Posts made in settembre, 2013

Let’s Movie CLXXXI

Let’s Movie CLXXXI

VIA CASTELLANA BANDIERA
di Emma Dante
Italia, 2013, 90’
21:15/9:15 pm
Martedì 1/Tuesday 1
Astra/Dal Mastro

Malevic Moviers,

È al “Quadrato nero” che penso quando esco dal cinema, martedì. Lo penso fra me e non lo dico, mi si prenderebbe per matta più di quanto non si faccia già 🙂
Non so se lo conoscete, “Il quadrato nero” (o “La vittoria sul sole”) di tal genio Kazimir Severinovich Malevic. E’ un quadrato nero ― facile farvelo immaginare, non c’è nemmeno bisogno che mi avvalga dell’abusata linkabilità. Questo artista non è conosciuto tanto quanto Kandinsky, Duchamp, e avanguardisti vari, per questo forse non lo conoscete. Ma credetemi quando vi dico che ha segnato una svolta nella storia dell’arte tanto quanto Fontana con i suoi sbreghi, o Picasso e le sue facce sbilenche.
Why Malevic? Perché martedì nel mio marmittone emozionale, dove tutto si mescola tracciando strane associazioni mentali, ho abbinato il film al quadro. Wong Kar-wai&Malevic, two peas in a pod, come si dice a Fregene. 🙂
A livello superficiale, livello studioaperto, l’associazione trova una facile spiegazione: “The Grandamaster” e un quadrato nero perché lo guardi e quello che vedi è il buio totale! 🙁
Fortunatamente noi perlustriamo altri gradi, non ci fermiamo al piano (Italia) uno. Dietro, anzi dentro, il Quadrato Nero di Malevic (1913) è scritto tutto il futuro dell’arte che sarebbe arrivata dopo: Rothko, Mondrian, Kounellis, Manzoni (non Alessandro, Piero): come avere sotto gli occhi un codice che contiene tutto quello che sarà. Dentro “The Grandmaster” c’è tutto (o comunque tanto) di quello che l’universo delle arti marziali contiene dal punto di vista filosofico. Il comune denominatore tra i due è la decifrabilità.
Prendete un tizio qualunque che vive nel 1914, abituato a paesaggi e nature morte, che si trova davanti un quadro completamente nero. Ora prendete una tizio qualunque che vive nel 2013 e che ha zero dimestichezza con il mondo marziale (tipo Board, per dire) e piazzatelo davanti a un’opera che parla di arti marziali ma parlando in realtà di tutt’altro… Ecco, quei due avranno la stessa reazione di spaesamento, di “ma-che-cavolo-sto-guardando?”.
“The Grandmaster” crea questo tipo di ostranenie (come diceva Sklovskj, Viktor mi pare). Sei consapevole di non guardare un semplice susseguirsi di combattimenti corpo-a-corpo ―per altro spettacolarissimi, e d’una grazia coreutica rara― ma non sai di preciso quello che stai guardando. Manca il codice. Come al tizio del 1914 davanti al quadrato nero.
Secondo il WG Mat, che non poteva proprio ignorare il richiamo “Hoooong Koooong”, la comprensione del cinema orientale, e nello specifico quello che ha per oggetto protagonista le arti marziali, necessita di una forma mentis diversa dalla nostra. E per una volta ―UNA :-)― ha ragione da vendere! Noi applichiamo delle leggi di causa-ed-effetto, siamo dominati da aspettative narrative tipicamente (imperialisticamente?) occidentali ―la storia da A a B, la causalità. Quando siamo difronte ad opere (in questo caso film) che procedono per linguaggi governati da dominanti altre rispetto alle nostre, che confidano nell’evocazione e nell’inferenza associativa più che nella deduzione logica, ci ritroviamo a correre dietro all’opera/film, sperando di acciuffarne il senso ―se non proprio tutto, almeno uno scampolo… Questa è stata la mia esperienza: alla fine sono uscita stremata ―Robin e il Mastro non hanno potuto fare a meno di notarlo… Ma sapete com’è, la bellezza struggente (di)strugge, e io accetto lo scotto e lo pago volentieri. 🙂
Anche le mie valorose Moviers sono rimaste abbastanza provate, ma non hanno dato cenni  di cedimento (gran tempra!):  la Movier Marie Thérèse l’Imperatrice ― che ho rivisto con gioia re(g)almente maxima, e che ringrazio anche per aver agito da ambasciator-non-porta-pena-bensì-liquirizie-rosse; la Movier Mailena ― ma dovrei dire Mailena in Capone, vista la sua nuova identità in cui Al non c’entra, ma il suo recente matrimonio sì :-); e la Fellow Chocolate ― che per l’occasione sol-levantina ha lasciato la boutique “Chez MART” e si è rifornita “Chez Kenzo”.
Se noi abbiamo arrancato non poco, il WG Mat, che di cinema orientale ne sa QUALCOSINA più di tutta la sala dell’Astra messa insieme, meditabondava, rigirandosi in testa quei codici verso i quali noi, famigerate boccheasciutte in fatto di cinema orientale, guardiamo con occhio sognante…
Come dicevo, la trama racconta il film di Kar-wai tanto quanto la lista della spesa di Caravaggio racconterebbe la sua pittura… Ridotta ai minimi termini: c’è lui, Ip Man, futuro maestro di Bruce Lee, che viene dal sud della Cina ed è per una certa tecnica di Kung-fu (non chiedetemi quale); c’è lei, Gong Er, figlia di un altro grande maestro di arti marziali della Cina del nord, che segue un’altra tecnica di Kung-fu (questa la so, i 64 palmi) e viene sconfitto da Ip Man. I percorsi di lui e di lei si incrociano nel paese natale di Ip Man, Foshan, all’epoca dell’invasione giapponese del 1936, incrociando scuole di Kung-fu diverse, amore, rivincita, e non aggiungo altro…. Questo è la trama, di massima. Letta? Ecco, ora aprite il dimenticatoio e gettategliela dentro. I fatti, a voler vedere, contano poco nell’economia del racconto. I veri protagonisti sono questi corpo-a-corpo esteticamente leggiadri eppure violenti, micidiali, che si fanno forieri di tutta una filosofia di vita (e morte) che porta l’atto fisico a livello gnostico. Non è le combat pour le combat, per dirla con l’estetismo. E’ il senso profondo iscritto nel Kung-fu, il cui scopo non è fare del male o vincere sull’avversario o esercitare il corpo, ma è far esercitare ed espandere la mente (ma allora anche Lez Muvie è un’arte marziale!!).
Leggo che il Kung-fu dovrebbe portare a una condizione simile allo Zen e che chi lo pratica in realtà cerca l’armonia con l’avversario, non il conflitto. Anche qui, vedete quanto è difficile, per noi, penetrare questo concetto? Noi partiamo dall’assioma gioco-di-mano-gioco-da-villano, non possiamo concepire che un combattimento sia in realtà una chiave d’accesso a una dimensione di pace. E se non capiamo questo, immaginate quanto complesso possa essere capire un’opera scritta attraverso questo linguaggio..
Dal punto di vista stilistico, “The Grandmaster” è un album ― e degli album ha la stessa forza nostalgica. Il regista blocca alcuni momenti salienti dell’epos ―perché “The Grandmaster” è epica ed epico― e li trasforma in vere e proprie fotografie ― bianco e nero, seppia, le distinguiamo immediatamente. Questa e varie altre scelte, come l’utilizzo di certi colori (il film sarebbe una seta argento, dovessi descriverlo in forma di tessuto), il senso di sospensione che si avverte, la palese citazione a Sergio Leone attraverso il tema principale e struggente della colonna sonora di “C’era un volta in America”, contribuiscono alla costruzione di un universo mélo sprofondato nella riminiscenza e nella nostalgia. C’è un che di melanconico proustiano nel film, e un gran discorso attorno al rimpianto, un tema alquanto tabù nella società occidentale: si tende a non confessare il rimpianto dacché implica un errore di giudizio e un lucido riconoscimento del medesimo (un po’ come Fonzie che non riusciva a pronunciare “Ho sbagliato”). Il film di Kar-wai muove in controtendenza e dice il non-detto; Gong Er a un certo punto confessa a Ip Man: “La mia vita è piena di rimpianti, e meno male. Una vita senza rimpianti è noiosa. Non mi vergogno a dirti che mi sarei presa cura di te. Ti ho amato”. Sentire tutto questo è doloroso per Ip Man, ma è doloroso anche nei confronti della loro storia: che avrebbe potuto andare in un certo verso, e invece ha preso un’altra direzione. C’è del dolore (tanto) nel riconoscere le occasioni perdute. Wong Kar-wai lo sa e lo scrive utilizzando immagini-dipinti d’una ricercatezza tale che a tratti sconfina forse nell’eccesso, ma che in genere testimonia la sua maniacale ricerca della perfezione scenica e fotografica ―ha dichiarato di aver pensato il film per 16 anni (16!) impiegandone poi 5 per realizzarlo… E bisognerebbe dedicare almeno un paragrafo ad ogni pensiero, ad ognuna di quelle verità filosofiche, che vengono proposti. Ma come si fa? Voi poi mi vi ribellate… Allora ne riporto solo due, e come il film, lascio a voi l’onere di interpretarle
“Perché se l’amore è come gli scacchi, allora vuol dire che un pezzo rimane fermo mentre l’altro deve necessariamente muoversi”. (paura…)
E queste sono parole di Bruce Lee, su cui per altro il film si chiude: “Un artista marziale non vive per. Semplicemente vive”.
Un certo Jean Paul Sartre strizza l’occhio, laggiù…

Quanto ci sarebbe ancora da dire?? Troppo, e noi abbiamo una piccola media impresa da mandare avanti, quindi lasciatemi prendere la macchina aziendale e impostare il navigatore su

VIA CASTELLANA BANDIERA
di Emma Dante

Il film, lo sapete, ha suscitato plausi e applausi all’ultima Mostra del Cinema di Venezia. Ha inoltre valso la Coppa Volpi per la miglior interpretazione femminile a Elena Cotta, ottantenne vispissima e di gran talento ― pensate affiancarle Geraldine Chaplin ed Emmanuelle Riva (quella di “Amour”) e fare una versione “geronto” delle Charlie’s Angels… Il trio Liu-Diaz-Berrymore finirebbe dritto dritto in mobilità…
Non mi pare necessario aggiungere altro per convincervi che “Via Castellana Bandiera” non è un film, quanto un imperativo categorico, and you Kant ignore it 😉 Quindi, without further ado, come dice Emenim-mon-amour**, vi lascio riflettere sul total-black maleviciano, vi ringrazio (oggi tanto tanto, sono stata un sacco philippedaverio con il total-black maleviciano), vi impongo il Movie-Maelstrom pieno di cine-goloserie, vi dispenso dal riassunto e vi saluto con dei saluti suprematisticamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

** http://www.youtube.com/watch?v=IdS3WVYr834 …a voi trovarlo 😉 (and Mic, enjoy :-))

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Dunque visto che questa settimana entra in vigore la legge “O troppo o nulla”, alias “O 1000 film da vedere o zero” a seguito del quale il decreto “Austerity” dell’estate 2013 decade ufficialmente , avrei bisogno di quintuplicare la programmazione lezmuviana! Dal 30 settembre all’8 ottobre il Mastro e lo Smelly ospitano infatti la 6a Edizione delle Giornate della Mostra, una selezione di film tratti dalla 28ª Settimana Internazionale della Critica della Mostra del Cinema di Venezia.
Consultate il programma qui http://www.crushsite.it/it/notizie/avvisi-comunicati/2013/le-giornate-della-mostra-6a-edizione-la-settimana-della-critica-a-trento.html e servitevi pure! 🙂 Non escludo di scegliere qualche titolo per un prossimo Let’s Movie ― anche se il prossimo, ve lo anticipo, sarà “Sacro GRA”. 😉
Per questa settimana però mi accontento di raddoppiare la nostra programmazione lezmuviana: DEVO/DOBBIAMO vedere assolutamente “Bling Ring” di Sophia Coppola, prima che lo Smelly Modena detto anche il Marrano lo tolga…
Quindi per chi volesse servirsi doppia porzione lezumiviana (slurp), e vedersi la Coppola con me, mi troverà allo Smelly Modena, domani, lunedì 30, intorno alle 21:59… Chissà, magari qualcuno di voi è un cine-ghiotto come me e proprio proprio non può resistere alla tentazione… 😉

VIA CASTELLANA BANDIERA: Palermo, domenica pomeriggio. Due auto si trovano una di fronte all’altra; alla guida, due donne. Nessuna delle due intende cedere il passo. Da questo incontro minimo, un intero cosmo di relazioni, famiglie, sentimenti, si prepara a esplodere, testimone di un duello femminile ostinato e senza tempo per bere, mangiare o dormire, che arriva alla notte, e forse oltre. Il debutto al cinema di una firma di punta della scena teatrale europea.

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Let’s Movie CLXXX

Let’s Movie CLXXX

THE GRANDMASTER
di Wong Kar-wai
Hong-Kong, 2013, 133′
Martedì/Tuesday 24
Ore 21:00/9:00 pm
Astra/Dal Mastro

Marte Moviers,

Ogni giorno porta un dio in petto, e noi ci scarrozziamo l’abbinamento per 54 settimane all’anno. Credo che basti per farcelo entrare in testa. Il fato ha voluto che Lez Muvi cadesse di martedì, e in effetti il giorno è partito sul piede di guerra. Fastidiose divergenze d’opinioni con l’Agenzia delle Entrate, un’interlocutrice rinomatamente avversa a qualsiasi forma di dialogo costruttivo. Poi certo tutt’una sfilza di altre questioncine/one che tutti voi avrete sicuramente vissuto e che non vale la pena di rivivere in questo nostro angoletto di sogno. Qui no, please. Qui c’è Venere che gioca a racchettoni con Saba ― mitologicamente il weekend nasce da del fun divino su una spiaggia letteraria, sicuramente lo sapevate, no? 😉 Tutto il resto che giunge sospinto qui dal noioso mondo della ferialità non è che un brusio verso il quale noi Moviers rivolgiamo orecchie da mercante…
E poi guardate, ho capito questa cosa. L’ho capita mercoledì ―giorno riservato mitologicamente a Mercurio, quello in fissa coi termometri. Mercoledì Mr Google festeggiava il 194esimo anniversario dalla nascita di Foucault con un doodle a forma di pendolo, c’avrete giochicchiato tutti immagino. Di Foucault, costretto a letto da una malattia che poi l’avrebbe portato alla morte, si racconta che si fece sistemare, proprio accanto al letto, uno specchio per osservare le stelle.
Per tutti gli skazzi che i giorni possono riservarci, per tutti i troubles, per tutte le delusioni, vere-presunte-assunte, per tutti i piedi storti e passi di guerra, per tutte le fette biscottate che cadono dal lato marmellata, per tutte le pozzanghere schizzate sull’abito immacolato, per tutti i no, per tutti gli abbracci rotti (non spezzati, Almodovar mi chiederebbe i diritti), per tutto quello che vorremmo fosse e poi non è, per tutto questo, c’è un Foucault in fin di vita con uno specchio sul comodino per guardare le stelle… Mi sono fatta un appunto mentale: non dimenticarti mai dello specchio per le stelle di Foucault.
E arrivo un po’ sommessa dal Mastro, con quella faccia un po` cosi,’ quell’espressione un po’ cosi` che abbiamo noi prima di andare a Lez Muvi in un martedì di guerra dichiarata (e qui sì dovrò pagare i diritti alla Donzelli, e a Jannacci). Là davanti però c’è il WG Mat, lo vedo svettare sul marciapiede: ha tutta l’aria del Nanga Parbat, ma in realtà è il nostro campo base. 🙂 Il Mastro è lì, e con lui Robin. E il fatto che ci siano, che occupino sempre quello spazio, anche quello fa l’effetto dello specchio per le stelle di Foucault.
“L’arbitro” rientrerà nella categoria “non è tutto sto film”/ sottocategoria ottimistica “senza infamia senza lode ma se non altro di qualità”/ sottocategoria pessimistica “se proprio proprio non vuoi buttarti sul docu-reality degli One Direction”…
“L’arbitro” è uno spin-off di un cortometraggio, come m’informava il Mastro. “Spin-off” forse non è il termine più corretto. È una propaggine di un corto… un corto sottoposto a stretching. Ma come tutti gli elementi sottoposti a stretching, essi permangono in uno stato di sforzo costante (è fisica applicata, Moviers, non guardatemi con quell’aria da Lorenzo con cui Guzzanti guardava la Dandini). E questo è evidente. Il corto era la mise perfetta; il lungo, meglio non infilarlo… Il regista però l’ha infilato, aggiunge minuti su minuti, ma tenendo invariata la quantità di materiale. E per riempire il tempo in più, si lascia andare alle scelte manieriste, le inquadrature da cinema di qualità che piace tanto a una parte della critica che scriverà cose tipo “rappresentazione epica e insieme grottesca, astratta e insieme concreta, di una condizione universale”…
Diciamo che è un film che non racconta una vera e propria storia, ma esibisce una serie di situazioni e soprattutto personaggi che, per il modo in cui sono tagliati e ben interpretati, tendono a rimanere impressi nella memoria. Come Cruciani, “il Principe”, alias Accorsi, l’arbitro perfettino che dai fasti di una semifinale europea, finirà ad arbitrare un campionato di dilettanti nella Sardegna profonda di matrice aiò. Oppure Pannofino, un Byron Moreno (e il personaggio si chiama proprio così, Moreno) che più Byron Moreno di così non si può ―e tutti lo ricordiamo, Byron Moreno, vero??
Io, più che alle vicende sul calcio ― il film sostanzialmente racconta della rivalità tra due squadre amatoriali sarde, L’Atletico Pabarile e il Montecastru― mi sono divertita un sacco davanti al corteggiamento molto buffo tra Matzutzi, la stella dell’Atletico Pabarile, e la fioraia del paese, una Geppi Cucciari davvero insospettata. I due rappresentano un po’ quel misto indefinibile di tenerezza, scontrosità e dinamica gatto-topo tipica dell’uomo cotto e della donna cotta che si cercano e si negano, si ricercano e si sfuggono e alla fine, si spera, soccombono.
Insomma, io tutta questa cosa del “calcio metafora della vita” non l’ho proprio trovata, nonostante l’esplicita dichiarazione di poetica rivolta in questa direzione all’inizio del film: “Tutto quello che so della vita, l’ho imparato dal calcio”, citazione by Albert Camus ― bah, io pensavo che lo sapesse grazie a Plotino, Sant’Agostino, e un po’ di sisifiano esistenzialismo, ma evidentemente sbagliavo. Non ho trovato nulla che tendesse all’universale. E il bianco&nero non serve in questo senso.
A proposito di bianco&nero. Mi sono chiesta chenne sarebbe stato del film se si fosse deciso di lasciargli i colori. Probabilmente sarebbe passato inosservato ―e qui s’è concordato tutti, a fine proiezione. E allora mi chiedo (one more time), un film può poggiare solo su quello, su una forma, quando il contenuto, strucca-strucca (=stringi-stringi), non (sos)tiene? Not that hard to tell… Per quanto il bianco&nero sia appealing, esteticamente molto accattivante nonché abito stilistico perfetto con cui rivestire l’arbitro (portatore sano di divisa black&white), non può sor(reggere) tutt’un film. Se prendiamo “The Artist”, capolavoro 2012 che ha riportato il bi-color in auge, vedremo che il bi-color era supportato da una storia travertina da raccontare… Utilizzare il bianco&nero per sedurre lo spettatore, oppure per proiettare il film in un senza-tempo, così come inframezzare l’esile tramolina del film con momenti-sospensioni in cui due pastori siedono sulle rocce e si pongono domande nonsense alla Didi e Gogo (“L’hai visto Gavino?” “No” “l’hai visto Antoneddu?” “Nemmanco”), non bastano a muovere il film in una dimensione cui platealmente aspira. “L’arbitro” rimane per terra, ancorato alle terre sarde,e ai personaggi grotteschi e spiritosi ma sostanzialmente macchiette; non c’è niente di male in questo. E di certo è piacevole farsi due risate su un oggettino ben confenzionato. Ma non vi aspettate di trovare l’oro in bigiotteria…

Hoooong-Koooong…
Ah l’avete sentito il rintocco??? Annuncia il prossimo Let’s Movie!

THE GRANDMASTER
di Wong Kar-wai

Un’errata corrige pubblica a effetto gogna mediatica ai danni del Board: non ho visto “In the Mood for Love” ―il WG Mat starà gongolando tutto ora. Lo confondevo con “My Blueberry Nights – Un bacio romantico” (2007), che comunque è pur sempre di Wong Kar-wai, quindi non sono proprio così rimbamBoard come pensavo. S’era visto pure “2046”, ma non il succitato (“succitato” è osceno!) “In the Mood for Love” che risulta essere il suo capolavoro. Wong Kar-wai è uno di quei registi, insieme a Kiarostami, Kim Ki-duk e Malik, il cui esubero di kappa vi farà guadagnare punti su punti in qualsiasi universo cinéphile vi capitasse di trovarvi. In contesto Bar Sport, di contro, vi si guarderà con un misto di sospetto e commiserazione, sia per l’esubero di kappa che per il titolame dei loro film quanto mai improponibile. Dato che noi Moviers oscilliamo tra universi cinéphile e Bar Sport, ho pensato bene di puntualizzare. 🙂
E anche per stasera, miei Fellows del dì di festa, sono arrivata al capolinea. Proseguirei su questo binario eh, e vi farei visitare ancora qualche posticino, ma dato che non voglio vedervi gettare dai finestrini (che è pure vietato), vi saluto, imponendovi la lettura presidenziale del Movie Maelstrom e il boicottaggio del riassunto.
Accettatemi anche questi saluti però, stasera divinamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Dedico tutto il whirpool del Movie Maelstrom e anche di più al Fellow Presidente, per avermi inviato le sue impressioni post-proiezione su “Rush”, l’ultimo film di Ron Howard (al secolo Ricky Cunningham), la cui uscita attendeva con presidenziale trepidazione sin da luglio.
Ebbene, il Fellow m’ha mandato le cosidette “impressioni fresche fresche a caldo” (principio del conflitto termico, sempre fisica, Moviers) che vi riporto di seguito, con non poco orgoglio:

“Il primo tempo è un polpettone informe, né cronaca né romanzo (5), una sorta di happy days della Formula 1. Il secondo tempo il fim prende corpo, è fedele alla realtà, scava nei sentimenti (7). Finale scontato ma commovente (6/7). Un 6+ finale ma solo perché sono appassionato della Formula 1 e per lo sforzo. Si poteva fare di meglio”.

Con questa dote naturale di sintesi, il Fellow sarebbe un Board perfetto per voi Moviers, amanti delle lunghezze twitter, ma essendo lui un “Presidente”, si presenterebbe un caso di conflitto d’interesse ― come avrete capito Lezmuviland non segue il costume italiano in base al quale un Presidente, chessò di un Consiglio, può anche amministrare un’“azienda privata attiva nell’ambito dei media e della comunicazione” chessò una Mediaset… Quindi mi sa che per board vi tenete il Board. 🙂 🙂
Ora, dopo un servizio da inviato speciale così (ma li avete notati i voti?!? Cioè, i voti!), ditemi come possa io NON adorare i miei Moviers, no, ditemelo… 😉

THE GRANDMASTER: La biografia di Ip Man, il famoso esperto di arti marziali che allenò l’adolescente Bruce Lee. Il film racconta il giovane Ip, iniziato alle arti marziali dal maestro Chen Heshun. Tra le sfide più ardue che Ip sarà chiamato ad affrontare, vi è quella contro Gong Er, la figlia di Gong Yutian, nobile che il giovane ha battuto. La ragazza desidera, infatti, vendicare il padre e riabilitare la reputazione del proprio clan, affrontando la misoginia che la circonda e tentando di mettere a tacere persino l’amore che prova per Ip.

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Let’s Movie CLXXIX

Let’s Movie CLXXIX

L’ARBITRO
di Paolo Zucca
Italia, 2013, 90′
Martedì 17/Tuesday 17
21:30/9:30 pm
Astra/Dal Mastro

Marcovaldi Moviers,

Che sarebbe giusto giusto bastato un filmetto dignitoso, un “Vuoti a rendere” o un “Alì ha gli occhi azzurri”, non un “Confessions” o un “Pietà”, uno mica va a scomodare i mostri (sacri) dell’ultima cinematografia vissuta, uno mica vuole la luna come berTciava la Berté. Ci facevamo andar bene anche una di quelle pellicoline non troppo pretenziose, ma che ti stuzzicano la voglia, tipo “Pollo alle prugne”, “La bicicletta verde”. Anche mediocre, via, un “Mammuth” qualunque. Tutto era talmente paradisiacamente celestialmente da trip post-mescalina che avrei accettato anche la monotematicità ozpetekiana (be’ insomma, andiamoci cauti con quella…). Ma certamente non poteva andare così. Che tutto non può essere perfetto, mai, non può esserlo per via dell’umano esistere, che si sa, è un cencio di sete rattoppate.
E lo so già da subito, lo so che tutto quello in cui m’imbatto lunedì sera dal Mastro è troppo dela serie “Eccoti nel paese dei balocchi, Board, welcome”. Lo so già da quando il Movier TT, collasssato sul divano dopo una giornata provante, trova il fegato e la forza e la follia di arrancare fuori casa, salire in macchina e dirigersi all’Astra. Lo so quando trovo il Mastro e la Lady Mastrantonio sul limitare del bancone, coordinati come un direttore e un’orchestra, e ci scambiamo delle chiacchiere, facciamo le pulci alla Mostra del Cinema di Venezia, cassiamo Caio e tifiamo tizio. Lo so quando vedo la Fellow Chocolate che voleva vedere “L’intrepido” e ha sintonizzato il desiderio sulle frequenze di Radio Lezmuvi in modo da vederlo insieme a noi, e lei, la Fellow, ha un vestito che secondo me è un Depero ―non gliel’ho detto ma appena l’ho vista ho pensato, la Chocolate si rifornisce al MART, quell’azzurro su quel verde è un Depero, sure as hell :-). Lo so quando vedo il Fellow Andy the Candy sbucare dalla porta, come il Cappellaio Matto di Alice, ma senza cappello, facendomi sopreson sorpesona perché mica me l’aveva detto che sarebbe venuto ―e io penso fra me, questa è la specialità dei Moviers, essere dei cavolo (enfatico/giammai scorbutico) di Cappellai Matti. 😉
Lo so quando il WG Mat arriva sul filo del rasoio, che non è il suo nuovo mezzo di trasporto, ma la sfida lanciata ogni volta all’orologio, che ogni volta riesce a vincere, bucando il buio della sala. Sfida raccolta anche dal Sergente Fed FFF, per il quale ormai il last-seconding è diventato disciplina prediletta –con grande stima di quell’early-bird che è divenato il Board. Lo so quando il Mastro mi concede l’onore di fare play (MAMMAMIA!!), e per me fare click col mouse su un tab non è fare click col mouse su un tab: è prendere la pellicola farla scorrere nel supporto del proiettore, e siamo esattamente nel 1920, la Guerra è finita da un po’, e io sono il garzone tuttofare del Cinematografo Astra, ho la testa fra le nuvole tutto il tempo, vesto come Charlot non per stile ma per stenti, e guardo i cinegiornali dal bugigattolo dell’Astra bisbligliando commenti al vetriolo con il bisnonno del Mastro. 🙂
Insomma, faccio play (ribadisco infinita riconoscenza al Mastro per avermi permesso di rischiararae il buio della sala con la luce dell’arte), e siamo in sei della squadra lezmuviana. Sei in un lunedì sera, con solo un giorno di tempo per organizzare l’agenda settimanale. Sei, faccio notare, è un risultato da qualificazione ai quarti, come dicono i linguisti dello sport. Quindi lo so che mi devo aspettare stormi d’uccelli neri, giusto questione di tempo.
E infatti, eccheteli lì…Sono bastati 4 minuti. Quelli che precedono i titoli di testa. Il film muore lì, prima di nascere. Si può scrivere e dire tutto in quattro minuti? Sì, risponde Gianni Amelio. In quello spazietto lì capiamo tutto del personaggio, Antonio Pane. Già il cognome basterebbe. Buono come il. Di mestiere Antonio fa tutti i mestieri: sostituisce i lavoratori che non possono presentarsi al lavoro. “A me piacciono tutti i lavori”, commenta zuccheroso all’inizio del film, mentre massaggia ―Cristo contemporaeno col Lasonil al posto dell’acqua― il piede gottoso dello strozzino che lo assolda per le prestazioni occasionali. E lo spettatore (nel 78% dei casi un CoCoPro, un precario o un poverodiavolo qualsiasi in balia di Adecco&ManPower) ha il primo violento sussulto di nausea: no, a te non possono piacere tutti i lavori, non può piacerti pulire gli stadi o poolivaporizzare il mercato del pesce, a te non può piacere vivere costantemente nella precarietà, e se tu favoleggi la precarietà, be’ allora sei proprio lontano anni luce da me, e chi ti ha creato non aveva in testa il mondo lavorativo di oggi, ma ha saccheggiato alla grossa Calvino, ha preso uno dei suoi personaggi più riusciti, il magno Marcovaldo, e ha cercato di clonarlo, non riusendoci, giacchè Marcovaldo è unico nella sua malinconia pre-fantozziana e nel suo buffo alienarsi dalla dimensione urbana in cui si trova.
La vita di Antonio cavalca il pietismo, punta alla parabola del povero cristo calpestato dal mondo che, nonostante i 43 pianta larga del mondo piantati in faccia, affronta la vita con il sorriso sulle labbra da “sempre GRATO mi fu quest’ermo colle”.
Antonio ha pure un figlio, talento del sassofono, con cui ha un rapporto da 9 in graduatoria Raffaelemorelli ―un figlio buono anche lui, con qualche attacco di panico qua e là, e quel tocco di tormentato per distinguerlo dal buono tout-cour del padre. Poi naturalmente non poteva mancare la tragedia: Antonio stringe amicizia con una ragazza depressa che fatica apparentemente a sbarcare il lunario. In circostanze funeree ―indovinate un po’ quali mai potranno essere, le circostanze funeree, con lei perennemente sull’orlo di una crisi di nervi?!― si scoprirà essere Sharon Zampetti sotto mentite spoglie (Sharon Zampetti, per chi non ne sapesse di Terza C, sta per “rampolla di ricca famiglia”).
E la nausea monta e monta: un conto è leggere il Libro Cuore quando hai 12 anni, un conto è ritrovarti davanti la versione cinematografica 2013 della piccola vedetta lombarda e del piccolo scrivano fiorentino…Ed è un gran peccato, lo si diceva anche con il Movier TT (che non mi perdonerà mai per averlo sottratto al divano per vedere questo! :-().
Viviamo un momento storico in cui il riciclo è diventato un’arte: oggi riesce chi riesce a ricollocarsi nel mondo del lavoro, ovvero, prendere quello che ha studiato e sognato di fare da giovane e cercare di pigiarlo il più possibile dentro gli schemi rigidi che il presente lavorativo ti propone/impone. La figura del rimpiazzo, del tappabuchi, è una fanta-perversione professionale che potrebbe inquietantemente trasformarsi in realtà. Investigare (e investire) cinematograficamente su questo, anche attraverso un personaggio comico, avrebbe potuto riservare felici sorprese… E invece, ciccia…
Dicevamo la settima scorsa che un film non dovrebbe permettere al mio reale di penetrare il reale della storia. Be’, io non solo ho pensato a Tokyo 2020 e pure all’ipotesi di Roma 2024, alle tasse record ottobre 2013, alla Posta che mannaggia il giorno dopo mi chiudeva troppo presto, ma sono arrivata a un certo punto in cui avevo un unico desiderio che mi martellava in testa: Antonio, diventami bastardo, please! Anche poco eh, uno sgarbo, una cartaccia buttata per terra. Qualsiasi cosa pur che ti levi dalla faccia quell’aria da Vergine addolorata di Castelpetroso.
L’intrepido del titolo ovviamente è lui Antonio Pane, eroe-antieroe dei nostri giorni perché in grado di accettare tutto quello che arriva, bello, brutto, non importa, sempre con il “sorriso sulle labbra”…Bah…Io non azzarderei facili e fuorvianti classificazioni…. Il CoCoPro che accetta clausole strozzine e poi s’inKazza è trepido o intrepido? E il talento che zittisce la propria indole e si piega alle necessità del mercato?
L’elogio del capo chino strizza l’occhio all’apologia del pugno chiuso…

Mi spiace per Albanese, che tanto ci piace, e che qui purtroppo ci dispiace troppo.
Mi spiace pure per Charlie Chaplin, immeritatamente scimmiottato in una scena gratuita e ridicola che voleva omaggiare “Tempi moderni”.
A Gianni Amelio consiglio di rivedere “Giorni e nuvole” e “Qualunquemente” per prendere visione del giano bifronte Albanese in due contesti opposti dove si parla di lavoro. E poi aggiungo, ‘Ah Gia’, ma chemmmai combinato stavolta?!?” 🙁
Speranzosi pel futuro, vediamo di riprenderci e proporre

L’ARBITRO
di Paolo Zucca

Ma da quanto tempo è che non ci si beccava con Stefano Accorsi al cine?? Escludendo i soliti ultimi baci e romanzi criminali, dico… Mmm, fatemi frugare tra i minori degni di massimorispetto…”Santa Maradona”, “Provincia meccanica”, senz’altro, e anche quello in cui lui era Dino Campana, e lei (Laura Morante) Sibilla Aleramo…”Un viaggio chiamato amore” (peccato per il titolo). E naturalmente il Maxibon, che anche quello era un po’ cine.
Il film è stato presentato all’ultima Mostra del Cinema di Venezia e io lo propongo per il bianco&nero…
No scherzo..
Lo propongo perché gli unici altri arbitri della storia del cinema che mi vengono in mente sono Lino Banfi e Lando Buzzanca, e mi piacerebbe sostituirli…
No scherzo…
Lo propongo perché di sì.
Mi sembra una motivazione sufficientemente motivante. 🙂 🙂

Alla Honorary Member Mic chiedo gentilmente di rispulciare la programmazione vicetina e cercare il film di Zucca per un altro Let’s Movie-in-Sync. Non dovesse trovarlo, approviamo qualsiasi forma di okkupazione cinematografica voglia organizzare ai danni delle sale venete… Be an A.C.A.B. Mic! 😉

E mi par d’aver detto tutto. In realtà ritornerei indietro e aggiungerei ancora qualcosina su “L’intrepido”, ma sarebbe come sparare sulla crocerossa e noi siamo contro le armi, pur non avendo nulla contro la crocerossa, quindi non possiamo proprio.
Allora riassunto inutile giù da basso, ma niente Movie Maelstrom (per farvi sviluppare una sana mancanza di), e saluti calvinisticamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

L’ARBITRO: L’Atletico Pabarile, la squadra più scarsa della terza categoria sarda, viene umiliata come ogni anno dal Montecrastu, la squadra guidata da Brai (Alessio di Clemente), arrogante fazendero abituato a vessare i peones dell’Atletico in quanto padrone delle campagne.
Il ritorno in paese del giovane emigrato Matzutzi (Jacopo Cullin) rivoluziona gli equilibri del campionato e l’Atletico Pabarile comincia a vincere una partita dopo l’altra, grazie alle prodezze del suo novello fuoriclasse.
Le vicende delle due squadre si alternano con l’ascesa professionale di Cruciani (Stefano Accorsi), ambizioso arbitro ai massimi livelli internazionali, nonché con la sottotrama di due cugini calciatori del Montecrastu, coinvolti in una faida legata ai codici arcaici della pastorizia.
Matzutzi riesce a fare breccia nel cuore di Miranda (Geppi Cucciari), la figlia dell’allenatore cieco Prospero (Benito Urgu), mentre l’arbitro europeo Cruciani si lascia coinvolgere in una vicenda di corruzione che lo porterà in un attimo dalle stelle alle stalle: viene infatti colto in flagrante ed esiliato per punizione negli inferi della terza categoria sarda.

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Let’s Movie CLXXVIII

Let’s Movie CLXXVIII

L’INTREPIDO
di Gianni Amelio
Italia, 2013, 104′
Lunedì 9/Monday 9
Ore 21:30/9:30 pm
Multisala Astra/Dal Mastro

Fermat(emi) Fellows,

Una precisione materialmente matematica per non dire geograficamente svizzera, esalta il Let’s Movie di martedì, per altro minacciato (no-togliete-una-sillaba) minato dai cambiamenti d’orario che hanno impedito a Fellows esimi quali la Junior, il WG Mat, Andy The Candy e il Movier TT di dirottare la loro serata in zona Smelly Modena ― i film alle 8 pm pagaiano contro ogni umana forma di calendarizzazione del leisure-time di ognuno di noi. 🙁
La precisione è quella mia e della Honorary Member Mic, che ce ne infischiamofrancamente della distanza TN-VI, ci sincronizziamo con sale, orari e whatsapp, e realizziamo il primo vero wow-wow-wow Let’s Movie In Sync della storia! Contro i gestori dei cinema vicentini ha funzionato la strategia “Scaring-Hell-Out-Of-Them” (SHOOT), e così la Mic ha potuto vedere “In Trance” al Cinema Roma di Vicenza (noto d’ora innanzi anche come il Romanino ―viste le dimensioni arrietty delle sale― da non confondersi con il Porno Roma, il nostro scandaloso di Trentoville) mentre noi Moviers lo guardavamo allo Smelly (semper lù).
Ora, perché mai la faccio tanto lunga su questo punto? La faccio tanto lunga su questo punto perché 1. Sono il Board, e considero la brevità una cripto-minaccia della società webbizzata affetta da crono-deficienza in cui viviamo (ollà, l’ho detto); 2. Quando esorto i Moviers sparsi in giro per l’Italia a vedere i film, il mio sincero augurio sarebbe che ci andassero, il mio sogno proibito che ci andassero in contemporanea con me. 🙂
Avevamo già avuto modo di affrontare il fenomeno flash-mob al tempo di “Rocky Horror Picture Show”, lo scorso ottobre, quando organizzarono quello abbastanza casalingo (checché cute) qui a Trentoville. In realtà i veri flash-mob, quelli “seri” e pianificati in grande, hanno come molla e motore la simultaneità in più punti del mondo: succedere in posti diversi, coinvolgendo gente diversa e lontana, ma resa uguale e vicina perché unita dalla stessa esperienza, e spinta dallo stesso “drive”. Questa modalità di espressione+condivisione mi affascina terribilmente, quindi l’aspirazione massima lezmuviana ― che ahivoi riflette le mie terribili fascinazioni 😮 ― tende proprio al sincronismo, attraverso il quale si realizza l’empatia dell’esperienza cinematografica. Al cinema, naturalmente. La dimensione della Sala, e non del salotto (!), è necessaria ― i cartelli sparsi per il pratoinglese lezmuviano dicono “No couch-potatoeing, please”, e i tuberi non c’entrano.
Ebbene stavolta io e la Mic ci siamo riuscite. Chissà che L’In-sync non prenda piede, inaspettatamente, miracolosamente…E non eravamo sole! Dopo aver incontrato per puro caso in zona Smelly il Non-Movier Marchese, noto cane sciolto amante del cine ma insofferente alle mailing-list ―insomma, un perfetto cinefilo cinofilo― e averlo introdotto al suo primo Let’s Movie, ecco già posizionata in penultima fila la Fellow Giuly Jules, che trovo in forma fit-for-fun dopo aver gestito con scioltezza il primo giorno di nido del mini-Movier Pablito ― e scusate se è poco. Lì accanto a lei, la sua mammy, che pur di accompagnare la figlia al cine, s’è persa la danza di OrienteOccidente (sicuramente pentendosene!) ― adesso, dopo averla vista, capisco da dove la Jules abbia preso il portamento… Stirpe giulia mica pe’ gniente. 😉
Dunque io e la Jules, e anche la Mic-in-sync, abbiamo apprezzato “In trance” ― il Marchese no, ma lui ha il palato complicato mentre noi siamo orgogliosamente di bocca buona. 🙂 Credo che ci sia piaciuto per via di una piacevole combinazione di ritmo e gioco cerebrale che ti tiene fisso alla poltrona e non ti lascia il tempo di pensare ad altro. Vedete, anche quello è un aspetto che un film non dovrebbe mai ignorare: mantenere il cervello occupato e il corpo in tensione. Perché quand’è che i film ci annoiano? 1. Quando lasciano il tempo alla mia realtà di penetrare la realtà del film, riportandomi agli impegni del giorno dopo, a Tokyo 2020, alle tasse record ottobre 2013, e alla Posta che mannaggia mi chiude presto e domani non arrivo… 2. Quando le mie sinapsi sonnecchiano invece di ballare la break. 😉
Il film di Danny Boyle ci è riuscito. Il ritmo incalzante batte sin dal primo minuto e non molla il film. E qui vediamo la scafataggine del vecchio-boyle-di-mare, che fin da Trainspotting, passando per Slumdog Millionaire e 127 ore, sa quanto sia cruciale la musica nell’influenzare lo scorrere di un film. Sin dal primo minuto si alternano suoni psico-drammatici e martellanti ― e forse sono loro che ti inchiodano lì ― come questo http://www.youtube.com/watch?v=KgyfAvpQDmA; visionari e baustelliani come il pezzo di Moby, http://www.youtube.com/watch?v=0JSVaSpD9xo, e brani seducenti e felini, come questo, che regalo al WG Mat e a Mario Il Menagramo, perché a loro “Sandman” sta gaimanamente a cuore, http://www.youtube.com/watch?v=GUuG1OMTRUg. 😉

La trama è avvincente, come si scriveva una volta nei temi d’italiano. Per quanto non originalissima: questo Simon (che è James McAvoy, che è il tipo di “Espiazione” e “L’ultimo re di Scozia” ― tra i due scegliete la Scozia ;-)) fa l’assistente di una casa d’aste, e il gambler a tempo perso. Per saldare i debiti di gioco accumulati, si unisce a una banda capeggiata dal boss Frank (che è Vincent Cassel, quello che fa discretamente impazzire la Jules e il Board, ma non più la Bellucci a quanto pare…tracciate voi eventuali collegamenti tra i due fenomeni… ;-)), e architettano il furto di un Goya d’inestimabile valore. Durante la rapina viene però colpito alla testa e quando si risveglia non ricorda nulla di nulla: l’amnesia ha cancellato pure il ricordo del luogo dove ha nascosto il quadro rubato. Quindi Frank lo manda da un’ipnoterapeuta, e qui, apriti cielo! L’ipnoterapeuta è una Rosario Dawson di una bellezza da attentato coronarico! C’è una scena in cui la si vede nude-look (e intendo proprio nude-nude-very nude), che secondo me ha fatto partire qualche valovola mitrale ai pochi uomini presenti in sala! Cioè è talmente tanta in ogni dove del suo corpo da non sapere da che parte orientare lo sguardo per abbracciarla tutta, complimenti a mamma Dawson (anche se però, chiamarla “Rosario”, signoramia)… E volete che un’ipnoterapeuta del genere lasci indifferenti Simon e Frank?? Of course not…
Tutto è complicato poi dai due binari su cui il film viaggia. Da una parte c’è il rimosso di Simon relativo al quadro da portare alla luce, e dall’altra c’è il suo rimosso sentimentale. E qui non posso svelarvi troppo altrimenti vi tolgo il godimento del film… Sappiate comunque che l’ipnoterapeuta è coinvolta… Così come in questo film è coinvolta la trama di  “Se mi lasci ti cancello” di Michel Gondry, a mio parere ben più di “Inception” di Christopher Nolan, a cui il film è biologicamente legato da un’affinità strutturale più che patente. Il film di Gondry e quello di Boyle condividono l’ipotesi dell’oblio come strumento di auto-salvazione da una situazione sentimentale che ad un certo punto si è (cor)rotta: la soluzione proposta è cancellare i ricordi, e con essi, l’amore e il dolore, dalla propria memoria. Ma non è così easy-easy….La conoscenza di noi stessi è strettamente legata al ricordo. E infatti a un certo punto del film la dottoressa lo dice: “Conoscere se stessi è ricordare se stessi. Noi siamo la somma di quello che abbiamo detto, fatto, vissuto e provato”. Se noi rimuoviamo, finiamo per agire di transfert in tranfert e per confondere verità e menzogna, reale e cerebrale ― che poi è quello che succede in “In Trance”.
I due film, quello di Gondry e Boyle, sono gemelli anche nella struttura a incastri che offrono e nella modalità non-lineare con cui alternano dimensione cerebrale e dimensione reale, e lo sconfinamento dei piani rappresentativi gli uni negli altri. Ma certo il film di Gondry è una piccola chicca di cinema d’autore (passato in sordina in Italia anche per colpa di un titolo dalle tinte demenziali che snatura la poesia di Alexander Pope da cui Gondry aveva preso in prestito il verso, “Eternal Sunshine of the Spotless Mind” per il suo titolo). Il film di Boyle aspira forse a una profondità che quello di Gondry e Nolan raggiungono, e forse si compiace un po’ troppo dello psycho-puzzle che porge allo spettatore. C’è anche un certo lasciarsi prendere la mano nello splatter gratuito, come la scena “cerebrale” in cui un colpo di pistola spappola metà testa di Frank ― del resto, che Boyle sia sensibile al fascino dell’effetto speciale è ben noto (si veda “127 ore”), ma ci può stare. Quello che magari può non starci troppo è il ricorrere al solito espediente della botta in testa, della perdita della memoria, e delle conseguenze delle ossessioni sull’individuo ― l’amore come ossessione, il gioco d’azzardo, il danaro… Magari gli sceneggiatori potevano stupirci un po’ di più, ragionare più in termini gondryani o nolaniani ― l’invettiva di “Inception, così come quella di “Se mi lasci ti cancello” sono ben altre.
Ma sapete checcè? Io, nonostante questi limiti, lo promuovo. Anzi, lo promuovo proprio per questi limiti. Perché mi dimostra che le pagelle hanno tanti riquadri da compilare, e se da un lato posso scrivere “suff.” o “più che suff.” (con riferimento a coerenza/consistenza della trama, originalità, struttura) dall’altra opto per “distinto” e “più che distinto” (con riferimento a empatia con lo spettatore, tenuta ritmica, fun). E questo mi conferma che i film sono entità composite che non possono essere liquidati in un semplicistico “bello” o “brutto” ― nonostante le cripto-minacce della società webbizzata affetta da crono-deficienza in cui viviamo… 😉
Detto questo, per la programmazione di questa settimana andiamo a pescare direttamente in Laguna

L’INTREPIDO
di Gianni Amelio

Il film va guardato anche solo per la sua partecipazione alla 70esima Mostra del Cinema di Venezia, che ha visto così pochi italiani in concorso. Amelio è Amelio, e Albanese Albanese. Talentuosi entrambi. Ci vado cauta perché se n’è già parlato molto in giro e mi appello al principio lezmuviano del Test-Then-Talk ―che si rifa platealmente al metodo sperimentale galileiano, l’avrete notato tutti no. 😉
Uh mi sono dilungata un pochino oggi ―OGGI!― quindi ora me la batto prima del vostro giustificatissimo “Buuu Board Buuu”… Però, fatemi la grazia di portarvi a casa i miei ringraziamenti, di accettare pure un salto nel Movie-Maelstromm per rendere omaggio all’Anarcozumi e alla 70esima Mostra del Cinema di Venezia, di bruciare sul rogo il riassunto e di conservare questi saluti, che stasera sono teorematicamente cinematografici….

Let’s Movie
The Board


MOVIE-MAELSTROM
– “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Finalmente l’Anarcozumi è tornata da una 10-giorni lagunare di grandi soddisfazioni e grande busyness. Film in cui la Trentino Film Commission ha investito hanno incassato risultati da go-Zu-go-go-go: mi riferisco nello specifico ai 15 minuti di applausi (cioè 15) per l’ultimo film di Andrea Segre “La prima neve” girato sulle montagne trentine, che il nostro Mastro presto porterà in sala (spero!).
Ma la Mostra ha riservato grandi sorprese italiane! Come sapete, il Leone d’Oro è andato a Gianfranco Rosi con il docu-film sul Raccordo Anulare “Sacro Gra”, e la coppa Volpi per la miglior attrice femminile a Elena Cotta ― 82enne sprint, per insegnarci che c’è tempo ― protagonista di “Via Castellana Bandiera” di Emma Dante. Speriamo che il Mastro li porti qui entrambi… E che magari aggiunga anche “Kill Your Darlings – Giovani Ribelli”, film d’esordio di John Krokidas sulla Beat Generation…Sarebbe too-good-to-be-true… 😉
Miyazaki non ha bisogno di premi e riconoscimenti ― per altro aveva già vinto il Leone d’Oro alla Carriera qualche anno fa. La poesia scritta nelle sue storie continuerà a volarci in casa attraverso i suoi film, che non sono “film”, né cartonianimati, sono macchine magiche che viaggiano tra l’onirico e il mondo. Il suo ultimo “Si alza il vento” la porta anche nel titolo, la poesia: un verso tratto da una lirica di Paul Valery. ‘Le vent se leve, il faut tenter de vivre‘, S’alza il vento, dobbiamo provare a vivere.
Ci proviamo, Hayao. Grazie.

L’INTREPIDO:  In una Milano nel pieno della crisi economica, il quarantenne disoccupato Antonio Pane sbarca il lunario come può: autista di tram, cameriere, muratore, Antonio sembra però non perdere mai la speranza, alla ricerca di una vita migliore. Fino a quando non gli accade qualcosa che metterà a dura prova il suo innato ottimismo.

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Let’s Movie CLXXVII

Let’s Movie CLXXVII

IN TRANCE
di Danny Boyle
UK, 2013, 101′
Martedì 3/Tuesday 3
20:00/8:00 pm
Multisala Modena/Lo Smelly

(Fi)brillanti Fellows,

Affronto il back-to-Let’s Movie con quello sfarfallio proprio della tachicardia da innamoramento che il back-to-Let’s Movie (che è un innamoramento) può arrecare. È tutta una faccenda di sistole, in fondo. Anche quello che ci succede. Sentite quà chemmè capitato un paio di giorni prima del back-to-Let’s Movie. Mi ritrovo sul lungo Fersina, che tutti, trentini e non, sanno essere “uno dei principali affluenti di sinistra dell’Adige” (e se tutti, trentini e non non lo sapessero, ci conforta sapere che almeno Wikipedia lo sa). Questo affluente di sinistra taglia Trentoville da sinistra (eh l’orografia, una qualche logica pare avercela :-)), e a me è sempre sembrato un torrentello da nulla-di-ché ― ovviamente l’ho sempre tenuto per me, che i trentini veri poi magari s’offendono. Mi trovo in lungo Fersina, tipo verso le 22:14, tipo di corsa, tipo che ormai lo sapete no, correre la notte ha un sapore che al Board ogni tanto piace gustare (e lo consiglio… consiglio i lampioni con la luce mielosa e il fresco setoso e la calma che più calma non si può). Mi sfugge l’occhio sotto il ponte, e mi si prospetta uno spettacolo lappone. Il fiume ricoperto da uno strato bianco, compatto come ghiaccio e bianco come neve. Parlo di vere e proprie ice-cakes, invidiato termine inglese che si riferisce a quelle piastre di ghiaccio che scivolano sull’acqua e non sono gli ice-berg ― cruscheggiando un po’, le ice-cake stanno agli ice-berg come la crostata al mont-blanc. 😉
O mi sono spinta un po’ in là con la corsa, sconfinando l’UE ―ma lo escludo― o c’è qualcosa che non quadra, penso. E non posso nemmeno dire “mmm, questa cosa mi puzza”, perché no, dal fiume sale un profumo di Coccolino Concentrato che deodora tutto il lungofiume! Anche qui scatta l’aut-aut. O Gulliver ha rotto la lavatrice, o qualcuno ha combinato qualcosa di non troppo legale ― e infatti, la Procura sta indagando (ché, nella legalissima Trentoville volevamo non presentare un esposto?!).
Ma la causa, francamente, non m’interessava granché. Era lo spettacolo, Moviers! Un fiume di schiuma candida e profumata dall’aria lapponica, in agosto ― nuvole sofficiose da bagnoschiuma, non quella bava grigiastra da scolo mestrino. Ed eccole le sistole! Un batticuore, che è il bewilderment, l’incanto verso qualcosa di wunderbar! Che poi è una specie di falling-in-love verso quello che stai guardando. Che poi è come trovare il WG Mat che s’incammina verso l’Astra, e incamminarvicimici con lui, oppure il Sergente Fed FFF che cerca di seminare il panico in me inviandomi scaltri sms “è tutto pieno” prima che io arrivi ― per altro seminandolo. E’ il Mastro che mi aspetta fuori dal cinema, e anche lui sceglie la via complottista del Sergente e punta a terrorizzarmi con un “guarda che è già cominciato…”. Poi ride. E io allora spalanco braccia e sorriso e sento le sistole battermi forte i tessuti cardiaci!
Alla fine, quindi, è come si vivono le cose. Ice-cake e riaperturta cinema e tutto quanto. Mai come in questo periodo sto imparando che la realtà oggettiva è un foglio bianco che NOI scriviamo.
Tutta questa premessa da Henry David Thoreau (quell’americano in fissa con l’ottimismo, back in the 19th century), per cercare di ammansirmi un po’ e imperdirmi di scagliarmi come un’erinni (un’erinni?? Thoreau??) su “Foxfire – Ragazze cattive”.
Ho promesso, e mi sono ripromessa, di cominciare la stagione cinematografica tenendo a bada la fRuria con cui tendo a scatenarmi contro i film che mi lasciano scontenta… E io vorrei seguire questo plan eh, lasciare le sistole a impazzire per ice-cake&montblanc, e le coronarie tranquille tranquille. Però, anche Cantet, caspita, anzi caspità! 🙁 L’avevo lasciato alle prese con le grandi questioni del lavoro e della scuola, a modellare un cinema impegnato e impegnativo (fin troppo, a tratti), e me lo ritrovo ora in un film da sabato pomeriggio su Canale 5?? 🙁 Mi chiedo cos’abbia determinato una svolta così evidente dalle sue opere precedenti a questa ―e riallacciare questo film a “La classe” semplicemente perché entrambi parlano di adolescenza sarebbe un’associazione davvero troppo rozza. Parlo anche da un punto di vista prettamente stilistico… Tanto innovativo e coraggioso in passato, quanto standard e prevedibile in questo. Magari il ripiegamento di un regista sul canone dopo un avvio “innovativo” è fisiologico. Della serie, per essere completo devi confrontarti un po’ con tutto, pure nel classico ― della serie (again) vuoi fare l’astrattista? Be’ devi anche saper dipingere nature morte… Bah. Se tanto gli era piaciuta la sceneggiatura con questo gruppo di scalmanate quindicenni capeggiate da Legs (la più ribelle, la più maschiaccia, la più tosta, la più tutto quello che vi viene in mente pensando a una “contro” tutto), poteva forse investire (e  un po’ rischiare) nella modalità del racconto. Nel cinema conta quello che racconti tanto quanto COME lo racconti. Non smetterò mai di ripeterlo.
A parte questo, ossia una deficienza stilistica che ho incassato come un gancio destro; a parte la prevedibilità della storia; a parte la bicromia della caratterizzazione dei personaggi (maschi-draghi-che-vanno-puniti da un lato e femmine cattive-diventate-cattive-per-colpa-dei-ma(s)chi dall’altro, black vs white); a parte i vicoli ciechi che risultano essere certi personaggi, che compaiono per scomparire senza una vera ragion d’essere ―penso al personaggio del vecchio, un po’ reduce, un po’ visionario un po’ Coehlo che infioretta il film con massime alla Muccino tipo “la felicità sta nel vivere l’immediatezza” & sim; a parte la lunghezza fastidiosamente eccessiva del film abbinata a una totale assenza di ritmo; a parte delle quindicenni che parlano come i libri stampati (mai sentito un quindicenne pronunciare “anticostituzionale” se non dietro ricatto del prof di diritto?) e  il doppiaggio che lede pesantemente alla sopportabilità del film; a parte la banalità dell’insieme e l’assurdità del rapimento finale; a parte quindi i limiti a livello contenutistico, mi sono chiesta, in questi giorni, se ci fossero altri motivi per cui questo film non mi è piaciuto.
In fondo le reazioni del WG Mat e del Sergente, e anche del Mastro, non sono state così negative ― concordano anche loro, il film probabilmente non è dei migliori del 2013, ma non è nemmeno il peggiore. Allora PERCHÉ io l’ho sofferto così tanto? In fondo (x 2) le Foxfire sono un gruppo di ragazze che si ribellano ai soprusi dell’America maschilista degli anni ’50, io, Board in gonnella con le ceneri dei reggiseni bruciati riposte nell’urna sacra della mia coscienza filo-femminista, dovrei andarci a nozze! E forse è proprio lì il problema: trovarmi davanti a un gruppo di “bulle” verso le quali non ho provato simpatia-empatia, ma totale distacco. Da subito. Niente sisterhood, zero.
Magari lo scopo profondo del regista era proprio quello di mostrare il fallimento dell’approccio maschile che queste ragazze hanno mutuato dai maschi per liberare se stesse. Fallimento dimostrato nel finale, in cui vediamo due ex-foxfire perfettamente inserite nella società degli anni ’60 come se l’esperienza foxfire non avesse, nel concreto, inciso sulle loro vite. Non è con il vandalismo e la violenza che si raggiungono i risultati ― forse questo è il messaggio ― si cerchino altre strade.
Io ho provato disagio davanti a queste ragazze, Legs in primis. Così come lo provo quando vedo certe donne che “fanno come gli uomini” sul lavoro, per quanto capisca il ricatto che c’è dietro ―o così o così (oggi è tutto un aut-aut qui).
Mmm, forse avrei preferito vedere il fallimento di un gruppo di ragazze che non si appropriavano del linguaggio maschile per decostruire lo status quo. O forse il disagio era esattamente quello che dovevo provare… E nel qual caso il regista ha raggiunto il suo scopo. E nel qual caso il film ― nonostante tutti gli “a parte” di prima ― è da salvare. E io da calmare. 🙂
Come diceva un gran bel film della stagione 2012 (riportatomi alla mente dal WG Mat), every cloud has a silver lining…
Per questa settimana sento la necessità di orientarmi sullo psyco-thrilling con

IN TRANCE

di Danny Boyle

Danny Boyle lo conosciamo tutti no? Trainspotting, 127 Ore, Slumdog Millionaire… Vale sempre la pensa dare una chance ai registi che si sono dimostrati così abili in passato. Nel web il film viene descritto come “tortuoso puzzle sugli intrighi della mente”, il che me lo fa associare a “Inception” –o “Memento”, e “The Cube”. E questo mi fa venire in mente la nostra Honorary Member Mic, con la quale impazzimmo (letteralmente) guardando “Inception” ― e che devo ringraziare perché era presente al Let’s Movie di giovedì sera via whatsapp (ah cos’è lo smart-mobiling!). Farò in modo che i cinema vicentini si allineino alla programmazione lezmuviana… È una promessa per te, Mic, e una minaccia per loro… 😉

Un brava-bravo all’Anarcozumi e al WG Mat alla 70esima Mostra del Cinema di Venezia ― lei per una settimana di sfaticata lavorativa e lui per una trasferta giornaliera festivaliera.
Con sommo sconforto che contagerà tutti noi devoti, il WG c’informa in tempo reale del ritiro di Miyazaki ― http://www.repubblica.it/speciali/cinema/venezia/edizione2013/2013/09/01/news/miyazaki-65670779/?ref=HRERO-1 🙁 🙁 🙁
Confido nel ripensamento, e mi rivolgo a lui, il Maestro, con un appello accoratissimo: Hyao, ripensaci! Come fa il nostro mondo senza personaggi come Totoro, Ponyo, Arriety, Porco Rosso e Kiki…Da dove li prendiamo, noi, se il tuo mondo si zittisce? 🙁

And that’s all, Folks Fellows. Prima di lasciarvi alla spalle la quantità vergognosa di “forse” con cui ho riempito questa movie-mail ― del resto nonno Bauman dice che l’incertezza è l’habitat naturale della vita umana ― notate l’obbligo di svoltare in direzione “Movie-Maelstrom” e di raccogliere i miei ringraziamenti. Col riassunto, fateci un po’ quello che volete. I saluti, invece, quelli metteteli in cassaforte: stasera sono preziosamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Spinta da una quantità di Moviers, tra cui l’Anarcozumi, il WG Mat e il Movier TT, qualche notte fa ho guardato “Zoolander”. E davvero sono un silly Board! Perché come ho potuto vivere dodici anni della mia vita privandomi di uno spasso simile?!?! You silly, Board!
Demenziale sì, ma con stile (anzi stiller), “Zoolander” è assolutamente da vedere… Leggete qui http://www.rollingstonemagazine.it/cinema/rubriche-cinema/quando-fuori-piove/quando-fuori-piove-zoolander/
Figoso in modo assurdo!

IN TRANCE: Simon (James McAvoy), un esperto di pittura, curatore di una casa d’aste, si unisce a una banda di ladri per trafugare una tela valutata milioni di dollari ma durante il furto riceve una botta in testa e quando si risveglia non ricorda più dove ha nascosto la preziosa opera. Quando neanche le minacce di torture fisiche sortiscono alcun risultato, il capo della banda (Vincent Cassel) ingaggia un’ipnoterapista (Rosario Dawson) per esaminare i recessi più intimi della sua psiche. Mentre la donna scava nel suo inconscio, la posta in gioco si fa più pesante e i confini tra desideri, realtà e suggestioni ipnotiche diventano sempre più indefiniti, fino a sparire del tutto.

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