Let’s Movie CLXXIX

Let’s Movie CLXXIX

L’ARBITRO
di Paolo Zucca
Italia, 2013, 90′
Martedì 17/Tuesday 17
21:30/9:30 pm
Astra/Dal Mastro

Marcovaldi Moviers,

Che sarebbe giusto giusto bastato un filmetto dignitoso, un “Vuoti a rendere” o un “Alì ha gli occhi azzurri”, non un “Confessions” o un “Pietà”, uno mica va a scomodare i mostri (sacri) dell’ultima cinematografia vissuta, uno mica vuole la luna come berTciava la Berté. Ci facevamo andar bene anche una di quelle pellicoline non troppo pretenziose, ma che ti stuzzicano la voglia, tipo “Pollo alle prugne”, “La bicicletta verde”. Anche mediocre, via, un “Mammuth” qualunque. Tutto era talmente paradisiacamente celestialmente da trip post-mescalina che avrei accettato anche la monotematicità ozpetekiana (be’ insomma, andiamoci cauti con quella…). Ma certamente non poteva andare così. Che tutto non può essere perfetto, mai, non può esserlo per via dell’umano esistere, che si sa, è un cencio di sete rattoppate.
E lo so già da subito, lo so che tutto quello in cui m’imbatto lunedì sera dal Mastro è troppo dela serie “Eccoti nel paese dei balocchi, Board, welcome”. Lo so già da quando il Movier TT, collasssato sul divano dopo una giornata provante, trova il fegato e la forza e la follia di arrancare fuori casa, salire in macchina e dirigersi all’Astra. Lo so quando trovo il Mastro e la Lady Mastrantonio sul limitare del bancone, coordinati come un direttore e un’orchestra, e ci scambiamo delle chiacchiere, facciamo le pulci alla Mostra del Cinema di Venezia, cassiamo Caio e tifiamo tizio. Lo so quando vedo la Fellow Chocolate che voleva vedere “L’intrepido” e ha sintonizzato il desiderio sulle frequenze di Radio Lezmuvi in modo da vederlo insieme a noi, e lei, la Fellow, ha un vestito che secondo me è un Depero ―non gliel’ho detto ma appena l’ho vista ho pensato, la Chocolate si rifornisce al MART, quell’azzurro su quel verde è un Depero, sure as hell :-). Lo so quando vedo il Fellow Andy the Candy sbucare dalla porta, come il Cappellaio Matto di Alice, ma senza cappello, facendomi sopreson sorpesona perché mica me l’aveva detto che sarebbe venuto ―e io penso fra me, questa è la specialità dei Moviers, essere dei cavolo (enfatico/giammai scorbutico) di Cappellai Matti. 😉
Lo so quando il WG Mat arriva sul filo del rasoio, che non è il suo nuovo mezzo di trasporto, ma la sfida lanciata ogni volta all’orologio, che ogni volta riesce a vincere, bucando il buio della sala. Sfida raccolta anche dal Sergente Fed FFF, per il quale ormai il last-seconding è diventato disciplina prediletta –con grande stima di quell’early-bird che è divenato il Board. Lo so quando il Mastro mi concede l’onore di fare play (MAMMAMIA!!), e per me fare click col mouse su un tab non è fare click col mouse su un tab: è prendere la pellicola farla scorrere nel supporto del proiettore, e siamo esattamente nel 1920, la Guerra è finita da un po’, e io sono il garzone tuttofare del Cinematografo Astra, ho la testa fra le nuvole tutto il tempo, vesto come Charlot non per stile ma per stenti, e guardo i cinegiornali dal bugigattolo dell’Astra bisbligliando commenti al vetriolo con il bisnonno del Mastro. 🙂
Insomma, faccio play (ribadisco infinita riconoscenza al Mastro per avermi permesso di rischiararae il buio della sala con la luce dell’arte), e siamo in sei della squadra lezmuviana. Sei in un lunedì sera, con solo un giorno di tempo per organizzare l’agenda settimanale. Sei, faccio notare, è un risultato da qualificazione ai quarti, come dicono i linguisti dello sport. Quindi lo so che mi devo aspettare stormi d’uccelli neri, giusto questione di tempo.
E infatti, eccheteli lì…Sono bastati 4 minuti. Quelli che precedono i titoli di testa. Il film muore lì, prima di nascere. Si può scrivere e dire tutto in quattro minuti? Sì, risponde Gianni Amelio. In quello spazietto lì capiamo tutto del personaggio, Antonio Pane. Già il cognome basterebbe. Buono come il. Di mestiere Antonio fa tutti i mestieri: sostituisce i lavoratori che non possono presentarsi al lavoro. “A me piacciono tutti i lavori”, commenta zuccheroso all’inizio del film, mentre massaggia ―Cristo contemporaeno col Lasonil al posto dell’acqua― il piede gottoso dello strozzino che lo assolda per le prestazioni occasionali. E lo spettatore (nel 78% dei casi un CoCoPro, un precario o un poverodiavolo qualsiasi in balia di Adecco&ManPower) ha il primo violento sussulto di nausea: no, a te non possono piacere tutti i lavori, non può piacerti pulire gli stadi o poolivaporizzare il mercato del pesce, a te non può piacere vivere costantemente nella precarietà, e se tu favoleggi la precarietà, be’ allora sei proprio lontano anni luce da me, e chi ti ha creato non aveva in testa il mondo lavorativo di oggi, ma ha saccheggiato alla grossa Calvino, ha preso uno dei suoi personaggi più riusciti, il magno Marcovaldo, e ha cercato di clonarlo, non riusendoci, giacchè Marcovaldo è unico nella sua malinconia pre-fantozziana e nel suo buffo alienarsi dalla dimensione urbana in cui si trova.
La vita di Antonio cavalca il pietismo, punta alla parabola del povero cristo calpestato dal mondo che, nonostante i 43 pianta larga del mondo piantati in faccia, affronta la vita con il sorriso sulle labbra da “sempre GRATO mi fu quest’ermo colle”.
Antonio ha pure un figlio, talento del sassofono, con cui ha un rapporto da 9 in graduatoria Raffaelemorelli ―un figlio buono anche lui, con qualche attacco di panico qua e là, e quel tocco di tormentato per distinguerlo dal buono tout-cour del padre. Poi naturalmente non poteva mancare la tragedia: Antonio stringe amicizia con una ragazza depressa che fatica apparentemente a sbarcare il lunario. In circostanze funeree ―indovinate un po’ quali mai potranno essere, le circostanze funeree, con lei perennemente sull’orlo di una crisi di nervi?!― si scoprirà essere Sharon Zampetti sotto mentite spoglie (Sharon Zampetti, per chi non ne sapesse di Terza C, sta per “rampolla di ricca famiglia”).
E la nausea monta e monta: un conto è leggere il Libro Cuore quando hai 12 anni, un conto è ritrovarti davanti la versione cinematografica 2013 della piccola vedetta lombarda e del piccolo scrivano fiorentino…Ed è un gran peccato, lo si diceva anche con il Movier TT (che non mi perdonerà mai per averlo sottratto al divano per vedere questo! :-().
Viviamo un momento storico in cui il riciclo è diventato un’arte: oggi riesce chi riesce a ricollocarsi nel mondo del lavoro, ovvero, prendere quello che ha studiato e sognato di fare da giovane e cercare di pigiarlo il più possibile dentro gli schemi rigidi che il presente lavorativo ti propone/impone. La figura del rimpiazzo, del tappabuchi, è una fanta-perversione professionale che potrebbe inquietantemente trasformarsi in realtà. Investigare (e investire) cinematograficamente su questo, anche attraverso un personaggio comico, avrebbe potuto riservare felici sorprese… E invece, ciccia…
Dicevamo la settima scorsa che un film non dovrebbe permettere al mio reale di penetrare il reale della storia. Be’, io non solo ho pensato a Tokyo 2020 e pure all’ipotesi di Roma 2024, alle tasse record ottobre 2013, alla Posta che mannaggia il giorno dopo mi chiudeva troppo presto, ma sono arrivata a un certo punto in cui avevo un unico desiderio che mi martellava in testa: Antonio, diventami bastardo, please! Anche poco eh, uno sgarbo, una cartaccia buttata per terra. Qualsiasi cosa pur che ti levi dalla faccia quell’aria da Vergine addolorata di Castelpetroso.
L’intrepido del titolo ovviamente è lui Antonio Pane, eroe-antieroe dei nostri giorni perché in grado di accettare tutto quello che arriva, bello, brutto, non importa, sempre con il “sorriso sulle labbra”…Bah…Io non azzarderei facili e fuorvianti classificazioni…. Il CoCoPro che accetta clausole strozzine e poi s’inKazza è trepido o intrepido? E il talento che zittisce la propria indole e si piega alle necessità del mercato?
L’elogio del capo chino strizza l’occhio all’apologia del pugno chiuso…

Mi spiace per Albanese, che tanto ci piace, e che qui purtroppo ci dispiace troppo.
Mi spiace pure per Charlie Chaplin, immeritatamente scimmiottato in una scena gratuita e ridicola che voleva omaggiare “Tempi moderni”.
A Gianni Amelio consiglio di rivedere “Giorni e nuvole” e “Qualunquemente” per prendere visione del giano bifronte Albanese in due contesti opposti dove si parla di lavoro. E poi aggiungo, ‘Ah Gia’, ma chemmmai combinato stavolta?!?” 🙁
Speranzosi pel futuro, vediamo di riprenderci e proporre

L’ARBITRO
di Paolo Zucca

Ma da quanto tempo è che non ci si beccava con Stefano Accorsi al cine?? Escludendo i soliti ultimi baci e romanzi criminali, dico… Mmm, fatemi frugare tra i minori degni di massimorispetto…”Santa Maradona”, “Provincia meccanica”, senz’altro, e anche quello in cui lui era Dino Campana, e lei (Laura Morante) Sibilla Aleramo…”Un viaggio chiamato amore” (peccato per il titolo). E naturalmente il Maxibon, che anche quello era un po’ cine.
Il film è stato presentato all’ultima Mostra del Cinema di Venezia e io lo propongo per il bianco&nero…
No scherzo..
Lo propongo perché gli unici altri arbitri della storia del cinema che mi vengono in mente sono Lino Banfi e Lando Buzzanca, e mi piacerebbe sostituirli…
No scherzo…
Lo propongo perché di sì.
Mi sembra una motivazione sufficientemente motivante. 🙂 🙂

Alla Honorary Member Mic chiedo gentilmente di rispulciare la programmazione vicetina e cercare il film di Zucca per un altro Let’s Movie-in-Sync. Non dovesse trovarlo, approviamo qualsiasi forma di okkupazione cinematografica voglia organizzare ai danni delle sale venete… Be an A.C.A.B. Mic! 😉

E mi par d’aver detto tutto. In realtà ritornerei indietro e aggiungerei ancora qualcosina su “L’intrepido”, ma sarebbe come sparare sulla crocerossa e noi siamo contro le armi, pur non avendo nulla contro la crocerossa, quindi non possiamo proprio.
Allora riassunto inutile giù da basso, ma niente Movie Maelstrom (per farvi sviluppare una sana mancanza di), e saluti calvinisticamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

L’ARBITRO: L’Atletico Pabarile, la squadra più scarsa della terza categoria sarda, viene umiliata come ogni anno dal Montecrastu, la squadra guidata da Brai (Alessio di Clemente), arrogante fazendero abituato a vessare i peones dell’Atletico in quanto padrone delle campagne.
Il ritorno in paese del giovane emigrato Matzutzi (Jacopo Cullin) rivoluziona gli equilibri del campionato e l’Atletico Pabarile comincia a vincere una partita dopo l’altra, grazie alle prodezze del suo novello fuoriclasse.
Le vicende delle due squadre si alternano con l’ascesa professionale di Cruciani (Stefano Accorsi), ambizioso arbitro ai massimi livelli internazionali, nonché con la sottotrama di due cugini calciatori del Montecrastu, coinvolti in una faida legata ai codici arcaici della pastorizia.
Matzutzi riesce a fare breccia nel cuore di Miranda (Geppi Cucciari), la figlia dell’allenatore cieco Prospero (Benito Urgu), mentre l’arbitro europeo Cruciani si lascia coinvolgere in una vicenda di corruzione che lo porterà in un attimo dalle stelle alle stalle: viene infatti colto in flagrante ed esiliato per punizione negli inferi della terza categoria sarda.

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