Let’s Movie CLXXXIX – JOBS

Let’s Movie CLXXXIX – JOBS

JOBS
di Joshua Michael Stern
USA, 2013, 128′
Lunedì/Monday 18
22:00/10 pm
Cinema Modena/Losmelly

 

Mimbatto Moviers

in un’intervista al neo-Assessore alla Cultura di questa nostra gaudente regione che tre settimane fa è tornata alle elementari per votare. Era notte fonda e nessuno rivedrà mai quel servizio ―così si augura l’addetto al palinsesto del canale costretto a ritrasmetterlo in loop, tipo TCA o Trentino TV o qualche altra emittente con la valorizzazione del territorio dentro.
Che ci faccio io a notte fonda su quelle reti? Be’, quando abitate in una città che si tiene tutto dentro, che comunica meno di Zeman (Big, apprezza), devi trovare TU dei mezzi per scoprire what is going on out there. Uno di questi è il telegiornale, e mi scuserete se preferisco la banale tv, e non ingrasso le casse della carta stampata regionale, ma io non ho proprio cuore e fegato di comprare l’Adige o il Corriere del Trentino ― meglio il verba volant quando sono quegli scripta che manent…
L’altra sera càpito quindi in un a-tu-per-tu catodico con questo neo-assessore ―di cui peraltro l’altro l’Anarcozumi mi aveva lungimirantemente tratteggiato l’identikit in tempi non sospetti― in cui il neo- ribadisce, rimarca e ri- la necessità per il Trentino “di rivendicare e ribadire le proprie radici e il proprio passato”. Ora il pensiero che vola dentro me è volato immediatamente al mare di loden-und-lederhosen degli Schutzen… Wer sind die Schutzen?? Sono quei soldatini molto Volkspartei che si riuniscono con cadenza fastidiosamente regolare in questo nostro dicevamo gaudente Trentino, valorizzandone naturalmente il territorio. La polemica sul finanziamento politico degli eventi per promuovere questo genere di manifestazioni che esaltano il legame con una certa parte di Tirol-kultur, è ancora calda, e nelle parole del neo-assessore non ho potuto fare a meno d’intravedere un futuro di loden-und-lederhosen per tutti noi…
Io magari sarò troppo ipercritica o superprevenuta ma non posso nascondere il terrore davanti a una programmazione culturale pianificata da chi ha in mente una certa visione regio-centrica, quella appunto “di rivendicare e ribadire le propre radici e il proprio passato”… Con i soldi che scarseggiano, i fondi saranno razionati e assegnati in base a chissà quali criteri, e temo che l’assegnazione finirà per premiare le radici…
Sperando che questo rimanga un mio timore e che io sia pubblicamente smentita dai fatti, e che la programmazione culturale non prenderà una piega volkspartei, let’s anyway be prepared…
E preparata lo ero giovedì sera, quando il  Fellow Andy the Candy mi annuncia la sua presenza lezmuviana verso le 8:46 pm ―l’RSVP più straordinariamente sotto evento della storia ;-), bravo Fellow ;-)― confermandomi pure quella del WG Mat, che credevamo sarebbe rimasto preda delle voci del budget per tutta la serata, e invece no, chiamò l’esorcista, zittì le voci e venne al cine. 🙂
“Il caso Kerenes” è per molti, ma non per tutti ―e il Fellow Presidente mi ringrazierà per questo tuffo nel Cinzano, e negli anni ’80. È per tutti quelli che apprezzano il cinema asciuttissimo che riduce lo stile all’osso spogliando la messiscena di qualsiasi tipo di superfluo espressivo, sia esso visivo o linguistico. Sobrietà e rigore ― “sobrietà e rigore” non si dice solo per descrivere le passerelle di Miuccia Prada, believe it or not. Eppure non è un film freddo, non lascia indifferenti, tutt’altro, innesca una riflessione profonda sui temi trattati ― trattati per altro in termini lucidi, assolutamente non prefici. E questa è stata la reazione a fine film. Poche parole che alludono a un silenzio pieno di strade da percorrere. Il che, per me, equivale a “film riusciuto”.
Al centro della storia, che ruota tutta attorno a lei ―e non è un caso― c’è Cornelia, madre panzer, invadente, ingombrante, asfissiante e tutti i participi presenti che riuscite a elencare per descrivere il fastidio. Tutti i personaggi che entrano nel suo raggio d’azione subiscono la sua Wille Zur Kontrol (ve lo metto in tedesco che fa molto Wehrmacht), dal figlio Barbu, alla nuora, all’ex marito, alla donna delle pulizie. Cornelia è la mater familias italiana ― tanto che mi sono stupita di trovarne una di nazionalità rumena ― la madre che, per togliere il figlio dalle peste, è disposta a tutto, corrempere, mentire, offendere, passare sopra la qualunque (panzer dicevamo); la madre che “il figlio sopra tutto, davanti a tutto, fin che morte non ci separi, amen”; la madre che può uccidere una nuora con la perfidia di una battuta e che si considera l’unico essere al mondo in grado di poterlo aiutare (e qui ci piazziamo un bel “Übermenschweise”).
E il figlio è il tipico figlio cresciuto con una presenza mammifera di questa importanza: viziato, scontroso, insicuro, scontento.
Il “caso” del titolo è quello aperto dalla polizia dopo che Barbu investe e uccide un bambino. Ed è Cornelia a prendere in mano le redini della situazione cercando di sfruttare ogni modo lecito e illecito per salvare il suo bambino dalle conseguenze dell’omicidio. Solo che nel corso del film il nostro sguardo su di lei, il panzer Cornelia, la madre dominatrix che non augureresti a nessun poppante al mondo, cambia. E ho capito che non è lei che cambia, si ammorbidisce, evolve e teorie critiche di stampo darwiniano ivi annesse. Siamo noi che cominciamo a capirla. È come se prima la guardassimo dall’esterno ― vedendone solo i gesti vili, le battute da suocera odiosa, il servilismo nei confronti del figlio ― e poi riuscissimo a comprendere le ragioni che la spingono a comportarsi così. Lo stesso vale per il figlio, che da bamboccione da sberloni passa a personalità complessa, i cui complessi non risiedono unicamente nel rapporto con la madre, ma anche con la compagna, e con se stesso. Far cambiare la percezione dello spettatore su un personaggio allena la sua elasticità mentale, permettendogli di considerare altre aree del personaggio come universo composito, di andare oltre i gesti soffocanti di una madre o le bizze di un trentenne viziato, e di vedere altro.
L’incidente, con tutto il dramma che porta con sé, è un trigger: scuote il rapporto arenato fra madre e figlio e li porta a condividere un momento topico nelle loro vite ― l’incontro con il dolore indicibile dei genitori del bambino investito. In quel momento Cornelia e Barbu vivono un’esperienza potente e sconvolgente. E il bello è che questo non necessariamente li avvicinerà ―”Il caso Kerens” non è una favola americano-checcozeloniana in cui dopo la tempesta (perfetta) torna il sole (a catinelle). I conflitti tra madre e figlio presumibilmente continueranno, Cornelia non smetterà l’attaccamento morboso né Barbu l’astio ―il danno a volte è permanente. Ma resterà comunque agli atti la condivisione di un evento come la gestione del senso di colpa dopo l’uccisione di un innocente, nonché l’assunzione delle proprie responsabilità. In qualche modo i personaggi sono più ricchi, alla fine del film. E lo siamo anche noi. Per questo il film è riuscito: lo spettatore è tirato in ballo tanto quanto il personaggio, ma non finisce gettato in mari di lacrime. Niente pietismo cheap. Niente D’Urso e Defilippi.
Per molti ma non per tutti, diceva il Cinzano. Forse il film è per pochi. Per quelli che, dicevamo, apprezzano un film architettonicamente loosiano (da Adolf Loos, i miei Fellows architetti saranno contenti ;-)) senza orpelli, senza fuffa. Bastano un paio di scarpe “bene”, una cena danzante, un qualche “potrei fare una telefonata a…” per dipingere una borghesia tutta business e zero class, con le mani in pasta e la messa in piega sempre perfetta…
Orso d’Oro a Berlino meritato, ya.

E questa settimana, anche per mantenere fede a una promessa con quel gran geek del W(eb) G(eek) Mat

JOBS

di Joshua Michael Stern

Cosa bisogna aspettarsi da un biopic su un personaggio simbolo come Steve Jobs? Nulla. Assolutamente nulla ―le rappresentazioni dei simboli sono sempre difficili da realizzare.
Però vi dico che Steve Jobs era un fruttariano. I fruttariani non sono dei venusiani in fissa con la frutta: sono degli esseri umani in fissa con la frutta. Ed Ashton Kutcher, per calarsi ancora meglio nella parte, oltre che per calare di peso, ha aderito al fruttarianesimo.
Avrei potuto dirvi altre centomila cose su Steve Jobs, personalità che ha cambiato il nostro tempo, ci piaccia oppure no, ma preferisco prima vedere il film…
Certo essere stato un fruttariano gli fa guadagnare terreno… 🙂
Ma siamo già arrivati alla fine?? Ebbene sì, life is hard life is a bitch, sentenziava Freddie, King&Queen. Per fortuna c’è ancora il Movie Maelstrom ― il riassunto no eh ― e per fortuna ci sono questi saluti da accettare, stasera, asburgicamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Causa sold-out (cioè, sold-out per delle api!), le api del documentario di martedì al MUSE si sono trasformate in “Le mani sulla città” (1963) di Francesco Rosi allo Smelly, grazie al Fellow TT, alla sua bici modello Jacques Tati che gli invidio potentemente, al suo portapacchi omologato per il trasporto di un Board, e a 4 minuti di tempo per attraversare la città… Ma i cavalieri fecero l’impresa… 🙂
Sempre, avere SEMPRE un Plan B, Fellows…
Consiglio spassionatamente “Le mani sulla città” a tutti i Moviers ― grande sceneggiatura, grandi dialoghi, grandissima interpretazione dei protagonisti. Ma siano, preparati, i Moviers…Il film mostra per l’ennesima volta come in Italia non sia cambiato gnente, ma GNENTEDIGNENTE, dagli anni ’60 a oggi. Provare per credere… http://www.youtube.com/watch?v=79vVDpYn36I  
 
JOBS: interpretato da Ashton Kutcher, nel ruolo del co-fondatore di Apple, “Jobs” racconta la vita del giovane, brillante e appassionato imprenditore, la cui genialità ha dato il via alla rivoluzione digitale che ha cambiato per sempre il nostro modo di vivere e comunicare.

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