Posts made in gennaio, 2014

Let’s Movie CXCVII – THE WOLF OF WALL STREET

Let’s Movie CXCVII – THE WOLF OF WALL STREET

THE WOLF OF WALL STREET
di Martin Scorsese
USA, 2013, 180’ (yes, I know, 180’…)
Martedì 28/Tuesday 28
20:45/8:45 pm
Cinema Nuovo Roma/Il Porno Roma

Mazzacurati Moviers,

Dedico a lui, quest’overture. Niente requiem, per quanto la tristezza di aver perso uno dei registi più in gamba di questo nostro paese sforna-brizzi farebbe partire un lamento da muezzin. È stato il Mastro, a darmi la notizia, mercoledì. “È stato il primo regista che abbiamo ospitato, quando uscì ‘La giusta distanza’, anni fa”. Mi pare di rivedere quella serata anche se io chissà dov’ero, anni fa…
Ne ha girati tanti, di film, Mazzacurati. Gli riuscivano. Ha un modo tutto suo, di far cinema. Garbato e malinconico, anzi, malincoMico…quel sorriso che si stempera nel crepuscolare veneto, anche se non scade mai nello sterile regionalismo…Le finestre delle case sprofondate nelle pianura padana che ha ritratto, aprono verso ben altri, e ampi, orizzonti umani.
Se non avete mai avuto modo di conoscerlo, consiglio “Il toro”, e “La giusta distanza” (una perla), “L’amore altrove” (una storia d’amore senza scontare lo scotto dello scontato, ed essere sco.sco.sco), e se volete un paio di commedie “La passione” e “Vesna va veloce”. Il mio preferito, rimane “Il toro”, credo. Buffo e struggente ―una combinazione che stende lo spettatore meglio di qualsiasi philomenata made in US…
E pensate, il suo ultimo “La sedia della felicità”, l’aveva visto girare qui a Trentoville, l’estate scorsa ―ricordo l’Anarcozumi che mi raccontava del set, vado da Mazzacurati, diceva.
Non voglio macchiare questo triste evento con la solita retorica, ma 57 anni sono pochi. Troppo pochi. 57 anni quando maneggi una macchina da presa così bene sono l’età in cui ti accosti alla maturità.
Non rimane che farlo vivere attraverso i nostri lettori dvd, il passaparola (“devi troppo vedere ‘sto film che ho guardato l’altra sera…”), e questa overture, che vuole condividere Carlo, non piangerlo.

La doccia fredda della notizia è stata controbilanciata da un fenomeno caratteristicamente lezmuviano che di tanto in tanto si verifica, lasciandoci tutti allibiti.
Sono dentro in sala con il Fellow D-Bridge, e si conversa del più e del meno ―caldaie, statistiche, file excel, etc …. Stiamo lì, come sulla spiaggia coi piedi in ammollo, il mar bianco dello schermo di fronte. A un certo punto da dietro, monta un rombo che mi piacerebbe definire “famigliare” ma che sono costretta a definire anomalo vista la frquenza “pochi-ma-buoni” di Lez Muvi, e si riversa su di noi un’ondata di Moviers che non definisco tsunami solo per evitarmi l’inflazionato. Il WG Mat, che al momento sta visitando un numero imprecisato di casbeh (ma come casbah sarà il plurale??) e hammam e tutto ciò che al gusto Marocco vi venga in mente; con lui la Guest Angela, di cui spero di carpire l’indirizzo email a breve (una Fellow Empirea ci manca proprio); la Choko-Bar, la nostra Movier romana-per-un-periodo-trentina ritornata a vivere sull’ermo colle (l’ottavo, se non erro, accanto all’Aventino, giusto? :-)) e in trasferta giornaliera a Trentoville; il Fellow Andy-the-Candy, che non solo ha contribuito, la settimana scorsa, a gettare nel “girone infernale delle mail” (sue parole, che riporto con massimo orgoglio) il Fellow Onassis Jr. e il Fellow Felix, ma li ha pure trascinati al cinema, passando quindi brillantemente dalla fase 1 (Recruita-un-Movier) alla fase 2 (Rapisci-un-Movier). Capirete, da sciacalla qual sono, mi sono avventata sui due neonati Fellows, spazzando via completamente l’area contegno ―area che di rado frequento.
L’ondata di Moviers forza 8 ―mammamia 8 Moviers ― s’è riversata in sala risollevando la depressione dovuta alla notizia triste triste di cui sopra e a una giornatina fosca fosca di cui taccio.

E nel compesso sono felice che il film fosse “Nebraska” ―pensa, Honorary Member Mic, se fosse stato “C’era una volta in Anatolia”! Perché “Nebraska” è film che catalogo nel “tuttosommato”. Tuttosommato si ride parecchio, tuttosommato è confezionato meglio di un cabaret di paste (cabaret?? Seee ti manca solo l’Ovomaltine, Board!). Tuttosommato ti racconta una storia che piace a tutti, vecchi, donne e bambini, dai 9 ai 99 anni. Il vecchio padre un po’ padrone più per le vicissitudini della vita che per indole (ma non mi dire che ha combattuto nella Guerra di Corea??? Sì te lo dico), burbero perché allevato da una famiglia di burberi (ma non mi dire che lo picchiavano e che nel film padre&figlio colgono l’occasione per pellegrinare alla vecchia casa di famiglia in cui Woody bambino subiva le angherie del padre??? Sì te lo dico), alcolizzato ma di quell’alcolismo “buono”, da scapellotto once-in-a-while non da botte da orbi che avrebbe compromesso la naturale simpatia che proviamo per lui; disabituato all’amore ma non incapace di amare (ma non mi dire che si era innamorato di una squaw ma non ha potuto farci niente perché era sposato??? Sì te lo dico).
E poi c’è il figlio, buono buono che più buono non si può, un principino finito in the middle of the squallor del nowhere americano; un figlio talmente modello da intraprendere un road-trip e far vivere al padre un (primo e) ultimo momento di gloria.

Sì perché questo vecchio burbero di nome Woody è convinto di aver vinto un milione di dollari alla lotteria, e si mette in testa di andare in Nebraska a ritirare il premio. Montana e Nebraska distano più o meno quanto Bielorussia e Portogallo, in quelle MODESTE distanze americane che ben conosciamo. E il film racconta, anzi, fotografa, il loro road-trip (ma non mi dire che è assurdo nel modo in cui lo era “Little Miss Sunshine”, “Sideways” e “In viaggio con papà”??? Sì, te lo dico, e su questi due ultimi film ci ritorno pure, ‘spetta). “Fotografa”, giacché il film è un vero e proprio book, aiutato al 78% dal bianco e nero.

Ora, fatemi un esperimento. Andate in un campo di grano con qualche corvo qua e là, o fermatevi davanti a un distributore di benzina e fotografatelo con l’impostazione black&white. Ancora meglio se il campo e il distributore sono in un paese straniero, metti l’America. Vedrete come i soggetti vi sembreranno assurgere a un livello estetico superiore ―estetico per l’appunto― mentre prima erano solo semplici oggetti ―una pompa di benzina, un bidone di olio, un insegna gigantesca. Come se quella realtà fotografata, per quanto misera, diventasse, d’un tratto, bella. Questo succede perché tra noi e la realtà mettiamo un filtro (metaforico e non!) e quella realtà diventa, magicamente, altro ―finisce altro-ve. Così funziona il cinema, se ci pensate ―vedere dell’altro, anche nel noto. Ora sommate bianco&nero al cinema e avrete l’effetto raddoppiato, vualà. E credete che questo, i registi, non lo sappiano? Ts, ci lavorano, Fellows! Certo che lo sanno. Payne lo sa (ma sarà imparentato con Max quello della guerra agli zombi spaventosi? Bah…), e infatti il risultato riesce alla perfezione. Par di sentirli, tutti gli “oooh aaah” di meraviglia del pubblico, mentre il film scorre…

“Nebraska” ha senz’altro dei punti forti nel modo in cui rappresenta la piccola vita provinciale. I discorsi ripetuti all’infinito, l’immobilità della quotidianità, come se il tempo non scorresse, come se tutto fosse immortalato in un eterno presente che non passa, e che ripropone, day by day, gli stessi gesti, gli stessi argomenti, con un effetto alienante non tanto per i personaggi in sé quanto per noi spettatori esterni. Per loro, tutto appare assolutamente normale. La scena in cui tutti i membri della famiglia sono davanti alla tv, assorbiti completamente dal tubo catodico che permette loro giusto lo spazio di buttar lì qualche banalità ogni tanto, ecco, per me quella scena, come si suol dire, vale il prezzo del biglietto. L’alienazione inconscia dell’animale umano nel micro-proletariato suburbano occidentale ― casbah che paroloni (:-)).
Un incrocio tra Mister Magoo e le Misanthrope, Woody non sarebbe male come personaggio. Quello che mi piaceva, all’inizio, era la sua pasta coriacea. La scontrosità, e l’ostinazione. Però poi tutto finisce sempre a tarallucci e vino…
Per la prima volta nella sua vita, Woody vive un sogno. Che sia folle, irealizzabile, patetico, poco importa. Ha un sogno, e vuole viverlo fino in fondo. Quando scopre che il milione di dollari è puro miraggio e non intascherà un centesimo, capisce che il monte premi sta altrove ―in quello che ha vissuto e condiviso con il figlio… Come vedete, basta solo un “e vissero per sempre felici e contenti…” … È inutile, Moviers, il cinema americano non può contemplare di finire con l’amaro in bocca. Il think-positive non si tocca. Mmm… ma penso…Il cinema non deve semplicemente farmi vedere quello che voglio, ma quello che NON immagino. Il cinema ―l’arte― illuma strade la cui esistenza ignoro. Dice quello che non è mai stato detto prima. Se rifaccio lo stesso tema ogni volta, come ha fatto Payne, cammino sempre la stessa strada. Se avete visto “Sideways”, “Nebraska” vi sembrerà una replica cui è stato cambiato qualche connotato di superficie ma la cui sostanza è la stessa. E questo è proprio uno dei motivi per cui piace. Il noto è come una tradizione: ci fa sentire al sicuro, non dobbiamo temere brutte sorprese. L’ignoto invece, in quanto non-noto, spaventa. Ma è proprio entrando in contatto con lui, l’ignoto, l’altro, che conosciamo. Altrimenti come facciamo a passare a Gnoseologia II, Fellows? Rimaniamo sempre piantati al livello I. E noi non lo vogliamo…

Poi onestamente, il tema del viaggio con papà, è stato abbondantemente us(ur)ato nel cinema. E insuperato, se penso a quei due fenomeni di Verdone e Sordi in “In viaggio con papà”. Ma è stato anche felicemente rivisitato. Pensate un po’ a “Transamerica”. Lì il papà è divento mamma, e il film porta un altro nucleo di riflessione “gender-specific” su cui lavorare… Insomma, per farvela breve. Il film vincerà 6/7 Oscar dacché è tutto quello che gli americani vogliono vedere e sentirsi dire ―  così come “Philomena” (che vuoi dire a una storia vera che ti spezza il cuore?).
Ma noi vogliamo altro!
…Per esempio, metterci alle prese con Scorsese

THE WOLF OF WALL STREET
di Martin Scorsese

 

Come sempre mi tengo impreparata q.b. sul film che vedremo. Alcune informazioni sono tuttavia trapelate e mi hanno raggiunto 🙂 Informazioni di un certo rilievo… Ne condivido una con voi…Leonardo di Caprio dice 569 volte il termine “fu*k” nei 180 minuti che ci aspettano, declinandolo in modi diversi, beninteso, ma pur sempre 569 volte ― chissà come l’avranno reso in italiano…
Di mio, so che il film ha il titolo più scioglilingua della storia. Provate un po’ a ripeterlo con una velocità abbastanza sostenuta, e vedete un po’ se non vi s’ingolfa la lingua ― il Board, come sapete, è English-friendly, eppur s’ingolfa comunque…
Non c’è niente che debba dire per convincerci a vedere questo film. Scorsese è Scorsese. È come Re Giorgio per la moda (sì, Armani). È come Michael Fassbender per l’insostenibile bellezza dell’essere (“The Counselor” non si può guardare, ma lui, Michael, in quel film, si DEVE guardare…parola mia, e della Mic…;-))…

Ah una cosa importante…come sapete tutti domani, 27 gennaio, è la Giornata Internazionale della Memoria. Trentoville ― per una volta non la rimbrotto ― ha organizzato tantissimi eventi, concerti, proiezioni film a tema, incontri, spettacoli teatrali per celebrare questo giorno speciale. C’è solo l’imbarazzo della scelta ― e credetemi, c’è tutto, dato il numero degli eventi fra cui pescare.
Consultate www.crushsite.it o www.trentinocultura.net
Non dimentichiamo, Moviers…

Ecco, ho detto tutto ― no, non tutto, ma va be’. Per un’ultima cosetta, vi spalanco le porte della percezione del Movie Maelstrom, invocando Jim, naturalmente. Il riassunto è pressoché inutile, e ve lo dico solo per usare “pressoché”, che mi piace una discreta cifra. E vi ringrazio sempre per la fiducia accordatami ― soprattutto perché me la accordo io, dato che me la suono e me la canto da sola :-). E mi permetto, stasera, di lanciarvi un bacio volante insieme ai saluti, malinconicomestamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Pensando ancora un po’ a “Nebraska”, al fatto che non è da bocciare…
Il film ha l’effetto di alcune canzoni. Quelle che nell’insieme non ti piacciono, ma che hanno un qualcosa che sì, ti piace, ti piace un sacco. E in qualche modo te le fa salvare, nonostante il trash….
Questa canzone (trashissima!) che vi riporto sotto e che è molto passata dalle radio, è quanto di più distante da me, dal punto di vista del testo, che possiate immaginare…S’intitola “Talk dirty” ― per chi subisce la mia incapacità alle parolacce (rettaggio pruderie-frunerie, sempre lui), sa di chepparlo…
http://www.youtube.com/watch?v=RbtPXFlZlHg
Ma c’è quella tromba arabeggiante che s’infila nel tessuto hip hop del pezzo, che mi fa letteralmente impazzire…

Quindi sì, “Nebraska” non brillerà per originalità, ma ha quel mix di umorismo scorretto ed estetismo pret-à-manger che in fondo, ce lo fa salvare…

THE WOLF OF WALL STREET: Basato su una storia vera, The Wolf of Wall Street segue l’impressionante ascesa e la caduta di Jordan Belfort (Leonardo DiCaprio), il broker di New York che conquista una fortuna incredibile truffando milioni di investitori. Il film segue la folle cavalcata di Belfort, un giovane “nuovo arrivato” a Wall Street che si trasforma via via in un corrotto manipolatore dei mercati e in un cowboy della Borsa. Avendo conquistato rapidamente una ricchezza enorme, Jordan la utilizza per comprarsi un’infinita gamma di afrodisiaci: donne, cocaina, automobili, la moglie supermodella e una vita leggendaria fatta di aspirazioni e acquisti senza limiti. Ma mentre la società di Belfort, la Stratton Oakmont, è sulla cresta dell’onda e sguazza nella gratificazione edonistica più estrema, la SEC e l’FBI tengono d’occhio il suo impero contrassegnato dagli eccessi.

 

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Let’s Movie CXCVI – NEBRASKA

Let’s Movie CXCVI – NEBRASKA

NEBRASKA
di Alexander Payne
USA, 2013, 115′
Mercoledì 22/Wednesday 22
ore 21:30/9:30 pm
Astra/Dal Mastro 

 

Minimocomunemultiplo Moviers,

La matematica che si studia in Lez Muvi m’insegna che la cinghia da tirare e i classici condividono la pazienza, ovvero, per dirla come si deve, “sono da essa divisibili” ― Board 8+ 🙂
Ho aspettato il 2014 per guardare un film del 1939. Il far di conto non è la mia specialità ―a parte il minimocomunemultiplo― ma non ci vuole molto a capire che quel film l’ho lasciato parcheggiato per parecchi anni. E guardate, faccio outing: l’ho scorto innumerevoli volte, il dvd di “Ninotchka”, a sonnecchiare sullo scaffale in biblioteca, insieme agli altri film di Lubitsch. Quindi non posso ricorrere all’attenuante “mancanza del supporto summenzionato” ―il Board incastrato dall’evidenza dei fatti sconterà 20 anni con la condizionale. Sul “perché i classici non si guardano” è già stato oggetto di un nostro pippone passato, ma c’ho ri-riflettuto (perché non “riflesso”, professo’??) e credo, anche alla luce di quanto vi sto per raccontare, che si tratti sostanzialmente di santapazienza.
Circa un anno e mezzo fa, la cinghia da tirare s’è stretta attorno a una strepitosa gonna rossa che ho rifiutato di far mia, lasciandola dimorar solinga (dimorar solinga??) in uno di quei negozi in cui sai già che non comprerai nulla ancor prima di entrare. La lasciai lì, quella gonna che sembrava fatta per Cappuccetto Rosso e invece era fatta per me: quel cartellino a tre cifre ―già abbondantemente ridotte da un prezzo iniziale proibitivo anche per lo Scià di Persia― m’impedì di procedere alla cassa. Potete immaginare con che malincuore; se non sei innamorato di te stesso, può accadere che t’innamori di un oggetto che indossi ―è una forma di love transfert, segnatevelo.
Sabato scorso, dopo un anno e mezzo, rientro in quel negozio, spinta dalla scimmia dei saldi e da quel certo istinto che ti dice “entrasubito”. E lì, sullo stand “Gonne a 59 Euro” tra le anonime grige-nere-blu a 59 Euro, spicca scarlatta come non mai, E A 59 EURO, la mia gonna rossa! 🙂
Oltre a chiudere il discorso sul fashion iniziato la settimana scorsa, questo mi permette di dimostrarvi che pazientare, a volte, e maiuscolizzo A VOLTE, paga. Ve lo dice una per cui la pazienza è la sorella cattiva della sorella buona che comincia per “Im” 😉 una a cui la virtù dei forti fa venire in mente la lotta greco-romana, e un po’ anche i Ringo Boys.
Però ho notato che con i classici funziona uguale. Può non essere il momento giusto. Possono non essere a portata di mano. Puoi essere indeciso e dire “Mmm, forse meglio se passo stavolta eh”. Poi però il momento capita. Bisogna solo attendere.
Ed è questo che lega un film classico a una gonna rossa, nel bel mezzo dell’inverno 2014. 🙂
E non ero la sola ad attendere quel momento, lunedì 🙂 Il WG Mat, dopo una pausa tortellino a casa, s’è fucilato in area Astra, con il Board al seguito ― al seguito perché stateci voi davanti, a delle gambe lunghe così se ci riuscite! Lì dal Mastro ti troviamo bell’e pronto un nuovo Movier reclutato dall’Anarcozumi (muera per l’occasione), il Movier Carlos, peruviano ma pure romano e ora trentino, con la Spagna nel corazon, che ribattezziamo il Fellow Juan Carlos per ovvie associazioni nobiliari che legano la Spagna a Carlos. E c’era anche la Fellow Chocolate, che non è solo una ciocco-cine dipendente, ma pure una viveuse da eventi del sabato sera ―e la mia soddisfazione, nel trovarla agli eventi del sabato sera, sabato sera, fu grandissima.
Al Mastro dico, eravamo cinque Moviers, ‘sto giro, eh, cinque 🙂 Io non sono certo Jesus Christ Superstar, che reclutava accoliti ben più di Justin Bieber, ma quattro amici al bar li ho messi insieme. 😉

Ah ma Muvieroski Moviers, quanto s’è riso a “Ninotchka”, che sottotitolo “Quando la comicità non invecchia”! Mi chiedo se Checco Zalone farà ridere i cinefili del 2094 ―chi guarderà Checco Zalone se non dei cinefili che vorranno fare i cinefili a tuti i costi e “recuperare i B-movie del primo ventennio degli anni 2000”? E vi prego lasciatemi spendere QUALCHE parolina sul fatto che Lubitsch realizza una commedia brillante che si burla apertamente del comunismo nel 1939. Il 1939 non è stato proprio proprio l’anno più easy della storia politica (e non) a livello europeo e mondiale ―il 1 settembre uno stivale nero di troppo mette piede in Polonia, wenn du weisst was and wer ich meine… Lubitsch non teme di pestare i piedi a nessuno anche perché forte della piega cui sottopone il film. L’anticomunismo non è al centro dell’opera, bensì un pretesto narrativo ai fini della storia. Il che è ancora più temerario (e romantico!): è come se Lubitsch prendesse la politica e l’asservisse all’amore. Come dire, il pugno alzato non può nulla contro o’ sentiment. E c’è una critica al comunismo ben più sotterranea della critica più visibile in superficie, ovvero le ossessioni e i must-do e gli eccessi imposti dal regime comunista ai compagni comunisti.
Con “Nintotchka” vediamo che l’interesse della società scivola in secondo piano quando in ballo c’è il mio io (=la realizzazione/felicità del mio io = l’amore). Il commissario tutto d’un pezzo Ninotschka ne è l’esempio: se pure lei cede davanti all’amour e al beau Leon, ne consegue che il sentimento è più forte di qualsiasi ideale comunista ―Stalin prendi e porta a casa, da da.
Lubitsch, che è maestro del far ridere, sa che l’impassibilità di Ninotschka, la mortificazione del suo riso, ci fanno ridere tanto quanto le scenette dei tre agenti russi Iranoff, Bulianoff e Kopalski (che poi sono la versione URSS dei trètrè J). Sappiamo anche che l’irreprensibilità siberiana di Ninotchka ha i minuti contati, e aspettiamo con trepidazione il disgelo, che arriva puntuale, a Parigi, dove gli uccelli cantano, i fiori fioriscono, e i cappellini ammiccano dalle vetrine..
E il lieto fine, per quanto procrastinato dai classici intralci che paiono lì per lì insormontabili ma che alla fine si sormontano, balugina all’orizzonte ―in un luogo terzo, Costantinopoli, una città lontana dal rigore sovietico e dalla mollezza parigina.
Ci si dovrebbe soffermare un istante a parlare della risata di Ninotchka, che sbotta in un bistrot quando il suo neo-innamorato Leon è protagonista di una caduta busterkeatoniana. È in tutto per tutto una risata liberatoria: libera la donna (be’, l’individuo) dalla morsa della dittatura rossa, che la vuole ipercontrollata e sorda ai bisogni e ai desideri dell’animo. Il dettaglio che non si sa, e che scopri cercando di capire meglio chi fosse questa Greta Garbo, conosciuta più di nome che di fatto, riguarda proprio quella risata: Greta fu in grado di riprodurne l’espressione gioiosa sul viso, ma non il suono. E fu doppiata. 🙁 Ed è buffo che lo slogan che accompagna il film sia proprio “Garbo laughs!” (guardate un po’ la locandina…). Non so voi come state messi a “Storia della recitazione”, ma io sono al corso base. 🙁
Dicevo ai miei Moviers lunedì, con gran senso di colpa, che nella mia testa Marlene Dietrich, Greta Garbo e Ingrid Bergman non sono tre donne distinte, ma una sorta di unicuum femminino, mitico e supremo, sprofondato in una tinta seppia da fotografie degli anni ’40, circondato dal bianco&nero delle pellicole dell’epoca, la messinpiega sempre perfetta, gli sguardi pentranti… Macavolo, sono TRE donne distinte, non una, Board! C’è da capire se questo deficit cognitivo sia riconducibile a un’ignoranza tutta mia nei confronti di quel cinema, oppure se sia un fenemeno più diffuso ―giacché anche il WG Mat e l’Anarco faticavano a ricordarne i film. Perché uno (sempre io) si chiede, che altri film ha fatto Greta Garbo? E con vergogna, prende il cellulare e ne controlla la filmografia, scoprendo che Greta Garbo ha recitato in “Anna Karenina” e altri sconosciuti tipo “La regina Cristina” e “Margherita Gauthier”. Scopre anche che “Ninotschka” fu l’unica commedia, e che “La Divina”, schiva e inafferrabile, si ritirò dalle scene a 36 anni per non rimetterci più piede (a 36 anni, cioè, sechs-und-dreissig Jahre!)… Non voglio sconfinare nella biografia ―Wikipedia is out there for you 🙂 ― credo solo che un lavoro sui classici andrebbe fatto. La rassegna a livello nazionale dei dieci capolavori restaurati, in versione originale e sottotitoli italiani che stiamo vedendo sia un gran bell’inizio. Ora, nella mia testa, Greta Garbo ha acquistato dei lineamenti suoi, è uscita dalla nebuolosa. Quindi sì, pazienza. Aspettare queste belle iniziative. E cercarle, anche. E ce ne sono eh. Per esempio il Café de la Paix da stasera bissa la rassegna classici comici dello scorso ottobre-novembre, con “Vogliamo Ridere Ancora” (alcune domenica sera da qui a fine marzo, ore 21:00, Saletta delle Idee, Passaggio Teatro Osele, check it out ;-)). Perciò non confondiamo la pazienza con la pigrizia ―la P è la stessa, il contenuto benaffleck… Frughiamo, Fellows, frughiamo… 🙂

Questa settimana propongo un film che volevo vedere a Berlino ma che ho risparmiato per condividerlo con voi ―e anche per mancanza di sere disponibili, Board be honest…:-)

NEBRASKA
di Alexander Payne

Ne hanno parlato tutti talmente bene, sin dall’ultimo Festival di Cannes, che siamo costretti a testare con mano ― e la Honorary Member Mic lo sta già tastando in questo preciso istante a Vicenza, quando si dice concertare la precursione… :-). Quindi mettetevi in modalità “it is a dirty job but somebody’s gotta do it” e venite dal Mastro mercoledì ―al Fellow D-Bridge dico pochescuse, che l’orario, grazie alla programmazione by Mastro, ti è inaspettatamente friendly. 🙂

Spero anche nella partecipazione di altri due nuovi Moviers, reclutati ad arte&parte dal Fellow Candy-the-Andy. 🙂
In ordine assolutamente non alfabetico, Nicola, che sarà il Fellow Onassis Jr., e Giovanni, un perfetto Fellow Felix ―ah la fonte perversa d’ispirazione che sono, talvolta, i cognomi… 🙂
Ai neo-Moviers ricordo che da Lez Muvi non si esce più manco se mobilitate ONU, Sindacati, Lega per la Liberazione dalle Dittature… Siamo un nucleo estremista che resiste a qualsiasi pressione libertaria, quindi no hopes. 🙂

E per oggi mi sembra di avervi detto tutto tutto, quindi ora posso procedere alla cassa, lasciandovi un Movie Maelstrom capitale (battutona), un riassunto nientemale (per una volta ho pietà di lui), dei ringraziamenti abbondanti come le precipitazioni di Italia2014 (Campionato Meteomondiale che vinceremo di sicuro), e dei saluti, calcolobiliarmente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Se ancora non avete visto “Il capitale umano”, provvedete! Virzì ha sfidato un nuovo codice ―il social noir, così lo definisco― prendendo un romanzo ambientato nel midwest americano e trapiantandolo nella Brianza da bere dei giorni nostri (anche se il paesino, Ornate, è inventato, il che conferisce al racconto universalità geografica). Il quadro che ne esce è decisamente poco edificante per noi italiani, ma decisamente molto autentico. E credo che le polemiche brianzole che hanno accompagnato il film nei giorni scorsi dimostrino quanto potentemente abbia colpito nel segno. Io ringrazio Virzì perché ha scostato il tappeto persiano del salottto bene e ha mostrato una ferita purulenta che nessuno, colpevoli tanto quanto “ignari/avi” astanti, vuol guardare…La verità del crollo dell’Italia attraverso i maneggi della borghesia, attraverso il lucro e la speculazione attuati in maniera spietata e sconsiderata… Non posso farvi tutt’un pippone qui sul film, capirete… ma vi esorto, don’t miss it…. 😉

NEBRASKA: Woody Grant ha tanti anni, qualche debito e la certezza di aver vinto un milione di dollari alla lotteria. Ostinato a ritirare la vincita in un ufficio del Nebraska, Woody si avvia a piedi dalle strade del Montana. Fermato dalla polizia, viene ‘recuperato’ da David, figlio minore occupato in un negozio di elettrodomestici. Sensibile al desiderio paterno e dopo aver cercato senza successo di dissuaderlo, decide di accompagnarlo a Lincoln. Contro il parere della madre e del fratello Ross, David intraprende il viaggio col padre, assecondando i suoi capricci e tuffandosi nel suo passato. Nel percorso, interrotto da soste e intermezzi nella cittadina natale di Woody, David scoprirà i piccoli sogni del padre, le speranze svanite, gli amori mai dimenticati, i nemici mai battuti, che adesso chiedono il conto. Molte birre dopo arriveranno a destinazione più ‘ricchi’ di quando sono partiti.

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Let’s Movie CXCV – NINOTCHKA

Let’s Movie CXCV – NINOTCHKA

NINOTCHKA
di Ernst Lubitch
USA, 1939, 110′
Lunedì 13/Monday 13
20:00 / 8:00 pm
Astra/Dal Mastro
In versione restaurata
e lingua originale sottotitolata!

 

Fotosintesi Fellas,

Quello che sfila sulle passerelle e sulle copertine di Vogue può lasciarci totalmente indifferenti. Possiamo vestire in tuta, rimanere radicati negli anni ‘80 abbinando montgomery a spalle larghe a fuseaux ghettati dentro tacchi stiletto, oppure preferire i ‘90 e montare dei jeans a vita altissima sopra canottine panciafuori e vaporizzarci un ciuffo elvis che manco elvis. Possiamo sbattercene altamente, convincerci che quelli che vestiamo sono soltanto degli strumenti con delle funzioni: niental’tro che regolatori di temperatura portatili ―mai visti i vestiti in questi termini? Gran spunti la fisica termodinamica eh. 😉 Possiamo davvero credere di essere completamente indifferenti a quello che peschiamo la mattina nell’armadio, alzare tanto di nasino alla franscese e dirsci “chissenefregà del vestitò che mettò”, dichiarandoci completamente immuni dalla lex apparitionis (non temete, è latino da maccheroni), e completamente affrancati dall’assunto dell’abito-ergo-sum. Possiamo fare tutto questo, Fellows. Ma non possiamo negare l’archivio storico-culturale che un abito diventa quando da “current” passa a “vintage” registrando “quel” periodo. Non possiamo fingere che l’effetto madeleine non esista per gli abiti. Perché quando vedete un jeans trapuntato (mammamia, il jeans trapuntato), o una longuette a vita alta, o un bustier betty-boop, vi vengono in mente in un lampo periodi e personaggi, contesti e condizioni. I vestiti frangiati delle flapper degli anni ruggenti ruggiscono la loro politica tanto quanto una loro protesta femminista, e le gonne zingare in cui Brigitte Bardot svagabondava (c’è stata un’attrice più sublimamente vaga, svagata e vagabonda di lei??) scrivono una nuova figura femminile che se ne sbatteva dell’attillato e conquistava con il potere incantatorio dell’allusione. E ancora il Borsalino bogartiano pre Second World War è effettivamente LA Second World War. Tutto questo è storia tanto quanto le Cinque Giornate di Milano (terzo liceo? Sì).
E voi adesso potrete sbuffare, seeeee adesso fai di tutta l’hermès un fascio… 🙂 No no, niente generalizzazioni. Parto da qui dalla rivalutazione dell’abbigliarsi perché nell’abito c’è ben più di quello che immaginiamo. Ci siamo noi, la nostra società, il nostro tempo. C’è la necessità di conformarci, o di ribellarci. C’è il modo in cui affrontiamo il mondo, easy&relaxed in una t-shirt extra-large, o trincerati dietro un pastrano gulag, o armate fino ai denti in un tubino vado-e-conquisto-il-mondo. E c’è l’arte che esprimiamo così, con un velo di seta trovato in un negozietto a Chelsea, o una sciarpa tricot che ti ricorda il lungosenna. Voi che mi conoscete sapete che sono particolarmente sensibile all’estetizzazione del mondo ―che tradotta vuol dire, allo shopping. Del resto qualcuno ha detto che scriviamo noi stessi ogni cambio abito**.
Ma Board ma di che farnetichi?? Arriva al punto! Fotosintetizzati. Arrivo arrivo, mi fotosintetizzo. Il fatto è che “American Hustle”, con quei costumi anni ’70 da stordirci tutti come una nuvola di Napalm comunica attraverso il codice estetico tanto quanto attraverso i dialoghi (per altro ben scritti). I vestiti che vedete sullo schermo, le pellice esagerate, i papillons giganti, e soprattutto primaditutto gli slit stratosferici incisi negli abiti indossati da Amy Adams, fanno il film. C’è un sacco d’altra roba ―abilità registica, suspense, storia vera, colonna sonora da correre a comprare il cd― ma c’è tanto tantissimo apparire. E cari mie Fellows, non è fortuito. Il film racconta uno dei casi di truffa più eclattanti della storia americana contemporanea post Watergate, l’Abscam. “L’apparenza inganna” è il banal-proverbiale sottotitolo al titolo, ma sarebbe riduttivo semplificare il film in un “you cannot tell the book by its cover (così impariamo tutti come si dice “l’abito non fa il monaco” in English, lesson number three :-)). I protagonisti costruiscono le loro identità a seconda della situazione in cui si trovano a operare, recitano uno show in base all’interlocutore che hanno davanti. E gli attori sono stra-or-di-na-ri. A cominciare da Christian Bale, che ha accettato di cancellare il poema in addominali che aveva vergato sull’addome ―altroché settenari― per sostituirlo con un ode homeriana alla trippa. Per proseguire con Bradley Cooper, l’agente dell’FBI che crede di far crollare la malavita organizzata americana, mentre quello che crolla, e rovinosamente, è lui ―è demenziale, anzi, demente, questo personaggio: oscilla fra momenti Tony Manero e il piccolo di mammà coi bigodini in testa (e i bigodini sono sulla testa di lui, non di mammà!). E seguire ancora con Jennifer Lawrence che forse è il VERO personaggio del film. Vero perché la sua autenticità spicca sugli altri (che son tutti dei fakers) e perché è veramente eccessiva, senza freni e filtri, una scheggia impazzita (il WG Mat non dica nulla :-)), ignorante/ingenua/ svampa, e questo cocktail esplosivo farà effettivamente saltare i piani di tutti.
Per quanto riguarda Amy Adams, fatemi tornare un attimo al concetto di “slit”, per il quale ho perso la testa. Lo slit è quel miracolo di scollo a V che si tatua la Adams ogni volta che indossa un vestito. Guardatela sulla locandina, se confidate nelle vostre coronarie. Ecco questa magica V rivive su di lei in tutti gli abiti del film ―come se indossasse sempre lo stesso, tipo Puffetta. Ora, e ho l’Anarcozumi, la Fellow Francesca-ae.f. e il WG Mat per testimoni, io ho doverosamente PROCLASTRILLATO lo slit “trend primavera-estate-autunno-inverne-e-ancora-primavera” per i prossimi anni a venire, ed esorto tutte le Moviers là fuori ad aprirsi delle autostrade sul petto attraverso delle Vertiginosissime V che le renderanno tutte delle femmes da paura e delirio e non solo a Vegas. Come dite? Io non posso parlare perché per parlare bisogna avercelo, un petto, e io sarei il Board non per motivi manageriali ma per ovvie somiglianze strutturali con il compensato???

Be’…
…in effetti…
Doh.
🙁
COMUNQUE…. Trovo abbastanza difficile descrivere il film: è come se scorresse via su un carrello di eventi, balle e contro balle, che si concatenano l’una all’altra e portano a un finale che su di me ha avuto l’effetto colpo di scena. Ma vi confesso di essere una delle massime rappresentanti viventi di fessa-da-fregare. Una delle massime rappresentanti viventi di nun-me-freghi-mancopegniente, invece, è l’Anarcozumi, che non solo ha capito dove sarebbe andato a parare il film già al quarto minuto, ma si è pure proposta di rimettere mano al montaggio ―nel 2015 il film uscirà nella versione “Anarco’s cut”. 🙂 Le do ragione, sulla lunghezza. La seconda parte risulta un po’ troppo trascinata e rischia di allentare la tensione dello spettatore. Ma nell’insieme “American Hustle” è benfatto, illumina una zona storica rimasta in ombra (almeno per i non-americani che non masticano molto di Abscam) così come aveva fatto “Argo”. La differenza tra i due? “Argo” sceglie la chiave del realismo, “American Hustle” quella del grottesco, a tratti farsesco. Entrambi sono validissimi, dipende un po’ dal mood in cui siete. E a tratti il film di Russell mi ha ricordato “Donnie Brasko”, sia per il ruolo dell’infiltrato, sia per l’apologia del grigio: “Perché non esistono solo il bianco e il nero, esiste anche il grigio con tutte le sue sfumature” ―ma non 50, per carità.
A parte tutto il discorso che potremo costruire sulla verità e sulla menzoagna, su chi è il farabutto e chi il santo, concludendo che c’è un po’ di uno e dell’altro in ognuno di noi, c’è una scena di “American Huslte” che mi rimarrà impressa ―oltre allo slit, s’intende. La scena che meglio rende l’innamoramento di Irving (Christopher Bale) e Sidney (Amy Adams): loro due all’interno di un tornello automatico per lavanderie, gli abiti incellofanati che ruotano tutt’intorno, loro due persi nei reciprochi occhi… Lei bellissima, lui improponibile con quel riporto, quella pancia…ma il risultato del contrasto risulta d’una tenerezza, d’una dolcezza, che solo vedendo potrete capire.
Insomma a parte gli intenti taglia-e-cuci della Zu, il film ha molto divertito tutti, la Fellow Francesca-ae.f. di gusto. E le coronarie del WG Mat hanno retto. 🙂
Questa settimana si torna a classicheggiare…

NINOTCHKA

di Ernst Lubitch

Dico solo Gretagarbo. Non serve aggiungere altro. 😉
Però vi prego, cercate di venire: il Mastro non fa che burlarsi della mia inettitudine nel portare Movier al cinema! Io dico “pochi ma buoni, Mastro”, ma non posso mica ripetere la stessa solfa ogni volta. Datemi una mano a smentirlo!

Prima di lasciarvi, vorrei dare il benvenuto a Silvia, che ribattezzo Fellow Silvista ― reclutata grazie alla nostra Fellow Lover Killer 🙂 ― una Silvia stilista che di fashion se ne intende ― all’interno dell’Interno 11, il suo negozio in centro Trentoville, taglia&cuce meglio della Zu! 🙂

E anche per quest’oggi, Moviers, è tutto. Non ignorate il Movie Maelstrom. Vi farà ballare… 😉 Ignorate pure il riassunto invece. E coltivate questi saluti, clorofilmicamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

** Quel qualcuno c’est moi… 🙂

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Vi dicevo della colonna sonora di “American Hustle” ― si vagheggia una festa anarcozumiana intitolata “American Hustle” in cui ci si vestirà a tema, ballando a tema… 😉
Questa è per farvi esaltare un po’ http://www.youtube.com/watch?v=IGj_CmGs61c
Questa è per farvi dire “Ah sì la so!” http://www.youtube.com/watch?v=zSAJ0l4OBHM
Questa per farvi vedere quant’è brava e pazza quella pazza della Lawrence  http://www.youtube.com/watch?v=sk8CMTTDci0
E questa è per farvi scatenare un po’. http://www.youtube.com/watch?v=H7r83-y3j2A
Now.

NINOTCHKA: Mandata in missione a Parigi per controllare l’operato di tre agenti sovietici, una rigida commissaria comunista russa si scioglie per i begli occhi di un seduttore aristocratico e per amore di un bel cappellino. “Garbo laughs!” (“La Garbo ride!”) fu lo slogan con cui fu lanciato il ventitreesimo film dell’attrice, scritto da Charles Brackett, Billy Wilder e Walter Reisch.

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Let’s Movie CXCIV – AMERICAN HUSTLE

Let’s Movie CXCIV – AMERICAN HUSTLE
AMERICAN HUSTLE
di David O. Russell
USA, 2013, 129′
Martedì 7/Tuesday 7
21:00 / 9:00 pm
Astra/Dal Mastro
Fertig Fellows,
Dacché il Natale 2013 mi ha portato a Berlino ― ormai ho preso questa sanissima abitudine, “Un Christmas, Una Capitale” ― ora vi c(r)uccate questo Lied, questo canto in onore della città di cui non sapevo nulla, a parte i ragazzi dello Zoo, il cielo sopra (quello del film e dei Mondiali 2006) e qualcosina d’altro. 🙂 In tanti mi avevano avvertito. “È molto fruneriana”… E sì, concordo coi tanti, lo è, come New York (lo sapete). E non ne abbia a male, la mia Big juicy Apple, eh. Lei è sempre la mia. Se un’anima avesse una topografia, la mia ricalcherebbe senz’altro le streets e le avenues che la grigliano come un Mondrian.
Aber Berlin est ganz wunderbar! Nel senso proprio che è una wunderkammer, ma senza pretese, senza sciccherie e schicchismi. È berlina berlina (dai questa dovevo dirla!). E’ easy, ha quelle caratteristiche da capitale giovane, abitata da giovani e in cui gli anziani tuttavia non mancano, e sembrano adattarsi alla grande con loro. Non c’è dramma generazionale. Quello che c’è, invece, è questa interconvivenza non problematica ma critica di passato e presente. Pensate, una città in cui ieri e oggi confabulano in continuazione… e voi state lì a origliare..mica succede dappertutto!
Per esempio il Reichstag stile Impero si porta in testa una cloche in vetro e specchi by Norman Foster che ammicca agli edifici modernissimi circostanti. I palazzoni molto DDR intorno ad Alexander Platz non impediscono a creature architettoniche come la Neue National Galerie (Mies Van den Rohe) o il Museo di Storia Tedesca (Iao Ming Pei) di esistere e attrarre l’occhio degli arco-appassionati in altri quartieri della città. Ed è come se la memoria fosse lì, sempre ― come tutti i monumenti eretti proprio “per ricordare” ― ma senza ostacolare la città nella sua costante ricerca di evoluzione. Lo si capisce dalla quantità di graffiti che vedi per strada, i centri culturali che spuntano ovunque, in maniera più o meno autorizzata. Certi muri sono ricoperti da strati e strati di manifesti di concerti, reading, incontri, rave, party, ogni sorta di evento “altro”. Archeologia metropolitana, la chiamo io! Ti viene voglia di fare lo Schliemann del 2kk, e ricostruirne la storiografia.
E in nessuna città ho avvertito così intenso il sapore del piombo in bocca, e di abbracciare con gli occhi distese di verde, di nuovo…. Passato bellico e Sucht nach Neuem, insieme.
Devo ringraziare il Fellow Iak The Mate per le preziosissime dritte, e Davide, il Fellow Capitan Camp (mai gettato finora in Let’s Movie, wie ist das passiert??), che s’è profuso in consigli in modo che io potessi apprezzare “i volumi” più importanti della città. 🙂
Non voglio fare la Lonely Planet ― per quanto… ― ma ho raccolto un po’ di berlinerie, e ve le offro senza velleità didattiche. Ce ne sarebbero molte altre, ma le riservo all’oralità, visto che la mia penna miete un numero di vittime già sufficientemente alto.
  • Non perdetevi il Museum fur Photographie, ovvero la Helmut Newton Foundation, casa  museale che ospita degli scatti geniali di quel genio che è stato Helmut Newton. Quando ti ritrovi davanti a scatti tipo un’avvenente signora che fa il baciamano a un cardinale per pubblicizzare una marca di gioielli, oppure Jerry Hall che, nel 1974, si asciuga gli occhi con una bistecca (Lady Gaga, wer bist du?!), capisci che sei davanti a un genio. E altra particolarità: il museo si trova in zona Zoo (sì, lui quello dei ragazzi di), un’area dimessa. Entro nel museo, tempio dedicato al dio che ha immortalato bellezza e glamour attraverso un punto di vista artistico. Dopo un paio d’ore di trip estetico, esco fuori e lì di fronte, proprio di fronte, una fila di senzatetto aspettano il pasto, o qualche maglione di terza mano allo sportello della Bahnhof Mission. Non sto parlando di un altro quartiere ― West LA e Beverly Hills, Staten Insland e l’Upper East Side. Sto parlando della stessa strada… Underdogs e intelligentia posh separati da qualche metro. Das ist Berlin.
  • In quanto Moviers dovreste pianificare una gita al Museo del Cinema, area Potsdamer Platz ― sì, quella del Senator Renzo Piano, sì quella del Sony Center. Non è tutto ‘sto museo, ma lì ci sta il cilindro in cui Marlene Dietrich ha infilato i riccioli dell’“L’Angelo Azzurro”. Trovo che i memorabilia, quando il loro culto non diventa morboso, siano catalizzatori emozionali mica da poco. Fatemi sapere che ne pensate 🙂
  • Trasformatevi in runner. Come dico sempre, il running tourism è una forma di esplorazione di una città che vi permette di coprire distanze maggiori rispetto al walking, e di avere una per(cine)cezione tutta speciale dello spazio, a maggior ragione una città extralarge come Berlino. Io sono fissata, ok. Ma sentite qua. Esco a correre una mattina, sul presto, non prestissimo. Le 7. È buio ― Berlino si sveglia con calma. La porta di Brandeburgo mi apre la via a Unter Den Linden e su su fino all’Angelo d’oro ― sì sì lui, quello del cielo sopra Berlino. E il cielo Fellows, o meinemutti, il cielo… Tutte le sfumature che potete immaginare, lassù! L’oro delle pere d’ottobre, il pesca rosato, le albicocche in saldo e la brace che BBQ Caronte portava negli occhi. Un cielo a cui nessuna foto e nessuna descrizione possono rendere giustizia. E tutta questa frutta celeste specchiata sui vetri dei grattacieli e giù nei laghetti del Tiergarten. È bastato solo alzarsi un po’ prima al mattino, infilare un paio di sneakers e via. E altro “sentite qua”. L’ultima sera mi sparo la rimusicazione live di un film classico del 1927, “Berlin – Sinfonia di una grande città” di Ruttmann, un’opera considerata miliare per la cinematografia, non solo tedesca, ma mondiale. Tra l’altro una rimusicazione NON jazz e classica, ma progressiva a tratti acida che ci stava da Dio ― e Berlino è ganz speziell anche per questo sperimentalismo senza timori (potremmo noi, in Italia, osare una combinazione così? Mmm… denken wir daruber…). Insomma, esaltata dopo il cine in un contesto alternativo al limitare di Prenzlauerberg, decido di farmi una corsetta notturna ― l’ultima, prima di partire. Lo so che non approvate… Ma a volte le sorprese vanno aiutate. 😉 Raggiungo la Porta di Brandeburgo e  vedo tutt’un transennamento anomalo. Chiedo che succede alla poliziottona formato famiglia dietro il transennamento. Lei mi dice che sono i preparativi per il capodanno, e io, “Four days earlier?” ― vergognosamente in inglese dato che lì per lì non so risolvere l’indovinello “Comecavolo si dice “in anticipo” in tedesco???”. Insomma, l’eccesso di zelo teutonico nella preparazione del capodanno mi ha permesso di avere il viale Unter den Linden tuuuuutto per me, che è un po’ come avere per sé tuuuutta la Quinta Strada o Wilshire Blvd o il Grande Raccordo Anulare, se vogliamo fare i local. Sapete cosa sono 6 corsie, e dico SEI, sgombre, tutte per zigzagarci da una parte all’altra come un corridore ebbro della propria stessa e corsa, e arrivare lassù, davanti all’Angelo dorato (sì sempre lui, quello del cielo sopra)? Be’, credo che una cosa così non potrà ricapitarmi tanto facilmente…
  • I cinemini alternativi che prosperano dentro sale minuscole in centri che ricordano quelli sociali ma senza necessariamente la politica di mezzo, offrono esperienze uniche… Per la serata di Natale decido di vedere “Alois Nebel”, questo film d’animazione polacco con pedigree Cannes ad alto rischio “mattonata d’essai”, che il volantino garantisce “sottotitolato”. Perfetto, mi dico, convinta, per chi sa quale balenga ragione che i sottotitoli siano in inglese. Arrivo all’ACUD Kino che sa deliziosamente di edificio okkupato ― graffiti here and there, cortile d’ingresso ingombro di UFO (unidentified funny objects), e sala cinematografica con una trentina di posti. Mi siedo, tutta elettrizzata, e quando il film comincia, Miss IQ (io) si rende conto di trovarsi in Cermania…und man schreibt auf Deutsch! Quindi finisce che mi vedo questo film polacco sottotitolato in tedesco e faccio della serata di Natale 2013 una specie di barzelletta fantozziana. 🙂
  • Le tedesche e i tedeschi. Le tedesche hanno un indubbio potenziale. Quello stacco di gamba lì, quell’altezza, come dire, fastidiosamente alta. Però spesso hanno pure quell’andatura equina che comicizza lo spettacolo… Insomma, non è che camminate per strada e incontrate Heidi Klum, ecco ― però soffocate dei gran sorrisi, ve lo garantisco. Sul coté maschile, abbiamo dei grossi ragazzoni cresciuti a birra e kartoffeln. Scarpe grosse, jeans larghi, il tedesco è per la comodità tout cour… Insomma, non è che camminate per strada e incontrate Michael Fassbender ecco ― e quello sarebbe stato anche carino.
  • La dodicesima vertebra del busto di Nefertiti. Mai tanta sensualità fu racchiusa in un’unica vertebra, là dove il collo diventa testa (ma Playboy de ché?? Fatevi un giretto al Neues Museum, accanto al Pergamon, secondo piano, sulla destra…Eros allo stato osseo…).
  • C’è qualcosa, nel modo di esistere di questa città, che mi ricorda Toronto. Forse per via della giovinezza, o della praticità, dell’informalità, della sua natura in divenire che oggi sia chiama, in termini baumanniani, liquidità. Per via del silenzio, anche. Pur essendo una metropoli con 10 milioni e passa di abitanti dentro, ha un carattere tranquillo. Tutto scorre molto fluido, molto regolare. Se penso alla vigilia di Natale a New York, alla wilderness per le strade, la fiumana di pedoni direzionata dai cops sui marciapiedi, e prendo Berlino, i negozi chiusi alle 15, la calma tutt’intorno scandita da qualche aria natalizia in lontananza, sembrano il dottor Jekyll e il Mister Hide dell’urbanità contemporanea.

E dopo le berlinerie, che lascio con rammarico, veniamo a “Blue Jasmine”, l’ultimo Lez Muvi prima del Christmas break ― sarò breve, non temete. Va detto che i bookmakers davano la mia loneliness 4 a 1 ― spacciata. L’arrivo del Fellow Candy the Andy li ha lasciati con un palmo di naso, e ha visto esultare il Board in modo eccessivo ed eccedente, come prassi. 🙂
A Woody direi, qualche piccolo miglioramento rispetto a certi ultimi film l’hai fatto. Si riconosce che il film è tuo. E che Jasmine sei tu. Ma vedi, un conto è quando il tuo personaggio lo interpreti tu, e noi ridiamo di te con te, perché tu sei buffo e comico e hai quella naturale inguaribile tendenza a nevrotizzare tutto che è (sempre stata) irresistibile. Ma quando tu fai interpretare te stesso da un altro, per quanto quest’altro sia la bravissima Kate Blanchett, il risultato non è lo stesso. Il personaggio risulta respingente dall’inizio alla fine. Non empatizziamo con lei ― come invece facciamo sempre con te. A lei daremo una scatola di Xanax, o quattro bei ceffoni, a seconda dei momenti. Jasmine è fittizia sin dall’inizio, sin dal suo nome ― Jasmine in realtà si chiama Jeanette, e questo Woody, se permetti, è un escamotage abbastanza trito e ri-. Questa sua identità falsificata le porterà tutte le sventure che le capitano ― il marito ladro e fedifrago, la perdita del nuovo fidanzato perfetto… In quanto artefatta, Jasmine è artefice dei propri guai. Che deve fare lo spettatore? Sta lì e la guarda precipitare fino in fondo al film, finire su una panchina a farfugliare parole senza senso. Il Fellow (C)Andy ha acutamente suggerito un finale che avrebbe risollevato le sorti del film e del personaggio: un bel suicidio. E concordo con lui! Un atto autentico dopo una vita di finzione avrebbe riscattato Jasmine. Ma forse era proprio questo che Woody cercava. Mostrare un’anima persa fino in fondo, un’irreversibilità identitaria che non conosce svolte o salvezza… Jasmine smarrita nella sua falsa coscienza, completamente incapace di distinguere il reale dal suo reale.
Ho trovato troppo poco raffinato anche il taglio dei personaggi, onestamente. Grossolano, direi. Il marito affascinante e mascalzone, la sorella sempliciotta alle prese con un amore semplice ma vero insieme a un sempliciotto che la ama in modo semplice ma vero, la possibilità di Jasmine di rifarsi una vita insieme a Mister Perfection, che lei spreca reiterando un processo di rappresentazione di sé cui era ricorsa anche con il marito. Insomma sono dei grossi cubi di cemento, questi personaggi e i loro comportamenti. Neanche l’ombra di ombre…
Quindi dico a Woody, continua di questo passo, piano piano ci ritorni quello di “Match Point” e “Midnight in Paris”… Provaci ancora, Woody! 🙂

E questa settimana, alle spalle i bagordi natalizi, il sogno berlinese e la dipartita del 2013 (R.I.P.), anno di luci e sospiri, torniamo dal Mastro a vedere

AMERICAN HUSTLE
di David O. Russell

Cast stellare e sceneggiatura da sballo, mi si dice. Non possiamo mancare, Moviers. Semplicemente non.
Come vedete ricevete oggi la movie-mail perché mi sembra in tutto e per tutto domenica. E perché non resistevo fino al 5 gennaio –l’impazienza boardiana non la strappi via come l’ultima pagina del calendario 2013. Approfitto così per farvi gli auguri di buon anno. Spero che il 2014 in qualche modo ci sorprenda. Non so come, ma sì, mi auguro questo. Il sorprendimento! 🙂
Grazie Fellows, per la misericordia mariana che portate nei miei confronti. Ho fatto buon uso del Movie Maelstrom, quindi non gettatelo via –riciclatelo, semmai 😉 Il riassunto è sempre lì, subitelo, ce tocca. E i saluti, stasera, indogermanicamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

A Berlino ho visto anche l’ultima fatica dei fratelli Coen, “Inside Llewin Davis” (con i sottotitoli giusti, stavolta!). Non ve lo perdete, bitteschen, è un film che definisco melancoMico..
Musicista folk imburberito (imburberito??) dai giorni con il portafogli sempre vuoto e dalle notti dormite sui divani degli amici, Llewin è uno splendido loser, uno che non riesce, non riesce fino alla fine, e il film una critica cinica e amarissima di “come vanno le cose nel 99% dei casi quando vuoi fare strada nel mondo della musica e dell’arte e le porte non si aprono”. Dopo tutte le storie e i biopic che celebrano i successi dei protagonisti, finalmente la storia di un uomo che NON ce la fa, nonostante il talento, e la caparbietà e il “ce la metto tutta”. Ci volevano i Coen per dirlo, con quella loro dolorosa ironia che noi apprezziamo e al contempo paghiamocara ―cosa c’è di più doloroso che vedere un talento che non trova la strada per uscir fuori?
Le musiche sono da concerto, le risate non mancano. Qui applico il “soddisfatti o rimborsati”.
E lo applico anche per “I sogni segreti di Walter Mitty“, di e con Ben Stiller. E non t’immagineresti mai che Stiller ―sì lui, quello di “Zoolander” e “Tutti pazzi per Mary”― se ne potesse uscir fuori con una simile interpretazione cinematografica del mini-racconto di James Thurber, “The Secret Life of Walter Mitty” del 1939, e diventato da allora popolarissimo. Mitty è un day-dreamer che capisce che il day può essere anche migliore del dream, e può riservare sorprese be’, davvero oltre qualsiasi aspettativa… Cercate di non perdervelo. E se proprio proprio non credete a me, credete al WG Mat e al Fellow Iak The Mate 🙂
Philomena” invece, eccetto la portentosa Judie Dench a cui bisogna erigere un monumento alla sacra bravura, s’è rivelato ai miei occhi un film furbissimo, che vincerà sicuramente un numero eccessivo di Oscar… Lacrima facile, utilizzo finemente gestito dell’innocenza di Philomena, impianto melodrammatico tanto più drammatico perché tratto da una storia vera…Ma se togliete la sacra bravura, non rimane molto altro, temo… 🙁

AMERICAN HUSTLE: Ambientato nel seducente mondo di uno dei più sbalorditivi scandali che hanno scosso gli Stati Uniti, American Hustle racconta la storia di un brillante impostore, Irving Rosenfeld (Christian Bale), che, insieme alla sua scaltra amante Sydney Prosser (Amy Adams), viene obbligato a lavorare per un agente dell’FBI fuori controllo, Richie DiMaso (Bradley Cooper). DiMaso li catapulta in un mondo di faccendieri, intermediari del potere, mafiosi… un mondo tanto pericoloso quanto affascinante. Jeremy Renner è Carmine Polito, un volubile e influenzabile politico del New Jersey, stretto tra la morsa dei truffatori e dei federali, mentre l’imprevedibile moglie di Irving, Rosalyn (Jennifer Lawrence), potrebbe essere l’elemento che farà crollare il castello di finzioni.

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