LET’S MOVIE CXCXVI – IDA

LET’S MOVIE CXCXVI – IDA

IDA
di Pawel Pawlikowski
Polonia, 2014, 80′
Lunedì 31/Monday 31
21:00 / 9:00 pm
Astra/dal Mastro

Fragili Fellows,

Guardando il film di Gaglianone, lunedì, è arrivata d’improvviso la parolina che miracolosamente l’avrebbe racchiuso. Mi è piovuta addosso così, senza che ci pensassi, come tante volte succede. Qualcuno avrà mai cantato i fenomeni miracolari scaturiti in assenza di pensiero, mi chiedo? (Mai sentito parlare di Archimede, rilanciate voi, quello del principio trovato nello sciallo d’una Jacuzzi?).
Insomma, quella parolina lì ruzzola fuori da “La mia classe” e mi arriva ai piedi. E io non posso fare altro che raccoglierla, soppesarla quel tanto che basta per capire che ha tutte le ragioni d’incrociare il mio cammino, e decidere di metterla lassù in testa, la posizione che, dopo 195 puntate, ormai l’avrete capito, detta il tono e il tempo del seguito.
La foga ha sempre il sopravvento con me e io sono partita in quarta senza nemmeno celebrare il ritorno dell’Anarcozumi in Lez Muvi ― vicissitudine indo-europee, intestine (nel senso di domestiche, non duodenali) nonché festival-organizzative l’hanno tenuta lontana in quest’ultimo periodo, ma lunedì la chick è volata da noi in tutta la sua natura aviaria, ehm, aerea 🙂 🙂 …Averla è stato come vedere casa dopo mesi di mare (tipo Itaca sì, o Follonica, a seconda delle mitologie). 🙂
Con lei la More, la Movier doppio strato, e no, non come il domopack, ma come le Movier che combattono il gelo esistenziale a colpi di scialli e sciarpe ―sulla riuscita, non possiamo dire, ma l’importante, si sa, è partecipare. 🙂 Purtroppo la calca dal Mastro mi ha impedito d’intercettare la Fellow Vanilla prima del buio in sala, ma tanto noi siamo superiori e promettiamo di non trascinare nessuno in tribunale, nemmeno la calca. 🙂 Da brava recruiter, la Fellow ha portato anche la Guest Mavi, che di cinema ne sa a tonnellate!
E adesso foga, fa’ di me ciò che vuoi. 🙂

“La mia classe” è una classe di 17 studenti extracomunitari finiti in aula per imparare l’italiano. Costa d’Avorio, Ghana, Egitto, Bangladesh, Iran, Europa dell’Est, Brasile ―i paesi di partenza coprono mezzo mondo. Il maestro scelto per la mission ―quasi impossible direi, e da teacher, lo dico a malincuore― è Valerio Mastandrea, che, e adesso comincia il bello, interpreta se stesso che interpreta il maestro. Sì perché “La mia classe” è un esperimento metanarrativo, ovvero: ciak si gira un film che gira un film.
L’idea iniziale, ha spiegato Gaglianone a fine proiezione, era quella di realizzare un film/documentario classico. Poi però succede che un paio degli studenti, attori non professionisti, che compongono la classe, si vedono negato il rinnovo del permesso di soggiorno e quindi la possibilità di partecipare a tutte le riprese del film. Questo fatto scuote il regista, che non riesce a rimanere indifferente alla realtà che entra così prepotentemente nella finzione cinematografica. Quindi abbandona il film/documentario classico, e permette alla realtà, ai fatti umani, di varcare il confine con la finzione e penetrare all’interno del film stesso, spingendo telecamere e addetti ai lavori entro il perimetro intorno alla scena girata, e interrompendo così la cosiddetta fabula (=il flusso degli eventi narrati).
Lo spettatore si trova quindi con due livelli, quello della rappresentazione della realtà, e quello della rappresentazione della finzione. Ma ahimé, contrariamente a quanto crede il regista che ha provato a spiegarlo, lo spettatore NON è disorientato da questo, dalla con-fusione di realtà e finzione ―come on, Daniele, avrei voluto dirgli, siamo un audience del terzo millennio, abbiamo letto Pirandello, siamo passati attraverso il post modernismo e pure il post-post modernismo, abbiamo visto set cinematografici entrare in scena e registi riprendere se stessi che riprendono il film che stanno girando, personaggi in cerca d’autori (questo lo sapete chi è) e personaggi che che salgono sul palco e reclamano il rimborso del biglietto (questo è Brecht). Semmai lo spettatore è confuso (senza trattini) perché si accorge immediatamente che manca una scelta chiara di fondo: non avendo ben chiaro dove il film vada a parare, NOI non sappiamo dove stiamo andando a parare! E quindi siamo perplessi. Ma non confondiamo questo disorientamento, con il disorientamento/straniamento che si crea attraverso tecniche postmoderne.
Non abbiamo nulla in contrario ad osservare la realtà che intrude la finzione. Ma dobbiamo capire se vuole presentarci un film sul film (“Otto e mezzo” non è forse questo?), oppure un docu-film, oppure un esperimento di metacinematografia, oppure un film in forma di documentario su un film che avrebbe dovuto essere e non è stato. Ma non si possono presentare scene di girato spacciandole per vere quando si sa benissimo che le reazioni che contengono non sono spontanee, ma dettate da un copione scritto, per quanto “aperto” esso sia.
Alla mia domanda sull’improvvisazione degli studenti, il regista ha risposto che non avevano un copione, che le lezioni erano vere, precisando tuttavia che seguivano un canovaccio prestabilito…Lezioni vere o con un canovaccio? Con Mastandrea (attore) come maestro? Mmm…
Altra perplessità. C’è una sequenza in cui i personaggi raccontano, uno a uno, la propria storia personale (l’abbandono della terra natale per raggiungere l’Italia, il loro presente qui, ecc). Sono racconti toccanti, e i singoli studenti piangono. Ma è evidente che quelle lacrime, checché scaturite da un dolore che immaginiamo essere reale e autentico, sono frutto di un’agenda scenica che ha pianificato una serie di quadretti toccanti, ciascuno studente solo in classe senza i compagni, la telecamera fissa su di lui. Ed è come se venisse chiesto agli studenti di RECITARE se stessi, non di ESSERE se stessi. La differenza, capirete, è abissale, così come l’effetto: dissimulazione e autenticità non possono convivere, e la nostra empatia ne fa le spese.
Detto questo, per quanto non mi convinca affatto dal punto di vista cinematografico, il film svolge apprezzabilmente la sua funzione sociale di spegnamo-i-cellulari-e-concentriamoci-due-ore-sulla-questione-dello-sradicamento-dal-proprio-paese. Abbiamo le città piene di queste persone (non personaggi!) fragili ―once again― che lasciano in una terra tutto quello che sono e possiedono, e arrivano in un luogo in cui devono imparare a schivare l’ostilità, il pregiudizio, gli occhi freddi. Questa fragilità, individuale e collettiva, è rappresentata bene dalla ragazza iraniana del film, che non riesce a raccontare la sua storia, e non per mera mancanza di vocaboli, ma perché la sofferenza che il distacco dalla sua terra le ha provocato è indicibile.
Peraltro non concordo molto col regista nemmeno sul discorso sulla lingua. Mi piace questa lingua, dice il regista, è bello quest’italiano faticoso, sbagliato, che parlano questi studenti…è una lingua vera, che rispecchia questo momento, è la loro voglia di farsi capire.. Attenzione, dico fra me e me, a dare giudizi di valore sulle lingue e a cadere nelle romantizzazioni (look who’s talking here!). Le lingue non sono né belle né brutte. Certe lingue, e penso ai pidgin per esempio, sbocciano da esperienze di dolore inaudite ―pensiamo ai patois nati nelle piantagioni delle ex colonie― e nascono per assolvere a una funzione: il capirsi senza farsi capire dal padrone. Ma l’italiano sgrammaticato di questi parlanti, cacofonico e stentato,  esprime la necessità di farsi capire da tutti, nonché lo sforzo di imparare una lingua straniera. Anche qui, non drammatiziamo: non solo gli immigrati con le valige di cartone tribolano con la lingua straniera; di beginners in lotta con l’abbiccì di una lingua è pieno il mondo…
Perciò, e concludo-thanks-god, nonostante la struttura esile esile della pellicola che purtroppo non regge tutte le aspettative intellettuali in testa al regista ―come vedere un corpicino pelle e ossa sotto un cervellone da giganti― il senso sociale del progetto rimane indubbio. Così come il coraggio di cimentarsi con esperimenti registici rischiosi. Courage calls for guts 🙂
E ora avrei ben due film da proporre, ma scelgo

IDA
di Pawel Pawlikowski

È un po’ che abita dal Mastro, questo film. E tutti, ma proprio tutti quelli che l’hanno visto ne sono rimasti folgorati. Certo non ci negheremo, noi lezmuviani, creature fotoniche che siamo, le gioie d’una folgorazione!
Capisco che “film polacco in bianco e nero con una suora per protagonista” non siano esattamente le premesse più accattivanti per suscitare l’acquolina in bocca al Movier medio…ma noi, che medi non siamo nemmeno nella taglia, andiamo oltre… 😉

L’altro film che vale la pena rivedere se avete modo-tempo-voglia-whatever, è il classico di Roberto Rossellini “Roma città aperta“, riproposto all’Astra dal Mastro lunedì e martedì alle 19:00 e alle 21:15. Se potete, non perdetelo ―andateci lunedì, e lasciate voi ch’entrate, il martedì a Lez Muvi 😉

Guardate oggi concludo così, senza star lì tanto a chiacchiere (!). E quasi quasi non aggiungo nemmeno il Movie-Maelstrom… Mmm…No be’ dai, il Movie Maelstrom lo aggiungo… 🙂
Riassunto down down below, a bunch of thanks to you all, e saluti, stasera, fortemente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Miyazakiamoci!
Il miyazakiano WG Mat mi ha segnalato questo http://www.repubblica.it/spettacoli/cinema/2014/03/22/news/in_arrivo_tre_film_di_miyazaki_e_una_pippi_calzelunghe_made_in_ghibli-81539672/?ref=HRERO-1 e io lo segnalo a voi 🙂
Purtroppo dobbiamo aspettare settembre per “Si alza il vento” 🙁 ma nel frattempo possiamo dirottare sulla Città Incantata insieme alla Principessa Mononoke 🙂
E indirizzo tutti noi miyazakiani (tanti!) al sito di riferimento http://www.studioghibli.it/

IDA: Polonia, 1962. Anna è una giovane orfana cresciuta tra le mura del convento dove sta per farsi suora: poco prima di prendere i voti apprende di avere una parente ancora in vita, Wanda, la sorella di sua madre. L’incontro tra le due donne segna l’inizio di un viaggio alla scoperta l’una dell’altra, ma anche dei segreti del loro passato. Anna scopre infatti di essere ebrea: il suo vero nome è Ida, e la rivelazione sulle sue origini la spinge a cercare le proprie radici e ad affrontare la verità sulla sua famiglia, insieme alla zia. All’apparenza diversissime, Ida e Wanda impareranno a conoscersi e forse a comprendersi: alla fine del viaggio, Ida si troverà a scegliere tra la religione che l’ha salvata durante l’occupazione nazista e la sua ritrovata identità nel mondo al di fuori del convento.

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