Let’s Movie CLVI

Let’s Movie CLVI

ALÌ HA GLI OCCHI AZZURRI
di Claudio Giovannesi
Italia, 2012, 100’
Martedì 19/Tuesday 19
19:40/7:40 pm
Multisala Modena/Smelly Modena

Fàticano Fellows,

Insomma sto in macchina, la radio on il mondo all around, e scopro che anche la tonaca bianca con le scarpette rosse da Bruder Grimm, può non farcela più e dire, basta, sono broke, Ich bin kaputt. Solo che laggiù, nel quadrilatero di San Pietro dove tutti quadrilaterano che è un piacere, non devono avere un gran Dipartimento delle Risorse Umane che raccoglie eventuali lamentele. Mi sa che li là policy aziendale ragiona sull’assunto del “Morto un Papa, se ne fa un altro”…. E allora anche la tonaca bianca con le scarpette rosse alla fine arriva al punto di non ritorno, si stufa del Serenil per combattere lo stress e compila una bella letterina di dimissioni. Del resto papam humanum est, come l’errare e l’orrore, quindi lo stupore che abbiamo provato più o meno tutti, in realtà non ha troppa ragion d’essere.
Back in my car, dopo aver sentito la notizia, mi son chiesta un po’ di cose pratico-logistiche. Avrà imballato gli effetti personali in scatoloni Lehman Brothers? Toglierà tutti i santini infilati nello specchio del bagno (come Rocky con le foto di Ivan Drago), e sospirerà mogio davanti alla papa-cyclette? Avrà già cominciato a far girare il curriculum? Adecco, oppure cacciatori di teste? Ricollocare una figura come la sua non è uno scherzo, bisogna dirglielo papale papale… 🙂
Idiozie boardiane a parte (potrei continuare su questo tono da qui all’eternità), credo che le dimissioni del papa spieghino un momento nella storia meglio di qualsiasi survey sociologica. Io non ho mai dimostrato grande simpatia per il pastore tedesco (non me ne vogliano Rex & Rintintin), ma vederlo lì, papa sull’orlo di una crisi di nervi, mi ha fatto quasi tenerezza (quasi). Certo, non tanta tenerezza quanto il papa che Moretti aveva messo in scena in “Habemus Papam”. Il suo pontefice era estremamente contemporaneo: depresso, insicuro, ròso dal dubbio. E il finale del film, se ci pensate, preconizza la fine del pontificato di Benedetto XVI… Insomma, sono ferma al semaforo, e penso al cinema che legge e prevede la realtà meglio di qualsiasi Renato Manheimer sulla piazza, e il risultato è la somma stizza che mi giunge strombazzata dalla macchina dietro…. 🙁

Tutto questo discorso ha permesso a voi Moviers di schiacciare un pisolino e a me di posticipare il momento “Re della terra selvaggia”…

Menomale che mercoledì sera avevo rinforzi… Trovo la Fellow Junior e il WG Mat che sorseggiano un drink al Bistrò Chez Mastrò ― ho sempre sognato di scrivere “sorseggiano un drink” ― mentre scopriamo che il Sergente Fed FFF è soggetto a criticità relative alla fruizione del supporto “abbonamento” (mammamia come te l’ho articolata, Fed… ;-)). Ripeto, non ci fossero stati loro, sarei uscita a testa bassa bassa, le pive nel sacco sacco. E non tanto per la storia in sé, quanto per la delusione. Il cancan mediatico intorno a questo film s’è rivelato superiore rispetto a quello che il film effettivamente dà, e come qualsiasi caso di aspettative-a-pacchi che si rispetti, alla fine ti trovi in mano un pugno di penny al posto del milione in gettoni d’oro che ti avevano promesso.

Non butto via tutto eh, sia chiaro. L’idea c’è. E anche lo spazio e il tempo in cui Zeitlin ha deciso di svilupparla. Lo spazio è una sorta di terra di nessuno in una Lousiana che sembra qualche avamposto alla fine della civiltà. Il tempo non è precisato. Potrebbero essere i giorni nostri. Ma anche un passato non raccontato, o un futuro tutto da succedere. In questo posto “espulso” dalla società vive una community che si è auto-espulsa dalla società: individui che vogliono mantenersi lontani dal mondo urbano vivendo sostanzialmente in una palude, “Bathtub”, cioè la “Vasca da bagno” ― la dimensione di mezzo tra acqua e terra. Fra loro la bambina “prodigio” Hushpuppy, e suo padre, malato terminale a un passo dalla tomba.

Ecco, il rapporto padre-figlia è stato gestito bene. All’apparenza lui è un bruto, è manesco, verbalmente molto violento. Ma quello è il linguaggio che utilizza per esprimere la disperazione/frustrazione nei confronti del proprio destino segnato. Ma il film non indugia moralisticamente sui comportamenti scorretti o inappropriati del padre. Niente montessorismi.E questo è un punto a favore del film. Così come anche gli Arouchs, spaventose creature dalla forma facocerina che minacciano Bathtub ―e, più in generale, tutta la terra. Io vedo queste bestie come la personificazione, anzi, l’animalizzazione, delle minacce che incombono sul vivere, e che alla fine Hushpuppy riesce in qualche modo a controllare e a vincere.

“Re della terra selvaggia” è un film che definisco “furbo”. Ed è questo che mi ha irritato maggiormente. Il regista ha comprato tutti gli ingredienti giusti e ha cucinato un buon piatto. Ambientazioni al profumo di Terence Malick ― ricordate l’eau-de-Malick, vero?! ― con riferimenti naturalistico-biblici tra il National Geographic e la Rivelazione che francamente fatichiamo a digerire; vicenda umana sullo strappalacrime andante (padre malato e violento ma sottosotto buono, e madre perfetta morta dando alla luce Hushpuppy); bambina protagonista che è la versione 2.0 di Shirley Temple: i boccoli d’oro sono diventati una meravigliosa chioma di ricci scuri e indomiti, indomito come il carattere di questa bambina, il cui personaggio, sfortunato e magnetico, non può NON piacere (è scritto a tavolino e ad arte, e l’attrice lo impersona obbiettivamente molto molto bene); l’allegorizzazione della storia (si parla di Hushpuppy e del padre, e della community che scappa dal centro di assistenza che vorrebbe “normalizzarli” e rifagocitarli nella società, ma in realtà si parla d’altro). Bene, dico al regista, hai seguito la ricetta alla perfezione, ma hai preparato un piatto freddo. Non ho cavato una singola emozione ― rabbia, sgomento, compassione, nulla. È come se anche nelle scene ad alta tensione emotiva lo sguardo della cinepresa fosse più interessato ad universalizzare l’emozione che a raccontare quella di quel personaggio. Questa è stata la mia impressione.

Secondo me “Re della terra selvaggia” è una macchina da guerra riuscita: sta facendo strage d’incassi e di encomi dalla critica. Ma è questo: una macchina. Niente cuore, niente pancia. Solo una ricetta rispettata al dettaglio per confezionare un prodotto furbo. Questo tipo di operazioni chirurgiche personalmente non mi attirano, forse perché preferisco un film imperfetto, ma emozionalmente pregno, a un film perfetto, ma non visceralmente impattante (con “visceralmente impattante” merito la vita monacale).
Ecco, “Re della terra selvaggia” vuole essere un film perfetto.

Ma ovviamente, come direbbe la nostra Fellow Francesca-Francescae (f.), de gustibus! Per esempio l’eccelso mio Mastro lo promuove, e io rispetto la sua opinione…perché sono una donna d’onore, e lo rrrispetto (guardate quanto un personaggio come Vito Corleone possa pesare nel parlato collettivo, e a prescindere dalla stazza di Brando). 🙂

Ne consiglio tuttavia la visione, così poi possiamo parlarne per ore e ore e ore come s’è fatto nelle ultime settimane con “Django Unchained”, che ha spaccato in due il giudizio dei Moviers ― ma dopo l’e-logio del Board a Quentin, indovinate un po’ chi vincerà il Referendum pro-Django e anti-Django?… WG Mat, prova un po’ a indovinare… ;-)).

Dopo un film grandioso-ambizioso-borioso, aspetto a proporre “Zero Dark Thirty” (che sicuramente è grandioso e ambizioso, ma magari anche un po’ borioso). Questa settimana ho voglia di ripararmi in un film piccolo piccolo, a costo di proporlo in orario Trentoville-friendly e Board-unfriendly.

ALÌ HA GLI OCCHI AZZURRI
di Claudio Giovannesi

 

Ricordo quando uscì ― tipo a novembre 2012, dopo aver vinto il Premio Speciale della Giuria e il Premio alla miglior Opera Prima e Seconda alla VII Edizione del Festival Internazionale del Film di Roma (mammamia son senza fiato). All’epoca mi colpì il titolo, “Alì ha gli occhi azzurri”, e ricordo di aver sentenziato, non arriverà mai a Trentoville. Ed è arrivato. (Se provo con “Michael Fassbender”, secondo voi funziona e arriva?). 🙂

So che l’orario è bislacco, ma che volete farci, è uno spettacolo unico ― meglio non lamentarsi…

Prima di lasciarvi liberi, vi pregherei di sollazzarvi un po’ nella sezione entertainment del Movie Maelstrom, che stasera dedico al primo Party di Carnevale in piena Quaresima che solo l’Anarcozumi, in collaborazione con il Sergente Fed FFF, poteva allestire… E poi vi chiedo anche di accettare i miei ringraziamenti e i miei saluti, che oggi sono conclavicembalsticamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Avreste dovuto vedere con i vostri occhi il cinema che s’è fatto ieri sera nel Party-a-Pranzo (“Pranzo” il posto non il pasto) che l’Anarcozumi ha organizzato con la collaborazione del nostro Sergente Fed FFF! S’è fatto proprio del cinema, sia per gli outfit visti, sia per la folla di Fellows presenti.

Oltre all’Anarco, strepitosamente travestita da Jessica Lange agguantata da King Kong (sì, avete letto bene, Jessica Lange agguantata da King Kong. Perché non è che la Zu si metta il primo costume che trova nell’armadio, la Zu si traveste da Jessica Lange agguantata da King Kong) e al Sergente, travestito da Zio Fester (con tanto di Mano e lampadina ad accensione orale!), il Party-a-Pranzo-il-posto-non-il-pasto ha beneficiato della presenza (e del dancing sfrenato) dei seguenti Moviers: la Honorary Member Mic (Vichinga detta anche Valchiriona-Wagner-free); il WG Mat (Doctor Who ― don’t worry, è perfettamente normale non sapere chi sia il Doctor Who); la Fellow Nat e il Fellow Prestige (Morticia e Gomez Adams, più veri ― e belli! ― di quelli veri!); il Fellow AndyCandy (le Vibrazioni ― sì, ci si può travestire da Vibrazioni e sì, magari non era riconoscibilissimo sui due piedi, ma ditemi se non meriterebbe il secondo premio all’originalità ― il primo è della Zu); la Fellow Killer (Lover) (rockstar 80s, che diciamocelo, pompa molto nelle casse (!)); la Fellow Morales (uno Zorro tutto al femminile); il deejay Andrea (uno Zorro tutto al maschile); il Fellow Dimmidimitri (molto principe del Marocco ― o era Egitto?); la Fellow Aripy (in versione (Ari)pippicalzelunghe); la Fellow Brooklyn (greca-romana, ma senza lotta); e il Board (che ha sfilato i panni del Board per infilare quelli di una Biancaneve rigorosamente post-femminista).

In Trentino succederanno anche poche cose, è vero, ma un Party-a-Pranzo è quello che viene definito dai Formalisti russi e dalla critica trans-strutturalista (!), “tanta roba”. Grande Zu! 🙂 🙂

ALÌ HA GLI OCCHI AZZURRI: girato ad Ostia, il film racconta le vite di due ragazzi di sedici anni che prima di entrare a scuola la mattina rubano un motorino e fanno una rapina. Nader è egiziano ma è nato a Roma e Stefano è italiano ed è il suo migliore amico. Alì ha gli occhi azzurri racconta una settimana della vita di un adolescente che prova a disubbidire ai valori della propria famiglia. In bilico tra l’essere arabo o italiano. Come il protagonista di una fiaba contemporanea, Nader dovrà sopportare il freddo, la solitudine, la strada, la fame e la paura, la fuga dai nemici e la perdita dell’amicizia, per tentare di conoscere la propria identità. Premio Speciale della Giuria e Premio Migliore Opera Prima e Seconda al Festival Internazionale del Film di Roma 2012; «Prix Jean Carmet» Prix d’Interpretation Masculine Festival d’Angers.

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