Let’s Movie – CXL

Let’s Movie – CXL

XIAO HE o LOTUS
di Liu Shiu
Cina 2012, ‘90
Lunedì 8/Monday 8
21:15/9:15 pm
Astra/Mastrantonio’s
Ingresso libero/For free

Fritti&Misti Fellow Moviers,

Che grande abbuffata lezmuviana mercoledì sera! Sono rientrata a casa dopo la proiezione ― e l’inevitabile, inimitabile, invidiabile post-proiezione ― con quella sensazione di appagamento che solo una grande abbuffata lezmuviana può dare. Un “Mission accomplished, Board” con occhiolino strizzato e il pollice Fonzie non ce l’ha levato nessuno. 😉
Ma andiamo con un po’ d’ordine. Meno di un’ora prima di “Reality”, il Sergente Fed FFF, trovandosi in macchina in località Brescia, avverte il Board della difficoltà tempistico-logistica di raggiungere Mastrantonio on time. Il Board, trovandosi in scarpe da ginnastica in località Monte Cimirlo, avverte parimenti il Sergente della difficoltà tempistico-logistica di raggiungere Mastrantonio on time. Stessa difficoltà, mezzi diversi. L’esito ha visto il Sergente trionfare sullo spazio-tempo e raggiungere il Mastro vittorioso, mentre il Board arrancare, facendo quanto di meglio i suoi tacchi potevano fare (più dei nove miglia orari risulta difficile). Provvidenziale l’affaccio del Mastro fuori dal cinema: se intravedi un Mastro, mentre stai correndo e pensi “non ce la faccio non ce la faccio stavolta cavolo non ce la faccio”, la visione di lui in versione timoniere nel canottaggio ti fa sentire un terzo fratello Abbagnale, ti mette il turbo ai tacchi e conquistare la sala in tempo. Una volta lì, sfasciata come una reduce da un Cimirlo e una traversata Centro Trentoville-Corso Buonarroti, in quinta fila o giù di lì trovo lei, la seraficità che mi attende nelle fattezze del Fellow Iak-the-Mate, che non ha perso la speranza di veder arrivare il Board nemmeno per un secondo: sa benissimo che il Baord è fisiologicamente incompatibile con qualsiasi forma di anticipo e/o puntualità ― ma da Mate qual è non smette mai la fiducia ;-). Un po’ più sopra, nell’ultima fila il Sergente Fed FFF, anche lui serafico, come se non avesse affatto bruciato 100 e rotti chilometri (in un tempo che non divulgheremo per ostacolare il turpe lavoro della stradale).
Mi ritenevo già sufficientemente soddisfatta dallo schieramento a tre, Mate, Board e Sergente, quando, ancora più in ritardo di noi ― e qui davvero s’è sfiorata l’ipossia ― arriva il WG Mat con la Fellow Guest Francesca. Anche loro belli serafici ― solo il Board, sfasciato e ansante 🙁 . Una volta tutti riuniti in ultima fila ― che risulterà essere una tipologia di fila molto gradita  ― il Mastro schiaccia PLAY, e via che si parte. 😉

Grazie a un movimento di camera studiato ad arte, “Reality” parte dall’alto, scende giù e dentro nella realtà non-realtà di un matrimonio trash napoletano, entra la non-realtà del sogno esasperato del pescivendolo Luciano ― cioè partecipare come concorrente al Grande Fratello ― per uscirne fuori, sempre dall’alto, lasciando Luciano intrappolato dentro le mura di quel suo stesso sogno, la casa del GF. È una vera e propria discesa, quella che percorre lo spettatore di “Reality”. Una discesa nella realtà di un personaggio che vuole fare della propria realtà un reality.

In cosa è stato smart Matteo (Garrone)? Nell’osservare la distorsione della percezione a cui un soggetto come Luciano è sottoposto quando il proprio sogno prende il sopravvento e va a snaturare la realtà. Mi spiego, che vi vedo un po’ titubanti. Nel momento in cui Luciano crede di essere stato selezionato per l’edizione del GF, comincia a sentirsi spiato, controllato. I passanti non sono più passanti, i clienti della sua pescheria diventano spie, i matti del quartiere, trappole ideate dalla produzione per metterlo alla prova e monitorarne le sue reazioni. La sua mente crea una dimensione parallela, un po’ come Nash in “A Beautiful Mind”, presente? E dove sta ancora la smartness di Matteo? Nel mostrare come l’occhio ― vero, tipo quello di un passante, o meccanico, tipo quello di una telecamera ― cambi l’attteggiamento del soggetto. Luciano comincia a comportarsi “bene”: chiede scusa al matto che aveva maltrattato, inizia a regalare mobili e vestiti alla povera gente, distribuisce cibo ai senzatetto. E tutto ciò non per una vera spinta bonaria o caritatevole, ma per esibire un Luciano da copertina: un buono assolutamente privo del brutto e del cattivo. Piano piano Luciano perde il contatto con la realtà e finisce imbrigliato nelle maglie del reality che la sua mente ha tessuto per lui, giacché il Reality vero e proprio (il GF), non l’ha selezionato come concorrente.

Io credo che il film di Matteo offra una pletora (non lo dico più, promesso) di spunti che vanno oltre la riflessione sul reality e sulle conseguenze che può avere  o avere avuto sugli italiani. Tant’è vero che il film esce nell’anno in cui il Grande Fratello potrebbe saltare. Non sono d’accordo con chi ha affermato  che il film, proprio per questo, “arriva tardi”. No, dico io, il film arriva giusto giusto perché  mostra gli effetti mostruosi che un genere televisivo arrivato al capolinea può generare.

Mostra anche il pericolo del sogno. E qui bacio le mani a Matteo. Viviamo in un’epoca ubriaca di American dreams. Non mi riferisco al “sogno americano” storico, quello degli immigrati italiani con la valigia di cartone che vedevano nell’America l’america. Intendo la credulità americana nei confronti dei propri sogni. Il credere incondizionato che si possano SEMPRE realizzare, no matter what. Da un lato ci fanno tenerezza, questi teddy boys tutto Wisconsin&Missouri ― noi cinici disillusi dell’acciaccata Europa ci guardiamo bene da quest’entusiasmo tout court, scientificamente definito “entusiasmo yeh-eh-eh”. Ma li invidiamo anche un po’, questi innocenti di Yankee-land. Credere che tutto sia possibile forse, a volte, rende tutto possibile? (Questa è una domanda che mi e vi rivolgo).
Matteo cosa fa? Matteo prende il sogno e fa vedere cosa diventa quando il soggetto perde totalmente l’appiglio con la realtà. Fa vedere la perversione del sogno, il sogno malato.

A questo proposito…Prima ho citato il post-proiezione. Vedete, il cinema del Mastro è frequentato da tutt’una fauna di cine-celebrities non da poco! Per dire… Domenica scorsa l’Anarcozumi ha visto il film con Emanuele-udite-udite-Crialese, Anita Caprioli cenava con le prelibatezze servite dalla Cateringcaterina nel Bistrot Chez Mastrò, e qualche giorno prima Christian De Sica ha fatto una capatina dall’angolo trentino in cui sta girando l’ennesimo cine-panettone (may God the Allmighty forgive us all …) e Andrea Segre, il regista di “Io sono Li”, dopo aver visto anche lui “Reality”, s’è fermato un po’ a parlare del film.

Andrea parlava di favola nera. Io non sono d’accordo (ma sarai d’accordo con qualcuno, Bastiancontrario Board?!! 🙁 ). E leggo in giro che per Matteo, Luciano è una specie di Pinocchio moderno che perde la propria innocenza in un paese dei balocchi moderno. Io però non confonderei personaggio e genere. Secondo me “Reality” è la cartella clinica con l’anamnesi di un paziente rimasto vittima del proprio sogno. La patologia della fantasia: il film formalizza la possibilità della disfunzione del sogno. Non c’è un lessico fiabesco, e non bisogna, a mio parere farsi trarre in inganno dalla fotografia a tratti un po’ circense, un po’ felliniana (e qui sì, davvero magistrale). Matteo ricorre alla cifra dell’iperrealismo e dell’esegarazione, sia dal punto di vista dei colori che delle forme. Prendiamo l’incipit, per esempio: il festeggiamento di un matrimonio pacchiano in cui la tensione al posh sfocia nella riuscita in tresh ― sposi in arrivo su una carrozza del ‘700, colombe, lustrini e paillettes su corpi da Botero ― e tengo a dire che l’inizio, per me, è un vero e proprio cortometraggio a se stante per la completezza con cui è girato. Gli invitati, e tutti i personaggi del film, in realtà sono eccessivi nelle carni che mostrano (vedasi scena della piscina, in cui questi corpi in costume da bagno abitano lo spazio nella loro pingue nudità), sono chiassosi, e terribilmente umani. Ma come dicevo mercoledì, non li trovo grotteschi. Una fetta di popolazione napoletana, anzi, italiana, è proprio così. Adiposa, rumorosa, d’una semplicità tra l’imbarazzante e il commovente, e in perenne attesa di una chiamata ― non religiosa, ma mediatica, come  in questo caso,  quella del Grande Fratello. Non credo che Matteo critichi loro in quanto esseri umani: non c’è satira nella sua cinepresa, il suo sguardo cristallizza un momento nella storia contemporanea di questo paese dove la televisione diventa terra promessa che può salvare dalla miseria quotidiana. È come se Matteo dicesse: guardate qui, guardate questa nostra Italia ingrassata a fiction e f(av)ole (altro esempio di parola fisarmonica), guardate cosa può produrre. Ma non c’è ferocia, non è un j’accuse. E nemmeno beffa. Mi piace, l’umanità con cui Matteo guarda a questi personaggi. E lo si capisce dalla carrellata a fine matrimonio tresh, quando questi soggetti sani (ma ad alto rischio), ovvero gli invitati, vengono ripresi nelle loro case mentre si sfilano di dosso il loro “reality” a cui hanno appena preso parte ― il matrimonio ― sfilandosi di dossi gli abiti cheap, i lustrini&paillettes made-in-China, per r-infilare la propria realtà ― stanzette squallide a limiti della vivibilità, muri ammuffiti, copriletti lisi e scolapasta di plastica. È una sequenza che mi ha molto colpito: cogliere la spogliazione come momento di risveglio dal sogno e ritorno al reale. Questi personaggi, nella loro umiltà, si salvano: capiscono che il momento di finzione e festa è finito, e ritornano al proprio quotidiano. Luciano purtroppo non riesce a “spogliarsi” dalla sua chimera gieffina, e ne rimane soffocato. Passerà le proprie giornate imbambolato davanti alla tv, a sbirciare in quella casa mediatica da cui è stato escluso ma in cui si sente a tutti gli effetti incluso. E anche qui, ci sarebbero tutta una serie di scene da discutere. Per esempio quella del grillo sul soffitto che per Luciano diventa una sorta di telecamera che lo sta osservando. E invece non è altri che un insetto. Qui potrei parlare di distopia, se sabato sera non avessi promesso di evitare certe parole come appunto “distopia”… 🙂

Per quanto riguarda il finale, è stato oggetto di pareri discordanti sia tra i Movier sia sui giornali. In effetti si tratta di un finale in cui reality e realtà si sovrappongono definitivamente e in cui anche noi spettatori perdiamo il filo con la realtà. Nel finale Luciano riesce a intrufolarsi nella Casa del Grande Fratello. Osserva, da dentro, tutti i concorrenti mentre vivono la loro realtà di finzione (svendita di ossimori stasera eh), e non vedono Luciano. Lui li osserva, gironzola per le stanze e ride. E la risata che accompagna tutta la sequenza conclusiva è tremendamente drammatica perché è la risata della follia, dell’io che è finito a pié pari dentro la propria ossessione-allucinazione e lì finirà a vagare. Il finale spiazza perché i due piani di reality e realtà si fondono. Perché noi diventimo, per un attimo, Luciano. Fin quanado il regista ci libera, con un piano sequenza che parte dal basso e ci porta su su nel cielo, e noi guardiamo giù, la planimetria della casa del GF, Luciano dentro, spacciato. Noi (per ora) salvi.

Come dicevo, il fritto misto del post-proiezione è stato di quelli che piacciono tanto a me: pareri discordanti e opinioni diverse. “Reality” ha diviso: ad alcuni è piaciuto ― io e il Mate, per esempio, e Mastrantonio ― ad altri non ha convinto ― il Sergente e Andrea e anche l’Anarcozumi. Alcuni, come il WG Mat, sono rimasti perplessi. Ma è proprio lì il bello. Noi di Let’s Movie odiamo la cucina monosapore: ci piacciono i gusti vari&eventuali! E comunque questa diversità di reazioni lezmuviane verso il film rispecchia la risposta dello spettatore italiano: alcuni ritengono “Reality” il capolavoro di Matteo, altri sono rimasti delusi. Io, per una volta, non ho pianto sulle aspettative infrante (emmmenomale!), ma non mi spingerei a definirlo “capolavoro”. È un film che ha meritato la vittoria del Premio della Giuria a Cannes e che merita le lodi della nostra critica. Ma il termine “capolavoro” è prezioso e non voglio consumarlo: c’è tempo per i dieci e lode! Per ora a Matteo do un bel nove, e gli assetto una gran manata bravo-bro sulla spalla. Avercene, di Garroni, in un’Italia che a volte sembra fare i film con lo stampino…

Prima di passare al film of the week, devo aprire la parentesi dei Proattivi. Qualche giorno fa indovinate chi si è iscritto da solo (= di sua spontanea volontà) a Lez Muvi? Ma lui, Michele, detto il Movier Michele il Magnanimo, e non tanto perché sovrano filo-gandhiano, ma per il divertissement antifrastico che è la sua cine-identità. Dovete sapere che il Magnanimo, quando non è un Movier, è un rettilologo: “anfibiologo” non si può scrivere/dire in Lez Muvi: per via di quella LIEVISSIMA fobia del Board nei confronti di R _ _ E e R_ _ _ I, Let’s Movie è un’isola felice da cui R _ _ E e R_ _ _ I sono banditi 🙁 ). Mio caro il Magnanimo, spero vivamente che Let’s Movie possa diventare “troppo” per te, ed eguagliare, nella gioia che ti procurerà, il tritone crestato, pane e nutella e lo scorpione reale. 😉

Nella Parentesi “Proattivi” dobbiamo aprire un capitolo a parte (ma la fisica permetterà di aprire un capitolo dentro una parentesi?? Ma chi mi risponde?? Il Fellow Footballer-For-Fun, che è un fisico, c’illumini, please). Con la complicità del Fellow Fiiiii e della regal Movier Marie Thérèse l’Impératrice, qualche giorno fa mi è giunta una mail da una loro amica, Milena, che mi chiedeva di poter essere iscritta a Lez Muvi. Ora voi penserete “Maronnamia, questa è la volta che il Board s’è stampato l’email e se l’è incorniciata…” Invece no, avevo semplicemente una parete libera da riempire e allora… 🙂 … Cine-battezziamo la sant, ehm, Milena, la Movier Mail Milena detta anche Mailena, per l’affinità sonora con la posta elettronica e la richiesta ai limiti della beatificazione. 🙂

Sì sì, mi muovo Fellows, ora passo al film…

XIAO HE o LOTUS
di Liu Shiu

Grazie alla Rassegna “La Settimana Internazionale della Critica” ― ospitata indovinate un po’ da chi?? ModestoMastro, io non vorrei incensarti troppo, ma come faccio?? 🙂 ― abbiamo modo di vedere questo film che si è fatto notare all’ultimo Festival del Cinema di Venezia. E qui sì, fate un pit-stop nella piazzola “Riassunto”: la storia mi sembra molto interessante, e sono curiosa di vedere coma una regista cinese (alla sua opera prima) affronti un dilemma scottante: seguire la propria indole da spirito libero e vivere una vita coi bastoni fra le ruote o adeguarsi al regime e vivere una vita tricaricamente tranquilla-ah-ah-ah? Guardate, mi assumo tutte le responsabilità se il film vi annoia… Io non credo che vi annoierà, ma se volete sfidarmi, io non mi tiro indietro… 😉 😉

Ovviamente la presenza della sinologa di Let’s Movie, la Fellow Archibugia from Busa Bel-Air, sarebbe grandemente apprezzata… Così  come quella della nostra Honorary Member Mic, giapponauta per formazione cafoscarina con cinese as second language…Ah, tra l’altro il film è in cinese, con i sottotitoli (in italiano, non in polacco, eh!), quindi Katrin, Mic, potreste rispolverare il Ni-hao che è in voi! 🙂

Come siamo messi a lunghezza? Mmm, bad, Board, very very bad 🙁 … Comunque ora ho finito finito finitissimo. E il Movie Maelstrom non è da considerarsi all’interno dello spazio riservato al corpo del testo: è un interrato a sé stante fuori dalla particella di cine-terreno a nostra disposizione (no, non ho trascorsi come geometra eh, non scherziamo).

Grazie, miei commensali Moviers, mi regalate un  sacco di soddisfazioni, e per premiarvi, laggiù nell’interrato, troverete qualcosa di dolce… E i saluti che vi porgo  stasera non potevano che essere lucullianamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

 

Qualche giorno fa mi è ricapitata per le mani questa canzone… è molto saudaje, e anche anni ’70, non so…È davvero un nonnulla di canzonetta, ma it’s so sweet, and fun…. Ho pensato che dopo il fritto misto ci volesse un buon caffè… http://www.youtube.com/watch?v=yQ1muomLZBo 😉

XIAO HE o LOTUS: Insegnante cinese in una cittadina del nord con idee innovative sull’apprendimento, Xiao He è costretta ad andare a Pechino per poter dare libero sfogo alla propria creatività, ma l’innato istinto di libertà la mette nuovamente nei guai. Possiamo vedere nella protagonista la tipica rappresentante della gioventù intellettuale della Cina contemporanea, in pieno boom economico, posta di fronte al dilemma se utilizzare la cultura per ottenere pragmaticamente il massimo del profitto o seguire gli ideali con il rischio di trovarsi fuori dalla parte di società che conta.

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