Posts made in marzo, 2014

LET’S MOVIE CXCXVI – IDA

LET’S MOVIE CXCXVI – IDA

IDA
di Pawel Pawlikowski
Polonia, 2014, 80′
Lunedì 31/Monday 31
21:00 / 9:00 pm
Astra/dal Mastro

Fragili Fellows,

Guardando il film di Gaglianone, lunedì, è arrivata d’improvviso la parolina che miracolosamente l’avrebbe racchiuso. Mi è piovuta addosso così, senza che ci pensassi, come tante volte succede. Qualcuno avrà mai cantato i fenomeni miracolari scaturiti in assenza di pensiero, mi chiedo? (Mai sentito parlare di Archimede, rilanciate voi, quello del principio trovato nello sciallo d’una Jacuzzi?).
Insomma, quella parolina lì ruzzola fuori da “La mia classe” e mi arriva ai piedi. E io non posso fare altro che raccoglierla, soppesarla quel tanto che basta per capire che ha tutte le ragioni d’incrociare il mio cammino, e decidere di metterla lassù in testa, la posizione che, dopo 195 puntate, ormai l’avrete capito, detta il tono e il tempo del seguito.
La foga ha sempre il sopravvento con me e io sono partita in quarta senza nemmeno celebrare il ritorno dell’Anarcozumi in Lez Muvi ― vicissitudine indo-europee, intestine (nel senso di domestiche, non duodenali) nonché festival-organizzative l’hanno tenuta lontana in quest’ultimo periodo, ma lunedì la chick è volata da noi in tutta la sua natura aviaria, ehm, aerea 🙂 🙂 …Averla è stato come vedere casa dopo mesi di mare (tipo Itaca sì, o Follonica, a seconda delle mitologie). 🙂
Con lei la More, la Movier doppio strato, e no, non come il domopack, ma come le Movier che combattono il gelo esistenziale a colpi di scialli e sciarpe ―sulla riuscita, non possiamo dire, ma l’importante, si sa, è partecipare. 🙂 Purtroppo la calca dal Mastro mi ha impedito d’intercettare la Fellow Vanilla prima del buio in sala, ma tanto noi siamo superiori e promettiamo di non trascinare nessuno in tribunale, nemmeno la calca. 🙂 Da brava recruiter, la Fellow ha portato anche la Guest Mavi, che di cinema ne sa a tonnellate!
E adesso foga, fa’ di me ciò che vuoi. 🙂

“La mia classe” è una classe di 17 studenti extracomunitari finiti in aula per imparare l’italiano. Costa d’Avorio, Ghana, Egitto, Bangladesh, Iran, Europa dell’Est, Brasile ―i paesi di partenza coprono mezzo mondo. Il maestro scelto per la mission ―quasi impossible direi, e da teacher, lo dico a malincuore― è Valerio Mastandrea, che, e adesso comincia il bello, interpreta se stesso che interpreta il maestro. Sì perché “La mia classe” è un esperimento metanarrativo, ovvero: ciak si gira un film che gira un film.
L’idea iniziale, ha spiegato Gaglianone a fine proiezione, era quella di realizzare un film/documentario classico. Poi però succede che un paio degli studenti, attori non professionisti, che compongono la classe, si vedono negato il rinnovo del permesso di soggiorno e quindi la possibilità di partecipare a tutte le riprese del film. Questo fatto scuote il regista, che non riesce a rimanere indifferente alla realtà che entra così prepotentemente nella finzione cinematografica. Quindi abbandona il film/documentario classico, e permette alla realtà, ai fatti umani, di varcare il confine con la finzione e penetrare all’interno del film stesso, spingendo telecamere e addetti ai lavori entro il perimetro intorno alla scena girata, e interrompendo così la cosiddetta fabula (=il flusso degli eventi narrati).
Lo spettatore si trova quindi con due livelli, quello della rappresentazione della realtà, e quello della rappresentazione della finzione. Ma ahimé, contrariamente a quanto crede il regista che ha provato a spiegarlo, lo spettatore NON è disorientato da questo, dalla con-fusione di realtà e finzione ―come on, Daniele, avrei voluto dirgli, siamo un audience del terzo millennio, abbiamo letto Pirandello, siamo passati attraverso il post modernismo e pure il post-post modernismo, abbiamo visto set cinematografici entrare in scena e registi riprendere se stessi che riprendono il film che stanno girando, personaggi in cerca d’autori (questo lo sapete chi è) e personaggi che che salgono sul palco e reclamano il rimborso del biglietto (questo è Brecht). Semmai lo spettatore è confuso (senza trattini) perché si accorge immediatamente che manca una scelta chiara di fondo: non avendo ben chiaro dove il film vada a parare, NOI non sappiamo dove stiamo andando a parare! E quindi siamo perplessi. Ma non confondiamo questo disorientamento, con il disorientamento/straniamento che si crea attraverso tecniche postmoderne.
Non abbiamo nulla in contrario ad osservare la realtà che intrude la finzione. Ma dobbiamo capire se vuole presentarci un film sul film (“Otto e mezzo” non è forse questo?), oppure un docu-film, oppure un esperimento di metacinematografia, oppure un film in forma di documentario su un film che avrebbe dovuto essere e non è stato. Ma non si possono presentare scene di girato spacciandole per vere quando si sa benissimo che le reazioni che contengono non sono spontanee, ma dettate da un copione scritto, per quanto “aperto” esso sia.
Alla mia domanda sull’improvvisazione degli studenti, il regista ha risposto che non avevano un copione, che le lezioni erano vere, precisando tuttavia che seguivano un canovaccio prestabilito…Lezioni vere o con un canovaccio? Con Mastandrea (attore) come maestro? Mmm…
Altra perplessità. C’è una sequenza in cui i personaggi raccontano, uno a uno, la propria storia personale (l’abbandono della terra natale per raggiungere l’Italia, il loro presente qui, ecc). Sono racconti toccanti, e i singoli studenti piangono. Ma è evidente che quelle lacrime, checché scaturite da un dolore che immaginiamo essere reale e autentico, sono frutto di un’agenda scenica che ha pianificato una serie di quadretti toccanti, ciascuno studente solo in classe senza i compagni, la telecamera fissa su di lui. Ed è come se venisse chiesto agli studenti di RECITARE se stessi, non di ESSERE se stessi. La differenza, capirete, è abissale, così come l’effetto: dissimulazione e autenticità non possono convivere, e la nostra empatia ne fa le spese.
Detto questo, per quanto non mi convinca affatto dal punto di vista cinematografico, il film svolge apprezzabilmente la sua funzione sociale di spegnamo-i-cellulari-e-concentriamoci-due-ore-sulla-questione-dello-sradicamento-dal-proprio-paese. Abbiamo le città piene di queste persone (non personaggi!) fragili ―once again― che lasciano in una terra tutto quello che sono e possiedono, e arrivano in un luogo in cui devono imparare a schivare l’ostilità, il pregiudizio, gli occhi freddi. Questa fragilità, individuale e collettiva, è rappresentata bene dalla ragazza iraniana del film, che non riesce a raccontare la sua storia, e non per mera mancanza di vocaboli, ma perché la sofferenza che il distacco dalla sua terra le ha provocato è indicibile.
Peraltro non concordo molto col regista nemmeno sul discorso sulla lingua. Mi piace questa lingua, dice il regista, è bello quest’italiano faticoso, sbagliato, che parlano questi studenti…è una lingua vera, che rispecchia questo momento, è la loro voglia di farsi capire.. Attenzione, dico fra me e me, a dare giudizi di valore sulle lingue e a cadere nelle romantizzazioni (look who’s talking here!). Le lingue non sono né belle né brutte. Certe lingue, e penso ai pidgin per esempio, sbocciano da esperienze di dolore inaudite ―pensiamo ai patois nati nelle piantagioni delle ex colonie― e nascono per assolvere a una funzione: il capirsi senza farsi capire dal padrone. Ma l’italiano sgrammaticato di questi parlanti, cacofonico e stentato,  esprime la necessità di farsi capire da tutti, nonché lo sforzo di imparare una lingua straniera. Anche qui, non drammatiziamo: non solo gli immigrati con le valige di cartone tribolano con la lingua straniera; di beginners in lotta con l’abbiccì di una lingua è pieno il mondo…
Perciò, e concludo-thanks-god, nonostante la struttura esile esile della pellicola che purtroppo non regge tutte le aspettative intellettuali in testa al regista ―come vedere un corpicino pelle e ossa sotto un cervellone da giganti― il senso sociale del progetto rimane indubbio. Così come il coraggio di cimentarsi con esperimenti registici rischiosi. Courage calls for guts 🙂
E ora avrei ben due film da proporre, ma scelgo

IDA
di Pawel Pawlikowski

È un po’ che abita dal Mastro, questo film. E tutti, ma proprio tutti quelli che l’hanno visto ne sono rimasti folgorati. Certo non ci negheremo, noi lezmuviani, creature fotoniche che siamo, le gioie d’una folgorazione!
Capisco che “film polacco in bianco e nero con una suora per protagonista” non siano esattamente le premesse più accattivanti per suscitare l’acquolina in bocca al Movier medio…ma noi, che medi non siamo nemmeno nella taglia, andiamo oltre… 😉

L’altro film che vale la pena rivedere se avete modo-tempo-voglia-whatever, è il classico di Roberto Rossellini “Roma città aperta“, riproposto all’Astra dal Mastro lunedì e martedì alle 19:00 e alle 21:15. Se potete, non perdetelo ―andateci lunedì, e lasciate voi ch’entrate, il martedì a Lez Muvi 😉

Guardate oggi concludo così, senza star lì tanto a chiacchiere (!). E quasi quasi non aggiungo nemmeno il Movie-Maelstrom… Mmm…No be’ dai, il Movie Maelstrom lo aggiungo… 🙂
Riassunto down down below, a bunch of thanks to you all, e saluti, stasera, fortemente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Miyazakiamoci!
Il miyazakiano WG Mat mi ha segnalato questo http://www.repubblica.it/spettacoli/cinema/2014/03/22/news/in_arrivo_tre_film_di_miyazaki_e_una_pippi_calzelunghe_made_in_ghibli-81539672/?ref=HRERO-1 e io lo segnalo a voi 🙂
Purtroppo dobbiamo aspettare settembre per “Si alza il vento” 🙁 ma nel frattempo possiamo dirottare sulla Città Incantata insieme alla Principessa Mononoke 🙂
E indirizzo tutti noi miyazakiani (tanti!) al sito di riferimento http://www.studioghibli.it/

IDA: Polonia, 1962. Anna è una giovane orfana cresciuta tra le mura del convento dove sta per farsi suora: poco prima di prendere i voti apprende di avere una parente ancora in vita, Wanda, la sorella di sua madre. L’incontro tra le due donne segna l’inizio di un viaggio alla scoperta l’una dell’altra, ma anche dei segreti del loro passato. Anna scopre infatti di essere ebrea: il suo vero nome è Ida, e la rivelazione sulle sue origini la spinge a cercare le proprie radici e ad affrontare la verità sulla sua famiglia, insieme alla zia. All’apparenza diversissime, Ida e Wanda impareranno a conoscersi e forse a comprendersi: alla fine del viaggio, Ida si troverà a scegliere tra la religione che l’ha salvata durante l’occupazione nazista e la sua ritrovata identità nel mondo al di fuori del convento.

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LET’S MOVIE CXCV – LA MIA CLASSE

LET’S MOVIE CXCV – LA MIA CLASSE

LA MIA CLASSE
di Daniele Gaglianone
Italia, 2014, ’92
Lunedì 24/Monday 24
20:30/ 8:30 pm
Astra/dal Mastro
REGISTA IN SALA!
Quindi RSVP at 0461-829002

Filo Fellows,

E’ il “filein”, che mi sospinge in questi giorni.

Voi: “Filein??”
Io: ““Amare” in greco-che-si-scrive-come-si-legge. Tipo “Lov iu oll” in inglese”.
Voi: “Ah ecco, perché noi siamo abituati a quello antico, col PH, philèin…. Vedi Board, tu avrai anche imparato il greco sugli album delle figurine di Pollon, noi abbiamo preso il PhD a Pergamo…”
Io: “Fico…Ehm volevo dire, Phico…”

🙂

E’ l’amore che mi sospinge in questi giorni.
L’inverno giace agonizzante in un angolo, laggiù, lo vedete? E noi vittoriosi. Uscite per strada e guardate le persone ―okay, magari non in questo rainy day, anche se credo il meteo c’entri fino a un certo punto. Oltre l’imbarazzo di non saper scegliere tra lana e cotone, sbagliando sempre, oltre il pallore maturato in 6 mesi di reclusione tra cappotti e caloriferi, oltre la tenerezza delle carni che ritrovano il sole, ecco spuntare quei sorrisi, quella voglia di leggerezza…Love is in the air cantava Paul Young. E ho sempre alzato gli occhi al cielo davanti a tanta aerea melenseria. E invece guarda-te, in questo marzo 2014 quasi quasi la canticchio pure io. Senza pensare a nessun Prince Charming, o ai Baci Perugina, o a 3 metri sopra il cielo.

Ed è con questa predisposizione d’animo che affronto “Lei”, lunedì dal Viktor Viktoria. Il Fellow Onassis Jr. mi suggerisce, con un colpo di micidiale arguzia linguistica, che potrebbe trattarsi di “Viktor VikMoira”, vista la somiglianza della proprietaria con la regina del Circo Orfei. E io non posso che devolvere l’8 per mille al Massimo Rispetto per questa sua uscita. E non è solo, il Fellow. Dopo di lui, arriva il WG Mat che, vista la mia mise un filo/philo, circense, la inserisce, giustamente, nella categoria “Pagliacci” :-)… E dulcis in fundo ―dulcissimo, col suo omen nomen nomen omen― il Fellow The Candy Andy The, che ultimamente, indirizzando sistematicamente il fisico alla gym, è a Lez Muvi solo con lo spirito. Ma di questo certo lo perdono… del resto, leggiamo dallo Statuto Lezmuviano: “No activity related to sport/training/work-out shall ever be alleged as, accused of, or recognized as having infringed the penal law executed by the Board” 🙂 Lo perdono talmente tanto che gli dico, in merito al Cadavre Exquis, che il cadavere squisito berrà il vino nuovo… 😉
E sappiamo con certezza scientifica che il Fellow Felix, sulla via di Napoli in forma solida, era tra noi in quella gassosa… 😉
Insomma, da quattro movier moschettieri moderni che siamo ―moderni perché la colonna sonora che ci accompagna in galleria è questa  https://www.youtube.com/watch?v=vrSyrOaoAug prendiamo posizione lassù, in galleria. Ora, l’audio sarà anche da 5 meno meno al Viktor, ma i posti lassù, che è come vedere il film da un terrazzo, hanno sempre il loro fascino. E devo dire che anche l’intervallo a metà film, ha il suo perché ―ogni volta lo critico, iena-che-sono, ma lunedì ha permesso ai quattro moschettieri di scambiarsi le prime impressioni sul film, nonché della sana sillyness.
“Lei” porta in scena una vagonata di argomenti. Sviscerarli tutti sarebbe davvero complesso e lungo. Decido di rivelare a voialtri qui, silenti Moviers, quello che io ho visto nel film, ma che differisce completamente da quello che hanno visto gli altri moschettieri, nello specifico il WG Mat, che è molto più savvy di noi in area sci-fi e potrebbe scrivervi un trattato sulla letteratura cinematografica o fumettistica o semplicemente letteraria da cui Spike Jonze può aver tratto ispirazione ― Battlestar Galactica, Ghost in the Shell, Blade Runner, ecc…E infatti s’è impegnato e ha scritto un pippone che quelli del Board al confronto sono degli haiku 🙂 ― vedasi il Movie Maelstrom.
Los Angeles (Downtown, per la precisione, e i miei Guys capiranno :-)). Futuro imprecisato. Theodore Towmbly è un animo sensibile che fa un un lavoro la cui portata allegorica varrebbe un Oscar a parte a Spike Jonze: scrive lettere d’amore agli sconosciuti su commissione. Theodore è in quella fase maliconica della vita in cui sta per finalizzare il divorzio con la donna amata da una vita, cercando, in qualche modo, il modo di andare avanti. Un giorno acquista un OS, un sistema operativo vocale per pc che lo aiuti a organizzare il suo lavoro, et voilà, la sua vita cambia. Lei, Samantha, il sistema operativo, che possiede una voce ma non un corpo, è capace di evolvere spontaneamente attraverso l’esperienza, e si rivela umanissima nelle reazioni, nei comportamenti con Theodore. Lo capisce, lo previene, lo stupisce. Lo colpisce. In poco tempo, bam, i due si innamorano perdutamente, lui carne e ossa, lei voce e bit.
Ma “Lei” NON è un film sul rapporto tra l’umano e il tecnologico. Non è “Minority Report”, non è “Simone”, “Super Vicki” (Super Vicki”??),  non è niente di tutto ciò.
Per quanto lo sia (indiscutibilmente), la tecnologia non è vista come motivo d’alienazione in sé, o come un nemico dell’umanita. Non c’è uomo vs macchina ―questo conflitto, con “Her” è finalmente superato. Qui siamo passati a un altro livello di riflessione. Il cuore del film sta nell’evoluzione del “philein”, nella doppia accezione del potere evolutivo dell’amore come sentimento che fa evolvere gli esseri (umani e virtuali), e del percorso che l’amore inteso come rapporto di coppia compie ―nascita, crescita, declino, fine.
Samantha e Theodore vivono l’evoluzione di una storia tipica, pur trovandosi in una situazione assolutamente atipica. E la parte più travolgente del film è quella che mostra l’arricchimento reciproco dei due (che poi è il senso vero dell’amore…il darsi…): mentre lui mostra il mondo a Samantha e lei lo vive con gli occhi entusiasti e avidi dell’innocente che beve dall’esperienza, i due crescono. E si divertono, fanno gli scemi, ridono, piangono, viaggiano, fanno sesso ―nota a parte: prendete un po’ la scena più hot hot del film (una delle più hot hot e original mai viste) in cui lo schermo è completamente nero e sentiamo solo le loro voci e i loro gemiti, che raccontano l’eros a cui si stanno dando, dimostrando che lui, l’eros, è una questione d’immaginazione lontana anni luce dal fisico e dal visibile.
Poi però, dopo questa fase d’idillio, cominciano i guai. La mancanza del medium corporeo di Samantha è un problema, alla lunga, che cercano di risolvere attraverso un corpo “in prestito” ― tipo utero in affitto― un’iniziativa che tuttavia risulta fallimentare: il corpo non è un banale mezzo, è piuttosto un mo(n)do comunicativo macluhaniano…il medium è il messaggio, giusto? Se togliamo il medium, il messaggio veicolato magari sussiste per un po’, ma poi scricchiola ―come il rapporto di Samantha e Thodore― e cede.
E arriviamo alla crisi: la scoperta della non-unicità della loro relazione: Samantha interloquisce con 641 utenti mentre parla con Theodore. La fine dell’esclusività e il tentativo di ricostruire le cose, e la conclusione che no, certe cose non si riparano.
E come anticipato prima, il film non disegna solo la parabola del sentimento in una relazione reale-virtuale ―nascita, crescita, mort― ragiona anche su quello che l’amore genera a livello più panico, generale…Spesso ci inganniamo di appartenere all’altro e che l’altro ci appartenga ma come dice splendidamente Samantha, “L’amore non è una scatola che riempi, l’amore quando lo fai entrare, si espande, aumenta a dismisura” e allora possiamo amare uno e 641 (!) persone contemporaneamente. Ed è difficile, terribilmente difficile, capirlo…capire perché si finisca per amare qualcun’altro, o più persone… E al desiderio di esclusività di Theodor, Samantha risponde con questo paradosso che forse tutti abbiamo sentito nei confronti dell’amato/a, “Io sono tua e anche non tua”.
Samantha, in fondo in fondo, è un’idea. Una proiezione del bisogno di amore del protagonista ―bisogno colto, compreso e commercializzato dai produttori degli OS. Qui potremmo entrare sul filosofico e chiederci quanto della nostra volontà c’è nell’amore? Quanto contribuiamo noi a creare quel sentimento, idealizzandolo, vivendolo nella nostra testa? E poi come facciamo quando quell’idea si fa carne, e non sempre risponde come ci aspetteremmo (vedi il corpo surrogato della biondina)? E come facciamo quando l’idea subisce un cambiamento, diventa altro (vedi l’evoluzione di Samantha?)
Il film NON è un inno all’amore. E’ una meditazione intelligente e poetica sul percorso che ognuno di noi deve compiere con se stesso, il dialogo che deve parlare con se stesso, per poi parlare con gli altri. Conosci te stesso (per rimanere ellenici), per amare gli altri ― quest suggerisce il film. Il problema con l’oggi è la distrazione. Siamo sottoposti a un bombardamento continuo anche attraverso la tecnologia, che in questo nostro tempo è aggressiva: è come se fosse una creatura che sta vivendo la sua fase tellurica di crescita ―un po’ come i cuccioli. Ma la tecnologia che ci propone Jonze è più adulta, matura. E la scatola urbana che la contiene, Los Angeles, non è caotica, iper-frenetica, allucinata. Tutto scorre a un ritmo tranquillo, a volte persino rallentato. I colori metropolitani non sono fluorescenti, sgargianti ―non è Tokyo, Piccadilly Circus. Le nuance calde, il colore più vivo è l’arancione delle camice di Theodor, che chiama a sé dei marroni tenui e dei grigi dolci, verdi e gialli pacati, quasi vintage…La nebbiolina che avvolge Downtown L.A. non odora di monossido di carbonio: è come se fosse un filtro per schermare un sole troppo forte. Lo stesso dicasi per l’assoluta assenza di automobili (il che è buffo, nella car-city per ecccellenza!): tutti viaggiano con dei mezzi pubblici puliti e silenziosi, i treni sono confortevoli, non avveniristici. A questo futuro, capirete, guardiamo con un cuore tranquillo.
Io ho molto molto amato la coerenza che sta dietro a tutte queste scelte, e questo nuovo occhio su un futuro tecnologico non minaccioso, ma accogliente. Come dire, la guerra con gli ultracorpi è finita, ora vediamo di immaginare e pensare un periodo di pace.
Ma c’è del male e del bene nel quadro che Jonze profetizza. Se da un lato dobbiamo mettere in preventivo una tendenza all’isolamento, e alla spersonalizzazione ―pensiamo, ancora una volta al lavoro di Theodore: scrivere i sentimenti al posto degli altri (anche se questo poi, non lo fanno da sempre i poeti??)― dall’altro le opportunità di stare con noi stessi, leggere autenticamente il proprio io, e porlo così, autentico, agli altri…
Uh ma quanto potrei andare avanti a scriverne…!! Ma faccio la brava dai… 🙂

E ora, l’avevamo già preannunciato tre settimane fa, complice le allucinazioni di cui il Board soffre…

LA MIA CLASSE
di Daniele Gaglianone

Come dicevo, film piccolo ma grande presentato all’ultima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia all’interno delle Giornate degli Autori (ri-anvedi).
Regista in sala. No need to say anything else 🙂

Ah dato che il Maelstrom è occupato, infilo qui il link a uno spassosissimo articolo che Michele Serra ha scritto su “La grande bellezza” per l’Espresso… http://espresso.repubblica.it/opinioni/satira-preventiva/2014/03/12/news/mediaset-promette-mai-piu-capolavori-1.156866
Aggiungiamolo al faldone “Caso Sorrentino – Oscar 2014”, please 🙂

E ora il Maelstrom, il riassunto che copioincollo-senza-leggere, vi informo che la mia gratitudine nei vostri confronti parte dalle punte dei miei capelli e arriva ai ditini dei miei piedi (ho recuparato il destro, grazie per l’interessamento :-)), vi vedo domani sera dal Mastro (vero??) e vi lascio dei saluti, amorevolmente cinematografici

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Eccovi il commento del WG Mat al film, http://www.letsmovie.it/2014/03/lets-movie-cxciv-lei/#comment-65043
E poi sono IO quella con dei problemini di sintesi eh?!!? 🙂 🙂

LA MIA CLASSE: Ambientata nel quartiere multietnico del Pigneto a Roma, è la storia collettiva di una classe di emigranti e stranieri che imparano l’italiano. È una storia che si compone delle vicende individuali degli studenti e dell’insegnante: un racconto vero che nasce tra mura scolastiche non convenzionali. Un racconto vero? Certamente per le voci e i ricordi dei ragazzi che siedono sui banchi; diversamente vero per l’attore Mastandrea che si cala nel ruolo del loro insegnante; altrimenti vero per il regista e la troupe che entrano ed escono di scena in un incrocio di esperienze reali e di ricerca della verità nella finzione che si rivela essere l’autentico nucleo narrativo di questa storia. Più vera del vero.

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LET’S MOVIE CXCIV – LEI

LET’S MOVIE CXCIV – LEI

LEI
di Spike Jonze
USA, 2014, 126′
Lunedì 17/ Monday 17
Ore 22:00 / 10 pm
Supercinema Vittoria / Il Viktor Viktoria

 

Fastum Fellows,

È quel gel lì che mi ha permesso di raggiungere il Mastro martedì. Il mio piede destro aveva qualcosa che non andava, ed essendo banalmente destro e non sinistro, mi ha pure tolto la soddisfazione di transublimarlo (vabbè) in cine-citazione. Il fatto sembrerà non avere risonanza alcuna sul Lez Muvi della serata, e voi adesso starete già cambiando canale, lo so. Ma vedete, un conto è correre dal Mastro, e arrivare là che sei tutt’uno con le serotonine/endorfine/quelle sostanze che ti fanno sentire somewhere over the rainbow dove blue birds fly (poi non ditemi che il cantautore non era sotto roba pesante quando scrisse questa canzone). Un conto è arrivarci claudicando, fingendo di non claudicare, che è quanto di più miserable possa esserci. 🙁
Però avevo un sogno nel cuore, e non era quello di vincere il tricolore (Big, guarda i danni ch’hai fatto! :-)), quanto invece quello di rivedere la Fellow Vanilla ―Wisdom Award of the Year per aver prenotato anche per me 🙂 ― e il Fellow D-Bridge, arrivato con un anticipo così largo ma così largo che il Mastro stava tirando giù la saracinesca della notte prima (degli esami), e il WG Mat, arrivato con un anticipo così stretto, ma così stretto, che a momenti la Lady Mastrantonio lo lasciava fuori ― a ragione, per altro 😉
Poi il film mi parte in quarta. Nel senso che attacca su questa chanson de Feste che mi seduce all’istante, http://www.youtube.com/watch?v=CIrHrzOOPYY. Dico, cavolo, chiamata in causa così, right there? Cavolo c’è già chemistry tra me e questo film, love at first sight, un coup de foudre come non se ne vedevano da io e il Mimo Baptiste… E capirete, me la ridacchio fra me e me ― fra Fru e Fru― in mezzo a tutti ‘sti frou frou del Tabarin. Mi ero già vista invaghita persa del film, come mi era successo per gli altri classici visti.. E io a tesserci sopra lodi e collodi (?), comporre poemi e papiri, e infine sposarlo e vivere per sempre cine-felici e contenti.
E invece, sedotta e abbandonata! 🙁 Il film m’ha mollato tipo al quinto minuto. Se n’è stato via per una bella oretta ―in cui non ho fatto altro che opporre resistenza al tunnel della distrazione (e non c’è coca che tenga) ― e poi è tornato, ma in maniera blanda, senza quella fiamma che mi sarei aspettata da un classico. E si sa come funziona con le minestre riscaldate…
Credo che il problema sia stata proprio quella prima ora inziale, a tagliarmi le gambe ―e già il piede stava messo male…
Insomma c’è questo gruppetto di soldati francesi rinchiusi in un campo di prigionia tedesco, capeggiati dal proletario tenente Maréchal (e su Jean Gabin, un uomo un’istituzione, io e la Fellow Vanilla non abbiamo avuto nulla da obbiettare) e da un capitano aristocratico il cui nome è tanto impronunciabile che mi rifiuto persino di copia-incollarvelo. Poi finiscono in un castello di un Barone Von-Qualcosa, che sembra la via di mezzo tra Goebbels e il Dottor Male (di Austin Powers); il capitano aristocratico si sacrifica per permettere la fuga di Jean Gabin e un altro compagno, l’ebreo Rosenthal e i due riescono a lasciare la fortezza. Attraversano le Alpi, trovano asilo presso una bella bavarese ―non so di preciso se fossero in Bavaria, ma non so nemmeno se stia bene dare delle “renette” alle abitanti della Renania, quindi dico bavarese― di cui Gabin ovviamente s’innamora e dalla quale ovviamente deve staccarsi per proseguire il suo viaggio. E il film finisce con loro due che riescono ad attraversare il confine con la Svizzera, i soldati tedeschi ormai lontani che cercano comunque di sparare loro, e loro, su un campo di neve immacolato, tutto da scrivere…
Ora io non vi farò l’elogio al pacifismo di questo film ―googlate un po’, e troverete pagine e pagine di lodi peace&love. La guerra ―e non c’è una sola scena bellica, e qui sta anche il genio Renoir ― è vista come motivo di divisione tra classi. Laddove la nobilità e l’alta borghesia caldeggiano il conflitto e il sacrificio per “morire con onore servendo la patria”, le altre classi, come il proletariato, non vogliono assolutamente sentirne parlare! Non vogliono morire con onore, vogliono vivere a tutti i costi! E pur di evitare la drole-de-guerre, cercano di rifuggire lo scenario armato in ogni modo e maniera: scappando, disertando, adeguandosi a qualsiasi situazione. Il non-senso della guerra è quindi scritto a chiare lettere sullo schermo, e condivisibile da tutti noi, in tutti gli anni, in tutti i paesi, sempre.
E non mi soffermo nemmeno sulla fratellanza che lega gli esseri umani a livello profondo, e aldilà della nazionalità. Tedeschi e francesi ragionano con lo stesso cuore, anche se la carta d’identità scrive luoghi di provenienza diversi. La sintonia fra un aristocratico tedesco e uno francese è possibile, così come fra soldati tedesci e francesi, così come l’amore tra una bavarese e un Jean Gabin.
Anche questo traspare tutto molto chiaramente ―e molto nobilmente― dal film.

Ma la settimana scorsa ha ospitato, in coda, l’8 marzo. E le quote rosa hanno fatto la fine dei quotidiani a fine giornata ―cartastraccia. E quindi io decido di guardare il film con gli occhi della donna che in tutto il film vede una donna ―UNA sola! Certo un film di guerra, e la guerra, da che mondo e mondo, è un men’s business, and this is a man’s world, chevvelo canto affare. Però, guardate che ruolo interpreta l’unica donna del film. Quella che ha perso il marito in guerra, quella che s’innamora del fascinoso fuggiasco francese (100 punti al Board per l’allitterazione), e che sostanzialmente subisce gli abbandoni di tutti. E aspetta.
Siamo nel 1937, Board, chett’aspetti? Nulla, infatti questa non è una critica che muovo a Jean Renoir, lungi da me, un regista che vive il suo tempo e non poteva portare in scena una Carrie Bradshaw… Voglio soltanto fare un esperimento dal valore scientifico dubbio, parziale ma doveroso: prendere quel ruolo, e guardarlo attraverso gli occhi che hanno visto la bocciatura dei tre emendamenti al Parlamento l’altro giorno.
Chiariamo ‘stu fatto una volta per tutte. Le quote rosa non piacciono a nessuno, a livello teorico: usano la discriminazione per combattere la discriminazione. Sono il cortisone per curare un organismo malato, dicaimo così. Fanno del bene, facendo del male. Però, il problema, e converrete, sta nell’organismo malato: è lui che determina la prescrizione di rimedi il cui beneficio si vedrà sul lungo periodo. Quando saremo in un paese dove la parità esiste veramente, non ci sarà più bisogno di una legge che impone il fifty male – fifty female, sistema che pone il genere al di sopra del merito quando al di sopra del merito non dovrebbe esserci nulla. E comunque, a quel livello lì, non ci sono ancora arrivati nemmeno in Nord Europa, dove le quote rosa vivono e vegetano da anni ormai, figurarsi quando ci arriveremo NOI, che non riusciamo nemmeno a votarle, nemmeno con un governo democratico ―e davvero qui “Se non ora, quando?” dovremmo strillarlo in faccia a Montecitorio…
Anyway, mi chiedo, nonostante tutte le lotte, gli achievement, le soddisfazioni, le liberazioni, nonostante i reggiseni bruciati e i seni siliconati, quanto di quel personaggio, quello di Elsa, la comparsa che vive solo nel momento in cui compare sul tragitto del protagonista per poi sparire nell’ombra, ci portiamo ancora appresso? Quanti anni di comparsate dovremmo farci ancora? (Domanda senza retorica, senza acredine, senza intenti polemici –li avessi, non avrei problemi a tirarli fuori ;-)).
E sì, lo so di Angela Merkel e Michelle Obama e Sonia Gandhi e Hillary Clinton e Melinda Gates e Sheryl Sandberg e Christine La Garde…. Lo so.

Quindi anche se “La grande illusione” non lo rivedrò e anche se m’è costato fatica, è servito.
…Com’era? Far male per far bene, giusto? 😉
E finalmente, finalmente…ribollo d’impazienza da settembre…e scusatemi se insisto con il lunedì (perdonami, Fellow Felix!), ma va visto subito subitissimo, domani, via…

LEI
di Spike Jonze

Oscar come miglior sceneggiatura originale, premio miglior interpretazione femminile a Scarlett Johansson all’ultimo Festival del Cinema di Roma ―interpretazione femminile che noi perderemo completamente nel doppiaggio, giàcché il personaggio che interpreta non è un corpo ma una voce…. Vedremo che ne avrà fatto Michaela Ramazzotti…
Questo film è stato una delle sorprese della cinematografia dell’ultimo anno, uscita dritta dritta da quella testa matta di Spike Jonze ―vedetevi “Essere John Malkovich” e “Il ladro di orchidee” (perdonando a Nicholas Cage di esistere …cinematograficamente, s’intende…).

Prima di lasciarvi vi do in anteprima una super notizia d’anteprima, giuntami or ora dalla nostra donna anteprima, l’Anarcozumi. 🙂
Mercoledì 19, verso le ore 8:30/9:00 pm (check it out!) al Multisala Modena (Lo Smelly sì), Alessio Boni e il regista Angelo Longoni lanceranno ufficialmente il film MALDAMORE, girato la scorsa estate qui a Trentoville ― con l’imprescindibile collaborazione della Trentino Film Commision (=la Zu, of course). Vogliamo noi lezmuviani non ridare ad Alessio il ribenvenuto a Trentoville?!?
Consiglio caldamente di prenotare il posto, chiamando lo Smelly, 0461 260399

E anche per oggi è tutto ― e un po’ più early del solito.
Spero mi scuserete se il più delle volte le mie recensioni non somigliano affatto a della recensioni, e io forse farei bene a dire, non mi ha entusiasmato, stop. Oppure. Che invidia quei 3-4 spettatori del pubblico che si sentivano russare manco la sala fosse stata una camera, io che i sonni russi me li sogno la notte (?!).
A volte uno si sente in colpa a dire che un classico non l’ha coinvolto ―persino il Board, che da piccolo litigava con Maria la Sanguinaria per chi dovesse interpretare la Bisbetica Domata…. 🙂 Ma mi sa che that’s the way it is…

Ed ora Malestrom e riassunto, via. E saluti, nevralgicamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Volevo dire un ultimo ciaociao ad Alain Resnais, regista della Nouvelle Vague francese, che se n’è andato una decina di giorni fa, a 91 anni ―il cinema fa campare a lungo, non lo dico solo io, the facts .speak for themselves…
Avevamo visto “Gli amori folli”, nel 2011, con Lez Muvi, e ci era piaciuto… ma non so molto altro di lui…
Ho pensato di dirvelo, magari vi viene la curiosità di frugare e saperne di più… Io, per esempio, andrò alla ricerca di “Hiroshima Mon Amour”…. 😉

HER: Los Angeles, in un futuro non troppo lontano. Theodore, un ragazzo solitario dal cuore spezzato che si guadagna da vivere scrivendo lettere “personali” per gli altri, acquista un sistema informatico di nuova generazione progettato per soddisfare tutte le esigenze dell’utente. Il nome della voce del sistema operativo è Samantha, che si dimostra sensibile, profonda e divertente. Il rapporto di Theodore e Samantha crescerà e l’amicizia si trasformerà in amore ma…

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LET’S MOVIE CXCXIII – LA GRANDE ILLUSIONE

LET’S MOVIE CXCXIII – LA GRANDE ILLUSIONE

LA GRANDE ILLUSIONE
di Jean Renoir
Francia, 1937, 114′
Martedi’ 11/Tuesday 11
21:00 / 9:00 pm
Astra / Dal Mastro

 

“La cosa andrà come s’è detto che deve andare, vero?”
“Positivo, Board, è già tutto stabilito”
“Non è che poi vien fuori che vince il cambogiano. No percé’ il cambogiano, no eh. Passi il danese, ma il cambogiano, NO!”
“No, no, i giochi sono fatti”
“Bene. ‘Sta settimana ho combinato un casino con date e proiezioni e l’Anarcozumi s’è molto risentita, e anche il Mastro, e se Sorrentino non vince, mi ci gioco pure la faccia”
“L’Anarcozumi?? Quella che ha fatto tremare i piani alti della telefonia mobile la settimana scorsa?
“Sì lei”
“Azz… Tientela in buona quella”

“Anfatti”
“E il Mastro?? Quello che ha compiuto 28 anni il 3 marzo?
“Si’, lui, e la Fellow Cap. Il 3 del 3… sono due… trini”
“Trini?? Ma di cavallo?”
“Si vabbe’…Era proprio n’antra l’Academy dei Lincei eh”…

Phone Fellows!

Questa è stata la telefonata di domenica notte con il contatto che abbiamo all’interno dell’Academy a Los Angeles ― detto Er Cima, come avrete intuito… 🙁
Certo speravamo di fare qualcosa per Leonardo Oscarmancoaparlarne DiCaprio…Ma è stato tutto inutile. Leo sta sul gozzo (usate “gozzo” quando volete essere prude&rude in un colpo solo) un po’ a tutti lì dentro e non si capisce bene il perché. Il talento ce l’ha, i registi grandi alle spalle, pure. Insomma, poraccio. Praticamente una candidatura all’anno, e ogni anno arriva il Matthew McCaunaghy di turno a soffiargli la statuetta ―in mondovisione! 🙁 Altroché tunnel della depressione e porte aperte alla rehab!
Certo McCaunaghy è stato un gran dritto. Dieta dimagrante selvaggia, copione vincente, e Dallas spazza via Wall Street. Tra l’altro i suoi ringraziamenti da timorato di Dio e son-of-a-preacher, con accenno strappalcrime a “mio padre da lassù mi guarda felice” mi sono stati proprio sul…. gozzo.
Ho zompato di gioia quasi quanto Steve McQueen ―ma può un uomo di quel peso zompare con tanta leggiadria, mi chiedo? La fisica non smette mai di stupirmi― quando ho sentito dell’Oscar come miglior attore non protagonista a Jared Leto, il famoso efebo perduto di “Dallas Buyers Club”, ricordate? Quando il talento si palesa così palesemente, non rimane altro da fare che palesemente riconoscerlo.
Lo stesso dicasi per il premio a “Dodici anni schiavo”, miglior film ― il pippone della settimana scorsa ce l’avrete ancora sul gozzo (!)― e gradita anche la statuetta all’attrice kenyota Lupita Nyong’o che ha interpretato la schiava martoriata Patsey… Certo, dicevo bonariamente alla Honorary Member Mic, Lupita s’è spaccata la schiena per portarsi a casa l’Oscar… (umorismo nero…appunto). 🙂
Rimango perplessa dal successo di “Gravity”, che l’inverno scorso snobbai galatticamente; me la rido invece per le statuette mancate a “Philomena” ―forse i melodrammoni hanno stomacato pure l’Academy.
Ma veniamo a “…And the Oscar goes to ‘The Great Beauty'”!
Ma povero Sorrentino, dico io. Ma lo vogliamo far festeggiare in pace, ‘sto quaglione?? Ma com’è che in Italia, quando facciamo qualcosa di benfatto, che può piacere o meno, ma E’ indiscutibilmente benfatto, ed è di respiro internazionale, e può quindi riportare il cinema italiano nel mondo in maniera qualitativa (e non quantitativa), perché, mi chiedo io, quando facciamo questo, noi italiani siamo sempre scontenti, vincitori, perdenti, no matter, siamo sempre lamentevolemente scontenti?? Io vorrei proprio capire il masochismo di questo nostro paese, che sente la necessità impellente di prendere la zappa e tirarsela sui piedi anche quando potrebbe ballare sul mondo dalla gioia e fare pure un po’ di fandango. E vorrei anche capire la furia e il livore delle polemiche che hanno accompagnato il film dal momento della nomination, alla proclamazione, e che ancora oggi lo perseguitano.
“Fa vedere la solita italietta, per questo piace così tanto all’estero, dove si rimane sempre legati allo stereotipo dell’Italia”. Questa, in soldoni, la critica più ricorrente.
Terrei a far notare che l’Italia mostrata da Sorrentino è certamente l’Italia, ma altrettanto certamente il mondo occidentale. Impariamo a leggere le allegorie di un film dai lineamenti chiaramente allegorici, please. E terrei a far notare anche che la nostra Italia E’ anche l’Italietta, che ci piaccia oppure no. Cafona, vuota, bella.
Ovvio, come dicevo, il film divide, può non piacere. Io, per esempio, rimango sempre perplessa sul finale fenicottero ―non riesco a comprenderne bene la traiettoria, diciamo… Possiamo discutere anche sull’eccesso di calligrafismo, sulla tendenza al virtuosimo, alla grandiloquenza scenica. Possiamo parlarne delle ore, e a me non farebbe che piacere: il confronto fa bene alla salute del parlante e del parlato. 🙂
Ma per adesso prendiamo ‘sto premio, e portiamocelo a casa! S’è mai sentito di una Coppa del Mondo rinnegata perché durante la finale non s’è giocato nel modo in cui sarebbe piaciuto a noi? Ma godiamocela!
A ogni modo non voglio scrivere qui un’altro pippone sul film ―avevamo, ehm, AVEVATE, già dato il maggio scorso. Mi premeva solo sollevare il caso, e il mistero dell’Italia scontenta, che spero di sviscerare con voi Moviers alla pima occasione utile ―con la Fellow Francesca-ae.f. l’abbiamo già fatto, molto proficuamente lunedì, insieme ai suoi due Guests molto bright e molto Sicily. 🙂

Riguardo alla notte degli Oscar invece. Quest’anno io e l’Honorary Member Mic eravamo departed, quindi non sono saltata in macchina alle 2 del mattino alla volta di Roncabronx per la riunione del CdA lezmuviano davanti alla premiazione losangelina. 🙁 Il rito m’è mancato… Ma dato che non voglio essere l’ennesima portabandiera dell’Italia sempre scontenta, mi sono fatta andare bene i commenti del post-premiazione: anche la Mic si dice molto preoccupata per la salute psichica di Leonardo Oscarmancoamparlarne DiCaprio e incorona Jared Leto “Mister Outfit/Whatever 2014” (come darle torto).
Se vi siete persi la serata, don’t worry, rimediate tranquillamente con “Gli Oscar in 2 minuti”, http://video.repubblica.it/dossier/oscar-2014/oscar-tutta-la-cerimonia-in-soli-due-minuti/157873/156366. Funny, isn’t it? 😉

E ora “TIR”…Quando ci sono questi film un po’ borderline, un po’ ostici, state certi che la Fellow Chocolate, dimensioni minute e spalle larghe, arriva. 🙂 E questa volta pure accompagnata dal Guest Stefano ―di dimensioni un po’ più gigantiche. 🙂
Mi rendo conto che il film sia un bel prodotto, che rappresenta un’apprezzabile terza via che sfrutta il linguaggio documentaristico per raccontare una storia di fiction; mi rendo conto che mostri un lato del mondo dell’autoarticolazione (??) che non siamo abituati a vedere (ovvero calendari pieni di donnine nude, tatuaggi e Autogrill); mi rendo conto che osserviamo il lato “domestico” del camion: Branko (il protagonista) che si cucina le verdure a bordo strada, che si fa la doccia o lava i piatti; mi rendo conto che il mondo della strada, anzi, SULLA strada, sia alienante e che l’individuo al volante non sia più un individuo, ma un paio di braccia che portano un carico di mele o maiali da qui a lì; mi rendo conto che a Fasulo non interessi guardare il paesaggio, che vediamo pochissimo oltre il nastro d’asfalto su cui corre il camion, e che lo sguardo della macchina da presa sia introspettivo ―dentro la cabina del camion― più che ex-pansivo ―rivolto all’esterno; mi rendo conto che questo si svincoli dal solito modo d’intendere l'”on the road” classico, vòlto ad abbracciare paesaggi e geografia; mi rendo conto che la solitudine di questi autisti(ci) della modernità dipenda sia dall’essere sempre in movimento in solitaria, sia dall’essere lontani da casa, e crei in loro una condizione di estraneità da tutto quello che li riguarda, soprattutto nell’ambito famigliare; mi rendo conto che l’occhio del cinema debba anche registrare queste realtà particolari, le rughe intorno a due occhi stanchi, o il tempo di un’esistenza scandita da carichi-scarichi e consegne, o la tristezza di un insegnante costretto a rinunciare a una cattedra per via dello stipendio troppo basso e accettare un lavoro su 12 ruote (16?? Quante??).
Mi rendo conto di tutto. But still, the movie doesn’t hit me. 🙁 Guardo l’esistenza di questo individuo, e m’immalinconisco (immalinconisco??), come no, ma non empatizzo. Non so se questo sia riconducibile al linguaggio documentaristico, che cerca di oggettivizzare il materiale trattato, riuscendovi, e ottenendo appunto l’oggettività, che si sa, non agevola il processo simpatetico. Sarà che dopo aper visto “Dodici anni schiavo” (non riesco a togliermelo dalla mente), i problemi di Branko ―che poi sono i nostri problemi, ma tradotti nella lingua della SUA vita― ci sembrano così piccoli…
Oppure sarà questa nouvelle vague di docu-euforia cominciata con “Sacro GRA” dentro cui io non c’ho visto sto GRAnché…
Non ho risposte certe, sto elaborando mentre scrivo. Ma so per certo che la mia reazione nei confronti di TIR è stata tiepida, per quanto dignitoso il lavoro del regista. E so che il film allungherà la lista dei “Comè che s’intitolava quel film…” 🙁

…And the Tuesday goes to

LA GRANDE ILLUSIONE
di Jean Renoir

Il film è proposto sempre nell’ambito del progetto di distribuzione dei classici restaurati “Il Cinema Ritrovato”, che finora ci ha permesso di vedere al cine capolavori senza tempo. E Jean Renoir ci aveva regalato quel po’ po’ di “Les Enfants du Paradis” ―col mio mimo Baptiste!― quindi ci fidiamo di lui… Come al solito, non lasciatevi spaventare da “1937”…Molto molto MOLTO meglio il ’37 (del 900) al 14 (del 2000) di un “Monuments Men” ―che, ricordiamo, di monumentale ha solo lo strazio che arreca alla vita altrui. 🙁
Oggi lo ammetto, niente parole in meno. Ma c’era la telefonata lassù…e gli Oscar… E sì va be’, ho la credibilità di Pierino (Prokofiev pero’, mica Fenech!).

E finalmente il Movie Maelstrom assolve allo scopo per cui è stato concepito: far circolare consigli/sconsigli dei Moviers in materia cine. Non perdetevi quindi lo Sconsiglio del Fellow Presidente in merito ad “Allacciate le cinture”. 😉
Il riassunto, come sempre lo boicotto. E come sempre, vi ringrazio, e vi lancio dei saluti, vittoriosamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Dopo aver sofferto in sala per due ore, il Fellow Presidente ha sentito il dovere morale di condividere con noi lo scandalo dell’ultimo film di Ozpetek. Speriamo che questa sua anamnesi accuratissima eviti simili pene ai Moviers, esortandoli a investire gli 8 Euro del biglietto in altri modi/film.
Lez Muvi è gratissimo al Presidente, che potrebbe tranquillamente sostituirsi al Board, non ci fosse di mezzo il solito conflitto d’interesse ― Board e Presidenti non possono ricoprire contemporaneamente due cariche manageriali (mai chiesti perché io non stia a Montecitorio?? :-))

Ozpetek o Vanzina?
“La domanda non è meramente peregrina perché quando esci dalla sala dopo avere visto l’ultima fatica del regista turco, ti viene veramente da chiederti se per caso entrando al cinema non hai sbagliato gate e non sei finito a vedere uno dei famigerati cinepanettoni di scuola vanziniana.
Il film appare destrutturato, prevedibile in molte parti, frettoloso nel montaggio, a tratti volgare (quando il regista indugia sui nudi maschili del protagonista sembra di essere in uno spot di dolce e gabbana), privo di quell’afflato che normalmente riscontri nei film di un regista di questo calibro; persino gli attori, normalmente a loro agio in altre pellicole di genere, appaiono qui ridotti a ridicoli camei che ne deprimono la loro personalità artistica fino a divenire delle vere e proprie macchiette.
Forse il titolo è inappropriato: Non allacciate le cinture quindi perchè il film in realtà non decolla mai!!”

LA GRANDE ILLUSIONE: Durante la guerra 1914-18 due aviatori francesi prigionieri, un aristocratico e un proletario, sono inviati in un castello trasformato in campo di concentramento, comandato da un asso dell’aviazione tedesca. Alcuni prigionieri evadono.
Un capolavoro di J. Renoir, e dell’umanesimo al cinema. La verità dei fatti, dei personaggi, dell’atmosfera si fa poesia in un accorato messaggio pacifista più che antimilitarista che non trascura le differenze sociali.

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LET’S MOVIE CXCXII – TIR

LET’S MOVIE CXCXII – TIR

TIR
di Alberto Fasulo
Italia, 2014, 85′
Lunedì 3/Monday 3
21:30/9:30 pm
Astra/Dal Mastro

Free Fellows & Maroon Moviers,

Per quanto abbia massascrato “Monuments Men” la settimana scorsa, Bulldozer Board che posso essere ―col gusto un po’ meschino, anche, di calcare sull’acceleratore― ho finito per apprezzare ancora di più “Dodici anni schiavo”. Se la Storia di Clooney fa la coquette con il sensazionalismo e asserve allo scopo di darne un quadro positivista (ma proprio originario dal Positivismo, quelllo 800entesco!), la Storia di McQueen è quella spietata, mostruosa, che ti prende la faccia tra le mani e ti ordina “Guardami!”.
E grazie al film che McQueen ha realizzato, liberarsi da quella presa è praticamente impossibile; rimanere lì, un dovere morale nei confronti di verità e giustizia ―che, come dice il Brad Pitt abolizionista del film, sono uguali per tutti gli uomini, neri e bianchi, schiavi e liberi.
Spunta nel black&white di schiavitù e libertà, questa mail che vi scrivo. Non poteva essere altrimenti. Attraverso la vita di Solomon Northup, “Dodici anni schiavo” apre su un passato con cui l’America cerca ancora di fare i conti, e ci fa ripensare il presente, quello che abbiamo. Solo la privazione è in grado di svegliare la coscienza dal sonno del possesso.
Oggi noi siamo liberi ―dietro a quel “noi”, naturalmente, ci siamo noi occidentali bianchi privilegiati, altro discorso per gli-altri-da-noi. Siamo liberi di vivere, leggere, sapere, lavorare, amare ―sui gradi di, ne riparlaimo aprendo relative istanze parlamentari― ma siamo fondamentalmente nella condizione di condurre vite dignitose. Anche se i maroon continuano ad esserci. I maroons ―che non c’entrano con i Five della musica pop― erano gli schiavi fuggiaschi che scappavano dalle piantagioni. Ovvero quello che NON è Solomon Northup.
Solomon è un violinista di colore che, nel 1841, dallo Stato libero di New York viene rapito per essere venduto come schiavo nei campi della Louisiana, stato in cui la schiavitù era ancora in vigore. È una storia vera, questa, e tengo in modo particolare a sottolinearlo.
Immaginate essere strappati dal vostro mondo, spogliati di qualsiasi diritto e gettati come animali in un mondo scandito solo dai numeri: i kg di cotone che riuscite a raccogliere da cui dipenderà il numero di frustate che vi daranno se i kg sono troppo pochi, o che riuscirete a evitare se i kg saranno abbastanza. Distese di schiene piegate e piagate, di bocche piene di silenzio e blues. Pensate al ferro intorno ai polsi. Pensate al ferro delle parole che non potete dire, quanto la lingua possa pesare.
Ma dicevamo, Solomon non è un maroon. Rifiuta la ribellione. Non scappa da nessuna piantagione in cui viene costretto a lavorare. Non si sottrae a nessun compito che lo forzano a svolgere, più o meno infame che sia. Acconsente a infliggere ai suoi compagni schiavi qualsiasi punizione che gli intimano d’infliggere. Solomon ubbidisce, piega il capo e lavora, svolge ed esegue.
È un nuovo modo, questo, di rappresentare lo schiavo in catene. Nei pochi film riguardanti la schiavitù mai girati, la cinematografia ha sempre presentato figure di schiavi che si rivoltano al padrone e al sistema ― è molto più cinematografico, c’è molta più action. Pertanto “12 anni schiavo” non è TRA “Django Unchained” e “Amistad”, come si legge in giro e come ho riportato la settimana scorsa. “12 anni schiavo” è l’OPPOSTO del Django tarantiniano e della squadra di ammutinati sull’Amistad, o di “Toussaint” ―il rivoluzionario haitiano che guidò la rivolta degli schiavi di Santo Domingo (film del 2011 che 12-13 anime avranno visto).
In questi film i protagonisti attuano vendette violente, rispondendo alla violenza del bianco attraverso la loro violenza. Ripagano con la stessa moneta. Solomon invece agisce con la pazienza, l’astuzia, l’obbedienza. E questo ci stupisce. Io mi sono stupita tutto il film. Tutto il film a pensare, arriverà il momento in cui questo povero cristo dirà “basta”, arriverà il momento in cui scoppierà, oppure si trasformerà in maroon fuggendo nel vento e lasciandosi alle spalle i campi di cotone e le frustate. E invece no. Lui sta lì, subisce, incassa, attende ―la pazienza di un santo, la tenacia d’un martire. Alla fine il suo momento arriva, la salvezza arriva, grazie a quegli incontri che il destino ti riserva senza un perché. Ha le fattezze di un abolizionista canadese che spedirà una lettera ai parenti di Solomon e agevolerà la sua ri-liberazione. L’Anarcozumi, finalmente rientrata fra noi, ha aperto un’inchiesta per chiarire il mistero dell’indirizzo reperito, e ci terrà aggiornati sui progressi delle indagini 🙂 🙂 E anche la Honorary Member Mic ha mostrato dell’insofferenza verso il cameo di Pitt ― io le ricordo comunque di non sottovalutare la fortuna sfacciata che abbiamo avuto come spettatori nel trovare un Pitt e un Fassbender (sempre sia lodato) che coesistono in un momento cinematografico rendendolo divino… 😉
Oltre all’Anarco, avevo con me una coppia di Movier da combattimento: il WG Mat, che ogni volta si lamenta del megafono che ho in gola e l’amplifon all’orecchio, senza sapere che lo stesso destino l’attenderà fra un paio d’anni, e la Fellow Cap ―mancava da un po’, ma nel frattempo ha avviato un’attività da teacher all-subjects all-days all-stars che la tiene impegnata una cifra.
Eravamo un gran bell’assetto bellico, schierati all together, ve lo assicuro. Ma siamo comunque usciti dalla sala tutti ammaccati.
Il fatto è che non si possono scansare i colpi che prendi durante il film. Le carni mangiate dai morsi degli scudisci, i bastoni che risuonano sulla schiena del neo-rapito Solomon ―quei tonfi sordi, che abbattono libertà e vertebre. Il film è corporale, così come tutti i film di McQueen (ricorderete “Hunger” e “Shame”) nel senso che utilizza le carni dei suoi protagonisti ―che sono i protagonisti di una storia collettiva mai abbastanza raccontata e condannata― per raccontare quella storia. È come sentire una Passione vissuta da un’intera razza. Non vederla, sentirla. Con le orecchie, il naso, la pelle. Il cinema di Mcqueen è terribilemente esperienziale. “Terribilmente” perché è “terribile”, fa male. Ma come succede tante volte con l’arte ―e con i dentisti!― fa male per far bene… Perché fa bene essere a contatto con quel dolore, fa bene a noi spettatori, gente dalla memoria troppo corta, dall’oblio troppo pronto, entrare in contatto con l’efferatezza di quello che è stato. E se le colpe dei padri non devono mai ricadere sui figli, devono essere sempre ricordate e condannate dai nipoti…
Scegliere il linguaggio della violenza corporale vale a McQueen la mia ammirazione. Sottrazione e censura avrebbe fatto un torto tanto narrativo nei confronti del libro di Solomon quanto morale nei confronti dei fatti storici. E a mio giudizio non c’è qui vittimizzazione degli schiavi, anzi, gli schiavi sono rappresentati nella loro totalità, che include anche la loro meschinità, il loro essere pavidi ―per ovvie ragioni, naturalmente.
Assistiamo per esempio a scene dolorosamente lunghe, in cui uno schiavo, o Solomon, vengono torturati e tutt’intorno la vita procede come se nulla fosse: i bambini giocano, le donne cucinano, gli uomini passano, mentre un compagno agonizza appeso a un cappio. Ecco è qui, attraverso una documentazione dell’indifferenza del proprio simile attraverso l’immagine, non le parole, che prende forma la disumanizzazione cui venivano sottoposti gli schiavi. Il disumano non è solo nel padrone bianco che perpetra il sopruso, ma è anche nel nero che, per istinto di sopravvivenza, lo perpetra a sua volta, in una spirale di empietà che si avvita intorno a vittime e carneficie. La potenza dell’immagine, unita alla dilatazione dei tempi per prolungare l’agonia dello spettatore, che è costretto, volendolo o nolendolo, a empatizzare con il soggetto torurato, costruiscono una specie di estetica della sofferenza, che infila delle vere scene-dipinto all’interno del film. Tipo l’inizio, la panoramica fissa su una decina di schiavi in piedi, fra cui il protagonista, e sullo sfondo le canne di una piantagione. Come vedere il “Quarto stato” di Volpedo, ma in una versione in cui i personaggi hanno perso i passi e sono immobili, bestie catturate e gettate dentro una claustrofobica gabbia sociale e scenica.
Questo mi porta a dire che il film non è solo il racconto di una storia realmente vissuta, ma un’opera che ha valore artistico: filtra i fatti attraverso una mente creativa, non cronachistica. Non perde mai di vista il bello ―nel senso artistico― pur raccontando l’immondo. Grande merito a McQueen, che, guess what, è un video artista, prima di essere un regista…
Forse il punto debole del film sta nel finale. E qui abbiamo concordato tutti, Mastro compreso. L’happy-ending forse stona. O forse abbiamo preso così tante botte durante il film, che persino un sospiro di sollievo fa male ―come quando ti scotti e l’acqua fresca brucia.
Ciononostante io auguro al film di aggiudicarsi almeno la metà degli Oscar a cui è stato candidato, conscia che il film si debba vedere una volta, e conscia altresì di quanto sia difficile da ri-vedere una seconda.
Anche questo, come “Diaz”, DEVE essere proiettato nelle scuole superiori. E non solo nei licei, ma anche alle ITIS, alle ENAIP, agli istituti alberghieri e alle scuole sforna-estetiste, se non vogliamo cadere nel razzismo culturale, e continuare a tirare su generazioni che associano quel periodo storico a Mami di Via Col Vento…
Se in Italia il ruolo dei Partigiani non viene mai studiato abbastanza, figuratevi quanto poco si sappia, per esempio, dell’Underground Railroad, la rete di tappe segrete e luoghi sicuri gestita dagli abolizionisti, che permise a migliaia di schiavi marooned di fuggire gli USA e guadagnare il Canada libero nella seconda metà dell’800. Se in Italia non si legge Fenoglio, figuratevi Toni Morrison…Purtroppo non si può sapere tutto, leggere tutto… Ma ignorare il sangue nero versato su quel mare di cotone, significa non comprendere azioni e reazioni di personaggi come Harriet Tubman, Rosa Parks, Malcolm X, Angela Davis e tanti altri. Significa illudersi che il rancore sedimentato non incida su azioni e reazioni oggi…
E comunque io, l’8 marzo sera, ho deciso di essere qui, http://www.arlecchinoerrante.com/Calendario/CalendarioENG.php

E questo è stato il pippone dei pipponi… 🙁

L’appuntamento con Let’s Movie di domani, lunedì, è confermato, e il titolo prescelto è…è..

TIR
di Alberto Fasulo

Vincitore del Marc’Aurelio d’oro al Festival di Roma 2013, il film sta raccogliendo consensi a destra e a salamanca 🙂
Non mi mancate eh, non mi lasciate sola alla guida dell’autoarticolato che le pene che infliggo alla macchina bastano…

Faccio notare che questa settimana le parole in meno sono 14 ― no, non sto manomettendo i dati, certo che no…E il Watergate è stata tutta una montatura, certo che sì…
🙂
E per scaramanzia NON dico che stanotte è la notte degli Oscar, e go Sorrentino go-go-go! NON lo dico ma lo penso, eccomeselopenso… Ne riparliamo domenica prossima, a statuette assegnate… 🙂

Ora basta però. Movie-Maelstrom per alleggerire gli animi dopo 12 anni di schiavitù, riassunto (no dai, quello non leggetelo) e saluti, (af)francamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Quando il cine diventa fashion…
Un anno fa a Trentoville ha aperto la Stanza di Audrey, un negozietto di 4 metri per 4 in Piazza Lodron in cui lo stile Hepburn sta di casa. 🙂 Giovedì Chiara, la proprietaria tutto pepe, ha organizzato una sfilata (sì sì, proprio una sfilata vera vera) per presentare la nuova collezione primavera-estate 2014, e ha esteso l’invito alla sottoscritta: del resto subisco la fascinazione Audrey Hepburn… e del resto ogni donna si sente un po’ Holly Golightly, un archetipo femminile che il cinema ci ha regalato grazie a quella divina della Audrey in Colazione da Tiffany
Ovviamente i 4 metri per 4 mal si prestavano all’evento, e si è tenuto al Mauve, uno spazio nuovo nuovo tra architettura-design-eventi che spero organizzerà anche serate cinefile ―Massimo, uno dei designer-fotografi che lo vive, e che ribattezzo Movier Mauve, si dice molto interessato 🙂
Il posto ha quel flavour metropolitano low-profile, quell’essenzialità non spocchiosa che ci piace tanto. Così come mi piacciono gli abiti che ho visto: la moda anni 50-60′ accomoda la donna sia che sia una Twiggy, una Ditta Von Tees, o una meravigliosa via di mezzo in-between…
Vi tengo aggiornati sugli eventuali sviluppi cine, e nel frattempo do il benvenuto anche a Chiara, bravissima a trasformare il cine in fashion ―&business― e a stendere red carpet da big city life a Trentoville ―e lei, la ribattezzo Movier Pepper 🙂

For more info, https://www.facebook.com/lastanzadiaudrey e https://www.facebook.com/mauve53

TIR: Branko, un ex insegnante di Rijeka, è da qualche mese diventato camionista per un’azienda di trasporti italiana. Una scelta più che comprensibile dato che adesso guadagna tre volte tanto rispetto al suo stipendio d’insegnante. Eppure tutto ha un prezzo, anche se non sempre quantificabile in denaro. Da piccoli ci dicevano: «Il lavoro nobilita l’uomo». Ma qui sembra diventato vero il contrario: è Branko, con la sua efficienza, la sua ostinazione, la sua buona volontà, a nobilitare un lavoro sempre più alienante, assurdo, schiavizzante.

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