Posts made in dicembre, 2013

Let’s Movie CXCIII – BLUE JASMINE

Let’s Movie CXCIII – BLUE JASMINE

BLUE JASMINE
di Woody Allen
USA, 2013, 98’
Lunedì 16/Monday 16
21:00/9:00pm
Supercinema Vittoria/Viktor Viktoria

Mismatching Moviers,

Lunedì scorso a Lez Muvi stavamo dentro la commedia degli errori. Shakespeare si sarebbe goduto lo spettacolo, appoggiato al bancone dell’Astra, iniseme al Mastro e a Robin, che hanno assistito, in carne e ossa, allo stato confusionale in cui versa questa nostra cine-esperienza oscillante tra reale e virtuale chiamata Let’s Movie.
Convinta che il film proposto sia “Risate di gioia”, la Movier More acquista il biglietto, prende posto in sala e premurosa mi chiama assicurandosi che io stia arrivando. Io naturalmente assicuro, sì, certo, mi sto precipitando, convinta che la Movier abbia preso posto per “The Lunchbox”… Una volta arrivata, scopro il mistero delle sale equivocate… Sbotto allora in una risata muscolosa ― sì, una di quelle che conoscete bene, che si fa strada in mezzo a tutto e tutti― e contemporaneamente do ragione al Mastro, anche lui divertito assaje dal misunderstanding. “Ma che gruppo di Moviers hai? Ognuno fa quello che vuole…Domina l’anarchia!” 🙂 🙂 Eh sì, Moviers, siamo il gruppo più sconclusionato, malorganizzato (meglio non citare qui le difficoltà del WG Mat ad abbinare sala giusta, film giusto, orario giusto), in una parola, più svampito, delle community cinematografiche ad oggi iscritte al sindacato delle community cinematografice… L’Armata Brancaleone del movie-going, la Flaviavento dei club cinefili, il fanalino di coda della…insomma avete capito.
Ma se non altro:

1. L’episodio ha decretato il trionfo dell’approccio “anarco” proposto dalla Zu (vuoi vedere che aveva ragione lei sin dal 2009??);
2. Io e la Movier More ci siamo spalmate su due fronti cinematografici opposti agevolando così due esperienze culturali diverse ―quando non sapete più che pesci pigliare, utilizzate espressioni tipo “spalmare” in senso figurativo, “fronti” in senso non-lukeperry e “agevolare” (ma non il filmato), che almeno confondono l’audience impedendogli di raggiungere conclusioni pericolosamente corrette.
3. Ho imparato che con la Movier More ―splendido frutto di bosco tendenzialmente portato a smarrire dettagli, guanti, chiavi in egual misura― specificherò sempre tutte le informazioni tutte in mio possesso. 🙂
4. Ho realizzato che come Board sto perdendo colpi e che forse è giunta l’ora di farmi cadere e indire delle Primarie per scegliere il nuovo premier.
5. Le proposizioni ai punti 4 degli elenchi sono sempre false mentre quelle ai punti 6 sempre vere.
6. Il Board cade ―sì, quello spesso― ma non de-, quello (giam)mai. 🙂

Ho preferito riempire così lo spazio a disposizione in testa, invece che parlarvi delle Universiadi, inaugurate a Trentoville mercoledì. L’unica ripercussione dell’evento che ho subito sulla mia persona ―a parte la perplessità nei confronti del neologismo “universiadi”, perché allora ditelo se andiamo avanti a rime sole-cuore-amore― è stato il giglio azzurro-wood spuntato trashissimamente sopra la torre di Piazza Duomo, e che accolgo con rinnovato sconcerto al calar d’ogni sera, dal terrazzo di casa. Manca solo un po’ di pompa-nelle-casse e siamo in pista, bella raga.

Fosse un gesto, “The Lunchbox” sarebbe un mazzo di frangipani regalato senza motivo. È delicato, dolce. Ma rigoroso e pulito nel modo in cui si offre. È un film che sboccia sulle strade trafficate di Mumbai, tra autobus, risciò e la frenesia della città nelle ore di punta, quando Saajan si reca al lavoro la mattina, o rincasa la sera. Saajan fa il contabile, è a un passo dalla pensione e la sua vita, dopo la morte della moglie, è una catena di giorni omozigoti, il lunedì uguale al martedì, il martedì al mercoledì ecc ecc. E lui ha abbassato le serrande, meaning, ha messo via il sorriso e la disponibilità verso gli altri. Un chiuso per lutto senza prospettive di riapertura.
Ma la vita, si sa, è arlecchina, specie quando il caso ci mette lo zampino ―e guardalo lì, Shakespeare che se la ride ancora. Sì perché un bel giorno Saajan riceve un lunchbox destinato a qualcun altro.
Qui però c’è bisogno di inserire un paragrafo “Usi e Costumi”, come nelle ricerche che copiavamo paroparo dalle enciclopedie alle medie. In India è presente una vera e propria rete di fattorini, i dabbawala, incaricati di consegnare sui luoghi di lavoro i cestini da pranzo preparati dalle mogli dei lavoratori. Sì sì, avete ragione, in italiano il titolo suonerebbe come “La schiscetta” ― quindi ringraziamo che abbiano mantenuto l’originale!
Il lunchbox recapitato per errore a Saajan è stato preparato con cura da Ila, giovane sposa che spera, attraverso i manicaretti da lei cucinati, di riacccendere il matrimonio con un marito similaun. E qui si innesca il cortocircuito amoroso: Saajan comincia ad apprezzare la cucina di Ila, Ila comincia ad apprezzare il fatto di essere apprezzata, e i due prendono a scriversi. La necessità di raccontarsi è più forte di qualsiasi distanza, a livello fisico e conoscitivo. Infilano i loro biglietti nella schiscetta, Ila e Saajan ―biglietti al profumo di naan e spezie ― attendendoli entrambi con controllata trepidazione.
Il film perciò utilizza un tropo antichissimo, l’amore maturato attraverso lo scambio epistolare ― c’è forse qualcosa di più tropico e mitico? (Mitico nel senso 883iano di “da sballo”) ― ma lo cala in un contesto assolutamente non tropico (ma parimenti mitico!). E qui il metaforico si spreca… La gamella per il pranzo collega due poli soli ―sono soli, Ila e Saajan― porta il cibo, porta la parola, e con esse una nuova promessa di vita. È una comunicazione plurisensoriale, quella attivata, eppure i due non s’incontrano mai. Non è l’incontro, che interessa al regista. È la convergenza di due anime sole verso uno stesso punto, che permette loro di conoscersi, di aprirsi reciprocamente, e cambiare. Ila e Saajan si danno l’uno all’altra in una maniera profonda che porta al loro progresso individuale ―Ila lascerà il similaun e Saajan, be’ Saajan capisce che ritirarsi in un piccolo villaggio di periferia non fa per lui. Credo che al regista interessasse proprio questo: la possibilità di ritrarre un rapporto in absentia che tuttavia genera risultati pari a quelli ―o superiori a quelli― di un rapporto in presentia.
“A volte il treno sbagliato porta alla destinazione giusta”, questo scrive Ila a Saajan, nell’ultimo biglietto, e questo è un po’ il principio che regge tutta la storia. E sì, avete ragione anche qui, potrebbe essere un modo più elegante di dire “non tutto il male viene per nuocere”, però ammetterete che l’immagine del treno sbagliato e della stazione giusta ha un impatto allegorico molto superiore ―e l’ha notato anche la Honorary Member Mic, che ha addirittura preceduto il Lez Muvi di un giorno, la precursora! 🙂 Forse davvero è così. Forse dovremmo credere nella stazione giusta, più che disperarci per il treno sbagliato…
Prima ho usato la parola “controllato”. Il controllo, la sobrietà sono caratteristiche proprie al film e alla recitazione dei personaggi. Non una lacrima versata, non un sospiro. Eppure quanta chemistry tra i due! E anche il cibo non è veicolo erotico ―come succede in una quantità di film/libri in cui si cavalca l’associazione cibo-eros (“9 settimane e mezzo”, “Chocolat”, “La grande abbuffata”, giusto per citarne tre). Qui il cibo è una miccia narrativa che permette ai personaggi di svelarsi, il canale attraverso il quale i due possono comunicare.
Questa coppia di innamorati di penna mi ha ricordato un’altra coppia alla quale sono legatissima: Helen e Frank, alias Anne Bancroft e Anthony Hopkins in “84 Charing Cross Road” ―anni ’50, scrittrice newyorchese lei, libraio londinese lui, una relazione epistolare durata più di vent’anni e mai un incontro. DA VEDERE!
Insomma, questo film, se potete, se vi piacciono i silenzi pieni di piccole grandi intuizioni, se vi piace quando un dettaglio ha senso, quando un sussulto impercettibile contiene tutto il trasporto di un amore, se vi fidate anche del indianologo lezmuviano WG Mat, a cui “The Lunchbox” è molto piaciuto, allora vi prego correte dal Mastro a guardarlo prima che lo tolga!
E noi, nel frattempo andiamo a guardarci

BLUE JASMINE
di Woody Allen

Porgo pubbliche scuse al Mastro: mi ero ripromessa, e avevo promesso, di proporlo quando la pellicola sarebbe passata all’Astra (fra qualche giorno). Ma purtroppo, non c’è molto altro che m’ispiri in giro… 🙁 So’ malafemmena, Mastro! 🙂
Ora, io mi auguro che Allen abbia davvero voltato pagina dopo l’inqualificabile “To Rome with Love”…. Sappia, il mio amato Woody, che a Natale non siamo tutti tutti più buoni eh… 😉

E ora Merry Moviers vi saluto! Let’s Movie abbassa la saracinesca (cavolo ma la “Sara-CINEsca” sono IO!!!) per il periodo natalizio e le rialzerà a gennaio 2014 ― quando Piazza Fiera sarà tornata sublimamente, dechirichianamente sgombra. Scommetto che ci sentiremo prima…. Ma caso mai non dovesse succedere, non vi allarmate. Non sparisco…magari volo, ma non sparisco 😉

Adesso però mi taccio, Moviers. Ringraziamenti, Movie Maelstrom, riassunto e saluti, confusionariamente cinematografici ― ma allora, allora, poteva anche della sintesi…. 🙂

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Io lo so che ora dovrei mettervi qui un link alla canzone più christmasy che esista, John Lennon e Joko Ono, gli Wham o Mariah Carey… E invece no, sfiorando la blasfemia, infiammiamo la clerica e candida Trentoville con questa, http://www.youtube.com/watch?v=t7pTCPiBG1I ― che ho avuto modo di riascoltare ieri sera, in un concerto rock anni ’60-70 da ricordare…
Let this Christmas be rock! 🙂

BLUE JASMINE: Di fronte al fallimento di tutta la sua vita, compreso il suo matrimonio con un ricco uomo d’affari Hal (Alec Baldwin), Jasmine (Cate Blanchett) una donna elegante e mondana newyorchese, decide di trasferirsi nel modesto appartamento della sorella Ginger (Sally Hawkins) a San Francisco, per cercare di dare un nuovo senso alla propria vita. Jasmine arriva a San Francisco in uno stato psicologico molto fragile, la sua mente è annebbiata dall’effetto dei cocktail di farmaci antidepressivi. Sebbene sia ancora in grado di mantenere il suo portamento prettamente aristocratico, in verità lo stato emotivo di Jasmine è precario e totalmente instabile, tanto da non poter neanche essere in grado di badare a sé stessa.

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Let’s Movie CXCII – THE LUNCHBOX

Let’s Movie CXCII – THE LUNCHBOX

THE LUNCHBOX
di Ritesh Batra
India, 2013, 105′
Lunedi’/Monday 9
21:15/9:15 pm
Astra/ dal Mastro

Mavelimmaginate Moviers

quando il management trentino ha scoperto che Trentoville è stata eletta Città più vivibile d’Italia 2013?? Velimmaginate i fiumi di brulè versati e le cene pianificate al Pedavena (per i non-trentini, il “Pedavena” è un localaccio tutto crauti e setting Robin Hood che il Board teme sin dal giorno in cui mise piede in questa città, e che i trentini considerano un punto di riferimento storico, non si sa bene perché**)? Come si celebrerà questo primato? Si punterà a valorizzare di più i Mercatini di Natale, visto che la loro presenza passa PRATICAMENTE INOSSERVATA per quella QUARANTINA di giorni in cui sono operativi? Oppure, come da spirito montano votato al silenzio, non vi sarà alcuna reazione pubblica alla notizia, ma tutt’un’insurrezione di moti d’orgoglio interiori?
Appresa la notizia, io ho riso assai, pensando a certa diffidenza con cui i trentini sono usi accogliere l’altro da sé…Sì sì lo so, i parametri sono altri ―tenore di vita, ambiente, servizi, tempo libero, ecc… E sì sì, lo so, sono una serpe. Ma sapete com’è, temo la fuoriscita dei moti d’orgoglio e ondate di campanilismo di cui non c’è bisogno…
Comunque io vorrei far sapere ai redattori della classifica del Sole 24 Ore che il concetto di “vivibilità” dovrebbe tener conto anche di altri fenomeni, tipo: la cacciata dei clienti dai negozi alle ore 18:51, l’ossessione per la territorialità (di ossessione si tratta e sì, Houston we have a problem) e il terrore verso il rumore molesto (= ogni locale con della musica, del divertimento, della gente). Ne ha fatto le spese persino la Cantinota, il secondo punto di riferimento storico della città (e anche qui non si sa bene il perché). Certo, i servizi ci sono, in Comune non fai la fila, le aiuole fiorate tendono a riproporre geometrie cartesiane, e la preparazione del cittadino alla raccolta differenziata si accosta al training degli astronauti in partenza per lo spazio, ma andiamoci piano con l’abbozzar paradisi!
Mi chiedo come stiano vivendo il secondo posto a Bolzano-ja…Ih ih ih… 🙂

E adesso lascio l’urbe e metto piede nel mondo funambolesco di “Les Enfants du Paradis”. Martedì con me c’era l’Anarcozumi la quale, sostenendo i 189 minuti della proiezione da Movier inossidabile, si guadagna la targa in acciaio inox 18/10 “La Movier Inossidabile”. Il WG Mat che all’ultimo desistì, nonostante le accettabili ragioni, si aggiudica una fornitura di tonno Rio Mare così tenero che si taglia con un grissino ―hai scordato, Mat, che noi non accettiamo ragioni?? 🙂
La sala era abbastanza affollata; non il pienone de “Il Gattopardo”, ma pur sempre una buona presenza per essere un bianco&nero del 1945 in lingua originale coi sottotitoli ―i sottotitoli spaventano ancora un sacco di pubblico italiano. Io e la Zu abbiamo notato subito che, tranne qualche sparuto giovane, l’età degli spettatori si aggirava intorno ai 60-64, il che ci rendeva delle pischelle ancor più di quelle che ci sentiamo, e che oggettivamente siamo. 😉

Con “Les enfants du Pardis” ti accorgi subito di essere davanti a una creatura speciale, in bilico fra narrativa, teatro, poesia, sogno e realtà. Una creatura che passa dalla grazia di un personaggio come il mimo Baptiste, di cui mi sono perdutamente innamorata nell’istante in cui l’ho visto ―un coup de foudre, comme on dit― alla meschinità dell’essere umano attraverso lo scrivano/bandito sanguinario Lacernaire, dall’ineffabile Garance, donna troppo bella troppo ambìta troppo timorosa di perdere la propria libertà tanto da fuggire persino l’amore assoluto di Baptiste (il mi(m)o Baptiste!), a Nathalie, donna troppo umile, troppo follemente innamorata di Baptiste tanto da tenerlo ad ogni costo, anche se il cuore di lui è altrove. E ancora dall’attore istrionico Frédéric Lemaître, irriverente dongiovanni, a Jerico, il robivecchi un po’ uccello del malaugurio, un po’ grillo parlante un po’ iettatore ―secondo Prévert, che scrisse la sceneggiatura del film (nientepopodimenoche), doveva rapprensentare il destino e il nefasto di cui è foriero…
“Les Enfants du Paradis” è come leggere “La comedie humaine” di Balzac (non penserete mica che l’abbia letta tutta eh?!), ma passando per il realismo magico di un Marquez e la poesia primitiva e magica di Meliès all’alba della cinematografia, un universo che verrà ripreso e ricostruito nei circhi e nei teatri di un certo Federico Fellini…
Parigi è spaccata fra il Boulevard Du Temple, dove regna il Theatre du Funambules, con i suoi artisti, saltimbanchi, clown e sognatori, e il Boulevard Du Crime, con i suoi loschi individui, gli espedienti, le risse e il sangue. E “les enfants du Paradis”, i ragazzi del Paradiso, sono i frequentatori del Teatro, che dal loggione applaudono o criticano gli spettacoli in cui recitano i personaggi descritti poco sopra.
La storia entra ed esce da questi due poli fisici contrapposti, che oggettivano la natura dicotomica della vita, tirata fra sogno/rappresentazione e realtà/azione, e che fungono da contraltare alle due grandi sezioni che compongono il film. Sì, perché in realtà il film sono 2 film (al prezzo di uno, già). Il primo episodio s’intitola proprio Le Boulevard du Crime e il secondo L’homme blanc, dove il secondo ritrova i personaggi e le vicende del primo, dieci anni dopo: Baptiste si è fatto andare bene Nathalie, Garance ha piegato il capo alla protezione di un ricco conte, Lacernaire continua a tramacciare e Frédérick a calcare le scene. Poi un giorno Baptiste e Garance, gli amanti perduti, finalmente si trovano, ma giusto una notte, per poi riperdersi ancora ―verosimilmente per sempre― nella drammatica e riuscitissima scena finale, dove Baptiste insegue disperatamente/inutilmente l’amata, trascinati entrambi dalla fiumana di persone in strada per il Carnevale…
Questo film è in grado di osservare e analizzare l’amore e di illustrarlo con una semplicità che è propria dei grandi film/libri. A un certo punto Baptiste, perdutamente innamorato di Garance (perdutamente come io di lui, sì) sospira: “Ah, l’amour est si simple”. Eppure tutte le circostanze attorno a questa affermazione non fanno che smentirla, e Baptiste e Garance finiscono per NON viversi. E l’amore in effetti è proprio così, se ci pensate: semplice in sé, incasinatissimo intorno.
E non sto qui a dirvi dell’intertestualità dell’opera, in cui il teatro ―per esempio Shakespeare― è infuso e trasfuso nei personaggi stessi, che a loro volta diventano portatori di commedie e tragedie, e non solo perché “Otello” viene messo in scena da Frederic ―impossibile, tra l’altro, non vedere Romeo e Giulietta in Baptiste e Garance, Iago/Shylock in Lacernaire― ma perché la morale del film poggia tutta su un verso shakespeariano, che se siete dei laureati in Inglese non potete non sapere… “Il mondo è un palcoscenico in cui uomini e donne sono gli attori”… “As you Like it”… 😉
Se a scuola si leggono i classici della letteratura, Dante, i Promessi Sposi e Amleto, si dovrebbero mostrare anche i classici della cinematografia. “Les Enfants du Paradis” dovrebbe essere messo nel piano di studi di ogni liceo. E la scuola dovrebbere imparare, e questo me l’ha insegnato l’Anarcozumi, che il cinema è un mezzo di apprendimento da sfruttare proprio sui banchi.
A proposito della Zu, oltre alla targa Inox 18/10, il premio all’Inossidabilità include anche questa, http://www.youtube.com/watch?v=R1a_QBSGO_w. Certo, interpretata da lei dopo il film, nel tratto in macchina dall’Astra a casa del Board, era tutt’altra cosa, ma speriamo apprezzi ―caso mai ve lo steste chiedendo, sì la Zu è una rinomata aficionada del mondo country. 🙂

E questa settimana voliamo in India (ma niente Bollywood) con

THE LUNCHBOX
di Ritesh Batra

Se ne parla un gran bene in giro, di questo film ―oltre ad aver vinto il Premio del Pubblico all’ultimo Festival di Cannes. Mi ha colpito e gli do fiducia. Spero non mi si rivolti contro…

Prima di salutarvi, volevo fare degli auguri di compleanno. No no tranquilli, non uso il Baby Blog pubblico a fini privati ―quello lo faccio già, trasformando il privato in pubblico 🙂
Volevo fare gli auguri a Let’s Movie, che in questo dicembre compie 4 anni. Eh posso proprio dirlo, ne abbiamo vistI di tutti i colori!
Quest’anno mi manca la mia Honorary Member Mic a intonarmi “Happy birthday” fuori dal Mastro, ma so che sta facendo un gran lavoro di okkupazione sale cinematografiche vicentine, e questo compensa, riempiendomi di cine-orgoglio. 🙂
Vorrei ringraziare tutti i Moviers, dal primo all’ultimo. Quelli che vengono a Let’s Movie regolarmente (who??), queli che ci vengono una volta ogni tanto, quelli che ci sono venuti solo una volta ―per poi fuggire al sicuro. 🙂 E ringrazio anche i Moviers che mi leggono e basta (il che è un gran atto di coraggio di in sé), e che magari si fanno quattro risate, il lunedì mattina, prima di affrontare il mondo vero là fuori. Li ringrazio dei feedback che mi mandano, quando li mandano via mail o via good vibes. Lez Muvi continua anche per questo. E perche’ salva dal tempo e dall’oblio.
Non posso nominare tutti ―siete 132!― ma lo storico trio lo devo nominare: l’Anarcozumi, il WG Mat e la Honorary. E naturalmente il mio Mastro ― e non è retorica se dico che senza il suo trisavolo e le sue 3 Sale, tutto questo difficilmente, molto difficilmente, avrebbe potuto essere.
Thanks!!

E ora, dopo l’angolo Kleenex, rinfilo i panni di Dracon Board e vi intimo il Movie Malestrom, e pure il riassunto, stasera. E vi mando dei saluti, che sono celebrativamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

**Mi perdonerà, il Fellow Fuzz, spero… 🙂

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Ecco a voi un po’ di notizie sparse…

  • Il Vincitore del Festival CinemaZERO (lo ricordate,vero?? http://www.festivalcinemazero.it) secondo la Giuria è risultato essere “Avant la nuit” di Chiara Caterina. Il vincitore secondo il Pubblico, “De rerum”, di Francesco Castellini e Stefano Zampini. Io ho visto quest’ultimo, “De rerum”, e sì, il suo carattere sanguigno, non patinato, e il modo in cui la semplice liberazione di un fagiano schiuda al metaforico, spiegano il riconoscimento guadagnato. Tengo in modo particolare a segnalare l’opera “Folder” del regista Cosimo Terlizzi. È qualcosa che non avevo mai visto prima, una specie di diario, un collage di ricordi che racconta una storia, raccontandone infinite altre attraverso frammenti d’immagini spurie, ma che invitano a riflessioni profonde. Cercatelo… 😉
  • Un lunedi’ lonely sono andata a vedere “Prisoners“, un thriller che consiglio a tutti i fan del genere (Big, segna!) ―anche il WG Mat, che lo vide tempo fa, approva di brutto. Il film è un po’ lungo (150 minuti!), ma è ben costruito, non scontato e interpretato divinamente da quell’amore di ragazzo che è Jack Gyllenhaal, altrimenti noto come Donnie Weloveyou Darko.
  • Se vi sono piaciuti “Confessions” e “Pietà” (parlo in particolare alla Honorary Member Mic e al Fellow TT), se vi piace l’efferatezza, e il frugar nell’abominio così come solo i coreani sanno fare, non perdetevi “Old Boy” di Spike Lee ― rivisitazione dell’opera di Chan-wook Park… Una botta allucinante, ma wow, se merita… 😉

THE LUNCHBOX: Ila prepara tutti i giorni il pranzo al marito, lo impacchetta in una lunchbox e lo consegna a chi glielo porterà. Per un errore però il suo pacchetto comincia ad essere recapitato ad un’altra persona, Saajan. Visto che suo marito non si accorge di ricevere cibo preparato da un’altra donna e visto che ha cominciato a mandare biglietti dentro il pasto a Saajan (che risponde), Ila decide di continuare, scoprendo di più su un uomo che ha da tempo smesso di cercare qualcosa nella vita, e di converso scoprendo che forse è il momento anche per lei di cambiare qualcosa.

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Let’s Movie CXCI – LES ENFANTS DU PARADIS

Let’s Movie CXCI – LES ENFANTS DU PARADIS

LES ENFANTS DU PARADIS – AMANTI PERDUTI
di Marcel Carné
Francia, 1945, 189′ (lo so, lo so…)
Martedì 3/Tuesday 3
20:00/8:00 pm
Astra/Dal Mastro (evidamment)
R.S.V.P. – 0461 829002

Fasci Mai Fellow Moviers,

Di solito parto con un fatto, una parola, un’idea, una scemenza che in qualche modo mi apre la strada per parlarvi del Let’s Movie visto in settimana. Ormai lo conoscete il vostro Board, così (dis)funziona 🙂
Oggi invece è diverso. Rimando l’euforia per “Venere in pelliccia” e mi soffermo un attimo su una notizia che mi porto sul groppone da un mese, e che da un mese rimugino se scaricarla o meno in Let’s Movie. Mi rendo sempre più conto che questo spazio, oltre ad essere cine- sia anche poli-, e stia assumendo i contorni dello Speaker’s Corner di Hyde Park, l’angolo del parco di Londra in cui ti puoi piazzare lì col tuo treppiede e dire tutto quello che ti pare. A volte l’urgenza di dire supera il rischio del fuori-tema, che comunque rischio.
Ho accolto sbigottita la notizia, un mese fa, dell’apertura di una filiale di Casa Pound qui a Trentoville. Ora capite perché rimuginavo, l’argomento pesa. Il centro, si dice, ospita incontri culturali, soprattutto sulle avanguardie e il futurismo. Se fanno quello. Se fanno cultura, parlano di Marinetti e bevono Campari dalle bottigliette progettate da Depero, bene, good for them. SE.
Mi domando, ce n’era bisogno? Di aprire una fililale di Casa Pound, non di parlare di Marinetti & Co. ―di quello c’è sempre bisogno. Viviamo nella regione che ha dato i natali proprio a Depero, abbiamo un museo, il MART, che del Futurismo è la più grande vetrina nazionale, e internazionale, ―lo dico senza intenti campanilisti, lo sapete. Non credo che il futurismo, in quanto avanguardia sia mai stato discriminato per l’affinità storica a un determinato pensiero/movimento politico, soprattutto qui in Trentino. L’approfondimento di quell’esperienza artistica non mi preoccupa, anzi ben venga. Mi proccupa più che altro la necessità di aprire uno spazio orientato politicamente verso certe idee. A questo punto si ribatte, e il Centro Sociale Bruno? Anche quello è politicamente orientato verso certe idee. Vero. Ma andiamo a vedere gli ideali dietro quelle idee. Sono ideali diversi, molto diversi.
Insomma, non vorrei mai che la cultura ―e il cinema è cultura, e forse schivo un po’ il fuori-tema― venisse strumentalizzata, e che la promozione dell’interscambio di idee e l’organizzazione di momenti culturali servissero solo come specchietto per le allodole, o come banale copertura.
Spero che il nero domini incostratato nell’armadio di tutti noi in quanto colore moda intramontabile, e non per altri motivi…

Detto questo, che ragazzi, dovevo PROPRIO dirlo, lascio la poli- e passo al cine-…
La joie que j’ai eue en regardant le film de Polanskì! Ah la voglia che avrei di continuare in francese, arenandomi al secondo congiuntivo che incontrerei per strada! Fortuna vostra che ci sono, i congiuntivi arrugginiti che ostacolano un’inondazione franco-boardiana! 🙂 “Venere in pelliccia” è un oggetto raffinato che soddisfa menti letterarie. Se vi fa impazzire il gioco dialettico, la schermaglia amorosa arguta, se non sapete rinunciare alla bagarre tra i sessi sublimata a livello intellettuale in materia seduzione e desiderio, allora Moviers, non potete perdervi questo piccolo cadeau che un ottantenne Polanski ci offre.
Come per “Carnage”, anche con questo film, la macchina da presa ci accompagna con un piano sequenza direttamente dentro il set ―un teatro parigino―e dopo un paio d’ore ci riaccompagna fuori con lo stesso movimento, ma a ritroso. Thomas è un regista teatrale e sta cercando l’attrice per interpetare Wanda, la protagonista della sua pièce tratta dal romanzo erotico “Venere in Pelliccia” di Sacher-Masoch. E’ sul punto di andarsene, ma dalla porta entra lei, una specie di samantha-con-l’acca trafelata e zuppa di pioggia, di nome Vanda. Sì, lo stesso nome della protagonista. La sovrapposizione identitaria non è che la prima occasione per avviare il processo di fusione tra realtà e finzione che avrà luogo nel film… Che è ambientato in un teatro… Che è tratto da un romanzo… Come vedete, il “meta” domina “Venere in pelliccia” sin dalle prime battute ―un incastro di piani narrativi e identitari che porta l’opera a un grado di guduriosa complessità di cui quelle menti letterarie di cui sopra vanno matte.
“Venere in pelliccia”, il romanzo da cui la pièce teatrale è tratta, parla della relazione amorosa, o meglio, dominazione amorosa, fra Wanda e Severin. Il regista, Thomas, acconsente a provinare la trafelata e si offre di farle da spalla e vestire i panni di Severin. E qui comincia il festival del “meta” ―heavy meta :-). Thomas è, nell’ordine: se stesso, il regista, l’autore della sceneggiatura e il protagonista della pièce. E Vanda è, nell’ordine: se stessa, l’attrice, la Wanda protagonista della pièce e Venere, creatura solo ideale ma paradossalmente carnalissima che incarna (indeed) l’amore, il desiderio, la femme fatale che detta le regole del gioco della seduzione e che alternativamente le subisce. Il palco ospita due persone in carne e ossa, interpretate (!) da Emannuelle Seigner e  Mathieu Amalric, ma si riempie pian piano di personae (personaggi) fittizi che non solo portano in vita la pièce teatrale scritta da Thomas, ma anche lo stesso romanzo di Sacher-Masoch, la cui trama dettagliata vi risparmio dato che utilizza una struttura a scatole cinesi in cui ci perderemmo. Tutti questi personaggi si beccano e rimbeccano, si cercano, si rincorrono e si sfuggono, e lo spettatore trascinato in questo fuoco di fila intellettuale-erotico tra Thomas/Severin e Vanda/Wanda. Se gli individui sul palco sono due, la protagonista assoluta del film è una, Emmanuelle Seigner, la cui carica sensual-sessuale è potentissima e le cui Vanda&Wanda riescono a conquistare e far capitolare il malcapit(ol)ato Thomas/Severin.
Ma Polanski non è nato ieri. Conosce i fondamentali e sa che per colpire lo spettatore serve il coup-de-theatre. Vanda non è una samantha-con-l’acca, l’attricetta da quattro soldi tuttatette e pococervello che appare all’inizio. Non è nemmeno solo l’interprete intelligente e acuta che aiuta Thomas a perfezionare la pièce con preziosi suggerimenti che viene fuori in corso d’opera, né la “semplice” Venere, o la solita virago dell’immaginario collettivo. Vanda alla fine è un’essere femminista in cerca di vendetta! Perché il romanzo di Sacher-Madoch, e la pièce di Thomas, hanno incastrato il femminile in ruoli modellati dallo sguardo e dalla mano maschile/ista! E alla fine Vanda, dopo aver astutamente legato Thomas con un gioco extremely hot, entra nell’ultimo fatale personaggio: la Menade, pronta a fare di lui quello che le menadi, nella mitologia, fecero a Penteo, Re di Tebe, cugino di Bacco. Che fine fece Penteo, Re di Tebe, cugino di Bacco? Lo indovinate se lo lascio in sospeso e sbotto in una risata da regina del male muah muah muah muahh?!?! 🙂
Ovviamente questa vendetta è simbolica, non politica: punta a privare l’altro di ogni presunzione di superiorità. Punta a smentire slogan maschilisti tipo “E il Signore onnipotente colpì l’uomo mettendolo nelle mani di una donna” ―su cui per altro il film si chiude― che non leggiamo su GQ, ma nella Bibbia (Libro di Giuditta, se volete verificare), che prendono la donna, ne fanno una strega, la buttano nelle segrete della società e gettano via la chiave.
Capite quindi il geniaccio Polanski? Comincia con una commedia che potrebbe inserirsi nella storia della comedie française alla Marivaux, o delle Restoration Comedies alla Congreve, in cui protagoniste assolute sono le schermaglie tra innamorati e l’arguzia di spirito. Poi però ci fa entrare quasi subito nel mondo del desiderio, svelandone il lato perverso, quello che ci spinge ora a cercare ora a esercitare la dominzaione in un rapporto amoroso. E alla fine ribalta tutto e propone un’ottica modernissima sul gioco dei ruoli tra partner, generi, e cliché/copioni sociali che uomini e donne interpretano nella vita.
È un film terribilmente letterario perché della letteratura utilizza il linguaggio e della critica letteraria gli insegnamenti. Diciamo che prende il buono dell’una e dell’altra, apporfondendo il discorso complessissimo attorno alle dinamiche di potere all’interno delle relazioni amorose. Perché l’amore non è il cuscinone di peluche rosa a forma di cuore su cui dormiamo sonni tranquilli. L’amore è fatto di pelle nera e borchie. Di tacchi appuntiti, anche. Fa male… “Deliziosamente male”, come dice Severin, a un certo punto…. Ecco investigare la natura ambigua dell’amore, in un cinema che spesso guarda troppo al peluche, è un gran merito di questo film elegantissimo, raffinatissimo. Sussurrare “In amore come in politica il potere deve stare solo da una parte” non è esattamente come strillare “I will always love you” ―filosofia Wintney Houston…
Uh ma sono stata talmente presa tra Sacher e Madoch da perdere per strada i miei Moviers presenti al capolavoro! Ricordate “squadra che vince non si cambia” della settimana scorsa? Ebbene è stato ribadito anche questa settimana, e con una deliziosa aggiunta, insieme al WG Mat, a cui ricordo che dare a un film del “cinéphile” è bello perché “cinéphile è bello” ;-); al Fellow Candy Andy The, che jeaffatta a vvvenì (magggico), che ha sospeso il giudizio sul film e che spero in qualche modo di aver convinto col pippone-panegirico qui sopra. La deliziosa aggiunta è al gusto frutti di bosco, ed è la nostra Movier More, che ha intravisto “un po’ un pacco” nel film solo perché appartiene alla critica strutturalista ed è vittima di Gerard Genette ―More, lo vedi a che livelli di somma sillyness posso arrivare….
Avrei voluto tanto che con noi ci fosse l’Anarcozumi, ma era impegnata non a Hollywood (dove ormai è una local) bensì a Bollywood (dove lo diventerà): stava cine-promuovendo il territorio trentino in India, e per quanto il territorio trentino ormai sia uno spaventoso essere vivente che si promuove da solo, io sono STRAFIERISSIMA del lavoro che sta facendo per il cinema. Grande Zu!
E ora la delizia continua (ma vi si tratta coi guanti eh, voi Moviers!)… Classic Time!

LES ENFANTS DU PARADIS – AMANTI PERDUTI
di Marcel Carné
Francia, 1945, 189′ (lo so, lo so…)

Il film sarà in versione originale sottotitolata. A parte questo e a parte che è un classico di tutti i tempi non so nulla del film. E il bello è che non mi serve sapere nulla di nulla. E’ il bello dei classici. Vai sempre sul sicuro.
Be’, proprio sempre sul sicuro non direi… Prendiamo “Frankenstein Junior” per esempio…Prendiamolo nel Movie Maelstrom va…

Prima di lasciarvi, voglio segnalarvi un altro cine-appuntamento per la settimana, il Festival CinemaZero, la cui sesta edizione si terrà dal 4 al 6 dicembre.
Copio-e-incollo con piacere parte di quanto mi ha inviato il Direttore Artistico, Guido Laino, e vi rinvio al sito www.festivalcinemazero.it
“Il Festival CinemaZERO torna più forte di prima e quest’anno alle tre serate con lo schema ormai consueto ― mercoledì 4 dicembre “L’uomo doppio” di Cosimo Terlizzi, presidente di giuria presso il Cinema Modena (20:30); giovedì 5 dicembre con le opere in concorso più il fuori concorso di Terlizzi e di Alessio Di Zio presso il Cinema Modena (20:30); venerdì 6 dicembre con premiazione e proiezione dei premiati + “Un fin del mundo” di Tiziana Poli alla Galleria Civica (20:30).”
Mi raccomando ANDIAMOCI!

E se giovedì 5 sera foste indecisi sul daffarsi, vi segnalo anche “Behind the Candelabra”, di Soderbergh, all’interno del Cineforum LGBT “Lo schermo svelato” ― il film racconta la storia del pianista Liberace e lo vorrei PROPRIO vedere… Dal Mastro alle ore 20:30… Segnate segnate… 😉

Okay, e dopo tutte queste segnalazioni (par di stare alla centrale di polizia), vi lascio, così sui due piedi, my Moviers, porgendovi tanti ringraziamenti e tanti saluti, stasera, politicoletterariamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Ma cavolo io non ho riso a “Frankenstein Junior”! 🙁 E nemmeno il WG Mat, anche lui alla sua prima volta. E ci siamo chiesti cosa ci trovassero, tutti quelli spettatori di tutte le età attorno a noi, che sapevano le battute a memoria e si esaltavano tutti alla vista di scene normali ―un po’ come era successo a “The rocky Horror Picture Show” lo scorso anno. Ci abbiamo pensato su parecchio e siamo giunti alla conclusione che il film, d’indubbia qualità stilistica, rappresenti un’opera pionieristica ― introduce una comicità demenziale in anni in cui, mi suggeriscono dalla regia, si guardavano film di registi polacchi i cui nomi finiscono inquietantemente per -ovsky… And yes okay, I am fine with that, but….Ancora non mi spiego bene l’entusiasmo dei giovani d’oggi ― “Frankenstein Junior” rimane il dvd più venduto in Italia. Forse quel tipo di comicità, mutuata e sfruttata poi da contenitori televisivi come Drive-in, è proprio ciò che attrae i teenager di tutti i tempi… Bah…Il dubbio permane…

Non permane invece per “La mafia uccide solo d’estate”, appena visto insieme alla mia Anarcozumi-back-from-India! Andate a vederlo ― non so quanto lo terranno allo Smelly Modena! ― ma ne stravale la pena. Pif racconta la mafia in modo comico, tenero e documentatissimo unendo le vicende che hanno insanguinato le strade di Palermo, alla storia della sua vita. Senza morali e giù dalla cattedra. Io e la Zu vi preghiamo di non perderlo ― e al Fellow Presidente, che aveva mostrato interesse nei confronti del film molto prima che vincesse il Premio del Pubblico al Festival del Cinema di Torino, dico che aveva proprio ragione… 😉

LES ENFANTS DU PARADIS: Il film leggendario di Marcel Carné e Jacques Prévert in edizione integrale e restaurata. Tornano a nuova vita il mondo meraviglioso e scomparso della Parigi ottocentesca, il Boulevard du Crime con i suoi commedianti, ladri e poeti assassini, e una delle più fuggevoli e strazianti storie d’amore mai raccontate, quello ardente, poetico e fatale tra il mimo Baptiste (Jean-Louis Barrault) e l’inafferrabile Garance (Arletty). Come scrissero due recensori dell’epoca, “Carné ha voluto far rivivere per noi la Parigi misteriosa e popolare dell’epoca romantica – come ci appare attraverso le opere di Hugo e di Eugène Sue. L’importante non è la verità storica, è la potenza evocativa delle immagini” (Jean Gely). “Cerchiamo di enumerare ancora alcune bellezze del film: quel paesaggio alla Corot, le scene di mimo, Arletty rannicchiata nel suo palco, come si sente il bruciare del suo amore infelice!” (Jean Sollies).

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