Posts made in febbraio, 2014

LET’S MOVIE CXCXI – 12 ANNI SCHIAVO

LET’S MOVIE CXCXI – 12 ANNI SCHIAVO

12 ANNI SCHIAVO
di Steve McQueen (no non quello, l’altro ;-))
USA, 2014, 133′
Lunedì 24/Monday 24
Ore 21:00/ 9:00 pm
Astra/ Dal Mastro

Flag Fellows,

Comincia lì, dall’inizio, da una bandiera nazista sventolante in un’Europa posticcia, la fine di “Momuments Men”. Siamo al terzo minuto, forse addirittura al secondo, e non è nemmeno il film, ma il prologo prima dei titoli di testa del film! E ho già la preview delle due ore che mi attendono. 🙁 Avessi guardato il trailer, forse mi/ci sarei risparmiata il supplizio. Ma ho quest’abitudine di vietarmi i trailer per l’ansia da spoiler, quindi è giusto che sia stata un po’ Werther, e ne abbia patito i dolori.
Certo non avrebbero dovuto patirli i mie due cavallieri lezmuviani nuovinuovi, il Fellow Felix e il Fellow Onassis Jr, che mi aspettavano già in sala, un po’ preoccupati, non vedendomi arrivare. Io nel frattempo, dopo aver salutato la Fellow Vanilla che bravinabravina recuperava “Smetto quando voglio” in Sala 2, oziavo immersa nell’anticamera dello smell(y), e stendevo un piano tutto mentale sulla prossima strategia da adottare per arginare l’assenteismo lezmuviano, giacché il cambio-giorno, a quanto vedevo, non funzionava.
Invece il Fellow Onassis Jr mi è sbucato incontro dalla Sala 3, il Fellow Felix di guardia dentro, e così vien fuori che il cambio-giorno eccome se ha funzionato! 🙂 E io ho promesso di stender loro lodi a tappeto ―e pure un tappeto a Lodi― pur riportandoli alla realtà. Abituati agli 8 Moviers che avevamo totalizzato a “Nebraska”, mi hanno chiesto, con un candore da Songs of Innocence, “e gli altri?”. Io, che sono ormai da Songs of Experience, ho sospircantato, Eh gli altri siamo noi…
Il vessillo svasticato con cui ho aperto lassopra sembrava appena uscito dalla lavatrice. E tutto nel film, tutto credetemi, ha quell’alone di pulito da bucato steso nei campi di segale del Maryland (ma nel Maryland ci sta la segale? Ma poi perché la segale?? Ma poi perché il Maryland??). Le macerie della seconda guerra mondiale, i sacchi di sabbia, le barelle con sopra i feriti, il sangue dei feriti, le uniformi degli ufficiali, le casse delle opere, le opere nelle casse ―serve che continui?― tutto con quell’aspetto da Studios che nuoce gravemente alla credibilità del film.
Anche in questo caso, come in innumerevoli altri (ormai mi conoscete), mi son fatta fregare. Uno guarda i pregressi, “Le idi di marzo”, “Good Night and Good Luck”, e non gli viene da pensare che “Monuments Men” sia una specie di “The Patriot” sotto mentite spoglie. Che sia l’ennesimo prodotto propaganda confezionato per spacciare la storia per un libro di fiabe e propinarlo allo spettatore che, se ingenuo o imberbe, se la beve. Non pensi che anche Clooney cada in tentazione, si lasci trasportare dal delirio di esaltazione USA e si ritrovi a fare uno spot su quanto siano stati fighi/forti/furbi i suoi connazionali, che hanno salvato la storia dell’arte dalle mani del male per metterla nelle mani delle generazioni future….
Leggere la Storia come se fosse una storiella è certo una prerogativa che il cinema può scegliere, ma ovviamente rischiando di ridurla, in corso d’opera, ad una avventuretta da uomini straordinari o cavallieri che fecero l’impresa (nessun paragone al gran film di Olmi, ovviamente, giusto un esempio di come un titolo di film possa rientrare nel parlato d’un Board). E forse ha davvero ragione il Fellow Felix quando, nel tentativo di trovare una possibile spiegazione che giustifichi il tristo (o??) spettacolo cui siamo stati sottoposti, cerca d’individuare il presunto obbiettivo che potrebbe essersi posto Clooney. Ovvero quello di rendere nota una vicenda che altrimenti sarebbe passata sotto silenzio: la missione  etica/epica, (naturalmente rocambolesca, naturalmente avventurosa, poteva essere altrimenti?) compiuta da un gruppo di appassionati yankee che riescono a salvare migliaia di capolavori artistici dalle grinfie dei Nazisti per restituirle al mondo ― mi sembra di grandeggiare io stessa, anche solo riportandola, questa impresa. Se l’obbiettivo era quello, i.e. portare luce su una storia verosimilente in ombra, allora perché non fare un’operazione alla “Good Night and Good Luck”, anche quello basato su un pezzo di storia vera? Perché abusare di eroismo e retorica in con esiti così penosi per lo spettatore?
Non so nemmeno descrivere il grondare della retorica di certi interventi fuori campo di Clooney, tipo, “Puoi sterminare una generazione di persone, radere al suolo le loro case, troveranno una via di ritorno. Ma se distruggi i loro conseguimenti, e la loro storia, è come se non fossero mai esistite, solo ceneri, che galleggiano. Quello che vuole Hitler, ed è la sola cosa che non possiamo permettergli” (Sì, mi sono presa la briga di cercarlo online, per motivarvi la nausea). E guardate neanche a farlo apposta… Il punto di massima esaltazione americo-egoica arriva quando questi magnifici sette, tutti talmente tanto politicorrettamente-ipocritamente imperfetti da risultare sgradevolmente-inverosimilmente perfetti, arrivano un istante prima (maddai?!?) dei russi a una miniera in cui erano nascoste bizzeffe di opere d’arte, e, a spregio e a firma, lasciano appesa lì fuori dall’ingresso della miniera, un’enorme bandiera (eccola che ritorna) a stelle e strisce…Immaginatevi una concatenazione di scene così, e aggiungete:

– una colonna sonora che alterna arie eroiche da umiliare valchirie e Wagner, e dei gingle alla Tom&Jerry quando il regista sentiva la necessità di stemperare la tensione drammatica (inesistente) con momenti di humour. Senza dimenticare la CREDIBILISSIMA performance della figlia di uno dei magnifici sette che, per augurare buon Natale al padre momentaneamente in Europa a salvare il destino della storia dell’arte, gli incide un disco con “Have yourself a merry little Christmas”, con una voce tra Adèle e Alicia Keys; e naturlamente uno dei magnifici sette farà risuonare questa CREDIBILISSIMA interpretazione per tutto l’accampamento… Certo vogliamo non strappare quella lacrimuccia alla donna seduta in seconda fila che si commuove a sentire questa canzone persino quando è alla Coop nel delirio del reparto Gastronomia la Vigilia di Natale??;
– una stereotipia che contagia cronicamente tutti i personaggi ―non ce n’è uno, ma dico uno, che sia autentico, tutti burattini ora altisonanti ora gigioneggianti che fanno di tutto per strappare il sorriso empatico del pubblico; i luoghi (vi risparmio i dettagli della Francia iper-Francia e della Germania iper-Germania ―la realtà aumentata è la nuova frontiera della tecnologia del presente-futuro, e del cinema clooneyano a quanto pare; le situazioni ―poteva mancare il piper nascosto nel fienile pronto per far cabrare Clooney insieme a un francese che parla tutto franshese e porta un basco sulle ventitré??;
– la più totale mancanza di ritmo, coinvolgimento, thrill, interesse nei confronti della storia. Per me questo il film è paragonabile a “Lincoln”. Ma almeno “Lincoln” rasentava il comico surreale! Cavoli a “Lincoln” s’è riso (ricorderà, la mia Honorary Member Mic…). Qui non possiamo nemmeno fare dell’ironia! Su cosa ironizzi? Su Clooney nonno, sputato-identico a Benjamin Botton, che porta il nipote a vedere la Madonna di Michelangelo, che valorosamente salvò quarant’anni prima, il valoroso???
E c’aveva visto giusto la Mic, quando uozzappò il suo scetticimo nei confronti del film in un laconico “Sarà un altro Flags of our Fathers”, senza sapere che le bandiere, in questo mio post lezmuviano, avrebbero sventolato dall’inizio alla fine, e senza peraltro scomodare Gianni Pettenati (che è lui http://www.youtube.com/watch?v=aMFzlJiJtyU 🙂 :-)).

Come dicevo al Fellow Onassis Jr, questa è stata la più grande delusione del 2013. “Come 2013?” Sì, 2013, perché il 2014 è ancora troppo piccolo per ospitare una delusione tanto grande. 🙁 Meglio cacciarla nel passato, e scurdammocene…
A Clooney concediamo il beneficio del Looney, fingiamo che sia stato tutt’un cartone animato tipo quelli della Warner Bros  ―e in effetti il film lo sembra proprio― and that’s all Folks.
E ora prepariamoci a

12 ANNI SCHIAVO

di Steve McQueen (no non quello, l’altro ;-))

Tra Tarantino (Django Unchained) e Spielberg (Amistad), si vocifera ―spero più il primo che il secondo, “Amistad” è quanto di più imperialista si possa immaginare. Schiavitù, il tema. Venite preparati, ma venite. Il film ha vinto una quantità spaventosa di premi, fra cui Golden Globe, Toronto Film Festival e BAFTA, il premio UK assegnato dalla British Academy of Film and Television Arts. Proporlo per me è un obbligo. Sia per l’interesse di universitaria memoria nei confronti dell’argomento, sia perché i film di McQueen sono delle botte che non vorrei mai smettere di prendere, sia perché, indovinate chi c’è nel cast con un piccolo ruolo? Comincia per Michael e finisce per -ssbender… Se non avete indovinato, shame! 😉

A proposito di BAFTA…Avete sentito chi se l’è intascato per la sezione miglior film straniero?
Anche qui, vi aiuto, comincia per Sorre e finisce per -tino… Indovinato? 🙂
Ora anche gli scettici e i detrattori riconosceranno che un Golden Globe, un BAFTA e una nomination all’Oscar non possono essere coincidenze…ci deve pur essere qualcosa in quel film, no? Oppure siete dell’avviso che premio-chiama-premio, e che le giurie si lascino influenzare dalle premiazioni altrui?! Tipo “se il mio vicino si fa il bbq nuovo, io mi faccio il bbq nuovo”? Seguiranno queste logiche mimetiche anche i giurati?
Io comunque dico basta, anzi baFta (dai Board!) “La grande bellezza”, ci piaccia o no, è la nostra nazionale in trasferta al Kodak Theater. Ci costa tanto fare un po’ di volemosebbene e tifare? Dai da bravi… 😉
Prima di lasciarvi faccio pubblicità a un evento che mi sta particolarmente a cuore: mercoledì 26, alle ore 8:45 pm, “Adotta un poeta”, alla Bookique, serata poetry-oriented che sponsorizzo in quanto soggetto di noto (o forse ignoto) orientamento poetry. Ho promessso a Marco, l’Amministratore Relegato e Direttore aUtistico della Bookique, di spargere la notizia. E io, da bravo strillone (!!), ho sparso. 🙂

Questa domenica, l’avrete notato, ho scritto 11 parole in meno di domenica scorsa. Si fan progressi Sunday by Sunday eh… Mi par di vedere la soddisfazione dipingersi sui vostri volti… 🙂
E adesso la pianto di spararne una dietro l’altra…Riassunto e Movie Maelstrom e ringraziamenti e saluti stendardamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Capirete, non è che potevo andare a letto con tutta quell’amertume (è francese ma par italiano!) che “Monuments Men” m’aveva lasciato in bocca, mercoledì ―per quanto condivisa-quindi-mitigata dalla presenza dei due miei due Fellows.
Nonostante mezzanotte e la stizza per quegli 8 Euri del biglietto buttati al vento ―con 8 Euro ci compri un libro― una volta a casa mi sono guardata “La lingua del santo“, del nostro Car(l)o Mazzacurati ―perché, come dico sempre, ogni tanto il WG Mat va ascoltato… 😉
Coppia d’inetti Bentivoglio+Albanese da ridere e piangere. Bellezza e grettezza in quel geo-groviglio insolubile chiamato Veneto. Una malinconia lagunar-esistenziale accompagnata da un umorismo triste fra Risi(&bisi) e Villaggio.
E il finale…”E’ così bello vivere, e posare gli occhi su due occhi di donna”.
Scovatelo, se potete… 😉

DODICI ANNI SCHIAVO: La storia vera di Solomon Northup, che nel 1841, nonostante fosse un uomo libero, venne rapito e portato in una piantagione di cotone in Louisiana come schiavo, per rimanerci fino al 1853. Tutta colpa delle diverse leggi che regnavano negli Stati americani, per cui a Washington (dove avvenne il rapimento) la schiavitù era legale, a differenza di quello che succedeva a New York, città in cui viveva normalmente Northrup. Responsabili dei dodici anni di schiavitù dell’uomo furono due bianchi, che con l’inganno lo portarono nella capitale americana e poi lo privarono dei documenti che provavano il suo status di uomo libero.

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LET’S MOVIE CXCX – MONUMENTS MEN

LET’S MOVIE CXCX – MONUMENTS MEN

MONUMENTS MEN
di George Clooney
USA 2014, 118′
Mercoledì 19/Wednesday 19
22:00/10:00 pm
Multisala Modena/Lo Smelly

Force Majeure Fellows Moviers,

E il cielo pioveva stelle bianche sopra le cime scolpite dalla mano notturna di Dio. Sotto il velluto bianco la terra parlava una lingua senza tempo. Di nuovo la preistoria, di nuovo il futuro, in quelle sillabe che fioccavano, uguali e diverse, eterne e nuove, nell’oscurità.
Nel salone dello chalet affacciato sulla valle l’idromassaggio cantava profumi d’oriente. Per terra la promessa tutta da bere di Don Perignon appena stappato…

Ecco, qui sopra avete assistito alla situazione in cui il “Oh-ah-oh-che-bella-la-neve” è consentito e comprensibile.
Ma capirete, uno chalet e un idromassaggio non rientrano tra le frequentazioni infrasettimanali tipo del Movier medio. Quella è una proiezione romantica (= da romanzo!) di un paesaggio là-su-i-monti-con-Annette! Ma la realtà in città, se in città c’è la neve, è un bad romance ― grazie dell’assist, Lady G. 😉
Va be’ Board, non ti piace la neve, benissimo, che problemi ci sono? Si può vivere anche senza sciare/ciaspolare/slittare.
Sì certo, poi però quando la neve ti cade fra capo e collo, anzi ti s’infila tra cappotto e coppino, un lunedì sera, quando quel lunedì sera c’è Lez Muvi, quando la neve impedisce ai Fellows di arrivare dal Mastro, nello specifico la Movier More, confinata al limitar della Valsugana con la Lapponia a pochi km, quando la neve mi cannibalizza Lez Muvi, e cannibalizza pure gli ingressi al Mastro che si ritrova con le sale vuote perché i trentini sciano/ciaspolano/slittano ma col piciopacio pantofolano, quando la neve proibisce l’interscambio socio-culturale (questo lo si mette sempre nei pamphlet, e questo, quant’è vero iddio, è il primo pamphlet CONTRO la neve mai scritto nella storia), quando la neve mette i pali fra le ruote ricoprendo di piciopacio tutta la città, ostacolando gli spostamenti, allora quando fa così, lo chalet e lo champagne e la mano di Dio (Maradona mi denuncerà, claro che sì) svaniscono come neve al sole (appunto). E io non sono più quella signorina che ogni tanto (ogni tanto) sembra molto a modino, con quelle scarpettine lì, quella faccetta un po’ così, no, io mi trasformo in Medusa, sì quella coi riccioli rettili, e arrivo dal Mastro così, con una testa di riccoli rettili,il volto in fiamme e la voglia di zittire con uno sguardo fulminante tutte le voci flautate che mi salmodiano l'”oh-ah-oh-che-bella la neve” come fosse una sinfonia (metti la 41) di Mozart.
Del mio mood meduseo ne hanno subito le conseguenze il WG Mat, che se n’è arrivato pacifico come il Beato Angelico (ma era un pittore o un pilota? Bah), come se avesse fatto quattro passi nel parco a primavera, e non affrontato la tormenta e il piciopacio e la rottura di tormenta e piciopacio. Questo ha fatto spiccare ancora di più la Medusa che era in me, e il contrasto, tipo diavolo e  acqua santa, per chi ci ha visto da fuori, dev’essere stato biblico, e be’, buffo.
Perdonate il periodare candido e contorto (anche Montale mi denuncerà, belandi) che s’è rivelato più convoluto che mai, ma capirete…

Però poi abbiamo preso posto. E Charlie, that crazy little thing called Chaplin, ha raddrizzato la brutta piega della meteo-serata. Charlie è qualcosa che si spiega anche solo nei sorrisi estatici degli spettatori che lo guardano. Ha una grazia, in ogni movimento, pur buffo e strampalato, in ogni slapstick più comica o pausa più malinconica, che fa di lui una creatura dell’aria cui la terra è stata concessa solo in forma di set cinematografico. E con lui, non mi va di pensare alla carta d’identità di Charles Spencer Chaplin, alle sue storie d’amore travagliate, al visto d’ingresso che l’America gli negò per via delle sue idee filo-populiste (quanta miopia, in quel paese). Voglio solo soffermarmi sulla grazia del personaggio che interpreta, ovvero Charlot, o the Tramp, il vagabondo, scegliete la traduzione che preferite. Questo tipo di personaggio continua a incantare dopo 100 anni dalla sua nascita perché in fondo, raffigura il destino dell’uomo. Charlot vaga per la società, incontra gli altri, stringe amicizie, amori, si diverte, si deprime, trema, ride. Ma è un vagabondo. Erra, solo. L’uomo è questo, un errante ―nel doppio senso di “sbagliante” e “vagante”, caso fortunoso e fortunato di ambiguità linguistica. Non è mai fermo, si muove, conosce, ma è solo. E ora non guardatemi con quegli occhi mogi lì 🙁 la condizione esistenziale dell’uomo è questa, ci piaccia o meno. Chaplin ha avuto la lungimiranza, il coraggio e l’arguzia di rappresentarla senza tralasciare nessun aspetto. Quindi, se prendiamo “The Gold Rush”, troviamo Charlot che consoce Giacomone e diventa suo amico, conosce Giorgia, che diventerà sua moglie; ma sono le scene in cui Charlot è da solo, che ci rimangono più impresse.
Prendete l’inizio. Charlot cammina sui picchi innevati del Klondyke, e già vi si scioglie il cuore perché vedervi un ometto, con cravattino, bombetta e bastone da passeggio su per i sentieri impervi ad alta quota, ignaro degli orsi (veri!) che lo inseguono e dei burroni che lo sfiorano, è come accendere il bracere che avete in petto. Un sorriso ―sì, estatico― vi si disegna in faccia, sì, e sì, una sconfinata tenerezza vi scorre dentro. You can’t help it. Così come con la danza dei panini infilzati nelle forchette ―regalatemi/vi 48 secondi, http://www.youtube.com/watch?v=XefGvxVKrZk.
E proprio questo cercava di fare Chaplin ―commuovere― attraverso la poesia, ma anche la comicità. Sono certa che tutti avete presente la scena della cascina in bilico sul precipizio, un capolavoro umoristico e scenografico ―siamo pur sempre nel ’25, la preistoria della meccanica degli effetti speciali. Ed era bello sentire le risate, le risate del 2014, del pubblico intorno, perché se ci penso sono le stesse risate del pubblico del 1926. Mi piace pensare questa cosa. Che il cinema instauri, attraverso una reazione collettiva, una specie di legame trans-temporale in grado di unire epoche e generazioni diverse, eternizzando, in qualche modo l’uomo, sconfiggendo, in qualche modo, il tempo.
Poi naturlamente c’è il sottotesto dell’uomo che sfida il suo destino, e la natura, spingendosi in terre ostili ―no non il Trentino, l’Alaska 🙂 ― per realizzare il suo sogno. E questo lo riconosciamo a un miglio di distanza, è il mito americano della frontiera, della corsa all’oro. Solo che Chaplin lo chaplinizza, so to say, enfatizzando la loneliness del vagabondo, che troviamo lonely sia in mezzo alla natura, sia nella delusione d’amore. Anche il modo in cui è visto il personaggio femminile, Giorgia, risponde più a un canone di autenticità che di tipizzazione. Capita che la donna sia indecisa fra due uomini, quello povero&poetico e quello molosso&gradasso, capita che rimanga vittima di uno stato confusionale che la porta ad oscillare fra i due estremi ―Verdi ha sollevato piume e vento per descriverne la mobilità, ‘annaggia a lui…. Ma poi alla fine Giorgia sceglie. E guarda caso, dà il benservito al molosso&gradasso, e opta per il povero&romantico, e PRIMA di sapere che è diventato miliardario ― Donne 1 – Verdi 0 (il WG Mat si metta pure l’animo in pace :-)).
Credo che il mio giudizio “pepato” nei confronti della neve sia abbastanza irrecuperabile, Moviers ―che ci volete fare, ho un nugolo di cromosomi ittici che sfarfallano sulla mia mappa genetica ;-). Però devo ammettere che vedere la neve del film di Chaplin, colorata dai suoi capitomboli, dal modo comico in cui la spala da una parte creando qualche disastro dall’altra, mi ha ritrasformato i rettili in riccioli, smorzando quella vampa da fRuria che mi aveva infiammato all’arrivo ―il Mastro ne sta ancora ridendo, credo… 🙂
Non saluto Chaplin, ho deciso di portarlo sempre con me, in qualche modo ―in una giacca o delle bretelle che somigliano alle sue in tutto e per tutto, o condividendo quel sorriso, quegli occhi dolci e tristi, quel modo funny e sconclusionato, lieve e tenero, di affrontare il mondo. Insomma, se il mondo sembra una collana di sbagli o atti mancati, se questo mondo non è mai come lo volevi tu (pure la denuncia da Raf adesso!)  ricordiamoci che Charlie c’è. Che ci sarà sempre… Sempre.

And now let’s get monumental

MONUMENTS MEN
di George Clooney
USA 2014, 118′

Anche qui, come per tanti film, mi affido alle voci di corridoio ― vi piacerà sapere che la programmazione lezmuviana dipende dal retino con cui catturo sensazioni aleggianti nell’aere e che trasformo, col potere concessomi da Lez Muvi, in proposte (annamobbene….). Grande produzione hollywoodiana, grande cast hollywoodiano…. Io, la grandeur hollywoodiana, onestamente, la guardo dall’alto in basso pari al peso del liquido…(com’era??)….dicevamo… Lo propongo più che altro perché c’è il Looney Clooney alla regia. E sapete, mi piace un sacco alla regia, un sacco più di quando marpiona tra Martini e Nespresso. Dalle “Idi di marzo” a “Good night and good luck”. Vediamo che c’ha combinato qui.
Ho provato a cambiare il giorno di programmazione, sperando in un ricircolo di Moviers impossibilitati a partecipare il lunedì/martedì. Speriamo che questa modifica idrica non sia un buco nell’acqua (‘ste battute le pagherò prima o poi) e speriamo che funzioni!

Anche oggi ho scritto circa 8 parole meno del solito. Progressi da formichina in un mondo d’elefanti… ma poi si sa che anche le formiche nel loro piccolo s’imparano… 😉
Vi ringrazio, perché siete come Charlie anche voi: ci siete, e questo, credetemi, fa la differenza. Pescate nel Movie Maelstrom ora: vi do un’ideuzza per un’altra cine-serata. Il riassunto invece lasciatelo schizzare via! E i saluti come sono? Be’, quelli, stasera, sono incidentalmente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Colonna sonora (facoltativa ma highly recommended) per la lettura del Movie Maelstrom: http://www.youtube.com/watch?v=4Q41tnlJ9m8 🙂
Se ancora non siete andati, andate a vedere “Smetto quando voglio“, di Sindey Sibilia. I am beggin’ you… 😉
È un film spietatissimo, tristissimo, divertentissimo, coerentissimo, quattro superlativi che non mi è mai capitato di mettere in fila per definire un’opera, figurarsi poi se prima. Sono i disperati dell’Italia di oggi, i fantastici protagonisti di questa storia; non più semplici laureati senza lavoro di “Tutta la vita davanti”, bensì ricercatori con dottorato e specializzazione alla mano, genii della chimica, dell’economia, dell’antropologia, che finiscono a fare benzinai e lavapiatti, bistrattati da datori di lavoro pakistani/cingalesi/cinesi ―sottotilo “quando lo sfruttato diventa lo sfruttatore e sfrutta l’ex-sfruttatore”… Appropriandosi di certe dinamiche della commedia amara italiana classica tipo “I soliti ignoti”, il film brilla d’inventiva narrativa e scenica e di un’apprezzatissima sospensione dell’autocommiserazione.
Non ricordo l’ultima volta in cui (dino)risi al cinema così di gusto ―i due PhD che litigano in latino alla pompa di benzina e la rapina a mano armata con le baionette dell’800 sono quelle scene che ti metti da parte e tiri fuori ogni volta che hai voglia di ridere. E ogni volta, puntualmente, ti fanno ridere.
Again, I am beggin’ you… Go and watch it! 😉

MONUMENTS MEN: Basato sulla storia vera del più grande saccheggio di opere d’arte della storia, Monuments Men racconta le avventure di un improbabile plotone, reclutato dall’esercito americano durante la Seconda Guerra Mondiale e spedito in Germania per salvare capolavori artistici dalle mani dei Nazisti e restituirle ai legittimi proprietari. Potrebbe rivelarsi una missione impossibile: con le opere d’arte intrappolate dietro le linee nemiche e l’esercito tedesco incaricato di distruggere qualsiasi cosa in seguito alla caduta del Reich, come potranno sette direttori di musei, curatori e storici dell’arte – molto più a loro agio con un Michelangelo che con un fucile in mano – portare a termine la missione? Nei panni dei Monuments Men, come vennero chiamati, in una lotta contro il tempo per impedire la distruzione di 1000 anni di cultura, questi uomini rischieranno le loro vite per proteggere e difendere le più grandi conquiste del genere umano.

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LET’S MOVIE CXCIX – THE GOLD RUSH

LET’S MOVIE CXCIX – THE GOLD RUSH

THE GOLD RUSH
di Charlie Chaplin
USA, 1925, 112′
Lunedì 10/Monday 10
20:30/8:30 pm
Astra/Dal Mastro

 

Freddie Mercury Fellows Moviers,

Ora voi dite, certo ha proposto il film di uno malato di AIDS, per forza attacca con Freddie, dei Queen l’inarrivabile king&queen, non lo facevo così prevedibile, ‘sto Board. 🙁 Forse inconsciamente l’associazione mi è scattata, vero. Ma in realtà tutto dipende da un blues che da un paio di giorni soffonde le luci dentro il pianobar della mia testa http://www.youtube.com/watch?v=_qE_J4sStp8&feature=kp... Conoscete?
Sarà stato il meteo impietoso, saranno le notizie sad sad che ci giungono da New York e Sidney, sarà febbraio stesso, che sì, è il mese di coriandoli e lingue di Menelick, ma è pure la terra di mezzo tra l’inverno e la primavera, e come ogni terra di mezzo che si rispetti, porta con sé i suoi Gollum. Sarà tutto l’ensemble, je ne sais pas, ma questo inizio mese ci ha messo a dura prova. A cosa mi riferisco con notizie “sad sad” da New York e Sidney? Avrete sentito della fine dell’attore ipertalentuoso Philip Seymour Hoffman, trovato con una spada nera nel braccio, domenica scorsa, nel suo appartamento del Village. Costituzione robusta, dicono i dottori. Grano in testa, dico io. Di tutti i film in cui ha recitato ―tantissimi!― mi va di ricordare “Onora il padre e la la madre”, “Magnolia”, “Il talento di Mr Ripley”, “I love Radio Rock”, “Le Idi di Marzo” ― “La 25esima ora”, suggerisce la Honorary Member Mic dai flutti veneti…
Dall’Australia ci informano invece che domenica l’ipertalentuoso Ian Thorpe, vagava in stato confusionale nella periferia della capitale. Da qualche bel mese Ian, che ha nuotato tutto il nuotabile e vinto tutto il vincibile, soffre di depressione.
Prendete questi due giganti. Campi diversi, stessa stoffa, e stesso male ― la maledetta bestia. È una specie di crudele contrappasso, quello che il talento si porta con sé: più voli high-in-the-sky più finisci down-in-the-dumps quando qualcosa si spezza nell’ordine quotidiano delle cose. Spiace un sacco per Philip, c’era spazio per scrivere tanti altri film nel suo CV. E spiace anche per Thorpe, anche se lui ha ancora modo di benedire il giorno in cui la Speedo creò il flatskin 😉
“Il sorriso fa la differenza”, sentenzia, con un sorriso, il trans Rayon all’omofobo Ron. Detta così può sembrare un consiglio da terapia di gruppo “Make happiness real”, quegli incontri tipicamente californiani che vogliono insegnarti la strada della felicità… Ma il modo in cui Rayon lo dice, e soprattutto a chi, neutralizzano quell’ottimismo americano che ci risulta un filo irritante… L’intorlocuture di Rayon è Ron, il protagonista di “Dallas Buyers Club”, un texano che corrisponde al profilo “texano medio”: redneck, sessista, spaventato da tutto quello che si discosta dal normo-centro ―gay, trans, bisex, malati, you name it. Una specie di George W. Bush ―ma molto meglio di George W. Bush. Ron conduce una vita tra rodei e Boar’s Nest, attorniato dai bovini a due zampe che frequentano quelle accademie del bonton… Un giorno però, una visita medica si porta via la sua quotidianità da cowboy: gli vengono diagnosticati il virus dell’HIV e 30 giorni di vita. Dopo lo stordimento iniziale, Ron decide che non ci sta. Scopre che il medicinale somministrato a pochi pazienti eletti, in realtà accelera il decorso del virus e l’afflusso di capitali nelle tasche della casa farmaceutica che lo produce. Fa una capatina aldilà di Tijuana dove impara le procedure per dei trattamenti alternativi del virus, e comincia a esportare di contrabbando quelle sostanze medicinali che l’FDA (Food&Drugs Administration) ha dichiarato illegali negli USA.
Ron ha un gran senso imprenditoriale ―pertanto, no, non è decisamente George W. Bush― e, in partnership con Ryon, mette in piedi un “Buyers Club”, una specie di ufficio acquisti/circolo in cui distribuisce questi medicinali non approvati dall’FDA ai malati sieropositivi iscritti. E questo Buyers Club comincia a prendere piede e ad avere sempre più iscritti, creando una sorta di clinica/collettivo il cui scopo è quello di migliorare la qualità della vita dei sieropositivi, non far scattare il conto alla rovescia dei giorni che mancano alla loro morte. La prospettiva, capirete, è completamente diversa.
Ovviamente il film deve molto al “basato su una storia vera”. Ron Woodroof è esistito veramente, e veramente si è sentito dire “ti restano 30 giorni di vita”… E VERAMENTE ne ha vissuti 2555 (7 anni!). L’effetto “yet another Erin Brokovich” c’è, e anche un po’ quella tendenza a eroicizzare il personaggio. Del resto, come evitarlo? Tossico alcolizzato sesso-dipendente, Ron diventa una specie di accademico-senza-accademia che contribuisce alla ricerca contro l’HIV in maniera diretta e “sana”. E il rapporto che sviluppa con Ryon, verso cui all’inizio del film prova ribrezzo e alla fine grande affetto, testimonia il percorso che compie attraverso la malattia. Qui sarebbe fuori luogo dire “non tutto il male viene per nuocere” ―il male nuoce eccome quando ti abbatte i leucociti― ma il miglioramento fisico di Ron e il suo coinvolgimento nel progetto DBC avanzano di pari passo con un riscatto a livello umano. Oddio, non lo vediamo ballare “I will survive” struzzato in un boa color malva insieme ai trans iscritti al Club ― la queen, in questo senso è Ryon; ma è il grado di compassione che cambia ―e badatebenefellows, non uso “tolleranza”, concetto che soffre di un cortocircuito discriminatorio interno di cui mi meraviglio sempre non ci si accorga…tolleranza istituisce una gerarchia di superiorità del tollerante sul tollerato, have you ever thought about it?
Come s’è detto, l’interpretazione-immedesimazione di Matthew Mac-whatever rasenta la prestazione ascetica. Nel senso che ha qualcosa di devozionale, l’entrare in un personaggio in termini così fisici, costringendo il tuo corpo ad adattarsi a dei lineamenti ponderali e comportamentali così rigidi ― consideriamo proprio la scarnificazione valoriale cui si è sottoposto per diventare Ron (per il quale la correttezza politica corrisponde a un’impostazione Word…). Ma non c’è solo l’effetto kilocal… La sua interpretazione è totale, copre il lato emozionale, non solo quello corporeo.
La scoperta per me sono state le indubbie doti attoriali di Jared Leto, cantante dei Thirty Seconds to Mars, come m’ha suggerito prontamente anche il Fellow D-Bridge, salvandomi dal Mar Che-caspio-di-band-era-la-sua in cui vagavo, e salvandomi anche dai 100 anni di solitudine che mi avrebbero atteso dal Mastro.
Il trans che interpreta Leto non risulta mai esagerato, come quelli che siamo abituati a frequentare per esempio nella cinematografia di Almodovar, che invadono letteralmente la scena con la loro personalità strabordantemente chiassosa o strabordantemente melanconica. Ryon cammina tutto il tempo in punta di piedi. È un angelo, tossicodipendente e malato terminale, ma pur sempre un angelo. Fragile, fragilissimo, Ryon. E Ron, che rappresenta tutto il suo opposto ―piume e cipria contro cuoio e camperos, i due― all’inizio lo respinge, ma poi lo “vede”, capisce cos’ha davanti, e gli si affeziona.
Un film è fatto anche di sguardi. Fate attenzione a quelli di Ryon. Fate attenzione al suo incedere da efebo perduto.
“Dallas Buyers Club” odora un po’ di mélo, naturalmente, non potrebbe essere altrimenti. Se un film come “Philadelphia” puntava a raccontare il declino di un fisico, denunciando la discriminazione a livello sociale che una malattia come l’AIDS causava all’inizio degli anni ‘90, “Dallas Buyers Club” è più un capitolo di storia sanitario-sociale e aggrappamento alla vita. Il focus, come vedete, è spostato: la voglia di migliorare la vita rimasta è superiore al rammarico di essere condannati a morte certa. Sono quindi due visioni diverse sul fronte malattia, entrambe valide, ed entrambe un po’ mélo ―ma “Philadelphia” deppiù.
Ora rimaniamo sempre di là dall’Oceano, ma fuggiamo via dal Texas (paura il Texas, Fellows, pa-u-ra), e corriamo dritti dritti da Charlie

THE GOLD RUSH
di Charlie Chaplin

Quando ho letto “1925”, la reazione è stata “What??!?!? Nineteentwentyfive?? Are you kidding me??!”
Ho un’idea molto cinematografica del 1925. I treni che sono locomotive con il fumo sopra e le macchine dei macinini con i chilometri al posto del caffè. Un film che risale a quegli anni è un’occasione di guardare la strada che ha percorso il tempo, e l’uomo dietro a lui. E poi Charlie Chaplin è un patrimonio dell’umanità tanto quanto la Cappella Sistina.
E Michael Fassbender.
🙂
L’avete notato? Ho scritto un pochino (ino-ino) meno oggi. Speravo di stupirvi tutti con un messaggio di 4 righe e mezzo, ma poi ho pensato che lo shock per voi sarebbe stato troppo grande, quindi la mezza riga è diventata intera e poi… e poi….e poi sarà come morire se non scrivo ancora tra nuvole e lenzuola, mi son canticchiata… 😉
Comunque mi sto tarando, e da tarata (!), dovrebbe riuscirmi, PRIMA O POI…Be confident… 😉
Il Movie Maelstrom c’è, ascoltatelo, e anche il riassunto. Nemmeno i saluti mancano, in questa domenica sera di metà febbraio, e sono trans-atlanticamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Siccome domani è Monday e accogliere il Monday con delle note blues in testa ci mette in una posizione di svantaggio nei suoi confronti, ci facciamo quattro passi on air con questa http://www.youtube.com/watch?v=wXMeZwO2qZ0, il cui inno serafico-dark ai quattro passi ci porta esattamente lassù, on air… 😉

She will go and set the world on fire
No one ever thought she could do that…
😉

THE GOLD RUSH: Peripezie tragicomiche e sentimentali dell’omino vagabondo ai tempi della corsa all’oro nel Klondyke. Uno dei più omogenei tra i film lunghi di Chaplin: il tragico s’incorpora nel comico, le scene più buffe sono anche quelle dove la drammaticità si fa più intensa, sullo sfondo di un’Alaska inventata, ma più vera del vero. E il solo suo film in cui la natura e il caso hanno un peso maggiore che la società e gli uomini. Sebbene il tema centrale sia la lotta per la sopravvivenza, visivamente prevale a poco a poco quello della solitudine, come rivelano le ripetute situazioni estatiche. Molte le sequenze celebri tra cui, celeberrima, la danza dei panini.

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LET’S MOVIE CXCVIII – DALLAS BUYERS CLUB

LET’S MOVIE CXCVIII – DALLAS BUYERS CLUB

DALLAS BUYERS CLUB
di Jean-Marc Vallée
USA 2013, 117’
Lunedì 3/ Monday 3
21:15/9:15 pm
Astra/dal Mastro

Fatelargo Fellows,

lasciate passare il Marchese Scorsese, con il suo carrozzone decadente, indecente, debordante anni 80, lupi, sciacalli, maiali e porcelle ―il peggior bestiame umano che possiate immaginare. Fategli spazio, al Mattatore Scorsese, mente e mano che non si piegano alle mode del momento (come il fiore di Jovanotti, si capisce), ma mantengono una loro riconoscibilità pur cimentandosi in territori nuovi e adottando anche prospettive nuove. Ora Martin fa un film che è il manifesto del “fino a che punto può arrivare la perversione umana in termini di avidità, decadenza etica e indifferenza umana” e non più di due anni fa trasformava un sogno ad occhi aperti nella poesia di “Hugo Cabret” raccontando il cinema nel modo in cui i sonetti di Shakesepaere raccontano l’amore. Nel modo in cui Caldier scrive la leggerezza nei suoi volatiles. Nel modo in cui….insomma, avete capito 🙂

“The Wolf of Wall Street” fa sovvertire l’ordine naturale degli eventi lezmuviani e saltare preamboli, arrivare dritti al sodo, perché ti trascina, quel carrozzone. Ti carica a bordo e ti porta dentro, nel cuore del nuovo male e del nuovo villain che lo incarna. Un male che non prende forma in periferie degradate e quartieri bronx, ma nei grattacieli blue-chip di Wall Street. Il nuovo male è la finanza, e il codice maletico (non è un refuso) che la regola negli anni ‘80. Il nuovo villain è la canaglia che non mostra nessun pentimento, nessun rimorso. E, quel che inquieta di più, nessun dubbio.

Quindi sì, il film è la storia di un lupo, ma è anche la rappresentazione di un momento e di una società. Il Marchese Scorsese prende una biografia, ma non si accontenta di raccontare l’uno. Martin è un visionario: la vista abbraccia un campo che va oltre l’orticello del singolo. Martin, il Marchese Scorsese, è vorace, ha fame di raccontare ―a 70 anni, una fame da ragazzino! Da una biografia tira fuori un epos, ricostruisce e restituisce un mondo, che poi è quello che è successo con una mela che da frutto è passata a pomo della discordia, grazie a una penna discretamente dotata e un occhio un tantino cieco…Tranqui, Fellows, non sto paragonando Martin a Homer :-). Sto avvicinando l’approccio, l’ampio respiro, quella che io chiamo la capacità di far fisarmonica con la tua visione, allargandola al massimo e restringendola al minimo, quella capacità che accomuna le grandi menti immaginanti.

Il film di Martin ―e succede con tanti dei suoi film, lui ha questo dono― ti risucchia dentro un baccanale in cui satiri e menadi sono yuppies col naso imbiancato e la fregola di soldi e Ferrari ―all’altra F ci arrivate da soli :-)― e disinibite escort dispensatrici dell’altra F… E ci getta in questa baraonda, senza risparmiare nessun eccesso. Sesso urbi et orbi, droghe, alcool e deliri di ogni tipo da far invidia a qualsiasi Burroughs che si rispetti. Guardare “The Wolf of Wall Stree” è come farsi di anfetamine, come riemergere con la testa da una bacinella di acqua gelata… Ne esci thrilled, dazzled, e completamente stoned.

Ma chi è questo Jordan Belfort? È un tipo moooolto sveglio che si lascia prendere la mano decisamente un po’ troppo… Dopo essersi fatto le ossa truffando piccoli investitori di periferia, questo HuckleBLACKberry Finn dei giorni nostri fonda la Stratton Oatrmont, una società di brokeraggio che sbarana i pezzi grossi della finanza con qualsiasi metodo, legale o non. Di Jordan colpisce il carisma, che lo fa diventare una specie di guru per la squadra di youppie che pendono dalle sue fauci.  Hanno un unico scopo, questi schizzati per la finanza: spostare i soldi dalle tasche dei clienti alle proprie, no matter who or what.

La storia di Belfort è ciò che il sogno americano del self-made man diventa quando perde il contatto con l’umano e si perverte in delirio di onnipotenza ―oh mein Gott quanto Nietzsche in questo film!― quando dalla ricerca della realizzazione personale si passa al raggiungimento ostinato di un “I want it all I want it know”, incurante di tutto e tutti. Perché paradossalmente questa ricerca esasperata dell’eccesso ―e quindi della riuscita massima del sé― comporta l’autodistruzione. Del resto anche Icaro, preso dalla sua ebrezza, finì per avvicinarsi troppo al sole e bruciarsi… Ma Jordan NON è un Icaro contemporaneo. Le ustioni che si provoca, guariscono. Ed è proprio qui, che è scoppiata la polemica ―soprattutto in America, il paese che rimane ancora la terra del Mayflower. Jordan non si pente mai. I milioni rubati ―e non solo ai tycoon di east e west coast ma anche ai poveracci con quattro risparmi da parte― e poi il processo, la galera, non provocano in lui la redenzione. Anzi. Una volta scontato il suo debito con la legge, Jordan ricomincia. Cambia soltanto paese, (Australia). Quindi “The Wolf of Wall Street” non è l’ascesa e la caduta di una simpatica canaglia che smarrisce la retta via per poi ritrovarla in una sorta di homo novus: è piuttosto un “volo-cado-e riparto come se nulla fosse”.
Capite su cosa si sono rovesciati gli strali dei nostri amici yankee, che dei loro padri pellegrini portano ancora l’indice moralizzatore impresso nella coscienza collettiva? L’antieore, per perdere l’-anti e meritarsi la nostra grazia, deve fare ammenda (ma sbaglio o c’entra pure Fra Cristoforo qui??). Jordan non può fare quello che ha fatto, rimanere sostanzialmente impunito e ricominciare pure da un’altra parte, impunito. O meglio, questo può anche capitare, in casi eccezionali e dietro le quinte del mondo normale, ma Scorsese non PUO’ farlo vedere rimanendo sostanzialmente indifferente e non formulando un qualche j’accuse. Perché sì, non c’è redenzione in questo film, ma non c’è nemmeno l’ansia di trovarla, come magari era successo in altri suoi film (“Good Fellas” per esempio). Per questo dicevo che Martin adotta prospettive nuove: ha scalzato la call-for-catharsis, provando che un artista è tale quando vende casa e ne trova un’altra. E poi un’altra. E poi un’altra….
In realtà i nostri amici ammmericani che criticano il film ―e che forse sono rimasti un tantino scossi davanti a quel bellissimo e blasfemissimo “Fuck you, U.S.A. Fuck you, U.S.A. Fuck you! Fuck you!” strillato nel film― loro, gli ammericani, non hanno capito proprio che Scorsese mostra il prodotto, ovvero l’effetto di un modo di pensare che aveva imperato negli anni 80. Ovvio, non sceglie una storia anonima per raccontarlo. Sceglie il caso estremo, e adotta l’estremo come correlativo oggettivo espressivo, estremizzando ed esasperando. Ecco allora che i festini a luci rosse, le sniffate anche quelle urbi et orbi (e per “urbi” intendo OGNI urbi dell’umano in cui non penseresti MAI la coca sia tirabile…) e le truffe assumono (s)proporzioni epiche. Così come la lunghezza (3 ore, che tuttavia passano senza fatica), e la quantità di dialoghi (che in tanti punti risuonano, per la demenzialità in salsa irriverenza, il Tarantino di “Pulp Fiction” e “Inglorious Basterds”) e la varietà di registri scenici adottati in cui riconosci Scorsese in tutto e per tutto.
E quando poi vedi un film così grandioso (nel senso proprio di volumetria cui aspira, riuscendoci) capisci anche in cosa sono grandiosi, certi attori. L’impegno richiesto a Leonardo May-the-Oscar-be-with-you DiCaprio è stato oserei dire immane, sia dal punto di vista espressivo, che fisico che interpretativo. E ne esce a testa altissima. DiCaprio può piacere o meno ―come tutto― ma credo che il suo talento sia un dato oggettivo impossibile da confutare.

Tanti sono sapaventati dai 180 minuti. Be’ io rubo le parole al Mastro Yoda (da non confondersi col mio Mastro eh, che non è verde lui) e vi assicuro che “Size matters not“. Quando una pellicola fa un uso così maledettamente riuscito di smart fun (che non è un tipo di telefono, ma potrebbe diventarlo), ovvero un fun mai scontato o frustro, ma scoppiettante e circense ―fun-ambolico, potrei dire 😉 ― 3 ore scivolano via senza sentirle. E questo ve lo potranno confermare anche il Fellow D-Bridge ―indeciso fino al penultimo, ma deciso all’ultimo, che è quello l’importante perché gli ultimi saranno i primi, anche se non esistono più le mezze stagioni ― e il Fellow Juan Carlos ― agevolato alla partecipazione anche dalla limitrofia (limitrofia??) della sua reggia imperiale rispetto al Porno Roma. Ve lo confermerebbero anche il Fellow Felix, la cui felina curiosità l’ha portato al cine ancora il weekend scorso, e anche la Fellow Junior, spinta più che altro dall’istinto “giovane esploratrice” (rigorosamente non Scout) perché pur sempre una Junior rimane :-).

Vorrei parlare ancora e ancora parlare del lupo che non venne sparato ma che anzi la fece franca, però è giunto il momento di partire per il Texas con

DALLAS BUYERS CLUB
di Jean-Marc Vallée

Mi getterò addosso al Mastro non appena lo vedo: non mi aspettavo di trovare questo film in sala così presto! Jesus, all’Astra è Natale 24x7x365! (Soluzione in fondo al libro).

Anche questo film, come “The Wolf” lo aspetto con quello sguardo da Katie Bates in “Misery non deve morire” quando dice a Paul “Cercavi forse questo?”…Quello sguardo ora-ti-sistemo-io che metterebbe in fuga persino lei, la POVERA Annie…
“Dallas Buyers Club” è stato presentato a una sfilza di festival dove ha sconvolto un po’ tutti, soprattutto per l’interpretazione di Matthew McConaughey ―che sarà anche bravo ma checcavolo di nome si ritrova. E per questo si contenderà la statuetta con Leo May-the-Oscar-Be-With-You DiCaprio ―che invece, con un nome così, capirete, parte molto avvantaggiato 🙂
Boardate a parte, sarà un gran bella gara…

E se Leo pronunciava 569 volte la parola f**k” durante il film, Matthew ha perso 27 kg per interpreatare il ruolo del protagonista. I due dati non hanno grande rivelanza nel panorama della matematica pura del post-illuminismo (??), tuttavia dimostrano l’accanimento con cui le idiozie ti si fissano in testa. 🙂

Dato che questo messaggio finisce con l’inizio, fatemi riflettere su una cine-notizia che due settimane fa ha bloccato l’attenzione degli italiani, che al momento rimpallano tra coppie Renzi-Letta, Letta-Alfano, Alfano-Berlusconi, Berlusconi-Dudu, e via così… Avete intuito forse… “La grande bellezza”, che tutti vorremmo sentire dopo “and the Oscar goes to” il marzo prossimo. Eppure noto che il tifo per la bellezza sorrentiana non è così curva-sud… Tra il popolo che mi circonda, il film è più dispiaciuto che piaciuto. 🙁 Io mi sono ABBONDANTEMENTE espressa in merito nel Lez Muvi del maggio scorso, spendendo plausi e applusi per Sorrentino, pur rimanendo con qualche bella perplessità circa il finale aviario coi fenicotteri in volo, che ho trovato assai fuori luogo.

Ognuno ha le proprie idee, naturalmente; come mi ricorda sempre il WG Mat (e forse non per arteriosclerosi), il cinema non è una scienza esatta. In quanto soggetti, rispondiamo soggettivamente ―con tutta l’acqua calda che sto inventando potrei riempire un’olimpionica, sì. Ma quello che mi chiedo è, perché ha dato così fastidio, questa nomination all’Oscar? Per il fatto che Sorrentino lava i panni sporchi dell’Italia sotto il naso di tutto il mondo, dimostrando che il bel paese non è poi così bello dentro tanto quanto appare fuori? Per il fatto che ha girato un film in cui la forma ―bellissima― esiste per sé stessa ma non veicola sostanzialmente nessun contenuto, rimanendo un bellissimo guscio vuoto? Mmm… A queste polemiche rispondo, 1. L’Italia è anche quello, cafona, vana e decadente (e Roma lo geografizza alla grande); 2. Sorrentino dimostra da sempre una gran passossessione per il lavoro estetico, e sì, a volte si fa prendere troppo la mano, cadendo nel calligrafismo ― “This Must Be the Place” è sotto gli occhi di tutti. Ma non avete mai pensato che quel tipo di linguaggio porti iscritto al suo interno il senso di vacuità esistenziale che il film vuole rappresentare? La rispondenza fra codice e contenuto è una scelta che tanti artisti hanno scelto, specie nelle arti figurative ― prendete semplicemente “Guernica”, prendete i quadri di Grosz, Francis Bacon…. In breve, usare il vano per dire il vano… Non sto dicendo che sia così, sto solo avanzando qualche ipotesi…
Dibattito aperto, my great and beautiful (e su questo non si dibatte) Moviers…

 E un’ultima comunicazione di servizio. Questo potrebbe essere l’ultimo Lez Muvi chilometrico della storia. E non perché mi sia stancata dei chilometri ― io stanca dei km?? Ma quando mai?!? 🙂 ― ma perché forse devo imparare a condensarmi, almeno con voi. So di averlo promesso altre volte, fallendo miseramente ― come si vede! ― ma io ci provo comunque. Voi, siatemi pazienti, Moviers, sono e rimango pur sempre straBoardante di natura. Difficile arginarmi, lo sapete…But I’ll try… 😉

 Allora, adesso montate tutti sulla vostra brava Cadillac (la Buick va bene uguale, ma anche una Harley se siete degli easy riders), imboccate la Route 66 e poi prendete l’uscita per Dallas. Ci vediamo al Buyers Club! Il riassunto e il Movie Maelstrom li ho già caricati, e anche i saluti, lisergicamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

 MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Se siete interessati a un film sull’Olocausto che non parla direttamente dell’Olocausto ma che racconta la gestazione di un Pensiero filosofico, guardate “Hannah Arendt”. Come ho avuto modo di dire, il film non brilla per valore cinematografico in sé, è un po’ cronachistico e scolastico, anche se pensavo molto peggio ―tipo grado zero della docu-fiction. Invece no, è fatto bene. E ti fa scoprire molto, moltissimo, di Hannah Arendt, donna tenace e pensatrice lucidissima, e dello scompiglio che seguì alla pubblicazione dei suoi cinque articoli in merito al caso Eichmann ― che poi divennero “La banalità del male”. E anche del suo rapporto con Heidegger, di cui non sapevo NULLA.

E questo cine-consiglio fa parte della campagna per la pratica dello scibile ― no, non sulle cime ma al cine 🙂
Lo consiglio anche ai professori lezmuviani per i loro pupils 😉

DALLAS BUYESR CLUB: Il film si svolge nel 1986 in Texas ed è ispirato ad una storia vera. Il rude texano Ron Woodroof scopre presto di essere malato e gli viene diagnosticato l’HIV. Comincia perciò a curarsi seguendo un corso di medicina alternativa. Incontra Rayon, un transessuale sieropositivo. Woodroof oltre ad avere un carattere particolare è omofobo e ha un passato da tossico dipendente. Gli vengono dati solo trenta giorni di vita ma grazie all’aiuto di Rayon e della dottoressa Eve Sack riuscirà a sopravvivere per molto più tempo, fino al 1992. La cura che Ron segue diverrà nota a molte imprese farmaceutiche che lo condanneranno e lo minacceranno.

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