LET’S MOVIE CXCIV – LEI

LET’S MOVIE CXCIV – LEI

LEI
di Spike Jonze
USA, 2014, 126′
Lunedì 17/ Monday 17
Ore 22:00 / 10 pm
Supercinema Vittoria / Il Viktor Viktoria

 

Fastum Fellows,

È quel gel lì che mi ha permesso di raggiungere il Mastro martedì. Il mio piede destro aveva qualcosa che non andava, ed essendo banalmente destro e non sinistro, mi ha pure tolto la soddisfazione di transublimarlo (vabbè) in cine-citazione. Il fatto sembrerà non avere risonanza alcuna sul Lez Muvi della serata, e voi adesso starete già cambiando canale, lo so. Ma vedete, un conto è correre dal Mastro, e arrivare là che sei tutt’uno con le serotonine/endorfine/quelle sostanze che ti fanno sentire somewhere over the rainbow dove blue birds fly (poi non ditemi che il cantautore non era sotto roba pesante quando scrisse questa canzone). Un conto è arrivarci claudicando, fingendo di non claudicare, che è quanto di più miserable possa esserci. 🙁
Però avevo un sogno nel cuore, e non era quello di vincere il tricolore (Big, guarda i danni ch’hai fatto! :-)), quanto invece quello di rivedere la Fellow Vanilla ―Wisdom Award of the Year per aver prenotato anche per me 🙂 ― e il Fellow D-Bridge, arrivato con un anticipo così largo ma così largo che il Mastro stava tirando giù la saracinesca della notte prima (degli esami), e il WG Mat, arrivato con un anticipo così stretto, ma così stretto, che a momenti la Lady Mastrantonio lo lasciava fuori ― a ragione, per altro 😉
Poi il film mi parte in quarta. Nel senso che attacca su questa chanson de Feste che mi seduce all’istante, http://www.youtube.com/watch?v=CIrHrzOOPYY. Dico, cavolo, chiamata in causa così, right there? Cavolo c’è già chemistry tra me e questo film, love at first sight, un coup de foudre come non se ne vedevano da io e il Mimo Baptiste… E capirete, me la ridacchio fra me e me ― fra Fru e Fru― in mezzo a tutti ‘sti frou frou del Tabarin. Mi ero già vista invaghita persa del film, come mi era successo per gli altri classici visti.. E io a tesserci sopra lodi e collodi (?), comporre poemi e papiri, e infine sposarlo e vivere per sempre cine-felici e contenti.
E invece, sedotta e abbandonata! 🙁 Il film m’ha mollato tipo al quinto minuto. Se n’è stato via per una bella oretta ―in cui non ho fatto altro che opporre resistenza al tunnel della distrazione (e non c’è coca che tenga) ― e poi è tornato, ma in maniera blanda, senza quella fiamma che mi sarei aspettata da un classico. E si sa come funziona con le minestre riscaldate…
Credo che il problema sia stata proprio quella prima ora inziale, a tagliarmi le gambe ―e già il piede stava messo male…
Insomma c’è questo gruppetto di soldati francesi rinchiusi in un campo di prigionia tedesco, capeggiati dal proletario tenente Maréchal (e su Jean Gabin, un uomo un’istituzione, io e la Fellow Vanilla non abbiamo avuto nulla da obbiettare) e da un capitano aristocratico il cui nome è tanto impronunciabile che mi rifiuto persino di copia-incollarvelo. Poi finiscono in un castello di un Barone Von-Qualcosa, che sembra la via di mezzo tra Goebbels e il Dottor Male (di Austin Powers); il capitano aristocratico si sacrifica per permettere la fuga di Jean Gabin e un altro compagno, l’ebreo Rosenthal e i due riescono a lasciare la fortezza. Attraversano le Alpi, trovano asilo presso una bella bavarese ―non so di preciso se fossero in Bavaria, ma non so nemmeno se stia bene dare delle “renette” alle abitanti della Renania, quindi dico bavarese― di cui Gabin ovviamente s’innamora e dalla quale ovviamente deve staccarsi per proseguire il suo viaggio. E il film finisce con loro due che riescono ad attraversare il confine con la Svizzera, i soldati tedeschi ormai lontani che cercano comunque di sparare loro, e loro, su un campo di neve immacolato, tutto da scrivere…
Ora io non vi farò l’elogio al pacifismo di questo film ―googlate un po’, e troverete pagine e pagine di lodi peace&love. La guerra ―e non c’è una sola scena bellica, e qui sta anche il genio Renoir ― è vista come motivo di divisione tra classi. Laddove la nobilità e l’alta borghesia caldeggiano il conflitto e il sacrificio per “morire con onore servendo la patria”, le altre classi, come il proletariato, non vogliono assolutamente sentirne parlare! Non vogliono morire con onore, vogliono vivere a tutti i costi! E pur di evitare la drole-de-guerre, cercano di rifuggire lo scenario armato in ogni modo e maniera: scappando, disertando, adeguandosi a qualsiasi situazione. Il non-senso della guerra è quindi scritto a chiare lettere sullo schermo, e condivisibile da tutti noi, in tutti gli anni, in tutti i paesi, sempre.
E non mi soffermo nemmeno sulla fratellanza che lega gli esseri umani a livello profondo, e aldilà della nazionalità. Tedeschi e francesi ragionano con lo stesso cuore, anche se la carta d’identità scrive luoghi di provenienza diversi. La sintonia fra un aristocratico tedesco e uno francese è possibile, così come fra soldati tedesci e francesi, così come l’amore tra una bavarese e un Jean Gabin.
Anche questo traspare tutto molto chiaramente ―e molto nobilmente― dal film.

Ma la settimana scorsa ha ospitato, in coda, l’8 marzo. E le quote rosa hanno fatto la fine dei quotidiani a fine giornata ―cartastraccia. E quindi io decido di guardare il film con gli occhi della donna che in tutto il film vede una donna ―UNA sola! Certo un film di guerra, e la guerra, da che mondo e mondo, è un men’s business, and this is a man’s world, chevvelo canto affare. Però, guardate che ruolo interpreta l’unica donna del film. Quella che ha perso il marito in guerra, quella che s’innamora del fascinoso fuggiasco francese (100 punti al Board per l’allitterazione), e che sostanzialmente subisce gli abbandoni di tutti. E aspetta.
Siamo nel 1937, Board, chett’aspetti? Nulla, infatti questa non è una critica che muovo a Jean Renoir, lungi da me, un regista che vive il suo tempo e non poteva portare in scena una Carrie Bradshaw… Voglio soltanto fare un esperimento dal valore scientifico dubbio, parziale ma doveroso: prendere quel ruolo, e guardarlo attraverso gli occhi che hanno visto la bocciatura dei tre emendamenti al Parlamento l’altro giorno.
Chiariamo ‘stu fatto una volta per tutte. Le quote rosa non piacciono a nessuno, a livello teorico: usano la discriminazione per combattere la discriminazione. Sono il cortisone per curare un organismo malato, dicaimo così. Fanno del bene, facendo del male. Però, il problema, e converrete, sta nell’organismo malato: è lui che determina la prescrizione di rimedi il cui beneficio si vedrà sul lungo periodo. Quando saremo in un paese dove la parità esiste veramente, non ci sarà più bisogno di una legge che impone il fifty male – fifty female, sistema che pone il genere al di sopra del merito quando al di sopra del merito non dovrebbe esserci nulla. E comunque, a quel livello lì, non ci sono ancora arrivati nemmeno in Nord Europa, dove le quote rosa vivono e vegetano da anni ormai, figurarsi quando ci arriveremo NOI, che non riusciamo nemmeno a votarle, nemmeno con un governo democratico ―e davvero qui “Se non ora, quando?” dovremmo strillarlo in faccia a Montecitorio…
Anyway, mi chiedo, nonostante tutte le lotte, gli achievement, le soddisfazioni, le liberazioni, nonostante i reggiseni bruciati e i seni siliconati, quanto di quel personaggio, quello di Elsa, la comparsa che vive solo nel momento in cui compare sul tragitto del protagonista per poi sparire nell’ombra, ci portiamo ancora appresso? Quanti anni di comparsate dovremmo farci ancora? (Domanda senza retorica, senza acredine, senza intenti polemici –li avessi, non avrei problemi a tirarli fuori ;-)).
E sì, lo so di Angela Merkel e Michelle Obama e Sonia Gandhi e Hillary Clinton e Melinda Gates e Sheryl Sandberg e Christine La Garde…. Lo so.

Quindi anche se “La grande illusione” non lo rivedrò e anche se m’è costato fatica, è servito.
…Com’era? Far male per far bene, giusto? 😉
E finalmente, finalmente…ribollo d’impazienza da settembre…e scusatemi se insisto con il lunedì (perdonami, Fellow Felix!), ma va visto subito subitissimo, domani, via…

LEI
di Spike Jonze

Oscar come miglior sceneggiatura originale, premio miglior interpretazione femminile a Scarlett Johansson all’ultimo Festival del Cinema di Roma ―interpretazione femminile che noi perderemo completamente nel doppiaggio, giàcché il personaggio che interpreta non è un corpo ma una voce…. Vedremo che ne avrà fatto Michaela Ramazzotti…
Questo film è stato una delle sorprese della cinematografia dell’ultimo anno, uscita dritta dritta da quella testa matta di Spike Jonze ―vedetevi “Essere John Malkovich” e “Il ladro di orchidee” (perdonando a Nicholas Cage di esistere …cinematograficamente, s’intende…).

Prima di lasciarvi vi do in anteprima una super notizia d’anteprima, giuntami or ora dalla nostra donna anteprima, l’Anarcozumi. 🙂
Mercoledì 19, verso le ore 8:30/9:00 pm (check it out!) al Multisala Modena (Lo Smelly sì), Alessio Boni e il regista Angelo Longoni lanceranno ufficialmente il film MALDAMORE, girato la scorsa estate qui a Trentoville ― con l’imprescindibile collaborazione della Trentino Film Commision (=la Zu, of course). Vogliamo noi lezmuviani non ridare ad Alessio il ribenvenuto a Trentoville?!?
Consiglio caldamente di prenotare il posto, chiamando lo Smelly, 0461 260399

E anche per oggi è tutto ― e un po’ più early del solito.
Spero mi scuserete se il più delle volte le mie recensioni non somigliano affatto a della recensioni, e io forse farei bene a dire, non mi ha entusiasmato, stop. Oppure. Che invidia quei 3-4 spettatori del pubblico che si sentivano russare manco la sala fosse stata una camera, io che i sonni russi me li sogno la notte (?!).
A volte uno si sente in colpa a dire che un classico non l’ha coinvolto ―persino il Board, che da piccolo litigava con Maria la Sanguinaria per chi dovesse interpretare la Bisbetica Domata…. 🙂 Ma mi sa che that’s the way it is…

Ed ora Malestrom e riassunto, via. E saluti, nevralgicamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Volevo dire un ultimo ciaociao ad Alain Resnais, regista della Nouvelle Vague francese, che se n’è andato una decina di giorni fa, a 91 anni ―il cinema fa campare a lungo, non lo dico solo io, the facts .speak for themselves…
Avevamo visto “Gli amori folli”, nel 2011, con Lez Muvi, e ci era piaciuto… ma non so molto altro di lui…
Ho pensato di dirvelo, magari vi viene la curiosità di frugare e saperne di più… Io, per esempio, andrò alla ricerca di “Hiroshima Mon Amour”…. 😉

HER: Los Angeles, in un futuro non troppo lontano. Theodore, un ragazzo solitario dal cuore spezzato che si guadagna da vivere scrivendo lettere “personali” per gli altri, acquista un sistema informatico di nuova generazione progettato per soddisfare tutte le esigenze dell’utente. Il nome della voce del sistema operativo è Samantha, che si dimostra sensibile, profonda e divertente. Il rapporto di Theodore e Samantha crescerà e l’amicizia si trasformerà in amore ma…

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1 Comment

  1. Così scrisse il WG Mat su “Lei“:

    “Subito dopo her ho scritto un commento de panza alla Fru. Mi sono sentito chiamato in causa in quanto “geek” perchè “Her” non è particolarmente nuovo, rientra a tutti gli effetti in un consolidatissimo filone di science fiction (e non solo) che parla del terribile momento (ma lo è davvero terribile, guardando bene? me lo segno per parlarne dopo) in cui l’uomo creerà qualcosa che farà lui stesso fatica a distinguere da se stesso, magari mettendoci dentro tutto quello che desidera, quello che è e ovviamente i suoi difetti.
    E andando indietro nel tempo a ben vedere l’uomo ha sempre avuto il chiodo fisso della creazione di se stesso! su due piedi mi viene in mente la storia di Pigmalione (di 2000 anni fa!) e cosa ha fatto lui se non creare qualcosa che fosse simile a lui, plasmandolo?

    Mettiamo le cose in chiaro, cosa vuol dire (per me) fantascienza? per me è quel genere che può portare alle conseguenze piu estreme il “e se fosse che…” per farci queste domande. ovviamente con l’aiuto di elementi fantastici – “elementi e situazioni immaginarie che esulano dall’esperienza quotidiana, straordinarie, che si ritiene non si verifichino (molto probabilmente) nella realtà comunemente sperimentata (wikipedia) magari appunto la scienza.

    “Her” ripropone questa domanda, e l’elemento di nuovo che aggiunge è (quasi paradossalmente!) di far dimenticare per un attimo che si stia parlando di una macchina, e di raccontare una storia d’amore “magnificamente banale”, dove ognuno ci si puo ritrovare!
    Mai successo di perdere la testa per qualcuno, non vedere altro fuori da quella persona, vivere la luna di miele e poi scoprire che ognuno porta con se un bagaglio (in questo caso il non essere umano con rogne annesse…) e cominciare a chiedersi se quella sia la persona giusta etc etc e poi litigare o magari un bel “rimaniamo amici” o se uno sta peggio “dove sei andata/o stasera? a giocare con i tuoi amichetti in rete eh!”

    Ma a me quello che affascina del genere è la risposta (ma soprattutto l’incapacità di darsela!) dell’uomo di fronte alla macchina/essere appena creato gli chiede “cosa sono? perchè io sono diverso da te? Cosa ti rende un essere vivente?

    E spesso questi esseri artificali nemmeno sanno di esserlo, si sentono tali e quali agli esseri umani! pensate a cosa può succedere quando lo scoprono. Cosa succederebbe a voi se un giorno qualcuno vi dimostrerebbe incofutabilmente che voi non siete essere umani. non siete vivi e quello che avete provato fino ad adesso non è vero. io lotterei fino alla morte per dimostrare a me e a tutti che sono vivo, che quello che provo e reale!
    “Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi,
    navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione,
    e ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser.
    E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia.
    È tempo di morire”

    e Roy di blade runner, una macchina assassina, che ha attirato fino a quel momento la nostra angoscia di un androide piu forte di noi che si ribella al creatore, improvvisamente ci sembra piu umano di chi lo uccide.
    Appunto, cosa vuol dire umano?

    Non voglio spoilerare ancora Blade Runner (che ricordo, è tratto da un racconto di vero visionario, Philip Dick, dal titolo emblematico “do androids dream of electric sheep” ) ma pensate a cosa succede a Rachel quando ha vissuto convinta di essere umana per poi scoprire con un test di un’ora che tutto quello che ha vissuto fino a quel momento erano ricordi impiantati, che lei è una lattina vuota.
    Quello che prova è reale quando lo sente?
    E pensate a Deckard che dedica la sua vita a terminare androidi, per poi non capire perchè sono diversi, ma soprattutto non sapere se lui stesso lo è e qual’è la differenza.
    “It’s too bad she won’t live. But then again, who does?” gli viene ripetuto…

    E ci sono storie in cui gli androidi che scoprono di non esserlo sono traumatizzati, portati a istinti suicidi dal solo pensiero di non essere umani.
    Battlestar galactica è probabilmente la miglior storia raccontata del fallimento dell’uomo di creare qualcosa come lui, o migliore di lui che potesse aiutare la sua esistenza.

    L’uomo ha creato macchine da guerra perfette, esseri che però piano a piano acquisiscono una loro coscienza ma soprattutto ad evolversi, fino ad essere in grado di generare loro stessi altre macchine senzienti, e imparare dal passato.
    Ambizione, in genere i nostri difetti e soprattutto paura (che porta al lato oscuro!) sono ciò che ci fa cadere l’uomo, e la paura di questo porta l’uomo in battlestar galactia a voler sterminare i “cylon”, che potete immaginare non reagiscono bene. Perchè tu hai diritto a vivere e io no?
    Ad un certo punto qualcuno domanda al comandante sopravvissuto del battlestar galactica “You said that humanity was a flawed creation, and that people still kill one another for petty jealousy and greed. You said that humanity never asked itself why it deserved to survive. Maybe you don’t.”
     
    Non voglio continuare il pippone su Battlestar galactica (che ripeto, è incredibile per la profondità in cui esplora cioò che ci rende umani, fino a portarlo ad una discussione sulla religione)
    ma non posso finire se non cito un altro masterpiece, che da da mangiare la polvere a tutti: ghost in the shell di Mamoru Oshii.
     
    Un futuro in cui gli uomini cominceranno col perfezionare se stessi (un braccio bionico li, un cervello di titanio piu resistente la etc etc) fino a che  qualcuno si domanda quando si smette di essere umani e quando si diventa cyborg.
    siamo ghost in the shell? 
    O fino a quando un software acquisisce coscienza di se stesso, e chiede aiuto in quanto essere senziente.
     A chi gli dice “ma tu non sei vivo, non hai nemmeno un corpo!, sei solo un qualcosa che vuoleautopreservarsi!” lui risponde (da un corpo robotico di cui si è impossessato):
    “It can also be argued that DNA is nothing more than a program designed to preserve itself. Life has become more complex in the overwhelming sea of information. And life, when organized into species, relies upon genes to be its memory system. So man is an individual only because of his intangible memory. But memory cannot be defined, yet it defines mankind. The advent of computers and the subsequent accumulation of incalculable data has given rise to a new system of memory and thought, parallel to your own. Humanity has underestimated the consequences of computerization”
     
    Insomma, magari oggi chiediamoci tutti “cosa mi rende vivo?”
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  1. LET’S MOVIE CXCV – LA MIA CLASSE | Lets Movie! - […] il commento del WG Mat al film, http://www.letsmovie.it/2014/03/lets-movie-cxciv-lei/#comment-65043 … E poi sono IO quella con dei problemini di sintesi…

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