LET’S MOVIE CXCVIII – DALLAS BUYERS CLUB

LET’S MOVIE CXCVIII – DALLAS BUYERS CLUB

DALLAS BUYERS CLUB
di Jean-Marc Vallée
USA 2013, 117’
Lunedì 3/ Monday 3
21:15/9:15 pm
Astra/dal Mastro

Fatelargo Fellows,

lasciate passare il Marchese Scorsese, con il suo carrozzone decadente, indecente, debordante anni 80, lupi, sciacalli, maiali e porcelle ―il peggior bestiame umano che possiate immaginare. Fategli spazio, al Mattatore Scorsese, mente e mano che non si piegano alle mode del momento (come il fiore di Jovanotti, si capisce), ma mantengono una loro riconoscibilità pur cimentandosi in territori nuovi e adottando anche prospettive nuove. Ora Martin fa un film che è il manifesto del “fino a che punto può arrivare la perversione umana in termini di avidità, decadenza etica e indifferenza umana” e non più di due anni fa trasformava un sogno ad occhi aperti nella poesia di “Hugo Cabret” raccontando il cinema nel modo in cui i sonetti di Shakesepaere raccontano l’amore. Nel modo in cui Caldier scrive la leggerezza nei suoi volatiles. Nel modo in cui….insomma, avete capito 🙂

“The Wolf of Wall Street” fa sovvertire l’ordine naturale degli eventi lezmuviani e saltare preamboli, arrivare dritti al sodo, perché ti trascina, quel carrozzone. Ti carica a bordo e ti porta dentro, nel cuore del nuovo male e del nuovo villain che lo incarna. Un male che non prende forma in periferie degradate e quartieri bronx, ma nei grattacieli blue-chip di Wall Street. Il nuovo male è la finanza, e il codice maletico (non è un refuso) che la regola negli anni ‘80. Il nuovo villain è la canaglia che non mostra nessun pentimento, nessun rimorso. E, quel che inquieta di più, nessun dubbio.

Quindi sì, il film è la storia di un lupo, ma è anche la rappresentazione di un momento e di una società. Il Marchese Scorsese prende una biografia, ma non si accontenta di raccontare l’uno. Martin è un visionario: la vista abbraccia un campo che va oltre l’orticello del singolo. Martin, il Marchese Scorsese, è vorace, ha fame di raccontare ―a 70 anni, una fame da ragazzino! Da una biografia tira fuori un epos, ricostruisce e restituisce un mondo, che poi è quello che è successo con una mela che da frutto è passata a pomo della discordia, grazie a una penna discretamente dotata e un occhio un tantino cieco…Tranqui, Fellows, non sto paragonando Martin a Homer :-). Sto avvicinando l’approccio, l’ampio respiro, quella che io chiamo la capacità di far fisarmonica con la tua visione, allargandola al massimo e restringendola al minimo, quella capacità che accomuna le grandi menti immaginanti.

Il film di Martin ―e succede con tanti dei suoi film, lui ha questo dono― ti risucchia dentro un baccanale in cui satiri e menadi sono yuppies col naso imbiancato e la fregola di soldi e Ferrari ―all’altra F ci arrivate da soli :-)― e disinibite escort dispensatrici dell’altra F… E ci getta in questa baraonda, senza risparmiare nessun eccesso. Sesso urbi et orbi, droghe, alcool e deliri di ogni tipo da far invidia a qualsiasi Burroughs che si rispetti. Guardare “The Wolf of Wall Stree” è come farsi di anfetamine, come riemergere con la testa da una bacinella di acqua gelata… Ne esci thrilled, dazzled, e completamente stoned.

Ma chi è questo Jordan Belfort? È un tipo moooolto sveglio che si lascia prendere la mano decisamente un po’ troppo… Dopo essersi fatto le ossa truffando piccoli investitori di periferia, questo HuckleBLACKberry Finn dei giorni nostri fonda la Stratton Oatrmont, una società di brokeraggio che sbarana i pezzi grossi della finanza con qualsiasi metodo, legale o non. Di Jordan colpisce il carisma, che lo fa diventare una specie di guru per la squadra di youppie che pendono dalle sue fauci.  Hanno un unico scopo, questi schizzati per la finanza: spostare i soldi dalle tasche dei clienti alle proprie, no matter who or what.

La storia di Belfort è ciò che il sogno americano del self-made man diventa quando perde il contatto con l’umano e si perverte in delirio di onnipotenza ―oh mein Gott quanto Nietzsche in questo film!― quando dalla ricerca della realizzazione personale si passa al raggiungimento ostinato di un “I want it all I want it know”, incurante di tutto e tutti. Perché paradossalmente questa ricerca esasperata dell’eccesso ―e quindi della riuscita massima del sé― comporta l’autodistruzione. Del resto anche Icaro, preso dalla sua ebrezza, finì per avvicinarsi troppo al sole e bruciarsi… Ma Jordan NON è un Icaro contemporaneo. Le ustioni che si provoca, guariscono. Ed è proprio qui, che è scoppiata la polemica ―soprattutto in America, il paese che rimane ancora la terra del Mayflower. Jordan non si pente mai. I milioni rubati ―e non solo ai tycoon di east e west coast ma anche ai poveracci con quattro risparmi da parte― e poi il processo, la galera, non provocano in lui la redenzione. Anzi. Una volta scontato il suo debito con la legge, Jordan ricomincia. Cambia soltanto paese, (Australia). Quindi “The Wolf of Wall Street” non è l’ascesa e la caduta di una simpatica canaglia che smarrisce la retta via per poi ritrovarla in una sorta di homo novus: è piuttosto un “volo-cado-e riparto come se nulla fosse”.
Capite su cosa si sono rovesciati gli strali dei nostri amici yankee, che dei loro padri pellegrini portano ancora l’indice moralizzatore impresso nella coscienza collettiva? L’antieore, per perdere l’-anti e meritarsi la nostra grazia, deve fare ammenda (ma sbaglio o c’entra pure Fra Cristoforo qui??). Jordan non può fare quello che ha fatto, rimanere sostanzialmente impunito e ricominciare pure da un’altra parte, impunito. O meglio, questo può anche capitare, in casi eccezionali e dietro le quinte del mondo normale, ma Scorsese non PUO’ farlo vedere rimanendo sostanzialmente indifferente e non formulando un qualche j’accuse. Perché sì, non c’è redenzione in questo film, ma non c’è nemmeno l’ansia di trovarla, come magari era successo in altri suoi film (“Good Fellas” per esempio). Per questo dicevo che Martin adotta prospettive nuove: ha scalzato la call-for-catharsis, provando che un artista è tale quando vende casa e ne trova un’altra. E poi un’altra. E poi un’altra….
In realtà i nostri amici ammmericani che criticano il film ―e che forse sono rimasti un tantino scossi davanti a quel bellissimo e blasfemissimo “Fuck you, U.S.A. Fuck you, U.S.A. Fuck you! Fuck you!” strillato nel film― loro, gli ammericani, non hanno capito proprio che Scorsese mostra il prodotto, ovvero l’effetto di un modo di pensare che aveva imperato negli anni 80. Ovvio, non sceglie una storia anonima per raccontarlo. Sceglie il caso estremo, e adotta l’estremo come correlativo oggettivo espressivo, estremizzando ed esasperando. Ecco allora che i festini a luci rosse, le sniffate anche quelle urbi et orbi (e per “urbi” intendo OGNI urbi dell’umano in cui non penseresti MAI la coca sia tirabile…) e le truffe assumono (s)proporzioni epiche. Così come la lunghezza (3 ore, che tuttavia passano senza fatica), e la quantità di dialoghi (che in tanti punti risuonano, per la demenzialità in salsa irriverenza, il Tarantino di “Pulp Fiction” e “Inglorious Basterds”) e la varietà di registri scenici adottati in cui riconosci Scorsese in tutto e per tutto.
E quando poi vedi un film così grandioso (nel senso proprio di volumetria cui aspira, riuscendoci) capisci anche in cosa sono grandiosi, certi attori. L’impegno richiesto a Leonardo May-the-Oscar-be-with-you DiCaprio è stato oserei dire immane, sia dal punto di vista espressivo, che fisico che interpretativo. E ne esce a testa altissima. DiCaprio può piacere o meno ―come tutto― ma credo che il suo talento sia un dato oggettivo impossibile da confutare.

Tanti sono sapaventati dai 180 minuti. Be’ io rubo le parole al Mastro Yoda (da non confondersi col mio Mastro eh, che non è verde lui) e vi assicuro che “Size matters not“. Quando una pellicola fa un uso così maledettamente riuscito di smart fun (che non è un tipo di telefono, ma potrebbe diventarlo), ovvero un fun mai scontato o frustro, ma scoppiettante e circense ―fun-ambolico, potrei dire 😉 ― 3 ore scivolano via senza sentirle. E questo ve lo potranno confermare anche il Fellow D-Bridge ―indeciso fino al penultimo, ma deciso all’ultimo, che è quello l’importante perché gli ultimi saranno i primi, anche se non esistono più le mezze stagioni ― e il Fellow Juan Carlos ― agevolato alla partecipazione anche dalla limitrofia (limitrofia??) della sua reggia imperiale rispetto al Porno Roma. Ve lo confermerebbero anche il Fellow Felix, la cui felina curiosità l’ha portato al cine ancora il weekend scorso, e anche la Fellow Junior, spinta più che altro dall’istinto “giovane esploratrice” (rigorosamente non Scout) perché pur sempre una Junior rimane :-).

Vorrei parlare ancora e ancora parlare del lupo che non venne sparato ma che anzi la fece franca, però è giunto il momento di partire per il Texas con

DALLAS BUYERS CLUB
di Jean-Marc Vallée

Mi getterò addosso al Mastro non appena lo vedo: non mi aspettavo di trovare questo film in sala così presto! Jesus, all’Astra è Natale 24x7x365! (Soluzione in fondo al libro).

Anche questo film, come “The Wolf” lo aspetto con quello sguardo da Katie Bates in “Misery non deve morire” quando dice a Paul “Cercavi forse questo?”…Quello sguardo ora-ti-sistemo-io che metterebbe in fuga persino lei, la POVERA Annie…
“Dallas Buyers Club” è stato presentato a una sfilza di festival dove ha sconvolto un po’ tutti, soprattutto per l’interpretazione di Matthew McConaughey ―che sarà anche bravo ma checcavolo di nome si ritrova. E per questo si contenderà la statuetta con Leo May-the-Oscar-Be-With-You DiCaprio ―che invece, con un nome così, capirete, parte molto avvantaggiato 🙂
Boardate a parte, sarà un gran bella gara…

E se Leo pronunciava 569 volte la parola f**k” durante il film, Matthew ha perso 27 kg per interpreatare il ruolo del protagonista. I due dati non hanno grande rivelanza nel panorama della matematica pura del post-illuminismo (??), tuttavia dimostrano l’accanimento con cui le idiozie ti si fissano in testa. 🙂

Dato che questo messaggio finisce con l’inizio, fatemi riflettere su una cine-notizia che due settimane fa ha bloccato l’attenzione degli italiani, che al momento rimpallano tra coppie Renzi-Letta, Letta-Alfano, Alfano-Berlusconi, Berlusconi-Dudu, e via così… Avete intuito forse… “La grande bellezza”, che tutti vorremmo sentire dopo “and the Oscar goes to” il marzo prossimo. Eppure noto che il tifo per la bellezza sorrentiana non è così curva-sud… Tra il popolo che mi circonda, il film è più dispiaciuto che piaciuto. 🙁 Io mi sono ABBONDANTEMENTE espressa in merito nel Lez Muvi del maggio scorso, spendendo plausi e applusi per Sorrentino, pur rimanendo con qualche bella perplessità circa il finale aviario coi fenicotteri in volo, che ho trovato assai fuori luogo.

Ognuno ha le proprie idee, naturalmente; come mi ricorda sempre il WG Mat (e forse non per arteriosclerosi), il cinema non è una scienza esatta. In quanto soggetti, rispondiamo soggettivamente ―con tutta l’acqua calda che sto inventando potrei riempire un’olimpionica, sì. Ma quello che mi chiedo è, perché ha dato così fastidio, questa nomination all’Oscar? Per il fatto che Sorrentino lava i panni sporchi dell’Italia sotto il naso di tutto il mondo, dimostrando che il bel paese non è poi così bello dentro tanto quanto appare fuori? Per il fatto che ha girato un film in cui la forma ―bellissima― esiste per sé stessa ma non veicola sostanzialmente nessun contenuto, rimanendo un bellissimo guscio vuoto? Mmm… A queste polemiche rispondo, 1. L’Italia è anche quello, cafona, vana e decadente (e Roma lo geografizza alla grande); 2. Sorrentino dimostra da sempre una gran passossessione per il lavoro estetico, e sì, a volte si fa prendere troppo la mano, cadendo nel calligrafismo ― “This Must Be the Place” è sotto gli occhi di tutti. Ma non avete mai pensato che quel tipo di linguaggio porti iscritto al suo interno il senso di vacuità esistenziale che il film vuole rappresentare? La rispondenza fra codice e contenuto è una scelta che tanti artisti hanno scelto, specie nelle arti figurative ― prendete semplicemente “Guernica”, prendete i quadri di Grosz, Francis Bacon…. In breve, usare il vano per dire il vano… Non sto dicendo che sia così, sto solo avanzando qualche ipotesi…
Dibattito aperto, my great and beautiful (e su questo non si dibatte) Moviers…

 E un’ultima comunicazione di servizio. Questo potrebbe essere l’ultimo Lez Muvi chilometrico della storia. E non perché mi sia stancata dei chilometri ― io stanca dei km?? Ma quando mai?!? 🙂 ― ma perché forse devo imparare a condensarmi, almeno con voi. So di averlo promesso altre volte, fallendo miseramente ― come si vede! ― ma io ci provo comunque. Voi, siatemi pazienti, Moviers, sono e rimango pur sempre straBoardante di natura. Difficile arginarmi, lo sapete…But I’ll try… 😉

 Allora, adesso montate tutti sulla vostra brava Cadillac (la Buick va bene uguale, ma anche una Harley se siete degli easy riders), imboccate la Route 66 e poi prendete l’uscita per Dallas. Ci vediamo al Buyers Club! Il riassunto e il Movie Maelstrom li ho già caricati, e anche i saluti, lisergicamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

 MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Se siete interessati a un film sull’Olocausto che non parla direttamente dell’Olocausto ma che racconta la gestazione di un Pensiero filosofico, guardate “Hannah Arendt”. Come ho avuto modo di dire, il film non brilla per valore cinematografico in sé, è un po’ cronachistico e scolastico, anche se pensavo molto peggio ―tipo grado zero della docu-fiction. Invece no, è fatto bene. E ti fa scoprire molto, moltissimo, di Hannah Arendt, donna tenace e pensatrice lucidissima, e dello scompiglio che seguì alla pubblicazione dei suoi cinque articoli in merito al caso Eichmann ― che poi divennero “La banalità del male”. E anche del suo rapporto con Heidegger, di cui non sapevo NULLA.

E questo cine-consiglio fa parte della campagna per la pratica dello scibile ― no, non sulle cime ma al cine 🙂
Lo consiglio anche ai professori lezmuviani per i loro pupils 😉

DALLAS BUYESR CLUB: Il film si svolge nel 1986 in Texas ed è ispirato ad una storia vera. Il rude texano Ron Woodroof scopre presto di essere malato e gli viene diagnosticato l’HIV. Comincia perciò a curarsi seguendo un corso di medicina alternativa. Incontra Rayon, un transessuale sieropositivo. Woodroof oltre ad avere un carattere particolare è omofobo e ha un passato da tossico dipendente. Gli vengono dati solo trenta giorni di vita ma grazie all’aiuto di Rayon e della dottoressa Eve Sack riuscirà a sopravvivere per molto più tempo, fino al 1992. La cura che Ron segue diverrà nota a molte imprese farmaceutiche che lo condanneranno e lo minacceranno.

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