LET’S MOVIE CXCIX – THE GOLD RUSH

LET’S MOVIE CXCIX – THE GOLD RUSH

THE GOLD RUSH
di Charlie Chaplin
USA, 1925, 112′
Lunedì 10/Monday 10
20:30/8:30 pm
Astra/Dal Mastro

 

Freddie Mercury Fellows Moviers,

Ora voi dite, certo ha proposto il film di uno malato di AIDS, per forza attacca con Freddie, dei Queen l’inarrivabile king&queen, non lo facevo così prevedibile, ‘sto Board. 🙁 Forse inconsciamente l’associazione mi è scattata, vero. Ma in realtà tutto dipende da un blues che da un paio di giorni soffonde le luci dentro il pianobar della mia testa http://www.youtube.com/watch?v=_qE_J4sStp8&feature=kp... Conoscete?
Sarà stato il meteo impietoso, saranno le notizie sad sad che ci giungono da New York e Sidney, sarà febbraio stesso, che sì, è il mese di coriandoli e lingue di Menelick, ma è pure la terra di mezzo tra l’inverno e la primavera, e come ogni terra di mezzo che si rispetti, porta con sé i suoi Gollum. Sarà tutto l’ensemble, je ne sais pas, ma questo inizio mese ci ha messo a dura prova. A cosa mi riferisco con notizie “sad sad” da New York e Sidney? Avrete sentito della fine dell’attore ipertalentuoso Philip Seymour Hoffman, trovato con una spada nera nel braccio, domenica scorsa, nel suo appartamento del Village. Costituzione robusta, dicono i dottori. Grano in testa, dico io. Di tutti i film in cui ha recitato ―tantissimi!― mi va di ricordare “Onora il padre e la la madre”, “Magnolia”, “Il talento di Mr Ripley”, “I love Radio Rock”, “Le Idi di Marzo” ― “La 25esima ora”, suggerisce la Honorary Member Mic dai flutti veneti…
Dall’Australia ci informano invece che domenica l’ipertalentuoso Ian Thorpe, vagava in stato confusionale nella periferia della capitale. Da qualche bel mese Ian, che ha nuotato tutto il nuotabile e vinto tutto il vincibile, soffre di depressione.
Prendete questi due giganti. Campi diversi, stessa stoffa, e stesso male ― la maledetta bestia. È una specie di crudele contrappasso, quello che il talento si porta con sé: più voli high-in-the-sky più finisci down-in-the-dumps quando qualcosa si spezza nell’ordine quotidiano delle cose. Spiace un sacco per Philip, c’era spazio per scrivere tanti altri film nel suo CV. E spiace anche per Thorpe, anche se lui ha ancora modo di benedire il giorno in cui la Speedo creò il flatskin 😉
“Il sorriso fa la differenza”, sentenzia, con un sorriso, il trans Rayon all’omofobo Ron. Detta così può sembrare un consiglio da terapia di gruppo “Make happiness real”, quegli incontri tipicamente californiani che vogliono insegnarti la strada della felicità… Ma il modo in cui Rayon lo dice, e soprattutto a chi, neutralizzano quell’ottimismo americano che ci risulta un filo irritante… L’intorlocuture di Rayon è Ron, il protagonista di “Dallas Buyers Club”, un texano che corrisponde al profilo “texano medio”: redneck, sessista, spaventato da tutto quello che si discosta dal normo-centro ―gay, trans, bisex, malati, you name it. Una specie di George W. Bush ―ma molto meglio di George W. Bush. Ron conduce una vita tra rodei e Boar’s Nest, attorniato dai bovini a due zampe che frequentano quelle accademie del bonton… Un giorno però, una visita medica si porta via la sua quotidianità da cowboy: gli vengono diagnosticati il virus dell’HIV e 30 giorni di vita. Dopo lo stordimento iniziale, Ron decide che non ci sta. Scopre che il medicinale somministrato a pochi pazienti eletti, in realtà accelera il decorso del virus e l’afflusso di capitali nelle tasche della casa farmaceutica che lo produce. Fa una capatina aldilà di Tijuana dove impara le procedure per dei trattamenti alternativi del virus, e comincia a esportare di contrabbando quelle sostanze medicinali che l’FDA (Food&Drugs Administration) ha dichiarato illegali negli USA.
Ron ha un gran senso imprenditoriale ―pertanto, no, non è decisamente George W. Bush― e, in partnership con Ryon, mette in piedi un “Buyers Club”, una specie di ufficio acquisti/circolo in cui distribuisce questi medicinali non approvati dall’FDA ai malati sieropositivi iscritti. E questo Buyers Club comincia a prendere piede e ad avere sempre più iscritti, creando una sorta di clinica/collettivo il cui scopo è quello di migliorare la qualità della vita dei sieropositivi, non far scattare il conto alla rovescia dei giorni che mancano alla loro morte. La prospettiva, capirete, è completamente diversa.
Ovviamente il film deve molto al “basato su una storia vera”. Ron Woodroof è esistito veramente, e veramente si è sentito dire “ti restano 30 giorni di vita”… E VERAMENTE ne ha vissuti 2555 (7 anni!). L’effetto “yet another Erin Brokovich” c’è, e anche un po’ quella tendenza a eroicizzare il personaggio. Del resto, come evitarlo? Tossico alcolizzato sesso-dipendente, Ron diventa una specie di accademico-senza-accademia che contribuisce alla ricerca contro l’HIV in maniera diretta e “sana”. E il rapporto che sviluppa con Ryon, verso cui all’inizio del film prova ribrezzo e alla fine grande affetto, testimonia il percorso che compie attraverso la malattia. Qui sarebbe fuori luogo dire “non tutto il male viene per nuocere” ―il male nuoce eccome quando ti abbatte i leucociti― ma il miglioramento fisico di Ron e il suo coinvolgimento nel progetto DBC avanzano di pari passo con un riscatto a livello umano. Oddio, non lo vediamo ballare “I will survive” struzzato in un boa color malva insieme ai trans iscritti al Club ― la queen, in questo senso è Ryon; ma è il grado di compassione che cambia ―e badatebenefellows, non uso “tolleranza”, concetto che soffre di un cortocircuito discriminatorio interno di cui mi meraviglio sempre non ci si accorga…tolleranza istituisce una gerarchia di superiorità del tollerante sul tollerato, have you ever thought about it?
Come s’è detto, l’interpretazione-immedesimazione di Matthew Mac-whatever rasenta la prestazione ascetica. Nel senso che ha qualcosa di devozionale, l’entrare in un personaggio in termini così fisici, costringendo il tuo corpo ad adattarsi a dei lineamenti ponderali e comportamentali così rigidi ― consideriamo proprio la scarnificazione valoriale cui si è sottoposto per diventare Ron (per il quale la correttezza politica corrisponde a un’impostazione Word…). Ma non c’è solo l’effetto kilocal… La sua interpretazione è totale, copre il lato emozionale, non solo quello corporeo.
La scoperta per me sono state le indubbie doti attoriali di Jared Leto, cantante dei Thirty Seconds to Mars, come m’ha suggerito prontamente anche il Fellow D-Bridge, salvandomi dal Mar Che-caspio-di-band-era-la-sua in cui vagavo, e salvandomi anche dai 100 anni di solitudine che mi avrebbero atteso dal Mastro.
Il trans che interpreta Leto non risulta mai esagerato, come quelli che siamo abituati a frequentare per esempio nella cinematografia di Almodovar, che invadono letteralmente la scena con la loro personalità strabordantemente chiassosa o strabordantemente melanconica. Ryon cammina tutto il tempo in punta di piedi. È un angelo, tossicodipendente e malato terminale, ma pur sempre un angelo. Fragile, fragilissimo, Ryon. E Ron, che rappresenta tutto il suo opposto ―piume e cipria contro cuoio e camperos, i due― all’inizio lo respinge, ma poi lo “vede”, capisce cos’ha davanti, e gli si affeziona.
Un film è fatto anche di sguardi. Fate attenzione a quelli di Ryon. Fate attenzione al suo incedere da efebo perduto.
“Dallas Buyers Club” odora un po’ di mélo, naturalmente, non potrebbe essere altrimenti. Se un film come “Philadelphia” puntava a raccontare il declino di un fisico, denunciando la discriminazione a livello sociale che una malattia come l’AIDS causava all’inizio degli anni ‘90, “Dallas Buyers Club” è più un capitolo di storia sanitario-sociale e aggrappamento alla vita. Il focus, come vedete, è spostato: la voglia di migliorare la vita rimasta è superiore al rammarico di essere condannati a morte certa. Sono quindi due visioni diverse sul fronte malattia, entrambe valide, ed entrambe un po’ mélo ―ma “Philadelphia” deppiù.
Ora rimaniamo sempre di là dall’Oceano, ma fuggiamo via dal Texas (paura il Texas, Fellows, pa-u-ra), e corriamo dritti dritti da Charlie

THE GOLD RUSH
di Charlie Chaplin

Quando ho letto “1925”, la reazione è stata “What??!?!? Nineteentwentyfive?? Are you kidding me??!”
Ho un’idea molto cinematografica del 1925. I treni che sono locomotive con il fumo sopra e le macchine dei macinini con i chilometri al posto del caffè. Un film che risale a quegli anni è un’occasione di guardare la strada che ha percorso il tempo, e l’uomo dietro a lui. E poi Charlie Chaplin è un patrimonio dell’umanità tanto quanto la Cappella Sistina.
E Michael Fassbender.
🙂
L’avete notato? Ho scritto un pochino (ino-ino) meno oggi. Speravo di stupirvi tutti con un messaggio di 4 righe e mezzo, ma poi ho pensato che lo shock per voi sarebbe stato troppo grande, quindi la mezza riga è diventata intera e poi… e poi….e poi sarà come morire se non scrivo ancora tra nuvole e lenzuola, mi son canticchiata… 😉
Comunque mi sto tarando, e da tarata (!), dovrebbe riuscirmi, PRIMA O POI…Be confident… 😉
Il Movie Maelstrom c’è, ascoltatelo, e anche il riassunto. Nemmeno i saluti mancano, in questa domenica sera di metà febbraio, e sono trans-atlanticamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Siccome domani è Monday e accogliere il Monday con delle note blues in testa ci mette in una posizione di svantaggio nei suoi confronti, ci facciamo quattro passi on air con questa http://www.youtube.com/watch?v=wXMeZwO2qZ0, il cui inno serafico-dark ai quattro passi ci porta esattamente lassù, on air… 😉

She will go and set the world on fire
No one ever thought she could do that…
😉

THE GOLD RUSH: Peripezie tragicomiche e sentimentali dell’omino vagabondo ai tempi della corsa all’oro nel Klondyke. Uno dei più omogenei tra i film lunghi di Chaplin: il tragico s’incorpora nel comico, le scene più buffe sono anche quelle dove la drammaticità si fa più intensa, sullo sfondo di un’Alaska inventata, ma più vera del vero. E il solo suo film in cui la natura e il caso hanno un peso maggiore che la società e gli uomini. Sebbene il tema centrale sia la lotta per la sopravvivenza, visivamente prevale a poco a poco quello della solitudine, come rivelano le ripetute situazioni estatiche. Molte le sequenze celebri tra cui, celeberrima, la danza dei panini.

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