Posts made in ottobre, 2013

Let’s Movie CLXXXVI – FEDELE ALLA LINEA

Let’s Movie CLXXXVI – FEDELE ALLA LINEA

 FEDELE ALLA LINEA
di Germano Maccioni
Italia, 2013, ‘74
Mercoledì/Wednesday 30
Ore 21:00/9:00 pm
Astra/Dal Mastro
5 Eurini

Mah Moviers,

difficile dire perché la gente non riempia le sale cinematografiche quando c’è la possibilità di vedere un classico. Se ne parlava anche con il Mastro, dopo la proiezione di “Pasqualino Settebellezze”. In sala si saranno contante sette persone, non proprio delle bellezze, a parte l’Anarcozumi, che rappresenta la controtendenza ― non soltanto ha affrontato una pioggia uguale a quella che batteva Napoli ne “L’arte della Felicità” (alla vostra destra “Quando un film rimane impresso”, olio su tela, 2013), non soltanto per vedere il film, ma per Rivederlo! Sì, la nostra Zu rappresenta l’eccezione.
Forse le proposte sono troppe, in questo periodo prolifico di proposte (e di P), e i giorni della settimana rimangono sempre sette (la puntata sulla persecuzione del sette l’abbiamo già mandata in onda), uno deve fare delle scelte ― e poi naturalmente ci sono l’hydro-pilates, il biking-yoga, il corso di cucina dove t’insegnano a usare il lievito madre, le lezioni per imparare il russo o l’arabo (sulla trendiness delle lingue potremmo costruirci una puntata). Forse si ritiene che i classici possano essere recuperati agilmente, anche scaricandoli come qualcuno malandrinamente fa, e che non ci sia bisogno di andare apposta al cinema a vederli, e si preferisce investire il budget previsto alla voce “fun&dintorni” in film nuovi; forse siamo tutti dei couch-potatoes-slash-pelandroni quando ci viene richiesto uno sforzo in più: dipende un po’ dal genere e dal film, però è indubbio che il classico presenti qualche forma di complessità o centimetri di spessore che l’hanno reso tale (cioè prendete”Grand Hotel Excelsior”, per dirvi…:-)). Io e il Mastro ci siamo rigirati il boccone amaro in bocca senza trovare una spiegazione soddisfacente. Il discorso è nato dalla mia reazione da 5 stelle Michelin al film della Wertmuller, che sarà pure un’indomabile cavalla matta, ma che i film li sa girare.

“Pasqualino Settebellezze è un giovane camorrista napoletano che, nella Napoli del 1936, uccide il seduttore di una delle sette sorelle, viene rinchiuso in un manicomio criminale da cui esce come volontario di guerra, finisce in un lager tedesco, diventa kapò, è costretto a uccidere il suo migliore amico e infine torna a Napoli, battuto ma vivo, per ricominciare una nuova vita”. La trama è questa, ma quanto poco/nulla la trama parla di un film! E quanto poco/nulla questo film è classificabile! È senz’altro un dramma: Pasqualino è un disgraziato che finisce in luoghi segnati profondamente dalla disgrazia: il manicomio e il campo di concentramento, e prima di quelli, la Napoli del tramaccio e del losco; è senz’altro una farsa: c’è una chiara derisione del macho latino, e una denuncia, pur in termini grotteschi e grossier (per dirla col Fellow Fuzz :-)), del maschilismo meditterraneo; è senz’altro comico nel modo in cui Pasqualino parla e s’atteggia e semplicemente è, a partire dal soprannome che porta ―”Settebellezze”, la resa ironica della bruttezza delle sette sorelle.  Dramma, farsa, commedia, grottesco, tutto in unico esperimento in cui gli stili si fondono in maniera naturale e spiazzante insieme. Difficile spiegare la sensazione che se ne trae: è come camminare, magri, dentro un quadro di Botero (non so se renda l’idea, ma ci si prova…). Certo il grottesco è molto fellinianamente presente ―e lo dico da conoscitrice non già dell’opera felliniana ma della categoria del felliniano (sono due cose ben diverse). La tipologia di femminilità proposta è molto Gradischiana  ―la prostituta formosa, sciatta, con qualcosa di tragico sotto tutte quelle carni debordanti. E la tipologia di maschilità di Pasqualino è quella dell’italiano sciagurato e farabutto e opportunista e pure un po’ viscido da cui prendiamo le distanze ma verso il quale simpatizziamo, o quanto meno dimostriamo dell’indulgenza. Sarà anche per via dello charme di Giannini che è da rimanerci secchi a ogni sorriso, a ogni sguardo.

Pasqualino ne passa un po’ di tutti i colori, per ragioni sia legate alla sua storia personale sia alla Storia in cui si ritrova a vivere. Ma non soccombe. Nonostante elettroshock, umiliazioni ―a questo proposito pensate alla fine spietatezza del contrappasso cui Pasqualino viene due volte sottoposto: le sorelle, il cui onore avaeva così strenuamente tentato di preservare, finiranno per postituirsi, e lui stesso sarà costretto a farlo: e con una crudelissima odiosissima ciccionissima generalessa nazista ― nonostante tutte queste miserie, la carne non molla, l’afflato della vita sconfigge l’alito nero della morte. Il film, in questo è profondamente nietzschianamente dionisiaco. Dopo aver sfiorato la morte nel campo di concentramento, Pasqualino ritorna a Napoli con una violenta fame di vita che costringerà la futura moglie a sentirsi intimare: “Voglio figli, tanti, 25, 30, noi dobbiamo diventare tanti e forti, che ci dobbiamo difendere”…e il film finisce proprio sul verbo (“voce del” e “in principio era il”) “Vivo”.

“Pasqualino Settebellezze” guadagnò 4 candidature all’Oscar. E possiamo scagliarci quanto vogliamo sul principio di cineselezione (la tele la lasciamo alla SIP) con cui l’Academy stila le rose dei finalisti. Ma non c’è dubbio che quegli espertacci yanchi, per quanto –acci e per quanto yankee, riconoscano la sostanza quando se la ritrovano fra le mani. Il modo unico in cui la Wertmuller inserisce una riflessione sulla storia dentro un personaggio e un universo borderline fra riso sguaiato e pianto disperante, e l’equilibro che sa mantenere, e l’ineffabilità di un linguaggio narrativo iconograficamente potente e purtuttavia impossibile da rinserrare in una categoria prestabilita le hanno giustamente spalancato le porte per aceddere all’elenco puntato della shortlist hollywoodiana.

E da spalancare è d’uopo (d’uopo??) anche una parentesi: quella per Giancarlo Giannini, il cui talento mi era sconosciuto. O meglio, sapevo che era uno dei big del panorama italiano. Ma lo dicevo più per sentito dire che per esperienza diretta. Cosa fa di lui un big? La capacità ― che credo nasca come dono di natura affinato con tempo e training ― di trasformare ogni impercettibile movimento del viso in un momento. E dentro quel momento lo spettatore ci legge pagine e pagine, e su quel momento ci potrebbe scrivere pagine e pagine. Una generosità espressiva rara, rarissima, di cui, ripeto, non sapevo Giannini fosse portatore. C’è anche un altro fatto che mi ha molto colpito della sua interpretazione. Pasqualino subisce una mutazione. All’inizio è lo scugnizzo faccia-da-schiaffi che noi stessi prenderemmo a schiaffi, pur bonariamente; poi quella faccia cambia: registra tutte le vicende dolorose di cui s’è detto, e le restituisce plasticamente allo spettatore, che si ritrova, alla fine, il viso quasi inespressivo (o aespressivo) del personaggio. Ecco, Giannini è riuscito a tenere il passo del suo personaggio e a tenere in piedi il Pasqualino dell’inizio e il Pasqualino della fine senza capitolare. Ci vuole una gran bella stabilità scenica eh…

Parlando di classici, vi anticipo già che mercoledì 5 novembre sarà la volta di “Il Gattopardo”, starring Claudia Cardinale e Alain Delon (che non sono proprio proprio Shannen Doherty e Jason Priestley, con tutto il rispetto per i gemelli Walsh…). Spero che riusciate a dominare l’hydro-pilates e a rimandare il presente indicativo in cirillico ed essere presenti. Vedere un classico al cinema e vederlo scaricato a casa, checché ne dicano i malandrini, sono due esperienze diverse. Su questo concordiamo tutti, SPERO….

Questa settimana sostengo e propongo un documentario di cui il Mastro mi parla un gran bene

 FEDELE ALLA LINEA
di Germano Maccioni

In giro viene descritto come un “film dialogo” con Giovanni Lindo Ferretti, cantautore dei CCCP, band culto degli anni ’60, di cui il Blockhead Board (inferite il significato di  “blockhead” immagino) non conosce nulla di nulla. Ma il Fellow Fra (il climber, per distinguerlo dal Fra della Fellow Cap), che abbiamo saputo, ci legge con tarda costanza (tarda sì, ma pur sempre costanza), è un grande conoscitore della loro musica, quindi questa sarebbe l’occasione ideale per tornare a Let’s Movie ― e tranquillo, gli dico, gli anime di cui è goloso consumatore, lo attenderanno il giorno dopo 😉

Se voleste farmi pervenire qualche risposta alla domanda “comemai(machisarai) non si guardano i classici al cine?”, il mio indirizzo è [email protected]. O potete postarla qui sul Baby Blog― ancora m’illudo che qualche anima molto raminga e poco ramenga si fermi lì e conceda una manciatina di paroline al fantolino Blog (per evocare l’atmosfera “piccola fiammiferaia”, i diminutivi, non li batte nessuno).

E anche per oggi, miei insostituibili Moviers, sono arrivata al termine ― concetto peraltro tutto relativo, a guardare la voglia, rimarrei qui da voi ancora un po’, ma non voglio abusare della vostra ospitalità..come dite? Non disturbo affatto? Che carrrrrini…(per evocare l’atmosfera “cortesie per gli ospiti”, il “che carrrrrrrrino”, non lo batte nessuno).

E sulla mia evidente schizofrenia (!), vi ringrazio più e più volte, vi accompagno al riassunto di cui per una volta sposo la lettura, prima ci fermiamo nel Movie-Maelstrom, che qualche foto lì ci sta bene nell’album del matrimonio, vi domando scusa per la sillyness con cui sempiternamente vi assillyness, e vi lascio dei saluti, stasera, interrogativamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Sabato sera l’ex Casino di Arco ha ospitato un incontro con Pupi e Antonio Avati, detti anche Avatis Bros, e/o C’eravamo tanto Avati :-)…Mancaddirlo, l’evento è stato reso possibile grazie alla Trentino Film Commission ― nella persona di Zumi Anarco, brillantissima speaker in testa d’evento ― all’interno di Old Cinema, “piattaforma nazionale di documentazione e recupero dei cinema «dimenticati» e delle «sale perdute»” (http://www.oldcinema.it/progetto.html).

In formissima, alla faccia degli anni e dei chili (il passare dei primi direttamente proporzionale all’aumento dei secondi, a quanto pare), i Bros hanno tenuto banco per ben due ore…

Classe 1938, Pupi ha confessato in tutta umiltà: “Sto ancora aspettando di girare il mio “Otto e mezzo”” ― film che lo folgorò e che gli fece decidere di abbandonare il mondo dei surgelati Findus (davvero!) e prendere la strada del cinema.

Nel mare di boria in cui questa nostra società sguazza, ho trovato dolce e nobile, quest’umiltà.

Pupi, done 🙂

FEDELE ALLA LINEA: Giovanni Lindo Ferretti, persona pubblica e uomo privato, negli anni disorienta fan e opinione pubblica manifestando un pensiero libero e forte, senza sottrarsi a critiche e fraintendimenti. Un dialogo intimo tra le mura di casa che ripercorre un intero arco esistenziale: dall’Appennino alla Mongolia, attraversando il successo, la malattia e lo sgretolarsi di un’ideologia. Il ritorno a casa infine, tra i suoi monti, per riprendere le fila di una tradizione secolare. Sullo sfondo il suo ultimo ambizioso progetto, Saga. Il Canto dei Canti, opera epica equestre che narra il legame millenario tra uomini, cavalli e montagne.

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Let’s Movie CLXXXV

Let’s Movie CLXXXV

PASQUALINO SETTEBELLEZZE
di Lina Wertmuller
Italia, 1975, 114’
Mercoledì/Wednesday 23
Ore 21:00/9:00 pm
Dal Mastro/Astra
Ingresso 5 Eurini

Mincavolo Moviers,

quando sento parole nere uscire dalle bocche dei ventenni, quando vedo ventenni con l’Iphone e una svastica sotto il risvolto del berretto ―Iphone e svastiche sono un mismatch storico, l’arrivo dell’uno dovrebbe implicare l’impossibilità dell’altro, pensateci. Quando alla radio sento onesti cittadini sottolineare la necessità di restituire l’Italia agli italiani perché loro sono onesti cittadini, e il futuro dei loro figli ha la precedenza su tutti quelli che vengono da fuori, che non gliel’ha mica chiesto nessuno di venire qui, che poi gli diamo pure 50 Euro al giorno.
La cronaca entra nell’etica, Fellows, e in Let’s Movie. Perdonate, non posso tacere. Stiamo assistendo a una regressione umana che va oltre il puro nazionalismo/campanilismo. Inumare una salma, gestire 366 morti affogati, quelli sono problemi, pur penosi, di carattere pratico. Il VERO problema che dobbiamo affrontare è capire come trattare la disumanità che si vede e si sente in giro. Nei giornali troviamo nobili editoriali sulla parità e il diritto di tutti ad essere trattati con dignità, la politica si scioglie in fiumi di uguaglianza e iniziative di solidarietà. Poi però i blog, le pagine facebook, le radio (locali e non), i muri delle città, i corridoi nei supermercati, provano tutt’altro. Boia chi molla e l’Italia agli Italiani. Io allora combino i fatti, una strage in mare e un generale nazi, e mi rifugio in Let’s Movie anche per scappare da questi slogan: quelli relativi al Fascio sanno di un’epoca che non abbiamo vissuto anagraficamente, ma psichicamente sì: tutti portiamo la memoria della storia dentro: c’è chi la ignora e c’è chi la riconosce. Gli slogan relativi all’immigrazione non sono solo tinta verde padania ― il nazionalismo non indossa più colori ormai. Scappo in Let’s Movie ma la storia passata, che è presente, e invadente, e il presente, che sta già diventando storia, mi rincorrono e chiedono spazio. Potrei tranquillamente utilizzare il laisser-couler, far scivolare via tutto inosservato e fare il silly Board di sempre. Ma le concedo un po’ di spazio perché mi vergogno del livello a cui siamo arrivati. La vergogna va detta ―  e per quanto la distanza che separa me da uno che pensa Italia agli Italiani è pari a quella che separa Adriano Pappalardo da Lawrence Olivier (giusto per buttarla in matematica cinematografica), siamo tutti fatti della stessa pasta umana. E cavolo, quelle parole riverberano in me e suonano una musica infame.
Hannah Arendt scriveva: “Gli uomini devono assumersi la responsabilità per tutti i crimini commessi dagli uomini e tutte le nazioni condividono il peso del male commesso da tutte le altre. Il sentimento di vergogna di fronte al fatto stesso di essere uomini non è altro che l’espressione puramente individuale e non ancora politica di questa intuizione”.
La manipolazione storica troverà sempre nuovi adepti? Il limes avrà sempre la meglio sull’homus?, mi chiedo. Vi giro le domande, così come sono.

Quanto successo a Lampedusa una settimana fa riecheggia la storia di Dani, uno dei protagonisti de “La prima neve”. Il film, purtroppo, non mi ha convinto affatto. 🙁 E dico purtroppo con quattro P, perché mi spiace: c’era una bella atmosfera venerdì dal Mastro, che per l’occasione ha raddoppiato la proiezione e riempito due sale vista la curiosità intorno al film. E c’erano tanti tantissimi Moviers! La Fellow Chocolate, che ormai dopo 17 film (diciassette) tra Religion Today Film Festival e vari&eventuali è diventata l’Hulk Hogan di Lez Muvi (i film del Religion Today Film Festival non erano proprio pellicole da passeggio, vi dico solo che io dopo “Su Re” ero pronta per la Golgota Sky Marathon); la Fellow Vanilla, che ritrovo con grandissimo piacere e che purtroppo ho perso all’uscita, trascinata via dalla fiumana di spettatori che defluivano (defluivano??) dalla sala; la Fellow Milanie de Monaco, anche lei regal presenza rivista dopo tanto tempo (ma si sa, gli impegni nobiliari hanno un loro protocollo ben preciso); l’Anarcozumi, brava&brave allo stesso tempo perché provateci a scarrozzare in giro guests e mica-guests con 38 di febbre (Zu, tutto questo ti verrà restituito prima o poi…no, non in Tachipirina, ma in forme che al momento non siamo in grado di definire, ma che si materializzeranno, te lo garantisco); e il last-minute WG Mat, che è riuscito a infilarsi all’ultimissimo, il gaglioffo, complice la coppia Mastro&Robin cui vanno i nostri ringraziamenti per il nullaosta al last-minute. Ringrazio anche la Fellow Francesca-ae.f. che ha visto il secondo spettacolo, prenotando con largo anticipo, non come il gaglioffo…
E ringrazio naturalmente l’Honorary Member Mic che andrà  a vederlo stasera nella sala lezmuviana vicentina ― la sala vicentina non sa di essere diventata proprietà lezmuviana, quindi la Mic, stealthy Mic, opera ancora nell’ombra… 😉

Che c’azzecca Lampedusa con il film ambientato nel profondo Trentino di Segre? C’azzecca in un personaggio, il libanese Dani, e nel passato drammatico che lo porta in un paesino della Val dei Mocheni, in attesa di ricevere i documenti autorizzanti l’asilo politico. Dani perde la giovane moglie incinta durante la traversata per raggiungere l’Italia: perde lei, Layla, ma non la bambina che porta in grembo, che riuscirà miracolosamente a sopravvivere; il miracolo non impedisce tuttavia a Dani di rivedere la moglie nella bambina, e sentirsi inadeguato come padre. Ma il film non è “yet another movie on immigration”, né una riflessione sull’integrazione raziale di un emigrato in Trentino ― come ha giustamente commentato il regista. È piuttosto la storia di due dolori non-detti che si trovano e riescono a “dirsi”. L’altro dolore è quello di Michele, ragazzino mocheno che non riesce a superare la perdita del padre e sfoga la rabbia nei gesti tipici dei ragazzini che presentano rabbia repressa: bravate, scontrosità con la madre (cui addossa la colpa della morte del padre) e una spericolatezza che lo porta a sfidare il limite, a stuzzicare la morte. Del poco del film che salvo, salvo proprio lui, il “Danni un diavoletto biondo sei” di Fierozzo (Mochental), un talento senza il quale il film non avrebbe potuto esistere ― e qui sorge spontanea una domanda (assieme allo spettro di Lubrano): può un film reggersi SOLO ed esclusivamente su un attore? Abbiamo fior fiore di esempi al riguardo, però il dubbio rimane comunque…
Per il resto il film è assai banale nella sceneggiatura ― arriverei a dire che la sceneggiatura sostanzialmente manca ― è telefonato, e non solo nella trama, ma anche nel modo in cui la traduce in immagini. La fotografia, che avrebbe potuto prendere il bosco e cavarci fuori del nuovo ― il bosco è il luogo del magico, del fantastico, non solo delle corse e della raccolta legna ― è scontata pure lei. Il paesaggio è ovviamente suggestivo ―per chi si suggestiona davanti a gole, boschi, alberi, legna, e trentinate simili― ma s’è deciso di mostrarlo in maniera del tutto classica. Persino il sogno di Michele, in cui ci si sarebbe potuti sbizzarrire con trovate più visionarie o immaginifiche, rimane ancorato allo schemino gola-bosco-albero-legna. Non parliamo poi delle psicologie dei personaggi, così prevedibili da renderli delle etichette ― il ragazzino arrabbiato, la madre insicura, il nonno saggio, il rifugiato travagliato. Uno aspetta un colpo di scena che è consapevole non arriverà mai, quindi non fa che attendere la fine, digerendo l’ennesimo simbolo telefonato: la prima neve… Rappresenterà mica una sorta di pagina bianca su cui Dani e Michele potranno scrivere un nuovo inizio??
Che fine avranno mai fatto l’originalità, la delicata profondità di “Io sono Li”? Ho tappezzato tutta la città con poster “Wanted”.
Il film ha riempito tre sale a Pergine e due qui a Trentoville. Durante la nostra proiezione molti spettatori ridevano divertiti. Sentir parlare in dialetto  (peraltro un dialetto molto marcato che ha necessitato dei sottotitoli) e ritrovare la dimensione tipicamente trentina sul grande schermo ha galvanizzato gli spettatori: non avevano mai sentito e visto il loro linguaggio ― inteso come parola e presenza ― sul grande schermo: non si sono mai trovati raccontati, per quanto nella loro immagine più esasperata, dal mezzo espressivo del cinema. E l’euforia è comprensibile.
Ma quello che mi chiedo io è: un toscano o un romano che vanno a vedere questo film, cosa pensano? Pensano che il Trentino sia questo? Riusciranno a distinguere, a capire che questa è UNA parte del Trentino e che c’è dell’altro? Che non siamo dei mangia-melinde con la fissa della caccia e le cataste calibrate al millimetro sotto balconi rosso geranio? Oppure prenderanno la parte e ne faranno il tutto?
Sono consapevole che lo stereotipo è alimentato dall’ignoranza: il toscano e il romano “educated” sanno, spero, che il Trentino non è solo questo, così come la Sicilia non è solo Corleone e Roma er Colosseo. Sono consapevole che anche la rappresentazione di Chioggia di “Io sono Li” correva lo stesso rischio di passare attraverso lo specchio deformante del cliché. Ma lì c’era una sceneggiatura forte, il focus era altrove, e questo fa la differenza. In “La prima neve” è come se l’ala estrema della trentinità avesse preso il sopravvento e occupato tutta la scena, attraverso un esubero di (s)oggetti tipici ― l’orso, il miele, le motocross, il valligiano che vorrebbe l’altrove ma non riuscirà ad andarci, il vecchio gemello omozigote del nonno di Heidi… Questo è senz’altro dovuto alla mancanza di una storia forte ― che quindi lascia lo spazio al resto ― ma può essere anche dovuto alla mia nota avversità nei confronti dell’ala estremista della trentinità, con cui non farò mai pace. Quindi prendetemi con le pinze :-)… Sta di fatto che il malcontento s’è sentito purtroppo anche in altri Moviers 🙁
Peccato, avrebbe potuto essere un amore, e invece anche stavolta, mannaggia, era un calesse…
Ma menomale che c’è il Mastro che mi tira su il morale e riapre le porte a una rassegna ormai diventata appuntamento fisso “Uomini e donne. Istruzioni per l’uso”… Guardate cosa ci tira fuori dal cassetto

PASQUALINO SETTEBELLEZZE
di Lina Wertmuller

La vergogna, ancora… L’unico film di Lina Wertmuller che ho visto è “Travolti da un insolito destino” ― con il duo fenomenale Melato-Giannini. Shame on you, Board! Urge rimediare! Tra l’altro “Pasqulino Settebellezze” è il primo film candidato all’Oscar diretto da una donna :-)…sono dettagli da non sottovalutarsi…
Ora, siccome Giannini è uno degli attori più bravi che abbiamo in Italia (Sir Servillo non sia geloso, e nemmeno Fabrizio Bentivoglio-eccome, c’è spazio per tutto il talento+fascino del mondo), cosa c’è di meglio di vederlo recitare nel film che ne consacrò il sodalizio con quella cavallamatta della Wertmuller??
V’aspetto, quindi. Non c’è molto altro da aggiungere. 😉

Prima di scappare a vedere “Il vigile”, è con onore che vi presento Andrea, più noto alle cronache come Re dei Fauni, ovvero il leader maximo della scuola del Faunismo (nonché simposiarca di chiara fama), vostro nuovo compagno Movier a cui speriamo il titolo di Fellow Fuzz, trasportato dalle clare fresche et dolci acque dei flutti lezmuviani, giunga come cosa vieppiù gradita. Gli ricordiamo che la partecipazione è obbligatoria e che questa profusione di arcaismi è assolutamente funzionale alla sua partecipazione al cinema, e che il Board è un maledettissimo opportunista… 🙂

Una cosuccia ancora. L’altra sera dal Mastro mi si avvicina una perfetta sconosciuta ― e capirete fra poco perché perfetta ― e mi bisbiglia: “Mi diresti come si chiama il tuo blog? Vorrei leggerlo”.
Lei era sconosciuta ― ora capite perché perfetta?! ― non amica di amica di amico di tizio che conosce tizia che le ha accennato di Lez Muvi… Se adesso conquistiamo anche gli estranei senza ricorrere al nepotismo, dovrei uscirmene con motti G.I. Joe tipo “Mondo aspettaci stiamo arivvando”?!
No eh.
No.
Va be’, era solo per aggiornarvi sul fatto che, aiuto, la follia lezmuviana dilaga. 😉

Spero di aver tirato un po’ su le sorti della serata, dopo un inizio così serioso… Ricordate sempre che Lez Muvi è all fun, ma never fool… 😉
E ora ringraziamenti, taaaac. Riassunto taaaac, Movie Maelstrom taaaaaaaaaac e saluti, sdegnosamente cinematografici.
Taaaaaaaaaac.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Se “La prima neve” mi ha deluso, “Stoker”, film del coreano Chan-wook Park mi ha convinto ― lo ricorderete per film dall’alto tasso “angoscia” come “Lady Vendetta”. Cura stilistica, protagonisti tutti inquietanti a modo loro, tara tramandata di generazione in generazione, eros e thanatos in combattimento per buona parte del film, qualche sporcatura nella seconda parte magari, ma nulla di ché… Il Board consiglia, il WG Mat ―per una volta!― approva… So Moviers, give it a chance 😉

PASQUALINO SETTEBELLEZZE: È la storia di Pasqualino Settebellezze (interpretato magistralmente da Giancarlo Giannini) giovane malavitoso napoletano che decide di commettere un crimine per farsi un nome in quel mondo. Tra le diverse traversie successive conosce le peggiori nefandezze della guerra e, per sopravvivere, deve perfino fingere di innamorarsi della perfida, grassa ed orrenda comandante di un lager. Musiche di Enzo Jannacci.

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Let’s Movie CLXXXIX

Let’s Movie CLXXXIX

LA PRIMA NEVE
di Andrea Segre
Italia, 2013, 104’
Venerdì 18/Friday 18
19:00/7:00 pm
Astra/Dal Mastro
Attenzione: Regista in sala!
RSVP at 0461 829 002

Fünf-und-dreizig Fellows,

A volte inciampo in coincidenze numeriche che mi lasciano interdetta. Sia perché sono numeriche ed io, lo sapete, c’entro con i numeri come i cavoli con la merenda, per rispolverare paragoni dell’infanzia. Sia perché testificano uno stato di fatto delle cose che va in contro tendenza rispetto allo stato di fatto delle cose. Mi spiego. Qualche giorno fa tale Peter Higgs ―Bos Higg, per gli amici scienziati nostalgici di Hazard― è stato insignito del Premio Nobel per la Fisica. A parte che non è andato a ritirare il Premio a Stoccolma e questo fa di lui un gran figo (snobbare il Nobel, cioè). A parte questo, Peter, quando prese carta e penna e scribacchiò le coordinate della particella di Dio ―la soprannominò così “in quanto ateo”, gran burlone― aveva 35 anni.
35, guarda te, sono gli anni di Matteo Oleotto, regista di “Zoran, il mio nipote scemo” quando l’anno scorso si mise a girare il suo film. E 35, guarda te, sono gli anni di Alessandro Rak quando l’anno scorso si mise a girare il suo, “L’arte della felicità”. Adesso voi potete dire, il Board non ha nient’altro a cui pensare che all’anagrafe di tre individui che per comodità chiameremo x, y, z? (sempre sognato di dirlo). Oppure potete interrogarvi, come spesso fate, sulla tipologia di sostanze stupefacenti di cui potrei far uso per uscirmene con questi collegamenti. Domande legittime in entrambi in casi: alla prima rispondo che l’anagrafe va sempre monitorata giacché rivela segreti e patterns e sorprese tipo il 35-guarda-te; alla seconda che i collegamenti si tracciano magicamente da soli, e che la magia di certi eventuali funghi non c’entra. I fatti si attirano in quanto spinti da forza coesiva, è un principio della fisica. Da dove provenga, al momento, non mi è dato sapere, ma anche a Pet ci sono voluti 40 anni, quindi ho ancora qualche annetto davanti. 😉
Ma adesso rinucio alla tentazione di mettere a confronto Coloumb e Faraday, che entrambi son proprio una forza (!), e m’incammino verso due Let’s Movie che mi/ci hanno riempito di soddisfazione umana, cinefila, esistenziale, nazionale, generazionale, e un sacco di altri -ale che vi risparmio.
Inizio con lunedì, la proiezione di “Zoran, il mio nipote scemo” alla presenza di codesta meraviglia di Moviers: la Movier More, che ha fatto uno sforzo oserei dire bellico per arrivare in tempo dalla perduta Pergine, ma alla fine è arrivata e senza perdersi né pergersi :-); l’Anarcozumi, che da co-organizzatrice dell’incontro proprio non poteva mancare ―anche se c’è mancato poco che il sauvignon minasse la sua presenza spargendo impenetrabili nebbie in Valpadana nella sua lucidità mentale; e il Fellow TT, che “stava in piedi coi fili”, espressione toscaneggiante che non so bene cosa voglia dire, ma che suppongo abbia a che fare o con i campionati nazionali di marionettismo o con il fatto di aver superato una giornatina leggera leggera ed essere lì in piedi per miracolo… In entrambi i casi merita il nostro (ap)plauso :-); un grazie speciale anche al WG Mat, catastro-fregato dal sold-out :-(.

Come anticipato il regista, Matteo Oleotto era presente in sala. E lo sapeto no, quanto mi piaccia avere il regista sottomano…  Il regista dirige l’orchestra e, se generoso come Matteo s’è dimostrato, cerca di spiegarti cosa c’è dietro la musica che suona. Dietro a “Zoran” c’é la voglia di descrivere la provincia friulana ―che vi assicuro, è molto molto MOLTO vicina a quella trentina― unita alla voglia di osservare e dire “gli ultimi”, come li ha chiamati lo stesso Matteo. E io sarei sbottata in una hola solitaria, quando l’ha detto! Perché ne abbiamo pieni i bosoni di sentire di storie di winners, nel cinema e alla televisione e in rete. La mitizzazione del successo di uno non deve prescindere dal racconto del fallimento degli altri. Abbiamo vissuto un ventennio che ha esasperato il modello del self-made (he)man, ignorando compleatamente il loser; per questo personaggi come il Grande Lebowski o Fantozzi ci piacciono tanto: sono fari nella notte. Paolo, il protagonista di “Zoran” (e anche Zoran, che è suo nipote ―ma tutt’altro che scemo) è un personaggio ingombrante, e il fisico di Battiston, pur aiutando, c’entra davvero in minima parte con l’ingombro a cui mi riferisco. Paolo è ingombrante perché è egoista, sboccato, rozzo, tagliente nell’ironia con cui ferisce le sensibilità altrui ― è l’incarnazione di quella provincia piccola che tutti conosciamo e a tratti subiamo. Ma io non vedo solo quello in lui: Paolo porta con sé il germe di una generazione, la nostra, ovvero l’individualismo, che quando incontra la provincia si fa misantropia, ego-centrismo, persino autismo. E sebbene il film sia molto spesso esilarante, Paolo incluso (“senti che bello quando fai silenzio”, dice al povero malcapitato nipote :-)), il regista è stato molto abile a far sbocciare in noi sentimenti ambivalenti nei suoi confronti. Ridiamo delle sue bravate da bullo di periferia, e ridiamo della sua ironia, ma al contempo vediamo i danni che provoca agli altri e a se stesso, sentiamo il male che infligge affondando cattiverie nella buona fede dei suoi interlocutori. Sono convinta che tutti, nel nostro immaginario e nel nostro vissuto, abbiamo un Paolo di riferimento. Averlo visto, averlo tirato fuori da lì, da immaginario e vissuto, e avercelo porto (porto??) come personaggio tipo ―si dice universalizzare un personaggio, Board, vatti a imparare i fondamentali― è un grande risultato per un’opera prima.
Matteo ha confessato di amare la provincia, di trovarla un contesto vitale in cui tutto è vissuto molto intensamente. E di aver acquistato, negli anni di studio trascorsi a Roma, la lucidità necessaria per osservarla da distante. Mission accomplished, direi. Il film cogliendo i tic della provincia e facendo molto molto MOLTO ridere, porta anche lo spettatore a dedurre il negativo dal positivo ―la grettezza dall’attaccamento alle tradizioni (leggi anche, manie), l’alcolismo patologico dalle allegre bicchierate all’osteria. Questo sistema d’inferenza, di guardare la luce e trovarci dietro l’ombra, mi fa capire che in Oleotto c’è un regista che ha tanto da dire. Lo capisco anche da piccoli dettagli. Come la prima scena: un ubriaco seduto all’osteria ― il bevitore dipinto da Teomondo Scrofalo** kind-of ― che farfuglia da solo un monologo nonsense, ed è comico-no-di-più, ma c’è anche un qualcosa di sacro e dissacrante nel buio che a un certo punto lo avvolge e viene trafitto da un raggio di luce che investe lui, illuminando la bottiglia di vino. Quel fascio luminoso traghetta la scena nella scena successiva, tramutandosi in un faro di macchina su una strada notturna. Ecco, questa finezza mi ricorda quelle di un altro giovane regista, Marco Righi, quello dei “Giorni della Vendemmia”, che aveva nobilitato la sua opera prima con tocchi di classe simili.
Una considerazione sul fatto che nelle realtà piccole tutto è esasperato, vissuto visceralmente. È vero. Tutto è come immobile, in provincia, tutto sempre uguale a se stesso ― certi paesi sembrano fermi al 1954, che potrebbe essere il 1976 o il 1913 ― e quando il nuovo (una persona, una vicenda, un fatto) lo penetra, la reazione della collettività risponde con veemenza, trasporto. “Zoran, il mio nipote scemo” ha reso bene l’ingresso dell’elemento nuovo nella routine osteria-lavoro-casa di Paolo. Zoran, il nipote scemo-che-scemo-non-è cambierà Paolo, ma non nella sua essenza ― Paolo rimarrà fondamentalmente il Paolo che è. Ma nella sua dinamica con l’altro, sì, qualcosa in lui cambia.
Alla fine, anzi, oltre la fine, Zoran (che sta al Friuli come Napoleon Dynamite all’Idaho, check Napoleon Dynamite out :-)) corre dietro a un coniglio per catturarlo: dovete sapere che Paolo si era inventato una balla colossale per intenerire il responsabile dei servizi sociali e ottenere l’affidamento del nipote, un fuoriclasse delle freccette, e poterlo così sfruttare. Paolo che consiglia Zoran vai-di-qua-vai-di-là, che lo prende bonariamente in giro, e Zoran che goffo corre di qua e di là, fanno venire in mente una famiglia. Unconventional e strampalata, ma famiglia. E questo ricorda allo spettatore che non servono due individui di sesso opposto e atti alla procreazione per fare una famiglia. Non siamo contenitori di geni ― sorry Mendel― siamo esseri sparsi in cerca di bacelli da condividere, casomai :-)… Zoran e Paolo, in qualche modo, si sono trovati.
Ringraziamo Matteo anche per questo: per il reminder sulla possibilità dell’atipicità anche in un contesto esasperatamente tipico come la provincia.

E passiamo al secondo Let’s Movie della settimana ― ricordate che avevamo una doppietta no ― e cercherò di essere più breve, anche se meriterebbe un coro jalissiano inneggiante fiumi di parole. Innanzitutto va detto che riserviamo uno scranno ad Alessandro Rak, accanto a Matteo Oleotto e Marco Righi, nel tempio “New Film-Maker Generation” ― par ‘na discoteca, detta così, ma vi assicuro non lo è.
Martedì ho affrontato Let’s Movie con un po’ di tristezza: mi aspettavo di dovermi aspettare la solitudine. Invece no! La Fellow Francesca-ae.f., la Fellow Chocolate, la Fellow Cap e il Fellow Fra, m’han fatto la grazia! Come San Gennà! E invoco San Gennà non a caso: Napoli è protagonista di  “L’arte della felicità”.
Come posso descrivervelo, questo film, senza sembrare troppo entusiasta, stupita, orgogliosa? Sapere che là fuori qualcuno ha concepito e realizzato un’opera così, fa bene alla salute dell’Italia e del mondo. Tutti ci auguriamo che dopo concepimento e realizzazione, segua la distribuzione. E guarda caso ieri la Fellow Francesca-ae.f., conquistata anche lei da “L’arte della felicità”, è stata messaggera di buona novella: il film potrebbe essere distribuito da metà novembre! Hurray! Esulto perché l’idea che un film così possa rimanere a far la polvere virtuale in qualche scaffale multimediale, mette tristezza peggio della solitudine con la Pausini.

Sergio è un taxista amareggiato dalla vita: l’amato fratello Alfredo, con cui condivideva la passione per il jazz, se n’è andato in un convento buddista in India. Lui è solo, una storia d’amore da smaltire insieme al sogno infranto di fare il musicista. Napoli soffoca sotto montagne d’immondizia, e sotto una pioggia battente che non accenna mai a diminuire. Noi spettatori saliamo in macchina con lui e lo ascoltiamo raccontare se stesso. Ascoltiamo anche i suoi clienti, racconare se stessi.
A voler ben guardare, “L’arte della felicità” è un road-movie in piena regola: ci accompagna attraverso un luogo fisico (la città) mentre il personaggio attraversa, con la narrazione, la sua vita. Il bello è che lui lo fa con la sua e noi, intimamente-parallelamente, lo facciamo con la nostra ― almeno, per me è stato così― e il trip che porti avanti è doppio: il suo e il tuo. I rimpianti, le delusioni, i fallimenti di Sergio sono della stessa pasta dei nostri: per questo è un film che non può lasciare indifferenti.
Sergio è un Everyman che cerca di trarre il senso della vita dalle amarezze che siamo tenuti ad affrontare in quanto uomini. La Napoli cernobylliana che penetriamo, tra rifiuti e degrago, tra diluvio universale ed eruzioni apocalittiche, è la topografizzazione dello squallore esistenziale cui siamo esposti quali esseri umani ingabbiati in una società per molti aspetti disumana. La scelta del fratello di ritirarsi in un monastero buddista, in una dimensione geografica e soprattutto spirituale diversa ― rappresentata graficamente dal colore e dal sole ― costituisce una possibile soluzione. Non una fuga, eh. La soluzione sta nello scegliere e nell’agire. Nel muoversi, nel lasciare andare il passato e i rimpianti. Alfredo, che conosciamo tramite le lettere che vengono rievocate da Sergio, gli scrive: “Vivi questo presente infinito, luminoso…Smettila di girare in tondo, suona la tua musica migliore”… E la felicità, così come la bellezza, allora sono possibili anche in mezzo allo schifo massimo, come l’urbanità napoletana qui battuta da una pioggia che sa di piaga biblica. Perché la città non brulica solo degli scarafaggi della spazzatura umana (ben  peggiore di quella porta-a-porta); la città è piena di talenti, di polmoni che danno corpo al jazz, di mani che disegnano arte sui muri delle metro, di poeti che riempiono di parole un libro e i sogni delle persone. E mentre l’apocalisse si compie attraverso la distruzione del Vesuvio, riecheggia minaccioso un monito che cattura l’anamnesi della nostra società, e che ha colpito tutti noi Moviers: “Finché i poeti servono ai tavoli e i musicisti fanno l’elemosina, finché l’uomo di talento è al soldo degli incapaci, la strada corre dritta verso l’abisso”. La citazione non è precisa ― scrivere al buio è una pratica in cui il Board deve decisamente perfezionarsi ― e purtroppo non è rintracciabile in rete, ma sappiate che abbiamo cercato di  ricostruirla con dovizia certosina, i miei falchi Fellows e io :-)).
And what the hell is happiness then? La felicità si realizza nell’istante in cui la perseguiamo, in cui perseguiamo la realizzazione di quello che siamo nel profondo, e, come ci dice Alfredo, funziona come un sistema di vasi comunicanti. La felicità della vita dell’uno entra nella vita dell’altro: se faccio qualcosa per la mia felicità, non rendo felice solo me, ma anche la persona che mi ama, e viceversa. Ascoltate Alfredo: “La felicità riempie un vaso solo, allora sii felice. Fallo per me.”
“Fallo per me”: qui dentro è scritto il senso dell’amore che un individuo prova per un altro. Your happiness is my happiness.
Cara Sara impara…(dalla playlist dei miei mantra) 🙂

“L’arte dellla felicità” è la dimostrazione che il possibile non è solo sperabile: è possibile. E lo dimostra attraverso una fusione di realismo urbano, fantasia orientaleggiante, spiritualità zen e cinismo partenopeo, attraverso pezzi jazz originalissimi e una grafica assolutamente sui generis, che si accosta alle graphic novels in cui il colore è molto centellinato e i contorni molto marcati, ma accogliendo anche delle tinte soffuse per restituire gli istanti indi-mistici della storia.

Per tirare le somme, cos’abbiamo capito da tutto ‘sto blabbering-around?
Che il 35 porta proprio bene e s’ha da giocarsi immediatamente al lotto.

Ma ooops, dovevo essere breve e invece i Jalisse hanno avuto la meglio!
Filo subito a proporvi l’evento della settimana… questa settimana Let’s Movie goes to Friday

LA PRIMA NEVE
di Andrea Segre

Allora Segre lo amiamo tutti, no? Su questo non c’è dubbio ― ricorderete il gioiellino “Io sono Li” e il profondissimo documentario “Mare chiuso”. Vogliamo negarci il piacere e la fortuna di (r)incontrarlo per la presentazione del film che ha girato proprio qui in Trentino, grazie al supporto della Trentino Film Commission (leggi, l’Anarcozumi)??? Una Trentino Film Commission che, lasciatemelo dire, si spende e si espande sempre di più, ideando e portando a termini progetti di respiro nazionale e internazionale che vanno dai documentari alle fiction, ai lungo e cortometraggi. Lo sapete no, quanto io sia sempre abbastanza salace nei confronti di Trentoville e del Trentino. Ma questa realtà, che ha appena tre anni di vita, facendo da incubatore al sogno e generando pure dell’indotto, va detta e sostenuta. E io la dico e la sotengo, man! Grande Zu, e grandi ai Fellow Ferro (Luca) e Faith (Fede) che la aiutano in questo. 🙂
Ora via, Movie Maelstrom (yuppi!), riassunto (bleah!), ringraziamenti (n), e saluti, questa sera, anagraficamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

** Nel caso in cui vi mancasse una pagina fondamentale della storia dell’arte http://www.google.it/imgres?imgurl=http://sassocartaforbici.files.wordpress.com/2012/04/decurtisteomoldoscorfal.jpg&imgrefurl=http://sassocartaforbici.wordpress.com/2012/04/22/drive-in/&h=3199&w=2673&sz=952&tbnid=AiDGoiQ7OXbYzM:&tbnh=107&tbnw=89&zoom=1&usg=__nGvRGANowk88U4v1vlNTOX4pwXo=&docid=gh_QnGFrBFY2vM&sa=X&ei=Q4ZaUry8KoXV4gTq7oH4DQ&sqi=2&ved=0CD8Q9QEwAQ

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Visto che il Let’s Movie di questa settimana è Friday, che vuol dire “far far away from where we stand”, io credo che sfrutterò il Religion Today Film Festival, http://www.religionfilm.com/, (11-22 ottobre) e mi vedrò qualcosa nell’infrasettimanale ― e con me la Fellow Chocolate, che per vostra informazione si è sparata tutti i film della Settimana della Critica (TUTTI!).
Certo, la paura di trovare del catto- c’è, e non parlo di felini… Ma cerco di non partire troppo prevenuta…
Per esempio domani, lunedì, alle 21:00, potrei vedermi “Su Re”, di Giovanni Columbu, che ricordo perché si era guadagnato l’attenzione di pubblico e critica al Torino Film Festival…
Se volete saperne di più, http://temi.repubblica.it/micromega-online/il-film-della-settimana-su-re-di-giovanni-columbu/

LA PRIMA NEVE: Michele è un undicenne che vive in Val di Mocheni, tra le montagne del Trentino, con la madre e il nonno paterno Pietro, apicoltore e falegname. Il padre è morto da poco, lasciando la famiglia, e in particolare Michele, in una situazione di profonda crisi. A questo dolore scorre parallela la sofferenza di Dani, un giovane originario del Togo fuggito dalla Guerra in Libia, ospite di un centro di accoglienza, incapace di accettare la sua paternità. Le loro vite si incrociano quando Dani viene mandato a lavorare da Pietro. L’inverno si avvicina con quella neve che Dani non ha mai visto e in questo scorrere del tempo Dani e Michele avranno modo di imparare a ascoltarsi e capirsi curando le proprie ferite.

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Let’s Movie CLXXXIII

Let’s Movie CLXXXIII

Zoran, il mio nipote scemo
di Matteo Oleotto
Italia, Slovenia 2013, 106′

Lunedì/Monday 7
Ore 21:00/9:00 pm
Astra/Dal Mastro – RSVP at 0461 829 002
Oleotto & Battiston in sala!

E…

L’arte della felicità
di Alessandro Rak
Italia, 2013, 84′
Martedì 8/Tuesday 8
Ore 21:00/9:00 pm
Astra/Dal Mastro
Aggratis/For free

Fact-checking Fellows,

Venerdì scorso c’è stata la Notte dei Ricercatori qui a Trentoville, una ricorrenza annuale che ti fa resperare bene ― quando la speranza riempie i polmoni :-). Se avete della dimestichezza con l’evento, sapete a cosa mi riferisco. Conferenze e caffé scientifici e dibattiti e dimostrazioni ed esperimenti a cielo aperto, solo che quest’anno, a differenza degli altri anni, non in giro per la città, ma tutt’insieme appassionatamente al MUSE.
Per i non-trentini che ci seguono su questo canale ―e per i trentini non informati dei fatti― il museo, e il quartiere de “Le Albere” disegnati dal Senator Renzo Piano (e lui non decade, ih ih ih…) sono stati e sono al centro di polemiche sin da quando la prima ruspa ha azionato la prima benna nell’area ex-Michelin. Un progetto così ambizioso e PERICOLOSAMENTE mind-opening e revenue-generating poteva lasciare il trentino medio indifferente? Certochennò, Board, cheddici. Ora, il trentino medio, che probabilmente venerdì 23 è venuto a curiosare alla Notte dei Ricercatori per pura curiosità oppure, verosimilmente, per trovare il solito marcio-in-Normandia, s’è trovato immerso in una Normandia 100% profumo di pulito. Gente, gente, gente (divertente) di tutte le età, in fila per visitare il museo o agli stand dei ricercatori, lì a provare, digitare, non capire, o capire un po’ ―che spesso i ricercatori parlano la loro lingua, e se alcuni riescono bene a tradurre in profano quello che per loro è sacro, altri rimangono abbastanza nell’autismo-elitismo comunicativo dell’”I am geek, and I am sorry for you”. E poi storie d’idee pazze, storie d’idee rotte e poi aggiustate e diventate miliardarie. E poi, bosoni, fondi gravitazioniali dell’unverso, e poi la corte che il principe farebbe a Cenerentola nell’era dei big data…
E poi una piattaforma speciale dedicata al fact-checking che ve la devo proprio raccontare. Ora, non so voi, ma io non solo non avevo mai sentito di questa piattaforma, ma non sapevo nemmeno dell’esistenza del fact-checking ― ci svegliamo Board, o rimaniamo nel sonno della ragione a far compagnia a Goya??? Il fact-checking è la cosidetta verifica dei fatti, e c’è questo sito https://factchecking.civiclinks.it/it/, che ti permette di mettere in discussione la veridicità di “una notizia o una dichiarazione che credi sia falsa, imprecisa, dubbia, e se il fatto pubblicato in rete sia sbagliato”. È un cosiddetto media civico, uno strumento con cui ogni singolo web-cittadino può contribuire all’attendibilità dei fatti e all’accuratezza delle informazioni. Pensate a quanti dati ―big data, per dirla col Principe Azzurro del nuovo millennio― sono disponibili online oggi. La pratica di correggere o smentire un’informazione sbagliata, se ci pensate, è un gesto etico di responsabilità del singolo nei confronti della collettività. E non è un caso che un sito legato al fact-checking riecheggi il Talmud nello slogan “Chi salva un fatto, salva una vita intera”.
Che si sia sentita la necessità di creare un web tool per navigare e diffondere questa pratica testimonia l’esistenza di una parte di umanità sana che crede alla tutela della scrupolosità e alla cooperazione per il bene della community.
Per contrasto “Via Castellana Bandiera” testimonia l’esistenza di una parte di umanità malsana capace di lucrare su una situazione d’impasse, di sospendere qualsiasi gesto vòlto a sciogliere la situazione ma anzi, a cercare di perpetrare lo stallo.
Vi do il quadro per farvi comprendere meglio il contrasto.
Estate. Intrico di vicoli di Palermo. Due donne (coppia in crisi) procedono in una stradina molto stretta, Via Castellana Bandiera. In senso contrario arriva un’altra macchina, guidata dalla vecchia Samira, con a bordo la famiglia Calafiore. Impossibilitate a proseguire, le due macchine si bloccano, muso-contro-muso, e nessuna delle due guidatrici cede il passo. Il muso-contro-muso diventa il testa-contro-testa di Rosa e Samira. E fin qui, bene. Cioè male: le regole del vivere civile vorrebbero che una delle due facesse retromarcia e passare l’altra. Ma non è tanto il bonton del codice della strada a impensierirci ―io stessa non sono una guidatrice modello, pur essendo un modello di guidatrice ;-). Impensierisce invece la manipolazione della situazione da parte della famiglia di Samira, che organizza un giro di scommesse sul “chi cederà per prima?”.
Ma c’è altra carne al fuoco: il film è tremendamente metaforico, e varia al variare dell’occhio che lo guarda. Si determina allora una plurimia (ma esiste??) di reazioni multi-prospettiche, che abbiamo riscontrato anche nel post-proiezione tra i Moviers, e di cui si dirà in seguito.
Abbiamo queste due donne caparbie che fino all’ultimo non cedono, che non accettano compromessi, e che possono rappresentare un po’ la determinazione a portare avanti una propria posizione in un oggi orientato ai quotidiani trasformismi, al cedo-facile; ma possono rappresentare anche due silenzi pieni di storie difficili, come quelle delle due donne. Ludwig Wittgenstein diceva “Su ciò, di cui non si può parlare, si deve tacere”. E forse questo loro silenzio non è solo una questione di principio, ma è una scelta che dice quello che non possono o non devono dire… È una grammatica diversa, la loro. Per questo risulta difficile leggerla e comprenderla. Ma possiamo provarci…
E c’è una società umana marcia nei comportamenti e negli intenti, altroché Normandia. Vicini che si scannano, generi abominevoli. Mi sono portata a casa una scena del film, che mi ha perseguitato anche il giorno dopo. A un certo punto la famiglia si trova a tavola a mangiare. Spaghetti al nero di seppia, la ricetta è importante. Il pasto è divorato con foga animalesca, senza alcuna gioia per il cibo o l’atto condiviso. E’ uno scempio che si consuma a tavola. Un minuto, forse meno, di pura animalità. E capirete, la tenebra unta attorno alle bocche dei commensali non è semplice nero di seppia…
Tremendamente metaforico, “Via Castellana Bandiera”, già. Come i cow-boys che si sfidavano nei film di Sergio Leone ―da cui per altro la Dante riprende apertamente la geometria scenica del duello fra le due donne― non si tratta di uno scontro “piccolo”, particolare. Non è un cavallo rubato o semplice ingorgo stradale. Allora cos’è? È l’io che scontra un altro io. E il conflitto porta a uno scioglimento, che può essere, come in questo caso, hegelianamente positivo ―dopo tesi e antitesi, sintesi. La strada allargata nel finale e la macchina che scivola in un dirupo, e tutti gli abitanti del quartiere che (s)corrono verso di noi (=che siamo prospetticamente il dirupo) potrebbero alludere a una liberazione finale. Dopo il momento di massima entropia, colto attraverso la distopia dello sguardo che rimpicciolisce la strada e che riflette una mente concentrata sulla piccola disputa, dopo l’acme in cui la tensione raggiunge il parossismo, e dopo il sacrificio di uno dei due eroi (Samira), ecco che la strada piano piano si allarga, e la vita (=la gente) si fa fiume e torna a fluire.
L’effetto fisarmonica della via, che da stretta stretta si fa larga larga, e il film in generale, sono stati al centro di un micro-dibattito vivace e sanamente sconclusionato, che ha visto coinvolti tutti i Moviers presenti. L’Anarcozumi, finalmente tra noi dopo aver passato un weekend con l’ottantenne regista Montaldo e consorte (non è che la Zu passi il weekend a riempire di fagioli le cartelle della tombola eh); la Fellow Francesca-ae.f. che da sicilana di Sicilia qual è ha beneficiato di una prospettiva “insider” anche a livello di comprensione linguistica grazie alla feature incorporata “Je m’en fous des sous-titres”; il WG Mat che ha mal sopportato tutto il film, maturando un mood müller anche se il Board non ha ceduto al “fate l’amore con il rancore” ;-); and last but not least, Maria, una Movier nuova nuova baby baby, che s’è gettata da sola in Lezmuviland (e sapete quanto io vada pazza per questi gesti di coraggio estremo!): sarà la nostra Movier More, per via di un cognome che è uno scontro tra piccoli frutti italiani ed ennesime potenze inglesi. 🙂
Comunque vi riporto giù nel Movie Maelstrom il commento della regista, che offre una bella interpretazione dietro l’effetto ottico della strada: come vedrete, si discosta dalla mia, ma va bene così, le interpretazioni contano tutte, del resto il mondo è bello perché valgo ehm vario… 🙂

Anche questa settimana Let’s Movie fa la festa alla Settimana della Critica 2013 e va di doppietta.
Nel primo tempo…

Zoran, il mio nipote scemo
di Matteo Oleotto
Italia, Slovenia 2013, 106′

E nella ripresa….

L’arte della felicità
di Alessandro Rak
Italia, 2013, 84′

Dato che per “Zoran, il mio nipote scemo” è prevista la presenza in sala del protagonista Giuseppe Battiston e del regista Matteo Oleotto (frutto della partnership Mastro&Zu), e si prevede il sold-out, il Mastro esorta il mondo lezmuviano a prenotare! E il mondo lezmuviano prenoterà 🙂

Quanto al film d’animazione “L’Arte della felicità“, ho visto qualche fotogramma e posso dirvi che è ambientato in una Napoli dai lineamenti quasi chernobylliani, l’opposto della cartolina che riceviamo regolarmente dalle regioni del cliché, quindi assolutamente da vedere. Lo propongo anche per contribuire a smantellare la falsa idea che vede l’animation come un genere cinematografico inferiore o comunque per bambini rispetto ai lungometraggi “normali”. Dalle opere (d’arte) di Miyazaki passando per “Persepolis” e “Valzer per Bashir”, l’animation movie si dimostra un linguaggio cinematografico con una dignità espressiva pari a quella del girato classico ― e speriamo che questo tolga il müller dal mood del WG Mat 😉

Okay, ora vi aspetta un Movie-Maelstrom abbastanza volumetrico. Del resto non mi sono pervenute specifiche riguardanti limiti strutturali dello spazio, quindi io m’allargo.
Ringraziandovi dell’attenzione, e scusandomi per l’onta che vi faccio nel copiaincollarvi ben DUE riassunti (sì, sono perseguibile penalmente), vi aspetto domani e martedì e vi mando dei saluti fattualmente cinematografici.

Let’s Movie
The Board


MOVIE-MAELSTROM
– “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Come promesso, eccovi le parole di Emma Dante sul film:

Il luogo fisico è anche il luogo mentale del film. Abbiamo girato a Palermo, in una strada reale, via Castellana Bandiera, dove ho vissuto per molti anni, sino a poco tempo fa. Sono stati aggiunti alcuni elementi scenografici tra cui un muro che delimitava da uno dei suoi lati il budello della strada. Il muro lentamente e progressivamente si apre rendendo man mano la via più larga. I cambiamenti visti in sequenza sono impercettibili, solo progressivamente si nota in maniera plateale che la strada si è allargata. Nonostante lo spazio si apra dichiarando la possibilità di sciogliere l’ingorgo e procedere, il comportamento dei personaggi non cambia, per loro la via larga o stretta è la stessa cosa, perché l’ostacolo è nelle loro teste e il fatto di non spostarsi una questione di principio. Nella mia Palermo, tra il documentario e il sogno, ho immaginato un altrove dove rifugiarsi: un luogo intimo, familiare e rivelatore. Questo luogo, questo altrove ci è molto vicino, ci chiama in causa come testimoni oculari di una storia privata, e in fondo ci appartiene”

E ora delle considerazioni sparse che potrei intitolare “4 film in 7 giorni”, riecheggiando la coppia Verdone-Villaggio… 😉

Consiglio la visione di “Bling Ring”. Non sarà il best-of della filmografia della Coppola, non ve la racconto. Ma secondo me vale la pena, se non altro per osservare ancora una volta la vacuità della teenegeria americana alle prese con il bling-bling, e la scintillante, vuota rincorsa all’apparire a tutti i costi, emulando miti senza nulla di mit(olog)ico, come il duo Lindsey Lohan&Paris Hilton, e scordandosi completamente dell’essere, proprio e altrui. Per chi è stato a Los Angeles poi ― e chiamo a rapporto i miei Guys from L.A. e l’Anarcozumi― l’innarrivabile tresh travestito da posh immortalato nel film risulterà potentemente familiare… 😉
Voto: 7+

Sacro GRA” invece, mmm, ni, non mi ha convinto… Mi aspettavo qualcosa di meglio, sicuramente influenzata dalla vittoria del Leone d’Oro… Credevo di trovarci più poesia, o per lo meno qualcosa che lo distinguesse dal documentario classico (il Leone l’avrà vinto per qualcosa, o no??)…Invece ho trovato delle storie di vita quotidiana, di realtà difficile, o semplicemente squallida, e senz’altro commoventi nella loro piccola mediocrità, ma non poetiche…Mi piacerebbe tanto sentire l’opinione dei Moviers che l’hanno visto… All’Honorary Member Mic per esempio è piaciuto, e anche alla Zu… 🙂
Opinioni sul Baby Blog most welcome!
Voto: 6–

Mi aspettavo gran peggio con “Gli anni felici” e invece, pam, del meglio 🙂 Il film si lascia guardare, a tratti fa pure ridere, Stuart&Ramazzotti (Kim Rossi & Micaela, Rod e Eros li lasciamo a cantare eh) sono davvero bravi e il fatto che la storia raccontata sia la storia autobiografica del regista, be’ influenza non poco sulla simpatia-empatia nei confronti suoi e del film.
Voto: 6+

ZORAN, IL MIO NIPOTE SCEMO: Paolo, quarant’anni, inaffidabile e dedito al piacere del buon vino, vive in un piccolo paesino vicino a Gorizia. Trascina le sue giornate nell’osteria del paese e si ostina in un infantile stalking ai danni dell’ex-moglie. Un giorno, inaspettatamente, si palesa suo nipote Zoran, uno strano sedicenne cresciuto sui monti della Slovenia. Paolo dovrà prendersi cura del ragazzino e ne scoprirà una dote bizzarra: è un vero fenomeno a lanciare le freccette. Questa per Paolo è l’occasione giusta per prendersi una rivincita nei confronti del mondo. Ma sarà tutto così facile?

L’ARTE DELLA FELICITA’: Due fratelli. Due continenti. Due vite. Una sola anima. Sotto un cielo plumbeo, tra i presagi apocalittici di una Napoli all’apice del suo degrado, Sergio, un tassista, riceve una notizia che lo sconvolge. Niente potrà più essere come prima. Ora Sergio si guarda allo specchio e quello che vede è un uomo di quarant’anni, che ha voltato le spalle alla musica e si è perso nel limbo della sua città. Mentre fuori imperversa la tempesta, il suo taxi comincia ad affollarsi di ricordi, di speranze, di rimpianti, di presenze. Prima o poi la pioggia smetterà di cadere ed il cielo si aprirà. E da lì verrà la fine. O tornerà la musica.

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