Posts made in novembre, 2013

Let’s Movie CXC – VENERE IN PELLICCIA e FRANKENSTEIN JUNIOR

Let’s Movie CXC – VENERE IN PELLICCIA e FRANKENSTEIN JUNIOR

VENERE IN PELLICCIA
di Roman Polanski
Francia, 2013, ’96
Monday 25/Lunedi’ 25
21:15/9:15 pm
Multisala Astra/Dal Mastro

Fanatici Fellows,

Parto da qui perché sono finita in trip per un’etimologia, come spesso accade sia mentre non sto facendo nulla di speciale, sia mentre rimugino sul film che abbiamo visto a Let’s Movie ―e anche questo accade spesso. Pensavo ai santi e ai miti. Ai personaggi che hanno fatto la storia, e che la storia li ha fatti santi e miti. Pensavo al culto nato attorno a loro, alla fascinazione trasformata in venerazione nei loro confronti. Fanatismo. La parola guizza in testa come un pesce un po’ ingombrante, tipo la scultura di Gehry, spiaggiata sul lungomare di Barcellona ―so che tutti sapete di che parlo (la Fellow Katrin l’Archibugia di sicuro). 🙂
Fanatismo. Sapete da dove deriva? No? Nemmeno io prima di consultarmi con Wikipedia “L’etimologia della parola fanatismo – usata quasi sempre in accezione negativa – deriva dalla sfera religiosa e porta al latino «fanaticum, “ispirato da una divinità, invasato da estro divino”, derivato di fanum “tempio” ―e finalmente ci spieghiamo una volta per tutte le velleità che spinsero i gestori dell’omonima discoteca accanto a Rovereto a chiamarla così…. Il fanatismo ha qualcosa di religioso, di cultuale ―non cultuRale eh, e assolutamente non culturista, non mi confondete i derivati! Il caso Jobs ne è un esempio rappresentativo: dopo aver rivoluzionato il modo di fruire l’information technology delle masse, il messia californiano Steve è diventato il fanum, il tempio da venerare. E il mondo si è riempito di accoliti.
Mi piacerebbe adesso uscirmene con una di quelle affermazioni d’effetto da brava critica che NON sono, tipo “…E il biopic su di lui cattura e restituisce cinematograficamente lo charme―o forse dovremmo dire “aura” visto il contesto― che la sua figura ha esercitato su generazioni di geek, startupper, businessmen e mortali qualunque”. Purtroppo niente affermazioni d’effetto. Il biopic è “bio” nel senso d’insulso come certi prodotti biologici, perché sarà anche très chic dire che il tuo balsamo alle germe di grano è fatto con germe di grano 100% pesticides-free, ma se poi ti ritrovi una testa da Tina Turner in “Simply the best”… Insomma il succo è che “Jobs” non funziona, né alla radice né sulle punte. Non è un’opera cinematografica: manca tutta la creatività che lo story-telling di un’opera cinematografica offre. Non è un documentario: manca troppo del materiale che lo renderebbe tale, offrendo una panoramica complessiva della sua vita dalla culla al camposanto. Non è un chiaro “liberamente tratto da” e nemmeno un dichiarato “fedele alla versione di”. Non saprei di preciso dire che d’è. Credo che “fiction in due episodi tranquillamente accorpabili in uno per un pomeriggio invernale o alternativamente un prime-time estivo su Rete 4” potrebbe avvicinarsi alla definizione che ne darei. E guardate mi scoccia essere così tagliente, ma do voce a una delusione (peraltro preventivata) dai Moviers che erano con me (e anche dalla Honorary Member Mic da remoto :-)).
Squadra che vince non si cambia, quindi con me c’erano il Fellow Andy the Candy ―o Candy the Andy, come volete 🙂 ― dato che le colline Trentorising sorgono su un massiccio IT, e il WG Mat, geekologo di fama internazionale, che s’è dimostrato un jobsiano disincantato e lucido, la cui venerazione verso il messia non gli impedisce di valutare con obbiettività gli schizzi da invasato di cui soffriva nonché la sua naturale propensione all’essere un “bloody bastard” (inglesismo a scopo detox). Insomma, lo Smelly, in quinta fila sulla destra, accoglieva un sandwich di Moviers con un Board in mezzo.:-)
Uno rimane infastidito anche dallo sfoltimento e dalla semplificazione. Con “sfoltimento” (oggi tricologia) intendo il processo per cui s’è scelto di togliere molto. Ovvio, una scelta andava fatta, la carne al fuoco era davvero troppa. Ma badiamo bene a quello che sfoltiamo, direi al regista Joshua Michael Stern, che forse è Jean Louis David alle prese con la macchina da presa visti i risultati :-(… Per esempio i rapporti controversi ―e per questo gustosissimi!― con la figlia riconosciuta solo in tarda età, o con Bill Gates, o la sua immensa solitudine (cercata e originata da una personalità fondamentalmente autistica) sono stati ridotti a poco più che una manciata di scene. Bill Gates addirittura liquidato in una telefonata. Gli schizzi da invasato ci sono, vero. Ma non c’è il tentativo di andarci dentro. C’è solo un semplice atto di mostrare, di depennare dalla lista, tipo, “personalità maniacale bipolare”: ce l’ho; “carattere di m _ _ _ a: ce l’ho; Bill Gates: poco ma ce l’ho”… Peccato che Jean Louis David non abbia gettato l’occhio alla colonna del “manca”.
E sapete anche cosa da molto ma molto fastidio? (Al WG Mat, molto molto fastidio)? L’uso banalissimo della musica. La colonna sonora include giganti come Bob Dylan e Cat Stevens, e altre canzoni familiari ma di cui onestamente non saprei dare i titoli e i cantanti. Ma è l’assoluta prevedibilità con cui viene utilizzata, e abbinata a scene platealmente a caccia di commozione, a rovinare l’effetto…E Steve in estasi pei campi di grano (bio, of course :-)) e Steve esaltato alla convention del 198qualcosa… Rielaborazione originale del sonoro e del visivo: MANCA!
In cima al fastidio massimo, e mi duole ammetterlo perché il ragazzo non è un brutto vedere tutto sommato, in cima al fastidio massimo troneggia lui, Ashton Kutcher. Purtroppo il metodo Stanislasky con lo studio meticoloso del personaggio non ha dato i frutti sperati. La recitazione troppo irritantemente recitata disvela la fallimentarietà dell’approccio mimetico con un personaggio del genere. O sei Michelle Williams che interpreta Marilyn, o Meryl Streep in quelli della Tatcher, o ancora Val Kilmer 40 kg fa nella suprema interpretazione di Jim Morrison, oppure sei destinato a fare la triste fine di Naomi Watts nei panni di Lady Diana. Non è detto che mimare la persona in maniera pedissiqua sia la strada giusta — il personaggio va penetrato nella sua essenza più profonda, piuttosto che nei suoi tic e nelle sue pose esterne, ma naturalmente io non sono Lee Strasberg…. Ashton vuole essere Steve a tutti i costi, camminata (insopportabile!), smorfia sorrido-ma-non-rido, avambracci da giovane vecchio (non so come altro spiegarlo, se vedete il film sono certa capirete). E per quanto la somiglianza fisica sia indubbia, e alcuni schizzi da matto gli riescano obbiettivamente bene, il risultato complessivo per me non raggiunge la sufficienza 🙁 Diciamo che la nuova carriera intrapresa da Ashton –laureato in ingegneria biochimica, ricordiamolo– presso un’azienda cinese del settore potrebbe rivelarsi un riciclo mooooolto felice per lui…
In ogni caso mi ha fatto piacere vedere “Jobs”. E vedrò anche il prossimo, in preparazione e in uscita nel 2014. E vedrò pure “I pirati della Silicon Valley”― low-budget e forse un tantino naif, ma comunque suggerito dal nostro WG Mat. 🙂
Jobs ha riscritto un nuovo modo non solo di intendere l’IT―-n termini di accessibilità, fruibilità, bellezza― ma anche la nostra vita. E mi astengo dal dare giudizi sulla persona. Diciamo solo che a lui preferisco il suo ex socio alla Apple, Steve Wozniak, genio dal cuore buono, che secondo me meriterebbe un film a parte. Così come non entro in merito al processo di santificazione iniziato dopo la sua morte e che l’ha reso più fanum di quello che era negli ultimi anni della sua vita per un sacco di nerd. Perché mi chiedo, si può essere fan(atici) di un personaggio dall’umanità così inesistente? Non parlo di ego –quello, i grandi, ce l’hanno tutti grande. Ma di umanità. E chiudo il discorso su un dilemma con cui ci si è salutati lunedì scorso. Meglio essere dei bloody bastards e cambiare la STORIA, oppure fare la propria parte, piccola e meno impattante, e rimanere nella MEMORIA di quelli che abbiamo intorno? Storia globale o memoria locale? Jobs o Wozniak? Beatles o Rolling Stones? (No l’ultima toglietela).
You Moviers, you answer…
E per inciso…Meglio essere fUnatici che fanatici…io per lo meno la penso così 🙂
E adesso siete pronti??? No perché adesso v’invado l’agenda!

Questa settimana ringrazio il Mastro con il megafono (si Mat, quello che ho ingoiato) per aver tenuto in programmazione

VENERE IN PELLICCIA
di Roman Polanski

Se siete amanti del cinema d’alta scuola, se vi fidate del pubblico del Festival di Cannes che l’ha molto appludito lo scorso maggio, se siete appassionati del teatro portato al cinema (come nel suo stroardinario precedente “Carnage”), se v’intriga saperne di più sul romanzo erotico scritto nell’800 da Sacher-Masoch ―no non c’entra con la pasticceria austriaca e sì c’entra con il masochismo― cui il film s’ispira; se apprezzate talento&bellezza di Emanuelle Seigner; allora “Venere in pelliccia” è il VOSTRO film!
Se NON siete amanti del cinema d’alta scuola, se NON vi fidate del pubblico del Festival di Cannes che l’ha molto appludito lo scorso maggio, se NON siete appassionati del tetro portato al cinema (come nel suo stroardinario precedente “Carnage”), se NON v’intriga saperne di più sul romanzo erotico scritto nell’800 da Sacher-Masoch ―no non c’entra con la pasticceria austriaca e sì c’entra con il masochismo― cui il film s’ispira; se NON apprezzate talento&bellezza di Emanuelle Seigner; allora “Venere in pelliccia” potrebbe NON essere il VOSTRO film, ma lo scoprirete solo vedendo, come cantava il Board featuring Battisti 😉
Martedi’ 26 saro’ sicuramente a vedere “FRANKENSTEIN JUNIOR” di Mel Brooks al Modena/Smelly alle 21:00/9:00 pm!
Decorre il 40esimo anniversario del film (USA 1974) e per questa occasione dei pazzi funatici hanno organizzato la “Frankenstein Junior Week” con tutta una serie di iniziative a tema frankenstein (www.frankensteinjunior.it) 🙂 L’evento clou della Week sarà proprio la proiezione del film, in versione restaurata digitalizzata e solo per un giorno, in alcuni cinema italiani.
Ci perdiamo il one-shot?!? Non credo proprio!

E ancora…Se avete tempo mercoledi’ 27 alle 8:30 pm ― a me toccano i panni della Teacher e PURTROPPO non arrivo 🙁 ― il Mastro, l’Altra Venere ArciLesbica Trento e Arcigay Trento propongono “Lo sconosciuto del lago“, di Alain Guiraudie, all’interno del Cineforum LGBT. Il fim ha fatto mooooolto parlare all’ultimo Festival di Cannes, e io l’avrei visto moooolto volentieri… Andate voi al mio posto e sappiatemi dire. Non dico tutti i 132 che siete, Moviers 🙂 Ma almeno UNO! Uno su 132 ce la fa, dai! 🙂

Missione “Invasione Agenda Moviers”: riuscita. 🙂

Ora s’è fatta una certa, quindi vi lascio alle vostre dolci vite ―anche perché con ‘sto freddo. 🙂 Però non fuggite via subito. C’è qualcosa di piemontese nel Movie Maelstrom… E ci sono i miei ringraziamenti. E miei saluti, stasera, devozionalmente ma anche devotamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

La verità è che ieri e oggi ero a Torino e, per una felice coincidenza (molto felice e molto cinematografica!), mi sono ritrovata in pieno Torino Film Festival! Quindi mi sono goduta l’atmosfera festivaliera e tre film ―ho pure impallato Virzì (Direttore di quest’anno) e la Ramazzotti (moglie del Direttore di quest’anno) in una foto per la stampa! You clumsy Board!
I film “Blue Ruin” Le Demantelement” mi sono piaciuti molto, ma in “Big Bad Wolves” di Aharon Keshales, mi è piaciuto da matti! È un riuscitissimo thriller israeliano dai toni tra lo splatter e il dissacrante che ha fatto impazzire Tarantino, la sottoscritta e il pubblico in Sala 3 del Cinema Reposi… I patiti del genere, e in genere i patiti del cine, se lo segnino 🙂

VENERE IN PELLICCIA: In un teatro parigino, dopo una giornata passata a fare audizioni per trovare l’attrice che possa interpretare il lavoro che si prepara a mettere in scena, Thomas si lamenta al telefono del basso livello delle candidate. Nessuna di loro possiede lo stile necessario per il ruolo da protagonista. Mentre sta per uscire appare Vanda, un vero e proprio vortice di energia, sfrenata e sfrontata.
Vanda incarna tutto quello che Thomas detesta. E’ volgare e stupida e non si fermerà davanti a niente pur di ottenere la parte. Praticamente costretto, Thomas decide di lasciarla provare e con stupore vede Vanda trasformarsi. Non solo la donna si procura oggetti di scena e costumi, ma capisce perfettamente il personaggio (che d’altronde ha il suo stesso nome), di cui conosce tutte le battute a memoria. L’audizione si prolunga e diventa più intensa e l’attrazione di Thomas si trasforma in ossessione…

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Let’s Movie CLXXXIX – JOBS

Let’s Movie CLXXXIX – JOBS

JOBS
di Joshua Michael Stern
USA, 2013, 128′
Lunedì/Monday 18
22:00/10 pm
Cinema Modena/Losmelly

 

Mimbatto Moviers

in un’intervista al neo-Assessore alla Cultura di questa nostra gaudente regione che tre settimane fa è tornata alle elementari per votare. Era notte fonda e nessuno rivedrà mai quel servizio ―così si augura l’addetto al palinsesto del canale costretto a ritrasmetterlo in loop, tipo TCA o Trentino TV o qualche altra emittente con la valorizzazione del territorio dentro.
Che ci faccio io a notte fonda su quelle reti? Be’, quando abitate in una città che si tiene tutto dentro, che comunica meno di Zeman (Big, apprezza), devi trovare TU dei mezzi per scoprire what is going on out there. Uno di questi è il telegiornale, e mi scuserete se preferisco la banale tv, e non ingrasso le casse della carta stampata regionale, ma io non ho proprio cuore e fegato di comprare l’Adige o il Corriere del Trentino ― meglio il verba volant quando sono quegli scripta che manent…
L’altra sera càpito quindi in un a-tu-per-tu catodico con questo neo-assessore ―di cui peraltro l’altro l’Anarcozumi mi aveva lungimirantemente tratteggiato l’identikit in tempi non sospetti― in cui il neo- ribadisce, rimarca e ri- la necessità per il Trentino “di rivendicare e ribadire le proprie radici e il proprio passato”. Ora il pensiero che vola dentro me è volato immediatamente al mare di loden-und-lederhosen degli Schutzen… Wer sind die Schutzen?? Sono quei soldatini molto Volkspartei che si riuniscono con cadenza fastidiosamente regolare in questo nostro dicevamo gaudente Trentino, valorizzandone naturalmente il territorio. La polemica sul finanziamento politico degli eventi per promuovere questo genere di manifestazioni che esaltano il legame con una certa parte di Tirol-kultur, è ancora calda, e nelle parole del neo-assessore non ho potuto fare a meno d’intravedere un futuro di loden-und-lederhosen per tutti noi…
Io magari sarò troppo ipercritica o superprevenuta ma non posso nascondere il terrore davanti a una programmazione culturale pianificata da chi ha in mente una certa visione regio-centrica, quella appunto “di rivendicare e ribadire le propre radici e il proprio passato”… Con i soldi che scarseggiano, i fondi saranno razionati e assegnati in base a chissà quali criteri, e temo che l’assegnazione finirà per premiare le radici…
Sperando che questo rimanga un mio timore e che io sia pubblicamente smentita dai fatti, e che la programmazione culturale non prenderà una piega volkspartei, let’s anyway be prepared…
E preparata lo ero giovedì sera, quando il  Fellow Andy the Candy mi annuncia la sua presenza lezmuviana verso le 8:46 pm ―l’RSVP più straordinariamente sotto evento della storia ;-), bravo Fellow ;-)― confermandomi pure quella del WG Mat, che credevamo sarebbe rimasto preda delle voci del budget per tutta la serata, e invece no, chiamò l’esorcista, zittì le voci e venne al cine. 🙂
“Il caso Kerenes” è per molti, ma non per tutti ―e il Fellow Presidente mi ringrazierà per questo tuffo nel Cinzano, e negli anni ’80. È per tutti quelli che apprezzano il cinema asciuttissimo che riduce lo stile all’osso spogliando la messiscena di qualsiasi tipo di superfluo espressivo, sia esso visivo o linguistico. Sobrietà e rigore ― “sobrietà e rigore” non si dice solo per descrivere le passerelle di Miuccia Prada, believe it or not. Eppure non è un film freddo, non lascia indifferenti, tutt’altro, innesca una riflessione profonda sui temi trattati ― trattati per altro in termini lucidi, assolutamente non prefici. E questa è stata la reazione a fine film. Poche parole che alludono a un silenzio pieno di strade da percorrere. Il che, per me, equivale a “film riusciuto”.
Al centro della storia, che ruota tutta attorno a lei ―e non è un caso― c’è Cornelia, madre panzer, invadente, ingombrante, asfissiante e tutti i participi presenti che riuscite a elencare per descrivere il fastidio. Tutti i personaggi che entrano nel suo raggio d’azione subiscono la sua Wille Zur Kontrol (ve lo metto in tedesco che fa molto Wehrmacht), dal figlio Barbu, alla nuora, all’ex marito, alla donna delle pulizie. Cornelia è la mater familias italiana ― tanto che mi sono stupita di trovarne una di nazionalità rumena ― la madre che, per togliere il figlio dalle peste, è disposta a tutto, corrempere, mentire, offendere, passare sopra la qualunque (panzer dicevamo); la madre che “il figlio sopra tutto, davanti a tutto, fin che morte non ci separi, amen”; la madre che può uccidere una nuora con la perfidia di una battuta e che si considera l’unico essere al mondo in grado di poterlo aiutare (e qui ci piazziamo un bel “Übermenschweise”).
E il figlio è il tipico figlio cresciuto con una presenza mammifera di questa importanza: viziato, scontroso, insicuro, scontento.
Il “caso” del titolo è quello aperto dalla polizia dopo che Barbu investe e uccide un bambino. Ed è Cornelia a prendere in mano le redini della situazione cercando di sfruttare ogni modo lecito e illecito per salvare il suo bambino dalle conseguenze dell’omicidio. Solo che nel corso del film il nostro sguardo su di lei, il panzer Cornelia, la madre dominatrix che non augureresti a nessun poppante al mondo, cambia. E ho capito che non è lei che cambia, si ammorbidisce, evolve e teorie critiche di stampo darwiniano ivi annesse. Siamo noi che cominciamo a capirla. È come se prima la guardassimo dall’esterno ― vedendone solo i gesti vili, le battute da suocera odiosa, il servilismo nei confronti del figlio ― e poi riuscissimo a comprendere le ragioni che la spingono a comportarsi così. Lo stesso vale per il figlio, che da bamboccione da sberloni passa a personalità complessa, i cui complessi non risiedono unicamente nel rapporto con la madre, ma anche con la compagna, e con se stesso. Far cambiare la percezione dello spettatore su un personaggio allena la sua elasticità mentale, permettendogli di considerare altre aree del personaggio come universo composito, di andare oltre i gesti soffocanti di una madre o le bizze di un trentenne viziato, e di vedere altro.
L’incidente, con tutto il dramma che porta con sé, è un trigger: scuote il rapporto arenato fra madre e figlio e li porta a condividere un momento topico nelle loro vite ― l’incontro con il dolore indicibile dei genitori del bambino investito. In quel momento Cornelia e Barbu vivono un’esperienza potente e sconvolgente. E il bello è che questo non necessariamente li avvicinerà ―”Il caso Kerens” non è una favola americano-checcozeloniana in cui dopo la tempesta (perfetta) torna il sole (a catinelle). I conflitti tra madre e figlio presumibilmente continueranno, Cornelia non smetterà l’attaccamento morboso né Barbu l’astio ―il danno a volte è permanente. Ma resterà comunque agli atti la condivisione di un evento come la gestione del senso di colpa dopo l’uccisione di un innocente, nonché l’assunzione delle proprie responsabilità. In qualche modo i personaggi sono più ricchi, alla fine del film. E lo siamo anche noi. Per questo il film è riuscito: lo spettatore è tirato in ballo tanto quanto il personaggio, ma non finisce gettato in mari di lacrime. Niente pietismo cheap. Niente D’Urso e Defilippi.
Per molti ma non per tutti, diceva il Cinzano. Forse il film è per pochi. Per quelli che, dicevamo, apprezzano un film architettonicamente loosiano (da Adolf Loos, i miei Fellows architetti saranno contenti ;-)) senza orpelli, senza fuffa. Bastano un paio di scarpe “bene”, una cena danzante, un qualche “potrei fare una telefonata a…” per dipingere una borghesia tutta business e zero class, con le mani in pasta e la messa in piega sempre perfetta…
Orso d’Oro a Berlino meritato, ya.

E questa settimana, anche per mantenere fede a una promessa con quel gran geek del W(eb) G(eek) Mat

JOBS

di Joshua Michael Stern

Cosa bisogna aspettarsi da un biopic su un personaggio simbolo come Steve Jobs? Nulla. Assolutamente nulla ―le rappresentazioni dei simboli sono sempre difficili da realizzare.
Però vi dico che Steve Jobs era un fruttariano. I fruttariani non sono dei venusiani in fissa con la frutta: sono degli esseri umani in fissa con la frutta. Ed Ashton Kutcher, per calarsi ancora meglio nella parte, oltre che per calare di peso, ha aderito al fruttarianesimo.
Avrei potuto dirvi altre centomila cose su Steve Jobs, personalità che ha cambiato il nostro tempo, ci piaccia oppure no, ma preferisco prima vedere il film…
Certo essere stato un fruttariano gli fa guadagnare terreno… 🙂
Ma siamo già arrivati alla fine?? Ebbene sì, life is hard life is a bitch, sentenziava Freddie, King&Queen. Per fortuna c’è ancora il Movie Maelstrom ― il riassunto no eh ― e per fortuna ci sono questi saluti da accettare, stasera, asburgicamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Causa sold-out (cioè, sold-out per delle api!), le api del documentario di martedì al MUSE si sono trasformate in “Le mani sulla città” (1963) di Francesco Rosi allo Smelly, grazie al Fellow TT, alla sua bici modello Jacques Tati che gli invidio potentemente, al suo portapacchi omologato per il trasporto di un Board, e a 4 minuti di tempo per attraversare la città… Ma i cavalieri fecero l’impresa… 🙂
Sempre, avere SEMPRE un Plan B, Fellows…
Consiglio spassionatamente “Le mani sulla città” a tutti i Moviers ― grande sceneggiatura, grandi dialoghi, grandissima interpretazione dei protagonisti. Ma siano, preparati, i Moviers…Il film mostra per l’ennesima volta come in Italia non sia cambiato gnente, ma GNENTEDIGNENTE, dagli anni ’60 a oggi. Provare per credere… http://www.youtube.com/watch?v=79vVDpYn36I  
 
JOBS: interpretato da Ashton Kutcher, nel ruolo del co-fondatore di Apple, “Jobs” racconta la vita del giovane, brillante e appassionato imprenditore, la cui genialità ha dato il via alla rivoluzione digitale che ha cambiato per sempre il nostro modo di vivere e comunicare.

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Let’s Movie CLXXXVII – IL CASO KERENES

Let’s Movie CLXXXVII – IL CASO KERENES

IL CASO KERENES
di Calin Netzer
Romania, 2013, 112′
Giovedì/Thursday 14
21:00/9:00 pm
Supercinema Vittoria/Viktor Viktoria

Mayor Moviers,

È proprio un fatto, non c’è big talk che tenga. There they can.
Mi riferisco all’elezione di Bill De Blasio là dove le stelle e le strisce non sono celesti né pedonali ma sacralizzano una bandiera. Il fatto che Bill abbia origini italiane e sia diventato sindaco non stupisce: gli USA sono un paese di migranti, il 100% americano non esiste ―se lo mettano in testa pure loro ‘na buona volta. Quindi un italoamericano può tranquillamente diventare sindaco di New York, così come un keniotamericano può tranquillamente diventarne Mister President. Quello che mi sorprende, e guardate, mi ha PROPRIO sorpreso, è la scelta, e unanime, degli americani: il fatto che abbiano scelto in massa un “rosso” senza temerne più il pericolo. È cosa nota che il lavaggio del cervello che gli anni ’50 avevano fatto alla società americana non si sia esaurito con quel decennio ma abbia influenzato le crocette che i votanti yankee hanno poi apposto sulle cartelli elettorali negli anni a venire. Il rosso difficilmente si sposa con le boiserie padripellegriniane della politica washingtoniana. E invece toh, 2013, plebiscito per Bill. E il plebiscito non ha scelto una famiglia né WASP né politicorrettamente “multicultural” di facciata: la moglie afroamericana di Bill ha un passato da lesbica, ed è da sempre impegnata per i diritti dei gay. Non è esattamente Hillary Clinton, o Michelle Obama. Eppure plebiscito.
Quindi sì, gli americani saranno dei gran zucconi, e New York City non è Wichita Falls, Kansas, va detto, e non è aspetto da poco. Ma sono loro che riescono a cambiarsi, prima di cambiare. Mentre noi italiani, boh, sembriamo sempre immobilizzati dentro i nostri pattern millenari. Come se non riuscissimo a liberarci dal marmo che ci circonda. Il marmo è travertino, michelangiolescamente bellissimo, ma è marmo, damn it. Quindi per una volta chapeau agli yankee.
E chapeau a Dante, il figlio di Bill, che di cappelli non ha proprio bisogno, dacché sfoggia una meravigliosa zazzera black-panther che manco Angela Davis negli anni ’70! New York è anche questo: un Dante mulatto dai contorni afro e le radici italo.

Quell’immobilità di cui accennavo al piano di sopra si percepisce tutta, ma proprio tutta tutta, nel Gattopardo, capolavoro dei capolavori dei capolavori, se qualcuno ancora oggi non se ne fosse accorto ―tipo me prima di martedì sera (il Board sceglie il look all-blind per l’autunno-inverno 2013-14…). Quel gran figo di Don Fabrizio Corbera, Principe di Salina, Duca di Querceta, Marchese di Donnafugata, alias Burt Lancaster ―e chi non lo vorrebbe, un treno di nome così?!?― comprende, nel corso del film, il destino d’inerzia che caratterizzerà il neonato stato italiano in cui “si cambia perché tutto rimanga come prima”… Perché alla fin fine sono gli italiani che fanno l’Italia… E quindi sì a Garibaldi, sì alle rivoluzione, power to people e votazioni democratiche (o pseudo), per poi ritornare in strutture gerarchiche molto simili a quelle appena smantellate. Destino di Tancredi, nipote del “principone”, giubba rossa che finisce per infilare i panni del bravo soldatino.
A un certo punto c’è una splendida carrellata sulla famiglia dei Salina in chiesa: sono appena arrivati a Donnfugata da Palemmo, e sono tutti impolverati ―la polvere assume un carattere metaforico molto marcato nel corso del film. Lo sguardo di Visconti ci’invita al ragionamento, ci dice, guardateli, questi personaggi sono dei porta-polvere: sono fermi, vecchi, appartengono al passato, il futuro è altrove, ma non brilla neppure quello, a guardarlo bene… Don Fabrizio ne prende consapevolezza nella seconda parte, e assistiamo a un cambio radicale nel suo personaggio: tanto ribaldo&spavaldo nella prima metà, quanto mesto&fosco nella seconda. Il finale poi è il punto di alienazione massima del principe: vaga per le ricche sale del palazzo della principessa Margherita, in mezzo a ricchi premi e cotillon, nuvole di vestiti e gentiluomini in frac, vaga estraniato, tristemente conscio di appartenere a un mondo passato ―sì Antonio,un piccolo mondo antico― e anche deluso nel vedere nella nuova borghesia un nuovo cinismo, una nuova meschinità. E anche sulla morte, il principe ragiona, sollecitato da un dipinto.
Il ballo pertanto, che dovrebbe essere il climax della gioia, il momento dello scioglimento finale, con Tancredi a un passo dalle nozze con la bella Angelica, l’Italia appena battezzata, l’euforia generale, diventa invece incubatore di nostalgia, di amara delusione e senso di decadenza, che di fatto aleggia quasi fisicamente in tutta la sala ―qualcuno avrà mai notato che il gran caldo che angustia e disfa letteralmente gli invitati (soprattutto il tutto-d’un-pezzo principe) non è solo “gran caldo”??
Ma trascinata dall’entuisiasmo, mi rendo conto solo ora di non avervi detto cosa e chi mi ha accolto martedì dal Mastro (Don Gesualdo potremmo aggiungere, per attinenze veriste al materiale in oggetto :-)). Martedì dal Mastro mi ha accolto un cartello. “I posti per il Gattopardo sono esauriti”. Che, per voi inglesofili, vuol dire “sold-out”, e che a me fa aggiungere un nuovo capitolo al discorso iniziato due Lez Muvi fa sulla pratica dilagante di disertare i classici al cinema. Evidentemente “Il Gattopardo” di Visconti Luchino restaurato da Scorsese Martin interpretato da una quantità di attori colossali quali Lancaster Burt, Delon Alain e Cardinale Claudia, fa eccezione. Vi dirò di più. Gli spettatori che sono rimasti senza biglietto erano talmente numerosi che il Mastro ha organizzato una proiezione straordinaria domani, lunedì, alle 20:00 (per chi volesse favorire…).

Come promesso, ho guardato chi era in sala, e l’età media si attestava intorno ai 60…Diciamo che noi Movier s’era i Tancredi+Angelica della situazione… Ma chi erano, questi Moviers?! Be’, l’Anarcozumi, scampata per tre ore e mezza al room-switching che le sta rivoluzionando casa in questi giorni (potrebbe la casa di un’Anarco della stirpe degli Zumi NON generare rivoluzioni??); il WG Mat, la cui attenzione calò sensibilmente in alcuni momenti abbastanza “insistiti” del film, per poi riprendersi però nelle battaglie epiche e spassosissime, piene di quei gesti esasperati e comicamente teatrali degli attori con cui il WG ha fatto molto molto ridere il Board :-); il Fellow Ferro con la Fellow Faith, e la frugola Fellow che le guizza in pancia :-), che credo non siano tecnicamente dei Moviers, ma per me lo sono, e un bel “chissene” alla tecnica.
L’Anarco, mentre guardavamo il film, mi faceva notare gli strepitosi piani sequenza con cui il regista sembra non tirare mai il fiato…Anche nella scena del ballo è così, e c’è questa sensazione di stordimento, di dizzyness (sempre per voi inglesofili), che poi è somatizzata a livello psico-fisico dal Principe. Io e la Zu si commentava anche sugli attori, iiiih beddi beddi! Tra Delon, Lancaster, s’infila anche Giuliano Gemma per un delizioso cameo ―una vera bellezza. E anche Terence Hill, che veste i panni di un sempliciotto brianzolo che gli riesce proprio bene. Claudia Cardinale è quel misto esplosivo di femme fatale e Heidi che mi si dice faccia impazzire gli uomini…. Ho trovato la sua ricerca di sensualità un filo troppo calcata in certi momenti. Chelle serviva mordersi le labbra insistentemente, come qualsiasi britneyspears di Sunset Blvd? Le bastava semplicemente riempire lo schermo, con quella fisicata prorompente, quegli occhi profondissimi… E quella risata lunga dalla forza dirompente e seduttiva che spacca la cena a Palazzo Salina e conquista Tancredi più di qualsiasi coquetterie da britneyspers di Sunset Blvd ―da nota iena ridens molto loudens qual sono, l’ho apprezzata assai.
E ho anche apprezzato assai la comicità del Gattopardo. Proprio di lui, o’ Principe. Martedì, presa dall’entusiasmo ―di cui hanno fatto le spese dei poveri malcapitati che discorrevano col Mastro― ho sbottato con un “ma ci si schianta dalle risate con il Gattopardo!!”. Ora voi sapete bene quanto io ami avvolgere bricioline di pensiero dentro nuvole di nulla, sapete quanto ami iperbolizzare… Mi riferivo semplicemente al sarcasmo tutto siculo del Principe, al suo piglio burbero, così smaccatamente sessista, a tratti dispotico e insopportabile, a tratti tenerissimo… Mi riferivo semplicemente al fatto che non t’aspetti di ridere ne “Il Gattopardo”, tre ore e passa di film tratto da un tomo dell’800 italiano, la cui letteratura non brilla di gran comicità, diciamocelo…

Comunque non temete, ci saranno altri classici nelle prossime proposte lezmuviane, complice il Mastro… Mai sentito parlare di “Les Enfants du Paradis”? 😉 Stay tuned…
Questa settimana devo ringraziare il Viktor Viktoria per aver ripescato questo film che m’era sfuggito dalle mani il maggio scorso

IL CASO KERENES

di Calin Netzer

Sì sì bravi, è lui, il Vincitore dell’Orso d’Oro a Berlino 2013, good memory, Moviers!
Non aggiungo altro se non che ho fatto la testa così a tutti, con questo Cacchio di Caso Kerenes… Quindi v’aspetto!

Un’ultima cosuccia per riempire la vostra agenda settimanale… Si è aperto questa settimana e continuerà per tutta la prossima, il Festival Tutti nello stesso piatto, “occasione di incontro con il cinema e la cultura di Europa, Asia, Africa e America Latina, con i loro cineasti e protagonisti, attraverso i temi del cibo, della biodiversità, della sovranità alimentare, dell’ambiente e dello sviluppo sostenibile”, http://www.tuttinellostessopiatto.it/.
Martedì  prevedo di spararmi il documentario “Un Mondo in pericolo. More than honey“, di Markus Imhoof, documentario che ha fatto manbassa di premi in tanti concorsi, e tratta il tema della sparizione delle api dal mondo e le conseguenze disastrose che questo provocherebbe. Per insaporire il piatto con un po’ di salsa thriller, vi riporto questo, “Albert Einstein avrebbe detto: «Se un giorno le api spariranno, l’estinzione del genere umano seguirà quattro anni più tardi». Scary eh?
Il docu viene proiettato alle ore 21:30 al MUSE, e questo dà l’occasione a Let’s Movie di testare la creazione by Renzo Piano. Certo noi non la perdiamo, l’occasione ― e magari chissà, potremmo trovarci il nostro Movier Magnanimo, che al MUSE ci lavora e realizza progetti “molto fichi”, come direbbe lui 😉

Se invece siete ancora per i classici di qualità, c’è solo l’imbarazzo della scelta questa settimana, Fellows… Consultate qui… http://www.crushsite.it/it/notizie/avvisi-comunicati/2013/la-provincia-autonoma-di-trento-per-il-cinema-di-qualita.html So men, get out from your crib!

E tra felini e api oggi stiamo allo zoo! Per mantenere fede all’ambientazione ho rinchiuso il riassunto nella gabbia dei licaoni (i licaoni??), mentre ho sostituito la pozza degli ippopotami con il Movie Maelstrom… Io vi ringrazio, vi auguro buon tour, e vi porgo dei saluti sindacalmente cinematografici.

Let’ Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

“Credo tu debba spendere due righe per il fenomeno psico socio culturale prima ancora che cinematografico di checco zalone”. Come posso non raccogliere l’esortazione del Fellow Presidente, sempre attentissimo ai fenomeni psico socio culturali prima ancora che cinematografici? 🙂 Peraltro l’esortazione del Presidente si allinea a certe mie elucubrazioni scaturite dagli incassi record di “Sole a catinelle”.
Cosa ci trovano gli italiani? Questa è la domanda. O forse la domanda è: gli italiani hanno così tanta voglia di ridere da cercare il riso in un film mediocre, decisamente inferiore rispetto ai precedenti zeloniani? E questo a detta di tanti spettatori, ma soprattutto del nostro inviato speciale lezmuviano, il Fellow Robeywatch, il baywatch che a tempo perso direziona il Board sul golgota dell(‘o)stile libero, e che conferma gli esiti scarsi del film ― “come se cercasse di far ridere a ogni costo”, le parole del Fellow riassumono il film alla perfezione.
La risposta è sì, gli italiani hanno tanta voglia di ridere, e 8 euro per 2 ore di spasso li sborsano di buon grado. E credo che il fenomeno da investigare non sia tanto lui, quanto la necessità che questo paese sente di produrre un Checco Zalone. Perché questo è, a mio parere, Checco Zalone: un prodotto prodotto per sopperire a una mancanza.
Nutella cinematografica a scopo compensativo.
Contenti noi…

IL CASO KERENES: Cornelia è una donna benestante dell’alta società a cui non manca nulla, se non l’affetto del figlio Barbu, al quale dedica tutte le sue attenzioni in maniera ossessiva. Quando Barbu è coinvolto in un tragico incidente, Cornelia si dimostrerà pronta a tutto pur di evitare che finisca in prigione, senza capire che la vera libertà a cui il figlio aspira può concederla solo lei stessa..

UN MONDO IN PERICOLO. MORE THAN HONEY: La storia della famiglia Imhoof, nutrita da generazioni dalle api e dal loro incessante lavoro. Col suo documentario premiato e visto in oltre 40 festival internazionali, il regista Markus Imhoof ne impreziosisce il racconto partendo dall’esperienza del nonno, apicoltore devoto ed esperto. Interviste, paesaggi e l’armonia della “laboriosità” prodotta da questi insetti amati/odiati dagli esseri umani, il cui operato è a rischio. Imhoof entra negli alveari – oggi pericolosamente in fase di svuotamento – ma punta gli occhi anche verso il cielo, ove seguire l’accoppiamento di un’ape regina.

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Let’s Movie CLXXXVII – IL GATTOPARDO

Let’s Movie CLXXXVII – IL GATTOPARDO

IL GATTOPARDO
di Luchino Visconti
Italia-Francia, 1962, 205’
Martedì 5/Tuesday 5
20:30/8:30 pm
Astra/dal Mastro e da chissennò 
RSVP 0461-829002

Mannheimer Moviers,

Con estremo piacere e non poco stupore, il sondaggio in merito all’assenteismo nelle sale cinematografiche in presenza di classici, ha prodotto ben due opinioni, una dietro l’altra, via. Questo ha salvato il mio Monday dal manic che dai tempi delle Bangles lo minaccia. Lunedì mattina il Fellow President mi segnala un articolo fresco fresco di S/stampa relativo al Gattopardo, http://www.lastampa.it/2013/10/28/cultura/visconti-e-il-pci-quel-tira-e-molla-sul-gattopardo-70YGiRl3s7EVswMdCBhiVK/pagina.html, confermandomi l’interesse per l’argomento ―nonché la lettura per intero della movie-mail, e non è effort da poco. E la Honorary Member Mic mi fa sapere di concordare sulla teoria degli spettatori couch potatoes-slash-pelandroni, e sulla ricerca del nuovo rispetto al vecchio in sala (e no, questo non è l’ultimo numero di “Bravacasa”)…
La questione rimane aperta, e spero in qualche illuminazione dopo la proiezione de “Il Gattopardo”: tranquilli non importunerò gli spettatori fuori dalla sala come gli inviati speciali (anche se in effetti…), mi basterà contare le presenze. E guardarle in faccia, anche, per capire se si tratta di nostalgici incuriositi dal restauro cui “Il Gattopardo” è stato sottoposto, oppure se il film attira l’interesse delle cosidette “giovani generazioni” (ma giovani rispetto a chi, mi chiedo, alcuni teenager sembrano dei Benjamin Botton senza strani casi da raccontare).
Quindi potete ben immaginare con quale trepidazione io stia attendendo di estrapolare i dati del Let’s Movie della settimana prossima per elaborare una statistica al riguardo (su questa mia strategia scorgo l’Eurisko tremante all’orizzonte :-)).
Il Let’s Movie di mercoledì scorso non era un classico, ma senz’altro era un prodotto di nicchia: un documentario sul cantante di un gruppo come i CCCP, può considerarsi a buon diritto “un prodotto di nicchia”. Ma vani a parte, il film ha riempito la sala, con gran gioia del Mastro e degli aficionados del gruppo emiliano e della figura del suo leader.
A questo punto lasciatemi mettere le mani avanti: non conosco la musica della band in questione ― già s’è detto del Bloackhead Board no. 🙁 Purtroppo non mi sono mai imbattuta in qualcuno che frequentasse le loro canzoni e me le potesse introdurre. Né ricordo di averle mai sentiti alla radio ―magari se avessi ascoltato un po’ più radio Uniti-Contro-l’Ordine-Precostituito e un po’ meno Radio Deejay, forse sarebbe stato diverso… Come dicevo al Fellow Fra, Movier con doppio PhD, uno in “ingegneresia” e uno in “cd CCCP”, giunto all’Astra curiosissimo per l’evento, la musica dipende anche dagli incontri che fai: più gente conosci, più Giovanni Lindo Ferretti puoi conoscere. Pertanto il giudizio che do sul documentario è solo su quello, il documentario, non sulla musica o sul personaggio in sé.
All’opera imputo un unico difetto: la brevità! Ne vuoi ancora, alla fine! 70 minuti sono i 70 grammi di pasta destinati al poraccio che comincia la dieta! Troppo pochi, stuzzicano la voglia di saperne di più e poi ti lasciano lì, con tutta quell’acquolina…
E non so se sia dipeso dall’indubbio carisma del personaggio, dal modo pacato che ha di raccontare se stesso e la sua vita: uno non s’immagina il re italiano del punk a condurre una vita ascetica in un casale sperduto in mezzo a monti, cavalli e libri di storia. Non so se sia dipeso dalla cura del regista cha ha scelto cosa raccontare con grande attenzione, attraverso la voce e le immagini. Io proprio non lo so, ma sta di fatto che sono arrrivata alla fine e mi veniva da dire “Ancora” come il bambino che ti chiede il quinto cioccolatino dopo averne mangiati quattro.
“Fedele alla linea” non è il solito documentario che solitamente “ripercorre le tappe salienti della vita di”. C’è una selezione, come dicevo accuratissima, di quello che viene detto e mostrato. Paroliere per natura, Ferretti è un uomo di poche parole. E di lui capiamo molto di più nella delicatezza con cui ferra un cavallo, o nella profondità di quando guarda lontano che in una cronologia di date e fatti. I resoconti delle esperienze forti che gli hanno segnato la vita ―il primo viaggio a Berlino, la malattia, che da sempre lo rincorre, la rottura e la riappacificazione con la madre (“per mia madre ero una delusione totale in atto”)― sono giusto schizzati, ed emergono di tanto in tanto dal silenzio sacro che gli è proprio tanto quanto il canto. E questo credo sintetizzi la contradditorietà di un personaggio in cui convivono comunismo e cristianesimo, modernità e tradizione, trasgressione e conservazione, comunicazione e introspezione, arte e stalla ―opposti a pacchi, sì.

Il Fellow Fra non è stato l’unico Movier a vedere il documentario. L’Honorary Member Mic se l’è trovato al Cinema Odeon di Vicenza, e l’In-Sync quindi ha avuto luogo! Voi non v’immaginate il trip che mi dà questa cosa dell’In-Sync…Metadone per la mente…mentadone… (mammamia). E anche lei lo valuta con un “super done” (che corrisponde a 5 stellette delle cine-recensioni online). Quindi possiamo dire che la soddisfazione è stata massima e unanime ― maggioranza piena e niente fratture nel partito, un risultato che non capita tanto spesso tra i riottosi Movier.
Mi sono riservata un po’ di spazio per imporvi un film che avevo sulla lista di to-watch e al cui desiderio di vederlo non ho saputo resistere ― epicureo Board che soccombe ai piaceri del carnet?!? Po’ esse’…
Mi riferisco a “La vita di Adele”, di Abdellatif Kechiche, vincitore della Palma d’Oro a Cannes 2013, e mannaggia i cugini ci azzeccano sempre; in un modo o nell’altro, riescono a intercettare il nuovo come noi, italianucoli NON riusciamo mai a fare (la Mostra del Cine di Venezia vinta da un documentario un po’ sopra la media, bah…).
Guardare “La vita di Adele” è come leggere un classico della letteratura: ti fa vedere come funziona l’amore senza spiegartelo. Te lo mostra  ― di qui un realismo che non punta al documentaristico o al didascalico, ma alla conquista dell’essenza emotiva della realtà, una realtà, e che non ha nulla a che fare con il realismo. Dell’amore il film ne traccia la parabola, intesa come racconto esemplare e andamento nascita-crescita-crisi-morte-speranza di resurrezione. E il fatto che l’amore sia fra due donne non è che un dettaglio. L’amore è l’amore per tutti, il gender conta quanto zero alla meno 1 (che fa…?). E in questo amore tra Adele e Emma, ti ci riconosci in ogni sguardo trepidante, in ogni dito voluttuosamente succhiato, in ogni singhiozzo di pena strozzato in gola.
Adele vive la vita di un’adolescente tipo ― amici, scuola, prime cotte. Poi un giorno, per strada, incontra una testa di capelli blu: Emma. Un colpo di fulmine, pam, come succede nei classici che Emma legge a scuola, “La vita di Marianne” e “La principessa des Clèves” per citarne due (che per altro consiglio, by Marivaux e Madame de la Fayette). Ed ecco che d’un tratto, è lei la protagonista.
La storia con Emma permette ad Adele di formarsi come persona, di capire se stessa ― l’amore è inteso qui come forza costruttrice, che consente il completamento individuale attraverso l’incontro con l’altro. Ma s’è detto anche crisi e morte… L’amore tra Emma e Adele a un certo punto finisce ― forse perché Adele deve completare se stessa fuori dal rapporto prima di riuscire in un rapporto ― e il dolore è quello che conosciamo tutti, paralizzante e panico, ed è lì, a un passo da noi, su uno schermo mai così vicino, vitale, in un viso mai così avvicinabile, vivo, come quello di questa meravigliosa creatura, Adele. Tutti i primissimi piani che Kechiche le dedica ― il film è Adele ― servono a questo, a farcela vicina, a coglierne ogni impercettibile emozione, ogni più intimo sussulto dell’animo. E lei, l’attrice, è così naturale e pura, così disarmantemente senza protezioni, da lasciarsi guardare in superficie e nel profondo. Quindi fisico è il rapporto fra le due, ma fisico è anche il rapporto che noi stringiamo con lei, mentre la osserviamo crescere e cambiare. Da adolescente a donna. Mentre mangia, dorme, gode, piange, scrive, balla (“I Follow Rivers”, con una malinconica sensualità di cui nemmeno lei è consapevole). Credo che ci innamoriamo tutti di questo personaggio. Forse perché primo fra tutti ad amarla è Kechiche e il suo sguardo diventa il nostro sguardo.
Se la prima parte è dedicata all’esaltazione e alla jouissance de l’amour, anche a livello carnale, la seconda è concentrata sull’amore come assenza, all’osservazione dell’animo mozzato di Adele dopo la separazione da Emma. Questa seconda parte mi è piaciuta, se possibile, anche più della prima ― la jouissance de l’amour è materia più easy rispetto a la souffrance de. Troviamo Adele persa, smarrita, in certi istanti senza fiato, come se la mancanza dell’oggetto desiderato fosse fisica, la perdita di un arto, lo strappo di un organo. Immagino che tutti sappiate di che parlo, l’abbiamo provata tutti eh… 🙁
Alla fine del film leggiamo “Vita di Adele. Capitoli 1 e 2”. E io scoppio in un grido di gioia infinitanegrita! Perché questo ci dice che ci saranno degli altri capitoli ― spero vivamente che Kechiche ne sforni dieci, seguendo le orme del maestro Kieslovsky! Perché vedete, così come mi era successo dopo “Fedele alla linea”, anche con “La vita di Adele”, che dura 3 ore abbondanti, io ne avrei volute al3ttante! “Ancora”, come il bambino che ti chiede il sesto cioccolatino dopo averne mangiati cinque durante il documentario di Ferretti. 🙂
Adele non basta mai, provate per credere…io sono uscita dalla sala fluttuando in stato di grazia a 21 cm dal pavimento. E con me l’Anarcozumi, la Movier More e il Fellow Fuzz, tutti folgorati, chi più chi meno, da quest’opera… 😉
Scusate il doppio pippone stasera, ma proprio non potevo tacere “Adele”.
E ora via, di corsa verso una notte da leoni, altro ché Todd Philips

IL GATTOPARDO
di Luchino Visconti

Sì lo so, 205 minuti non s’affrontano tutti i giorni, ma i leoni siamo noi ― caso mai non si fosse capito sopra ― quindi ce li pappiamo in un sol boccone.
Il film viene proposto nella forma appena restaurata da Sua Eccellenza Martin Scorsese, e include delle scene che erano state tagliate all’epoca, per censura o semplice scelta. Non avendo mai visto il film originale ― perdona il Board, oh Luchino, ti prego, perdonalo ― non distinguerò le scene che sono state aggiunte nella nuova versione, ma poco importa. Importa che si recuperi con Luchino, e con la storia del cinema.
Prenotate telefonando al Mastro e  a Robin, mi raccomando. La coppia Delon-Cardinale potrebbe risvegliare vecchi appassionati e lasciare i divani trentini, per una sera, a bocca asciutta.

Okay ho sforato di brutto stasera, lo riconosco. 🙁 Per questo, il Movie Maelstrom durerà appena 4 minuti e 44 secondi. Se volete potete tagliare sul riassunto ― il Bignami su Tomasi di Lampedusa non manca a nessuno. Sui ringraziamenti però io non posso proprio tagliare, e nemmeno sui saluti, stasera, sociologicamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

M’è sempre parsa una canzonetta, “I Follow Rivers” di Lykke Li…Dopo “La vita di Adele” non è più la stessa. Profitez-en bien! http://www.youtube.com/watch?v=R0fyDm_UYw8 
 
IL GATTOPARDO: Dal romanzo postumo (1958) di Giuseppe Tomasi di Lampedusa: mentre nel 1860 Garibaldi e le sue camicie rosse avanzano in Sicilia, Tancredi, nipote del principe don Fabrizio di Salina, si arruola volontario e si fidanza, col consenso dello zio, con Angelica, figlia di un nuovo ricco. Dopo essere andato, come tutti gli anni, nella sua villa di campagna a Donnafugata, il principe dà un ballo nel suo palazzo di Palermo dove l’aristocrazia festeggia la scongiurata rivoluzione. Splendida e fastosa illustrazione del passaggio della Sicilia dai Borboni ai sabaudi e della conciliazione tra due mondi affinché “tutto cambi perché nulla cambi”, è un film sostenuto dalla pietà per un passato irripetibile che ha il suo culmine nel ballo, lunga sequenza che richiese 36 giorni di riprese.

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