con lo stampino…

Prima di passare al film of the week, devo aprire la parentesi dei Proattivi. Qualche giorno fa indovinate chi si è iscritto da solo (= di sua spontanea volontà) a Lez Muvi? Ma lui, Michele, detto il Movier Michele il Magnanimo, e non tanto perché sovrano filo-gandhiano, ma per il divertissement antifrastico che è la sua cine-identità. Dovete sapere che il Magnanimo, quando non è un Movier, è un rettilologo: “anfibiologo” non si può scrivere/dire in Lez Muvi: per via di quella LIEVISSIMA fobia del Board nei confronti di R _ _ E e R_ _ _ I, Let’s Movie è un’isola felice da cui R _ _ E e R_ _ _ I sono banditi 🙁 ). Mio caro il Magnanimo, spero vivamente che Let’s Movie possa diventare “troppo” per te, ed eguagliare, nella gioia che ti procurerà, il tritone crestato, pane e nutella e lo scorpione reale. 😉

Nella Parentesi “Proattivi” dobbiamo aprire un capitolo a parte (ma la fisica permetterà di aprire un capitolo dentro una parentesi?? Ma chi mi risponde?? Il Fellow Footballer-For-Fun, che è un fisico, c’illumini, please). Con la complicità del Fellow Fiiiii e della regal Movier Marie Thérèse l’Impératrice, qualche giorno fa mi è giunta una mail da una loro amica, Milena, che mi chiedeva di poter essere iscritta a Lez Muvi. Ora voi penserete “Maronnamia, questa è la volta che il Board s’è stampato l’email e se l’è incorniciata…” Invece no, avevo semplicemente una parete libera da riempire e allora… 🙂 … Cine-battezziamo la sant, ehm, Milena, la Movier Mail Milena detta anche Mailena, per l’affinità sonora con la posta elettronica e la richiesta ai limiti della beatificazione. 🙂

Sì sì, mi muovo Fellows, ora passo al film…

XIAO HE o LOTUS
di Liu Shiu

Grazie alla Rassegna “La Settimana Internazionale della Critica” ― ospitata indovinate un po’ da chi?? ModestoMastro, io non vorrei incensarti troppo, ma come faccio?? 🙂 ― abbiamo modo di vedere questo film che si è fatto notare all’ultimo Festival del Cinema di Venezia. E qui sì, fate un pit-stop nella piazzola “Riassunto”: la storia mi sembra molto interessante, e sono curiosa di vedere coma una regista cinese (alla sua opera prima) affronti un dilemma scottante: seguire la propria indole da spirito libero e vivere una vita coi bastoni fra le ruote o adeguarsi al regime e vivere una vita tricaricamente tranquilla-ah-ah-ah? Guardate, mi assumo tutte le responsabilità se il film vi annoia… Io non credo che vi annoierà, ma se volete sfidarmi, io non mi tiro indietro… 😉 😉

Ovviamente la presenza della sinologa di Let’s Movie, la Fellow Archibugia from Busa Bel-Air, sarebbe grandemente apprezzata… Così  come quella della nostra Honorary Member Mic, giapponauta per formazione cafoscarina con cinese as second language…Ah, tra l’altro il film è in cinese, con i sottotitoli (in italiano, non in polacco, eh!), quindi Katrin, Mic, potreste rispolverare il Ni-hao che è in voi! 🙂

Come siamo messi a lunghezza? Mmm, bad, Board, very very bad 🙁 … Comunque ora ho finito finito finitissimo. E il Movie Maelstrom non è da considerarsi all’interno dello spazio riservato al corpo del testo: è un interrato a sé stante fuori dalla particella di cine-terreno a nostra disposizione (no, non ho trascorsi come geometra eh, non scherziamo).

Grazie, miei commensali Moviers, mi regalate un  sacco di soddisfazioni, e per premiarvi, laggiù nell’interrato, troverete qualcosa di dolce… E i saluti che vi porgo  stasera non potevano che essere lucullianamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

 

Qualche giorno fa mi è ricapitata per le mani questa canzone… è molto saudaje, e anche anni ’70, non so…È davvero un nonnulla di canzonetta, ma it’s so sweet, and fun…. Ho pensato che dopo il fritto misto ci volesse un buon caffè… http://www.youtube.com/watch?v=yQ1muomLZBo 😉

XIAO HE o LOTUS: Insegnante cinese in una cittadina del nord con idee innovative sull’apprendimento, Xiao He è costretta ad andare a Pechino per poter dare libero sfogo alla propria creatività, ma l’innato istinto di libertà la mette nuovamente nei guai. Possiamo vedere nella protagonista la tipica rappresentante della gioventù intellettuale della Cina contemporanea, in pieno boom economico, posta di fronte al dilemma se utilizzare la cultura per ottenere pragmaticamente il massimo del profitto o seguire gli ideali con il rischio di trovarsi fuori dalla parte di società che conta.

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