Posts made in aprile, 2014

LET’S MOVIE 200 – MEDEAS

LET’S MOVIE 200 – MEDEAS

MEDEAS
di Andrea Pallaoro
Italia-USA, 2013, ‘97
Mercoledì 30/Wednesday 30
Ore 21:00 / 9 pm
Supercinema Vittoria/Viktor Viktoria/Moira

Frotte di Fellows e Moviers in Massa

martedì al cine! Forse il cambio di giorno ha scosso il metabolismo lezmuviano, provocando un felice aumento nel rilascio di Moviers, non so. Del resto Lez Muvi è un organismo fatto e finito, e sottosta a precise leggi fisiche come tutti gli organismi di questo mondo. La prossima volta che mi si chiederà “cos’è Lez Muvi?”, risponderò “un organismo fatto e finito mosso da precise leggi fisiche” ― voi poi verrete a farmi visita in quella struttura d’igiene mentale immersa nel verde in cui mi “ospitano”, e sarà bello mettere nel vaso i fiori che mi porterete.
Ma vedo che (di)vago più del solito, oggi…
Il primo ad arrivare è un Fellow che arriva da lontano, da molto molto lontano  ― il pianeta Tatooine! Guido il suo nome, Darth Veter il suo cine-nome, per  sorprendenti affinità sia anagrafico-onomastiche che parental-comportamentali con il temuto/adorato Darth Vader. Il fatto che venga da là e sia il primo ad arrivare ce la dice lunga su quanto la puntualità per noi Moviers navigati sia la vera galaxy far far away… 🙁
Di seguito, il WG Mat, con quell’andatura-altura da cinefilo geek che saprei benissimo riconoscere in una strada di Verve con una sinfonia dolceamara in sottofondo, https://www.youtube.com/watch?v=1lyu1KKwC74&feature=kp
Poi è la volta dell’Anarcozumi in fuga per due ore dal TFF, che in questi giorni le sta sempre alle calcagna ― non può proprio fare a meno di lei!
E guardate laggiù, c’è anche la Maria Vittoria, che dopo essere passata dalla fase “guest di”, transita di diritto in quella di Movier, il cui cine-nome, Lady Brown, porta indelebile l’impronta dell’amato Bruno, Centro Sociale in forma di plantigrade. 🙂 Ma ecco, arriva anche la Fellow Vanilla, così out of the blue che il risultato, tra blu e biondo, è un miscuglio di vanilla sky che Tom Cruise se lo sogna. 🙂 La Fellow mi annuncia la presenza, somewhere in the theater, della Fellow Cristina Casaclima con il Movier Dateacesarequelchedì, una coppia di cinefili affiliati più di un anno e mezzo fa e talmente affezionati a Lez Muvi da leggerci costantemente ― ci vuole costanza e un fegato così, ammettilo Board. E scopro al termine che sono stati pure così collaborazionisti da portare con sé un Guest, Gabriele: noi lo sottraiamo in tempo zero alla condizione di semplice cittadino del 2kk e lo trasformiamo nel Movier the Rocker; pensate, rinunciò a un concerto pur di provare l’esperienza Lez Muvi (questo naturalmente non è vero un cavolo, ma suona molto rock dirlo :-)).
Come se queste frotte e masse lezmuviane non bastassero ― rasentiamo il record qui, eh! ― la Honorary Member Mic, Vicenza-based, si è organizzata  in modo da condividere con Trentoville la visione del film, attuando così un Let’s Movie In-sync ― e lo sapete di quanta esultanza io sia capace a ogni Lez Muvi In-sync che concretiziamo!
E così conquistiamo la galleria del Viktoria…
A fine film l’Anarcozumi solleva, trionfante, due pollici. E per una volta sono io che ci vado cauta: un pollice segue i due della Zu sulle vette del successo, un pollice sprofonda nel baratro senza fine del non-mi-convince-no-no. E il mio giudizio si divide in corrispondenza di forma e contenuto: la forma stilistica la mandiamo in orbita, il contenuto, o più che altro la sua mole, lo spingiamo in un buco nero. Indovinate quale dei due pollici ha più peso nel bilancio finale… 🙁
Trovo difficilissimo dirvi di cosa parla il film. E questo, per una volta, non dipende dalla mia inesistente abilità nell’arte della sintesi (come sappiamo), quanto piuttosto da una trama troppo fitta, troppo assurda, troppo piena di fatti collegati che scorrono via troppo veloci. Il ritmo, che Anderson deriva dalla slapstick comedy e dal cabaret, non dà tregua allo spettatore, che si ritrova come catapultato su uno slittino giù per una discesa innevata ― scena, peraltro divertentissima, che compare nel film.
Se io, per commentare un film, non riesco a “dire” il film, racchiuderlo dentro una struttura da porgere agli altri, facendola girare e conoscere, allora c’è qualche problema nel film. Questo è stato notato in parte anche dal WG Mat: “Non saprei raccontarlo, ma tornerei a rivederlo”. Io però non ci tornerei… 🙁
Il film è incentrato sull’ascesa, i fasti e il declino del Grand Budapest Hotel, imponente struttura alberghiera rosa-candy nella fantomatica Repubblica di Zubrowka, di proprietà di Zero Moustafa. Partendo dagli inizi della sua carriera in veste di lobby-boy (“garzoncello”), cioè dalla prima volta che, orfano sfollato da un paese in guerra, ha messo piede in quell’Hilton superlusso abbarbicato in cima a un monte ― chissà se a qualcuno è venuto ossimoricamente-in-mente l’Overlook di “Shining”! ― noi attraversiamo 50 anni di storia e 50 anni di personaggi assurdi che popolano le stanze dell’albergo. Su tutti, il concierge Gustave H., capo e mentore e poi amico fraterno di Zero, personaggio più assurdo di tutti gli assurdi che alloggiano al Budapest che, insieme a Zero, passerà attraverso tutta una serie di eventi ― guess what?, assurdi ― per risolvere il caso di omicidio di una cliente invaghita di Gustave, una vecchia riccona con un figlio odioso e riottoso, che ha sua volta ha un  vampiresco tirapiedi, e tre zie stile emo-dark delle sorellastre di Cenerentola… Giusto per darvi il polso dell’environment… Attraversando 50 anni di storia ― pur concentrandosi soprattutto sugli anni ’30 ― le vicende di Gustave e Zero toccano anche le nefandezze della Storia ― la dittatura fascista, il razzismo e le loro conseguenze.
Quanto al genere, non possiamo parlare di film comico, o grottesco, o noir. Il film cambia pelle in continuazione: ora funny, ora avventuroso, ora macabro, ora drammatico. E questa è una caratteristica che mi piace: le lacrime che diventano sorrisi che si trasformano in riso e che mi permettono di uscire dalla Sala sconvolta dalla i testa ai piedi. Solo che qui tutto rimane distante, freddo. Le risate sono tiepide, il riso stiracchiato. E credo che proprio QUI stia il punto, per me dolente. Un film mi deve sconvolgere, anche per poco (non necessariamente per 90/120 minuti!). Deve lasciarmi un pensiero, un’immagine o una sensazione che mi accompagna a casa e non mi molla, costringendomi a guardarla e riguardarla in testa, mentre aspetto l’ascensore o mi lavo i denti. Di questo film, con tutta la ridda di fatti, inseguimenti, freddure (per quanto, alcune, irresistibili), trame e sottotrame e sotto-sotto-sotto-trame, camei di classe, scene che sono quadri (sì, Mat, tableaux vivants!) e trovate da ingegnere cinematografico più che da regista, cosa mi rimane attaccato alla memoria? Cosa mi rigiro in testa, con lo spazzolino in bocca? Ecco a questa domanda rispondo titubante: mmm la forma?
Il film è d’una raffinatezza stilistica di cui ogni animo sensibile all’estetica non può non godere. Tutto calcolato al millimetro (non centimetro, millimetro). I colori non sono semplicemente scelti: sono frutto di accostamenti geometrici al limite del manieristico. È come stare dentro una pasticceria, circondati da splendide torte glassate e confetti e cupcake e scatole in tinta, e porcellane limonge (limonge?) e teiere da casa di bambola.
E l’effetto complessivo, alla fine della fiera, mi rimanda al cake-design. Avete presente di che parlo? L’arte ― pazzesca ― di decorare le torte con la pasta di zucchero. Io rimango rapita dai capolavori che certe mani pasticcere riescono a tirar fuori da un pan di spagna. Però, per quanto il dolce confezionato sia architettonicamente paragonabile alla Mole Antonelliana, per quanto sembri uscito da un paradiso di tinte pastello ed essenze di arancio e lavanda (??), per quanto il maitre chocolatier a cui si sono rivolti per creare il pigmento al cioccolato della giusta gradazione si chiami Willy Wonka, quel dolce perfetto, quel capolavoro di architettura zuccherina, non ti viene voglia di mangiarlo! Ti piace guardarlo, lì in vetrina, o in tv, ma non te lo porti a casa. Lo stesso vale, per me, per “Grand Hotel Budapest”. Mi è piaciuto guardarlo, un sacco ― dagli arancioni vintage degli interni durante gli anni ’60, ai pasticcini confezionati dalla futura moglie di Zero, pasticcera del GB Hotel, alle scatole contenenti quei pasticcini e alle borse contenenti quelle scatole (capite a che livello ossessivo siamo qui)…
Ma non me lo sono portato a casa… 🙁
Oltre alla sensazione del “I’ll take you to the candy shop” (e qui vi prego di favorire, costa solo 50 cents 😉 https://www.youtube.com/watch?v=SRcnnId15BA&feature=kp), c’è l’impressione di stare dentro un fumetto: si veda la funivia (adorabile, piaciuta molto alla Mic!) ― oppure dentro un paesaggio da trenino elettrico, con i binari sorretti da ponti di legno alti alti, e ancora montagne innevate con precipizi in pieno stile Will&Coyote. E questo poi è lo stile Wes Anderson: ci porta dentro un mondo cartonato in cui la realtà e la Storia penetrano in maniera sempre originale. Ma once again, oltre il gran virtuosismo, la ricerca ai limiti del lezioso di tutto il coordinabile possibilie, di tutto il manieristico manierabile, di tutto il ludico ludibile (??) oltre quello, COSA?
Non la passione, Fellows. Mi manca la passione, in questo film. La fiamma. Quella che mi si era accesa immediatamente quando avevo conosciuto i due adolescenti di “Moonrise Kingdom”, oppure quel personaggio irripetibile, catastrofistico e  iperesistenziale, di Margot Tenenbaum… E forse è la passione che muove l’articolazione di un film, ovvero il “dirlo” a cui mi riferivo prima…
Questi miei giudizi non tengono conto ovviamente del cast-ellare di cui s’è avvalso Anderson: Ralph Fiennes, Tilda Swinton, Willem Defoe, Edward Norton (Mic’s property), Adrien Brody (Board’s property), Harvey Keitel, Bill Murray… Né del discorso che potremmo aprire sul bel rapporto che Gustave e Zero maturano, superando la dinamaica master-slave e passando a un livello paritario friend-friend ― Zero addirittura erediterà il GB Hotel da Gustave! ― passando non troppo incolumi attraverso comportamenti esterofobi ben rappresentati nelle scene fasce “favorisca i documenti” sul treno… Né mi addentro nel discorso ancora più profondo sull’omaggio che Anderson fa a Stefan Zweig, l’autore austriaco degli anni ’20 cui il film è dedicato. O a tutti i rimandi letterari ― la Fellow Cristina Casaclima, cui il film è piaciuto :-), mi suggerisce, sapientemente, “La montagna incantata” di Mann, e anche “Frankenstein Junior”… 🙂
Quindi, per tirare un po’ le somme… si ride tiepidamente, si sgranano molto gli occhi, si teme tutto il tempo di perdere il filo, si esce con un senso di stordimento da “Ma cos’ho visto??”, e alla fine non sai bene cosa hai visto.
Scegliete voi quali sono le vostre priorità in un film. Io rimango convinta che se non riesco a  fissare un film nelle parole, ma farfuglio qualche “sì, belle le immagini…sì, un divertissment”, quel film mi scivolerà via dalla memoria con dolorosa facilità.

E ora, come annunciato nella strillatissima EEEEEDIZIONE STRAORDINARIA mercoledì, confermo

MEDEAS
di Andrea Pallaoro

Come strillavo, Andrea Pallaoro è un giovane regista trentino che si è trasferito a Los Angeles e che, con questo film, si è distinto all’ultima Mostra del Cinema di Venezia.
Per una volta che Trentoville ci partorisce un regista (ebbene sì, partoriamo registi oltre ché climbers e cardinali…), vediamo di sostenerlo 😉
Inoltre vi avverto: io mi sparerò tutti i film consigliati dal Fellow Fant() nella nostra List OFF, quindi, sapete dove trovarmi 😉
Oggi volevo ringraziarvi tutti un po’ seriamente. I riscontri che Le’s Movie dopo Let’s Movie raccolgo. La parola gentile che mi dite, il commento che mi mandate, prendendovi il tempo di farlo, in questo nostro tempo senza tempo, sono la dimostrazione che ha un senso. Che nel non-senso, questo, Lez Muvi, NOI, ha un senso. Per questo continuo. Per questo vi ringrazio. 😉
Questo momento kleenex anche perché, uditeudite, siamo arrivati a 200 Lez Muvi!! Oddio, spero di aver contato bene: ho cominciato a detestare il conteggio con i numeri romani tipo intorno a cinquanta (L…)… 🙁
E proprio per evitare qualsiasi tipo di errore, d’ora in avanti utilizzeremo i numeri arabi, che faranno meno stile Impero, d’accordo, ma almeno sono 100% Board-proof… 😉
E ora dopo il momento kleenex, vi punisco col riassunto, e vi vizio col Movie Maelstrom… E naturalmente, vi porgo i miei saluti, stasera, quantitativamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Alla lista OFF, Only For Fellows, che il Fellow Fant() ha stilato apposta per noi e che è stata mooooolto gradita, il Fellow President ― che, oltre alla carica di President, porta avanti l’hobby dell’avvocatura 🙂 proattivamente aggiunge:

Voci e Silenzio” sull’ultimo anno di “vita” del vecchio carcere di Trento di Via Pilati ― il documentario viene presentato in anteprima al Cinema Modena alle 21.15 di lunedì 28 aprile e sarà replicato venerdì 2 maggio alle 15.45 sempre al Cinema Modena. Al seguente link  è possibile visionare un trailler: http://trentofestival.it/movies/975/

E noi, con grande piacere, prendiamo la penna, e allunghiamo la lista.
President, sei presidenziale come sempre! Grazie! 🙂

MEDEAS: Ennis, severo e instancabile allevatore, vive con la moglie Christina e i figli nella provincia americana più profonda. L’uomo fatica a mantenere il controllo: la giovane Christina è sempre più chiusa in se stessa; i figli sognano invece una via d’uscita dal chiuso e soffocante silenzio in cui vivono. Una poetica e coraggiosa analisi delle conseguenze dell’alienazione, narrata attraverso l’intima osservazione delle dinamiche interne alla famiglia, i rapporti tra loro e con l’ambiente che li circonda.

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LET’S MOVIE – EEEEEEDIZIONE STRAORDINARIA!! TFF 2014

LET’S MOVIE – EEEEEEDIZIONE STRAORDINARIA!! TFF 2014

Visto che tra le tante mie aspirazioni ― non tutte sane, lo sappiamo ― c’è sempre stata quella dello strillone, che mi riesce particolarmente bene (numero di decibel infranti a oggi dal Board: incalcolabile), ho deciso d’indossare basco, braghette corte e tracolla, di tuffarmi nei meravigliosi anni ’20 e da lì annunciarvi a gran voce una Selezione “OFF”, “Only For Fellows”, di film tratti dal Trento Film Festival, che si apre domani, giovedì 24.
La selezione non arriva da me ― io strillo e basta in quest’occasione. Arriva nientepopodimeno che da Sergio Fant, Responsabile del programma cinematografico del Festival.
Galeotta fu una soirée da Costa Azzurra per festeggiare la Pasqua a casa dell’Anarcozumi ― perché la Pasqua si festeggia a colomba e champagne solo in Costa Azzurra e a casa dell’Anarcozumi. 😉
Intuito immediatamente il potenziale del bacino lezmuviano, Sergio, che cine-battezzo Fellow Fant() ― dove è la parentesi, a far la differenza: può essere riempita a seconda delle situazioni con  –astico, -olino, -asmagorico, -ozzi, rendendolo il primo Fellow con il potere del morfing identitario infuso, e scusate se è poco ― ha stilato prontamente una lista di film IMPERDIBILI su misura per i Movier (=gente dal palato fino).
E noi, che siamo qui apposta per promuovere il cine e tutte le attività che trascinano fuori casa i Fellows e li fanno divertire/pensare/emozionare/infuriare/commuovere/piangere/ridere in una parola crescere, noi prontamente prendiamo la lista OFF e l’annunciamo a gran voce!

TERRE DES OURS, sabato 26, ore 18
IN ORDER OF DISAPPEARANCE, sabato 26, ore 21
L’AMOUR EST UN CRIME PARFAIT, lunedì 28, ore 21
BLUTDLETSCHER, martedì 29, ore 21
MEDEAS, mercoledì 30, ore 21 – LET’S MOVIE
NEVE, venerdì 2, ore 21
OLTRE IL GUADO, venerdì 2, ore 22:45
TRENTO SYMPHONIA e LA MONTAGNA SILENZIOSA, sabato 3, ore 20:30

Per tutte le info relative ai film, http://trentofestival.it/ 😉

Vi anticipo che “Medeas” sarà il Lez Muvi della settimana prossima, mercoledì 30, ore 21:00 al Supercinema Vittoria, Viktor Viktoria/moira. Il film è stato girato da Andrea Pallaoro, talentuoso regista trentino trapiantato a Los Angeles (naturalmente semisconosciuto in patria…), ed è stato presentato con successo alla sezione Orizzonti della Mostra del Cinema di Venezia nel 2013.
Mi raccomando procuratevi il biglietto PER TEMPO!

Ecco, mi par di aver strillato abbastanza…
Mmm no, non ancora…
FIIIIIIILATE DI CORSA A FARE I BIIIIIGLIETTI!

Ecco ora è abbastanza 🙂

Let’s Movie
The Newsboy Board

 

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LET’S MOVIE CXXIX – THE GRAND BUDAPEST HOTEL

LET’S MOVIE CXXIX – THE GRAND BUDAPEST HOTEL

THE GRAND BUDAPEST HOTEL
di Wes Anderson
USA, 2014, 100′
Martedì 22/Tuesday 22
Ore 21:00 / 9:00 pm
Supercinema Vittoria/Viktor Viktoria/Vikmoira

Mother Moviers and Father Fellows,

Potrei andare sul classico decalogico e dirvi dei “dieci buoni motivi per non perdere Lez Muvi”, ma saprebbe troppo di marketing&management, branca del fuffare che mi è assolutamente estranea. Potrei metterla sul “ah cosa vi siete persi…”, ma odiando ferocemente questo tipo d’impostazione stimola-l’-invidia, vi risparmio tutto ciò, e comincio con darvi il punteggio dei Muviers totalizzati in sala lunedì sera. Sei. A cavallo tra indicativo presente e matematica, “sei” non m’è mai apparsa entità tanto fausta. 🙂
Volando dal Mastro con un mantello da Bat-Board (veri entrambi, il volare e il mantello), non so se son più Movier o Bat-Board, ma diciamo che tiro l’acqua al mio mulino e mi conto come Movier :-); l’Anarcozumi stringe immediatamente un’intesa politica con un nuovo Movier che il tycoon di Trentoville, il Fellow Onassis Jr ―Donald Trump, please stop crying― ha abilmente recruitato. Ora, questo nuovo Fellow si chiama Ale (“-ssandro” o “-ssio” è un dato persosi nel bailamme generale, ma indagheremo), e si è presentato con un’andatura sostenuta ―apprezzatissima, you know― e un sonoro “Contesto!” ancora a una cinquantina di metri dall’ingresso dell’Astra. Capirete che l’intesa con l’Anarco, leader storica e maxima della frangia insurrezionalista lezmuviana, sia scoccata subito. La cine-identità del nuovo Fellow è stata oggetto di vivaci scambi d’opinione, ma alla fine s’è deciso per “Fellow Divergent” perché nella vita non ci sono straight ways, emmenomale.
Il quinto Muvier è il Fellow The Candy Andy, la cui presenza è stata appesa a un filo per tutto il giorno, ma alla fine ha superato la crisi e ce l’ha fatta ―grazie a dello scapicollo e a dello stomacovuoto che lo inseriscono nella graduatoria dei “Flashing&Fasters Fellows”. Il sesto Movier è una lei, la Fellow Vanilla, arrivata mentre scorrevano i titoli di testa, sfiorando così il pericolo massimo di perdita dell’inizio, e raccogliendo per questo coraggio bracciate di complimenti e pacche sulle spalle da quel bracciante del Board. 🙂
Ovviamente non scendo nel dettaglio della caciara che facciamo all’ingresso e all’uscita, dei discorsi cominciati da una parte e finita da tutt’altra, o lasciati a metà per far posto ad altri, che a loro volta fanno spazio ad altri, ad infinitum. E credo che i dieci buoni motivi per non perdere Lez Muvi in fondo siano sintetizzabili in quest’atmosfera di casino generale, di Moviers persi tra il bistrot dell’Astra e il bancone del Mastro e il bagno e l’ingresso e la Sala. In quell’istante di conversazioni tronche e sbotti di risate ―tante ― lì, prospera florido Let’s Movie.

Funziona così, “Father and Son”. Ci sono due famiglie. Una, padre-madre-figlioletto, vive nei quartieri alti di Tokyo. Ha un bell’appartamento all white&high-tech con vista sulla sky-line della city, tutto molto ordinatino-perfettino. Sono della Tokyo bene, insomma. Lui, Ryota, architetto yuppi tutto-lavoro zero-tempo, lei, Midori (sì esatto, come la migliore amica di Mimì Ajuara, bravi) moglie-madre devota, il figlioletto, Keita, trattato da piccolo-prinicipe versione giappo. Ryota, che poi è il vero protagonista del film, è freddo, Rottermeier, ‘na noia, assolutamente incapace d’instaurare un rapporto d’affetto con il figlio.
L’altra famiglia, padre-madre-tre-figli, vive nei sobborghi metropolitani, fa la spesa alla Lidl, e fatica ad arrivare a fine mese. Il padre però, lo sciatto e affettuosissimo Yudai, vive PER la famiglia: ricopre d’attenzione i figli, si diverte con loro: è il padre che ogni bambino vorrebbe avere.
Un giorno di novembre questi due pianeti famigliari così lontani, improvvisamente, collidono: l’ospedale in cui le due donne hanno partorito, 6 anni prima, li informa di un possibile scambio dei neonati. Dopo gli esami del caso, le famiglie scoprono di aver cresciuto il figlio biologico dell’altra famiglia.
La soluzione proposta dall’ospedale e dalla legge prevede lo scambio graduale dei figli, cominciando pian piano con i weekend. Il problema è che Keita, il figlio dello yuppi anaffetivo, si ambienta subito nella casa di Yudai, mentre Ryusei, il figlio del daddy-of-the-year, non ne vuole proprio sapere di adattarsi alla dittatura del nuovo loft in centro (pazzo!).
Il tropo dei figli scambiati nella culla è stato esplorato dalla letteratura ―penso a “I figli della Mezzanotte” di Salman Rushdie― e sicuramente anche dal cine (ma al momento non mi vengono in mente), ma è proprio impossibile non pensare “quando il cinema previene la realtà” in questi giorni, in cui dalla culla scambiata siamo passati all’utero scambiato. Ovviamente mi sto riferendo al caso verificatosi all’Ospedale Pertini di Roma la settimana scorsa, in cui l’errore umano ha determinato l’impianto di un ovulo fecondato nel grembo sbagliato, facendo esplodere un dilemma bioetico la cui risoluzione sembra praticamente impossibile.
Il dilemma che ci vien offerto in questo film è il medesimo. Conta di più il sangue oppure gli anni passati insieme? Cosa fa di un padre un padre? Il corredo genetico? Le volte in cui ti preme un cerotto sopra un ginocchio sbucciato, una carezza sulla testa? L’asettico Ryota non può che essere della scuola genetista, e quindi s’impunta per rivolere la “carne” che gli è stata ingiustamente sottratta. E in questo spietato scherzo del destino crede di trovare tutte le risposte: si spiega la mediocrità di Keita, incapace di suonare il pianoforte, privo di carattere, eccessivamente sensibile. Keita, così mediocre, così diverso da lui, NON può essere suo figlio…E allora no, rivuole quello che gli spetta ―Shylock strizza l’occhio, dalla Venezia shakespeariana…
Ryota abbozza un sorriso di trionfo (lui, così privo di sorrisi) quando il figlio naturale tira fuori tutto il suo carattere insistendo sulla domanda: “Perché devo chiamarmi così? Perché? Perché? Perché?”. Ryota vede in questa tenacia, la sua tenacia, vi ritrova la sua stessa geometria genetica. La vittoria della razza.
Ma poi qualcosa cambia dentro di lui. Quando Ryusai scappa dal loft e torna nella sua casina di periferia (pazzo x 2!), con le piastrelle scombinate e il microgiardino incasinato sul retro. Quando trova per caso delle foto che Keita gli ha scattatato a sua insaputa, ritrovando attraverso quegli scatti lo sguardo affettuoso di un bambino nei confronti del proprio padre. Quando capisce che Keita gli manca, e che le geometrie genetiche non potranno mai sostituire il teorema d’amore che si cela dietro cerotti e carezze, allora capisce cosa deve fare…
Dicevamo con il Fellow Candy Andy The che il perno attorno al quale questo film ruota è la crescita, ma non del figlio, bensì del padre. Ed è anche questo che rende il film originale, e lontano dalla solita prospettiva catto-mulinobianca.
Il percorso evolutivo paterno matura allegoricamente in una foresta artificiale, un’analogia spaziale in cui si radica il turning-point per il personaggio e il film. Il biologo forestale informa Ryota che ha impiegato 15 anni a crescere la foresta ricreando l’ecosistema naturale da zero. Ryota, stupito, ribatte: “Così tanto?”. Il biologo, con sguardo da saggio-a-bordo-fiume, risponde a tono con una stoccata retorica: “Per lei è tanto?” ―scena, questa, che ha colpito anche la Fellow Vanilla. 🙂
La famiglia è così, un’ecosistema che ha bisogno di pazienza, cure, tempo. Quantità di tempo, non qualità ―com’è di moda di dire in questi anni. Il semplice bottegaio Yudai, nella sua semplice bottega, con i suoi pochi mezzi, è stato in grado di crescere un bosco incantato, dove tutti i bambini vogliono giocare. D’altro canto il Manager Ryota, con l’attico, le regole, i giocattoli di lusso, e le poche ore sottratte al lavoro nel weekend, si trova da solo in uno spiazzo infestato da erbacce. Il film è molto giapponese in questo: è un’allegoria, ricorda una parabola, o una favola. I personaggi sono dei tipi, ma non rimangono fluttuanti in superficie: il regista dal nome impronunciabile fa un lavoro di fino e li osserva a lungo, entra dentro di loro, tutti quanti, mogli, bambini, padri. Persino i nonni, per quanto figure marginali entrano nell’analisi dell’opera, sia di persona, sia attraverso gli aneddoti raccontati dai protagonisti, tipo questo:

Ryota: “Mio padre non era tipo da far volare gli acquiloni”.
Yudai: “Tu non devi fare come tuo padre. Tu falli volare”.

Guardate quanta storia e psicologia concentrate in due battute. La mancanza dell’affetto paterno subìta dallo stesso Ryota. La coazione a ripetere che porta Ryota ad applicare lo stesso atteggiamento con il figlio. La necessità di spezzare questo circolo vizioso, e cambiare il trend.
Come ho vissuto io il film? Be’ sono stata sulle spine tutto il tempo. Tutto il tempo ad aspettare qualche svolta sanguinolenta, tipo ritorsioni violente da parte dei figli…  Ryusai che assassina l’odioso Ryota, oppure Keita che si suicida ―come il figlioletto di Jude, in “Jude The Obscure” (imperdibile!). Sapete com’è, il cinema orientale ti abitua all’efferato di sorpresa! Questi mancati atti violenti hanno reso l’happy-ending, per una sacrosanta volta nella mia cine-vita, benaccetto e quasi sperato! Arrivato sulle ali delle un-po’-abusate Variazioni Goldberg di Bach in maniera tanto inattesa, il finale, mi ha fatto sospirare di sollievo.
Quanto al lato formale del film, non so se i Moviers presenti concorderanno, ma a me, queste inquadrature lentissime, della macchina da presa che parte a sinistra, e lentamente, lentissimamente avanza verso destra, quest’andatura narrativa come se l’obiettivo scrivesse questa evoluzione piuttosto che mostrarla, mi risulta una tecnica godibilissima ―ogni scena una pagina letta pian pianino. Così come certe inquadrature ben studiate. La tromba di un giroscale, un trapezio isoscele (del trapezio isoscele non ricordavo nemmeno l’esistenza); l’intrico di fili della luce (Fellow Vanilla‘s courtesy); un robottino su un tavolo. Il rigore formale della regia giapponese è una grammatica che dovrebbe essere insegnata alle elementari.
Poi non so, e qui potrei anche lavorare troppo di fantasia, ma mi sembra che il regista non valichi mai certi limiti. I personaggi sono trattati con rispetto. Anche l’ostico protagonista. Di lui viene fornito un quadro umano molto  “umano”: non è trattato da “cattivo” o da nemico. Once again diceva benissimo il Fellow Candy sull'”umanizzazione dei caratteri”…e l’astensione del (pre)giudizio, aggiungo io. 🙂
Per amor di verità devo dire che all’Honorary Member Mic il film non è piaciuto per niente (e lei è una sinologa, quindi sguazza nei mari giapponauti, quindi ascoltiamo anche il suo giudizio), e anche l’Anarcozumi è rimasta tiepidina. Sarà che io ero tutta ringalluzzita dai 6 Muviers 6, sarà che la questione della paternità, quando viene trattata in termini così poco strillati e mucciniani, più per silenzi e immagini, è una tematica cui sono sensibile; sarà che un rapporto si descrive anche attraverso una foto, grafia o gramma che sia, senza ricorrere a liti furibonde fra salotto e cucina; sarà tutto questo o altro, ma io promuovo il film, e lo consiglierò a chi è disposto a osservare la storia con l’occhio dell’impotenza: siamo impotenti davanti a questioni come queste. Non possiamo fare altro che guardare, formulare delle ipotesi, cancellarle e riscriverle, e ancora cancellarle e riscriverle.

E ora invece, scrivo senza assolutamente cancellare

THE GRAND BUDAPEST HOTEL
di Wes Anderson

Dopo aver visto, lo scorso anno “Moonrise Kindgom” ed essermi perdutamente innamorata dei due adolescenti protagonisti, corro e vi faccio correre, a vedere l’ultima fatica di Wes, che diciamocelo, è un vero creativo della cinematografia contemporanea. Vedere i suoi film è come andare al luna park e scambiare delle conversazioni di alta filosofia con una squadra di saltimbanchi.

Al Fellow Felix dico che per una volta potrebbe pure saltare inglese… 😉 E lo dico da teacher…

Ed ora your attention, please…
Dal 24 aprile al 7 maggio Trentovillle ospiterà la 62esima Edizione del Trento Film Festival, http://www.trentofestival.it/!!
Certo, lo diciamo per l’Anarcozumi, che ogni anno si fa 1 mazzotanto (l’unità di misura, sì) per organizzarlo, ma lo diciamo anche per Trentoville: il Festival porta film, documentari, conferenze, letture, incontri, gente. E anche se tifate Mare nel derby Mare-Monti, come quella hooligan che vi sta scrivendo, nel TFF potete trovare tante occasioni per ripensare la vostra geografia, fisica, filosofica e pure un po’ metafisica. Tra l’altro quest’anno il paese protagonista è il Messico, terra in cui Mare e Monti si sfidano da millenni…
So, Moviers, no further ado… armatevi di ombrello, uscite di casa ed entrate in sala! 😉

E su questa vi lascio liberi di tornare a colombe, agnelli, capretti, coniglietti/e, insomma tutti gli esseri pasquali cui vi va di fare la festa… Come vedete oggi vi sono piombata addosso ad un orario quantomai improbabile…Le feste comandate mi destabilizzano…
Prima però fatemi il favore di leggere il Movie Malestrom: sono lietissima che la pratica del Riprendi-il-Board prosegua :-), e che i Fellows continuino un dialogo con me e poi accettino di farmelo gettare nel gorgo maelstromiano. La Fellow Vanilla per esempio, ha qualcosa da puntualizzare su “Nymphomanic”, che io felicissimamente condivido con voi!
Sul riassunto, come sapete, preferisco non commentare, mentre i saluti, stasera sono nuclearmente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

And the Fellow Vanilla goes like:

“…questa volta sono decisamente in sintonia con te con i commenti a Nimphomaniac :)!!! Brava! 😉 Sensazioni ben riportate, tranne, ci tengo a precisare, la visione del padre di lei, secondo me per nulla debole, invece sensibilmente molto FORTE. La forza può stare anche in questo secondo me, anche se spesso sensibilità è anche = a sofferenza, aimè”.
E c’ha ragione, la fair Fellow! Il padre è “sensibilmente molto forte”, indeed 🙂

THE GRAND BUDAPEST HOTEL: Monsieur Gustave è il concierge ma di fatto il direttore del Grand Budapest Hotel collocato nell’immaginaria Zubrowka. Gode soprattutto della confidenza (e anche di qualcosa di più) delle signore attempate. Una di queste, Madame D., gli affida un prezioso quadro. In seguito alla sua morte il figlio Dimitri accusa M. Gustave di averla assassinata. L’uomo finisce in prigione. La stretta complicità che lo lega al suo giovanissimo neoassunto portiere immigrato Zero gli sarà di grande aiuto.

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LET’S MOVIE CXCXVIII – FATHER AND SON

LET’S MOVIE CXCXVIII – FATHER AND SON

FATHER AND SON
di Hirokazu Kore-eda

Giappone, 2013, 120′
Lunedì 14/Monday 14
21:15/9:15 pm
Astra/Dal Mastro

Frankgehry Fellows,

Nei giorni passati ero talmente su di giri per il Lez Muvi Hardcore, che mi sono preparata come una scolara alla vigilia del tema di mate. No no che pensate?! Niente Rocco senza fratelli e con molti siffredi… Niente Biancaneve con infiniti nani a percorrere le sue candide dorsali (vi preparo all’uso smodato di eufemismi cui ricorrerò oggi)… Sono semplicemente passata in biblio e raccattato un film di Von Trier che mi mancava –visto che “Antichrist” non lo si trova da nessuna parte.
Mi riferisco a “Il grande capo”, una genialata comica sul ruolo del potere e dell’assunzione della responsabilità in una fantomatica azienda nel cuore della Danimarca. Von Trier comico è stato una bella sorpresa dopo le sonore benché sublimi mazzate di “Le onde del destino”, “Dancer in the Dark” (Bjork, be back!!), “Dogville” e “Melancholia” (meraviglia delle meraviglie!).
Alla preparazione al film hanno contribuito anche le chiacchierare cinefile di sabato sera. Si diceva di come Sorrentino, e con lui Garrone, abbiano una visione e la mantengano qualsiasi cosa facciano, anche se poi finisce che toppano (“This Must Be the Place”, ormai lo sapete). Ed è questo che fa di loro degli artisti, e che li distingue dalla massa di registi che dignitosi fanno il proprio lavoro riempiendo le sale e facendo il meglio che possono, ma che NON sono artisti della cinematografia. E’ un po’ come nell’architettura. Il mondo si divide in due categorie, i frankgehry e i costruttoriedili. Noi non è che non apprezziamo una bifamiliare o un multiplex ben fatti –specie se con posto auto di proprietà. Ma di Walt Disney Concert Hall ce n’è una, converrete.
Anche Von Trier appartiene alla categoria dei frankgehry, secondo me. Gli illuminati, quelli toccati dall’ispirazione. E “toccati”, lo sono di certo. Von Trier ne è un esempio, “Nymphomaniac” ne è un esempio —e lo dico senza giudizi moral-clinici sulla loro condizione: genio e pazzia confabulano da sempre.
Fortuna vuole che il Trento Film Festival alle porte —come il nemico ma versione friendly 🙂 —abbia concesso una tregua all’Anarcozumi che trovo al banco smell dello Smelly —perché un bidone di popcorn funge da cena per molti spettatori a corto di tempo, e lo Smelly lo sa e ci marcia. In fila c’è pure il WG Mat, a cui perdono di avere ragione sul fatto che Von Trier, per quanto firmatario del Manifesto Dogma 95, abbia realizzato un solo film basato sui dogmi del dogma (“Gli idioti”, if you wanna know). Gli perdono la ragione solo perché, con sé, ha una guest di razza, la prof Piera, che fa di noi un insieme di quattro Muviers: affatto male per un lunedì d’aprile con un film da pazzi.
Cerco di tenere a bada il disappoitment che mi sale dentro quando siamo dentro in sala: i titoli di testa ci informano che trattasi di versione censurata.
Adesso, non è per fare i difficili, ma checcavolo, così mi mozzi l’opera nel suo insieme, sbraito verso il moralizzatore immaginario. Mi intralci l’overview! Sbuffando un sonoro “evvabbé”, eccomi pronta, finalmente, per il tema di mate versione Von Trier.
E fortunatamente il moralizzatore immaginario esaurisce tutta la mia delusione. “Nymphomaniac” può essere descritto con una quantità di aggettivi, che avrete senz’altro trovato in rete o sentito in tv —scioccante, dissacrante, sconvolgente, ripugnante, tutti i participi presenti che volete, ma da cui sottraiamo di sicuro “deludente”.
Il primo commento a caldo è stato “tanta roba” —che certo non farà di me il Giorgio Vasari della critica cinematografica contemporanea 🙂
“Nymphomaniac” è una specie di “confessioni di una ninfomane” raccontate in capitoli dalla ninfomane Joe a un perfetto sconosciuto che la soccorre derelitta in un vicolo e la porta a casa sua —ancora non sappiamo cosa ci facesse derelitta in mezzo al vicolo, ma immagino lo scopriremo nel Volume II. Joe parte dall’infanzia, racconta della scoperta del sesso, della comparsa dell’ossessione per il sesso da adolescente, e arriva fino all’età adulta. Durante la narrazione, che si avvale stilisticamente del flashback, la vediamo alle prese con enne numero di amanti, pulsioni, perversioni, umiliazioni.
A volte può essere sfizioso leggere i film attraverso i “non”. Sfiziamo un po’, allora. “Nymphomaniac” NON è tragico —benché di tragos ce ne sia molto. È ironico, e a tratti proprio divertente. Comicissima la scena in cui Joe e B, la sua compagna d’avventure, per esprimere tutta la loro ribellione nei confronti dell’amore romantico, dopo essersi fatte vagoni di passeggeri (e “vagoni” non è un’iperbole) intonano una preghiera… “Mea Vulva, Mea Maxima Vulva”! Oppure la battuta “lo sapevi che se metti insieme tutti i prepuzi circoncisi del mondo arrivi fino a Marte?” (io, per dirvi, mica lo sapevo).
E non c’è eros in questo film, e certo non c’e’ del banale porno, per via di questa vena ironica che scorre sotto tutto il film, e perché il film racconta la patologia di una donna dipendente dal sesso: non c’è la ricerca del piacere, c’è la necessità del piacere la cui mancanza crea dolore —il che è ben diverso da un clima “Cicciolina ai Mondiali di calcio”… Tornando al comico, l’erotismo e la pornografia ci fanno a botte. La risata impedisce la costruzione dell’atmosfera necessaria affinché eros —e porno— possano svilupparsi.
In ogni caso, se un po’ di osceno obbiettivamente è presente —le scene esplicite ci sono, come “l’esame orale” che la teenager Joe svolge a un membro della carrozza del famoso treno (smodato uso di eufemismi, si diceva) — l’eros è assolutamente assente. I rapporti di Joe sono solo la conseguenza di una dipendenza: una dose per il drogato, un poker per il gambler. L’erotismo è tutt’altro: è la sovrastruttura che rende il sesso letteratura; senza di quella il sesso è struttura, ginnastica. Niente più che un blocco di cemento, una session di addominali in palestra. Per questo il sesso che si vede nel film non ha nulla di gioiso o eccitante. È meccanica, soprattutto, è malattia. Joe è malata: molto spesso si scherza sopra la ninfomania, ma è una patologia terribile, che porta il soggetto privo di autostima — “penso di essere l’individuo peggiore al mondo” dice Joe— a penosi stati di umiliazione e autodistruzione. “La ninfomania per me è insensibilità”, aggiunge Joe. E l’insensibilità, l’incapacità di sentire, è la più grande sciagura che possa abbattersi su un essere umano —sentire è quello che ci rende umani e vivi, così come la coscienza, che è la formalizzazione di un sentire intimo rapportato all’esterno.
Quindi no. Nymphomaniac NON è un film sul sesso. È un film sull’amore, là dove di amore non c’è nemmeno l’ombra —100 punti a Von Trier e al lavoro in abesentia. Joe non riesce a esperire su di sé che “L’ingrediente segreto del sesso è l’amore”. Non ci riesce perché soffre ancora dentro di sé un dolore indicibile derivatogli da un rapporto complesso con i genitori: una madre anaffettiva e un padre troppo poco padre e troppo fragile, forse. Joe trasferisce queste falle che crivellano il tessuto del suo io più profondo nella ricerca dell’altro come oggetto da dominare-controllare-sfruttare, per poi scartarlo e passare al  (s)oggetto dopo, e quello dopo ancora e ancora, in una coazione a ripetere senza fine.
E “Nymphomaniac” NON è una semplice storia di formazione, ma di discesa nel dolore —un dolore immenso, Moviers— rappresentato benissimo all’inzio del film, con lo scricciolo Joe ferito e abbandonato in mezzo al nulla urbano —interessantissimo sarebbe tracciare dei collegamenti con “Shame” di Steve McQueen, il cui protagonista, sessodipendente, intesserebbe, in un ipotetico vis-à-vis trans-cinematografico, un dialogo di abulia e annichilemento perfetto con la sua controparte femminile Joe.
E poi è un film ragionato in ogni minimo rimando letterario, Fellows… Il lungo dialogo tra Joe e il suo salvatore si sviluppa attorno alla metafora della pesca con la mosca —che offre indubbie analogie sulle prede della ragazza— e che si rifà a un testo del ‘700. La morte dell’amato padre è preceduta da una (apprezzatissima) citazione al grandioso ” La caduta della casa degli Usher” di Edgar Allan Poe. De Sade aleggia nell’aria tutto il tempo. E forse un po’ di Pasolini del “Decameron”, anche?
Ragionatissima la scelta delle musiche, tanto variegate quanto antitetiche con le scene a cui vengono abbinate. Il film si apre e si chiude su un pezzo heavy metal tedesco livello Dream Theater dei Rammstein, https://www.youtube.com/watch?v=zDtTQ4gt7Mg (non so per quale assurdo motivo, ma a me piace UNA-CI-FRA!) e accompagna, in apertura, una scena molto interessante dal punto di vista cinematografico: la macchina da presa coglie Joe stremata nel vicolo, e la riprende da più punti, con sguardo cubista, ma mantenedo una fluidità di movimento da piano sequenza, il tutto in un’ambientazione che sa più da sala di posa che da vicolo vero. E poi naturalmente c’è il Walzer n. 2 di Sostakovich che già avevamo sentito in “Eyes Wide Shut”, https://www.youtube.com/watch?v=sdyS_457PMQ, e il “Born to be wild”, https://www.youtube.com/watch?v=1uhvfy9cx2A, che accompagna le due easy-riders (easy senz’altro!) Joe e B nella loro folle cavalcata in treno…
Io non sono un’esperta, ma ricordo che l’esperto WG Mat mi aveva spiegato lo split-screen, la tecnica per cui un’inquadratura è divisa in più parti, e Von Trier la utilizza soprattutto verso la fine del film, con finalità massicciamente allegoriche. Prendete questa: nella parte sinistra un amante assolutamente tappetino, a destra un amante denim (=uomo-che-non-deve-chiedere-mai), e la fascia centrale lasciata in nero: la fascia centrale è lei, ovvero, il punto di congiunzione tra questi due estremi. Il nero perché trovare la sintesi di questi due estremi —cioè se stessa— risulta impossibile. Così come il terzo ingrediente. La terza voce, nella metafora sulla polifonia musicale che Trier aggiunge nella seconda parte del film. E Joe, in tutti i (s)oggetti che incontra non fa altro che cercare se stessa, ma più incontra, più si perde, e lì sta il tragos…
Ora forse un po’ capite perché parlare di pornografia è estremamente riduttivo per un universo cinematografico di questa complessità. Von Trier vuole scioccare, certo. E vuole provocare, certo —ha scelto la provocazione per ogni suo film, doveva NON usarla qui?? Ma vuole anche trascinarmi —”Fuhre mich” bercia lo splendido dark metal di inizio e fine— davanti a una serie infinita di argomenti oltre al sesso e all’amore, come vita, morte, famiglia. E lo fa attraverso un linguaggio visivo che può infastidire —”il film è un sasso nella scarpa” disse Von Trier in un’intervista— ma che indubbiamente seduce nella quantità di citazioni colte e nella genialità con cui le combina.
Non ascoltate chi, con puzza sotto il naso e mignolo sollevato su tazza di té, ve lo liquida con un “niente più che un povno vadical chic”: “Nymphomaniac” è imperdbilie nella stessa misura in cui gli altri suoi film che ho citato sopra lo sono, Dancer in the Dark, Dogville, Melancholia, Le onde del destino. Naturalmente richiedono impegno, fegato, dedizione. Sono creature viventi dal passato devastato che tendono al bello parlando di nero.
Quindi sì, Von Trier è sicuramente un frankgehry…. E noi, con timore e tremore, aspettiamo di visitare il Volume II…
E adesso, goduria (c’ho preso gusto!)

FATHER AND SON
di Hirokazu Kore-eda

No no tranquilli, Cat Stevens non c’entra. 🙂
Premio della Giuria a Cannes 2013 e Miglior Film all’Asia Pacific Film Festival, spero di ritrovare l’elegante spietatezza del cinema asiatico  — siano benedetti Kim Ki-duc, Wong Kar-wai, Tetsuya Nakashima, Park Chan-wook, tutti nomi ad alto tasso d’indicibilità, sia semantica che contenutistica (provate un po’ a pronunciare quello di “Father and Son”… ).
Visto che ho seminato troppi titoli di film e canzoni qui sopra, il Movie Maelstrom è tutto dedicato a due Movier: un Movier Misterioso, un santo-subito, che mi fa la grazia di continuare con me il dialogo su “Ida”, e il Fellow President, che ha recuperato “Nymphomaniac” allo Smelly Airport (!) e che, oltre a farci riflettere sul film, ci fa ridere — che poi e’ l’agenda lezmuviana. 🙂
Percio’ ora non me lo saltate eh. E non mi ignorate i ringraziamenti, che quelli vengono dritti dritti dal còre che fricica, e i saluti, che sono visionariamente cinematografici.

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MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Pensieri in libertà da un Movier anonimo che nei giorni scorsi vide “Ida”, ne rimase colpito, e mi rispose a tono.
Io spero ogni single day e sogno ogni single night che voi mi riprendiate come il Mysterious Movier! E lo ringrazio per aver acconsentito al cut&paste in modo che tutto il mondo lezmuvie potesse apprezzare i suoi commenti 🙂

“Una sola osservazione, c’e’ un passaggio in piu’ su cui soffermo l’attenzione, quando dici dei suoi “genitori che il Nazismo ha assassinato e sepolto nella campagna polacca”.
C’e’ qualcosa di piu’ drammatico a mio avviso del gia’ drammatico Nazismo: i suoi non sono stati uccisi dai nazi, ma dall’animo umano che si fa piccolo per il possesso dei beni, e’ molto piu’ triste nella realta’ del Nazismo stesso, perche’ si riverbera nella storia e non potra’ mai essere sconfitto da alcuna guerra.
La famiglia che gli dice che li “salvera’” nel bosco poi nella figura del figlio vede la possibilita’ di “possedere una casa” di fatto inabitata perche’ di proprieta’ di ebrei, e utilizzando l’impunita’ assicurata dal periodo cupo del Nazismo decide di sbarazzarsi di tutta famiglia a parte Ida, e per un bene materiale immediato (io vi porto dove sono sepolti ma rinunciate alla casa”…).
E’ molto peggio del Nazismo, e’ la vilta’ umana che emerge e vince uno status migliore uccidendo; e facendosi scudo con la “Paura” imposta dal periodo storico rappresentato proprio dal Nazismo stesso”.

E’ anche leggibile come la paura che si fa audacia davanti al debole, ma credo sia un semplicazione nella complessita’ articolata del film.
E parimenti apprezzato il riscontro su “Nymphomaniac” del Fellow President che, vedrete, mescola riso e cervello e se ne esce con un piatto gustosissimo…

“Carissima Sara, sarai certamente felice di sapere che il tuo The P ieri è andato in avanscoperta a vedere l’ultima fatica di Los von Trient (nulla in confronto a quella della povera ed infaticabile protagonista, davvero perfetta nel suo ruolo di ninfetta).
Che dire..il clima al Modena è sempre molto “Zo” (non Zu) come direbbe Mary quindi molti dei commensali avevano l’atteggiamento maramaldo di chi sale sul volo charter last minute diretto in Grecia non rendendosi ancora conto di cosa gli attende; poi il film comincia a rullare sullo schermo (non so se apprezzi il doppio senso aereo-cinematico) e si spengono i risolini, dopo il decollo è silenzio di tomba.
Avrei molte cose da dire ma lo debbo ancora metabolizzare, il film; mi sono piaciute mote cose: la fotografia che a volte ricorda dei quadri cubisti, il cameo di Uma Truman Capote, ma più di tutto mi ha colpito (e mi ha fatto pensare) il senso di straniazione che la protagonista prova nei confronti del proprio corpo come se le fosse un oggetto  estraneo se non addirittura da mortificare e questo è uno degli aspetti che meglio rende la ninfomania.
Risultato raggiunto quindi, specie nel finale quando sesso amore ed esperienza personale si fondono in un teorema matematico, quello di Fibonacci”.

Uma Truman Capote!!! 🙂 🙂

FATHER AND SON: Ryota Nonomiya è un imprenditore di successo ossessionato dal denaro. Viene a sapere che suo figlio biologico è stato scambiato con un altro bambino subito dopo la nascita. Egli deve prendere una decisione che cambierà la sua vita: scegliere il suo vero figlio o il ragazzo cresciuto come se fosse il suo.

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LET’S MOVIE CXCXVII – NYMPHOMANIAC Volume I

LET’S MOVIE CXCXVII – NYMPHOMANIAC Volume I

NYMPHOMANIAC – Volume 1
di Lars Von Trier
Danimarca, 111′
Lunedì 7/Monday 7
22:00/ 10 pm
Multisala Modena / Lo Smelly

Friedrich Fellows,

Allora, passeggiando alla volta dell’Astra, passo in rassegna tutto il monacabile possibile. La serata è incredibilmente dolce, pressoché estiva, e io mi gusto, per una volta senza il ritardo che mi alita sul collo, il tragitto casa-Mastro. En passant, dico al proprietario di una storica osteria di Trentoville, che sto andando a vedere un film polacco. In bianco e nero. Protagonista, una suora. Lui mi guarda, scuote la testa e dice, “ciaaaao” ―ovvero, mi piacerebbe tanto unirmi a voi, ma come dire, no. 🙂
Io riprendo il filo di passi e pensieri. Be’ la Monaca di Monza, come no? Di lei mi piaceva solo il magnifico “la sventurata rispose”, di quel diavolo d’un Manzoni, che mi è maestro quanto a verbosità, ma che sapeva anche metterti lì due paroline che t’inchiodavano. “La sventurata rispose”… guarda un po’ cosa può fare la letteratura. Spalancarti un mondo di desiderio, fiamma, caduta, perdizione in tre parole ―dovremmo aspettare 150 anni e il “sole cuore amore” del 2001 per raggiungere simili vette… 🙂 E poi naturalmente la Capinera Maria, con la sua storia che non associo al Verga, ma a Zeffirelli, e al dram-melò che ne fece, lasciandosi sedurre da un certo sapor di Uccelli di Rovo e accendendo le luci rosse dentro un convento siculo.
Ah be’, poi ci sono le suore di “Magdalene”, il film di Peter Mullan con cui stresso tutti ―ma va visto, va assoultamente visto, anche per spazzare via quella bruttacopia di “Philomena”. E naturalmente le suore di Sorrentino, presenze che contrappuntano i suoi film, sbucando quando meno te l’aspetti.
E non scordarti, Board, la suora Margherita Buy di “Fuori dal mondo”, film delicato di Giuseppe Piccioni che ripesco da non so quale angolo della memoria ―forse da quello speciale in cui metto tutte le opere dove recita il caro Silvio Orlando.
Sono quasi arrivata al 16 di Corso Buonarroti, il tempo a mia disposizione per rievocare il monacabile è quasi finito. Giusto un secondo per aggiungere “Stabat Mater”, che non è un film, ma un libro, di Tiziano Scarpa, che mi riprometto di consigliare ai miei Moviers…
Sì il tempo è scaduto, e un po’ mi dispiace ―il camminar pensando fa bene a piedi e pensiero. Ma il dispiacere svanisce in un batter d’occhio.

 Dal Mastro non solo trovo il Mastro, con cui ce la ridiamo a proposito del wild-scheduling, pratica in cui, l’abbiamo visto tutti, eccelle, 🙂 ma anche l’Anarcozumi, il WG Mat e il Fellow Candy the Andy.

Ora, siamo, come al solito, tutti sconclusionati. La Zu prende il biglietto per “Roma città aperta” credendo fosse il Lez Muvi della serata (questo ricorda molto un deja-vu con la Movier More :-)); il WG Mat non mi vede arrivare all’Astra (come se passassi inosservata, con lo stacchettamento che mi contraddistigue!), né io vedo lui (come se passasse inosservato con i due metri d’altezza che lo contraddistinguono!) e il Fellow Candy the Andy ha sbagliato gli occhiali ―comunque ha saltato la palestra per esserci, e questo spero non c’entri con gli occhiali sbagliati. Sembriamo usciti da un racconto di Oliver Sacks ―sì, quello che scambiò la moglie per un cappello. 🙂

I primi 60 minuti del film penso wow questo Pawel Pawlikowski, nonstante l’eccesso di W e K, ci sa fare con la macchina da presa eh. “Ida” è un piccolo capolavoro di pura arte cinematografica. Le inquedrature sono tagliate al millimetro. I soggetti sempre inseriti in geometrie precisissime, e non penso solo ai soggetti animati, ma anche a quelli inanimati. Una macchina parcheggiata nella metà spaccata della scena. Una statua di un Cristo in un tondo innevato raggiunta da una diagonale di orme. Un personaggio che buca la scena come una bisettrice (bisettrice??) dentro un quadrato. Il progetto costruttivista ―credo di poter parlare di costruttivismo, qui― alla base del film è palpabile in ogni fotogramma.

E penso a quanto suggestiva sarebbe, una mostra realizzata con i fotogrammi bianchi e neri alle pareti di uno spazio artistico. Rettifico, non solo bianchi e neri. Pawlikowski corre su e giù per la scala di grigi ottenendo una morbidezza che smussa il rigore dei contorni. Fate conto che il regista  adotta anche un uso extremely unconventional delle inquadrature: i soggetti sono spesso tagliati dal naso in giù, la bocca inghiottita dal vuoto ―come se la visione d’insieme, o anche solo UNA visione d’insieme, non sia uno stato umanamente raggiungibile. L’effetto è molto speciale: le geometrie e i tagli, per quanto netti, assumono questa sfumatura soft che soffonde (sofTonde!) le scene. E per quanto potremmo aprire qui un discorso sull’uso del bianco e nero nell’ultimo periodo ―vedi “The Artist”, “Cesare non deve morire”, “Nebraska” (quest’ultimo con le dovute riserve)― il bianco&nero di “Ida” è qualcosa di più…Non c’è una fascinazione estetica o il piacere dell’esotico per il bianco e nero (come credo sia stato per “L’arbitro”). È come se il colore non interessasse: il colore racconta la realtà di superficie, mentre il black&white ne mostra il cuore più profondo, essenziale, “ridotto all’essenza”.
La prima ora quindi fugge via così, con il mio occhio che corre dietro alla forma, e non bada molto al contenuto. No no, non fraintendetemi, non ero distratta: ero troppo concentrata! E una caratteristica di questo film è quella di non essere emotivo. E’ molto lucido ―questo piacerà al Fellow Andy the Candy :-)― non dico freddo o distaccato, ma composto ―e alla luce dell’attenzione certosina alla forma, l’aggettivo risulta oltremodo adatto. E la grandezza di questo piccolo film risiede proprio nella profondità umana che riesce a sondare, e nella drammaticità degli argomenti che tocca, pur conservando tuttavia una pulizia e una misura bergmaniani ―dovrei dire tarkovskiani, ma avendo visto (sopravvivendolo) solo “L’infanzia di Ivan”, non posso arrogarmi un simile diritto.

Insomma, dicevo, rimango in questa dimensione di ravissment (=trip) estetica per la prima ora, relegando al secondo piano i fatti che sta vivendo la protagonista.
Per farvela breve. Polonia, 1962. Anna è un’orfana cresciuta in un convento e sta per diventare suora  Ma prima di prendere i voti scopre di avere una zia, Wanda. La madre badessa la esorta a incontrarla prima di rinchiudersi in convento per l’eternità, ed Anna, ovviamente, obbedisce. Oltre ad essere stata un’ex giudice comunista, Wanda è una viveuse (=party-animal). Beve, balla, fuma, ama. È quanto di più distante da Anna possiate immaginare. Eppure le due partono insieme per un on-the-road, che si rivela un vero e proprio viaggio nel passato e nell’identità della ragazza: Anna scopre di avere origini ebree, di non chiamarsi Anna, bensì Ida e di aver avuto dei genitori che il Nazismo ha assassinato e sepolto nella campagna polacca. Il viaggio per ritrovare le loro spoglie e dar loro degna sepoltura determina una sorta di evoluzione interiore per Ida che decide di non prendere i voti e di “provare” la vita, anche memore delle parole della zia: riferendosi all’amore carnale, Wande le dice: “Secondo me dovresti provare. Se no che sacrificio è?”.

Quel “se no che sacrificio è?” smuove qualcosa nell’animo di Ida, che prova. Beve, balla, fuma, ama. Proprio come la zia, il suo doppio negativo, che nel frattempo diventa protagonista di una scelta che lascia lo spettatore a bocca aperta, nell’assoluta spietata naturalezza con cui il gesto viene compiuto ―tipo “faccio un salto di sotto torno subito”…
Ed è stato lì a 12 minuti dalla fine, quelli che attaccano con questo atto di cinismo estremo della zia, che il film mi prende per i capelli e mi trascina con sé. Ida toglie il velo, scioglie i capelli che noi sappiamo essere rossi ―rossi!― s’infila per la prima volta i tacchi, un vestito provocante, una sigaretta fra le labbra, un collo di bottiglia in mano, un amante nel letto. Ed è proprio con l’amante che finiamo dritti dritti davanti alla piccineria dei nostri progetti di vita…

Vi riporto, così come lo ricordo, lo scambio fra i due:

Lui: “Vieni con me a Danzica?”
Lei: “E poi?”
Lui: “E poi ci sposiamo”
Lei: “E poi?”
Lui: “Facciamo dei figli. Compriamo un cane”
Lei: “E poi?”
Lui: “E poi cominciano i guai”
Lei: “E poi?”

Il fuoco di fila di “e poi?” di Ida mi ha investito e steso al tappeto. È come dire, sì okay, facciamo tutte queste “cosucce” che tengono impegnati tutti gli esserini mortali del mondo, ma dopo aver assolto a tutto ciò, DOPO, cosa resta? La domanda ovviamente rinvia alla necessità ―o forse al dovere?― di rispondere a un progetto più grande, più alto. Per Ida, questo coincide con il darsi a un essere superiore. Per noi, questo, con cosa coincide? Pensiamoci un po’. Diciamoci “e poi?”. Dopo le 8 ore di lavoro, dopo le bollette pagate, dopo Natale con i tuoi Pasqua con chi vuoi, fiori d’arancio e fiocchi rosazzurri, DOPO, cosa abbiamo? Ovviamente il senso di quello che voglio dire non è “facciamoci tutti suore/frati”! Il senso è, ce l’abbiamo noi, un progetto più grande, più alto da portare in risposta a Ida? È una domanda che fa una paura del diavolo (dovevo infilarlo prima o poi, per pars conditio :-)). La risposta, fa paura.
E come ci poniamo noi difronte alla scelta di Ida, una creatura che rinunica alla vita DOPO (capitalized again) averla assaggiata in tutti i suoi piaceri più classicamente piacevoli (carne, alcol, fumo, fashion) in nome di un’idea? A questo punto mi chiedo se le suore siano più sognatrici, anarchiche, romantiche, illuminate o mitomani. Forse tutto questo.

Naturalmente c’è dell’altro. La scoperta della sua vera identità, per esempio, che non la svia dal suo percorso di fede. La fede di Ida non vacilla dopo aver scoperto che i suoi genitori sono stati assassinati. La ragazza non cade nel facile 1+1 dell’assunto “se Dio ha permesso che succedesse tutto questo, allora Dio non vale la pena”. Ida non vacilla mai davanti a Dio. Vacilla davanti alla vita. E la conclusione cui giunge, DOPO (again) aver morso la vita, è che la vita perde davanti a Dio. And the winner is God, insomma.

Anche il personaggio della zia è “tondo”, cioè completo. Donna di fascino e peccati, Wanda rappresenta, come dicevamo, il doppio negativo della nipote. Là dove Ida serba una fede pura nell’idea, che si rifrange anche a livello fisico ―il giovane musicista la coglie al volo… “tu non sai, vero, l’effetto che fai?”, le dice a un certo punto― la zia è vittima di un cinismo e di una disillusione che la porteranno a cercare nella distruzione di sé l’unica risposta possibile. Per metterla in Nietzsche, Wanda è il dionisiaco portato all’estremo distruttivo; Ida l’apollineo che sceglie l’apollineo dopo aver conosciuto il dionisiaco.

“Ida” è la riprova che un film polacco, in bianco e nero, con una suora per protagonista può stupirti molto più di qualsiasi Blockbuster in 3D con spilungoni blu che ti zompano addosso (sì, Avatar). E tutte le persone che avevano accennato ai carati di questo gioiellino, bulgari se c’avevano ragione! 🙂

E adesso basta acqua santa ma sympathy for the devil…Let’s Movie goes porn!

NYMPHOMANIAC – Volume 1
di Lars Von Trier

A parte che questo era un film fatto apposta per il Porno Roma ―vederlo allo Smelly, tra patatine e gommose, ha qualcosa di logisticamente perverso… A parte questo… Ci fosse qualche rappresentante del MOIGE nascosto tra i Moviers, è pregato di cambiare canale immediatamente. I contenuti di seguito non sono adatti a un pubblico timorato di Dio.
E non sapete quanto mi piaccia farvi passare dal velo al latex nel giro di un Lez Muvi! La settimana scorsa passeggiatina nell’empireo del sacro; questa settimana discesa negli abissi red hot chili peppers. Dante e Lenny Kravitz andrebbero via di testa! 🙂
Del resto come ignorare il caso scandalo dell’anno? Il film che ha scosso Cannes, Berlino, e un po’ tutto l’establishement cinematografico europeo ed extraeuropeo? Io sono curiosa come una scimmia (sì Mat!).
Quindi bando alle pruderie-frunerie, bando alle bocche splancate, agli occhi sgranati, e via, facciamo di questo Lez Muvi il primo Lez Muvi Hardcore della storia ―sapete che ridere, la settimana prossima, scrivervi il pippone sul film (oddio, wait a minute, che connotazioni mi assume “pippone” alla luce del Lez Muvi Hardcore??? :-)).

Prima di lasciarvi, vi ricordo insieme all’Anarcozumi, che dal 10 aprile sarà dal Mastro un film da non perdere, “Piccola patria”, di Alessandro Rossetto. Realizzato con il contributo della Trentino Film Commission, in concorso nella sezione Orizzonti alla 70esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia (2013) e prodotto da un giovanissimo produttore che sta a Trentoville, Luigi Pepe, il film è “un’opera corale, un potente ritratto di una periferia del mondo e immagine di un piccolo universo di attorcigliata e distorta fascinazione”… Noi He-men di Let’s Movie lo sosteniamo con tutta la forza di Grayskull! 😉

E anche stasera s’è fatta una certa… Non ignoratemi il Movie Maelstrom, please, prendetevi tutti i ringraziamenti che queste mie braccia chilometriche vi offrono, ricordate assolutamente di unirvi al Lez Muvi domani (uno pseudo-porno da sola no eh, no :-(), fregatevene del riassunto e aggiungete ai ringraziamenti dei saluti nicianamente cinematografici.

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MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Con quei 13 anni di ritardo, ho visto “In the Mood for Love“, del maestro Wong Kar-wai. Better soon than never, Board…
Vi dico solo che entra nella top-ten dei best-of dei greatest-hits della mia personale cinematografia… Se vi volete un po’ di bene, anche solo una punta, trovatene una copia…

Io sono rimasta tutta la settimana con questo motivo in testa…quelle atmosfere ad alto contenuto poesia&senso…https://www.youtube.com/watch?v=23oBMOvt85o (versione breve), https://www.youtube.com/watch?v=fIgU9aNpb9k (versione lunga) …

Sublimely intoxicating, I’d say…

NYMPHOMANIAC – Volume I: è la storia poetica e folle di Joe (Charlotte Gainsbourg), una ninfomane, come lei stessa si autoproclama, raccontata attraverso la sua voce, dalla nascita fino all’età di 50 anni.
Una fredda sera d’inverno il vecchio e affascinante scapolo, Seligman (Stellan Skarsgård), trova Joe in un vicolo dopo che è stata picchiata.
La porta a casa dove cura le sue ferite e le chiede di raccontargli la sua storia.
L’ascolta assorto mentre lei narra, nel corso dei successivi 8 capitoli, la storia della sua vita, piena di incontri e di avvenimenti.

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