Let’s Movie CLXXXIII

Let’s Movie CLXXXIII

Zoran, il mio nipote scemo
di Matteo Oleotto
Italia, Slovenia 2013, 106′

Lunedì/Monday 7
Ore 21:00/9:00 pm
Astra/Dal Mastro – RSVP at 0461 829 002
Oleotto & Battiston in sala!

E…

L’arte della felicità
di Alessandro Rak
Italia, 2013, 84′
Martedì 8/Tuesday 8
Ore 21:00/9:00 pm
Astra/Dal Mastro
Aggratis/For free

Fact-checking Fellows,

Venerdì scorso c’è stata la Notte dei Ricercatori qui a Trentoville, una ricorrenza annuale che ti fa resperare bene ― quando la speranza riempie i polmoni :-). Se avete della dimestichezza con l’evento, sapete a cosa mi riferisco. Conferenze e caffé scientifici e dibattiti e dimostrazioni ed esperimenti a cielo aperto, solo che quest’anno, a differenza degli altri anni, non in giro per la città, ma tutt’insieme appassionatamente al MUSE.
Per i non-trentini che ci seguono su questo canale ―e per i trentini non informati dei fatti― il museo, e il quartiere de “Le Albere” disegnati dal Senator Renzo Piano (e lui non decade, ih ih ih…) sono stati e sono al centro di polemiche sin da quando la prima ruspa ha azionato la prima benna nell’area ex-Michelin. Un progetto così ambizioso e PERICOLOSAMENTE mind-opening e revenue-generating poteva lasciare il trentino medio indifferente? Certochennò, Board, cheddici. Ora, il trentino medio, che probabilmente venerdì 23 è venuto a curiosare alla Notte dei Ricercatori per pura curiosità oppure, verosimilmente, per trovare il solito marcio-in-Normandia, s’è trovato immerso in una Normandia 100% profumo di pulito. Gente, gente, gente (divertente) di tutte le età, in fila per visitare il museo o agli stand dei ricercatori, lì a provare, digitare, non capire, o capire un po’ ―che spesso i ricercatori parlano la loro lingua, e se alcuni riescono bene a tradurre in profano quello che per loro è sacro, altri rimangono abbastanza nell’autismo-elitismo comunicativo dell’”I am geek, and I am sorry for you”. E poi storie d’idee pazze, storie d’idee rotte e poi aggiustate e diventate miliardarie. E poi, bosoni, fondi gravitazioniali dell’unverso, e poi la corte che il principe farebbe a Cenerentola nell’era dei big data…
E poi una piattaforma speciale dedicata al fact-checking che ve la devo proprio raccontare. Ora, non so voi, ma io non solo non avevo mai sentito di questa piattaforma, ma non sapevo nemmeno dell’esistenza del fact-checking ― ci svegliamo Board, o rimaniamo nel sonno della ragione a far compagnia a Goya??? Il fact-checking è la cosidetta verifica dei fatti, e c’è questo sito https://factchecking.civiclinks.it/it/, che ti permette di mettere in discussione la veridicità di “una notizia o una dichiarazione che credi sia falsa, imprecisa, dubbia, e se il fatto pubblicato in rete sia sbagliato”. È un cosiddetto media civico, uno strumento con cui ogni singolo web-cittadino può contribuire all’attendibilità dei fatti e all’accuratezza delle informazioni. Pensate a quanti dati ―big data, per dirla col Principe Azzurro del nuovo millennio― sono disponibili online oggi. La pratica di correggere o smentire un’informazione sbagliata, se ci pensate, è un gesto etico di responsabilità del singolo nei confronti della collettività. E non è un caso che un sito legato al fact-checking riecheggi il Talmud nello slogan “Chi salva un fatto, salva una vita intera”.
Che si sia sentita la necessità di creare un web tool per navigare e diffondere questa pratica testimonia l’esistenza di una parte di umanità sana che crede alla tutela della scrupolosità e alla cooperazione per il bene della community.
Per contrasto “Via Castellana Bandiera” testimonia l’esistenza di una parte di umanità malsana capace di lucrare su una situazione d’impasse, di sospendere qualsiasi gesto vòlto a sciogliere la situazione ma anzi, a cercare di perpetrare lo stallo.
Vi do il quadro per farvi comprendere meglio il contrasto.
Estate. Intrico di vicoli di Palermo. Due donne (coppia in crisi) procedono in una stradina molto stretta, Via Castellana Bandiera. In senso contrario arriva un’altra macchina, guidata dalla vecchia Samira, con a bordo la famiglia Calafiore. Impossibilitate a proseguire, le due macchine si bloccano, muso-contro-muso, e nessuna delle due guidatrici cede il passo. Il muso-contro-muso diventa il testa-contro-testa di Rosa e Samira. E fin qui, bene. Cioè male: le regole del vivere civile vorrebbero che una delle due facesse retromarcia e passare l’altra. Ma non è tanto il bonton del codice della strada a impensierirci ―io stessa non sono una guidatrice modello, pur essendo un modello di guidatrice ;-). Impensierisce invece la manipolazione della situazione da parte della famiglia di Samira, che organizza un giro di scommesse sul “chi cederà per prima?”.
Ma c’è altra carne al fuoco: il film è tremendamente metaforico, e varia al variare dell’occhio che lo guarda. Si determina allora una plurimia (ma esiste??) di reazioni multi-prospettiche, che abbiamo riscontrato anche nel post-proiezione tra i Moviers, e di cui si dirà in seguito.
Abbiamo queste due donne caparbie che fino all’ultimo non cedono, che non accettano compromessi, e che possono rappresentare un po’ la determinazione a portare avanti una propria posizione in un oggi orientato ai quotidiani trasformismi, al cedo-facile; ma possono rappresentare anche due silenzi pieni di storie difficili, come quelle delle due donne. Ludwig Wittgenstein diceva “Su ciò, di cui non si può parlare, si deve tacere”. E forse questo loro silenzio non è solo una questione di principio, ma è una scelta che dice quello che non possono o non devono dire… È una grammatica diversa, la loro. Per questo risulta difficile leggerla e comprenderla. Ma possiamo provarci…
E c’è una società umana marcia nei comportamenti e negli intenti, altroché Normandia. Vicini che si scannano, generi abominevoli. Mi sono portata a casa una scena del film, che mi ha perseguitato anche il giorno dopo. A un certo punto la famiglia si trova a tavola a mangiare. Spaghetti al nero di seppia, la ricetta è importante. Il pasto è divorato con foga animalesca, senza alcuna gioia per il cibo o l’atto condiviso. E’ uno scempio che si consuma a tavola. Un minuto, forse meno, di pura animalità. E capirete, la tenebra unta attorno alle bocche dei commensali non è semplice nero di seppia…
Tremendamente metaforico, “Via Castellana Bandiera”, già. Come i cow-boys che si sfidavano nei film di Sergio Leone ―da cui per altro la Dante riprende apertamente la geometria scenica del duello fra le due donne― non si tratta di uno scontro “piccolo”, particolare. Non è un cavallo rubato o semplice ingorgo stradale. Allora cos’è? È l’io che scontra un altro io. E il conflitto porta a uno scioglimento, che può essere, come in questo caso, hegelianamente positivo ―dopo tesi e antitesi, sintesi. La strada allargata nel finale e la macchina che scivola in un dirupo, e tutti gli abitanti del quartiere che (s)corrono verso di noi (=che siamo prospetticamente il dirupo) potrebbero alludere a una liberazione finale. Dopo il momento di massima entropia, colto attraverso la distopia dello sguardo che rimpicciolisce la strada e che riflette una mente concentrata sulla piccola disputa, dopo l’acme in cui la tensione raggiunge il parossismo, e dopo il sacrificio di uno dei due eroi (Samira), ecco che la strada piano piano si allarga, e la vita (=la gente) si fa fiume e torna a fluire.
L’effetto fisarmonica della via, che da stretta stretta si fa larga larga, e il film in generale, sono stati al centro di un micro-dibattito vivace e sanamente sconclusionato, che ha visto coinvolti tutti i Moviers presenti. L’Anarcozumi, finalmente tra noi dopo aver passato un weekend con l’ottantenne regista Montaldo e consorte (non è che la Zu passi il weekend a riempire di fagioli le cartelle della tombola eh); la Fellow Francesca-ae.f. che da sicilana di Sicilia qual è ha beneficiato di una prospettiva “insider” anche a livello di comprensione linguistica grazie alla feature incorporata “Je m’en fous des sous-titres”; il WG Mat che ha mal sopportato tutto il film, maturando un mood müller anche se il Board non ha ceduto al “fate l’amore con il rancore” ;-); and last but not least, Maria, una Movier nuova nuova baby baby, che s’è gettata da sola in Lezmuviland (e sapete quanto io vada pazza per questi gesti di coraggio estremo!): sarà la nostra Movier More, per via di un cognome che è uno scontro tra piccoli frutti italiani ed ennesime potenze inglesi. 🙂
Comunque vi riporto giù nel Movie Maelstrom il commento della regista, che offre una bella interpretazione dietro l’effetto ottico della strada: come vedrete, si discosta dalla mia, ma va bene così, le interpretazioni contano tutte, del resto il mondo è bello perché valgo ehm vario… 🙂

Anche questa settimana Let’s Movie fa la festa alla Settimana della Critica 2013 e va di doppietta.
Nel primo tempo…

Zoran, il mio nipote scemo
di Matteo Oleotto
Italia, Slovenia 2013, 106′

E nella ripresa….

L’arte della felicità
di Alessandro Rak
Italia, 2013, 84′

Dato che per “Zoran, il mio nipote scemo” è prevista la presenza in sala del protagonista Giuseppe Battiston e del regista Matteo Oleotto (frutto della partnership Mastro&Zu), e si prevede il sold-out, il Mastro esorta il mondo lezmuviano a prenotare! E il mondo lezmuviano prenoterà 🙂

Quanto al film d’animazione “L’Arte della felicità“, ho visto qualche fotogramma e posso dirvi che è ambientato in una Napoli dai lineamenti quasi chernobylliani, l’opposto della cartolina che riceviamo regolarmente dalle regioni del cliché, quindi assolutamente da vedere. Lo propongo anche per contribuire a smantellare la falsa idea che vede l’animation come un genere cinematografico inferiore o comunque per bambini rispetto ai lungometraggi “normali”. Dalle opere (d’arte) di Miyazaki passando per “Persepolis” e “Valzer per Bashir”, l’animation movie si dimostra un linguaggio cinematografico con una dignità espressiva pari a quella del girato classico ― e speriamo che questo tolga il müller dal mood del WG Mat 😉

Okay, ora vi aspetta un Movie-Maelstrom abbastanza volumetrico. Del resto non mi sono pervenute specifiche riguardanti limiti strutturali dello spazio, quindi io m’allargo.
Ringraziandovi dell’attenzione, e scusandomi per l’onta che vi faccio nel copiaincollarvi ben DUE riassunti (sì, sono perseguibile penalmente), vi aspetto domani e martedì e vi mando dei saluti fattualmente cinematografici.

Let’s Movie
The Board


MOVIE-MAELSTROM
– “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Come promesso, eccovi le parole di Emma Dante sul film:

Il luogo fisico è anche il luogo mentale del film. Abbiamo girato a Palermo, in una strada reale, via Castellana Bandiera, dove ho vissuto per molti anni, sino a poco tempo fa. Sono stati aggiunti alcuni elementi scenografici tra cui un muro che delimitava da uno dei suoi lati il budello della strada. Il muro lentamente e progressivamente si apre rendendo man mano la via più larga. I cambiamenti visti in sequenza sono impercettibili, solo progressivamente si nota in maniera plateale che la strada si è allargata. Nonostante lo spazio si apra dichiarando la possibilità di sciogliere l’ingorgo e procedere, il comportamento dei personaggi non cambia, per loro la via larga o stretta è la stessa cosa, perché l’ostacolo è nelle loro teste e il fatto di non spostarsi una questione di principio. Nella mia Palermo, tra il documentario e il sogno, ho immaginato un altrove dove rifugiarsi: un luogo intimo, familiare e rivelatore. Questo luogo, questo altrove ci è molto vicino, ci chiama in causa come testimoni oculari di una storia privata, e in fondo ci appartiene”

E ora delle considerazioni sparse che potrei intitolare “4 film in 7 giorni”, riecheggiando la coppia Verdone-Villaggio… 😉

Consiglio la visione di “Bling Ring”. Non sarà il best-of della filmografia della Coppola, non ve la racconto. Ma secondo me vale la pena, se non altro per osservare ancora una volta la vacuità della teenegeria americana alle prese con il bling-bling, e la scintillante, vuota rincorsa all’apparire a tutti i costi, emulando miti senza nulla di mit(olog)ico, come il duo Lindsey Lohan&Paris Hilton, e scordandosi completamente dell’essere, proprio e altrui. Per chi è stato a Los Angeles poi ― e chiamo a rapporto i miei Guys from L.A. e l’Anarcozumi― l’innarrivabile tresh travestito da posh immortalato nel film risulterà potentemente familiare… 😉
Voto: 7+

Sacro GRA” invece, mmm, ni, non mi ha convinto… Mi aspettavo qualcosa di meglio, sicuramente influenzata dalla vittoria del Leone d’Oro… Credevo di trovarci più poesia, o per lo meno qualcosa che lo distinguesse dal documentario classico (il Leone l’avrà vinto per qualcosa, o no??)…Invece ho trovato delle storie di vita quotidiana, di realtà difficile, o semplicemente squallida, e senz’altro commoventi nella loro piccola mediocrità, ma non poetiche…Mi piacerebbe tanto sentire l’opinione dei Moviers che l’hanno visto… All’Honorary Member Mic per esempio è piaciuto, e anche alla Zu… 🙂
Opinioni sul Baby Blog most welcome!
Voto: 6–

Mi aspettavo gran peggio con “Gli anni felici” e invece, pam, del meglio 🙂 Il film si lascia guardare, a tratti fa pure ridere, Stuart&Ramazzotti (Kim Rossi & Micaela, Rod e Eros li lasciamo a cantare eh) sono davvero bravi e il fatto che la storia raccontata sia la storia autobiografica del regista, be’ influenza non poco sulla simpatia-empatia nei confronti suoi e del film.
Voto: 6+

ZORAN, IL MIO NIPOTE SCEMO: Paolo, quarant’anni, inaffidabile e dedito al piacere del buon vino, vive in un piccolo paesino vicino a Gorizia. Trascina le sue giornate nell’osteria del paese e si ostina in un infantile stalking ai danni dell’ex-moglie. Un giorno, inaspettatamente, si palesa suo nipote Zoran, uno strano sedicenne cresciuto sui monti della Slovenia. Paolo dovrà prendersi cura del ragazzino e ne scoprirà una dote bizzarra: è un vero fenomeno a lanciare le freccette. Questa per Paolo è l’occasione giusta per prendersi una rivincita nei confronti del mondo. Ma sarà tutto così facile?

L’ARTE DELLA FELICITA’: Due fratelli. Due continenti. Due vite. Una sola anima. Sotto un cielo plumbeo, tra i presagi apocalittici di una Napoli all’apice del suo degrado, Sergio, un tassista, riceve una notizia che lo sconvolge. Niente potrà più essere come prima. Ora Sergio si guarda allo specchio e quello che vede è un uomo di quarant’anni, che ha voltato le spalle alla musica e si è perso nel limbo della sua città. Mentre fuori imperversa la tempesta, il suo taxi comincia ad affollarsi di ricordi, di speranze, di rimpianti, di presenze. Prima o poi la pioggia smetterà di cadere ed il cielo si aprirà. E da lì verrà la fine. O tornerà la musica.

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