Posts made in febbraio, 2013

Let’s Movie CLVII

Let’s Movie CLVII

VIVA LA LIBERTÀ
di Roberto Andò
Italia, 2013, 94’
Mercoledì 27/Wednesday 27
20:00/ 8:00 pm
Multisala Modena/Lo Smelly

Fondisti Mondiali Fellow Moviers,

Dicevamo che a Trentoville succedono gran poche cose. Party dell’Anarcozumi a parte, Let’s Movie a parte (le pagherai tutte, Board, prima o poi, sappilo), non ci rimane tutto ‘sto granché. Però il caso ha voluto che il 2013, oltre ad essere l’anno del Serpente (e lo dico per il nostro rettilologo, il Movier Magnanimo :-)), è l’anno di Fiemme 2013, il Nordic Ski World Championships, con tutte quelle discipline spaccaossa che noi amiamo gran poco, ma di cui si parla gran bene.

Mercoledì c’è stata l’apertura ufficiale in Duomo Square, che per l’occasione ha switchato da Piazza Gromm a teatro delle meraviglie ― avrei potuto dire Wunderkammer ma non l’ho detto, apprezzate. Palloni aerostatici antropomorfi, acrobati con costumi fluttuanti che scivolavano su e giù per la Torre dell’Orologio (ma come si chiama la Torre di Trentoville? Me lo dite???), e tagliavano la piazza da est a ovest lungo corde incredibilmente corde (paura&invidia per gli acrobati!), e poi suggestivissime ombre disegnate sul Duomo illuminato di rosa e blu, e poi la Torre utilizzata come tela per le immagini video che venivano proiettate, e poi suoni e colori e musica e vedo-gente-e-faccio-cose.
Certo, la presenza di Goran Bregovic ha inciso molto in termini di richiamo popolare. Sarà anche perché Goran ha inciso l’inno ufficiale di Fiemme 2013, che fa un sacco ridere, e sdrammatizza un po’ l’immagine del trentino orso (il trentino medio è una razza che s’inserisce tra il marsicano e il grizzly). Ascoltate/guardate voi stessi http://www.youtube.com/watch?v=XG_RTRgEweA (il movimento di Goran tipo benedizione urbi-et-orbi con braccia ad angolo retto di Barbie mi fa PROPRIO schiattare! 🙂 )…. Non aprirò qui una parentesi analitica sull’immagine delle trentine che il video propone (perché chi di noi trentine non porta trecce e camicette a quadri? Chi di noi trentine non mangia stinco&polenta a colazione??), ma non voglio essere sempre la party-pooper della situazione che trova sempre il marcio in Valbadia, e luoghi comuni dappertutto…

M’è venuto da cominciare così oggi, primo perché quando c’è un evento di questa portata VA DETTO (anche in un contesto lezmuviano in cui non c’azzecca molto, se non per la magnifica presenza dell’Anarcozumi, del WG Mat, della Fellow Nat e del Movier Prestige, insieme al Non-Fellow Duca di Lombardia and Liz Straightaway-from-UK). Sapete, il Trentino, non si sa bene come mai, è affetto da questa forma di stipsi comunicativa che gli impedisce di divulgare notizie positive in serenità ― come quei calciatori che segnano e non esultano, bah. Secondo, per riguadagnare un po’ di speranza. Il Let’s Movie di martedì, “Alì ha gli occhi azzurri”, benché sia stato promosso a quattro pollici dall’Anarcozumi e da me, la toglie un po’, la speranza… 🙁

Ma voglio partire con il celebrare la vittoria di Davide contro Golia. Tutte queste mega produzioni made-in-Hollywood — “Lincoln”, “Re della terra selvaggia”… — che berciano (berciano??) la loro volontà di potenza piuttosto che l’esigenza di raccontare una storia… Questi grandi nomi vengono sconfitti — e ci godo un sacco — da questi film che a me piace definire piccolipiccoli, produzioni side-stream (esiste “side-stream”? Be’ ora esiste), ma che riescono a colpire. Come “La bicicletta verde”. Come “Alì ha gli occhi azzurri”.
Se da un lato questa tendenza mi fa macinare oscuri pensieri in merito alla piega che il cinema main-stream sta prendendo, dall’altro mi fa guardare con estrema fiducia verso queste realtà minori che parlano direttamente dal margine. “Alì ha gli occhi azzurri” è ambientato proprio lì, in un contesto “off”, ma riesce, con la straordinaria freschezza di un giovane regista a fare della periferia il centro, mettendoci davanti a questioni grandi e complesse, quali nazionalità, religione, famiglia, etica. L’Anarcozumi è stata una preziosissima Movier martedì: nello scambio di opinioni post-proiezione, tra una lamentela e l’altra su titubanze elettorali e Master farlocchi che fanno per fermare il declino e poi si fermano prima di provarci, ha utilizzato  “complesso” e “senza speranza”, due espressioni che hanno colto in pieno il film, e che lo recensiscono meglio di qualsiasi polpettone boardiano.

Esatto Zu. Il film è complesso. Mette in scena delle storie che da un lato offrono dei cliché ben noti, come l’intransigenza della religione islamica, oppure la criminalità della micorcriminalità rumena, oppure l’amore tamarro&tenero dell’adolescenza romana (geniale il tocco del regista che colora musicalmente un momento romantico tra Nader e la fidanzata BriggggitttttE ― alla Totti, please — con le tinte melassa di Gigi D’Alessio). Altroché camicette a quadri e stinco a colazione…

Dall’altro però li ribalta, li contraddice, questi luoghi comuni. Allora vediamo che Nader si ribella all’aut-aut materno “o lasci la pischella o te ne vai di casa” dettato dall’Islam ― ribellandosi quindi all’Islam stesso ― e se ne va di casa. Ma poi quando è la sorella a dimostrare dell’insofferenza nei confronti delle regole dettate dalla religione musulmana, Nader diventa il più fondamentalista dei fondamentalisti e arriva persino a sparare al suo miglior amico, reo di aver dimostrato della simpatia  verso la ragazza. Come dire che Nader, nato, cresciuto, fatto  e finito a Roma, e che di Roma ha assimilato il linguaggio sia nel verbo, sia negli atteggiamenti, ritorna egiziano del profondo (Mar) Rosso quando si tratta dell’onore sororale. Come a dire, credevi di esserti liberato dalla catena che ti legava ad Allah, e invece no, non è stata recisa manco pe’ gniente, era solo nascosta sotto la tangenziale tra Ostia e Freggggene …E cosa si fa quando due posizioni così contrastanti convivono dentro di noi? Lasciamo la ragione e impugniamo le armi…

Quindi sì, complesso una cifra… E il finale non lascia spazio a nulla di buono. L’inquadratura fissa sull’interno della casa di Nader, con la famiglia seduta a tavola e il posto di Nader vuoto, lascia una sensazione di scomodo irrisolto… E noi immaginiamo Nader che vaga per i sobborghi della città, creatura partorita da questo nuovo millennio tra smart phones e Corano, incapace di trovare un posto fisso cui appartenere…

Un altro elemento positivo è il mantenimento di una tensione da film thriller: il “come andrà a finire” non ci molla un istante. Non so, è come se si corresse (scappasse?) per 100 minuti… Sarà che Giovannesi è stato in gamba ad architettare una storia dalle tinte poliziesche, in cui continuiamo a chiederci se Nader riuscirà a sfuggire alla banda di rumeni che vogliono fargli lo scalpo, se Nader rimarrà insieme a BrigggittE, se Nader tornerà a casa alla fine… Insomma, questo ragazzetto un po’ testa calda un po’ tenerone ci prende, e non è sempre facile, per un regista, far appassionare a un personaggio, specie in un contesto di degrado come quello presentato in “Alì ha gli occhi azzurri”.

Avvalendosi di ambientazioni splendidamente ruvide e squallide — il lungomare di Ostia, metropolitane, scorci di cemento armato e bidoni della spazzatura, Giovannesi riesce bene nel dipingere un quadro di una metropoli contemporanea in cui coabitano paesi vecchi, paesi nuovi e paesi sospesi fra vecchio e nuovo i cui figli per metà sono integrati e per metà sono disintegrati fra le tradizioni della patria dei genitori e le tradizioni della patria in cui sono nati.

Film piccolo piccolo, dicevamo, anche se non troppo. L’Anarcozumi mi ha fatto giustamente notare che Fabrizio Mosca, il produttore del film, ha prodotto opere di registi del calibro di Marco Tullio Giordana ed Emanuale Crialese. E alla fotografia ci sta nientemeno che il talentuosissimo Daniele Ciprì… Quindi magari piccolo piccolo perché non è arrivato in molte sale, ma grande grande nella qualità e nell’impegno con cui è stato girato.

APPROVED! 😉

Ah ma mi tocca starmene lontana dal Mastro anche questa settimana! So che dobbiamo vedere “Zero Dark Thirty”, lo so, ma per qualche motivo non riesco a proporlo. Forse il motivo è proprio questo: non bisogna DOVER vedere un film. Bisogna VOLERLO vedere. Come ben sapete, nella morra cine-se l’obbligo si mangia il fun…. Quindi mi prostro virtualmente al cospetto del Mastro, gli assicuro che l’Astra rimane in assoluto la sala cinematografica per antonomasia (e per anastasia), e che Let’s Movie tornerà dopo

VIVA LA LIBERTÀ
di Roberto Andò

Un film che va visto. C’è Sir Servillo, che per una volta vorrei vedere recitar MALE — giusto per avere la soddisfazione di fare pippobaudo e scuotere capo e borbottare “Non me lo dovevi fare, Toni, non me lo dovevi fare”. E anche Valerio Mastandrea, che non ne sbaglia una! Robertò Andò, il regista — artista poliedrico che si muove, sempre sperimentando, sia nella regia cinematografica (guardatevi “Sotto falso nome” con Daniel Auteuil) che teatrale che nella narrativa — trae il film dal suo romanzo “Il trono vuoto” (sì, sì, quello che si è aggiudicato il Campiello l’anno scorso, proprio quello), e sembra averne dato una versione convincente e originale. Dato che noi siamo per la convinzione e l’originalità, chiudiamo un occhio — n’antro — sull’orario e andiamo allo Smelly, col Mastro piantato nel cuore ― spero che queste mie parole risuonino (soap)argentine fino in Corso Buonarroti.

Ma è già arrivato il momento di salutarci, Fellows! Domani notte sapremo di che morte moriremo, elettoralmente parlando. Ho preferito lasciar fuori la politica, c’è già abbastanza confusione senza che ci si metta pure il Board ― anche se vi confesso che “Viva la libertà” è il mio modo per portare la politica in Let’s Movie, facendola transitare obbligatoriamente per il cinema. Ma mi auguro di cuore che i nani tornino a infestare le foreste, e non il Parlamento…. 😉

Ora, se non vi spiace, io andrei. Ho un CdA con l’Honorary Member Mic da tenere: alle 2 del mattino raggiungerò Roncabronx, da dove presenzieremo alla consegna degli Oscar, in collegamento diretto con Los Angeles … Come vedete, sul Management gravano innumerevoli incombenze…   🙂

Sperando di sopravvivere a quello che si prospetta il lunedì più luuuungo della storia dei lunedì, vi ringrazio dell’attenzione, ometto il Movie Maelstrom perché sono stata un po’ luuuuuunga (per coerenza con il lunedì), e vi lancio dei saluti, oggi, fondOmentalmente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

VIVA LA LIBERTÀ: Il segretario del principale partito d’opposizione, Enrico Oliveri, è in crisi. I sondaggi per l’imminente competizione elettorale lo danno perdente. Una notte, dopo l’ennesima contestazione, Oliveri si dilegua, lasciando un laconico biglietto. Negli ambienti istituzionali e del partito, fioccano le illazioni, mentre la sua eminenza grigia, Andrea Bottini e la moglie, Anna, continuano ad arrovellarsi sul perché della fuga e sulla possibile identità di un eventuale complice. È Anna a evocare il fratello gemello del segretario, Giovanni Ernani, un filosofo geniale, segnato dalla depressione bipolare. Andrea decide di incontrarlo e ne resta talmente affascinato da iniziare a vagheggiare un progetto che ha la trama di un pericoloso azzardo.

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Let’s Movie CLVI

Let’s Movie CLVI

ALÌ HA GLI OCCHI AZZURRI
di Claudio Giovannesi
Italia, 2012, 100’
Martedì 19/Tuesday 19
19:40/7:40 pm
Multisala Modena/Smelly Modena

Fàticano Fellows,

Insomma sto in macchina, la radio on il mondo all around, e scopro che anche la tonaca bianca con le scarpette rosse da Bruder Grimm, può non farcela più e dire, basta, sono broke, Ich bin kaputt. Solo che laggiù, nel quadrilatero di San Pietro dove tutti quadrilaterano che è un piacere, non devono avere un gran Dipartimento delle Risorse Umane che raccoglie eventuali lamentele. Mi sa che li là policy aziendale ragiona sull’assunto del “Morto un Papa, se ne fa un altro”…. E allora anche la tonaca bianca con le scarpette rosse alla fine arriva al punto di non ritorno, si stufa del Serenil per combattere lo stress e compila una bella letterina di dimissioni. Del resto papam humanum est, come l’errare e l’orrore, quindi lo stupore che abbiamo provato più o meno tutti, in realtà non ha troppa ragion d’essere.
Back in my car, dopo aver sentito la notizia, mi son chiesta un po’ di cose pratico-logistiche. Avrà imballato gli effetti personali in scatoloni Lehman Brothers? Toglierà tutti i santini infilati nello specchio del bagno (come Rocky con le foto di Ivan Drago), e sospirerà mogio davanti alla papa-cyclette? Avrà già cominciato a far girare il curriculum? Adecco, oppure cacciatori di teste? Ricollocare una figura come la sua non è uno scherzo, bisogna dirglielo papale papale… 🙂
Idiozie boardiane a parte (potrei continuare su questo tono da qui all’eternità), credo che le dimissioni del papa spieghino un momento nella storia meglio di qualsiasi survey sociologica. Io non ho mai dimostrato grande simpatia per il pastore tedesco (non me ne vogliano Rex & Rintintin), ma vederlo lì, papa sull’orlo di una crisi di nervi, mi ha fatto quasi tenerezza (quasi). Certo, non tanta tenerezza quanto il papa che Moretti aveva messo in scena in “Habemus Papam”. Il suo pontefice era estremamente contemporaneo: depresso, insicuro, ròso dal dubbio. E il finale del film, se ci pensate, preconizza la fine del pontificato di Benedetto XVI… Insomma, sono ferma al semaforo, e penso al cinema che legge e prevede la realtà meglio di qualsiasi Renato Manheimer sulla piazza, e il risultato è la somma stizza che mi giunge strombazzata dalla macchina dietro…. 🙁

Tutto questo discorso ha permesso a voi Moviers di schiacciare un pisolino e a me di posticipare il momento “Re della terra selvaggia”…

Menomale che mercoledì sera avevo rinforzi… Trovo la Fellow Junior e il WG Mat che sorseggiano un drink al Bistrò Chez Mastrò ― ho sempre sognato di scrivere “sorseggiano un drink” ― mentre scopriamo che il Sergente Fed FFF è soggetto a criticità relative alla fruizione del supporto “abbonamento” (mammamia come te l’ho articolata, Fed… ;-)). Ripeto, non ci fossero stati loro, sarei uscita a testa bassa bassa, le pive nel sacco sacco. E non tanto per la storia in sé, quanto per la delusione. Il cancan mediatico intorno a questo film s’è rivelato superiore rispetto a quello che il film effettivamente dà, e come qualsiasi caso di aspettative-a-pacchi che si rispetti, alla fine ti trovi in mano un pugno di penny al posto del milione in gettoni d’oro che ti avevano promesso.

Non butto via tutto eh, sia chiaro. L’idea c’è. E anche lo spazio e il tempo in cui Zeitlin ha deciso di svilupparla. Lo spazio è una sorta di terra di nessuno in una Lousiana che sembra qualche avamposto alla fine della civiltà. Il tempo non è precisato. Potrebbero essere i giorni nostri. Ma anche un passato non raccontato, o un futuro tutto da succedere. In questo posto “espulso” dalla società vive una community che si è auto-espulsa dalla società: individui che vogliono mantenersi lontani dal mondo urbano vivendo sostanzialmente in una palude, “Bathtub”, cioè la “Vasca da bagno” ― la dimensione di mezzo tra acqua e terra. Fra loro la bambina “prodigio” Hushpuppy, e suo padre, malato terminale a un passo dalla tomba.

Ecco, il rapporto padre-figlia è stato gestito bene. All’apparenza lui è un bruto, è manesco, verbalmente molto violento. Ma quello è il linguaggio che utilizza per esprimere la disperazione/frustrazione nei confronti del proprio destino segnato. Ma il film non indugia moralisticamente sui comportamenti scorretti o inappropriati del padre. Niente montessorismi.E questo è un punto a favore del film. Così come anche gli Arouchs, spaventose creature dalla forma facocerina che minacciano Bathtub ―e, più in generale, tutta la terra. Io vedo queste bestie come la personificazione, anzi, l’animalizzazione, delle minacce che incombono sul vivere, e che alla fine Hushpuppy riesce in qualche modo a controllare e a vincere.

“Re della terra selvaggia” è un film che definisco “furbo”. Ed è questo che mi ha irritato maggiormente. Il regista ha comprato tutti gli ingredienti giusti e ha cucinato un buon piatto. Ambientazioni al profumo di Terence Malick ― ricordate l’eau-de-Malick, vero?! ― con riferimenti naturalistico-biblici tra il National Geographic e la Rivelazione che francamente fatichiamo a digerire; vicenda umana sullo strappalacrime andante (padre malato e violento ma sottosotto buono, e madre perfetta morta dando alla luce Hushpuppy); bambina protagonista che è la versione 2.0 di Shirley Temple: i boccoli d’oro sono diventati una meravigliosa chioma di ricci scuri e indomiti, indomito come il carattere di questa bambina, il cui personaggio, sfortunato e magnetico, non può NON piacere (è scritto a tavolino e ad arte, e l’attrice lo impersona obbiettivamente molto molto bene); l’allegorizzazione della storia (si parla di Hushpuppy e del padre, e della community che scappa dal centro di assistenza che vorrebbe “normalizzarli” e rifagocitarli nella società, ma in realtà si parla d’altro). Bene, dico al regista, hai seguito la ricetta alla perfezione, ma hai preparato un piatto freddo. Non ho cavato una singola emozione ― rabbia, sgomento, compassione, nulla. È come se anche nelle scene ad alta tensione emotiva lo sguardo della cinepresa fosse più interessato ad universalizzare l’emozione che a raccontare quella di quel personaggio. Questa è stata la mia impressione.

Secondo me “Re della terra selvaggia” è una macchina da guerra riuscita: sta facendo strage d’incassi e di encomi dalla critica. Ma è questo: una macchina. Niente cuore, niente pancia. Solo una ricetta rispettata al dettaglio per confezionare un prodotto furbo. Questo tipo di operazioni chirurgiche personalmente non mi attirano, forse perché preferisco un film imperfetto, ma emozionalmente pregno, a un film perfetto, ma non visceralmente impattante (con “visceralmente impattante” merito la vita monacale).
Ecco, “Re della terra selvaggia” vuole essere un film perfetto.

Ma ovviamente, come direbbe la nostra Fellow Francesca-Francescae (f.), de gustibus! Per esempio l’eccelso mio Mastro lo promuove, e io rispetto la sua opinione…perché sono una donna d’onore, e lo rrrispetto (guardate quanto un personaggio come Vito Corleone possa pesare nel parlato collettivo, e a prescindere dalla stazza di Brando). 🙂

Ne consiglio tuttavia la visione, così poi possiamo parlarne per ore e ore e ore come s’è fatto nelle ultime settimane con “Django Unchained”, che ha spaccato in due il giudizio dei Moviers ― ma dopo l’e-logio del Board a Quentin, indovinate un po’ chi vincerà il Referendum pro-Django e anti-Django?… WG Mat, prova un po’ a indovinare… ;-)).

Dopo un film grandioso-ambizioso-borioso, aspetto a proporre “Zero Dark Thirty” (che sicuramente è grandioso e ambizioso, ma magari anche un po’ borioso). Questa settimana ho voglia di ripararmi in un film piccolo piccolo, a costo di proporlo in orario Trentoville-friendly e Board-unfriendly.

ALÌ HA GLI OCCHI AZZURRI
di Claudio Giovannesi

 

Ricordo quando uscì ― tipo a novembre 2012, dopo aver vinto il Premio Speciale della Giuria e il Premio alla miglior Opera Prima e Seconda alla VII Edizione del Festival Internazionale del Film di Roma (mammamia son senza fiato). All’epoca mi colpì il titolo, “Alì ha gli occhi azzurri”, e ricordo di aver sentenziato, non arriverà mai a Trentoville. Ed è arrivato. (Se provo con “Michael Fassbender”, secondo voi funziona e arriva?). 🙂

So che l’orario è bislacco, ma che volete farci, è uno spettacolo unico ― meglio non lamentarsi…

Prima di lasciarvi liberi, vi pregherei di sollazzarvi un po’ nella sezione entertainment del Movie Maelstrom, che stasera dedico al primo Party di Carnevale in piena Quaresima che solo l’Anarcozumi, in collaborazione con il Sergente Fed FFF, poteva allestire… E poi vi chiedo anche di accettare i miei ringraziamenti e i miei saluti, che oggi sono conclavicembalsticamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Avreste dovuto vedere con i vostri occhi il cinema che s’è fatto ieri sera nel Party-a-Pranzo (“Pranzo” il posto non il pasto) che l’Anarcozumi ha organizzato con la collaborazione del nostro Sergente Fed FFF! S’è fatto proprio del cinema, sia per gli outfit visti, sia per la folla di Fellows presenti.

Oltre all’Anarco, strepitosamente travestita da Jessica Lange agguantata da King Kong (sì, avete letto bene, Jessica Lange agguantata da King Kong. Perché non è che la Zu si metta il primo costume che trova nell’armadio, la Zu si traveste da Jessica Lange agguantata da King Kong) e al Sergente, travestito da Zio Fester (con tanto di Mano e lampadina ad accensione orale!), il Party-a-Pranzo-il-posto-non-il-pasto ha beneficiato della presenza (e del dancing sfrenato) dei seguenti Moviers: la Honorary Member Mic (Vichinga detta anche Valchiriona-Wagner-free); il WG Mat (Doctor Who ― don’t worry, è perfettamente normale non sapere chi sia il Doctor Who); la Fellow Nat e il Fellow Prestige (Morticia e Gomez Adams, più veri ― e belli! ― di quelli veri!); il Fellow AndyCandy (le Vibrazioni ― sì, ci si può travestire da Vibrazioni e sì, magari non era riconoscibilissimo sui due piedi, ma ditemi se non meriterebbe il secondo premio all’originalità ― il primo è della Zu); la Fellow Killer (Lover) (rockstar 80s, che diciamocelo, pompa molto nelle casse (!)); la Fellow Morales (uno Zorro tutto al femminile); il deejay Andrea (uno Zorro tutto al maschile); il Fellow Dimmidimitri (molto principe del Marocco ― o era Egitto?); la Fellow Aripy (in versione (Ari)pippicalzelunghe); la Fellow Brooklyn (greca-romana, ma senza lotta); e il Board (che ha sfilato i panni del Board per infilare quelli di una Biancaneve rigorosamente post-femminista).

In Trentino succederanno anche poche cose, è vero, ma un Party-a-Pranzo è quello che viene definito dai Formalisti russi e dalla critica trans-strutturalista (!), “tanta roba”. Grande Zu! 🙂 🙂

ALÌ HA GLI OCCHI AZZURRI: girato ad Ostia, il film racconta le vite di due ragazzi di sedici anni che prima di entrare a scuola la mattina rubano un motorino e fanno una rapina. Nader è egiziano ma è nato a Roma e Stefano è italiano ed è il suo migliore amico. Alì ha gli occhi azzurri racconta una settimana della vita di un adolescente che prova a disubbidire ai valori della propria famiglia. In bilico tra l’essere arabo o italiano. Come il protagonista di una fiaba contemporanea, Nader dovrà sopportare il freddo, la solitudine, la strada, la fame e la paura, la fuga dai nemici e la perdita dell’amicizia, per tentare di conoscere la propria identità. Premio Speciale della Giuria e Premio Migliore Opera Prima e Seconda al Festival Internazionale del Film di Roma 2012; «Prix Jean Carmet» Prix d’Interpretation Masculine Festival d’Angers.

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Let’s Movie CLV

Let’s Movie CLV

RE DELLA TERRA SELVAGGIA
di Benh Zeitlin
USA, 2012, 93’
Mercoledì 13/Wednesday 13
21:15/9:15 pm
Astra/Mastrantonio’s

Fiscal Fellows,

“Let’s Movie, non c’è soldi che lo paga”. Questa frase scoordinata, ma dall’impatto assicurato, ricalca un modo di dire con cui sono cresciuta, e che recitava così “La salute, non c’è soldi che la paga”. (Indirizzate pure a mia mamma eventuali esposti sulla correttezza grammaticale).
Let’s Movie non c’è soldi che lo paga perché dopo una settimana di überwerk ― e lo dico alla tedesca per amor d’effetto ― cioè di apnea lavorativa non solo per me ma anche per tutto il circondario che mi circondaria (un nome su tutti, l’Anarcozumi, esempio settimanale di diving-nel-troubling che non avete idea… 🙁 ), dopo sette giorni eppiù così, un Board se ne va a Let’s Movie come se Let’s Movie fosse una terra promessa un mondo diverso, o un Natale o un Annuka o un Oh-happy-day di religione qualsiasi, e pure con la certezza matematica di non trovare alcun Movier, ma proprio alcun alcuno, niente possibilità di surprise-surpsrise, proprio keine keine. Però ti dici almeno trovo il mio Mastro, la Lady Mastrantonio e Robin, e se son fortunata anche quella bionda speranza della Maddy Mastrantonio, mi faccio una chiacchiera condita da due risate e va bene, va molto bene visto l’überwerk e le rogne dal particolare all’universale (come dicevano nell’ora di filosofia), poi lanci un graziegraziegrazie nell’aere per questa fortuna che ti è capitata, scivoli fra il rosso velluto della sala e aspetti il nero notte della proiezione senza bisogno di ricorrere a Milan e Stendhal. E succede esattamente questo! Incontri tutti i suddetti (pure la bionda speranza della Maddy! :-)), poi rosso&nero senza Milan e Stendhal. E in più… Faccio per sedermi e dalla fila dietro la mia, dal buio buio della notte pre-cinematografica, sbuca fuori il mio Mate (‘cause we are runner mates), il Fellow Iak-the-Mate! E allora, dopo il solito tripudio urla&braccia-al-collo&l’esplosione iroshima “Me-l’hai-fatta-Maaaaaate!”, che avranno fatto SENZ’ALTRO la gioia degli spettatori tutt’intorno (!), mi torna in mente, anzi, “mi sovviene” ― per citare l’amico Lincoln e far ridere la Honorary Member  🙂 ― la frase tutta scoordinata con cui sono cresciuta, e la customizzo su Let’s Movie (customizzo è inqulificabile, Board, sappilo), e sospirodisollievo al Mate, “Let’s Movie, non c’è soldi che lo paga”. 😉

E poi cala la notte cinematografica e si accende il film.

Il vantaggio di queste produzioni non-mainstream è che non ti aspetti chissaché. Anzi, te ne vai al cinema con un “Bahsperiamobene…” nel còre al posto del fricico (questa mi sa che l’avevi già detta, Board). Quando poi ho visto come “La bicicletta verde” attacca, ho capito che questa volta non avrei avuto bisogno di speranze, che il film non mi avrebbe deluso, anche solo per quella coppia di scene di cui sto per parlarvi.
Una delle prime inquadrature de “La bicicletta verde” è un primo piano delle scarpe della domenica di una bambina. Sapete no quelle scarpe seriose da bambine compite, che ti mettevano con i calzini bianchi bordati di pizzo per andare a Messa o a pranzo dagli zii… Quelle scure, con il cinturino, basse-che-più-basse-non-si-può, quelle la cui versione adulta sono le ballerine ― genere a cui ogni donna dovrebbe guardare con diffidenza e sdegno, visto l’effetto gambizzante che esercitano sulle gambe delle donne (scusate la divagazione, ma mi premeva). Poi, dopo pochi minuti, un altro primo piano ci regala le scarpe della protagonista, Wadjda ― che non è affatto tipa da scarpe seriose. Un paio di All Stars vissute, consumate, con i cordoni colorati. Già da queste due inquadrature si è compreso che il film avrebbe guardato al particolare (nel senso letterale del termine) di una storia per parlare di una condizione generale. Dal micro al macro, come nell’ora di filosofia. E infatti il film è fittissimo di dettagli, di piccole situazioni che però documentano meglio di qualsiasi documentario la situazione in cui vivono le donne in Arabia Saudita. E pensandoci sopra “La bicicletta verde” è questo: un documento che (di)mostra nel piccolo ― che poi è sintesi del grande ― il vissuto della donna in un paese islamico. Un film sineddotico** insomma (pure sineddotico è inqualificabile, Board, sappi anche questo).

Noi donne occidentali del 21esimo secolo rimaniamo abbastanza ammutolite davanti a un mondo che seppellisce i corpi e la libertà delle donne dentro funerei scafandri neri, che vieta alle ragazzine la spensieratezza di una bici temendo che una bici ne comprometta la moralità. Un mondo in cui la donna è completamente tagliata fuori dalla vita sociale (e persino dall’albero genealogico!) e asservita all’uomo, nonostante le sia concesso di lavorare ― il contentino bisognava pur darglielo, e certo un impiego è il contentino più conveniente del mondo… La mamma di Wadjda è questo tipo di donna: indipendente all’apparenza ― fa l’insegnante, ha una propria autonomia finanziaria ― dipendente nella sostanza ― al papà di Wadjda, da cui verrà lasciata perché incapace di avere altri figli (figli maschi, s’intende) e che si sposerà con un’altra più fertile cavalla, ehm, fanciulla.

Quello che colpisce noi spettatori dell’occidente è la schizofrenia esistenziale a cui sono sottoposte queste donne: il burka nasconde unghie dipinte, capelli attentamente piastrati, abiti provocanti. Mi chiedo io. Ma come faranno queste donne ad essere quello che sono da dentro la bara del Burka? Come fanno a non crollare, implodere, disintegrarsi identitariamente, prima o poi? No perché già qui in occidente noi abbiamo i nostri bei casini da risolvere ― penso alle discriminazioni che ancora si subiscono e a certi luoghi comuni di cui ancora siamo oggetto…e lo siamo…. Comecaspita faranno loro? Come si può essere liberi solo sotto una dittatura, ancorché di stoffa?
Queste domande passano per la testa anche di Wadjda, anche se magari ancora non le capisce fino in fondo, anche se non capisce perché la madre, così colta e “avanti” si neghi la possibilità di lavorare in un posto in cui dovrebbe stare a viso scoperto. Par quasi di sentirle, le domande che si affastellano nella mente di Wadjida, lei che certo non è una ragazzina qualunque: sogna una bicicletta ― anche questa una sineddoche bell’e buona: la bici è la libertà, e l’accesso al territorio maschile ― e si inventa di tutto pur di riuscire a mettere insieme i soldi per comprarsela. La furbizia e l’intraprendenza di Wadjda ci fanno ben sperare. Se ci sono ragazzine così, pensiamo, allora le cose possono cambiare…
Purtroppo la regista è sufficientemente lucida da mostrarci che le cose non sono così facili, e che no, cambiare non è così facile. C’è un momento che rappresenta benissimo questa presa di coscienza. La direttrice della scuola in cui Wadjda studia è una specie di Signorina Rottermeier versione islamica ― e non so se ci sia nulla di peggiore di una Rottermeier islamica… Dopo aver convocato Wadjda, vietandole, fra le altre cose, di portare le All Stars, le dice: “Tu non ci crederai, ma io ero come te da ragazzina”. Questa battuta è estremamente violenta: uccide a noi qualsiasi tipo di pensiero le-cose-possono-cambiare in cui potevamo aver sperato, e in loro la possibilità di essere diverse. È come se la Wadjda dodicenne si trovasse davanti a se stessa trent’anni più vecchia, come se vedesse come sarà, dopo il mutamento che lei, come tutte le ragazzine sue coetanee, sono destinate a subire in corso d’opera… Tanto ribelli, fiduciose, intraprendenti, fin temerarie da piccole, quanto conformiste, asservite, testa-bassa da grandi. È una brutta verità, quella che ci racconta la regista. Il sistema finisce per domare, inglobare e normalizzare tutto ciò che è anormale, diverso, “contro”. Come Wadja, o la direttrice da giovane. Il finale positivo sembra alleggerire un po’ il peso di questo messaggio ― Wadjda avrà la bici in regalo dalla madre. Ma io non posso proprio dimenticarla, quella battuta. “Tu non ci crederai, ma io ero proprio come te da ragazzina”. E nemmeno Wadjda, credo, riuscirà a dimenticarla… Io mi auguro che tutte le bambine islamiche del mondo non smettano mai di volere biciclette e indossare All Stars sotto il velo, e smalto blu elettrico dentro le All Stars ― se proprio proprio velo dev’essere, almeno con del colore e del fun sotto…

Ma lasciatemi ribaltare le cose, e lanciare una provocazione. Il velo oscura, nasconde, cancella. Vero. Ma non avete mai pensato alla “comodità” di un velo? A quanto allettante potrebbe essere nascondersi lì dietro, ogni tanto, senza dover apparire per forza? In certe situazioni, soprattutto lavorative, il corpo è un ingombro che le donne si devono portare appresso. Come dite? Esagerata? Forse un po’…Ma credetemi, a volte un velo risolverebbe tanti momenti… Va be’, io ho lanciato l’argomento, rifletteteci un po’ sopra magari… O magari fatevi una partita alla playstation, che è pure meglio… 😉

Io ora non attacco la playstation perché devo proporvi un film che sta spaccando da levante a ponente, dagli Appenini alle Ande (Zeitlin sei grande).

RE DELLA TERRA SELVAGGIA
di Benh Zeitlin

 

Presentato a mille festival e vincitore di mille premi (tra cui il Gran Premio della Giuria al Sundance e la Caméra D’Or a Cannes), incensato da mille critici, candidato a mille premi Oscar (tra cui, per la prima volta nella storia, quello per la miglior attrice protagonista, che ha sei anni), ci sono mille buoni motivi per andare a vedere il film cult dell’anno. Ne ho elencati solo tre perché riportare gli altri 1996 sarebbe stato un po’ problematico in termini di spazio e soprattutto di endurance richiesta ai Moviers. Io fossi in voi verrei anche solo per fare gli agenti del fisco e praticare del temutissimo auditing, verificare che quei 1996 siano veramente 1996 e che non ci abbiano fregato. 😉

Vi aspetto quindi muniti di valigetta e occhiale in bachelite modello Clark Kent pre-Superman…

Prima di chiudere, volevo informarvi che l’Anarcozumi sta facendo lo sporco lavoro di inviata/infiltrata speciale al Festival del Cinema di Berlino per noi ― oltre a sbrigare quelle 4(mila) cosucce per la Trentino Film Commission… Attendiamo aggiornamenti da Alexander Platz, e per il momento le inviamo tutto il supporto che merita dal Quartier Generale di Let’s Movie. Wir glauben an dich, Zu!!! 😉

E per ora vi saluto, ma vi rassicuro: questa settimana il Movie Maelstrom è tornato ― yes, sometimes life stops sucking. 😉 Quindi sfruttatelo. Il riassunto invece, bah, fate vobis, as usual… Ah poi come sempre, ricordate di accettare i miei sonori ringraziamenti (ma non li sentite tintinnare??? E no, non è Babbo Natale che ha perso la coincidenza Francoforte-Helsinki, sono i miei grazie, tintin tintinnanti…), e i mie saluti, che oggi sono tributariamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

** Per quei due Moviers che non lo sapessero, dicasi sineddoche la figura retorica che consiste nel conferire a una parola un significato più o meno esteso di quello che normalmente le è proprio, per esempio nominando la parte per indicare il tutto (tetto per casa). 😉

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Ultimamente il Movie Maelstrom si è trasformato in una specie di Minestrom raccogli-tutto, e va bene così ― mi piace avere un luogo zibaldonico dove buttare musica& recensioni-del-Fellow-Fiiii&link&LaQualunque. Una volta tanto però utilizzo questo spazio rispettando lo scopo per cui era nato: gettare titoli di film papabili da far circolare virtuosamente fra i Moviers ― o che gli stessi Moviers vorrebbero consigliare segnalandomeli a [email protected].

Qualche tempo fa ho visto questo film che mi ha conquistato in modo totalizzante… Si tratta di “Cloud Atlas”, dei fratelli Andy e Lana Wachowski (papà e mamma di “Matrix”, per capirci) ― http://it.wikipedia.org/wiki/Cloud_Atlas.

Non lo consiglio a TUTTI, ma agli amanti di un genere che è ancora difficile da codificare…Tra il fantasy e il drammatico e il mistery e l’allegorico, passando per l’apocalittico… Lo consiglio a chi ha amato “Donnie Darko” (i miei guys di Los Angeles in primis, parola di Nonna Morte… ;-)). Lo consiglio senz’altro a Spielberg, per dimostrargli cosa vuol dire fare un Film….

“Cloud Atlas” raccoglie e intreccia in modo sorprendente sei trame, sei epoche storiche e un numero imprecisato di attori che ritorneranno, in tutte le sei storie e le sei epoche ma in vesti e modi assolutamente inaspettati… E ha un messaggio di fondo che vi farà andare via di testa…

Non sono l’unica a pensarla così…Il WG Mat e la Fellow Junior danno credibilità alle mie parole blahblahblah… So PLEASE, go and watch it, Moviers… Go go go!  🙂

RE DELLA TERRA SELVAGGIA: Il film è la storia di Hushpuppy, una bambina di cinque anni che vive con Wink, papà severo ma affettuoso, nella comunità soprannominata Bathtub (La Grande Vasca), una zona paludosa di un delta del Sud americano. Wink, che ha contratto una grave malattia, sta preparando Hushpuppy a vivere in un mondo dove non ci sará piú lui a proteggerla. Inoltre il Bathtub è alla vigilia di una catastrofe di epiche proporzioni: gli equilibri naturali si infrangono, i ghiacci si sciolgono ed arrivano gli Aurochs, misteriose creature preistoriche. A Hushpuppy non resta che cercare di sopravvivere e di mettersi alla ricerca della madre, che per lei è solo un vago ricordo.

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Let’s Movie CLIV

Let’s Movie CLIV

LA BICICLETTA VERDE
di Haifaa Al-Mansour
Arabia Saudita-Germania 2012, 97’
Mercoledì 6/Wednesday 6
21:00/9:00 pm
Astra/Mastrantonio’s

MarcoMasini Moviers,

Semplicemente non ci pensi che gli americani abbiano i sussidiari. Vedi le high-school nelle serie televisive e trovi solo simpatici armadietti e balli di fine anno (che noi in Italia non avevamo). E ti dici, bah, loro avranno balli&armadietti, noi sussidiari&Invicta, this is how it goes.
Invece guarda te, lunedì scorso scopro che ce li hanno pure loro, i sussidiari. Solo che non li usano a scuola: li spalmano sul grande schermo con l’aiuto di grandi registi che vogliono fare grandi opere e che per far questo usano pennelli grandi e non grandi pennelli (e spero che ricordiate tutti la pubblicità, altrimenti la mia solitudine esistenziale non avrà limiti). Tutto questo giropizza di parole per informarvi che lunedì scorso io e la Honorary Member Mic (= il C.d.A.) abbiamo assistito a questa penosa trasposizione.

Già. “Lincoln” è un sussidiario. Solo che al posto delle pagine ci sono (prendete fiato perché questo che arriva è l’elenco più lungo che il vostro occhio abbia mia percorso): interminabili monologhi e fiumi di retorica e scene scontate e campi di battaglia ma non campi di battaglia inquadrati tipo con un piano sequenza d’ampio respiro che ti fa ricordare le scene di battaglia dei grandi (non serve scomodare di nuovo “Barry Lindon”, che scomodiamo parecchio, basta prendere il primo “Braveheart” che vi capita sottomano, santiddio) e invece nelle scene di battaglia di “Lincoln” vedi solo il post-battaglia, quindi solo arti sprofondati nel fango e nel sangue, il soldato vivo-morto-x che tribola nel fango e nel sangue ma che sai già finire nella categoria del “morto”, le immancabili ruote cigolanti a mezz’aria di carretti le cui ruote sono tragicamente finite a cigolare a mezz’aria, l’immancabile bandiera secessionista del Generale Lee (che purtroppo in questo caso non c’entra coi fratelli Duke) che sfila tra le macerie accompagnata da una musica austera e lasciatemi aggiungere, per i Moviers maschi, da toccarsi le parti basse; poi ci sono i poveri neri che fanno la parte dei poveri neri, poi ci sono i bianchi buoni buoni, i bianchi cattivi cattivi, i politicanti a cui non frega niente dell’abolizione della schiavitù, i politicanti repubblicani illuminati e i politicanti democratici che fanno tanto i burberi ma che alla fine dividono il talamo con un amore nero, giusto per avere tutte le combinazioni possibili (scherzi dimenticarti una combinazione?? Sei pur sempre Spielberg-the-Democrat); poi ci sono donne carta-da-parati o donne camicia-di-forza, come la moglie di Lincoln, che avrebbe fatto più bella figura se fosse rientrata nella prima categoria (carta-da-parati), ma purtroppo è finita nella seconda (camicia-di-forza); poi ci sono figli mandatemi-al-fronte-a-tutti-i-costi (manco il fronte fosse Ibiza e lui parte della people from) come il figlio di Lincoln, la cui voglia di primalinea si acuisce quando vede un carretto (carretti all over, ve l’avevo detto) tutto pieno di arti amputati. (Respiriamo)

Ma soprattutto c’è lui, Abraham Ammazziamolo Lincoln, e qui dobbiamo aprire un paragrafo a parte (che studierete insieme a “Strategie della Confederazione” e “Strategie dell’Unione” pp. 147-188). Cioè. Uno pensa Lincoln e dice, ammappa questo sì che c’ha il pelo sullo stomaco. Sì, magari avrà una natura mite e un temperamento docile, ma santiddio (x2), ha fatto passare l’emendamento che aboliva la schiavitù, una pietra miliare nella storia dei diritti umani, e nella storia tutta. Avrà avuto uno straccio di sacro fuoco dentro ― tutti i grandi personaggi storici l’hanno avuto… è proprio questo che li ha fatti diventare quello che sono diventati. Allora fammelo vedere, quel fuoco!! Forse Spielberg credeva che mostrando questo ometto storto, smunto, spento in tutta la sua domestica docilità, avrebbe aggiunto un aspetto nuovo, più inedito, del personaggio, ignorando tuttavia che, in questo modo, avrebbe tolto la spina dorsale al personaggio, lasciandolo come una marionetta senza mano dentro…Floscio floscio moscio moscio…

Oltre a questo, il Lincoln di Spielberg sembra un incrocio tra un messia, Papa Pio VI e un martire… e soprattutto uno che provoca il fuggi-fuggi generale ogni volta che attacca con un “Mi sovviene un ricordo….” seguito da qualche episodio allegorico tipo parabola “Dalla prima lettera di Abramo Lincoln ai Malcapitati” ― i Malcapitati non sono una popolazione poco conosciuta della Giudea Inferiore, siamo noi! Questo, “Mi sovviene un ricordo” è diventato il nuovo tormentone inverno-2013 tra me e la Mic… 😉
E credetemi, il doppiaggio di Favino peggiora di gran lunga le cose…Una cantilena strascinata tra l’enfasi e la flebo, che rende il personaggio ancora più insopportabile. E guardate, mi spiace un sacco per Daniel Day Lewis, perché s’è impegnato tanto e si vede, ma il mimetismo non è sempre necessariamente garanzia di successo…

In realtà il problema sta nel taglio che Spielberg ha deciso di dare al film. Un taglio cattedratico, vecchio&stravecchio, grossolano e semplicistico riguardo la situazione storica e razziale. Ma questo sarebbe niente! La delusione dipende dalla mancanza totale di un disegno cinematografico dietro  la sceneggiatura. “Lincoln” pare una di quelle ricostruzioni storiche che passano su History Channel, solo che le ricostruzioni su History Channel non ammorbano lo spettatore con dialoghi di cartapesta e personaggi dai soliloqui vaticinatori, non fanno venire la malincoLnoia come nella miglior tradizione masiniana. Qui manca totalmente il gusto artistico di trarre un’opera d’arte dalla Storia ― ambizione ambiziosa ma dico io, santiddio (x3), sei Steven Spielberg, siedi alla destra del Padrino, se non li hai tu i mezzi e l’esperienza, chi?! E le forme espressive che ha scelto sono vecchie&stravecchie pure quelle: Lincoln accompagnato dall’inizio alla fine da fonti di luce che garantiscono il messaggio “santo-subito” ― finestra all’inizio, candela alla fine…

Certo Board, potreste ribattermi voi, se Spielberg era in fissa con i sussidiari e voleva spalmarne uno sullo schermo, a che altro poteva ricorrere se non a carretti e metafore fotovoltaiche e a un protagonista la cui scena semi-finale, dopo l’attentato, ricorda tutti i “Compianto sul Cristo Morto” del manuale di storia dell’arte del liceo??

E come sempre c’avete sempre ragione voi, Fellows… 🙂

In fondo sono qui che mi lamento quando non dovrei. Dovrei invece ringraziare la Honorary Member che non mi ha lasciato sola solo per non lasciarmi sola (mammamia “Sara Ammazzatela Fruner”…) e perché non sottovaluta l’impegno nel C.d.A. E con lei abbiamo reinterpretato il film in chiave parodica che, per dirla come mangiate, vuol dire che ci siamo sfasciate dal ridere (del resto a “Lincoln” o ridi o dormi, non c’è grande alternativa) ricordandoci gli esordi di Let’s Movie, quando eravamo due pischelle e finivamo a vedere robe improbabili tipo “Lourdes” o il ben noto “Le Mystère Picasso”… 😉 Lo sfascio da risate è continuato anche fuori dal cinema dove eravamo fisicamente piegate in due in mezzo alla strada. Questo m’insegna che non tutti i mali(incoln) vengono per nuocere e che accartocciarsi su se stessi per agevolare il movimento ad angolo retto della risata (ri)compensa alla grande i 150 minuti di sfinimento spielberghiano. 🙂

Se proprio proprio non vi ho dissuaso e volete andare a vedere “Lincoln” no matter what, vi consiglio di immaginare Sacha Baron Cohen al posto di Daniel Day Lewis ― io in certi punti non ho saputo resistere alla tentazione ― oppure d’immaginarvelo doppiato in toscano, tipo così http://www.youtube.com/watch?v=QdaNcUDOlJo ― vi prego, regalatevi/mi un minuto e 28 secondi del vostro tempo per capire cosa può ridurvi/mi in lacrime. 🙂 🙂

Insomma, era meglio se Abramo Lincoln rimaneva il pesce rosso di Arnold invece che diventare la triglia del cRollosal di Spielberg…

Con me e la Mic concordano anche il WG Mat ― in guerra dichiarata con i big del firmamento registico ― e l’Anarcozumi, con cui s’è concordato di proporre a Spielberg un futuro nel giardinaggio o un ritorno zoologico tra squali e t-rex.

E ora corro a casa… Corro dal Mastro!

LA BICICLETTA VERDE
di Haifaa Al-Mansour

Che bello tornare dall’ovile dopo quindici giorni raminghi (o rOaminghi, bah mi sbaglio sempre)! Come poteva lui, l’onnisciente Mastro, non intercettaci questo filmetto di valore che aveva spiccato all’ultima Mostra del Cinema di Venezia?! Non vedo l’ora che arrivi mercoledì per scavalcare il bancone dell’Astra e gioire di gioia con il Mastro e Robin, e fare la parte del primo figliol prodigo vegetariano della storia che non ammazzerà nessun maiale per festeggiare la family ritrovata!  🙂

E prima di salutarvi devo sbrigare la STRAordinaria amministrazione lezmuviana, e dare fiato alle trombe per dare il benvenuto in Let’s Movie a

  • Francesca detta ad infinitum Fellow Francesca-Francescae.f. (della prima, naturalmente) perché è un’illustre latinista e si porta sempre appresso le declinazioni, e senza fatica-faticae alcuna 🙂
  • Demelza d’ora innanzi la Fellow Demelza-de-Gipsy, perché voi non potete nemmeno immaginare quanta letteratura nomadica si porti scritta nel nome, insieme a quei due logaritmi in base E (sì, Moviers, esistono i logaritmi in base E, me l’ha assicurato lei, matematista che non è altro!); 😉
  • Maria Luisa detta per ora e per sempre Movier MaLù, come la coppa (che spero ricordiate, by Parmalat pre-Callisto), perché mi si dice essere collega deliziosa, e la cine-identità di una coppa cioccolato&panna fa decisamente al caso suo. 😉

Non so quanti nuotatori sguazzino fra voi Moviers (Fellow July Jules alias The Mermaid a parte), però vi informo che con il Fellow Robeywatch, che da sempre gestisce la permanenza del Board in vasca, stiamo ipotizzando una corsia riservata ai cinefili alla White Madonna Swimming Pool. Ma ve l’immaginate?? I will keep you posted… 😉

E adesso è veramente tutto… Avrei continuato a infierire mefistofelicamente su Lincoln, ma la Fellow Francesca-Francescae mi suggerisce “perseverare diabolicum”…

Grazie, my Fellows, per tutto. Pazienza, tracotanza, insofferenza. Tutto. Questa settimana Movie Maelstrom no, e riassunto sì ― yes, sometimes life sucks… 🙂 🙂
E ora tenete questi saluti, che stasera sono disperatamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

 

LA BICICLETTA VERDE: Wadjda è una ragazzina di dieci anni che vive in un sobborgo di Riyadh, la capitale dell’Arabia Saudita. Pur vivendo in un mondo conservatore, Wadjda adora divertirsi, è intraprendente e si spinge sempre un po’ più in là nel cercare di farla franca. Dopo un litigio con il suo amico Abdullah, un ragazzo del vicinato con cui non potrebbe giocare, la bambina vede una bella bicicletta verde in vendita. Wadjda desidera la bici disperatamente per battere Abdullah in velocità, ma sua madre non gliela concede, poiché teme le ripercussioni di una società che considera le biciclette un pericolo per la virtù delle ragazze. Così Wadjda decide di provare a recuperare i soldi da sola.

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