Let’s Movie CXCI – LES ENFANTS DU PARADIS

Let’s Movie CXCI – LES ENFANTS DU PARADIS

LES ENFANTS DU PARADIS – AMANTI PERDUTI
di Marcel Carné
Francia, 1945, 189′ (lo so, lo so…)
Martedì 3/Tuesday 3
20:00/8:00 pm
Astra/Dal Mastro (evidamment)
R.S.V.P. – 0461 829002

Fasci Mai Fellow Moviers,

Di solito parto con un fatto, una parola, un’idea, una scemenza che in qualche modo mi apre la strada per parlarvi del Let’s Movie visto in settimana. Ormai lo conoscete il vostro Board, così (dis)funziona 🙂
Oggi invece è diverso. Rimando l’euforia per “Venere in pelliccia” e mi soffermo un attimo su una notizia che mi porto sul groppone da un mese, e che da un mese rimugino se scaricarla o meno in Let’s Movie. Mi rendo sempre più conto che questo spazio, oltre ad essere cine- sia anche poli-, e stia assumendo i contorni dello Speaker’s Corner di Hyde Park, l’angolo del parco di Londra in cui ti puoi piazzare lì col tuo treppiede e dire tutto quello che ti pare. A volte l’urgenza di dire supera il rischio del fuori-tema, che comunque rischio.
Ho accolto sbigottita la notizia, un mese fa, dell’apertura di una filiale di Casa Pound qui a Trentoville. Ora capite perché rimuginavo, l’argomento pesa. Il centro, si dice, ospita incontri culturali, soprattutto sulle avanguardie e il futurismo. Se fanno quello. Se fanno cultura, parlano di Marinetti e bevono Campari dalle bottigliette progettate da Depero, bene, good for them. SE.
Mi domando, ce n’era bisogno? Di aprire una fililale di Casa Pound, non di parlare di Marinetti & Co. ―di quello c’è sempre bisogno. Viviamo nella regione che ha dato i natali proprio a Depero, abbiamo un museo, il MART, che del Futurismo è la più grande vetrina nazionale, e internazionale, ―lo dico senza intenti campanilisti, lo sapete. Non credo che il futurismo, in quanto avanguardia sia mai stato discriminato per l’affinità storica a un determinato pensiero/movimento politico, soprattutto qui in Trentino. L’approfondimento di quell’esperienza artistica non mi preoccupa, anzi ben venga. Mi proccupa più che altro la necessità di aprire uno spazio orientato politicamente verso certe idee. A questo punto si ribatte, e il Centro Sociale Bruno? Anche quello è politicamente orientato verso certe idee. Vero. Ma andiamo a vedere gli ideali dietro quelle idee. Sono ideali diversi, molto diversi.
Insomma, non vorrei mai che la cultura ―e il cinema è cultura, e forse schivo un po’ il fuori-tema― venisse strumentalizzata, e che la promozione dell’interscambio di idee e l’organizzazione di momenti culturali servissero solo come specchietto per le allodole, o come banale copertura.
Spero che il nero domini incostratato nell’armadio di tutti noi in quanto colore moda intramontabile, e non per altri motivi…

Detto questo, che ragazzi, dovevo PROPRIO dirlo, lascio la poli- e passo al cine-…
La joie que j’ai eue en regardant le film de Polanskì! Ah la voglia che avrei di continuare in francese, arenandomi al secondo congiuntivo che incontrerei per strada! Fortuna vostra che ci sono, i congiuntivi arrugginiti che ostacolano un’inondazione franco-boardiana! 🙂 “Venere in pelliccia” è un oggetto raffinato che soddisfa menti letterarie. Se vi fa impazzire il gioco dialettico, la schermaglia amorosa arguta, se non sapete rinunciare alla bagarre tra i sessi sublimata a livello intellettuale in materia seduzione e desiderio, allora Moviers, non potete perdervi questo piccolo cadeau che un ottantenne Polanski ci offre.
Come per “Carnage”, anche con questo film, la macchina da presa ci accompagna con un piano sequenza direttamente dentro il set ―un teatro parigino―e dopo un paio d’ore ci riaccompagna fuori con lo stesso movimento, ma a ritroso. Thomas è un regista teatrale e sta cercando l’attrice per interpetare Wanda, la protagonista della sua pièce tratta dal romanzo erotico “Venere in Pelliccia” di Sacher-Masoch. E’ sul punto di andarsene, ma dalla porta entra lei, una specie di samantha-con-l’acca trafelata e zuppa di pioggia, di nome Vanda. Sì, lo stesso nome della protagonista. La sovrapposizione identitaria non è che la prima occasione per avviare il processo di fusione tra realtà e finzione che avrà luogo nel film… Che è ambientato in un teatro… Che è tratto da un romanzo… Come vedete, il “meta” domina “Venere in pelliccia” sin dalle prime battute ―un incastro di piani narrativi e identitari che porta l’opera a un grado di guduriosa complessità di cui quelle menti letterarie di cui sopra vanno matte.
“Venere in pelliccia”, il romanzo da cui la pièce teatrale è tratta, parla della relazione amorosa, o meglio, dominazione amorosa, fra Wanda e Severin. Il regista, Thomas, acconsente a provinare la trafelata e si offre di farle da spalla e vestire i panni di Severin. E qui comincia il festival del “meta” ―heavy meta :-). Thomas è, nell’ordine: se stesso, il regista, l’autore della sceneggiatura e il protagonista della pièce. E Vanda è, nell’ordine: se stessa, l’attrice, la Wanda protagonista della pièce e Venere, creatura solo ideale ma paradossalmente carnalissima che incarna (indeed) l’amore, il desiderio, la femme fatale che detta le regole del gioco della seduzione e che alternativamente le subisce. Il palco ospita due persone in carne e ossa, interpretate (!) da Emannuelle Seigner e  Mathieu Amalric, ma si riempie pian piano di personae (personaggi) fittizi che non solo portano in vita la pièce teatrale scritta da Thomas, ma anche lo stesso romanzo di Sacher-Masoch, la cui trama dettagliata vi risparmio dato che utilizza una struttura a scatole cinesi in cui ci perderemmo. Tutti questi personaggi si beccano e rimbeccano, si cercano, si rincorrono e si sfuggono, e lo spettatore trascinato in questo fuoco di fila intellettuale-erotico tra Thomas/Severin e Vanda/Wanda. Se gli individui sul palco sono due, la protagonista assoluta del film è una, Emmanuelle Seigner, la cui carica sensual-sessuale è potentissima e le cui Vanda&Wanda riescono a conquistare e far capitolare il malcapit(ol)ato Thomas/Severin.
Ma Polanski non è nato ieri. Conosce i fondamentali e sa che per colpire lo spettatore serve il coup-de-theatre. Vanda non è una samantha-con-l’acca, l’attricetta da quattro soldi tuttatette e pococervello che appare all’inizio. Non è nemmeno solo l’interprete intelligente e acuta che aiuta Thomas a perfezionare la pièce con preziosi suggerimenti che viene fuori in corso d’opera, né la “semplice” Venere, o la solita virago dell’immaginario collettivo. Vanda alla fine è un’essere femminista in cerca di vendetta! Perché il romanzo di Sacher-Madoch, e la pièce di Thomas, hanno incastrato il femminile in ruoli modellati dallo sguardo e dalla mano maschile/ista! E alla fine Vanda, dopo aver astutamente legato Thomas con un gioco extremely hot, entra nell’ultimo fatale personaggio: la Menade, pronta a fare di lui quello che le menadi, nella mitologia, fecero a Penteo, Re di Tebe, cugino di Bacco. Che fine fece Penteo, Re di Tebe, cugino di Bacco? Lo indovinate se lo lascio in sospeso e sbotto in una risata da regina del male muah muah muah muahh?!?! 🙂
Ovviamente questa vendetta è simbolica, non politica: punta a privare l’altro di ogni presunzione di superiorità. Punta a smentire slogan maschilisti tipo “E il Signore onnipotente colpì l’uomo mettendolo nelle mani di una donna” ―su cui per altro il film si chiude― che non leggiamo su GQ, ma nella Bibbia (Libro di Giuditta, se volete verificare), che prendono la donna, ne fanno una strega, la buttano nelle segrete della società e gettano via la chiave.
Capite quindi il geniaccio Polanski? Comincia con una commedia che potrebbe inserirsi nella storia della comedie française alla Marivaux, o delle Restoration Comedies alla Congreve, in cui protagoniste assolute sono le schermaglie tra innamorati e l’arguzia di spirito. Poi però ci fa entrare quasi subito nel mondo del desiderio, svelandone il lato perverso, quello che ci spinge ora a cercare ora a esercitare la dominzaione in un rapporto amoroso. E alla fine ribalta tutto e propone un’ottica modernissima sul gioco dei ruoli tra partner, generi, e cliché/copioni sociali che uomini e donne interpretano nella vita.
È un film terribilmente letterario perché della letteratura utilizza il linguaggio e della critica letteraria gli insegnamenti. Diciamo che prende il buono dell’una e dell’altra, apporfondendo il discorso complessissimo attorno alle dinamiche di potere all’interno delle relazioni amorose. Perché l’amore non è il cuscinone di peluche rosa a forma di cuore su cui dormiamo sonni tranquilli. L’amore è fatto di pelle nera e borchie. Di tacchi appuntiti, anche. Fa male… “Deliziosamente male”, come dice Severin, a un certo punto…. Ecco investigare la natura ambigua dell’amore, in un cinema che spesso guarda troppo al peluche, è un gran merito di questo film elegantissimo, raffinatissimo. Sussurrare “In amore come in politica il potere deve stare solo da una parte” non è esattamente come strillare “I will always love you” ―filosofia Wintney Houston…
Uh ma sono stata talmente presa tra Sacher e Madoch da perdere per strada i miei Moviers presenti al capolavoro! Ricordate “squadra che vince non si cambia” della settimana scorsa? Ebbene è stato ribadito anche questa settimana, e con una deliziosa aggiunta, insieme al WG Mat, a cui ricordo che dare a un film del “cinéphile” è bello perché “cinéphile è bello” ;-); al Fellow Candy Andy The, che jeaffatta a vvvenì (magggico), che ha sospeso il giudizio sul film e che spero in qualche modo di aver convinto col pippone-panegirico qui sopra. La deliziosa aggiunta è al gusto frutti di bosco, ed è la nostra Movier More, che ha intravisto “un po’ un pacco” nel film solo perché appartiene alla critica strutturalista ed è vittima di Gerard Genette ―More, lo vedi a che livelli di somma sillyness posso arrivare….
Avrei voluto tanto che con noi ci fosse l’Anarcozumi, ma era impegnata non a Hollywood (dove ormai è una local) bensì a Bollywood (dove lo diventerà): stava cine-promuovendo il territorio trentino in India, e per quanto il territorio trentino ormai sia uno spaventoso essere vivente che si promuove da solo, io sono STRAFIERISSIMA del lavoro che sta facendo per il cinema. Grande Zu!
E ora la delizia continua (ma vi si tratta coi guanti eh, voi Moviers!)… Classic Time!

LES ENFANTS DU PARADIS – AMANTI PERDUTI
di Marcel Carné
Francia, 1945, 189′ (lo so, lo so…)

Il film sarà in versione originale sottotitolata. A parte questo e a parte che è un classico di tutti i tempi non so nulla del film. E il bello è che non mi serve sapere nulla di nulla. E’ il bello dei classici. Vai sempre sul sicuro.
Be’, proprio sempre sul sicuro non direi… Prendiamo “Frankenstein Junior” per esempio…Prendiamolo nel Movie Maelstrom va…

Prima di lasciarvi, voglio segnalarvi un altro cine-appuntamento per la settimana, il Festival CinemaZero, la cui sesta edizione si terrà dal 4 al 6 dicembre.
Copio-e-incollo con piacere parte di quanto mi ha inviato il Direttore Artistico, Guido Laino, e vi rinvio al sito www.festivalcinemazero.it
“Il Festival CinemaZERO torna più forte di prima e quest’anno alle tre serate con lo schema ormai consueto ― mercoledì 4 dicembre “L’uomo doppio” di Cosimo Terlizzi, presidente di giuria presso il Cinema Modena (20:30); giovedì 5 dicembre con le opere in concorso più il fuori concorso di Terlizzi e di Alessio Di Zio presso il Cinema Modena (20:30); venerdì 6 dicembre con premiazione e proiezione dei premiati + “Un fin del mundo” di Tiziana Poli alla Galleria Civica (20:30).”
Mi raccomando ANDIAMOCI!

E se giovedì 5 sera foste indecisi sul daffarsi, vi segnalo anche “Behind the Candelabra”, di Soderbergh, all’interno del Cineforum LGBT “Lo schermo svelato” ― il film racconta la storia del pianista Liberace e lo vorrei PROPRIO vedere… Dal Mastro alle ore 20:30… Segnate segnate… 😉

Okay, e dopo tutte queste segnalazioni (par di stare alla centrale di polizia), vi lascio, così sui due piedi, my Moviers, porgendovi tanti ringraziamenti e tanti saluti, stasera, politicoletterariamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Ma cavolo io non ho riso a “Frankenstein Junior”! 🙁 E nemmeno il WG Mat, anche lui alla sua prima volta. E ci siamo chiesti cosa ci trovassero, tutti quelli spettatori di tutte le età attorno a noi, che sapevano le battute a memoria e si esaltavano tutti alla vista di scene normali ―un po’ come era successo a “The rocky Horror Picture Show” lo scorso anno. Ci abbiamo pensato su parecchio e siamo giunti alla conclusione che il film, d’indubbia qualità stilistica, rappresenti un’opera pionieristica ― introduce una comicità demenziale in anni in cui, mi suggeriscono dalla regia, si guardavano film di registi polacchi i cui nomi finiscono inquietantemente per -ovsky… And yes okay, I am fine with that, but….Ancora non mi spiego bene l’entusiasmo dei giovani d’oggi ― “Frankenstein Junior” rimane il dvd più venduto in Italia. Forse quel tipo di comicità, mutuata e sfruttata poi da contenitori televisivi come Drive-in, è proprio ciò che attrae i teenager di tutti i tempi… Bah…Il dubbio permane…

Non permane invece per “La mafia uccide solo d’estate”, appena visto insieme alla mia Anarcozumi-back-from-India! Andate a vederlo ― non so quanto lo terranno allo Smelly Modena! ― ma ne stravale la pena. Pif racconta la mafia in modo comico, tenero e documentatissimo unendo le vicende che hanno insanguinato le strade di Palermo, alla storia della sua vita. Senza morali e giù dalla cattedra. Io e la Zu vi preghiamo di non perderlo ― e al Fellow Presidente, che aveva mostrato interesse nei confronti del film molto prima che vincesse il Premio del Pubblico al Festival del Cinema di Torino, dico che aveva proprio ragione… 😉

LES ENFANTS DU PARADIS: Il film leggendario di Marcel Carné e Jacques Prévert in edizione integrale e restaurata. Tornano a nuova vita il mondo meraviglioso e scomparso della Parigi ottocentesca, il Boulevard du Crime con i suoi commedianti, ladri e poeti assassini, e una delle più fuggevoli e strazianti storie d’amore mai raccontate, quello ardente, poetico e fatale tra il mimo Baptiste (Jean-Louis Barrault) e l’inafferrabile Garance (Arletty). Come scrissero due recensori dell’epoca, “Carné ha voluto far rivivere per noi la Parigi misteriosa e popolare dell’epoca romantica – come ci appare attraverso le opere di Hugo e di Eugène Sue. L’importante non è la verità storica, è la potenza evocativa delle immagini” (Jean Gely). “Cerchiamo di enumerare ancora alcune bellezze del film: quel paesaggio alla Corot, le scene di mimo, Arletty rannicchiata nel suo palco, come si sente il bruciare del suo amore infelice!” (Jean Sollies).

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