LET’S MOVIE CXCXII – TIR

LET’S MOVIE CXCXII – TIR

TIR
di Alberto Fasulo
Italia, 2014, 85′
Lunedì 3/Monday 3
21:30/9:30 pm
Astra/Dal Mastro

Free Fellows & Maroon Moviers,

Per quanto abbia massascrato “Monuments Men” la settimana scorsa, Bulldozer Board che posso essere ―col gusto un po’ meschino, anche, di calcare sull’acceleratore― ho finito per apprezzare ancora di più “Dodici anni schiavo”. Se la Storia di Clooney fa la coquette con il sensazionalismo e asserve allo scopo di darne un quadro positivista (ma proprio originario dal Positivismo, quelllo 800entesco!), la Storia di McQueen è quella spietata, mostruosa, che ti prende la faccia tra le mani e ti ordina “Guardami!”.
E grazie al film che McQueen ha realizzato, liberarsi da quella presa è praticamente impossibile; rimanere lì, un dovere morale nei confronti di verità e giustizia ―che, come dice il Brad Pitt abolizionista del film, sono uguali per tutti gli uomini, neri e bianchi, schiavi e liberi.
Spunta nel black&white di schiavitù e libertà, questa mail che vi scrivo. Non poteva essere altrimenti. Attraverso la vita di Solomon Northup, “Dodici anni schiavo” apre su un passato con cui l’America cerca ancora di fare i conti, e ci fa ripensare il presente, quello che abbiamo. Solo la privazione è in grado di svegliare la coscienza dal sonno del possesso.
Oggi noi siamo liberi ―dietro a quel “noi”, naturalmente, ci siamo noi occidentali bianchi privilegiati, altro discorso per gli-altri-da-noi. Siamo liberi di vivere, leggere, sapere, lavorare, amare ―sui gradi di, ne riparlaimo aprendo relative istanze parlamentari― ma siamo fondamentalmente nella condizione di condurre vite dignitose. Anche se i maroon continuano ad esserci. I maroons ―che non c’entrano con i Five della musica pop― erano gli schiavi fuggiaschi che scappavano dalle piantagioni. Ovvero quello che NON è Solomon Northup.
Solomon è un violinista di colore che, nel 1841, dallo Stato libero di New York viene rapito per essere venduto come schiavo nei campi della Louisiana, stato in cui la schiavitù era ancora in vigore. È una storia vera, questa, e tengo in modo particolare a sottolinearlo.
Immaginate essere strappati dal vostro mondo, spogliati di qualsiasi diritto e gettati come animali in un mondo scandito solo dai numeri: i kg di cotone che riuscite a raccogliere da cui dipenderà il numero di frustate che vi daranno se i kg sono troppo pochi, o che riuscirete a evitare se i kg saranno abbastanza. Distese di schiene piegate e piagate, di bocche piene di silenzio e blues. Pensate al ferro intorno ai polsi. Pensate al ferro delle parole che non potete dire, quanto la lingua possa pesare.
Ma dicevamo, Solomon non è un maroon. Rifiuta la ribellione. Non scappa da nessuna piantagione in cui viene costretto a lavorare. Non si sottrae a nessun compito che lo forzano a svolgere, più o meno infame che sia. Acconsente a infliggere ai suoi compagni schiavi qualsiasi punizione che gli intimano d’infliggere. Solomon ubbidisce, piega il capo e lavora, svolge ed esegue.
È un nuovo modo, questo, di rappresentare lo schiavo in catene. Nei pochi film riguardanti la schiavitù mai girati, la cinematografia ha sempre presentato figure di schiavi che si rivoltano al padrone e al sistema ― è molto più cinematografico, c’è molta più action. Pertanto “12 anni schiavo” non è TRA “Django Unchained” e “Amistad”, come si legge in giro e come ho riportato la settimana scorsa. “12 anni schiavo” è l’OPPOSTO del Django tarantiniano e della squadra di ammutinati sull’Amistad, o di “Toussaint” ―il rivoluzionario haitiano che guidò la rivolta degli schiavi di Santo Domingo (film del 2011 che 12-13 anime avranno visto).
In questi film i protagonisti attuano vendette violente, rispondendo alla violenza del bianco attraverso la loro violenza. Ripagano con la stessa moneta. Solomon invece agisce con la pazienza, l’astuzia, l’obbedienza. E questo ci stupisce. Io mi sono stupita tutto il film. Tutto il film a pensare, arriverà il momento in cui questo povero cristo dirà “basta”, arriverà il momento in cui scoppierà, oppure si trasformerà in maroon fuggendo nel vento e lasciandosi alle spalle i campi di cotone e le frustate. E invece no. Lui sta lì, subisce, incassa, attende ―la pazienza di un santo, la tenacia d’un martire. Alla fine il suo momento arriva, la salvezza arriva, grazie a quegli incontri che il destino ti riserva senza un perché. Ha le fattezze di un abolizionista canadese che spedirà una lettera ai parenti di Solomon e agevolerà la sua ri-liberazione. L’Anarcozumi, finalmente rientrata fra noi, ha aperto un’inchiesta per chiarire il mistero dell’indirizzo reperito, e ci terrà aggiornati sui progressi delle indagini 🙂 🙂 E anche la Honorary Member Mic ha mostrato dell’insofferenza verso il cameo di Pitt ― io le ricordo comunque di non sottovalutare la fortuna sfacciata che abbiamo avuto come spettatori nel trovare un Pitt e un Fassbender (sempre sia lodato) che coesistono in un momento cinematografico rendendolo divino… 😉
Oltre all’Anarco, avevo con me una coppia di Movier da combattimento: il WG Mat, che ogni volta si lamenta del megafono che ho in gola e l’amplifon all’orecchio, senza sapere che lo stesso destino l’attenderà fra un paio d’anni, e la Fellow Cap ―mancava da un po’, ma nel frattempo ha avviato un’attività da teacher all-subjects all-days all-stars che la tiene impegnata una cifra.
Eravamo un gran bell’assetto bellico, schierati all together, ve lo assicuro. Ma siamo comunque usciti dalla sala tutti ammaccati.
Il fatto è che non si possono scansare i colpi che prendi durante il film. Le carni mangiate dai morsi degli scudisci, i bastoni che risuonano sulla schiena del neo-rapito Solomon ―quei tonfi sordi, che abbattono libertà e vertebre. Il film è corporale, così come tutti i film di McQueen (ricorderete “Hunger” e “Shame”) nel senso che utilizza le carni dei suoi protagonisti ―che sono i protagonisti di una storia collettiva mai abbastanza raccontata e condannata― per raccontare quella storia. È come sentire una Passione vissuta da un’intera razza. Non vederla, sentirla. Con le orecchie, il naso, la pelle. Il cinema di Mcqueen è terribilemente esperienziale. “Terribilmente” perché è “terribile”, fa male. Ma come succede tante volte con l’arte ―e con i dentisti!― fa male per far bene… Perché fa bene essere a contatto con quel dolore, fa bene a noi spettatori, gente dalla memoria troppo corta, dall’oblio troppo pronto, entrare in contatto con l’efferatezza di quello che è stato. E se le colpe dei padri non devono mai ricadere sui figli, devono essere sempre ricordate e condannate dai nipoti…
Scegliere il linguaggio della violenza corporale vale a McQueen la mia ammirazione. Sottrazione e censura avrebbe fatto un torto tanto narrativo nei confronti del libro di Solomon quanto morale nei confronti dei fatti storici. E a mio giudizio non c’è qui vittimizzazione degli schiavi, anzi, gli schiavi sono rappresentati nella loro totalità, che include anche la loro meschinità, il loro essere pavidi ―per ovvie ragioni, naturalmente.
Assistiamo per esempio a scene dolorosamente lunghe, in cui uno schiavo, o Solomon, vengono torturati e tutt’intorno la vita procede come se nulla fosse: i bambini giocano, le donne cucinano, gli uomini passano, mentre un compagno agonizza appeso a un cappio. Ecco è qui, attraverso una documentazione dell’indifferenza del proprio simile attraverso l’immagine, non le parole, che prende forma la disumanizzazione cui venivano sottoposti gli schiavi. Il disumano non è solo nel padrone bianco che perpetra il sopruso, ma è anche nel nero che, per istinto di sopravvivenza, lo perpetra a sua volta, in una spirale di empietà che si avvita intorno a vittime e carneficie. La potenza dell’immagine, unita alla dilatazione dei tempi per prolungare l’agonia dello spettatore, che è costretto, volendolo o nolendolo, a empatizzare con il soggetto torurato, costruiscono una specie di estetica della sofferenza, che infila delle vere scene-dipinto all’interno del film. Tipo l’inizio, la panoramica fissa su una decina di schiavi in piedi, fra cui il protagonista, e sullo sfondo le canne di una piantagione. Come vedere il “Quarto stato” di Volpedo, ma in una versione in cui i personaggi hanno perso i passi e sono immobili, bestie catturate e gettate dentro una claustrofobica gabbia sociale e scenica.
Questo mi porta a dire che il film non è solo il racconto di una storia realmente vissuta, ma un’opera che ha valore artistico: filtra i fatti attraverso una mente creativa, non cronachistica. Non perde mai di vista il bello ―nel senso artistico― pur raccontando l’immondo. Grande merito a McQueen, che, guess what, è un video artista, prima di essere un regista…
Forse il punto debole del film sta nel finale. E qui abbiamo concordato tutti, Mastro compreso. L’happy-ending forse stona. O forse abbiamo preso così tante botte durante il film, che persino un sospiro di sollievo fa male ―come quando ti scotti e l’acqua fresca brucia.
Ciononostante io auguro al film di aggiudicarsi almeno la metà degli Oscar a cui è stato candidato, conscia che il film si debba vedere una volta, e conscia altresì di quanto sia difficile da ri-vedere una seconda.
Anche questo, come “Diaz”, DEVE essere proiettato nelle scuole superiori. E non solo nei licei, ma anche alle ITIS, alle ENAIP, agli istituti alberghieri e alle scuole sforna-estetiste, se non vogliamo cadere nel razzismo culturale, e continuare a tirare su generazioni che associano quel periodo storico a Mami di Via Col Vento…
Se in Italia il ruolo dei Partigiani non viene mai studiato abbastanza, figuratevi quanto poco si sappia, per esempio, dell’Underground Railroad, la rete di tappe segrete e luoghi sicuri gestita dagli abolizionisti, che permise a migliaia di schiavi marooned di fuggire gli USA e guadagnare il Canada libero nella seconda metà dell’800. Se in Italia non si legge Fenoglio, figuratevi Toni Morrison…Purtroppo non si può sapere tutto, leggere tutto… Ma ignorare il sangue nero versato su quel mare di cotone, significa non comprendere azioni e reazioni di personaggi come Harriet Tubman, Rosa Parks, Malcolm X, Angela Davis e tanti altri. Significa illudersi che il rancore sedimentato non incida su azioni e reazioni oggi…
E comunque io, l’8 marzo sera, ho deciso di essere qui, http://www.arlecchinoerrante.com/Calendario/CalendarioENG.php

E questo è stato il pippone dei pipponi… 🙁

L’appuntamento con Let’s Movie di domani, lunedì, è confermato, e il titolo prescelto è…è..

TIR
di Alberto Fasulo

Vincitore del Marc’Aurelio d’oro al Festival di Roma 2013, il film sta raccogliendo consensi a destra e a salamanca 🙂
Non mi mancate eh, non mi lasciate sola alla guida dell’autoarticolato che le pene che infliggo alla macchina bastano…

Faccio notare che questa settimana le parole in meno sono 14 ― no, non sto manomettendo i dati, certo che no…E il Watergate è stata tutta una montatura, certo che sì…
🙂
E per scaramanzia NON dico che stanotte è la notte degli Oscar, e go Sorrentino go-go-go! NON lo dico ma lo penso, eccomeselopenso… Ne riparliamo domenica prossima, a statuette assegnate… 🙂

Ora basta però. Movie-Maelstrom per alleggerire gli animi dopo 12 anni di schiavitù, riassunto (no dai, quello non leggetelo) e saluti, (af)francamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Quando il cine diventa fashion…
Un anno fa a Trentoville ha aperto la Stanza di Audrey, un negozietto di 4 metri per 4 in Piazza Lodron in cui lo stile Hepburn sta di casa. 🙂 Giovedì Chiara, la proprietaria tutto pepe, ha organizzato una sfilata (sì sì, proprio una sfilata vera vera) per presentare la nuova collezione primavera-estate 2014, e ha esteso l’invito alla sottoscritta: del resto subisco la fascinazione Audrey Hepburn… e del resto ogni donna si sente un po’ Holly Golightly, un archetipo femminile che il cinema ci ha regalato grazie a quella divina della Audrey in Colazione da Tiffany
Ovviamente i 4 metri per 4 mal si prestavano all’evento, e si è tenuto al Mauve, uno spazio nuovo nuovo tra architettura-design-eventi che spero organizzerà anche serate cinefile ―Massimo, uno dei designer-fotografi che lo vive, e che ribattezzo Movier Mauve, si dice molto interessato 🙂
Il posto ha quel flavour metropolitano low-profile, quell’essenzialità non spocchiosa che ci piace tanto. Così come mi piacciono gli abiti che ho visto: la moda anni 50-60′ accomoda la donna sia che sia una Twiggy, una Ditta Von Tees, o una meravigliosa via di mezzo in-between…
Vi tengo aggiornati sugli eventuali sviluppi cine, e nel frattempo do il benvenuto anche a Chiara, bravissima a trasformare il cine in fashion ―&business― e a stendere red carpet da big city life a Trentoville ―e lei, la ribattezzo Movier Pepper 🙂

For more info, https://www.facebook.com/lastanzadiaudrey e https://www.facebook.com/mauve53

TIR: Branko, un ex insegnante di Rijeka, è da qualche mese diventato camionista per un’azienda di trasporti italiana. Una scelta più che comprensibile dato che adesso guadagna tre volte tanto rispetto al suo stipendio d’insegnante. Eppure tutto ha un prezzo, anche se non sempre quantificabile in denaro. Da piccoli ci dicevano: «Il lavoro nobilita l’uomo». Ma qui sembra diventato vero il contrario: è Branko, con la sua efficienza, la sua ostinazione, la sua buona volontà, a nobilitare un lavoro sempre più alienante, assurdo, schiavizzante.

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