Let’s Movie CXCIV – AMERICAN HUSTLE

Let’s Movie CXCIV – AMERICAN HUSTLE
AMERICAN HUSTLE
di David O. Russell
USA, 2013, 129′
Martedì 7/Tuesday 7
21:00 / 9:00 pm
Astra/Dal Mastro
Fertig Fellows,
Dacché il Natale 2013 mi ha portato a Berlino ― ormai ho preso questa sanissima abitudine, “Un Christmas, Una Capitale” ― ora vi c(r)uccate questo Lied, questo canto in onore della città di cui non sapevo nulla, a parte i ragazzi dello Zoo, il cielo sopra (quello del film e dei Mondiali 2006) e qualcosina d’altro. 🙂 In tanti mi avevano avvertito. “È molto fruneriana”… E sì, concordo coi tanti, lo è, come New York (lo sapete). E non ne abbia a male, la mia Big juicy Apple, eh. Lei è sempre la mia. Se un’anima avesse una topografia, la mia ricalcherebbe senz’altro le streets e le avenues che la grigliano come un Mondrian.
Aber Berlin est ganz wunderbar! Nel senso proprio che è una wunderkammer, ma senza pretese, senza sciccherie e schicchismi. È berlina berlina (dai questa dovevo dirla!). E’ easy, ha quelle caratteristiche da capitale giovane, abitata da giovani e in cui gli anziani tuttavia non mancano, e sembrano adattarsi alla grande con loro. Non c’è dramma generazionale. Quello che c’è, invece, è questa interconvivenza non problematica ma critica di passato e presente. Pensate, una città in cui ieri e oggi confabulano in continuazione… e voi state lì a origliare..mica succede dappertutto!
Per esempio il Reichstag stile Impero si porta in testa una cloche in vetro e specchi by Norman Foster che ammicca agli edifici modernissimi circostanti. I palazzoni molto DDR intorno ad Alexander Platz non impediscono a creature architettoniche come la Neue National Galerie (Mies Van den Rohe) o il Museo di Storia Tedesca (Iao Ming Pei) di esistere e attrarre l’occhio degli arco-appassionati in altri quartieri della città. Ed è come se la memoria fosse lì, sempre ― come tutti i monumenti eretti proprio “per ricordare” ― ma senza ostacolare la città nella sua costante ricerca di evoluzione. Lo si capisce dalla quantità di graffiti che vedi per strada, i centri culturali che spuntano ovunque, in maniera più o meno autorizzata. Certi muri sono ricoperti da strati e strati di manifesti di concerti, reading, incontri, rave, party, ogni sorta di evento “altro”. Archeologia metropolitana, la chiamo io! Ti viene voglia di fare lo Schliemann del 2kk, e ricostruirne la storiografia.
E in nessuna città ho avvertito così intenso il sapore del piombo in bocca, e di abbracciare con gli occhi distese di verde, di nuovo…. Passato bellico e Sucht nach Neuem, insieme.
Devo ringraziare il Fellow Iak The Mate per le preziosissime dritte, e Davide, il Fellow Capitan Camp (mai gettato finora in Let’s Movie, wie ist das passiert??), che s’è profuso in consigli in modo che io potessi apprezzare “i volumi” più importanti della città. 🙂
Non voglio fare la Lonely Planet ― per quanto… ― ma ho raccolto un po’ di berlinerie, e ve le offro senza velleità didattiche. Ce ne sarebbero molte altre, ma le riservo all’oralità, visto che la mia penna miete un numero di vittime già sufficientemente alto.
  • Non perdetevi il Museum fur Photographie, ovvero la Helmut Newton Foundation, casa  museale che ospita degli scatti geniali di quel genio che è stato Helmut Newton. Quando ti ritrovi davanti a scatti tipo un’avvenente signora che fa il baciamano a un cardinale per pubblicizzare una marca di gioielli, oppure Jerry Hall che, nel 1974, si asciuga gli occhi con una bistecca (Lady Gaga, wer bist du?!), capisci che sei davanti a un genio. E altra particolarità: il museo si trova in zona Zoo (sì, lui quello dei ragazzi di), un’area dimessa. Entro nel museo, tempio dedicato al dio che ha immortalato bellezza e glamour attraverso un punto di vista artistico. Dopo un paio d’ore di trip estetico, esco fuori e lì di fronte, proprio di fronte, una fila di senzatetto aspettano il pasto, o qualche maglione di terza mano allo sportello della Bahnhof Mission. Non sto parlando di un altro quartiere ― West LA e Beverly Hills, Staten Insland e l’Upper East Side. Sto parlando della stessa strada… Underdogs e intelligentia posh separati da qualche metro. Das ist Berlin.
  • In quanto Moviers dovreste pianificare una gita al Museo del Cinema, area Potsdamer Platz ― sì, quella del Senator Renzo Piano, sì quella del Sony Center. Non è tutto ‘sto museo, ma lì ci sta il cilindro in cui Marlene Dietrich ha infilato i riccioli dell’“L’Angelo Azzurro”. Trovo che i memorabilia, quando il loro culto non diventa morboso, siano catalizzatori emozionali mica da poco. Fatemi sapere che ne pensate 🙂
  • Trasformatevi in runner. Come dico sempre, il running tourism è una forma di esplorazione di una città che vi permette di coprire distanze maggiori rispetto al walking, e di avere una per(cine)cezione tutta speciale dello spazio, a maggior ragione una città extralarge come Berlino. Io sono fissata, ok. Ma sentite qua. Esco a correre una mattina, sul presto, non prestissimo. Le 7. È buio ― Berlino si sveglia con calma. La porta di Brandeburgo mi apre la via a Unter Den Linden e su su fino all’Angelo d’oro ― sì sì lui, quello del cielo sopra Berlino. E il cielo Fellows, o meinemutti, il cielo… Tutte le sfumature che potete immaginare, lassù! L’oro delle pere d’ottobre, il pesca rosato, le albicocche in saldo e la brace che BBQ Caronte portava negli occhi. Un cielo a cui nessuna foto e nessuna descrizione possono rendere giustizia. E tutta questa frutta celeste specchiata sui vetri dei grattacieli e giù nei laghetti del Tiergarten. È bastato solo alzarsi un po’ prima al mattino, infilare un paio di sneakers e via. E altro “sentite qua”. L’ultima sera mi sparo la rimusicazione live di un film classico del 1927, “Berlin – Sinfonia di una grande città” di Ruttmann, un’opera considerata miliare per la cinematografia, non solo tedesca, ma mondiale. Tra l’altro una rimusicazione NON jazz e classica, ma progressiva a tratti acida che ci stava da Dio ― e Berlino è ganz speziell anche per questo sperimentalismo senza timori (potremmo noi, in Italia, osare una combinazione così? Mmm… denken wir daruber…). Insomma, esaltata dopo il cine in un contesto alternativo al limitare di Prenzlauerberg, decido di farmi una corsetta notturna ― l’ultima, prima di partire. Lo so che non approvate… Ma a volte le sorprese vanno aiutate. 😉 Raggiungo la Porta di Brandeburgo e  vedo tutt’un transennamento anomalo. Chiedo che succede alla poliziottona formato famiglia dietro il transennamento. Lei mi dice che sono i preparativi per il capodanno, e io, “Four days earlier?” ― vergognosamente in inglese dato che lì per lì non so risolvere l’indovinello “Comecavolo si dice “in anticipo” in tedesco???”. Insomma, l’eccesso di zelo teutonico nella preparazione del capodanno mi ha permesso di avere il viale Unter den Linden tuuuuutto per me, che è un po’ come avere per sé tuuuutta la Quinta Strada o Wilshire Blvd o il Grande Raccordo Anulare, se vogliamo fare i local. Sapete cosa sono 6 corsie, e dico SEI, sgombre, tutte per zigzagarci da una parte all’altra come un corridore ebbro della propria stessa e corsa, e arrivare lassù, davanti all’Angelo dorato (sì sempre lui, quello del cielo sopra)? Be’, credo che una cosa così non potrà ricapitarmi tanto facilmente…
  • I cinemini alternativi che prosperano dentro sale minuscole in centri che ricordano quelli sociali ma senza necessariamente la politica di mezzo, offrono esperienze uniche… Per la serata di Natale decido di vedere “Alois Nebel”, questo film d’animazione polacco con pedigree Cannes ad alto rischio “mattonata d’essai”, che il volantino garantisce “sottotitolato”. Perfetto, mi dico, convinta, per chi sa quale balenga ragione che i sottotitoli siano in inglese. Arrivo all’ACUD Kino che sa deliziosamente di edificio okkupato ― graffiti here and there, cortile d’ingresso ingombro di UFO (unidentified funny objects), e sala cinematografica con una trentina di posti. Mi siedo, tutta elettrizzata, e quando il film comincia, Miss IQ (io) si rende conto di trovarsi in Cermania…und man schreibt auf Deutsch! Quindi finisce che mi vedo questo film polacco sottotitolato in tedesco e faccio della serata di Natale 2013 una specie di barzelletta fantozziana. 🙂
  • Le tedesche e i tedeschi. Le tedesche hanno un indubbio potenziale. Quello stacco di gamba lì, quell’altezza, come dire, fastidiosamente alta. Però spesso hanno pure quell’andatura equina che comicizza lo spettacolo… Insomma, non è che camminate per strada e incontrate Heidi Klum, ecco ― però soffocate dei gran sorrisi, ve lo garantisco. Sul coté maschile, abbiamo dei grossi ragazzoni cresciuti a birra e kartoffeln. Scarpe grosse, jeans larghi, il tedesco è per la comodità tout cour… Insomma, non è che camminate per strada e incontrate Michael Fassbender ecco ― e quello sarebbe stato anche carino.
  • La dodicesima vertebra del busto di Nefertiti. Mai tanta sensualità fu racchiusa in un’unica vertebra, là dove il collo diventa testa (ma Playboy de ché?? Fatevi un giretto al Neues Museum, accanto al Pergamon, secondo piano, sulla destra…Eros allo stato osseo…).
  • C’è qualcosa, nel modo di esistere di questa città, che mi ricorda Toronto. Forse per via della giovinezza, o della praticità, dell’informalità, della sua natura in divenire che oggi sia chiama, in termini baumanniani, liquidità. Per via del silenzio, anche. Pur essendo una metropoli con 10 milioni e passa di abitanti dentro, ha un carattere tranquillo. Tutto scorre molto fluido, molto regolare. Se penso alla vigilia di Natale a New York, alla wilderness per le strade, la fiumana di pedoni direzionata dai cops sui marciapiedi, e prendo Berlino, i negozi chiusi alle 15, la calma tutt’intorno scandita da qualche aria natalizia in lontananza, sembrano il dottor Jekyll e il Mister Hide dell’urbanità contemporanea.

E dopo le berlinerie, che lascio con rammarico, veniamo a “Blue Jasmine”, l’ultimo Lez Muvi prima del Christmas break ― sarò breve, non temete. Va detto che i bookmakers davano la mia loneliness 4 a 1 ― spacciata. L’arrivo del Fellow Candy the Andy li ha lasciati con un palmo di naso, e ha visto esultare il Board in modo eccessivo ed eccedente, come prassi. 🙂
A Woody direi, qualche piccolo miglioramento rispetto a certi ultimi film l’hai fatto. Si riconosce che il film è tuo. E che Jasmine sei tu. Ma vedi, un conto è quando il tuo personaggio lo interpreti tu, e noi ridiamo di te con te, perché tu sei buffo e comico e hai quella naturale inguaribile tendenza a nevrotizzare tutto che è (sempre stata) irresistibile. Ma quando tu fai interpretare te stesso da un altro, per quanto quest’altro sia la bravissima Kate Blanchett, il risultato non è lo stesso. Il personaggio risulta respingente dall’inizio alla fine. Non empatizziamo con lei ― come invece facciamo sempre con te. A lei daremo una scatola di Xanax, o quattro bei ceffoni, a seconda dei momenti. Jasmine è fittizia sin dall’inizio, sin dal suo nome ― Jasmine in realtà si chiama Jeanette, e questo Woody, se permetti, è un escamotage abbastanza trito e ri-. Questa sua identità falsificata le porterà tutte le sventure che le capitano ― il marito ladro e fedifrago, la perdita del nuovo fidanzato perfetto… In quanto artefatta, Jasmine è artefice dei propri guai. Che deve fare lo spettatore? Sta lì e la guarda precipitare fino in fondo al film, finire su una panchina a farfugliare parole senza senso. Il Fellow (C)Andy ha acutamente suggerito un finale che avrebbe risollevato le sorti del film e del personaggio: un bel suicidio. E concordo con lui! Un atto autentico dopo una vita di finzione avrebbe riscattato Jasmine. Ma forse era proprio questo che Woody cercava. Mostrare un’anima persa fino in fondo, un’irreversibilità identitaria che non conosce svolte o salvezza… Jasmine smarrita nella sua falsa coscienza, completamente incapace di distinguere il reale dal suo reale.
Ho trovato troppo poco raffinato anche il taglio dei personaggi, onestamente. Grossolano, direi. Il marito affascinante e mascalzone, la sorella sempliciotta alle prese con un amore semplice ma vero insieme a un sempliciotto che la ama in modo semplice ma vero, la possibilità di Jasmine di rifarsi una vita insieme a Mister Perfection, che lei spreca reiterando un processo di rappresentazione di sé cui era ricorsa anche con il marito. Insomma sono dei grossi cubi di cemento, questi personaggi e i loro comportamenti. Neanche l’ombra di ombre…
Quindi dico a Woody, continua di questo passo, piano piano ci ritorni quello di “Match Point” e “Midnight in Paris”… Provaci ancora, Woody! 🙂

E questa settimana, alle spalle i bagordi natalizi, il sogno berlinese e la dipartita del 2013 (R.I.P.), anno di luci e sospiri, torniamo dal Mastro a vedere

AMERICAN HUSTLE
di David O. Russell

Cast stellare e sceneggiatura da sballo, mi si dice. Non possiamo mancare, Moviers. Semplicemente non.
Come vedete ricevete oggi la movie-mail perché mi sembra in tutto e per tutto domenica. E perché non resistevo fino al 5 gennaio –l’impazienza boardiana non la strappi via come l’ultima pagina del calendario 2013. Approfitto così per farvi gli auguri di buon anno. Spero che il 2014 in qualche modo ci sorprenda. Non so come, ma sì, mi auguro questo. Il sorprendimento! 🙂
Grazie Fellows, per la misericordia mariana che portate nei miei confronti. Ho fatto buon uso del Movie Maelstrom, quindi non gettatelo via –riciclatelo, semmai 😉 Il riassunto è sempre lì, subitelo, ce tocca. E i saluti, stasera, indogermanicamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

A Berlino ho visto anche l’ultima fatica dei fratelli Coen, “Inside Llewin Davis” (con i sottotitoli giusti, stavolta!). Non ve lo perdete, bitteschen, è un film che definisco melancoMico..
Musicista folk imburberito (imburberito??) dai giorni con il portafogli sempre vuoto e dalle notti dormite sui divani degli amici, Llewin è uno splendido loser, uno che non riesce, non riesce fino alla fine, e il film una critica cinica e amarissima di “come vanno le cose nel 99% dei casi quando vuoi fare strada nel mondo della musica e dell’arte e le porte non si aprono”. Dopo tutte le storie e i biopic che celebrano i successi dei protagonisti, finalmente la storia di un uomo che NON ce la fa, nonostante il talento, e la caparbietà e il “ce la metto tutta”. Ci volevano i Coen per dirlo, con quella loro dolorosa ironia che noi apprezziamo e al contempo paghiamocara ―cosa c’è di più doloroso che vedere un talento che non trova la strada per uscir fuori?
Le musiche sono da concerto, le risate non mancano. Qui applico il “soddisfatti o rimborsati”.
E lo applico anche per “I sogni segreti di Walter Mitty“, di e con Ben Stiller. E non t’immagineresti mai che Stiller ―sì lui, quello di “Zoolander” e “Tutti pazzi per Mary”― se ne potesse uscir fuori con una simile interpretazione cinematografica del mini-racconto di James Thurber, “The Secret Life of Walter Mitty” del 1939, e diventato da allora popolarissimo. Mitty è un day-dreamer che capisce che il day può essere anche migliore del dream, e può riservare sorprese be’, davvero oltre qualsiasi aspettativa… Cercate di non perdervelo. E se proprio proprio non credete a me, credete al WG Mat e al Fellow Iak The Mate 🙂
Philomena” invece, eccetto la portentosa Judie Dench a cui bisogna erigere un monumento alla sacra bravura, s’è rivelato ai miei occhi un film furbissimo, che vincerà sicuramente un numero eccessivo di Oscar… Lacrima facile, utilizzo finemente gestito dell’innocenza di Philomena, impianto melodrammatico tanto più drammatico perché tratto da una storia vera…Ma se togliete la sacra bravura, non rimane molto altro, temo… 🙁

AMERICAN HUSTLE: Ambientato nel seducente mondo di uno dei più sbalorditivi scandali che hanno scosso gli Stati Uniti, American Hustle racconta la storia di un brillante impostore, Irving Rosenfeld (Christian Bale), che, insieme alla sua scaltra amante Sydney Prosser (Amy Adams), viene obbligato a lavorare per un agente dell’FBI fuori controllo, Richie DiMaso (Bradley Cooper). DiMaso li catapulta in un mondo di faccendieri, intermediari del potere, mafiosi… un mondo tanto pericoloso quanto affascinante. Jeremy Renner è Carmine Polito, un volubile e influenzabile politico del New Jersey, stretto tra la morsa dei truffatori e dei federali, mentre l’imprevedibile moglie di Irving, Rosalyn (Jennifer Lawrence), potrebbe essere l’elemento che farà crollare il castello di finzioni.

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