Let’s Movie CLXXXVII – IL GATTOPARDO

Let’s Movie CLXXXVII – IL GATTOPARDO

IL GATTOPARDO
di Luchino Visconti
Italia-Francia, 1962, 205’
Martedì 5/Tuesday 5
20:30/8:30 pm
Astra/dal Mastro e da chissennò 
RSVP 0461-829002

Mannheimer Moviers,

Con estremo piacere e non poco stupore, il sondaggio in merito all’assenteismo nelle sale cinematografiche in presenza di classici, ha prodotto ben due opinioni, una dietro l’altra, via. Questo ha salvato il mio Monday dal manic che dai tempi delle Bangles lo minaccia. Lunedì mattina il Fellow President mi segnala un articolo fresco fresco di S/stampa relativo al Gattopardo, http://www.lastampa.it/2013/10/28/cultura/visconti-e-il-pci-quel-tira-e-molla-sul-gattopardo-70YGiRl3s7EVswMdCBhiVK/pagina.html, confermandomi l’interesse per l’argomento ―nonché la lettura per intero della movie-mail, e non è effort da poco. E la Honorary Member Mic mi fa sapere di concordare sulla teoria degli spettatori couch potatoes-slash-pelandroni, e sulla ricerca del nuovo rispetto al vecchio in sala (e no, questo non è l’ultimo numero di “Bravacasa”)…
La questione rimane aperta, e spero in qualche illuminazione dopo la proiezione de “Il Gattopardo”: tranquilli non importunerò gli spettatori fuori dalla sala come gli inviati speciali (anche se in effetti…), mi basterà contare le presenze. E guardarle in faccia, anche, per capire se si tratta di nostalgici incuriositi dal restauro cui “Il Gattopardo” è stato sottoposto, oppure se il film attira l’interesse delle cosidette “giovani generazioni” (ma giovani rispetto a chi, mi chiedo, alcuni teenager sembrano dei Benjamin Botton senza strani casi da raccontare).
Quindi potete ben immaginare con quale trepidazione io stia attendendo di estrapolare i dati del Let’s Movie della settimana prossima per elaborare una statistica al riguardo (su questa mia strategia scorgo l’Eurisko tremante all’orizzonte :-)).
Il Let’s Movie di mercoledì scorso non era un classico, ma senz’altro era un prodotto di nicchia: un documentario sul cantante di un gruppo come i CCCP, può considerarsi a buon diritto “un prodotto di nicchia”. Ma vani a parte, il film ha riempito la sala, con gran gioia del Mastro e degli aficionados del gruppo emiliano e della figura del suo leader.
A questo punto lasciatemi mettere le mani avanti: non conosco la musica della band in questione ― già s’è detto del Bloackhead Board no. 🙁 Purtroppo non mi sono mai imbattuta in qualcuno che frequentasse le loro canzoni e me le potesse introdurre. Né ricordo di averle mai sentiti alla radio ―magari se avessi ascoltato un po’ più radio Uniti-Contro-l’Ordine-Precostituito e un po’ meno Radio Deejay, forse sarebbe stato diverso… Come dicevo al Fellow Fra, Movier con doppio PhD, uno in “ingegneresia” e uno in “cd CCCP”, giunto all’Astra curiosissimo per l’evento, la musica dipende anche dagli incontri che fai: più gente conosci, più Giovanni Lindo Ferretti puoi conoscere. Pertanto il giudizio che do sul documentario è solo su quello, il documentario, non sulla musica o sul personaggio in sé.
All’opera imputo un unico difetto: la brevità! Ne vuoi ancora, alla fine! 70 minuti sono i 70 grammi di pasta destinati al poraccio che comincia la dieta! Troppo pochi, stuzzicano la voglia di saperne di più e poi ti lasciano lì, con tutta quell’acquolina…
E non so se sia dipeso dall’indubbio carisma del personaggio, dal modo pacato che ha di raccontare se stesso e la sua vita: uno non s’immagina il re italiano del punk a condurre una vita ascetica in un casale sperduto in mezzo a monti, cavalli e libri di storia. Non so se sia dipeso dalla cura del regista cha ha scelto cosa raccontare con grande attenzione, attraverso la voce e le immagini. Io proprio non lo so, ma sta di fatto che sono arrrivata alla fine e mi veniva da dire “Ancora” come il bambino che ti chiede il quinto cioccolatino dopo averne mangiati quattro.
“Fedele alla linea” non è il solito documentario che solitamente “ripercorre le tappe salienti della vita di”. C’è una selezione, come dicevo accuratissima, di quello che viene detto e mostrato. Paroliere per natura, Ferretti è un uomo di poche parole. E di lui capiamo molto di più nella delicatezza con cui ferra un cavallo, o nella profondità di quando guarda lontano che in una cronologia di date e fatti. I resoconti delle esperienze forti che gli hanno segnato la vita ―il primo viaggio a Berlino, la malattia, che da sempre lo rincorre, la rottura e la riappacificazione con la madre (“per mia madre ero una delusione totale in atto”)― sono giusto schizzati, ed emergono di tanto in tanto dal silenzio sacro che gli è proprio tanto quanto il canto. E questo credo sintetizzi la contradditorietà di un personaggio in cui convivono comunismo e cristianesimo, modernità e tradizione, trasgressione e conservazione, comunicazione e introspezione, arte e stalla ―opposti a pacchi, sì.

Il Fellow Fra non è stato l’unico Movier a vedere il documentario. L’Honorary Member Mic se l’è trovato al Cinema Odeon di Vicenza, e l’In-Sync quindi ha avuto luogo! Voi non v’immaginate il trip che mi dà questa cosa dell’In-Sync…Metadone per la mente…mentadone… (mammamia). E anche lei lo valuta con un “super done” (che corrisponde a 5 stellette delle cine-recensioni online). Quindi possiamo dire che la soddisfazione è stata massima e unanime ― maggioranza piena e niente fratture nel partito, un risultato che non capita tanto spesso tra i riottosi Movier.
Mi sono riservata un po’ di spazio per imporvi un film che avevo sulla lista di to-watch e al cui desiderio di vederlo non ho saputo resistere ― epicureo Board che soccombe ai piaceri del carnet?!? Po’ esse’…
Mi riferisco a “La vita di Adele”, di Abdellatif Kechiche, vincitore della Palma d’Oro a Cannes 2013, e mannaggia i cugini ci azzeccano sempre; in un modo o nell’altro, riescono a intercettare il nuovo come noi, italianucoli NON riusciamo mai a fare (la Mostra del Cine di Venezia vinta da un documentario un po’ sopra la media, bah…).
Guardare “La vita di Adele” è come leggere un classico della letteratura: ti fa vedere come funziona l’amore senza spiegartelo. Te lo mostra  ― di qui un realismo che non punta al documentaristico o al didascalico, ma alla conquista dell’essenza emotiva della realtà, una realtà, e che non ha nulla a che fare con il realismo. Dell’amore il film ne traccia la parabola, intesa come racconto esemplare e andamento nascita-crescita-crisi-morte-speranza di resurrezione. E il fatto che l’amore sia fra due donne non è che un dettaglio. L’amore è l’amore per tutti, il gender conta quanto zero alla meno 1 (che fa…?). E in questo amore tra Adele e Emma, ti ci riconosci in ogni sguardo trepidante, in ogni dito voluttuosamente succhiato, in ogni singhiozzo di pena strozzato in gola.
Adele vive la vita di un’adolescente tipo ― amici, scuola, prime cotte. Poi un giorno, per strada, incontra una testa di capelli blu: Emma. Un colpo di fulmine, pam, come succede nei classici che Emma legge a scuola, “La vita di Marianne” e “La principessa des Clèves” per citarne due (che per altro consiglio, by Marivaux e Madame de la Fayette). Ed ecco che d’un tratto, è lei la protagonista.
La storia con Emma permette ad Adele di formarsi come persona, di capire se stessa ― l’amore è inteso qui come forza costruttrice, che consente il completamento individuale attraverso l’incontro con l’altro. Ma s’è detto anche crisi e morte… L’amore tra Emma e Adele a un certo punto finisce ― forse perché Adele deve completare se stessa fuori dal rapporto prima di riuscire in un rapporto ― e il dolore è quello che conosciamo tutti, paralizzante e panico, ed è lì, a un passo da noi, su uno schermo mai così vicino, vitale, in un viso mai così avvicinabile, vivo, come quello di questa meravigliosa creatura, Adele. Tutti i primissimi piani che Kechiche le dedica ― il film è Adele ― servono a questo, a farcela vicina, a coglierne ogni impercettibile emozione, ogni più intimo sussulto dell’animo. E lei, l’attrice, è così naturale e pura, così disarmantemente senza protezioni, da lasciarsi guardare in superficie e nel profondo. Quindi fisico è il rapporto fra le due, ma fisico è anche il rapporto che noi stringiamo con lei, mentre la osserviamo crescere e cambiare. Da adolescente a donna. Mentre mangia, dorme, gode, piange, scrive, balla (“I Follow Rivers”, con una malinconica sensualità di cui nemmeno lei è consapevole). Credo che ci innamoriamo tutti di questo personaggio. Forse perché primo fra tutti ad amarla è Kechiche e il suo sguardo diventa il nostro sguardo.
Se la prima parte è dedicata all’esaltazione e alla jouissance de l’amour, anche a livello carnale, la seconda è concentrata sull’amore come assenza, all’osservazione dell’animo mozzato di Adele dopo la separazione da Emma. Questa seconda parte mi è piaciuta, se possibile, anche più della prima ― la jouissance de l’amour è materia più easy rispetto a la souffrance de. Troviamo Adele persa, smarrita, in certi istanti senza fiato, come se la mancanza dell’oggetto desiderato fosse fisica, la perdita di un arto, lo strappo di un organo. Immagino che tutti sappiate di che parlo, l’abbiamo provata tutti eh… 🙁
Alla fine del film leggiamo “Vita di Adele. Capitoli 1 e 2”. E io scoppio in un grido di gioia infinitanegrita! Perché questo ci dice che ci saranno degli altri capitoli ― spero vivamente che Kechiche ne sforni dieci, seguendo le orme del maestro Kieslovsky! Perché vedete, così come mi era successo dopo “Fedele alla linea”, anche con “La vita di Adele”, che dura 3 ore abbondanti, io ne avrei volute al3ttante! “Ancora”, come il bambino che ti chiede il sesto cioccolatino dopo averne mangiati cinque durante il documentario di Ferretti. 🙂
Adele non basta mai, provate per credere…io sono uscita dalla sala fluttuando in stato di grazia a 21 cm dal pavimento. E con me l’Anarcozumi, la Movier More e il Fellow Fuzz, tutti folgorati, chi più chi meno, da quest’opera… 😉
Scusate il doppio pippone stasera, ma proprio non potevo tacere “Adele”.
E ora via, di corsa verso una notte da leoni, altro ché Todd Philips

IL GATTOPARDO
di Luchino Visconti

Sì lo so, 205 minuti non s’affrontano tutti i giorni, ma i leoni siamo noi ― caso mai non si fosse capito sopra ― quindi ce li pappiamo in un sol boccone.
Il film viene proposto nella forma appena restaurata da Sua Eccellenza Martin Scorsese, e include delle scene che erano state tagliate all’epoca, per censura o semplice scelta. Non avendo mai visto il film originale ― perdona il Board, oh Luchino, ti prego, perdonalo ― non distinguerò le scene che sono state aggiunte nella nuova versione, ma poco importa. Importa che si recuperi con Luchino, e con la storia del cinema.
Prenotate telefonando al Mastro e  a Robin, mi raccomando. La coppia Delon-Cardinale potrebbe risvegliare vecchi appassionati e lasciare i divani trentini, per una sera, a bocca asciutta.

Okay ho sforato di brutto stasera, lo riconosco. 🙁 Per questo, il Movie Maelstrom durerà appena 4 minuti e 44 secondi. Se volete potete tagliare sul riassunto ― il Bignami su Tomasi di Lampedusa non manca a nessuno. Sui ringraziamenti però io non posso proprio tagliare, e nemmeno sui saluti, stasera, sociologicamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

M’è sempre parsa una canzonetta, “I Follow Rivers” di Lykke Li…Dopo “La vita di Adele” non è più la stessa. Profitez-en bien! http://www.youtube.com/watch?v=R0fyDm_UYw8 
 
IL GATTOPARDO: Dal romanzo postumo (1958) di Giuseppe Tomasi di Lampedusa: mentre nel 1860 Garibaldi e le sue camicie rosse avanzano in Sicilia, Tancredi, nipote del principe don Fabrizio di Salina, si arruola volontario e si fidanza, col consenso dello zio, con Angelica, figlia di un nuovo ricco. Dopo essere andato, come tutti gli anni, nella sua villa di campagna a Donnafugata, il principe dà un ballo nel suo palazzo di Palermo dove l’aristocrazia festeggia la scongiurata rivoluzione. Splendida e fastosa illustrazione del passaggio della Sicilia dai Borboni ai sabaudi e della conciliazione tra due mondi affinché “tutto cambi perché nulla cambi”, è un film sostenuto dalla pietà per un passato irripetibile che ha il suo culmine nel ballo, lunga sequenza che richiese 36 giorni di riprese.

GD Star Rating
loading...
GD Star Rating
loading...

Leave a Reply