Posts made in maggio, 2013

Let’s Movie CLXX

Let’s Movie CLXX

IL GRANDE GATSBY
di Baz Luhrman
Australia, 2013, 120’
Martedì 28/Tuesday 28
21:00/9:00 pm
Supercinema Vittoria/Viktor Viktoria

L’INDUSTRIALE
di Giuliano Montaldo
Italia, 2011, 94′
Giovedi’ 30/Thursday 30
20:30/8:30 pm
Astra/Dal Mastro
Ingresso gratuito/Free entry

Filosof(eggi)anti Fellows,

Grazie a degli incroci che reificano l’ordinario e lo rendono straordinario, m’è capitato in questi giorni di ripercorrermi certa filosofia esistenzialista, che poi mi è servita anche a puntellare il discorso su “Confessions”, sotto la cui mole spero non sia rimasto schiacciato nessuno di voi ―per quanto il dubbio permanga. Sono felice di aver sfogliato quelle pagine perché “La grande bellezza” è un film profondamente esistenzialista…
Ma prima di passare alle vivisezioni, sempre per il sommo orrore del neo iscritto alla LAV, il Sergente Fed FFF :-), fatemi aggiungere che leggere filosofia non esclude testare altre discipline molto meno Abbagnano e molto più Abbagnale, tipo il dragon-boat, realtà sportiva che ha spalancato un mondo canottifero a cui vorrei introdurvi tutti, my Moviers, tanta è la soddisfazione in termini di sforzo collettivo che riserva. Ma di questo, del dragon-boating e delle porte della navigazione che mi si sono spalancate, non disquisiremo qui. Questo è il regno del sogno ― la pagaia la lasciamo su altri lidi.
Comincio col dire che l’uscita del film di Sorrentino in contemporanea con la proiezione al Festival di Cannes ha assicurato quella simultaneità che a mio parere fa bene al film e alla riflessione che esso solleva ―si crea un Discorso attorno alla pellicola, e ogni luogo, virtuale o meno, sito web o tabaccaio, diventa arena per (sentir) parlare dell’opera. Ricordo lo scorso anno, la gioia per la vittoria del Grand Prix de la Jurie di “Reality” di Garrone, e l’impazienza di dover aspettare fino a settembre per vederlo… Pasteggiando insieme alla Croisette con “La grande bellezza” s’è partecipato a un banchetto collettivo internazionale.
Martedì hanno risposto al richiamo di Let’s Movie: la Fellow Chocolate, e qui allestisco un palchetto, schiarisco la voce e infilo un intermezzo “Ode-to-Chocolate” perché: non solo mi confessa di leggere i miei pippponi (giappo e non) tutte le settimane (tutte!), non solo mi confessa di guardarsi in altri giorni i film che guardiamo a Let’s Movie (prometto di escogitare qualcosa armeggiando con l’ubiquità e del nastro isolante, per risolvere la questione del “trovarsi”: siamo tutti troppo DILANIATI dagli impegni), ma confessa altresì di essere rimasta flashata-fulminata-folgorata (più tutto quello che di elettrico vi viene in mente) da “Confessions”! E questo si assomma ai mille-motivi-Moviers per cui vedere questo film. 🙂
My Fellow Chocolate, spero che questo intermezzo abbia espresso l’ammirazione che sentiamo nei tuoi confronti, e prometto di continuare ad ingegnarmi per risolvere gli errori di sistema dello spazio-tempo… Il WG Mat ― temevo fino all’ultimo che le colline di Trentorising non lo rilasciassero in tempo, invece per una volta lo rilasciarono, permettendogli addirittura di presentarsi cenato e gelatato. Il già citato Sergente Fed FFF ― da quando ha risvegliato la moto dal letargo invernale, può uscire dall’ufficio 4 minuti prima, sfidare le leggi del traffico e battere il Board nella specialità “The Latest The Coolest”, in cui il Board un tempo, ricorderete, eccelleva. Specialità che per altro ha trovato un altro fuoriclasse nel Fellow D-Bridge, giunto in sala quando il Mastro aveva già spento le luci, gettandoci laggiù al termine della notte…
…E il film parte proprio da lì, da “Le voyage au bout de la nuit” di Céline, con la citazione poco confortante “Il viaggio (sia fisico che mentale) è l’unica cosa che conta, tutto il resto è delusione e fatica”. Le parole amare della citazione si sono appena dissolte e bum, un colpo di cannone, bellico e circense, fa esplodere il film. E dopo di quello, dopo Céline e il cannone, un coro lirico di voci angeliche e suore ― suore che saltabeccheranno poi per tutto il film, una presenza tormentante che parla di un cattolicesimo pervasivo ma nella sua forma forse più bella. E contro l’avvio lirico e aulico, ecco che irrompe il mondo, anzi il mondano, della Roma per una volta non ladrona ma cafona. Quella delle discoteche super trendy piena di vip vuoti, che non mancano l’occasione di notare che il loro scrittore preferito è Proust, assieme a Nicola Ammanniti (tutto il rispetto per Nicola, ma Marcel è Marcel)…Irrompe il chiasso, tanto uditivo quanto visivo, e aggiungerei olfattivo. Perché par di sentirlo, il tanfo di sudore e profumi costosi, di quei corpi umani che si scatenano in un ballo ora selvaggio ora regolamentato dai trenini e dai balletti di gruppo ben interiorizzati dopo stagioni di trasmissioni televisive e villaggi vacanza. È poderoso, Moviers, il quarto d’ora iniziale: la fauna umana, opulenta e villana, decadente e disperata (nel senso di “senza speranza”, hopeless) della Roma patrizia che si mostra, che è, in fin dei conti, profondamente plebea. E su tutti spicca lui, il protagonista, l’eroe che non è nemmeno più un anti-eroe, ma un non-eroe, Jep Gambardella, giornalista sessantacinquenne con un unico successo letterario alle spalle seguito poi da tanta, tantissima fuffa, anni trascorsi in feste dove il lusso si mescola inevitabilmente con il trash, con la bassezza, tra starlette, parvenu, tycoon, poeti e aritsti che non lo sono e che ripetono cose già dette da altri prima di loro (come l’artista che fa la Gina Pane della situazione e si schianta volontariamente contro un muro), giovani ricchi depressi, vecchi ricchi che lottano contro il tempo (vedasi la scena del pellegrinaggio al rivenditore di botox, un guru dall’aspetto pappalardo che somministra iniezioni a peso d’oro in una stanza di ori e broccati), nobiltà decaduta che reinventa se stessa dandosi a noleggio al miglior offerente, intellettuali emancipate “che hanno fatto la rivoluzione” con tre babysitter e un maggiordomo nella villa di famiglia, veline con la puzza ―nonché la coca― sotto il naso, drammaturghi nostalgici e invaghiti di veline con la puzza ―nonché la coca― sotto il naso. E poi suore, sempre loro, tantissime, e vescovi che spiegano, con presenza scenica da scuola clericale (=di Clerici, Antonella), come cucinare il coniglio alla genovese, matrone boteriane (potrei dire “felliniane”, ma per correttezza nei confronti di Fellini, di cui ammetto di conoscere pochissimo, e per pietà di Sorrentino che continua a rimbalzare, giustamente, paragoni con lui e la “Dolce vita”) che mi ricordano in tutto e per tutto la triste protagonista del “Saggio sull’umorismo” di Pirandello.
Eppure, così com’era stato lo sguardo di Garrone in “Reality”, lo sguardo di Sorrentino non castiga. È un occhio umano, quello che guarda questi personaggi, che ha una grande pietas nei loro confronti ―nei nostri confronti. Come a dire, esistere qui e ora, è già sufficientemente amaro, non aggiungiamo il facile veleno dello scherno su ciò che siamo. Guardiamo ciò che siamo, piuttosto. Conosciamolo, e conosciamoci. E l’umanità che scorre nel film è tutta guasta, imperfetta. Le belle donne che ballano in discoteca in abiti firmati non sono veramente belle; gli ambienti sono popolati da personaggi con un occhio bendato, personaggi con una gamba zoppa o una statura diversa (vedi la nana, capa di Jep). Questa è l’umanità, ci dice Sorrentino ― fallace, fallata, spesso fallita.
Questo modo agnostico di fare cinema, che porta sullo schermo una ricerca dell’io naturalmente esistenzialista e in petto un umanesimo quasi rinascimentale, non può parlare come le commedie amare alla Monicelli, né come i drammoni hanekiani. Quindi non vi aspettate una trama canonica, il classico sviluppo degli eventi e il solito telos che si diparte all’inizio e vi porta fino alla fine. Essendo Jep una sorta di Antoine Roquentin ―mai letto “La nausea”?― che osserva la società di nulla che lo circonda, il film deve riuscire a trovare una semantica che cerchi di spiegare quel nulla. E la linearità narrativa propria del film narrativo classico, non è contemplabile. Sorrentino sceglie di fare un film joyceano, con Jep che, come Ulysses, naviga una Roma becera, baraccona, farabutta eppure inframezzata da tanta sublime bellezza da poterle, in fondo in fondo, perdonare tutto. Tamarri e coca-party, deliri di onnipotenza e volgarità tutte. Un fluido quindi, più che una struttura. E un navigare, del personaggio, attraverso l’urbe, e le turbe, di una società vacua e di una sua esistenza esaurita ― ha vissuto tutto, provato tutto, Jep ― ma senza una ricerca. Jep non cerca nulla, sa perfettamente qual è la sua condizione. Jep osserva, ragiona, avanza qualche ipotesi su ciò che è stato e ciò che vede. Anche questo è stato criticato ― l’assenza di evoluzione, la mancanza di una progressività nel personaggio. Be’, chi sostiene questa critica non tiene conto, ancora una volta che i personaggi “tondi”, come Jep Gambardella, quelli che hanno vissuto tutto, provato tutto, esperiscono un altro tipo di progressione, che non è identificabile con la canonia del “parto A” e “arrivo B”.
Se la Roma brutta bruttissima di questo nostro presente è in qualche modo redenta da “sparuti incostanti sprazzi di bellezza”, rappresentati dalle opere d’arte che riempiono Roma, dalla geografia della città ― camminata da Jep a tutte le ore del giorno e della notte ― la bellezza che Jep ritrova alla fine del film, “la grande bellezza del titolo” è rappresentata dal petto del suo primo amore di gioventù, un petto nemmeno svelato a noi spettatori, ma solo alluso. Anche in questa piccola scelta s’iscrive l’intenzionalità del film, così come nella scelta di chiudere il film su suor Maria, sorella highlander/madrecoraggio che ha vissuto tutta la vita negli stenti e sussurra, proprio in fondo al film, prima di arrancare in ginocchio sugli scalini di qualche basilica, “la povertà non si racconta. Si vive”. Il petto non svelato di una ragazzina e una massima francescana sono lì, in tutta la loro potente fragilità, a ribadire due verità che quella grassa baldracca della nostra società, grondante vuoto e volgus, ha schiacciato sotto il suo grasso sederone. Semplicità ed autenticità. Due valori universali che Roma ― metonimicamente, la contemporaneità occidentale ― hanno smarrito.
Carlo Verdone, che interpreta il drammaturgo nostalgico di cui sopra, alla fine decide di lasciare la capitale e tornare al paese. “Roma mi ha molto deluso”, commenta. Quel personaggio con quelle parole si fa anche portavoce dell’invivibilità di questo paese, della necessità di evaderlo, di smettere di subirlo ―e io, Fellows, ho pensato ai cervelli in fuga, e alla sconfinata malinconia che si portano appresso quando se ne vanno.
“La grande bellezza” non è un film facile. Più spietato, per quello che mostra, dello spietatissimo “Confessions”, è un film mastodontico, enciclopedico (Balzac l’avrebbe apprezzato molto, secondo me, e anche Thackeray), per chi ha voglia di guardare il 2013 e vedere dove siamo finiti… Andate a vederlo, je vous en prie.
E questa settimana Let’s Movie si fa in due, Moviers.

IL GRANDE GATSBY
di Baz Luhrman

Come dice saggiamente l’Anarcozumi, profonda conoscitrice et estimatrice del regista australiano, Luhrman va visto a prescindere. E io rispondo, luhrman se c’hai ragione, Zu. 🙂
Nota è la mia avversione per il genere musical ― per quanto questo non sia un vero e proprio musical ― e anche la mia cautela nei confronti della rivisitazione dei classici letterari (vedasi il semi-disastro “Anna Karenina”), ma sono tuttavia curiosa di vedere Gatsby 90 anni dopo Fitzgerald e 40 dopo Redford.
Questa settimana ci faremo in due perché il Mastro propone un film all’interno della rassegna “La sicurezza del (e sul) lavoro raccontata dal cinema” che voglio vedere da mo’.

L’INDUSTRIALE
di Giuliano Montaldo

Ricordo di essermi fatta un appunto mentale quando uscì. Recuperalo prima o poi. Ora non è certo prima, ma forse nemmeno troppo poi, quindi ce lo recuperiamo. Dato che finisco l’English-teaching alle 8:30 pm, e cercherò di pigiare il tragitto fino all’Astra in 6 minuti primi, arriverò con quei 6 minuti primi di ritardo che mi costano molto più dell’IMU… Magari il Mastro è magnanimo e schiaccia play 6 minuti dopo…;-) (ma posso essere così illusa?!?!).

Ah permettetemi di ricordarvi che il 30 maggio, cari Financial Fellows, comincia il Festival dell’Economia 2013, l’evento che esiste SOLO grazie alla nostra Fausta, la Fellow Irrequieta 1, che non è sparita dalla circolazione, ma è la nostra eroina costretta a pensare a tante-troppe cose, e per questo è la nostra eroina e non la riprenderemo mai-e-poi-mai-e-giammai se perde Let’s Movie. 😉
Consultate il Movie Maelstrom per gli appuntamenti cinematografici all’interno dell’edizione 2013. 😉
Dunque, della coppia Abbagnano-Abbagnale s’è detto. Della grande bellezza de “La grande bellezza” anche. Del Festival dell’Economia pure. Non mi resta che fare puntoliberitutti, e proporvi una partita a guardie e ladri ― you silly Board… 🙂
Grazie Fellows, je vous aime, voulez-vous me perdonner pour les resumés, et lisez vous le Movie Maelstrom, s’il vous plait…. (Maronna cos’è il francese… :-))
E analizzate questi saluti così trascendentalmente cinematografici stasera.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Anche l’edizione del Festival dell’Economia 2013 prevede una sezione dedicata al cinema, con i seguenti appuntamenti, che possono interessarvi, my movie-addicted Moviers.

Thank you for Smoking” (2005) – Giovedì 30, ore 21:00 – Smelly Modena – Ma vi si sovrappone a “L’industriale”, quindi non vale! 😉
A cena col diavolo” (1993) – Venerdì 31, ore 21:00 – Smelly Modena
Le mani sulla città” (1963) Sabato 1, ore 21:00 – Smelly Modena – E questo Marco Rosi NON vorrei proprio perdermelo
The Vagabond” di Charlie Chaplin & “One Week” di Buster Keaton – Venerdì 31 alle ore 21:00, in Via Oss Mazzurana – musicati dal vivo dalla Piccola Orchestra Lumière (io e il Fellow Pa ci siamo sparati lo spettacolo alla Filarmonica, l’anno scorso, divertendoci come dei PAZZI… Non perdetevelo!)

IL GRANDE GATSBY: “Il Grande Gatsby” narra la storia di un aspirante scrittore, Nick Carraway che lasciato il Midwest Americano, arriva a New York nella primavera del 1922, un’epoca in cui regna la dubbia moralità, la musica jazz e la delinquenza. In cerca del suo personale Sogno Americano , Nick si ritrova vicino di casa di un misterioso milionario a cui piace organizzare feste, Jay Gatsby, ed a sua cugina Daisy che vive sulla sponda opposta della baia con il suo amorevole nonché nobile marito, Tom Buchanan. E’ allora che Nick viene catapultato nell’accattivante mondo dei super-ricchi, le loro illusioni, amori ed inganni. Nick è quindi testimone, dentro e fuori del suo mondo, di racconti di amori impossibili, sogni incorruttibili e tragedie ad alto tasso di drammaticità. Uno specchio fedele dei nostri tempi moderni e delle nostre quotidiane battaglie.

L’INDUSTRIALE: Il quarantenne Nicola (Pierfrancesco Favino) è proprietario di una fabbrica sull’orlo del fallimento di una Torino nebbiosa e notturna, immersa nella grande crisi economica che soffoca tutto il paese. Ma è orgoglioso, tenace. Ha deciso di risolvere i suoi problemi senza farsi scrupoli. Sua moglie Laura (Carolina Crescentini, che aveva già lavorato con Montaldo in I demoni di San Pietroburgo) è sempre più lontana, ma Nicola non fa nulla per colmare la distanza che ormai li separa. Assediato dagli operai che lo pressano per conoscere il loro destino, Nicola avverte che qualcosa sta turbando l’unica certezza che gli è rimasta: il matrimonio. Ma invece di aprirsi con Laura comincia a sospettare di lei e a seguirla di nascosto. Tutto precipita…

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Let’s Movie CLXIX

Let’s Movie CLXIX

LA GRANDE BELLEZZA
di Paolo Sorrentino
Italia, 2013, 142’
Martedì 21/Tuesday 21
21:00/9:00 pm
Astra/Dal Mastro

Mille Motivi Moviers

per cui dovreste scegliere “Confessions”! Mille, come i baci mendicati da Catullo. No esagero, ventimila, come le leghe perlustrate dal Nautilus. O un numero che volete voi, e che vada ben oltre l’iperbole, mi raccomando. Perché questo film, ragazzi miei, rientra non solo nella classifica Best-of 2013. Questo film rientra nella classifica Best-of EVER, uno spazio che cerco di non popolare di troppi titoli, e di tenerlo per i veri happy-few. Quelli speciali specialissimi, quelli che non solo ti hanno sconvolto la pancia ma anche sedotto il cervello. “Confessions” entra di diritto nell’olimpo, con tanto di pompa magna, red carpet o quello che il vostro immaginario party-around sceglie come sfondo.
Fortuna ha voluto che non fossi sola, e non per la solitudine e le solite tapinerie da Board. La fortuna sta nel fatto che altri human beings ― very magnificient human beings, i Moviers ― lo abbiano visto. Sto parlando della folla Fellows che ha affollato la Sala 2 del Mastro, e nello specifico, la Honorary Member Mic, giapponauta per formazione accademica e reduce da una giornata molto somewhere-over-the-rainbow-blue-birds-fly, il WG Mat, giapponauta di formazione cinematografica e reduce da una giornata molto it’s-been-a-bad-day-please-don’t-take-a-picture, il Sergente Fed FFF, che vorrebbe istituire la lega contro la vivisezione cinematografica e sbarazzarsi così di quel Doktor Vivisektion del Board, ma credo che non riuscirà nein nein :-), la Fellow Junior, animo notoriamente sensibile alla cultura made-in-Japan, e Diego, un Fellow nuovo di zecca, che il Sergente cine-animalista ha indirizzato a Lez Muvi ma che, badatebene, s’è schiantato da solo nella mailing-list buttandosi dal Baby Blog. Capite che ha già cominciato con il piede giustissimo, il Fellow, il cui nome in codice non sarà Broken Arrow ma D-Bridge, per quella D che è un po’ Diego un po’ De, e quel cognome che sarebbe perfetto a Venezia, o a San Francisco. Con lui la Guest Sara ― e con un nome così, poteva NON cominciare alla grande anche lei?!
Un’ovazione di “brava-brava-bis” alla Fellow Vanilla, che purtroppo è rimasta vittima della Festa del Cinema e del sold-out, fenomeno che è dilagato nelle sale cinematografiche trentine questa settimana. Stentavo a crederci, ma persino “Confessions”, dove mi aspettavo di trovare qualche sparuto cinefinilo e i cespugli rotolanti del Far West, ha riempito tutta la Sala 2 del Mastro, la più d’essai ― la più Potemkin. Questo mi ha fatto riflettere sulle basi alquanto deboli su cui poggia Let’s Movie: se basta una campagna “Ingresso 3 euri, venghino siori venghino” a trascinare fuori casa la cittadinanza, allora Let’s Movie cosa ci sta a fare??! Bah, per una volta è meglio se ripongo il bisturi e non viviseziono oltre…

Tornando alla Fellow Vanilla, è stata brava-brava-bis perché non si è data per vinta e ha ripiegato su “Viaggio sola”, non solo facendo la festa alla Festa del Cinema, ma anche recuperando un Let’s Movie di due settimane fa. Mammamia, sono troppo sgaggi, ‘sti Moviers! 😉

E ora watch out, cominciano i motivi.

Moriguchi è un’insegnante di liceo la cui figlioletta di 5 anni viene uccisa dalla violenza immotivata di due suoi allievi, Naoki e Shuya. Le confessions del titolo sono le loro, quelle dei personaggi che prendono parte alle vicende: l’insegnante, i due ragazzi e una loro compagna di classe. Ma non lasciatevi trarre in inganno. Le confessioni non hanno nulla di cattolico, né di lontanamente religioso o morale. Hanno qualcosa di forense, piuttosto. Il film si apre in un’aula di scuola che in realtà diventa di tribunale ― il personale tribunale di Moriguchi ― dove espone i fatti accaduti, enuncia la sua sentenza e la esegue. Con estremo autocontrollo, una compostezza da corte suprema, davanti a una classe di adolescenti distratti da cellulari, doppiepunte e smalti colorati, l’insegnante ripercorre l’omicidio, la sua caccia agli assassini e l’attuazione della propria vendetta, la cui spietatezza ha un precedente solo in “Pietà” di Kim Ki-duk ― ricorderete, il checavolodifilm “Pietà”… Moriguchi fa credere di aver iniettato del sangue sieropositivo nei cartoncini di latte che i due ragazzi colpevoli hanno appena ingerito, condannandoli a morte. Pazzesco, direte voi. Eh, questo è niente… La punizione verso i due è ben peggiore…

Naoki entrerà in un delirio che lo porterà ad ammazzare la propria madre. E Shuya farà più o meno la stessa fine, ma assaggerà tutta la lama TUTTA della vendetta di Moriguchi, e quando maiuscolizzo tutta, non lo faccio a caso: Shuya finirà, inconsapevolemente (e qui sta anche parte del dramma) per uccidere sua madre ― la madre l’aveva abbandonato da piccolo e per lui rappresenta tutto ciò che sopra ogni cosa ama e (ri)vuole. Questa, la vendetta di Moriguchi: privarlo, per sua stessa mano della sua ragione di vita, senza condergli alcuna speranza di redenzione: il suo “stavo scherzando” finale, riferito a una speranza di rinascita che potrebbe cominciare per Shuya, accompagnato dalla risata più sadica e fredda che possiate immaginare, mette una pietra sopra la vita del ragazzo. E sulla pietra niente scritte R.I.P.! Shuya è condannato a una morte in vita: convivere con la colpa di aver ucciso l’amore della propria vita ― immaginate pena più grande? E questo per quanto riguarda la vendetta.

Ma “Confessions” è molto altro. Gli adolescenti protagonisti sono portatori (mal)sani di un malessere esistenziale che va oltre Sartre, Camus ― e Schopenhauer poi, Schopenhauer era Solange in confronto. Nulla ha senso per loro, la vita, la morte, la vita e la morte di un altro essere. Questi ragazzi, combattuti fra delirio di onnipotenza e parossismo di fragilità emo-style, sembrano riemergere dai cristalli liquidi dei loro smart-phones solo per commettere degli atti insensati, che da un lato concedono loro una scarica d’adrenalina e dall’altro non fanno che riconfermare l’assurdità del loro esistere. Però sarebbe semplicistico pensare che questa generazione di giovani sia banalmente lobotomizzata e alienata dall’eccesso di tutto quello a cui questa generazione ha facile accesso ― stimoli, mezzi, tecnologia. E ho capito che Nakashima non è un regista da semplificazioni. Così come in “Pietà” i personaggi “negativi” lo erano perché avevano subìto un danno (ricordate? Se non ricordate, mentite pure), dietro il mostro Shuya si nasconde il bambino abbandonato dalla madre, costretto a crescere con un vuoto dentro che risulta essergli fatalmente incolmabile. E il vuoto genera altro vuoto… Un gorgo che si allarga e trascina giù…

In questo istante sappiate che sto guardando con occhi tristi Nakashima, perché questo, l’incolmabilità del vuoto e l’incancellabilità della ferita, sono sentenze durissime da accettare per qualsiasi spettatore ― anche, soprattutto, un Board.
E tutto il film, se ci penso, è trapunto da un filo nero: la frase ripetuta da Shuya, dopo un leggerissimo rumore di bolla di sapone che scoppia. “Lei non l’ha sentito? Il suono di una cosa importante che sparisce per sempre”. Che è il suono più lacerante che possiamo udire, foriero com’è di mancanza e perdita. In una parola, dolore. “Confessions” non offre tregua, né scappatoie. Siamo nudi e piccoli davanti al buco nero del mondo.
In questa sorta di parabola diabolica in cui il figliol prodigo viene massacrato, si mettono anche a nudo la fragilità dell’essere umano, la sua esposizione, fin da piccolo, alla sofferenza e l’irreversibilità causata dagli effetti del dolore. E Fellows, voi non ci crederete, ma tutti questi contenuti da dammi-una-lametta sono rinchiusi in una scatola meravigliosa! E QUESTO è uno degli aspetti che mi ha fatto innamorare di “Confessions”: il bello che contiene l’orrido.

Stilisticamente ed esteticamente, il film vola altissimo. Della struttura dal sapore forense con le varie deposizioni monologanti dei personaggi abbiamo detto. Ma la cura visiva con cui questo processo viene processato e l’esecuzione eseguita può essere compresa solo se vista. Alcune scene sono fotografie che starebbero bene appese alle pareti di una galleria d’arte. Una goccia, un cielo, una pallina da baseball che rimbalza sul naso di un ragazzo, una Lelly-Kelly di bambina che galleggia su un letto d’acqua putrida. E la poetica del bianco, rosso, nero, che poi è la penna tricolore con cui i giapponesi scrivono il loro immaginario da secoli? Perché questo film è profondamente nero (oh my God, 100% pitch black!), ma è disinfettato, candido in un certo senso, riluce di quel bianco abbacinante del sole quando ferisce l’occhio. E tra quel nero e quel bianco, scorre copioso ed elegante il sangue. La potenza di questo tricolore scardina anche certi tabù: la siringa che inietta il sangue infetto nel latte, non solo fonde due elementi antropologicamente contrapposti (latte=vita; sangue=morte), ma sporca simbolicamente attraverso l’infezione (nero) il latte (bianco).
Ma pallottolieri Moviers, avete tenuto il conto?? A quanti motivi siamo arrivati? Eccone un altro…Una scena che non dimenticherò MAI. Shuya fabbrica una sveglia con le lancette che vanno all’indietro. Solo nell’istante prima che la madre salti in aria, e lo guarda, e lui guarda lei, solo lì, in quell’istante di amore puro e incondizionato, di speranza e affetto mammifero, in mezzo al caos apocalittico da cui sono circondati, solo lì le lancette cominciano ad andare avanti. E per pochi, preziosissimi secondi, tutto ha un senso, il tempo riprende il suo cammino per il verso giusto, ed è come se la scena dicesse, guarda che cosa veramente fa guadagnare senso al vivere, guarda che cosa dà la direzione al tempo ― l’amore.
Però tutto questo dura tre secondi, e poi l’apocalisse ha il sopravvento.
Credo che uno possa rimanere trasfigurato da certe scene. Io sono rimasta trasfigurata da questa.
Per me “Confessions” è un film che merita palme, orsi, leoni, tutti i vegetali e animali che le giurie potrebbero assegnargli. Ed è un peccato che non l’abbiano fatto, per quanto ci sia andati vicino agli Oscar 2011. Cavolo, quando l’arte grida così forte, non puoi tapparti le orecchie. Cavolo, NON puoi tapparti le orecchie!
Ora mi ricompongo eh… solo che vorrei noleggiare una sala del Mastro, noleggiare due ore del vostro tempo e della vostra pazienza, e riguardarlo tutti insieme!
Ed ora, basta seriosità, basta nippo-nichilismo! Ora ci dirigiamo verso quello che è stato definito “La dolce vita del terzo millennio”…

LA GRANDE BELLEZZA
di Paolo Sorrentino

Cast stellare attorno al lonely planet Sir Servillo (my love), l’unico film italiano in concorso al Festival del Cinema di Cannes. Non fatemi dire altro, ho già il tasso d’aspettativa alle stelle e per quello non c’è insulina che tenga. Vi voglio numerosissimi, Moviers, al più grande trionfo, o al più clamoroso fiasco, della cinematografia italiana degli ultimi anni.

A proposito del Festival, inutile dirvi che la nostra Anarcozumi s’è trasferita armi e bagagli in Costa Azzurra per il Cerchez-la-Cannes 2013… Scusa Zu, cerchez-la-Cannes mi fa troppo ridere, lo sai… 🙂 Dacci aggiornamenti, et je t’en pris, mon coeur, tampina Servillo-my-love con tutto l’amamentario tampinabile di cui puoi avvalerti… Et puis reviens chez nous tout à l’heure! 😉

E la chiudo qui, così, su ‘sto francese che par di masticare noblesse quando lo parli. Grazie per aver subìto l’affondo del giappo(pippo)ne… era tanta roba. Grazie anche per la cortesia che mi farete di salvare il Movie Maelstrom e cestinare il riassunto.

E prendetevi pure questi saluti, oggi, giustificatamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Ultimo affondo (promesso) del giappo(pippo)ne… 🙂

La colonna sonora di “Confessions” è stata nobilitata dai Radiohead ― perfetto il loro lirismo in tutta quella tragos ― e questo è un altro motivo da aggiungere alla lista… Mentre faccio i conti, vi lascio questa http://www.youtube.com/watch?v=QxYemY8CQaw
 
LA GRANDE BELLEZZA: Roma si offre indifferente e seducente agli occhi meravigliati dei turisti, è estate e la città splende di una bellezza inafferrabile e definitiva. Jep Gambardella ha sessantacinque anni e la sua persona sprigiona un fascino che il tempo non ha potuto scalfire. È un giornalista affermato che si muove tra cultura alta e mondanità in una Roma che non smette di essere un santuario di meraviglia e grandezza.

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Let’s Movie CLXVIII

Let’s Movie CLXVIII

CONFESSIONS
di Tetsuya Nakashima
Giappone, 2010, 106′
Martedì 14/Tuesday 14
21:15/9:15 pm
Astra/Dal Mastro

Frotte di Fellows e Moviers a Mucchi,

Quando succede così, it’s bliss.
Quando succede la giornata di lavoro e poi English teaching e poi scappar via dall’aula e mollare il registro e infilare la tenuta da Board e via verso il Mastro che ti aspetta lì, e c’è tutta la frenesia dell’evento fuori dal cinema, gli spettatori che hanno prenotato, e che hanno quell’espressione da Buddha tibetano che un posto assegnato può darti, e poi gli spettatori che non hanno prenotato, e che hanno quell’ansia da Lauramorante e scalpitano attorno alla zona off-limits presieduta dal team dei Mastrantonios.
Quando succede tutto questo e io arrivo, e vedo tutto questo, il movimento e i sorrisi, la gente che finalmente si è chiusa l’ufficio alle spalle e può pensare ad altro, aprire la mente su altro, e vedo gli sguardi d’intesa, e sento “Eccoti qui, finalmente” di un vecchino a una vecchina, oppure una ragazza che aspetta trepidante sulla panchina, quando vedo tutto questo, io provo una sensazione, Fellows, che potrei spiegarvi soltanto ricorrendo alla storia e immaginando la sensazione che devono aver provato gli antichi davanti al primo arcobaleno del creato. O un geek davanti all’I-phone 2 dopo l’avvento dell’1. 🙂
Tra la folla spuntano sorridenti due facce. Il Fellow Andy Candy è arrivato diretto da Monaco ― non quello Cote Azur della nostra Fellow Milanie de, quello molto più in-Deutschland-geboren. Aveva anticipato un “non-jeafò” a cui il Board aveva risposto un “dai-che-jeafai”, e per fortuna una volta su un milione la azzecco. 🙂 Poi ecco la Honorary Member, filamente yoga-free ― che yogare va bene ma limita il raggio d’azione lezmuviano,e questo non va tanto bene. E lì accanto a loro c’è una preda, Daniele, che ben si trasformerà in un Fellow, il Fellow Sunrise, perché lui non c’entra con il rising di Trentorising, lui è per il sun senza rise. 😉 Ringrazio il fantastico lavoro di squadra del Fellow Andy Candy e della Honorary Member Mic, che hanno visto del potenziale “Movier” in Daniele e hanno venduto magistralmente la diavoleria Let’s Movie. 🙂
In pianta standa dalle 6 pm dal Mastro, l’Anarcozumi, che finalmente riesce a interloquire con le persone in maniera normale dopo l’eccesso di sovraesposizione umana a cui è stata sottoposta durante il Festival. In extra extremis giunge anche il Sergente Fed FFF, e grazie all’abilità di Robin con il tetris dei posti, riesce a rimediare una poltrona libera. Dentro in sala troviamo la Fellow Francesca-ae, con la quale scambiammo solo un bacio aereo, dacché il buio in sala incalzava. Con lei il Guest Massimo, anche lui potenziale preda, che spero ricapiti sul mio sentiero quanto prima ― la mia fame di Movier non si placa mai… Un ringraziamento speciale va alla Fellow Giuly-Jules, che avrebbe tanto voluto esserci ma è stata bloccata on the way. Ma keep trying, diciamo alla nostra Fellow!
Se dovessi descrivere sinteticamente com’è “Viaggio sola”, direi onesto, ben fatto e con un gran bel personaggio come protagonista. Fortunatamente non devo fare nulla sinteticamente, quindi se permettete, me la prendo un po’ con calma per ragionare sulla protagonista.
Nella vita Irene (Margherita Buy) fa l'”ospite a sorpresa”, ovverosia il cliente in incognito che si presenta negli alberghi di lusso per giudicarne gli standard.
Irene è un personaggio che mi è piaciuto molto e mi fa dire “menomale” che finalmente hanno puntato una cinepresa su questa donna, perché di donne come Irene ce ne sono tante, ma proprio tante tante. Irene è una indipendente, viaggia sola (per lavoro e nella vita), è single ma senza i piagnistei di Bridget Jones, è una zia affettuosa ma non usa le nipoti come surrogato delle figlie che non ha (avuto): di figli non ne vuole, e di questo è consapevole. Nel dibatto post-film ― gran dibattito post-film, durato più di un’ora!― la regista Maria Sole Tognazzi e lo sceneggiatore Ivan Cotroneo hanno spiegato che Irene è un personaggio che non subisce nessun cambiamento, che rimane se stessa fino alla fine. Sono d’accordo, rimane se stessa fino alla fine, però secondo me ― e mi scuseranno i Moviers presenti per aver già sentito queste mie parole in sala ― secondo me Irene compie un percorso, che è tutto costellato da situazioni che cercano di farla vacillare, che cercano di farla rientrare nella griglia dei modelli in cui la società vuole incastrarla. Come se ci fossero degli agenti finalizzati alla standardizzazione del personaggio che lei, in qualche modo è costretta ad affrontare per rimanere se stessa.
E lei, Irene, nel (per)corso del film impara non solo ad affrontare questi agenti e neutralizzarli, ma anche non doversi giustificare con il resto del mondo per com’è. Il resto del mondo ti vorrebbe con un compagno o dei figli o comunque disperante se non hai né l’uno né gli altri. Invece la conclusione (rincuorante!) cui il film giunge è che si è come si è, punto, e non possiamo/dobbiamo imporci graticole che non ci appartengono solo per non disturbare la società con l’ennesimo “altro” da somatizzare…
La storia di Irene mi ha portato inevitabilemente a riflettere alla storia di tante donne come lei. Non so voi che ne pensiate, Fellows, ma io non parlo tanto di solitudine, che ha sempre quel sapore di stanze grige, limoni raminghi in frighi deserti. Io parlo piuttosto di autonomia, la capacità che sviluppi ―a fatica, eh― di stare sulle tue gambe, senza bisogno di appoggiarti a qualcuno. Se poi quel qualcuno c’è, tanto meglio, ma la sua mancanza non può determinare il crollo della tua vita. Questo penso io. Penso anche che ogni tanto la soitudine venga demonizzata  e strumentalizzata, e che ci sia bisogno di una revisione delle conformazioni di coppia e delle strutture famigliari ― ma qui divago.
Se devo trovare un difetto al film ―per la verità devo ancora decidere se sia un difetto oppure una gran furbata da parte di Tognazzi&Cotroneo ― è il dibattito che inevitabilmente questo personaggio solleva e che, in un certo senso, supera il fil stesso. Il film deve avere un valore intrinseco quale opera d’arte ― anche nel suo piccolo; non può essere solo un corollario di spunti di discussione…Ma mi sembra di averlo già detto in passato, questo…
Insomma, non ho trovato molta arte in “Viaggio da sola”, ma non si può avere tutto, lo sappiamo… C’è anche un problemino con il personaggio dell’antropologa inglese che Irene incontra in uno dei suoi tanti soggiorni alberghieri. Kate è troppo palesemente un personaggio cartaceo, nel senso che parla troppo come un libro stampato. E anche la sua morte, che allude a una potenziale fine scampata di Irene, mi pare una scelta un po’ naif, di cui si sarebbe potuto fare a meno. Quindi, tolto il personaggio di Kate, e anche la tendenza del film, ad essere troppo esplicit(at)o, “Io viaggio sola” è un progetto che appoggio. Anche solo per la decisione di puntare quella cinepresa verso un territorio femminile che non va guardato con commiserazione (sulla commiserazione con cui i camerieri guardano i single ― uomini e donne― nei ristoranti, Cotroneo ha tristemente scherzato!), né con diffidenza, né tantomeno con mire di addomesticamento. Perchè al mondo coesistono pacificamente i prati inglesi e le giungle…
E non per essere ripetitiva, ma vi prego, cercate di non perdere gli appuntamenti con il regista in sala: i fabbri(catori) del cinema ti permettono di sbirciare dentro l’officina…
E adesso ci trasformiamo tutti in perfetti giapponauti e ci spariamo questa bomba di film

CONFESSIONS
di Tetsuya Nakashima

Nominato all’Oscar come Miglior Film Straniero nel 2011, e acclamato in Giappone e all’estero, il film sbarca da noi con quel ritardo trenitalia di tre anni ― meglio non commentare. Anche qui, vado d’intuito e ispirazione. E anche di rigore. Il cinema giapponese ha quel minimalismo lapidario che spesso a noi italiani ― ehm, a noi barocchi Board ― manca. Quindi preparatevi una bella thermos di tè verde (o di sakè, fate voi) e raggiungetemi dal Mastro-San. 🙂
Ah e last but not least…Questa scintilla che vedete in questo istante, guardando dalla mia parte, non è la luccicanza di Danny, no no, è la scintilla blin-blin del mio sorriso 32 denti: dal 9 al 16 maggio si celebra la Festa del cinema, e il biglietto per l’ingresso nelle sale cinematografiche di tutta Italia (festa per tuuuuutti i Moviers in tuuuuuuutti gli angoli del paese) sarà a prezzo ridotto: 3 € per i film in 2D e 5 € per quelli in 3D.
Quindi, Moviers, non avete più nemmeno la scusa della pecunia (assenza di) per evitare il cinema. La pigrizia, quella la stiamo combattendo da tre anni e mezzo e con risultati incoraggianti. Quindi, on the top of my tips, metto sen’altro questo “farsi qualche caffettino in meno e qualche cinemino in più”. 😉

E dopo questa notiziona da tesoretto, Movie-Maelstrom, riassunto e…Sto dimenticando qualcosa? Ah già certo, i saluti, stasera, numerosamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

In questo weekend s’è approfittato molto della citata Festa del Cinema, mettendo a segno una tripletta cominciata con “Effetti collaterali” di Soderbergh, proseguita con “Kiki. Consegne a domicilio” di Myazaki (mai imparerò a scriverlo) e coronata con “Miele” di Valeria Golino. Il primo è un thrillerone benfatto che piacerà a tutti gli appassionati del genere (e di Jude Law); il secondo riconferma ancora una volta la magia dell’universo poetico di Miazaki (no, non imparerò mai a scriverlo), per quanto il finale sia un po’ così; il terzo, “Miele”, non mi ha convinto affatto, purtroppo, ma mi permette di FARE PUBBLICA AMMENDA IN STAMPATELLO MAIUSCOLO CON L’ANARCOZUMI ALLA QUALE NON HO DATO AGGIORNAMENTI SULL’ORARIO DEL FILM E PER COLPA, COLPISSIMA, COLPISSIMISSIMA MIA SE L’È PERSO (MENO MALE CHE ERA “MIELE” E NON “CONFESSIONS” ALTRIMENTI NON ME LO SAREI MAI PERDONATO!). ZU, I AM DOWN ON MY KNEES! 🙁 🙁

E ORA, SE VOLETE SCUSARMI, HO UN CILICIO CHE MI ATTENDE…!

CONFESSIONS: Siamo in marzo al termine dell’anno scolastico giapponese e la professoressa Moriguchi (Takako Matsu) che ha perso la sua figlioletta di 4 anni, annuncia che sta per lasciare l’insegnamento. In una lunga confessione davanti a tutta la classe racconta la sua versione dei fatti, secondo cui la figlia sarebbe stata uccisa da due studenti che la professoressa decide di rovinare attraverso una vendetta tanto gelida quanto crudele. Ma non sempre le cose sono come appaiono e la ripresa dell’anno scolastico sarà l’occasione per altre confessioni di alcuni studenti implicati nella tragedia.

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Let’s Movie CLXVII

Let’s Movie CLXVII

VIAGGIO SOLA
di Maria Sole Tognazzi
Italia, 2013, 85′
Martedì 7/Tuesday 7
21:00/9:00 pm
Astrantonio/Dal Mastro

Maria Sole Tognazzi e Ivan Cotroneo (sceneggiatore) presenti in sala! 🙂

May First Movier Fellows,

Giornate di soli e temporali, serate che parlano di mari fra i monti, e terrazzi che ripropongono la formula grazie a una sdraio e del bel tempo a tratti.
Ebbene sì, m(a)y Moviers. Durante una serata al Sociale (Teatro non Centro, per una volta da plebei ci facciam patrizi) si parlava di Dolomiti e UNESCO e patrimonio dell’Umanità e triassico e giurassico e tanti altri -assici che non ricordo, io e la Honorary Member Mic scopriamo che 230 milioni di anni fa, al posto del Gruppo Sella, che sta da qualche parte fra la Val Venosta e il Massiccio del Gran Sasso ― geografia creativa, sì ― sorgeva un atollo maldiviano. L’immagine proiettata sullo schermo mostrava per metà il Gruppo Sella attuale e per metà l’atollo maldiviano come avrebbe dovuto apparire 230 milioni di anni fa. Io me ne sto lì seduta, rimirando la metà della mela che la geologia ha fatto la beffa di portarmi via. Cioè la geologia mi rema contro sin dalla notte dei tempi! Pensate cosa sarebbe stato, se quell’atollo fosse rimasto. Al posto delle ferrate avremmo pontili, e piedi mollemente ciondolanti dai pontili! Adesso lo so che i Fellows fissati con le/sulle ferrate organizzeranno rivolte contro di me, pesce di mare perennemente fuor d’acqua che sono, ma voi ve li immaginate, che razza di cubalibre ci saremmo sparati su quel pontile! (Io e la Mic ce li siamo immaginati). E invece i canederli! I canederli al posto del cubalibre! AAARGH! 🙁
Questo evento stava ovviamente all’interno della scatola magica del TFF, che in questi dieci giorni ci ha regalato di tutto e di più. Fra gli entusiasti che ci hanno ravanato dentro con me la Honorary Member Mic e il Fellow Pa ― mai dimenticheremo la frenesia esistenziale degli observers sul Mount Washington, Premio della Critca, peraltro… 🙁 Ovviamente un GRAZIE formato Times New Roman 72 all’Anarcozumi: 🙂 non solo si è sbattuta come pochi possono sbattersi per dieci giorni senza impazzire (dubitate ancora dei miei trascorsi da pasticciera??) per stare appresso a tutto quello che può capitare in dieci giorni di Festival, ma si è pure sbattuta un sacco per cercarci ―e trovarci in tempo zero― posti liberi all’ultimo anche ad eventi molto V.I.P, tipo quello durante il quale si è saputo delle Maldive e dei cubalibre perduti.
Come anticipato la settimana è stata impegnativa anche per via della duplice programmazione lezmuviana.
Il treno di notte per Lisbona è partito mercoledì e a bordo ospitava la Fellow Junior ― assente giustificata in quest’ultimo periodo per via dell’esplorazioni nelle nuove colline Trentorising 🙂 ― il WG Mat, che ha deciso di coronare il primo maggio tornando in Portogallo per la quarta volta ma stavolta con noi, e la Honorary Member Mic, che si era pure sciroppata una conferenza sul sussurro degli alberi (abbiamo proprio avuto dei gran ravanatori durante questo Film Festival ;-)).
Diciamo che il treno per Lisbona ha subìto qualche piccolo guasto durante il percorso… A destinazione c’è arrivato, eh, ma ha faticato un po’… 🙁
Ci sono un po’ troppe forzature a livello di trama che purtroppo compromettono la credibilità della storia ― già sottoposta a pericolo credibilità-carente dall’assunto su cui il film si basa: il caso detta legge.
Il protagonista è un professore svizzero assai grigio e insignificante che trova per caso un libro e decide, di punto in bianco, di ripercorrere la vita dell’autore che lo scrisse. Molla la scuola, prende un treno e se ne va a Lisbona a fare il detective, rispolverando una storia che coinvolge amore, politica, dramma, mistero. Gli elementi, come potete vedere, ci sono tutti. Però se durante un film cominci a porti più di tre domande che cominciano con “Ma come faceva a sapere che…?” vuol dire che c’è qualcosa che non va a livello meccanico. La cosa fastidiosa è che sarebbe bastato davvero poco, una tirata di bulloni di qui e una sistematina alle viti di là, a risolvere quei problemucci di tenuta… Io parto dalla convinzione che un regista navigato dovrebbe avere il cacciavite facile. Invece a quanto pare non è così ― e s’è visto anche con Tornatore ― quindi a questo punto credo che ad essere sbagliata sia la mia convizione, non la manualità dei registi… Bah…
Del Tyson-vs-Holyfield (dubitate ancora dei miei trascorsi da pugile??) che si è disputato dopo il film sui marciapiedi fuori dal Mastro, solo i marciapiedi possono dire. Diciamo che il WG Mat non tornerà a rivederlo… 🙁 E nemmeno la Fellow Junior, temiamo. E nemmeno io e la Mic credo, solo che noi due siamo state forse più morbide ― sarà anche che veniamo da dieci giorni di cortometraggi, lungometraggi, documentari che hanno messo alla prova la nostra tempra da spettatrici, su tutti, il film muto del 1917 musicato live da una band folk-psicadelica turca (lo so lo so, fa spavento solo a sentirlo).
“Il vero regista della nostra vita è il caso”. Questa è il perno attorno al quale tutto il film ruota, come accennavo prima. Tutto quello che accade sembra accadere per provare questa grande verità ― e anche lì c’è un po’ di forzatura. Potranno pure esserci fior fiore di matematici che mi spiegano il calcolo delle probabilità e mi dicono che in una data condizione ci sono x possibilità che un determinato episodio possa verificarsi. Potranno esserci anche fior fiore di Mat che mi ripetono esasperati “Ma quante possibilità c’erano che una donna che vuole buttarsi da un ponte sia nipote del boia che ha segnato la vita di tutti i personaggi che ruotavano intorno all’autore del libro???”.  Se ci fermiamo a quella domanda, non ci sarebbe più la letteratura, ne tantomeno il vivere… Quante possibilità c’erano che io e la Zu ci conoscessimo a Los Angeles, ci perdessimo e ci ritrovassimo per finire a fare il Board e l’Anarcozumi dentro Let’s Movie? Questa è un esempio, ma ne avrei infiniti, specie dell’ultimo periodo…
Quindi Mat, possiamo pure proseguire il discorso, ma tanto la Forza è con me e su questa non è che puoi farci molto… 😉
Poi guardate, il film si salva anche solo per il finale. Giusto giustissimo, aperto e chiuso, irrisolto e coerente. E aggiungo che sono per la salvaguardia delle stazioni dei treni, dove si leggono autocoscenze e si trovano le strade. Si salva anche per quel fascinoso di Jeremy Irons, che è sempre una gioia vedere in azione. Compassato, raffinato, persino nei panni di uno scialbo insegnante di Berna.
E un’ultima cosa, magari tutti i ring fossero come il marciapiede fuori dal Mastro! E per il secondo round di Tyson-vs-Holyfield aspetto il prossimo film. 🙂
Quanto al secondo Let’s Movie della settimana, “Die Wand”, titolo all’interno della programmazione TFF, per me questo e’ inquestionabilmente il miglior film del TFF. Ringrazio la Honorary per averlo visto side-my-side e la Fellow Francesca-ae.f. per 1) essere venuta; 2) per essere venuta con il Guest Andrea; essere venuta con il Guest Andrea e con uno strepitoso giacchino Moschino vintage salvato dalle grinfie di un outlet. 🙂
Perché “Die Wand” è inquestionabilmente il miglior film del TFF? Innanzitutto perchè è un film esistenziale, e forse anche un po’ esistenzialista…Fa parte di quelle storie fuori dal tempo e dallo spazio che propongono delle situazioni anomale e da lì costruiscono derive narrative inquietantissime. Come in “Funny Games” e “The Cube”, ma giusto per citarne qualcuno; e, in letteratura, “Il signore delle mosche” di Golding, “Cecità” di Saramago e “La strada” di MacCarthy, ma anche qui giusto per citarne qualcuno.
Uno si aspetta che la “Wand” del titolo, sia una parete rocciosa ― in fondo siamo in pieno TFF, il tema e’ montano. Invece il muro del titolo e’ una barriera invisibile (tipo vetro dei mimi, per capirci) che impedisce alla protagonista qualsiasi contatto con gli altri. La giovane donna finisce su una montagna, insieme a un cane, un gatto e una mucca, e per qualche strano motivo che non è dato sapere, si trova isolata dal mondo. La bolla che la circonda è infrangibile, lei non ha contatti con nessuno (ma esisterà ancora qualcuno con cui avere contatti?, questa è un’altra bella domanda) e passa le giornate cercando di sopravvivere: va a caccia, raccoglie il fieno, coltiva l’orto. Le uniche tre entità con cui comuncia sono il cane, il gatto e la mucca. E il suo diario, in cui riversa tutti i suoi pensieri/paure. Il diario è il supporto scenico: in realtà i suoi interlocutori siamo noi.
Esistenzialista perchè mi sembra il mito di Sisifo, che tanto fascino esercitò sul movimento di Sartre&Friends. Sisifo era quel povero cristo condannato a spingere un masso su per una montagna per vederselo rotolare giù una volta in cima, e lui a tornare giù e rispingerlo su. Per l’eternità. Nell’insensatezza di questo gesto, troviamo il denominatore comune con la storia della protagonista di “Die Wand” (non ha caso senza nome), destinata a portare avanti attività quotidiane il cui significato, in un’ottica più universale, è pari a zero… In più c’è tutto il tema della solitudine, del rapporto con gli altri, con la natura, totalmente indifferente alle sue tribolazioni…
È un film difficile che vi fa vacillare sulla via del ritorno a casa… Ma io l’ho apprezzato PROPRIO per questo…

E per questa settimana rispondiamo con un RSVP collettivo all’invito del Mastro

VIAGGIO SOLA
di Maria Sole Tognazzi

Ma il Mastro non c’invita così, senza renderci tutto più appetitoso…Oltre al film, ci offre la presenza della regista, Maria Sole Tognazzi e dello sceneggiatore, Ivan Cotroneo, che avevamo già avuto il piacere di conoscere per la prima di “La kriptonite nella borsa” l’anno scorso, ricordate? 🙂
Avrei voluto proporvi il film indipendentemente dall’optional esclusivo regista+sceneggiatore. Ora che abbiamo tutto all-inclusive, cosa chiedere di più?

Ma adesso che il TFF è finito che ne sarà dell’orso animato mascotte che ha intenerito file e file di spettatori, che ne sarà di lui, Zu?? Aspetteremo l’anno prossimo…
E nel frattempo, ci consoliamo con Let’s Movie… E anche con il Movie Maelstrom, che ospita un pazzo…
Ora come da tre anni e mezzo a questa parte (!), vi lascio liberi di tornare alle vostre vite, vi chiedo scusa in anticipo del riassunto (l’UNICA sezione lezmuviana che potrebbe essere tranquillamente soppressa), ve lo faccio precedere dal Movie Maelstrom  (l’unica sezione lezmuviana che parla della qualunque..no be’, tutto Let’s Movie in realtà parla della qualunque solo che nel Movie Maelstrom la cosa è formalizzata), e vi mando dei saluti, stasera un po’ prima, laboriosamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Dunque mi sa che l’avete capito che io e la montagna non siamo esattamente sulla stessa lunghezza d’onda. Cioè, io vorrei l’onda e basta…. La freddezza che provo nei suoi riguardi non m’impedisce tuttavia di entusiasmarmi per pazzie che la vedono protagonista, come quella che coinvolge questo ragazzetto di 26 anni, tale Alex Honnold, che in 18 ore e 50 minuti ha scalato in libera le tre pareti più imponenti dello Yosemite.
Ecovi il teaser del documentario “Honnold 3.0” http://www.outsidetelevision.com/video/teaser-honnold-30-part-1
Ve lo riporto perché il documentario ha un ritmo sincopato e divertente, e potrebbe piacervi ― chiedo scusa in anticipo per l’uso smodato dell’americano.
Ah, il commento di Alex, dopo essere salito per 7.000 piedi (fate voi la conversione?) senza sicura, per 18 ore, giorno e notte non stop, è stato “Yeah, I’m kind of tired”.

“Kind of tired”?????

VIAGGIO SOLA: Irene ha superato i quarant’anni, niente marito, niente figli e un lavoro che è il sogno di molti: Irene è l’“ospite a sorpresa”, il temutissimo cliente in incognito che annota, valuta e giudica gli standard degli alberghi di lusso. Oltre al lavoro, nella sua vita ci sono la sorella Silvia, sposata con figli, svampita e sempre di corsa, e l’ex fidanzato Andrea. Irene non ha alcun desiderio di stabilità, si sente libera, privilegiata. Ma è vera libertà la sua? Qualcosa metterà in discussione questa certezza…

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