Let’s Movie CLXXXVI – FEDELE ALLA LINEA

Let’s Movie CLXXXVI – FEDELE ALLA LINEA

 FEDELE ALLA LINEA
di Germano Maccioni
Italia, 2013, ‘74
Mercoledì/Wednesday 30
Ore 21:00/9:00 pm
Astra/Dal Mastro
5 Eurini

Mah Moviers,

difficile dire perché la gente non riempia le sale cinematografiche quando c’è la possibilità di vedere un classico. Se ne parlava anche con il Mastro, dopo la proiezione di “Pasqualino Settebellezze”. In sala si saranno contante sette persone, non proprio delle bellezze, a parte l’Anarcozumi, che rappresenta la controtendenza ― non soltanto ha affrontato una pioggia uguale a quella che batteva Napoli ne “L’arte della Felicità” (alla vostra destra “Quando un film rimane impresso”, olio su tela, 2013), non soltanto per vedere il film, ma per Rivederlo! Sì, la nostra Zu rappresenta l’eccezione.
Forse le proposte sono troppe, in questo periodo prolifico di proposte (e di P), e i giorni della settimana rimangono sempre sette (la puntata sulla persecuzione del sette l’abbiamo già mandata in onda), uno deve fare delle scelte ― e poi naturalmente ci sono l’hydro-pilates, il biking-yoga, il corso di cucina dove t’insegnano a usare il lievito madre, le lezioni per imparare il russo o l’arabo (sulla trendiness delle lingue potremmo costruirci una puntata). Forse si ritiene che i classici possano essere recuperati agilmente, anche scaricandoli come qualcuno malandrinamente fa, e che non ci sia bisogno di andare apposta al cinema a vederli, e si preferisce investire il budget previsto alla voce “fun&dintorni” in film nuovi; forse siamo tutti dei couch-potatoes-slash-pelandroni quando ci viene richiesto uno sforzo in più: dipende un po’ dal genere e dal film, però è indubbio che il classico presenti qualche forma di complessità o centimetri di spessore che l’hanno reso tale (cioè prendete”Grand Hotel Excelsior”, per dirvi…:-)). Io e il Mastro ci siamo rigirati il boccone amaro in bocca senza trovare una spiegazione soddisfacente. Il discorso è nato dalla mia reazione da 5 stelle Michelin al film della Wertmuller, che sarà pure un’indomabile cavalla matta, ma che i film li sa girare.

“Pasqualino Settebellezze è un giovane camorrista napoletano che, nella Napoli del 1936, uccide il seduttore di una delle sette sorelle, viene rinchiuso in un manicomio criminale da cui esce come volontario di guerra, finisce in un lager tedesco, diventa kapò, è costretto a uccidere il suo migliore amico e infine torna a Napoli, battuto ma vivo, per ricominciare una nuova vita”. La trama è questa, ma quanto poco/nulla la trama parla di un film! E quanto poco/nulla questo film è classificabile! È senz’altro un dramma: Pasqualino è un disgraziato che finisce in luoghi segnati profondamente dalla disgrazia: il manicomio e il campo di concentramento, e prima di quelli, la Napoli del tramaccio e del losco; è senz’altro una farsa: c’è una chiara derisione del macho latino, e una denuncia, pur in termini grotteschi e grossier (per dirla col Fellow Fuzz :-)), del maschilismo meditterraneo; è senz’altro comico nel modo in cui Pasqualino parla e s’atteggia e semplicemente è, a partire dal soprannome che porta ―”Settebellezze”, la resa ironica della bruttezza delle sette sorelle.  Dramma, farsa, commedia, grottesco, tutto in unico esperimento in cui gli stili si fondono in maniera naturale e spiazzante insieme. Difficile spiegare la sensazione che se ne trae: è come camminare, magri, dentro un quadro di Botero (non so se renda l’idea, ma ci si prova…). Certo il grottesco è molto fellinianamente presente ―e lo dico da conoscitrice non già dell’opera felliniana ma della categoria del felliniano (sono due cose ben diverse). La tipologia di femminilità proposta è molto Gradischiana  ―la prostituta formosa, sciatta, con qualcosa di tragico sotto tutte quelle carni debordanti. E la tipologia di maschilità di Pasqualino è quella dell’italiano sciagurato e farabutto e opportunista e pure un po’ viscido da cui prendiamo le distanze ma verso il quale simpatizziamo, o quanto meno dimostriamo dell’indulgenza. Sarà anche per via dello charme di Giannini che è da rimanerci secchi a ogni sorriso, a ogni sguardo.

Pasqualino ne passa un po’ di tutti i colori, per ragioni sia legate alla sua storia personale sia alla Storia in cui si ritrova a vivere. Ma non soccombe. Nonostante elettroshock, umiliazioni ―a questo proposito pensate alla fine spietatezza del contrappasso cui Pasqualino viene due volte sottoposto: le sorelle, il cui onore avaeva così strenuamente tentato di preservare, finiranno per postituirsi, e lui stesso sarà costretto a farlo: e con una crudelissima odiosissima ciccionissima generalessa nazista ― nonostante tutte queste miserie, la carne non molla, l’afflato della vita sconfigge l’alito nero della morte. Il film, in questo è profondamente nietzschianamente dionisiaco. Dopo aver sfiorato la morte nel campo di concentramento, Pasqualino ritorna a Napoli con una violenta fame di vita che costringerà la futura moglie a sentirsi intimare: “Voglio figli, tanti, 25, 30, noi dobbiamo diventare tanti e forti, che ci dobbiamo difendere”…e il film finisce proprio sul verbo (“voce del” e “in principio era il”) “Vivo”.

“Pasqualino Settebellezze” guadagnò 4 candidature all’Oscar. E possiamo scagliarci quanto vogliamo sul principio di cineselezione (la tele la lasciamo alla SIP) con cui l’Academy stila le rose dei finalisti. Ma non c’è dubbio che quegli espertacci yanchi, per quanto –acci e per quanto yankee, riconoscano la sostanza quando se la ritrovano fra le mani. Il modo unico in cui la Wertmuller inserisce una riflessione sulla storia dentro un personaggio e un universo borderline fra riso sguaiato e pianto disperante, e l’equilibro che sa mantenere, e l’ineffabilità di un linguaggio narrativo iconograficamente potente e purtuttavia impossibile da rinserrare in una categoria prestabilita le hanno giustamente spalancato le porte per aceddere all’elenco puntato della shortlist hollywoodiana.

E da spalancare è d’uopo (d’uopo??) anche una parentesi: quella per Giancarlo Giannini, il cui talento mi era sconosciuto. O meglio, sapevo che era uno dei big del panorama italiano. Ma lo dicevo più per sentito dire che per esperienza diretta. Cosa fa di lui un big? La capacità ― che credo nasca come dono di natura affinato con tempo e training ― di trasformare ogni impercettibile movimento del viso in un momento. E dentro quel momento lo spettatore ci legge pagine e pagine, e su quel momento ci potrebbe scrivere pagine e pagine. Una generosità espressiva rara, rarissima, di cui, ripeto, non sapevo Giannini fosse portatore. C’è anche un altro fatto che mi ha molto colpito della sua interpretazione. Pasqualino subisce una mutazione. All’inizio è lo scugnizzo faccia-da-schiaffi che noi stessi prenderemmo a schiaffi, pur bonariamente; poi quella faccia cambia: registra tutte le vicende dolorose di cui s’è detto, e le restituisce plasticamente allo spettatore, che si ritrova, alla fine, il viso quasi inespressivo (o aespressivo) del personaggio. Ecco, Giannini è riuscito a tenere il passo del suo personaggio e a tenere in piedi il Pasqualino dell’inizio e il Pasqualino della fine senza capitolare. Ci vuole una gran bella stabilità scenica eh…

Parlando di classici, vi anticipo già che mercoledì 5 novembre sarà la volta di “Il Gattopardo”, starring Claudia Cardinale e Alain Delon (che non sono proprio proprio Shannen Doherty e Jason Priestley, con tutto il rispetto per i gemelli Walsh…). Spero che riusciate a dominare l’hydro-pilates e a rimandare il presente indicativo in cirillico ed essere presenti. Vedere un classico al cinema e vederlo scaricato a casa, checché ne dicano i malandrini, sono due esperienze diverse. Su questo concordiamo tutti, SPERO….

Questa settimana sostengo e propongo un documentario di cui il Mastro mi parla un gran bene

 FEDELE ALLA LINEA
di Germano Maccioni

In giro viene descritto come un “film dialogo” con Giovanni Lindo Ferretti, cantautore dei CCCP, band culto degli anni ’60, di cui il Blockhead Board (inferite il significato di  “blockhead” immagino) non conosce nulla di nulla. Ma il Fellow Fra (il climber, per distinguerlo dal Fra della Fellow Cap), che abbiamo saputo, ci legge con tarda costanza (tarda sì, ma pur sempre costanza), è un grande conoscitore della loro musica, quindi questa sarebbe l’occasione ideale per tornare a Let’s Movie ― e tranquillo, gli dico, gli anime di cui è goloso consumatore, lo attenderanno il giorno dopo 😉

Se voleste farmi pervenire qualche risposta alla domanda “comemai(machisarai) non si guardano i classici al cine?”, il mio indirizzo è [email protected]. O potete postarla qui sul Baby Blog― ancora m’illudo che qualche anima molto raminga e poco ramenga si fermi lì e conceda una manciatina di paroline al fantolino Blog (per evocare l’atmosfera “piccola fiammiferaia”, i diminutivi, non li batte nessuno).

E anche per oggi, miei insostituibili Moviers, sono arrivata al termine ― concetto peraltro tutto relativo, a guardare la voglia, rimarrei qui da voi ancora un po’, ma non voglio abusare della vostra ospitalità..come dite? Non disturbo affatto? Che carrrrrini…(per evocare l’atmosfera “cortesie per gli ospiti”, il “che carrrrrrrrino”, non lo batte nessuno).

E sulla mia evidente schizofrenia (!), vi ringrazio più e più volte, vi accompagno al riassunto di cui per una volta sposo la lettura, prima ci fermiamo nel Movie-Maelstrom, che qualche foto lì ci sta bene nell’album del matrimonio, vi domando scusa per la sillyness con cui sempiternamente vi assillyness, e vi lascio dei saluti, stasera, interrogativamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Sabato sera l’ex Casino di Arco ha ospitato un incontro con Pupi e Antonio Avati, detti anche Avatis Bros, e/o C’eravamo tanto Avati :-)…Mancaddirlo, l’evento è stato reso possibile grazie alla Trentino Film Commission ― nella persona di Zumi Anarco, brillantissima speaker in testa d’evento ― all’interno di Old Cinema, “piattaforma nazionale di documentazione e recupero dei cinema «dimenticati» e delle «sale perdute»” (http://www.oldcinema.it/progetto.html).

In formissima, alla faccia degli anni e dei chili (il passare dei primi direttamente proporzionale all’aumento dei secondi, a quanto pare), i Bros hanno tenuto banco per ben due ore…

Classe 1938, Pupi ha confessato in tutta umiltà: “Sto ancora aspettando di girare il mio “Otto e mezzo”” ― film che lo folgorò e che gli fece decidere di abbandonare il mondo dei surgelati Findus (davvero!) e prendere la strada del cinema.

Nel mare di boria in cui questa nostra società sguazza, ho trovato dolce e nobile, quest’umiltà.

Pupi, done 🙂

FEDELE ALLA LINEA: Giovanni Lindo Ferretti, persona pubblica e uomo privato, negli anni disorienta fan e opinione pubblica manifestando un pensiero libero e forte, senza sottrarsi a critiche e fraintendimenti. Un dialogo intimo tra le mura di casa che ripercorre un intero arco esistenziale: dall’Appennino alla Mongolia, attraversando il successo, la malattia e lo sgretolarsi di un’ideologia. Il ritorno a casa infine, tra i suoi monti, per riprendere le fila di una tradizione secolare. Sullo sfondo il suo ultimo ambizioso progetto, Saga. Il Canto dei Canti, opera epica equestre che narra il legame millenario tra uomini, cavalli e montagne.

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