Let’s Movie CLXXXI

Let’s Movie CLXXXI

VIA CASTELLANA BANDIERA
di Emma Dante
Italia, 2013, 90’
21:15/9:15 pm
Martedì 1/Tuesday 1
Astra/Dal Mastro

Malevic Moviers,

È al “Quadrato nero” che penso quando esco dal cinema, martedì. Lo penso fra me e non lo dico, mi si prenderebbe per matta più di quanto non si faccia già 🙂
Non so se lo conoscete, “Il quadrato nero” (o “La vittoria sul sole”) di tal genio Kazimir Severinovich Malevic. E’ un quadrato nero ― facile farvelo immaginare, non c’è nemmeno bisogno che mi avvalga dell’abusata linkabilità. Questo artista non è conosciuto tanto quanto Kandinsky, Duchamp, e avanguardisti vari, per questo forse non lo conoscete. Ma credetemi quando vi dico che ha segnato una svolta nella storia dell’arte tanto quanto Fontana con i suoi sbreghi, o Picasso e le sue facce sbilenche.
Why Malevic? Perché martedì nel mio marmittone emozionale, dove tutto si mescola tracciando strane associazioni mentali, ho abbinato il film al quadro. Wong Kar-wai&Malevic, two peas in a pod, come si dice a Fregene. 🙂
A livello superficiale, livello studioaperto, l’associazione trova una facile spiegazione: “The Grandamaster” e un quadrato nero perché lo guardi e quello che vedi è il buio totale! 🙁
Fortunatamente noi perlustriamo altri gradi, non ci fermiamo al piano (Italia) uno. Dietro, anzi dentro, il Quadrato Nero di Malevic (1913) è scritto tutto il futuro dell’arte che sarebbe arrivata dopo: Rothko, Mondrian, Kounellis, Manzoni (non Alessandro, Piero): come avere sotto gli occhi un codice che contiene tutto quello che sarà. Dentro “The Grandmaster” c’è tutto (o comunque tanto) di quello che l’universo delle arti marziali contiene dal punto di vista filosofico. Il comune denominatore tra i due è la decifrabilità.
Prendete un tizio qualunque che vive nel 1914, abituato a paesaggi e nature morte, che si trova davanti un quadro completamente nero. Ora prendete una tizio qualunque che vive nel 2013 e che ha zero dimestichezza con il mondo marziale (tipo Board, per dire) e piazzatelo davanti a un’opera che parla di arti marziali ma parlando in realtà di tutt’altro… Ecco, quei due avranno la stessa reazione di spaesamento, di “ma-che-cavolo-sto-guardando?”.
“The Grandmaster” crea questo tipo di ostranenie (come diceva Sklovskj, Viktor mi pare). Sei consapevole di non guardare un semplice susseguirsi di combattimenti corpo-a-corpo ―per altro spettacolarissimi, e d’una grazia coreutica rara― ma non sai di preciso quello che stai guardando. Manca il codice. Come al tizio del 1914 davanti al quadrato nero.
Secondo il WG Mat, che non poteva proprio ignorare il richiamo “Hoooong Koooong”, la comprensione del cinema orientale, e nello specifico quello che ha per oggetto protagonista le arti marziali, necessita di una forma mentis diversa dalla nostra. E per una volta ―UNA :-)― ha ragione da vendere! Noi applichiamo delle leggi di causa-ed-effetto, siamo dominati da aspettative narrative tipicamente (imperialisticamente?) occidentali ―la storia da A a B, la causalità. Quando siamo difronte ad opere (in questo caso film) che procedono per linguaggi governati da dominanti altre rispetto alle nostre, che confidano nell’evocazione e nell’inferenza associativa più che nella deduzione logica, ci ritroviamo a correre dietro all’opera/film, sperando di acciuffarne il senso ―se non proprio tutto, almeno uno scampolo… Questa è stata la mia esperienza: alla fine sono uscita stremata ―Robin e il Mastro non hanno potuto fare a meno di notarlo… Ma sapete com’è, la bellezza struggente (di)strugge, e io accetto lo scotto e lo pago volentieri. 🙂
Anche le mie valorose Moviers sono rimaste abbastanza provate, ma non hanno dato cenni  di cedimento (gran tempra!):  la Movier Marie Thérèse l’Imperatrice ― che ho rivisto con gioia re(g)almente maxima, e che ringrazio anche per aver agito da ambasciator-non-porta-pena-bensì-liquirizie-rosse; la Movier Mailena ― ma dovrei dire Mailena in Capone, vista la sua nuova identità in cui Al non c’entra, ma il suo recente matrimonio sì :-); e la Fellow Chocolate ― che per l’occasione sol-levantina ha lasciato la boutique “Chez MART” e si è rifornita “Chez Kenzo”.
Se noi abbiamo arrancato non poco, il WG Mat, che di cinema orientale ne sa QUALCOSINA più di tutta la sala dell’Astra messa insieme, meditabondava, rigirandosi in testa quei codici verso i quali noi, famigerate boccheasciutte in fatto di cinema orientale, guardiamo con occhio sognante…
Come dicevo, la trama racconta il film di Kar-wai tanto quanto la lista della spesa di Caravaggio racconterebbe la sua pittura… Ridotta ai minimi termini: c’è lui, Ip Man, futuro maestro di Bruce Lee, che viene dal sud della Cina ed è per una certa tecnica di Kung-fu (non chiedetemi quale); c’è lei, Gong Er, figlia di un altro grande maestro di arti marziali della Cina del nord, che segue un’altra tecnica di Kung-fu (questa la so, i 64 palmi) e viene sconfitto da Ip Man. I percorsi di lui e di lei si incrociano nel paese natale di Ip Man, Foshan, all’epoca dell’invasione giapponese del 1936, incrociando scuole di Kung-fu diverse, amore, rivincita, e non aggiungo altro…. Questo è la trama, di massima. Letta? Ecco, ora aprite il dimenticatoio e gettategliela dentro. I fatti, a voler vedere, contano poco nell’economia del racconto. I veri protagonisti sono questi corpo-a-corpo esteticamente leggiadri eppure violenti, micidiali, che si fanno forieri di tutta una filosofia di vita (e morte) che porta l’atto fisico a livello gnostico. Non è le combat pour le combat, per dirla con l’estetismo. E’ il senso profondo iscritto nel Kung-fu, il cui scopo non è fare del male o vincere sull’avversario o esercitare il corpo, ma è far esercitare ed espandere la mente (ma allora anche Lez Muvie è un’arte marziale!!).
Leggo che il Kung-fu dovrebbe portare a una condizione simile allo Zen e che chi lo pratica in realtà cerca l’armonia con l’avversario, non il conflitto. Anche qui, vedete quanto è difficile, per noi, penetrare questo concetto? Noi partiamo dall’assioma gioco-di-mano-gioco-da-villano, non possiamo concepire che un combattimento sia in realtà una chiave d’accesso a una dimensione di pace. E se non capiamo questo, immaginate quanto complesso possa essere capire un’opera scritta attraverso questo linguaggio..
Dal punto di vista stilistico, “The Grandmaster” è un album ― e degli album ha la stessa forza nostalgica. Il regista blocca alcuni momenti salienti dell’epos ―perché “The Grandmaster” è epica ed epico― e li trasforma in vere e proprie fotografie ― bianco e nero, seppia, le distinguiamo immediatamente. Questa e varie altre scelte, come l’utilizzo di certi colori (il film sarebbe una seta argento, dovessi descriverlo in forma di tessuto), il senso di sospensione che si avverte, la palese citazione a Sergio Leone attraverso il tema principale e struggente della colonna sonora di “C’era un volta in America”, contribuiscono alla costruzione di un universo mélo sprofondato nella riminiscenza e nella nostalgia. C’è un che di melanconico proustiano nel film, e un gran discorso attorno al rimpianto, un tema alquanto tabù nella società occidentale: si tende a non confessare il rimpianto dacché implica un errore di giudizio e un lucido riconoscimento del medesimo (un po’ come Fonzie che non riusciva a pronunciare “Ho sbagliato”). Il film di Kar-wai muove in controtendenza e dice il non-detto; Gong Er a un certo punto confessa a Ip Man: “La mia vita è piena di rimpianti, e meno male. Una vita senza rimpianti è noiosa. Non mi vergogno a dirti che mi sarei presa cura di te. Ti ho amato”. Sentire tutto questo è doloroso per Ip Man, ma è doloroso anche nei confronti della loro storia: che avrebbe potuto andare in un certo verso, e invece ha preso un’altra direzione. C’è del dolore (tanto) nel riconoscere le occasioni perdute. Wong Kar-wai lo sa e lo scrive utilizzando immagini-dipinti d’una ricercatezza tale che a tratti sconfina forse nell’eccesso, ma che in genere testimonia la sua maniacale ricerca della perfezione scenica e fotografica ―ha dichiarato di aver pensato il film per 16 anni (16!) impiegandone poi 5 per realizzarlo… E bisognerebbe dedicare almeno un paragrafo ad ogni pensiero, ad ognuna di quelle verità filosofiche, che vengono proposti. Ma come si fa? Voi poi mi vi ribellate… Allora ne riporto solo due, e come il film, lascio a voi l’onere di interpretarle
“Perché se l’amore è come gli scacchi, allora vuol dire che un pezzo rimane fermo mentre l’altro deve necessariamente muoversi”. (paura…)
E queste sono parole di Bruce Lee, su cui per altro il film si chiude: “Un artista marziale non vive per. Semplicemente vive”.
Un certo Jean Paul Sartre strizza l’occhio, laggiù…

Quanto ci sarebbe ancora da dire?? Troppo, e noi abbiamo una piccola media impresa da mandare avanti, quindi lasciatemi prendere la macchina aziendale e impostare il navigatore su

VIA CASTELLANA BANDIERA
di Emma Dante

Il film, lo sapete, ha suscitato plausi e applausi all’ultima Mostra del Cinema di Venezia. Ha inoltre valso la Coppa Volpi per la miglior interpretazione femminile a Elena Cotta, ottantenne vispissima e di gran talento ― pensate affiancarle Geraldine Chaplin ed Emmanuelle Riva (quella di “Amour”) e fare una versione “geronto” delle Charlie’s Angels… Il trio Liu-Diaz-Berrymore finirebbe dritto dritto in mobilità…
Non mi pare necessario aggiungere altro per convincervi che “Via Castellana Bandiera” non è un film, quanto un imperativo categorico, and you Kant ignore it 😉 Quindi, without further ado, come dice Emenim-mon-amour**, vi lascio riflettere sul total-black maleviciano, vi ringrazio (oggi tanto tanto, sono stata un sacco philippedaverio con il total-black maleviciano), vi impongo il Movie-Maelstrom pieno di cine-goloserie, vi dispenso dal riassunto e vi saluto con dei saluti suprematisticamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

** http://www.youtube.com/watch?v=IdS3WVYr834 …a voi trovarlo 😉 (and Mic, enjoy :-))

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Dunque visto che questa settimana entra in vigore la legge “O troppo o nulla”, alias “O 1000 film da vedere o zero” a seguito del quale il decreto “Austerity” dell’estate 2013 decade ufficialmente , avrei bisogno di quintuplicare la programmazione lezmuviana! Dal 30 settembre all’8 ottobre il Mastro e lo Smelly ospitano infatti la 6a Edizione delle Giornate della Mostra, una selezione di film tratti dalla 28ª Settimana Internazionale della Critica della Mostra del Cinema di Venezia.
Consultate il programma qui http://www.crushsite.it/it/notizie/avvisi-comunicati/2013/le-giornate-della-mostra-6a-edizione-la-settimana-della-critica-a-trento.html e servitevi pure! 🙂 Non escludo di scegliere qualche titolo per un prossimo Let’s Movie ― anche se il prossimo, ve lo anticipo, sarà “Sacro GRA”. 😉
Per questa settimana però mi accontento di raddoppiare la nostra programmazione lezmuviana: DEVO/DOBBIAMO vedere assolutamente “Bling Ring” di Sophia Coppola, prima che lo Smelly Modena detto anche il Marrano lo tolga…
Quindi per chi volesse servirsi doppia porzione lezumiviana (slurp), e vedersi la Coppola con me, mi troverà allo Smelly Modena, domani, lunedì 30, intorno alle 21:59… Chissà, magari qualcuno di voi è un cine-ghiotto come me e proprio proprio non può resistere alla tentazione… 😉

VIA CASTELLANA BANDIERA: Palermo, domenica pomeriggio. Due auto si trovano una di fronte all’altra; alla guida, due donne. Nessuna delle due intende cedere il passo. Da questo incontro minimo, un intero cosmo di relazioni, famiglie, sentimenti, si prepara a esplodere, testimone di un duello femminile ostinato e senza tempo per bere, mangiare o dormire, che arriva alla notte, e forse oltre. Il debutto al cinema di una firma di punta della scena teatrale europea.

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