Let’s Movie CLXXXIX

Let’s Movie CLXXXIX

LA PRIMA NEVE
di Andrea Segre
Italia, 2013, 104’
Venerdì 18/Friday 18
19:00/7:00 pm
Astra/Dal Mastro
Attenzione: Regista in sala!
RSVP at 0461 829 002

Fünf-und-dreizig Fellows,

A volte inciampo in coincidenze numeriche che mi lasciano interdetta. Sia perché sono numeriche ed io, lo sapete, c’entro con i numeri come i cavoli con la merenda, per rispolverare paragoni dell’infanzia. Sia perché testificano uno stato di fatto delle cose che va in contro tendenza rispetto allo stato di fatto delle cose. Mi spiego. Qualche giorno fa tale Peter Higgs ―Bos Higg, per gli amici scienziati nostalgici di Hazard― è stato insignito del Premio Nobel per la Fisica. A parte che non è andato a ritirare il Premio a Stoccolma e questo fa di lui un gran figo (snobbare il Nobel, cioè). A parte questo, Peter, quando prese carta e penna e scribacchiò le coordinate della particella di Dio ―la soprannominò così “in quanto ateo”, gran burlone― aveva 35 anni.
35, guarda te, sono gli anni di Matteo Oleotto, regista di “Zoran, il mio nipote scemo” quando l’anno scorso si mise a girare il suo film. E 35, guarda te, sono gli anni di Alessandro Rak quando l’anno scorso si mise a girare il suo, “L’arte della felicità”. Adesso voi potete dire, il Board non ha nient’altro a cui pensare che all’anagrafe di tre individui che per comodità chiameremo x, y, z? (sempre sognato di dirlo). Oppure potete interrogarvi, come spesso fate, sulla tipologia di sostanze stupefacenti di cui potrei far uso per uscirmene con questi collegamenti. Domande legittime in entrambi in casi: alla prima rispondo che l’anagrafe va sempre monitorata giacché rivela segreti e patterns e sorprese tipo il 35-guarda-te; alla seconda che i collegamenti si tracciano magicamente da soli, e che la magia di certi eventuali funghi non c’entra. I fatti si attirano in quanto spinti da forza coesiva, è un principio della fisica. Da dove provenga, al momento, non mi è dato sapere, ma anche a Pet ci sono voluti 40 anni, quindi ho ancora qualche annetto davanti. 😉
Ma adesso rinucio alla tentazione di mettere a confronto Coloumb e Faraday, che entrambi son proprio una forza (!), e m’incammino verso due Let’s Movie che mi/ci hanno riempito di soddisfazione umana, cinefila, esistenziale, nazionale, generazionale, e un sacco di altri -ale che vi risparmio.
Inizio con lunedì, la proiezione di “Zoran, il mio nipote scemo” alla presenza di codesta meraviglia di Moviers: la Movier More, che ha fatto uno sforzo oserei dire bellico per arrivare in tempo dalla perduta Pergine, ma alla fine è arrivata e senza perdersi né pergersi :-); l’Anarcozumi, che da co-organizzatrice dell’incontro proprio non poteva mancare ―anche se c’è mancato poco che il sauvignon minasse la sua presenza spargendo impenetrabili nebbie in Valpadana nella sua lucidità mentale; e il Fellow TT, che “stava in piedi coi fili”, espressione toscaneggiante che non so bene cosa voglia dire, ma che suppongo abbia a che fare o con i campionati nazionali di marionettismo o con il fatto di aver superato una giornatina leggera leggera ed essere lì in piedi per miracolo… In entrambi i casi merita il nostro (ap)plauso :-); un grazie speciale anche al WG Mat, catastro-fregato dal sold-out :-(.

Come anticipato il regista, Matteo Oleotto era presente in sala. E lo sapeto no, quanto mi piaccia avere il regista sottomano…  Il regista dirige l’orchestra e, se generoso come Matteo s’è dimostrato, cerca di spiegarti cosa c’è dietro la musica che suona. Dietro a “Zoran” c’é la voglia di descrivere la provincia friulana ―che vi assicuro, è molto molto MOLTO vicina a quella trentina― unita alla voglia di osservare e dire “gli ultimi”, come li ha chiamati lo stesso Matteo. E io sarei sbottata in una hola solitaria, quando l’ha detto! Perché ne abbiamo pieni i bosoni di sentire di storie di winners, nel cinema e alla televisione e in rete. La mitizzazione del successo di uno non deve prescindere dal racconto del fallimento degli altri. Abbiamo vissuto un ventennio che ha esasperato il modello del self-made (he)man, ignorando compleatamente il loser; per questo personaggi come il Grande Lebowski o Fantozzi ci piacciono tanto: sono fari nella notte. Paolo, il protagonista di “Zoran” (e anche Zoran, che è suo nipote ―ma tutt’altro che scemo) è un personaggio ingombrante, e il fisico di Battiston, pur aiutando, c’entra davvero in minima parte con l’ingombro a cui mi riferisco. Paolo è ingombrante perché è egoista, sboccato, rozzo, tagliente nell’ironia con cui ferisce le sensibilità altrui ― è l’incarnazione di quella provincia piccola che tutti conosciamo e a tratti subiamo. Ma io non vedo solo quello in lui: Paolo porta con sé il germe di una generazione, la nostra, ovvero l’individualismo, che quando incontra la provincia si fa misantropia, ego-centrismo, persino autismo. E sebbene il film sia molto spesso esilarante, Paolo incluso (“senti che bello quando fai silenzio”, dice al povero malcapitato nipote :-)), il regista è stato molto abile a far sbocciare in noi sentimenti ambivalenti nei suoi confronti. Ridiamo delle sue bravate da bullo di periferia, e ridiamo della sua ironia, ma al contempo vediamo i danni che provoca agli altri e a se stesso, sentiamo il male che infligge affondando cattiverie nella buona fede dei suoi interlocutori. Sono convinta che tutti, nel nostro immaginario e nel nostro vissuto, abbiamo un Paolo di riferimento. Averlo visto, averlo tirato fuori da lì, da immaginario e vissuto, e avercelo porto (porto??) come personaggio tipo ―si dice universalizzare un personaggio, Board, vatti a imparare i fondamentali― è un grande risultato per un’opera prima.
Matteo ha confessato di amare la provincia, di trovarla un contesto vitale in cui tutto è vissuto molto intensamente. E di aver acquistato, negli anni di studio trascorsi a Roma, la lucidità necessaria per osservarla da distante. Mission accomplished, direi. Il film cogliendo i tic della provincia e facendo molto molto MOLTO ridere, porta anche lo spettatore a dedurre il negativo dal positivo ―la grettezza dall’attaccamento alle tradizioni (leggi anche, manie), l’alcolismo patologico dalle allegre bicchierate all’osteria. Questo sistema d’inferenza, di guardare la luce e trovarci dietro l’ombra, mi fa capire che in Oleotto c’è un regista che ha tanto da dire. Lo capisco anche da piccoli dettagli. Come la prima scena: un ubriaco seduto all’osteria ― il bevitore dipinto da Teomondo Scrofalo** kind-of ― che farfuglia da solo un monologo nonsense, ed è comico-no-di-più, ma c’è anche un qualcosa di sacro e dissacrante nel buio che a un certo punto lo avvolge e viene trafitto da un raggio di luce che investe lui, illuminando la bottiglia di vino. Quel fascio luminoso traghetta la scena nella scena successiva, tramutandosi in un faro di macchina su una strada notturna. Ecco, questa finezza mi ricorda quelle di un altro giovane regista, Marco Righi, quello dei “Giorni della Vendemmia”, che aveva nobilitato la sua opera prima con tocchi di classe simili.
Una considerazione sul fatto che nelle realtà piccole tutto è esasperato, vissuto visceralmente. È vero. Tutto è come immobile, in provincia, tutto sempre uguale a se stesso ― certi paesi sembrano fermi al 1954, che potrebbe essere il 1976 o il 1913 ― e quando il nuovo (una persona, una vicenda, un fatto) lo penetra, la reazione della collettività risponde con veemenza, trasporto. “Zoran, il mio nipote scemo” ha reso bene l’ingresso dell’elemento nuovo nella routine osteria-lavoro-casa di Paolo. Zoran, il nipote scemo-che-scemo-non-è cambierà Paolo, ma non nella sua essenza ― Paolo rimarrà fondamentalmente il Paolo che è. Ma nella sua dinamica con l’altro, sì, qualcosa in lui cambia.
Alla fine, anzi, oltre la fine, Zoran (che sta al Friuli come Napoleon Dynamite all’Idaho, check Napoleon Dynamite out :-)) corre dietro a un coniglio per catturarlo: dovete sapere che Paolo si era inventato una balla colossale per intenerire il responsabile dei servizi sociali e ottenere l’affidamento del nipote, un fuoriclasse delle freccette, e poterlo così sfruttare. Paolo che consiglia Zoran vai-di-qua-vai-di-là, che lo prende bonariamente in giro, e Zoran che goffo corre di qua e di là, fanno venire in mente una famiglia. Unconventional e strampalata, ma famiglia. E questo ricorda allo spettatore che non servono due individui di sesso opposto e atti alla procreazione per fare una famiglia. Non siamo contenitori di geni ― sorry Mendel― siamo esseri sparsi in cerca di bacelli da condividere, casomai :-)… Zoran e Paolo, in qualche modo, si sono trovati.
Ringraziamo Matteo anche per questo: per il reminder sulla possibilità dell’atipicità anche in un contesto esasperatamente tipico come la provincia.

E passiamo al secondo Let’s Movie della settimana ― ricordate che avevamo una doppietta no ― e cercherò di essere più breve, anche se meriterebbe un coro jalissiano inneggiante fiumi di parole. Innanzitutto va detto che riserviamo uno scranno ad Alessandro Rak, accanto a Matteo Oleotto e Marco Righi, nel tempio “New Film-Maker Generation” ― par ‘na discoteca, detta così, ma vi assicuro non lo è.
Martedì ho affrontato Let’s Movie con un po’ di tristezza: mi aspettavo di dovermi aspettare la solitudine. Invece no! La Fellow Francesca-ae.f., la Fellow Chocolate, la Fellow Cap e il Fellow Fra, m’han fatto la grazia! Come San Gennà! E invoco San Gennà non a caso: Napoli è protagonista di  “L’arte della felicità”.
Come posso descrivervelo, questo film, senza sembrare troppo entusiasta, stupita, orgogliosa? Sapere che là fuori qualcuno ha concepito e realizzato un’opera così, fa bene alla salute dell’Italia e del mondo. Tutti ci auguriamo che dopo concepimento e realizzazione, segua la distribuzione. E guarda caso ieri la Fellow Francesca-ae.f., conquistata anche lei da “L’arte della felicità”, è stata messaggera di buona novella: il film potrebbe essere distribuito da metà novembre! Hurray! Esulto perché l’idea che un film così possa rimanere a far la polvere virtuale in qualche scaffale multimediale, mette tristezza peggio della solitudine con la Pausini.

Sergio è un taxista amareggiato dalla vita: l’amato fratello Alfredo, con cui condivideva la passione per il jazz, se n’è andato in un convento buddista in India. Lui è solo, una storia d’amore da smaltire insieme al sogno infranto di fare il musicista. Napoli soffoca sotto montagne d’immondizia, e sotto una pioggia battente che non accenna mai a diminuire. Noi spettatori saliamo in macchina con lui e lo ascoltiamo raccontare se stesso. Ascoltiamo anche i suoi clienti, racconare se stessi.
A voler ben guardare, “L’arte della felicità” è un road-movie in piena regola: ci accompagna attraverso un luogo fisico (la città) mentre il personaggio attraversa, con la narrazione, la sua vita. Il bello è che lui lo fa con la sua e noi, intimamente-parallelamente, lo facciamo con la nostra ― almeno, per me è stato così― e il trip che porti avanti è doppio: il suo e il tuo. I rimpianti, le delusioni, i fallimenti di Sergio sono della stessa pasta dei nostri: per questo è un film che non può lasciare indifferenti.
Sergio è un Everyman che cerca di trarre il senso della vita dalle amarezze che siamo tenuti ad affrontare in quanto uomini. La Napoli cernobylliana che penetriamo, tra rifiuti e degrago, tra diluvio universale ed eruzioni apocalittiche, è la topografizzazione dello squallore esistenziale cui siamo esposti quali esseri umani ingabbiati in una società per molti aspetti disumana. La scelta del fratello di ritirarsi in un monastero buddista, in una dimensione geografica e soprattutto spirituale diversa ― rappresentata graficamente dal colore e dal sole ― costituisce una possibile soluzione. Non una fuga, eh. La soluzione sta nello scegliere e nell’agire. Nel muoversi, nel lasciare andare il passato e i rimpianti. Alfredo, che conosciamo tramite le lettere che vengono rievocate da Sergio, gli scrive: “Vivi questo presente infinito, luminoso…Smettila di girare in tondo, suona la tua musica migliore”… E la felicità, così come la bellezza, allora sono possibili anche in mezzo allo schifo massimo, come l’urbanità napoletana qui battuta da una pioggia che sa di piaga biblica. Perché la città non brulica solo degli scarafaggi della spazzatura umana (ben  peggiore di quella porta-a-porta); la città è piena di talenti, di polmoni che danno corpo al jazz, di mani che disegnano arte sui muri delle metro, di poeti che riempiono di parole un libro e i sogni delle persone. E mentre l’apocalisse si compie attraverso la distruzione del Vesuvio, riecheggia minaccioso un monito che cattura l’anamnesi della nostra società, e che ha colpito tutti noi Moviers: “Finché i poeti servono ai tavoli e i musicisti fanno l’elemosina, finché l’uomo di talento è al soldo degli incapaci, la strada corre dritta verso l’abisso”. La citazione non è precisa ― scrivere al buio è una pratica in cui il Board deve decisamente perfezionarsi ― e purtroppo non è rintracciabile in rete, ma sappiate che abbiamo cercato di  ricostruirla con dovizia certosina, i miei falchi Fellows e io :-)).
And what the hell is happiness then? La felicità si realizza nell’istante in cui la perseguiamo, in cui perseguiamo la realizzazione di quello che siamo nel profondo, e, come ci dice Alfredo, funziona come un sistema di vasi comunicanti. La felicità della vita dell’uno entra nella vita dell’altro: se faccio qualcosa per la mia felicità, non rendo felice solo me, ma anche la persona che mi ama, e viceversa. Ascoltate Alfredo: “La felicità riempie un vaso solo, allora sii felice. Fallo per me.”
“Fallo per me”: qui dentro è scritto il senso dell’amore che un individuo prova per un altro. Your happiness is my happiness.
Cara Sara impara…(dalla playlist dei miei mantra) 🙂

“L’arte dellla felicità” è la dimostrazione che il possibile non è solo sperabile: è possibile. E lo dimostra attraverso una fusione di realismo urbano, fantasia orientaleggiante, spiritualità zen e cinismo partenopeo, attraverso pezzi jazz originalissimi e una grafica assolutamente sui generis, che si accosta alle graphic novels in cui il colore è molto centellinato e i contorni molto marcati, ma accogliendo anche delle tinte soffuse per restituire gli istanti indi-mistici della storia.

Per tirare le somme, cos’abbiamo capito da tutto ‘sto blabbering-around?
Che il 35 porta proprio bene e s’ha da giocarsi immediatamente al lotto.

Ma ooops, dovevo essere breve e invece i Jalisse hanno avuto la meglio!
Filo subito a proporvi l’evento della settimana… questa settimana Let’s Movie goes to Friday

LA PRIMA NEVE
di Andrea Segre

Allora Segre lo amiamo tutti, no? Su questo non c’è dubbio ― ricorderete il gioiellino “Io sono Li” e il profondissimo documentario “Mare chiuso”. Vogliamo negarci il piacere e la fortuna di (r)incontrarlo per la presentazione del film che ha girato proprio qui in Trentino, grazie al supporto della Trentino Film Commission (leggi, l’Anarcozumi)??? Una Trentino Film Commission che, lasciatemelo dire, si spende e si espande sempre di più, ideando e portando a termini progetti di respiro nazionale e internazionale che vanno dai documentari alle fiction, ai lungo e cortometraggi. Lo sapete no, quanto io sia sempre abbastanza salace nei confronti di Trentoville e del Trentino. Ma questa realtà, che ha appena tre anni di vita, facendo da incubatore al sogno e generando pure dell’indotto, va detta e sostenuta. E io la dico e la sotengo, man! Grande Zu, e grandi ai Fellow Ferro (Luca) e Faith (Fede) che la aiutano in questo. 🙂
Ora via, Movie Maelstrom (yuppi!), riassunto (bleah!), ringraziamenti (n), e saluti, questa sera, anagraficamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

** Nel caso in cui vi mancasse una pagina fondamentale della storia dell’arte http://www.google.it/imgres?imgurl=http://sassocartaforbici.files.wordpress.com/2012/04/decurtisteomoldoscorfal.jpg&imgrefurl=http://sassocartaforbici.wordpress.com/2012/04/22/drive-in/&h=3199&w=2673&sz=952&tbnid=AiDGoiQ7OXbYzM:&tbnh=107&tbnw=89&zoom=1&usg=__nGvRGANowk88U4v1vlNTOX4pwXo=&docid=gh_QnGFrBFY2vM&sa=X&ei=Q4ZaUry8KoXV4gTq7oH4DQ&sqi=2&ved=0CD8Q9QEwAQ

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Visto che il Let’s Movie di questa settimana è Friday, che vuol dire “far far away from where we stand”, io credo che sfrutterò il Religion Today Film Festival, http://www.religionfilm.com/, (11-22 ottobre) e mi vedrò qualcosa nell’infrasettimanale ― e con me la Fellow Chocolate, che per vostra informazione si è sparata tutti i film della Settimana della Critica (TUTTI!).
Certo, la paura di trovare del catto- c’è, e non parlo di felini… Ma cerco di non partire troppo prevenuta…
Per esempio domani, lunedì, alle 21:00, potrei vedermi “Su Re”, di Giovanni Columbu, che ricordo perché si era guadagnato l’attenzione di pubblico e critica al Torino Film Festival…
Se volete saperne di più, http://temi.repubblica.it/micromega-online/il-film-della-settimana-su-re-di-giovanni-columbu/

LA PRIMA NEVE: Michele è un undicenne che vive in Val di Mocheni, tra le montagne del Trentino, con la madre e il nonno paterno Pietro, apicoltore e falegname. Il padre è morto da poco, lasciando la famiglia, e in particolare Michele, in una situazione di profonda crisi. A questo dolore scorre parallela la sofferenza di Dani, un giovane originario del Togo fuggito dalla Guerra in Libia, ospite di un centro di accoglienza, incapace di accettare la sua paternità. Le loro vite si incrociano quando Dani viene mandato a lavorare da Pietro. L’inverno si avvicina con quella neve che Dani non ha mai visto e in questo scorrere del tempo Dani e Michele avranno modo di imparare a ascoltarsi e capirsi curando le proprie ferite.

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