Let’s Movie CLV

Let’s Movie CLV

RE DELLA TERRA SELVAGGIA
di Benh Zeitlin
USA, 2012, 93’
Mercoledì 13/Wednesday 13
21:15/9:15 pm
Astra/Mastrantonio’s

Fiscal Fellows,

“Let’s Movie, non c’è soldi che lo paga”. Questa frase scoordinata, ma dall’impatto assicurato, ricalca un modo di dire con cui sono cresciuta, e che recitava così “La salute, non c’è soldi che la paga”. (Indirizzate pure a mia mamma eventuali esposti sulla correttezza grammaticale).
Let’s Movie non c’è soldi che lo paga perché dopo una settimana di überwerk ― e lo dico alla tedesca per amor d’effetto ― cioè di apnea lavorativa non solo per me ma anche per tutto il circondario che mi circondaria (un nome su tutti, l’Anarcozumi, esempio settimanale di diving-nel-troubling che non avete idea… 🙁 ), dopo sette giorni eppiù così, un Board se ne va a Let’s Movie come se Let’s Movie fosse una terra promessa un mondo diverso, o un Natale o un Annuka o un Oh-happy-day di religione qualsiasi, e pure con la certezza matematica di non trovare alcun Movier, ma proprio alcun alcuno, niente possibilità di surprise-surpsrise, proprio keine keine. Però ti dici almeno trovo il mio Mastro, la Lady Mastrantonio e Robin, e se son fortunata anche quella bionda speranza della Maddy Mastrantonio, mi faccio una chiacchiera condita da due risate e va bene, va molto bene visto l’überwerk e le rogne dal particolare all’universale (come dicevano nell’ora di filosofia), poi lanci un graziegraziegrazie nell’aere per questa fortuna che ti è capitata, scivoli fra il rosso velluto della sala e aspetti il nero notte della proiezione senza bisogno di ricorrere a Milan e Stendhal. E succede esattamente questo! Incontri tutti i suddetti (pure la bionda speranza della Maddy! :-)), poi rosso&nero senza Milan e Stendhal. E in più… Faccio per sedermi e dalla fila dietro la mia, dal buio buio della notte pre-cinematografica, sbuca fuori il mio Mate (‘cause we are runner mates), il Fellow Iak-the-Mate! E allora, dopo il solito tripudio urla&braccia-al-collo&l’esplosione iroshima “Me-l’hai-fatta-Maaaaaate!”, che avranno fatto SENZ’ALTRO la gioia degli spettatori tutt’intorno (!), mi torna in mente, anzi, “mi sovviene” ― per citare l’amico Lincoln e far ridere la Honorary Member  🙂 ― la frase tutta scoordinata con cui sono cresciuta, e la customizzo su Let’s Movie (customizzo è inqulificabile, Board, sappilo), e sospirodisollievo al Mate, “Let’s Movie, non c’è soldi che lo paga”. 😉

E poi cala la notte cinematografica e si accende il film.

Il vantaggio di queste produzioni non-mainstream è che non ti aspetti chissaché. Anzi, te ne vai al cinema con un “Bahsperiamobene…” nel còre al posto del fricico (questa mi sa che l’avevi già detta, Board). Quando poi ho visto come “La bicicletta verde” attacca, ho capito che questa volta non avrei avuto bisogno di speranze, che il film non mi avrebbe deluso, anche solo per quella coppia di scene di cui sto per parlarvi.
Una delle prime inquadrature de “La bicicletta verde” è un primo piano delle scarpe della domenica di una bambina. Sapete no quelle scarpe seriose da bambine compite, che ti mettevano con i calzini bianchi bordati di pizzo per andare a Messa o a pranzo dagli zii… Quelle scure, con il cinturino, basse-che-più-basse-non-si-può, quelle la cui versione adulta sono le ballerine ― genere a cui ogni donna dovrebbe guardare con diffidenza e sdegno, visto l’effetto gambizzante che esercitano sulle gambe delle donne (scusate la divagazione, ma mi premeva). Poi, dopo pochi minuti, un altro primo piano ci regala le scarpe della protagonista, Wadjda ― che non è affatto tipa da scarpe seriose. Un paio di All Stars vissute, consumate, con i cordoni colorati. Già da queste due inquadrature si è compreso che il film avrebbe guardato al particolare (nel senso letterale del termine) di una storia per parlare di una condizione generale. Dal micro al macro, come nell’ora di filosofia. E infatti il film è fittissimo di dettagli, di piccole situazioni che però documentano meglio di qualsiasi documentario la situazione in cui vivono le donne in Arabia Saudita. E pensandoci sopra “La bicicletta verde” è questo: un documento che (di)mostra nel piccolo ― che poi è sintesi del grande ― il vissuto della donna in un paese islamico. Un film sineddotico** insomma (pure sineddotico è inqualificabile, Board, sappi anche questo).

Noi donne occidentali del 21esimo secolo rimaniamo abbastanza ammutolite davanti a un mondo che seppellisce i corpi e la libertà delle donne dentro funerei scafandri neri, che vieta alle ragazzine la spensieratezza di una bici temendo che una bici ne comprometta la moralità. Un mondo in cui la donna è completamente tagliata fuori dalla vita sociale (e persino dall’albero genealogico!) e asservita all’uomo, nonostante le sia concesso di lavorare ― il contentino bisognava pur darglielo, e certo un impiego è il contentino più conveniente del mondo… La mamma di Wadjda è questo tipo di donna: indipendente all’apparenza ― fa l’insegnante, ha una propria autonomia finanziaria ― dipendente nella sostanza ― al papà di Wadjda, da cui verrà lasciata perché incapace di avere altri figli (figli maschi, s’intende) e che si sposerà con un’altra più fertile cavalla, ehm, fanciulla.

Quello che colpisce noi spettatori dell’occidente è la schizofrenia esistenziale a cui sono sottoposte queste donne: il burka nasconde unghie dipinte, capelli attentamente piastrati, abiti provocanti. Mi chiedo io. Ma come faranno queste donne ad essere quello che sono da dentro la bara del Burka? Come fanno a non crollare, implodere, disintegrarsi identitariamente, prima o poi? No perché già qui in occidente noi abbiamo i nostri bei casini da risolvere ― penso alle discriminazioni che ancora si subiscono e a certi luoghi comuni di cui ancora siamo oggetto…e lo siamo…. Comecaspita faranno loro? Come si può essere liberi solo sotto una dittatura, ancorché di stoffa?
Queste domande passano per la testa anche di Wadjda, anche se magari ancora non le capisce fino in fondo, anche se non capisce perché la madre, così colta e “avanti” si neghi la possibilità di lavorare in un posto in cui dovrebbe stare a viso scoperto. Par quasi di sentirle, le domande che si affastellano nella mente di Wadjida, lei che certo non è una ragazzina qualunque: sogna una bicicletta ― anche questa una sineddoche bell’e buona: la bici è la libertà, e l’accesso al territorio maschile ― e si inventa di tutto pur di riuscire a mettere insieme i soldi per comprarsela. La furbizia e l’intraprendenza di Wadjda ci fanno ben sperare. Se ci sono ragazzine così, pensiamo, allora le cose possono cambiare…
Purtroppo la regista è sufficientemente lucida da mostrarci che le cose non sono così facili, e che no, cambiare non è così facile. C’è un momento che rappresenta benissimo questa presa di coscienza. La direttrice della scuola in cui Wadjda studia è una specie di Signorina Rottermeier versione islamica ― e non so se ci sia nulla di peggiore di una Rottermeier islamica… Dopo aver convocato Wadjda, vietandole, fra le altre cose, di portare le All Stars, le dice: “Tu non ci crederai, ma io ero come te da ragazzina”. Questa battuta è estremamente violenta: uccide a noi qualsiasi tipo di pensiero le-cose-possono-cambiare in cui potevamo aver sperato, e in loro la possibilità di essere diverse. È come se la Wadjda dodicenne si trovasse davanti a se stessa trent’anni più vecchia, come se vedesse come sarà, dopo il mutamento che lei, come tutte le ragazzine sue coetanee, sono destinate a subire in corso d’opera… Tanto ribelli, fiduciose, intraprendenti, fin temerarie da piccole, quanto conformiste, asservite, testa-bassa da grandi. È una brutta verità, quella che ci racconta la regista. Il sistema finisce per domare, inglobare e normalizzare tutto ciò che è anormale, diverso, “contro”. Come Wadja, o la direttrice da giovane. Il finale positivo sembra alleggerire un po’ il peso di questo messaggio ― Wadjda avrà la bici in regalo dalla madre. Ma io non posso proprio dimenticarla, quella battuta. “Tu non ci crederai, ma io ero proprio come te da ragazzina”. E nemmeno Wadjda, credo, riuscirà a dimenticarla… Io mi auguro che tutte le bambine islamiche del mondo non smettano mai di volere biciclette e indossare All Stars sotto il velo, e smalto blu elettrico dentro le All Stars ― se proprio proprio velo dev’essere, almeno con del colore e del fun sotto…

Ma lasciatemi ribaltare le cose, e lanciare una provocazione. Il velo oscura, nasconde, cancella. Vero. Ma non avete mai pensato alla “comodità” di un velo? A quanto allettante potrebbe essere nascondersi lì dietro, ogni tanto, senza dover apparire per forza? In certe situazioni, soprattutto lavorative, il corpo è un ingombro che le donne si devono portare appresso. Come dite? Esagerata? Forse un po’…Ma credetemi, a volte un velo risolverebbe tanti momenti… Va be’, io ho lanciato l’argomento, rifletteteci un po’ sopra magari… O magari fatevi una partita alla playstation, che è pure meglio… 😉

Io ora non attacco la playstation perché devo proporvi un film che sta spaccando da levante a ponente, dagli Appenini alle Ande (Zeitlin sei grande).

RE DELLA TERRA SELVAGGIA
di Benh Zeitlin

 

Presentato a mille festival e vincitore di mille premi (tra cui il Gran Premio della Giuria al Sundance e la Caméra D’Or a Cannes), incensato da mille critici, candidato a mille premi Oscar (tra cui, per la prima volta nella storia, quello per la miglior attrice protagonista, che ha sei anni), ci sono mille buoni motivi per andare a vedere il film cult dell’anno. Ne ho elencati solo tre perché riportare gli altri 1996 sarebbe stato un po’ problematico in termini di spazio e soprattutto di endurance richiesta ai Moviers. Io fossi in voi verrei anche solo per fare gli agenti del fisco e praticare del temutissimo auditing, verificare che quei 1996 siano veramente 1996 e che non ci abbiano fregato. 😉

Vi aspetto quindi muniti di valigetta e occhiale in bachelite modello Clark Kent pre-Superman…

Prima di chiudere, volevo informarvi che l’Anarcozumi sta facendo lo sporco lavoro di inviata/infiltrata speciale al Festival del Cinema di Berlino per noi ― oltre a sbrigare quelle 4(mila) cosucce per la Trentino Film Commission… Attendiamo aggiornamenti da Alexander Platz, e per il momento le inviamo tutto il supporto che merita dal Quartier Generale di Let’s Movie. Wir glauben an dich, Zu!!! 😉

E per ora vi saluto, ma vi rassicuro: questa settimana il Movie Maelstrom è tornato ― yes, sometimes life stops sucking. 😉 Quindi sfruttatelo. Il riassunto invece, bah, fate vobis, as usual… Ah poi come sempre, ricordate di accettare i miei sonori ringraziamenti (ma non li sentite tintinnare??? E no, non è Babbo Natale che ha perso la coincidenza Francoforte-Helsinki, sono i miei grazie, tintin tintinnanti…), e i mie saluti, che oggi sono tributariamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

** Per quei due Moviers che non lo sapessero, dicasi sineddoche la figura retorica che consiste nel conferire a una parola un significato più o meno esteso di quello che normalmente le è proprio, per esempio nominando la parte per indicare il tutto (tetto per casa). 😉

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Ultimamente il Movie Maelstrom si è trasformato in una specie di Minestrom raccogli-tutto, e va bene così ― mi piace avere un luogo zibaldonico dove buttare musica& recensioni-del-Fellow-Fiiii&link&LaQualunque. Una volta tanto però utilizzo questo spazio rispettando lo scopo per cui era nato: gettare titoli di film papabili da far circolare virtuosamente fra i Moviers ― o che gli stessi Moviers vorrebbero consigliare segnalandomeli a [email protected].

Qualche tempo fa ho visto questo film che mi ha conquistato in modo totalizzante… Si tratta di “Cloud Atlas”, dei fratelli Andy e Lana Wachowski (papà e mamma di “Matrix”, per capirci) ― http://it.wikipedia.org/wiki/Cloud_Atlas.

Non lo consiglio a TUTTI, ma agli amanti di un genere che è ancora difficile da codificare…Tra il fantasy e il drammatico e il mistery e l’allegorico, passando per l’apocalittico… Lo consiglio a chi ha amato “Donnie Darko” (i miei guys di Los Angeles in primis, parola di Nonna Morte… ;-)). Lo consiglio senz’altro a Spielberg, per dimostrargli cosa vuol dire fare un Film….

“Cloud Atlas” raccoglie e intreccia in modo sorprendente sei trame, sei epoche storiche e un numero imprecisato di attori che ritorneranno, in tutte le sei storie e le sei epoche ma in vesti e modi assolutamente inaspettati… E ha un messaggio di fondo che vi farà andare via di testa…

Non sono l’unica a pensarla così…Il WG Mat e la Fellow Junior danno credibilità alle mie parole blahblahblah… So PLEASE, go and watch it, Moviers… Go go go!  🙂

RE DELLA TERRA SELVAGGIA: Il film è la storia di Hushpuppy, una bambina di cinque anni che vive con Wink, papà severo ma affettuoso, nella comunità soprannominata Bathtub (La Grande Vasca), una zona paludosa di un delta del Sud americano. Wink, che ha contratto una grave malattia, sta preparando Hushpuppy a vivere in un mondo dove non ci sará piú lui a proteggerla. Inoltre il Bathtub è alla vigilia di una catastrofe di epiche proporzioni: gli equilibri naturali si infrangono, i ghiacci si sciolgono ed arrivano gli Aurochs, misteriose creature preistoriche. A Hushpuppy non resta che cercare di sopravvivere e di mettersi alla ricerca della madre, che per lei è solo un vago ricordo.

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