Let’s Movie CXCV – NINOTCHKA

Let’s Movie CXCV – NINOTCHKA

NINOTCHKA
di Ernst Lubitch
USA, 1939, 110′
Lunedì 13/Monday 13
20:00 / 8:00 pm
Astra/Dal Mastro
In versione restaurata
e lingua originale sottotitolata!

 

Fotosintesi Fellas,

Quello che sfila sulle passerelle e sulle copertine di Vogue può lasciarci totalmente indifferenti. Possiamo vestire in tuta, rimanere radicati negli anni ‘80 abbinando montgomery a spalle larghe a fuseaux ghettati dentro tacchi stiletto, oppure preferire i ‘90 e montare dei jeans a vita altissima sopra canottine panciafuori e vaporizzarci un ciuffo elvis che manco elvis. Possiamo sbattercene altamente, convincerci che quelli che vestiamo sono soltanto degli strumenti con delle funzioni: niental’tro che regolatori di temperatura portatili ―mai visti i vestiti in questi termini? Gran spunti la fisica termodinamica eh. 😉 Possiamo davvero credere di essere completamente indifferenti a quello che peschiamo la mattina nell’armadio, alzare tanto di nasino alla franscese e dirsci “chissenefregà del vestitò che mettò”, dichiarandoci completamente immuni dalla lex apparitionis (non temete, è latino da maccheroni), e completamente affrancati dall’assunto dell’abito-ergo-sum. Possiamo fare tutto questo, Fellows. Ma non possiamo negare l’archivio storico-culturale che un abito diventa quando da “current” passa a “vintage” registrando “quel” periodo. Non possiamo fingere che l’effetto madeleine non esista per gli abiti. Perché quando vedete un jeans trapuntato (mammamia, il jeans trapuntato), o una longuette a vita alta, o un bustier betty-boop, vi vengono in mente in un lampo periodi e personaggi, contesti e condizioni. I vestiti frangiati delle flapper degli anni ruggenti ruggiscono la loro politica tanto quanto una loro protesta femminista, e le gonne zingare in cui Brigitte Bardot svagabondava (c’è stata un’attrice più sublimamente vaga, svagata e vagabonda di lei??) scrivono una nuova figura femminile che se ne sbatteva dell’attillato e conquistava con il potere incantatorio dell’allusione. E ancora il Borsalino bogartiano pre Second World War è effettivamente LA Second World War. Tutto questo è storia tanto quanto le Cinque Giornate di Milano (terzo liceo? Sì).
E voi adesso potrete sbuffare, seeeee adesso fai di tutta l’hermès un fascio… 🙂 No no, niente generalizzazioni. Parto da qui dalla rivalutazione dell’abbigliarsi perché nell’abito c’è ben più di quello che immaginiamo. Ci siamo noi, la nostra società, il nostro tempo. C’è la necessità di conformarci, o di ribellarci. C’è il modo in cui affrontiamo il mondo, easy&relaxed in una t-shirt extra-large, o trincerati dietro un pastrano gulag, o armate fino ai denti in un tubino vado-e-conquisto-il-mondo. E c’è l’arte che esprimiamo così, con un velo di seta trovato in un negozietto a Chelsea, o una sciarpa tricot che ti ricorda il lungosenna. Voi che mi conoscete sapete che sono particolarmente sensibile all’estetizzazione del mondo ―che tradotta vuol dire, allo shopping. Del resto qualcuno ha detto che scriviamo noi stessi ogni cambio abito**.
Ma Board ma di che farnetichi?? Arriva al punto! Fotosintetizzati. Arrivo arrivo, mi fotosintetizzo. Il fatto è che “American Hustle”, con quei costumi anni ’70 da stordirci tutti come una nuvola di Napalm comunica attraverso il codice estetico tanto quanto attraverso i dialoghi (per altro ben scritti). I vestiti che vedete sullo schermo, le pellice esagerate, i papillons giganti, e soprattutto primaditutto gli slit stratosferici incisi negli abiti indossati da Amy Adams, fanno il film. C’è un sacco d’altra roba ―abilità registica, suspense, storia vera, colonna sonora da correre a comprare il cd― ma c’è tanto tantissimo apparire. E cari mie Fellows, non è fortuito. Il film racconta uno dei casi di truffa più eclattanti della storia americana contemporanea post Watergate, l’Abscam. “L’apparenza inganna” è il banal-proverbiale sottotitolo al titolo, ma sarebbe riduttivo semplificare il film in un “you cannot tell the book by its cover (così impariamo tutti come si dice “l’abito non fa il monaco” in English, lesson number three :-)). I protagonisti costruiscono le loro identità a seconda della situazione in cui si trovano a operare, recitano uno show in base all’interlocutore che hanno davanti. E gli attori sono stra-or-di-na-ri. A cominciare da Christian Bale, che ha accettato di cancellare il poema in addominali che aveva vergato sull’addome ―altroché settenari― per sostituirlo con un ode homeriana alla trippa. Per proseguire con Bradley Cooper, l’agente dell’FBI che crede di far crollare la malavita organizzata americana, mentre quello che crolla, e rovinosamente, è lui ―è demenziale, anzi, demente, questo personaggio: oscilla fra momenti Tony Manero e il piccolo di mammà coi bigodini in testa (e i bigodini sono sulla testa di lui, non di mammà!). E seguire ancora con Jennifer Lawrence che forse è il VERO personaggio del film. Vero perché la sua autenticità spicca sugli altri (che son tutti dei fakers) e perché è veramente eccessiva, senza freni e filtri, una scheggia impazzita (il WG Mat non dica nulla :-)), ignorante/ingenua/ svampa, e questo cocktail esplosivo farà effettivamente saltare i piani di tutti.
Per quanto riguarda Amy Adams, fatemi tornare un attimo al concetto di “slit”, per il quale ho perso la testa. Lo slit è quel miracolo di scollo a V che si tatua la Adams ogni volta che indossa un vestito. Guardatela sulla locandina, se confidate nelle vostre coronarie. Ecco questa magica V rivive su di lei in tutti gli abiti del film ―come se indossasse sempre lo stesso, tipo Puffetta. Ora, e ho l’Anarcozumi, la Fellow Francesca-ae.f. e il WG Mat per testimoni, io ho doverosamente PROCLASTRILLATO lo slit “trend primavera-estate-autunno-inverne-e-ancora-primavera” per i prossimi anni a venire, ed esorto tutte le Moviers là fuori ad aprirsi delle autostrade sul petto attraverso delle Vertiginosissime V che le renderanno tutte delle femmes da paura e delirio e non solo a Vegas. Come dite? Io non posso parlare perché per parlare bisogna avercelo, un petto, e io sarei il Board non per motivi manageriali ma per ovvie somiglianze strutturali con il compensato???

Be’…
…in effetti…
Doh.
🙁
COMUNQUE…. Trovo abbastanza difficile descrivere il film: è come se scorresse via su un carrello di eventi, balle e contro balle, che si concatenano l’una all’altra e portano a un finale che su di me ha avuto l’effetto colpo di scena. Ma vi confesso di essere una delle massime rappresentanti viventi di fessa-da-fregare. Una delle massime rappresentanti viventi di nun-me-freghi-mancopegniente, invece, è l’Anarcozumi, che non solo ha capito dove sarebbe andato a parare il film già al quarto minuto, ma si è pure proposta di rimettere mano al montaggio ―nel 2015 il film uscirà nella versione “Anarco’s cut”. 🙂 Le do ragione, sulla lunghezza. La seconda parte risulta un po’ troppo trascinata e rischia di allentare la tensione dello spettatore. Ma nell’insieme “American Hustle” è benfatto, illumina una zona storica rimasta in ombra (almeno per i non-americani che non masticano molto di Abscam) così come aveva fatto “Argo”. La differenza tra i due? “Argo” sceglie la chiave del realismo, “American Hustle” quella del grottesco, a tratti farsesco. Entrambi sono validissimi, dipende un po’ dal mood in cui siete. E a tratti il film di Russell mi ha ricordato “Donnie Brasko”, sia per il ruolo dell’infiltrato, sia per l’apologia del grigio: “Perché non esistono solo il bianco e il nero, esiste anche il grigio con tutte le sue sfumature” ―ma non 50, per carità.
A parte tutto il discorso che potremo costruire sulla verità e sulla menzoagna, su chi è il farabutto e chi il santo, concludendo che c’è un po’ di uno e dell’altro in ognuno di noi, c’è una scena di “American Huslte” che mi rimarrà impressa ―oltre allo slit, s’intende. La scena che meglio rende l’innamoramento di Irving (Christopher Bale) e Sidney (Amy Adams): loro due all’interno di un tornello automatico per lavanderie, gli abiti incellofanati che ruotano tutt’intorno, loro due persi nei reciprochi occhi… Lei bellissima, lui improponibile con quel riporto, quella pancia…ma il risultato del contrasto risulta d’una tenerezza, d’una dolcezza, che solo vedendo potrete capire.
Insomma a parte gli intenti taglia-e-cuci della Zu, il film ha molto divertito tutti, la Fellow Francesca-ae.f. di gusto. E le coronarie del WG Mat hanno retto. 🙂
Questa settimana si torna a classicheggiare…

NINOTCHKA

di Ernst Lubitch

Dico solo Gretagarbo. Non serve aggiungere altro. 😉
Però vi prego, cercate di venire: il Mastro non fa che burlarsi della mia inettitudine nel portare Movier al cinema! Io dico “pochi ma buoni, Mastro”, ma non posso mica ripetere la stessa solfa ogni volta. Datemi una mano a smentirlo!

Prima di lasciarvi, vorrei dare il benvenuto a Silvia, che ribattezzo Fellow Silvista ― reclutata grazie alla nostra Fellow Lover Killer 🙂 ― una Silvia stilista che di fashion se ne intende ― all’interno dell’Interno 11, il suo negozio in centro Trentoville, taglia&cuce meglio della Zu! 🙂

E anche per quest’oggi, Moviers, è tutto. Non ignorate il Movie Maelstrom. Vi farà ballare… 😉 Ignorate pure il riassunto invece. E coltivate questi saluti, clorofilmicamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

** Quel qualcuno c’est moi… 🙂

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Vi dicevo della colonna sonora di “American Hustle” ― si vagheggia una festa anarcozumiana intitolata “American Hustle” in cui ci si vestirà a tema, ballando a tema… 😉
Questa è per farvi esaltare un po’ http://www.youtube.com/watch?v=IGj_CmGs61c
Questa è per farvi dire “Ah sì la so!” http://www.youtube.com/watch?v=zSAJ0l4OBHM
Questa per farvi vedere quant’è brava e pazza quella pazza della Lawrence  http://www.youtube.com/watch?v=sk8CMTTDci0
E questa è per farvi scatenare un po’. http://www.youtube.com/watch?v=H7r83-y3j2A
Now.

NINOTCHKA: Mandata in missione a Parigi per controllare l’operato di tre agenti sovietici, una rigida commissaria comunista russa si scioglie per i begli occhi di un seduttore aristocratico e per amore di un bel cappellino. “Garbo laughs!” (“La Garbo ride!”) fu lo slogan con cui fu lanciato il ventitreesimo film dell’attrice, scritto da Charles Brackett, Billy Wilder e Walter Reisch.

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