LET’S MOVIE CXCXVII – NYMPHOMANIAC Volume I

LET’S MOVIE CXCXVII – NYMPHOMANIAC Volume I

NYMPHOMANIAC – Volume 1
di Lars Von Trier
Danimarca, 111′
Lunedì 7/Monday 7
22:00/ 10 pm
Multisala Modena / Lo Smelly

Friedrich Fellows,

Allora, passeggiando alla volta dell’Astra, passo in rassegna tutto il monacabile possibile. La serata è incredibilmente dolce, pressoché estiva, e io mi gusto, per una volta senza il ritardo che mi alita sul collo, il tragitto casa-Mastro. En passant, dico al proprietario di una storica osteria di Trentoville, che sto andando a vedere un film polacco. In bianco e nero. Protagonista, una suora. Lui mi guarda, scuote la testa e dice, “ciaaaao” ―ovvero, mi piacerebbe tanto unirmi a voi, ma come dire, no. 🙂
Io riprendo il filo di passi e pensieri. Be’ la Monaca di Monza, come no? Di lei mi piaceva solo il magnifico “la sventurata rispose”, di quel diavolo d’un Manzoni, che mi è maestro quanto a verbosità, ma che sapeva anche metterti lì due paroline che t’inchiodavano. “La sventurata rispose”… guarda un po’ cosa può fare la letteratura. Spalancarti un mondo di desiderio, fiamma, caduta, perdizione in tre parole ―dovremmo aspettare 150 anni e il “sole cuore amore” del 2001 per raggiungere simili vette… 🙂 E poi naturalmente la Capinera Maria, con la sua storia che non associo al Verga, ma a Zeffirelli, e al dram-melò che ne fece, lasciandosi sedurre da un certo sapor di Uccelli di Rovo e accendendo le luci rosse dentro un convento siculo.
Ah be’, poi ci sono le suore di “Magdalene”, il film di Peter Mullan con cui stresso tutti ―ma va visto, va assoultamente visto, anche per spazzare via quella bruttacopia di “Philomena”. E naturalmente le suore di Sorrentino, presenze che contrappuntano i suoi film, sbucando quando meno te l’aspetti.
E non scordarti, Board, la suora Margherita Buy di “Fuori dal mondo”, film delicato di Giuseppe Piccioni che ripesco da non so quale angolo della memoria ―forse da quello speciale in cui metto tutte le opere dove recita il caro Silvio Orlando.
Sono quasi arrivata al 16 di Corso Buonarroti, il tempo a mia disposizione per rievocare il monacabile è quasi finito. Giusto un secondo per aggiungere “Stabat Mater”, che non è un film, ma un libro, di Tiziano Scarpa, che mi riprometto di consigliare ai miei Moviers…
Sì il tempo è scaduto, e un po’ mi dispiace ―il camminar pensando fa bene a piedi e pensiero. Ma il dispiacere svanisce in un batter d’occhio.

 Dal Mastro non solo trovo il Mastro, con cui ce la ridiamo a proposito del wild-scheduling, pratica in cui, l’abbiamo visto tutti, eccelle, 🙂 ma anche l’Anarcozumi, il WG Mat e il Fellow Candy the Andy.

Ora, siamo, come al solito, tutti sconclusionati. La Zu prende il biglietto per “Roma città aperta” credendo fosse il Lez Muvi della serata (questo ricorda molto un deja-vu con la Movier More :-)); il WG Mat non mi vede arrivare all’Astra (come se passassi inosservata, con lo stacchettamento che mi contraddistigue!), né io vedo lui (come se passasse inosservato con i due metri d’altezza che lo contraddistinguono!) e il Fellow Candy the Andy ha sbagliato gli occhiali ―comunque ha saltato la palestra per esserci, e questo spero non c’entri con gli occhiali sbagliati. Sembriamo usciti da un racconto di Oliver Sacks ―sì, quello che scambiò la moglie per un cappello. 🙂

I primi 60 minuti del film penso wow questo Pawel Pawlikowski, nonstante l’eccesso di W e K, ci sa fare con la macchina da presa eh. “Ida” è un piccolo capolavoro di pura arte cinematografica. Le inquedrature sono tagliate al millimetro. I soggetti sempre inseriti in geometrie precisissime, e non penso solo ai soggetti animati, ma anche a quelli inanimati. Una macchina parcheggiata nella metà spaccata della scena. Una statua di un Cristo in un tondo innevato raggiunta da una diagonale di orme. Un personaggio che buca la scena come una bisettrice (bisettrice??) dentro un quadrato. Il progetto costruttivista ―credo di poter parlare di costruttivismo, qui― alla base del film è palpabile in ogni fotogramma.

E penso a quanto suggestiva sarebbe, una mostra realizzata con i fotogrammi bianchi e neri alle pareti di uno spazio artistico. Rettifico, non solo bianchi e neri. Pawlikowski corre su e giù per la scala di grigi ottenendo una morbidezza che smussa il rigore dei contorni. Fate conto che il regista  adotta anche un uso extremely unconventional delle inquadrature: i soggetti sono spesso tagliati dal naso in giù, la bocca inghiottita dal vuoto ―come se la visione d’insieme, o anche solo UNA visione d’insieme, non sia uno stato umanamente raggiungibile. L’effetto è molto speciale: le geometrie e i tagli, per quanto netti, assumono questa sfumatura soft che soffonde (sofTonde!) le scene. E per quanto potremmo aprire qui un discorso sull’uso del bianco e nero nell’ultimo periodo ―vedi “The Artist”, “Cesare non deve morire”, “Nebraska” (quest’ultimo con le dovute riserve)― il bianco&nero di “Ida” è qualcosa di più…Non c’è una fascinazione estetica o il piacere dell’esotico per il bianco e nero (come credo sia stato per “L’arbitro”). È come se il colore non interessasse: il colore racconta la realtà di superficie, mentre il black&white ne mostra il cuore più profondo, essenziale, “ridotto all’essenza”.
La prima ora quindi fugge via così, con il mio occhio che corre dietro alla forma, e non bada molto al contenuto. No no, non fraintendetemi, non ero distratta: ero troppo concentrata! E una caratteristica di questo film è quella di non essere emotivo. E’ molto lucido ―questo piacerà al Fellow Andy the Candy :-)― non dico freddo o distaccato, ma composto ―e alla luce dell’attenzione certosina alla forma, l’aggettivo risulta oltremodo adatto. E la grandezza di questo piccolo film risiede proprio nella profondità umana che riesce a sondare, e nella drammaticità degli argomenti che tocca, pur conservando tuttavia una pulizia e una misura bergmaniani ―dovrei dire tarkovskiani, ma avendo visto (sopravvivendolo) solo “L’infanzia di Ivan”, non posso arrogarmi un simile diritto.

Insomma, dicevo, rimango in questa dimensione di ravissment (=trip) estetica per la prima ora, relegando al secondo piano i fatti che sta vivendo la protagonista.
Per farvela breve. Polonia, 1962. Anna è un’orfana cresciuta in un convento e sta per diventare suora  Ma prima di prendere i voti scopre di avere una zia, Wanda. La madre badessa la esorta a incontrarla prima di rinchiudersi in convento per l’eternità, ed Anna, ovviamente, obbedisce. Oltre ad essere stata un’ex giudice comunista, Wanda è una viveuse (=party-animal). Beve, balla, fuma, ama. È quanto di più distante da Anna possiate immaginare. Eppure le due partono insieme per un on-the-road, che si rivela un vero e proprio viaggio nel passato e nell’identità della ragazza: Anna scopre di avere origini ebree, di non chiamarsi Anna, bensì Ida e di aver avuto dei genitori che il Nazismo ha assassinato e sepolto nella campagna polacca. Il viaggio per ritrovare le loro spoglie e dar loro degna sepoltura determina una sorta di evoluzione interiore per Ida che decide di non prendere i voti e di “provare” la vita, anche memore delle parole della zia: riferendosi all’amore carnale, Wande le dice: “Secondo me dovresti provare. Se no che sacrificio è?”.

Quel “se no che sacrificio è?” smuove qualcosa nell’animo di Ida, che prova. Beve, balla, fuma, ama. Proprio come la zia, il suo doppio negativo, che nel frattempo diventa protagonista di una scelta che lascia lo spettatore a bocca aperta, nell’assoluta spietata naturalezza con cui il gesto viene compiuto ―tipo “faccio un salto di sotto torno subito”…
Ed è stato lì a 12 minuti dalla fine, quelli che attaccano con questo atto di cinismo estremo della zia, che il film mi prende per i capelli e mi trascina con sé. Ida toglie il velo, scioglie i capelli che noi sappiamo essere rossi ―rossi!― s’infila per la prima volta i tacchi, un vestito provocante, una sigaretta fra le labbra, un collo di bottiglia in mano, un amante nel letto. Ed è proprio con l’amante che finiamo dritti dritti davanti alla piccineria dei nostri progetti di vita…

Vi riporto, così come lo ricordo, lo scambio fra i due:

Lui: “Vieni con me a Danzica?”
Lei: “E poi?”
Lui: “E poi ci sposiamo”
Lei: “E poi?”
Lui: “Facciamo dei figli. Compriamo un cane”
Lei: “E poi?”
Lui: “E poi cominciano i guai”
Lei: “E poi?”

Il fuoco di fila di “e poi?” di Ida mi ha investito e steso al tappeto. È come dire, sì okay, facciamo tutte queste “cosucce” che tengono impegnati tutti gli esserini mortali del mondo, ma dopo aver assolto a tutto ciò, DOPO, cosa resta? La domanda ovviamente rinvia alla necessità ―o forse al dovere?― di rispondere a un progetto più grande, più alto. Per Ida, questo coincide con il darsi a un essere superiore. Per noi, questo, con cosa coincide? Pensiamoci un po’. Diciamoci “e poi?”. Dopo le 8 ore di lavoro, dopo le bollette pagate, dopo Natale con i tuoi Pasqua con chi vuoi, fiori d’arancio e fiocchi rosazzurri, DOPO, cosa abbiamo? Ovviamente il senso di quello che voglio dire non è “facciamoci tutti suore/frati”! Il senso è, ce l’abbiamo noi, un progetto più grande, più alto da portare in risposta a Ida? È una domanda che fa una paura del diavolo (dovevo infilarlo prima o poi, per pars conditio :-)). La risposta, fa paura.
E come ci poniamo noi difronte alla scelta di Ida, una creatura che rinunica alla vita DOPO (capitalized again) averla assaggiata in tutti i suoi piaceri più classicamente piacevoli (carne, alcol, fumo, fashion) in nome di un’idea? A questo punto mi chiedo se le suore siano più sognatrici, anarchiche, romantiche, illuminate o mitomani. Forse tutto questo.

Naturalmente c’è dell’altro. La scoperta della sua vera identità, per esempio, che non la svia dal suo percorso di fede. La fede di Ida non vacilla dopo aver scoperto che i suoi genitori sono stati assassinati. La ragazza non cade nel facile 1+1 dell’assunto “se Dio ha permesso che succedesse tutto questo, allora Dio non vale la pena”. Ida non vacilla mai davanti a Dio. Vacilla davanti alla vita. E la conclusione cui giunge, DOPO (again) aver morso la vita, è che la vita perde davanti a Dio. And the winner is God, insomma.

Anche il personaggio della zia è “tondo”, cioè completo. Donna di fascino e peccati, Wanda rappresenta, come dicevamo, il doppio negativo della nipote. Là dove Ida serba una fede pura nell’idea, che si rifrange anche a livello fisico ―il giovane musicista la coglie al volo… “tu non sai, vero, l’effetto che fai?”, le dice a un certo punto― la zia è vittima di un cinismo e di una disillusione che la porteranno a cercare nella distruzione di sé l’unica risposta possibile. Per metterla in Nietzsche, Wanda è il dionisiaco portato all’estremo distruttivo; Ida l’apollineo che sceglie l’apollineo dopo aver conosciuto il dionisiaco.

“Ida” è la riprova che un film polacco, in bianco e nero, con una suora per protagonista può stupirti molto più di qualsiasi Blockbuster in 3D con spilungoni blu che ti zompano addosso (sì, Avatar). E tutte le persone che avevano accennato ai carati di questo gioiellino, bulgari se c’avevano ragione! 🙂

E adesso basta acqua santa ma sympathy for the devil…Let’s Movie goes porn!

NYMPHOMANIAC – Volume 1
di Lars Von Trier

A parte che questo era un film fatto apposta per il Porno Roma ―vederlo allo Smelly, tra patatine e gommose, ha qualcosa di logisticamente perverso… A parte questo… Ci fosse qualche rappresentante del MOIGE nascosto tra i Moviers, è pregato di cambiare canale immediatamente. I contenuti di seguito non sono adatti a un pubblico timorato di Dio.
E non sapete quanto mi piaccia farvi passare dal velo al latex nel giro di un Lez Muvi! La settimana scorsa passeggiatina nell’empireo del sacro; questa settimana discesa negli abissi red hot chili peppers. Dante e Lenny Kravitz andrebbero via di testa! 🙂
Del resto come ignorare il caso scandalo dell’anno? Il film che ha scosso Cannes, Berlino, e un po’ tutto l’establishement cinematografico europeo ed extraeuropeo? Io sono curiosa come una scimmia (sì Mat!).
Quindi bando alle pruderie-frunerie, bando alle bocche splancate, agli occhi sgranati, e via, facciamo di questo Lez Muvi il primo Lez Muvi Hardcore della storia ―sapete che ridere, la settimana prossima, scrivervi il pippone sul film (oddio, wait a minute, che connotazioni mi assume “pippone” alla luce del Lez Muvi Hardcore??? :-)).

Prima di lasciarvi, vi ricordo insieme all’Anarcozumi, che dal 10 aprile sarà dal Mastro un film da non perdere, “Piccola patria”, di Alessandro Rossetto. Realizzato con il contributo della Trentino Film Commission, in concorso nella sezione Orizzonti alla 70esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia (2013) e prodotto da un giovanissimo produttore che sta a Trentoville, Luigi Pepe, il film è “un’opera corale, un potente ritratto di una periferia del mondo e immagine di un piccolo universo di attorcigliata e distorta fascinazione”… Noi He-men di Let’s Movie lo sosteniamo con tutta la forza di Grayskull! 😉

E anche stasera s’è fatta una certa… Non ignoratemi il Movie Maelstrom, please, prendetevi tutti i ringraziamenti che queste mie braccia chilometriche vi offrono, ricordate assolutamente di unirvi al Lez Muvi domani (uno pseudo-porno da sola no eh, no :-(), fregatevene del riassunto e aggiungete ai ringraziamenti dei saluti nicianamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Con quei 13 anni di ritardo, ho visto “In the Mood for Love“, del maestro Wong Kar-wai. Better soon than never, Board…
Vi dico solo che entra nella top-ten dei best-of dei greatest-hits della mia personale cinematografia… Se vi volete un po’ di bene, anche solo una punta, trovatene una copia…

Io sono rimasta tutta la settimana con questo motivo in testa…quelle atmosfere ad alto contenuto poesia&senso…https://www.youtube.com/watch?v=23oBMOvt85o (versione breve), https://www.youtube.com/watch?v=fIgU9aNpb9k (versione lunga) …

Sublimely intoxicating, I’d say…

NYMPHOMANIAC – Volume I: è la storia poetica e folle di Joe (Charlotte Gainsbourg), una ninfomane, come lei stessa si autoproclama, raccontata attraverso la sua voce, dalla nascita fino all’età di 50 anni.
Una fredda sera d’inverno il vecchio e affascinante scapolo, Seligman (Stellan Skarsgård), trova Joe in un vicolo dopo che è stata picchiata.
La porta a casa dove cura le sue ferite e le chiede di raccontargli la sua storia.
L’ascolta assorto mentre lei narra, nel corso dei successivi 8 capitoli, la storia della sua vita, piena di incontri e di avvenimenti.

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