Let’s Movie CLXX

Let’s Movie CLXX

IL GRANDE GATSBY
di Baz Luhrman
Australia, 2013, 120’
Martedì 28/Tuesday 28
21:00/9:00 pm
Supercinema Vittoria/Viktor Viktoria

L’INDUSTRIALE
di Giuliano Montaldo
Italia, 2011, 94′
Giovedi’ 30/Thursday 30
20:30/8:30 pm
Astra/Dal Mastro
Ingresso gratuito/Free entry

Filosof(eggi)anti Fellows,

Grazie a degli incroci che reificano l’ordinario e lo rendono straordinario, m’è capitato in questi giorni di ripercorrermi certa filosofia esistenzialista, che poi mi è servita anche a puntellare il discorso su “Confessions”, sotto la cui mole spero non sia rimasto schiacciato nessuno di voi ―per quanto il dubbio permanga. Sono felice di aver sfogliato quelle pagine perché “La grande bellezza” è un film profondamente esistenzialista…
Ma prima di passare alle vivisezioni, sempre per il sommo orrore del neo iscritto alla LAV, il Sergente Fed FFF :-), fatemi aggiungere che leggere filosofia non esclude testare altre discipline molto meno Abbagnano e molto più Abbagnale, tipo il dragon-boat, realtà sportiva che ha spalancato un mondo canottifero a cui vorrei introdurvi tutti, my Moviers, tanta è la soddisfazione in termini di sforzo collettivo che riserva. Ma di questo, del dragon-boating e delle porte della navigazione che mi si sono spalancate, non disquisiremo qui. Questo è il regno del sogno ― la pagaia la lasciamo su altri lidi.
Comincio col dire che l’uscita del film di Sorrentino in contemporanea con la proiezione al Festival di Cannes ha assicurato quella simultaneità che a mio parere fa bene al film e alla riflessione che esso solleva ―si crea un Discorso attorno alla pellicola, e ogni luogo, virtuale o meno, sito web o tabaccaio, diventa arena per (sentir) parlare dell’opera. Ricordo lo scorso anno, la gioia per la vittoria del Grand Prix de la Jurie di “Reality” di Garrone, e l’impazienza di dover aspettare fino a settembre per vederlo… Pasteggiando insieme alla Croisette con “La grande bellezza” s’è partecipato a un banchetto collettivo internazionale.
Martedì hanno risposto al richiamo di Let’s Movie: la Fellow Chocolate, e qui allestisco un palchetto, schiarisco la voce e infilo un intermezzo “Ode-to-Chocolate” perché: non solo mi confessa di leggere i miei pippponi (giappo e non) tutte le settimane (tutte!), non solo mi confessa di guardarsi in altri giorni i film che guardiamo a Let’s Movie (prometto di escogitare qualcosa armeggiando con l’ubiquità e del nastro isolante, per risolvere la questione del “trovarsi”: siamo tutti troppo DILANIATI dagli impegni), ma confessa altresì di essere rimasta flashata-fulminata-folgorata (più tutto quello che di elettrico vi viene in mente) da “Confessions”! E questo si assomma ai mille-motivi-Moviers per cui vedere questo film. 🙂
My Fellow Chocolate, spero che questo intermezzo abbia espresso l’ammirazione che sentiamo nei tuoi confronti, e prometto di continuare ad ingegnarmi per risolvere gli errori di sistema dello spazio-tempo… Il WG Mat ― temevo fino all’ultimo che le colline di Trentorising non lo rilasciassero in tempo, invece per una volta lo rilasciarono, permettendogli addirittura di presentarsi cenato e gelatato. Il già citato Sergente Fed FFF ― da quando ha risvegliato la moto dal letargo invernale, può uscire dall’ufficio 4 minuti prima, sfidare le leggi del traffico e battere il Board nella specialità “The Latest The Coolest”, in cui il Board un tempo, ricorderete, eccelleva. Specialità che per altro ha trovato un altro fuoriclasse nel Fellow D-Bridge, giunto in sala quando il Mastro aveva già spento le luci, gettandoci laggiù al termine della notte…
…E il film parte proprio da lì, da “Le voyage au bout de la nuit” di Céline, con la citazione poco confortante “Il viaggio (sia fisico che mentale) è l’unica cosa che conta, tutto il resto è delusione e fatica”. Le parole amare della citazione si sono appena dissolte e bum, un colpo di cannone, bellico e circense, fa esplodere il film. E dopo di quello, dopo Céline e il cannone, un coro lirico di voci angeliche e suore ― suore che saltabeccheranno poi per tutto il film, una presenza tormentante che parla di un cattolicesimo pervasivo ma nella sua forma forse più bella. E contro l’avvio lirico e aulico, ecco che irrompe il mondo, anzi il mondano, della Roma per una volta non ladrona ma cafona. Quella delle discoteche super trendy piena di vip vuoti, che non mancano l’occasione di notare che il loro scrittore preferito è Proust, assieme a Nicola Ammanniti (tutto il rispetto per Nicola, ma Marcel è Marcel)…Irrompe il chiasso, tanto uditivo quanto visivo, e aggiungerei olfattivo. Perché par di sentirlo, il tanfo di sudore e profumi costosi, di quei corpi umani che si scatenano in un ballo ora selvaggio ora regolamentato dai trenini e dai balletti di gruppo ben interiorizzati dopo stagioni di trasmissioni televisive e villaggi vacanza. È poderoso, Moviers, il quarto d’ora iniziale: la fauna umana, opulenta e villana, decadente e disperata (nel senso di “senza speranza”, hopeless) della Roma patrizia che si mostra, che è, in fin dei conti, profondamente plebea. E su tutti spicca lui, il protagonista, l’eroe che non è nemmeno più un anti-eroe, ma un non-eroe, Jep Gambardella, giornalista sessantacinquenne con un unico successo letterario alle spalle seguito poi da tanta, tantissima fuffa, anni trascorsi in feste dove il lusso si mescola inevitabilmente con il trash, con la bassezza, tra starlette, parvenu, tycoon, poeti e aritsti che non lo sono e che ripetono cose già dette da altri prima di loro (come l’artista che fa la Gina Pane della situazione e si schianta volontariamente contro un muro), giovani ricchi depressi, vecchi ricchi che lottano contro il tempo (vedasi la scena del pellegrinaggio al rivenditore di botox, un guru dall’aspetto pappalardo che somministra iniezioni a peso d’oro in una stanza di ori e broccati), nobiltà decaduta che reinventa se stessa dandosi a noleggio al miglior offerente, intellettuali emancipate “che hanno fatto la rivoluzione” con tre babysitter e un maggiordomo nella villa di famiglia, veline con la puzza ―nonché la coca― sotto il naso, drammaturghi nostalgici e invaghiti di veline con la puzza ―nonché la coca― sotto il naso. E poi suore, sempre loro, tantissime, e vescovi che spiegano, con presenza scenica da scuola clericale (=di Clerici, Antonella), come cucinare il coniglio alla genovese, matrone boteriane (potrei dire “felliniane”, ma per correttezza nei confronti di Fellini, di cui ammetto di conoscere pochissimo, e per pietà di Sorrentino che continua a rimbalzare, giustamente, paragoni con lui e la “Dolce vita”) che mi ricordano in tutto e per tutto la triste protagonista del “Saggio sull’umorismo” di Pirandello.
Eppure, così com’era stato lo sguardo di Garrone in “Reality”, lo sguardo di Sorrentino non castiga. È un occhio umano, quello che guarda questi personaggi, che ha una grande pietas nei loro confronti ―nei nostri confronti. Come a dire, esistere qui e ora, è già sufficientemente amaro, non aggiungiamo il facile veleno dello scherno su ciò che siamo. Guardiamo ciò che siamo, piuttosto. Conosciamolo, e conosciamoci. E l’umanità che scorre nel film è tutta guasta, imperfetta. Le belle donne che ballano in discoteca in abiti firmati non sono veramente belle; gli ambienti sono popolati da personaggi con un occhio bendato, personaggi con una gamba zoppa o una statura diversa (vedi la nana, capa di Jep). Questa è l’umanità, ci dice Sorrentino ― fallace, fallata, spesso fallita.
Questo modo agnostico di fare cinema, che porta sullo schermo una ricerca dell’io naturalmente esistenzialista e in petto un umanesimo quasi rinascimentale, non può parlare come le commedie amare alla Monicelli, né come i drammoni hanekiani. Quindi non vi aspettate una trama canonica, il classico sviluppo degli eventi e il solito telos che si diparte all’inizio e vi porta fino alla fine. Essendo Jep una sorta di Antoine Roquentin ―mai letto “La nausea”?― che osserva la società di nulla che lo circonda, il film deve riuscire a trovare una semantica che cerchi di spiegare quel nulla. E la linearità narrativa propria del film narrativo classico, non è contemplabile. Sorrentino sceglie di fare un film joyceano, con Jep che, come Ulysses, naviga una Roma becera, baraccona, farabutta eppure inframezzata da tanta sublime bellezza da poterle, in fondo in fondo, perdonare tutto. Tamarri e coca-party, deliri di onnipotenza e volgarità tutte. Un fluido quindi, più che una struttura. E un navigare, del personaggio, attraverso l’urbe, e le turbe, di una società vacua e di una sua esistenza esaurita ― ha vissuto tutto, provato tutto, Jep ― ma senza una ricerca. Jep non cerca nulla, sa perfettamente qual è la sua condizione. Jep osserva, ragiona, avanza qualche ipotesi su ciò che è stato e ciò che vede. Anche questo è stato criticato ― l’assenza di evoluzione, la mancanza di una progressività nel personaggio. Be’, chi sostiene questa critica non tiene conto, ancora una volta che i personaggi “tondi”, come Jep Gambardella, quelli che hanno vissuto tutto, provato tutto, esperiscono un altro tipo di progressione, che non è identificabile con la canonia del “parto A” e “arrivo B”.
Se la Roma brutta bruttissima di questo nostro presente è in qualche modo redenta da “sparuti incostanti sprazzi di bellezza”, rappresentati dalle opere d’arte che riempiono Roma, dalla geografia della città ― camminata da Jep a tutte le ore del giorno e della notte ― la bellezza che Jep ritrova alla fine del film, “la grande bellezza del titolo” è rappresentata dal petto del suo primo amore di gioventù, un petto nemmeno svelato a noi spettatori, ma solo alluso. Anche in questa piccola scelta s’iscrive l’intenzionalità del film, così come nella scelta di chiudere il film su suor Maria, sorella highlander/madrecoraggio che ha vissuto tutta la vita negli stenti e sussurra, proprio in fondo al film, prima di arrancare in ginocchio sugli scalini di qualche basilica, “la povertà non si racconta. Si vive”. Il petto non svelato di una ragazzina e una massima francescana sono lì, in tutta la loro potente fragilità, a ribadire due verità che quella grassa baldracca della nostra società, grondante vuoto e volgus, ha schiacciato sotto il suo grasso sederone. Semplicità ed autenticità. Due valori universali che Roma ― metonimicamente, la contemporaneità occidentale ― hanno smarrito.
Carlo Verdone, che interpreta il drammaturgo nostalgico di cui sopra, alla fine decide di lasciare la capitale e tornare al paese. “Roma mi ha molto deluso”, commenta. Quel personaggio con quelle parole si fa anche portavoce dell’invivibilità di questo paese, della necessità di evaderlo, di smettere di subirlo ―e io, Fellows, ho pensato ai cervelli in fuga, e alla sconfinata malinconia che si portano appresso quando se ne vanno.
“La grande bellezza” non è un film facile. Più spietato, per quello che mostra, dello spietatissimo “Confessions”, è un film mastodontico, enciclopedico (Balzac l’avrebbe apprezzato molto, secondo me, e anche Thackeray), per chi ha voglia di guardare il 2013 e vedere dove siamo finiti… Andate a vederlo, je vous en prie.
E questa settimana Let’s Movie si fa in due, Moviers.

IL GRANDE GATSBY
di Baz Luhrman

Come dice saggiamente l’Anarcozumi, profonda conoscitrice et estimatrice del regista australiano, Luhrman va visto a prescindere. E io rispondo, luhrman se c’hai ragione, Zu. 🙂
Nota è la mia avversione per il genere musical ― per quanto questo non sia un vero e proprio musical ― e anche la mia cautela nei confronti della rivisitazione dei classici letterari (vedasi il semi-disastro “Anna Karenina”), ma sono tuttavia curiosa di vedere Gatsby 90 anni dopo Fitzgerald e 40 dopo Redford.
Questa settimana ci faremo in due perché il Mastro propone un film all’interno della rassegna “La sicurezza del (e sul) lavoro raccontata dal cinema” che voglio vedere da mo’.

L’INDUSTRIALE
di Giuliano Montaldo

Ricordo di essermi fatta un appunto mentale quando uscì. Recuperalo prima o poi. Ora non è certo prima, ma forse nemmeno troppo poi, quindi ce lo recuperiamo. Dato che finisco l’English-teaching alle 8:30 pm, e cercherò di pigiare il tragitto fino all’Astra in 6 minuti primi, arriverò con quei 6 minuti primi di ritardo che mi costano molto più dell’IMU… Magari il Mastro è magnanimo e schiaccia play 6 minuti dopo…;-) (ma posso essere così illusa?!?!).

Ah permettetemi di ricordarvi che il 30 maggio, cari Financial Fellows, comincia il Festival dell’Economia 2013, l’evento che esiste SOLO grazie alla nostra Fausta, la Fellow Irrequieta 1, che non è sparita dalla circolazione, ma è la nostra eroina costretta a pensare a tante-troppe cose, e per questo è la nostra eroina e non la riprenderemo mai-e-poi-mai-e-giammai se perde Let’s Movie. 😉
Consultate il Movie Maelstrom per gli appuntamenti cinematografici all’interno dell’edizione 2013. 😉
Dunque, della coppia Abbagnano-Abbagnale s’è detto. Della grande bellezza de “La grande bellezza” anche. Del Festival dell’Economia pure. Non mi resta che fare puntoliberitutti, e proporvi una partita a guardie e ladri ― you silly Board… 🙂
Grazie Fellows, je vous aime, voulez-vous me perdonner pour les resumés, et lisez vous le Movie Maelstrom, s’il vous plait…. (Maronna cos’è il francese… :-))
E analizzate questi saluti così trascendentalmente cinematografici stasera.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Anche l’edizione del Festival dell’Economia 2013 prevede una sezione dedicata al cinema, con i seguenti appuntamenti, che possono interessarvi, my movie-addicted Moviers.

Thank you for Smoking” (2005) – Giovedì 30, ore 21:00 – Smelly Modena – Ma vi si sovrappone a “L’industriale”, quindi non vale! 😉
A cena col diavolo” (1993) – Venerdì 31, ore 21:00 – Smelly Modena
Le mani sulla città” (1963) Sabato 1, ore 21:00 – Smelly Modena – E questo Marco Rosi NON vorrei proprio perdermelo
The Vagabond” di Charlie Chaplin & “One Week” di Buster Keaton – Venerdì 31 alle ore 21:00, in Via Oss Mazzurana – musicati dal vivo dalla Piccola Orchestra Lumière (io e il Fellow Pa ci siamo sparati lo spettacolo alla Filarmonica, l’anno scorso, divertendoci come dei PAZZI… Non perdetevelo!)

IL GRANDE GATSBY: “Il Grande Gatsby” narra la storia di un aspirante scrittore, Nick Carraway che lasciato il Midwest Americano, arriva a New York nella primavera del 1922, un’epoca in cui regna la dubbia moralità, la musica jazz e la delinquenza. In cerca del suo personale Sogno Americano , Nick si ritrova vicino di casa di un misterioso milionario a cui piace organizzare feste, Jay Gatsby, ed a sua cugina Daisy che vive sulla sponda opposta della baia con il suo amorevole nonché nobile marito, Tom Buchanan. E’ allora che Nick viene catapultato nell’accattivante mondo dei super-ricchi, le loro illusioni, amori ed inganni. Nick è quindi testimone, dentro e fuori del suo mondo, di racconti di amori impossibili, sogni incorruttibili e tragedie ad alto tasso di drammaticità. Uno specchio fedele dei nostri tempi moderni e delle nostre quotidiane battaglie.

L’INDUSTRIALE: Il quarantenne Nicola (Pierfrancesco Favino) è proprietario di una fabbrica sull’orlo del fallimento di una Torino nebbiosa e notturna, immersa nella grande crisi economica che soffoca tutto il paese. Ma è orgoglioso, tenace. Ha deciso di risolvere i suoi problemi senza farsi scrupoli. Sua moglie Laura (Carolina Crescentini, che aveva già lavorato con Montaldo in I demoni di San Pietroburgo) è sempre più lontana, ma Nicola non fa nulla per colmare la distanza che ormai li separa. Assediato dagli operai che lo pressano per conoscere il loro destino, Nicola avverte che qualcosa sta turbando l’unica certezza che gli è rimasta: il matrimonio. Ma invece di aprirsi con Laura comincia a sospettare di lei e a seguirla di nascosto. Tutto precipita…

GD Star Rating
loading...
GD Star Rating
loading...

Leave a Reply