LET’S MOVIE 200 – MEDEAS

LET’S MOVIE 200 – MEDEAS

MEDEAS
di Andrea Pallaoro
Italia-USA, 2013, ‘97
Mercoledì 30/Wednesday 30
Ore 21:00 / 9 pm
Supercinema Vittoria/Viktor Viktoria/Moira

Frotte di Fellows e Moviers in Massa

martedì al cine! Forse il cambio di giorno ha scosso il metabolismo lezmuviano, provocando un felice aumento nel rilascio di Moviers, non so. Del resto Lez Muvi è un organismo fatto e finito, e sottosta a precise leggi fisiche come tutti gli organismi di questo mondo. La prossima volta che mi si chiederà “cos’è Lez Muvi?”, risponderò “un organismo fatto e finito mosso da precise leggi fisiche” ― voi poi verrete a farmi visita in quella struttura d’igiene mentale immersa nel verde in cui mi “ospitano”, e sarà bello mettere nel vaso i fiori che mi porterete.
Ma vedo che (di)vago più del solito, oggi…
Il primo ad arrivare è un Fellow che arriva da lontano, da molto molto lontano  ― il pianeta Tatooine! Guido il suo nome, Darth Veter il suo cine-nome, per  sorprendenti affinità sia anagrafico-onomastiche che parental-comportamentali con il temuto/adorato Darth Vader. Il fatto che venga da là e sia il primo ad arrivare ce la dice lunga su quanto la puntualità per noi Moviers navigati sia la vera galaxy far far away… 🙁
Di seguito, il WG Mat, con quell’andatura-altura da cinefilo geek che saprei benissimo riconoscere in una strada di Verve con una sinfonia dolceamara in sottofondo, https://www.youtube.com/watch?v=1lyu1KKwC74&feature=kp
Poi è la volta dell’Anarcozumi in fuga per due ore dal TFF, che in questi giorni le sta sempre alle calcagna ― non può proprio fare a meno di lei!
E guardate laggiù, c’è anche la Maria Vittoria, che dopo essere passata dalla fase “guest di”, transita di diritto in quella di Movier, il cui cine-nome, Lady Brown, porta indelebile l’impronta dell’amato Bruno, Centro Sociale in forma di plantigrade. 🙂 Ma ecco, arriva anche la Fellow Vanilla, così out of the blue che il risultato, tra blu e biondo, è un miscuglio di vanilla sky che Tom Cruise se lo sogna. 🙂 La Fellow mi annuncia la presenza, somewhere in the theater, della Fellow Cristina Casaclima con il Movier Dateacesarequelchedì, una coppia di cinefili affiliati più di un anno e mezzo fa e talmente affezionati a Lez Muvi da leggerci costantemente ― ci vuole costanza e un fegato così, ammettilo Board. E scopro al termine che sono stati pure così collaborazionisti da portare con sé un Guest, Gabriele: noi lo sottraiamo in tempo zero alla condizione di semplice cittadino del 2kk e lo trasformiamo nel Movier the Rocker; pensate, rinunciò a un concerto pur di provare l’esperienza Lez Muvi (questo naturalmente non è vero un cavolo, ma suona molto rock dirlo :-)).
Come se queste frotte e masse lezmuviane non bastassero ― rasentiamo il record qui, eh! ― la Honorary Member Mic, Vicenza-based, si è organizzata  in modo da condividere con Trentoville la visione del film, attuando così un Let’s Movie In-sync ― e lo sapete di quanta esultanza io sia capace a ogni Lez Muvi In-sync che concretiziamo!
E così conquistiamo la galleria del Viktoria…
A fine film l’Anarcozumi solleva, trionfante, due pollici. E per una volta sono io che ci vado cauta: un pollice segue i due della Zu sulle vette del successo, un pollice sprofonda nel baratro senza fine del non-mi-convince-no-no. E il mio giudizio si divide in corrispondenza di forma e contenuto: la forma stilistica la mandiamo in orbita, il contenuto, o più che altro la sua mole, lo spingiamo in un buco nero. Indovinate quale dei due pollici ha più peso nel bilancio finale… 🙁
Trovo difficilissimo dirvi di cosa parla il film. E questo, per una volta, non dipende dalla mia inesistente abilità nell’arte della sintesi (come sappiamo), quanto piuttosto da una trama troppo fitta, troppo assurda, troppo piena di fatti collegati che scorrono via troppo veloci. Il ritmo, che Anderson deriva dalla slapstick comedy e dal cabaret, non dà tregua allo spettatore, che si ritrova come catapultato su uno slittino giù per una discesa innevata ― scena, peraltro divertentissima, che compare nel film.
Se io, per commentare un film, non riesco a “dire” il film, racchiuderlo dentro una struttura da porgere agli altri, facendola girare e conoscere, allora c’è qualche problema nel film. Questo è stato notato in parte anche dal WG Mat: “Non saprei raccontarlo, ma tornerei a rivederlo”. Io però non ci tornerei… 🙁
Il film è incentrato sull’ascesa, i fasti e il declino del Grand Budapest Hotel, imponente struttura alberghiera rosa-candy nella fantomatica Repubblica di Zubrowka, di proprietà di Zero Moustafa. Partendo dagli inizi della sua carriera in veste di lobby-boy (“garzoncello”), cioè dalla prima volta che, orfano sfollato da un paese in guerra, ha messo piede in quell’Hilton superlusso abbarbicato in cima a un monte ― chissà se a qualcuno è venuto ossimoricamente-in-mente l’Overlook di “Shining”! ― noi attraversiamo 50 anni di storia e 50 anni di personaggi assurdi che popolano le stanze dell’albergo. Su tutti, il concierge Gustave H., capo e mentore e poi amico fraterno di Zero, personaggio più assurdo di tutti gli assurdi che alloggiano al Budapest che, insieme a Zero, passerà attraverso tutta una serie di eventi ― guess what?, assurdi ― per risolvere il caso di omicidio di una cliente invaghita di Gustave, una vecchia riccona con un figlio odioso e riottoso, che ha sua volta ha un  vampiresco tirapiedi, e tre zie stile emo-dark delle sorellastre di Cenerentola… Giusto per darvi il polso dell’environment… Attraversando 50 anni di storia ― pur concentrandosi soprattutto sugli anni ’30 ― le vicende di Gustave e Zero toccano anche le nefandezze della Storia ― la dittatura fascista, il razzismo e le loro conseguenze.
Quanto al genere, non possiamo parlare di film comico, o grottesco, o noir. Il film cambia pelle in continuazione: ora funny, ora avventuroso, ora macabro, ora drammatico. E questa è una caratteristica che mi piace: le lacrime che diventano sorrisi che si trasformano in riso e che mi permettono di uscire dalla Sala sconvolta dalla i testa ai piedi. Solo che qui tutto rimane distante, freddo. Le risate sono tiepide, il riso stiracchiato. E credo che proprio QUI stia il punto, per me dolente. Un film mi deve sconvolgere, anche per poco (non necessariamente per 90/120 minuti!). Deve lasciarmi un pensiero, un’immagine o una sensazione che mi accompagna a casa e non mi molla, costringendomi a guardarla e riguardarla in testa, mentre aspetto l’ascensore o mi lavo i denti. Di questo film, con tutta la ridda di fatti, inseguimenti, freddure (per quanto, alcune, irresistibili), trame e sottotrame e sotto-sotto-sotto-trame, camei di classe, scene che sono quadri (sì, Mat, tableaux vivants!) e trovate da ingegnere cinematografico più che da regista, cosa mi rimane attaccato alla memoria? Cosa mi rigiro in testa, con lo spazzolino in bocca? Ecco a questa domanda rispondo titubante: mmm la forma?
Il film è d’una raffinatezza stilistica di cui ogni animo sensibile all’estetica non può non godere. Tutto calcolato al millimetro (non centimetro, millimetro). I colori non sono semplicemente scelti: sono frutto di accostamenti geometrici al limite del manieristico. È come stare dentro una pasticceria, circondati da splendide torte glassate e confetti e cupcake e scatole in tinta, e porcellane limonge (limonge?) e teiere da casa di bambola.
E l’effetto complessivo, alla fine della fiera, mi rimanda al cake-design. Avete presente di che parlo? L’arte ― pazzesca ― di decorare le torte con la pasta di zucchero. Io rimango rapita dai capolavori che certe mani pasticcere riescono a tirar fuori da un pan di spagna. Però, per quanto il dolce confezionato sia architettonicamente paragonabile alla Mole Antonelliana, per quanto sembri uscito da un paradiso di tinte pastello ed essenze di arancio e lavanda (??), per quanto il maitre chocolatier a cui si sono rivolti per creare il pigmento al cioccolato della giusta gradazione si chiami Willy Wonka, quel dolce perfetto, quel capolavoro di architettura zuccherina, non ti viene voglia di mangiarlo! Ti piace guardarlo, lì in vetrina, o in tv, ma non te lo porti a casa. Lo stesso vale, per me, per “Grand Hotel Budapest”. Mi è piaciuto guardarlo, un sacco ― dagli arancioni vintage degli interni durante gli anni ’60, ai pasticcini confezionati dalla futura moglie di Zero, pasticcera del GB Hotel, alle scatole contenenti quei pasticcini e alle borse contenenti quelle scatole (capite a che livello ossessivo siamo qui)…
Ma non me lo sono portato a casa… 🙁
Oltre alla sensazione del “I’ll take you to the candy shop” (e qui vi prego di favorire, costa solo 50 cents 😉 https://www.youtube.com/watch?v=SRcnnId15BA&feature=kp), c’è l’impressione di stare dentro un fumetto: si veda la funivia (adorabile, piaciuta molto alla Mic!) ― oppure dentro un paesaggio da trenino elettrico, con i binari sorretti da ponti di legno alti alti, e ancora montagne innevate con precipizi in pieno stile Will&Coyote. E questo poi è lo stile Wes Anderson: ci porta dentro un mondo cartonato in cui la realtà e la Storia penetrano in maniera sempre originale. Ma once again, oltre il gran virtuosismo, la ricerca ai limiti del lezioso di tutto il coordinabile possibilie, di tutto il manieristico manierabile, di tutto il ludico ludibile (??) oltre quello, COSA?
Non la passione, Fellows. Mi manca la passione, in questo film. La fiamma. Quella che mi si era accesa immediatamente quando avevo conosciuto i due adolescenti di “Moonrise Kingdom”, oppure quel personaggio irripetibile, catastrofistico e  iperesistenziale, di Margot Tenenbaum… E forse è la passione che muove l’articolazione di un film, ovvero il “dirlo” a cui mi riferivo prima…
Questi miei giudizi non tengono conto ovviamente del cast-ellare di cui s’è avvalso Anderson: Ralph Fiennes, Tilda Swinton, Willem Defoe, Edward Norton (Mic’s property), Adrien Brody (Board’s property), Harvey Keitel, Bill Murray… Né del discorso che potremmo aprire sul bel rapporto che Gustave e Zero maturano, superando la dinamaica master-slave e passando a un livello paritario friend-friend ― Zero addirittura erediterà il GB Hotel da Gustave! ― passando non troppo incolumi attraverso comportamenti esterofobi ben rappresentati nelle scene fasce “favorisca i documenti” sul treno… Né mi addentro nel discorso ancora più profondo sull’omaggio che Anderson fa a Stefan Zweig, l’autore austriaco degli anni ’20 cui il film è dedicato. O a tutti i rimandi letterari ― la Fellow Cristina Casaclima, cui il film è piaciuto :-), mi suggerisce, sapientemente, “La montagna incantata” di Mann, e anche “Frankenstein Junior”… 🙂
Quindi, per tirare un po’ le somme… si ride tiepidamente, si sgranano molto gli occhi, si teme tutto il tempo di perdere il filo, si esce con un senso di stordimento da “Ma cos’ho visto??”, e alla fine non sai bene cosa hai visto.
Scegliete voi quali sono le vostre priorità in un film. Io rimango convinta che se non riesco a  fissare un film nelle parole, ma farfuglio qualche “sì, belle le immagini…sì, un divertissment”, quel film mi scivolerà via dalla memoria con dolorosa facilità.

E ora, come annunciato nella strillatissima EEEEEDIZIONE STRAORDINARIA mercoledì, confermo

MEDEAS
di Andrea Pallaoro

Come strillavo, Andrea Pallaoro è un giovane regista trentino che si è trasferito a Los Angeles e che, con questo film, si è distinto all’ultima Mostra del Cinema di Venezia.
Per una volta che Trentoville ci partorisce un regista (ebbene sì, partoriamo registi oltre ché climbers e cardinali…), vediamo di sostenerlo 😉
Inoltre vi avverto: io mi sparerò tutti i film consigliati dal Fellow Fant() nella nostra List OFF, quindi, sapete dove trovarmi 😉
Oggi volevo ringraziarvi tutti un po’ seriamente. I riscontri che Le’s Movie dopo Let’s Movie raccolgo. La parola gentile che mi dite, il commento che mi mandate, prendendovi il tempo di farlo, in questo nostro tempo senza tempo, sono la dimostrazione che ha un senso. Che nel non-senso, questo, Lez Muvi, NOI, ha un senso. Per questo continuo. Per questo vi ringrazio. 😉
Questo momento kleenex anche perché, uditeudite, siamo arrivati a 200 Lez Muvi!! Oddio, spero di aver contato bene: ho cominciato a detestare il conteggio con i numeri romani tipo intorno a cinquanta (L…)… 🙁
E proprio per evitare qualsiasi tipo di errore, d’ora in avanti utilizzeremo i numeri arabi, che faranno meno stile Impero, d’accordo, ma almeno sono 100% Board-proof… 😉
E ora dopo il momento kleenex, vi punisco col riassunto, e vi vizio col Movie Maelstrom… E naturalmente, vi porgo i miei saluti, stasera, quantitativamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Alla lista OFF, Only For Fellows, che il Fellow Fant() ha stilato apposta per noi e che è stata mooooolto gradita, il Fellow President ― che, oltre alla carica di President, porta avanti l’hobby dell’avvocatura 🙂 proattivamente aggiunge:

Voci e Silenzio” sull’ultimo anno di “vita” del vecchio carcere di Trento di Via Pilati ― il documentario viene presentato in anteprima al Cinema Modena alle 21.15 di lunedì 28 aprile e sarà replicato venerdì 2 maggio alle 15.45 sempre al Cinema Modena. Al seguente link  è possibile visionare un trailler: http://trentofestival.it/movies/975/

E noi, con grande piacere, prendiamo la penna, e allunghiamo la lista.
President, sei presidenziale come sempre! Grazie! 🙂

MEDEAS: Ennis, severo e instancabile allevatore, vive con la moglie Christina e i figli nella provincia americana più profonda. L’uomo fatica a mantenere il controllo: la giovane Christina è sempre più chiusa in se stessa; i figli sognano invece una via d’uscita dal chiuso e soffocante silenzio in cui vivono. Una poetica e coraggiosa analisi delle conseguenze dell’alienazione, narrata attraverso l’intima osservazione delle dinamiche interne alla famiglia, i rapporti tra loro e con l’ambiente che li circonda.

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