Let’s Movie CLXIX

Let’s Movie CLXIX

LA GRANDE BELLEZZA
di Paolo Sorrentino
Italia, 2013, 142’
Martedì 21/Tuesday 21
21:00/9:00 pm
Astra/Dal Mastro

Mille Motivi Moviers

per cui dovreste scegliere “Confessions”! Mille, come i baci mendicati da Catullo. No esagero, ventimila, come le leghe perlustrate dal Nautilus. O un numero che volete voi, e che vada ben oltre l’iperbole, mi raccomando. Perché questo film, ragazzi miei, rientra non solo nella classifica Best-of 2013. Questo film rientra nella classifica Best-of EVER, uno spazio che cerco di non popolare di troppi titoli, e di tenerlo per i veri happy-few. Quelli speciali specialissimi, quelli che non solo ti hanno sconvolto la pancia ma anche sedotto il cervello. “Confessions” entra di diritto nell’olimpo, con tanto di pompa magna, red carpet o quello che il vostro immaginario party-around sceglie come sfondo.
Fortuna ha voluto che non fossi sola, e non per la solitudine e le solite tapinerie da Board. La fortuna sta nel fatto che altri human beings ― very magnificient human beings, i Moviers ― lo abbiano visto. Sto parlando della folla Fellows che ha affollato la Sala 2 del Mastro, e nello specifico, la Honorary Member Mic, giapponauta per formazione accademica e reduce da una giornata molto somewhere-over-the-rainbow-blue-birds-fly, il WG Mat, giapponauta di formazione cinematografica e reduce da una giornata molto it’s-been-a-bad-day-please-don’t-take-a-picture, il Sergente Fed FFF, che vorrebbe istituire la lega contro la vivisezione cinematografica e sbarazzarsi così di quel Doktor Vivisektion del Board, ma credo che non riuscirà nein nein :-), la Fellow Junior, animo notoriamente sensibile alla cultura made-in-Japan, e Diego, un Fellow nuovo di zecca, che il Sergente cine-animalista ha indirizzato a Lez Muvi ma che, badatebene, s’è schiantato da solo nella mailing-list buttandosi dal Baby Blog. Capite che ha già cominciato con il piede giustissimo, il Fellow, il cui nome in codice non sarà Broken Arrow ma D-Bridge, per quella D che è un po’ Diego un po’ De, e quel cognome che sarebbe perfetto a Venezia, o a San Francisco. Con lui la Guest Sara ― e con un nome così, poteva NON cominciare alla grande anche lei?!
Un’ovazione di “brava-brava-bis” alla Fellow Vanilla, che purtroppo è rimasta vittima della Festa del Cinema e del sold-out, fenomeno che è dilagato nelle sale cinematografiche trentine questa settimana. Stentavo a crederci, ma persino “Confessions”, dove mi aspettavo di trovare qualche sparuto cinefinilo e i cespugli rotolanti del Far West, ha riempito tutta la Sala 2 del Mastro, la più d’essai ― la più Potemkin. Questo mi ha fatto riflettere sulle basi alquanto deboli su cui poggia Let’s Movie: se basta una campagna “Ingresso 3 euri, venghino siori venghino” a trascinare fuori casa la cittadinanza, allora Let’s Movie cosa ci sta a fare??! Bah, per una volta è meglio se ripongo il bisturi e non viviseziono oltre…

Tornando alla Fellow Vanilla, è stata brava-brava-bis perché non si è data per vinta e ha ripiegato su “Viaggio sola”, non solo facendo la festa alla Festa del Cinema, ma anche recuperando un Let’s Movie di due settimane fa. Mammamia, sono troppo sgaggi, ‘sti Moviers! 😉

E ora watch out, cominciano i motivi.

Moriguchi è un’insegnante di liceo la cui figlioletta di 5 anni viene uccisa dalla violenza immotivata di due suoi allievi, Naoki e Shuya. Le confessions del titolo sono le loro, quelle dei personaggi che prendono parte alle vicende: l’insegnante, i due ragazzi e una loro compagna di classe. Ma non lasciatevi trarre in inganno. Le confessioni non hanno nulla di cattolico, né di lontanamente religioso o morale. Hanno qualcosa di forense, piuttosto. Il film si apre in un’aula di scuola che in realtà diventa di tribunale ― il personale tribunale di Moriguchi ― dove espone i fatti accaduti, enuncia la sua sentenza e la esegue. Con estremo autocontrollo, una compostezza da corte suprema, davanti a una classe di adolescenti distratti da cellulari, doppiepunte e smalti colorati, l’insegnante ripercorre l’omicidio, la sua caccia agli assassini e l’attuazione della propria vendetta, la cui spietatezza ha un precedente solo in “Pietà” di Kim Ki-duk ― ricorderete, il checavolodifilm “Pietà”… Moriguchi fa credere di aver iniettato del sangue sieropositivo nei cartoncini di latte che i due ragazzi colpevoli hanno appena ingerito, condannandoli a morte. Pazzesco, direte voi. Eh, questo è niente… La punizione verso i due è ben peggiore…

Naoki entrerà in un delirio che lo porterà ad ammazzare la propria madre. E Shuya farà più o meno la stessa fine, ma assaggerà tutta la lama TUTTA della vendetta di Moriguchi, e quando maiuscolizzo tutta, non lo faccio a caso: Shuya finirà, inconsapevolemente (e qui sta anche parte del dramma) per uccidere sua madre ― la madre l’aveva abbandonato da piccolo e per lui rappresenta tutto ciò che sopra ogni cosa ama e (ri)vuole. Questa, la vendetta di Moriguchi: privarlo, per sua stessa mano della sua ragione di vita, senza condergli alcuna speranza di redenzione: il suo “stavo scherzando” finale, riferito a una speranza di rinascita che potrebbe cominciare per Shuya, accompagnato dalla risata più sadica e fredda che possiate immaginare, mette una pietra sopra la vita del ragazzo. E sulla pietra niente scritte R.I.P.! Shuya è condannato a una morte in vita: convivere con la colpa di aver ucciso l’amore della propria vita ― immaginate pena più grande? E questo per quanto riguarda la vendetta.

Ma “Confessions” è molto altro. Gli adolescenti protagonisti sono portatori (mal)sani di un malessere esistenziale che va oltre Sartre, Camus ― e Schopenhauer poi, Schopenhauer era Solange in confronto. Nulla ha senso per loro, la vita, la morte, la vita e la morte di un altro essere. Questi ragazzi, combattuti fra delirio di onnipotenza e parossismo di fragilità emo-style, sembrano riemergere dai cristalli liquidi dei loro smart-phones solo per commettere degli atti insensati, che da un lato concedono loro una scarica d’adrenalina e dall’altro non fanno che riconfermare l’assurdità del loro esistere. Però sarebbe semplicistico pensare che questa generazione di giovani sia banalmente lobotomizzata e alienata dall’eccesso di tutto quello a cui questa generazione ha facile accesso ― stimoli, mezzi, tecnologia. E ho capito che Nakashima non è un regista da semplificazioni. Così come in “Pietà” i personaggi “negativi” lo erano perché avevano subìto un danno (ricordate? Se non ricordate, mentite pure), dietro il mostro Shuya si nasconde il bambino abbandonato dalla madre, costretto a crescere con un vuoto dentro che risulta essergli fatalmente incolmabile. E il vuoto genera altro vuoto… Un gorgo che si allarga e trascina giù…

In questo istante sappiate che sto guardando con occhi tristi Nakashima, perché questo, l’incolmabilità del vuoto e l’incancellabilità della ferita, sono sentenze durissime da accettare per qualsiasi spettatore ― anche, soprattutto, un Board.
E tutto il film, se ci penso, è trapunto da un filo nero: la frase ripetuta da Shuya, dopo un leggerissimo rumore di bolla di sapone che scoppia. “Lei non l’ha sentito? Il suono di una cosa importante che sparisce per sempre”. Che è il suono più lacerante che possiamo udire, foriero com’è di mancanza e perdita. In una parola, dolore. “Confessions” non offre tregua, né scappatoie. Siamo nudi e piccoli davanti al buco nero del mondo.
In questa sorta di parabola diabolica in cui il figliol prodigo viene massacrato, si mettono anche a nudo la fragilità dell’essere umano, la sua esposizione, fin da piccolo, alla sofferenza e l’irreversibilità causata dagli effetti del dolore. E Fellows, voi non ci crederete, ma tutti questi contenuti da dammi-una-lametta sono rinchiusi in una scatola meravigliosa! E QUESTO è uno degli aspetti che mi ha fatto innamorare di “Confessions”: il bello che contiene l’orrido.

Stilisticamente ed esteticamente, il film vola altissimo. Della struttura dal sapore forense con le varie deposizioni monologanti dei personaggi abbiamo detto. Ma la cura visiva con cui questo processo viene processato e l’esecuzione eseguita può essere compresa solo se vista. Alcune scene sono fotografie che starebbero bene appese alle pareti di una galleria d’arte. Una goccia, un cielo, una pallina da baseball che rimbalza sul naso di un ragazzo, una Lelly-Kelly di bambina che galleggia su un letto d’acqua putrida. E la poetica del bianco, rosso, nero, che poi è la penna tricolore con cui i giapponesi scrivono il loro immaginario da secoli? Perché questo film è profondamente nero (oh my God, 100% pitch black!), ma è disinfettato, candido in un certo senso, riluce di quel bianco abbacinante del sole quando ferisce l’occhio. E tra quel nero e quel bianco, scorre copioso ed elegante il sangue. La potenza di questo tricolore scardina anche certi tabù: la siringa che inietta il sangue infetto nel latte, non solo fonde due elementi antropologicamente contrapposti (latte=vita; sangue=morte), ma sporca simbolicamente attraverso l’infezione (nero) il latte (bianco).
Ma pallottolieri Moviers, avete tenuto il conto?? A quanti motivi siamo arrivati? Eccone un altro…Una scena che non dimenticherò MAI. Shuya fabbrica una sveglia con le lancette che vanno all’indietro. Solo nell’istante prima che la madre salti in aria, e lo guarda, e lui guarda lei, solo lì, in quell’istante di amore puro e incondizionato, di speranza e affetto mammifero, in mezzo al caos apocalittico da cui sono circondati, solo lì le lancette cominciano ad andare avanti. E per pochi, preziosissimi secondi, tutto ha un senso, il tempo riprende il suo cammino per il verso giusto, ed è come se la scena dicesse, guarda che cosa veramente fa guadagnare senso al vivere, guarda che cosa dà la direzione al tempo ― l’amore.
Però tutto questo dura tre secondi, e poi l’apocalisse ha il sopravvento.
Credo che uno possa rimanere trasfigurato da certe scene. Io sono rimasta trasfigurata da questa.
Per me “Confessions” è un film che merita palme, orsi, leoni, tutti i vegetali e animali che le giurie potrebbero assegnargli. Ed è un peccato che non l’abbiano fatto, per quanto ci sia andati vicino agli Oscar 2011. Cavolo, quando l’arte grida così forte, non puoi tapparti le orecchie. Cavolo, NON puoi tapparti le orecchie!
Ora mi ricompongo eh… solo che vorrei noleggiare una sala del Mastro, noleggiare due ore del vostro tempo e della vostra pazienza, e riguardarlo tutti insieme!
Ed ora, basta seriosità, basta nippo-nichilismo! Ora ci dirigiamo verso quello che è stato definito “La dolce vita del terzo millennio”…

LA GRANDE BELLEZZA
di Paolo Sorrentino

Cast stellare attorno al lonely planet Sir Servillo (my love), l’unico film italiano in concorso al Festival del Cinema di Cannes. Non fatemi dire altro, ho già il tasso d’aspettativa alle stelle e per quello non c’è insulina che tenga. Vi voglio numerosissimi, Moviers, al più grande trionfo, o al più clamoroso fiasco, della cinematografia italiana degli ultimi anni.

A proposito del Festival, inutile dirvi che la nostra Anarcozumi s’è trasferita armi e bagagli in Costa Azzurra per il Cerchez-la-Cannes 2013… Scusa Zu, cerchez-la-Cannes mi fa troppo ridere, lo sai… 🙂 Dacci aggiornamenti, et je t’en pris, mon coeur, tampina Servillo-my-love con tutto l’amamentario tampinabile di cui puoi avvalerti… Et puis reviens chez nous tout à l’heure! 😉

E la chiudo qui, così, su ‘sto francese che par di masticare noblesse quando lo parli. Grazie per aver subìto l’affondo del giappo(pippo)ne… era tanta roba. Grazie anche per la cortesia che mi farete di salvare il Movie Maelstrom e cestinare il riassunto.

E prendetevi pure questi saluti, oggi, giustificatamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Ultimo affondo (promesso) del giappo(pippo)ne… 🙂

La colonna sonora di “Confessions” è stata nobilitata dai Radiohead ― perfetto il loro lirismo in tutta quella tragos ― e questo è un altro motivo da aggiungere alla lista… Mentre faccio i conti, vi lascio questa http://www.youtube.com/watch?v=QxYemY8CQaw
 
LA GRANDE BELLEZZA: Roma si offre indifferente e seducente agli occhi meravigliati dei turisti, è estate e la città splende di una bellezza inafferrabile e definitiva. Jep Gambardella ha sessantacinque anni e la sua persona sprigiona un fascino che il tempo non ha potuto scalfire. È un giornalista affermato che si muove tra cultura alta e mondanità in una Roma che non smette di essere un santuario di meraviglia e grandezza.

GD Star Rating
loading...
GD Star Rating
loading...

Leave a Reply