LET’S MOVIE CXCXVIII – FATHER AND SON

LET’S MOVIE CXCXVIII – FATHER AND SON

FATHER AND SON
di Hirokazu Kore-eda

Giappone, 2013, 120′
Lunedì 14/Monday 14
21:15/9:15 pm
Astra/Dal Mastro

Frankgehry Fellows,

Nei giorni passati ero talmente su di giri per il Lez Muvi Hardcore, che mi sono preparata come una scolara alla vigilia del tema di mate. No no che pensate?! Niente Rocco senza fratelli e con molti siffredi… Niente Biancaneve con infiniti nani a percorrere le sue candide dorsali (vi preparo all’uso smodato di eufemismi cui ricorrerò oggi)… Sono semplicemente passata in biblio e raccattato un film di Von Trier che mi mancava –visto che “Antichrist” non lo si trova da nessuna parte.
Mi riferisco a “Il grande capo”, una genialata comica sul ruolo del potere e dell’assunzione della responsabilità in una fantomatica azienda nel cuore della Danimarca. Von Trier comico è stato una bella sorpresa dopo le sonore benché sublimi mazzate di “Le onde del destino”, “Dancer in the Dark” (Bjork, be back!!), “Dogville” e “Melancholia” (meraviglia delle meraviglie!).
Alla preparazione al film hanno contribuito anche le chiacchierare cinefile di sabato sera. Si diceva di come Sorrentino, e con lui Garrone, abbiano una visione e la mantengano qualsiasi cosa facciano, anche se poi finisce che toppano (“This Must Be the Place”, ormai lo sapete). Ed è questo che fa di loro degli artisti, e che li distingue dalla massa di registi che dignitosi fanno il proprio lavoro riempiendo le sale e facendo il meglio che possono, ma che NON sono artisti della cinematografia. E’ un po’ come nell’architettura. Il mondo si divide in due categorie, i frankgehry e i costruttoriedili. Noi non è che non apprezziamo una bifamiliare o un multiplex ben fatti –specie se con posto auto di proprietà. Ma di Walt Disney Concert Hall ce n’è una, converrete.
Anche Von Trier appartiene alla categoria dei frankgehry, secondo me. Gli illuminati, quelli toccati dall’ispirazione. E “toccati”, lo sono di certo. Von Trier ne è un esempio, “Nymphomaniac” ne è un esempio —e lo dico senza giudizi moral-clinici sulla loro condizione: genio e pazzia confabulano da sempre.
Fortuna vuole che il Trento Film Festival alle porte —come il nemico ma versione friendly 🙂 —abbia concesso una tregua all’Anarcozumi che trovo al banco smell dello Smelly —perché un bidone di popcorn funge da cena per molti spettatori a corto di tempo, e lo Smelly lo sa e ci marcia. In fila c’è pure il WG Mat, a cui perdono di avere ragione sul fatto che Von Trier, per quanto firmatario del Manifesto Dogma 95, abbia realizzato un solo film basato sui dogmi del dogma (“Gli idioti”, if you wanna know). Gli perdono la ragione solo perché, con sé, ha una guest di razza, la prof Piera, che fa di noi un insieme di quattro Muviers: affatto male per un lunedì d’aprile con un film da pazzi.
Cerco di tenere a bada il disappoitment che mi sale dentro quando siamo dentro in sala: i titoli di testa ci informano che trattasi di versione censurata.
Adesso, non è per fare i difficili, ma checcavolo, così mi mozzi l’opera nel suo insieme, sbraito verso il moralizzatore immaginario. Mi intralci l’overview! Sbuffando un sonoro “evvabbé”, eccomi pronta, finalmente, per il tema di mate versione Von Trier.
E fortunatamente il moralizzatore immaginario esaurisce tutta la mia delusione. “Nymphomaniac” può essere descritto con una quantità di aggettivi, che avrete senz’altro trovato in rete o sentito in tv —scioccante, dissacrante, sconvolgente, ripugnante, tutti i participi presenti che volete, ma da cui sottraiamo di sicuro “deludente”.
Il primo commento a caldo è stato “tanta roba” —che certo non farà di me il Giorgio Vasari della critica cinematografica contemporanea 🙂
“Nymphomaniac” è una specie di “confessioni di una ninfomane” raccontate in capitoli dalla ninfomane Joe a un perfetto sconosciuto che la soccorre derelitta in un vicolo e la porta a casa sua —ancora non sappiamo cosa ci facesse derelitta in mezzo al vicolo, ma immagino lo scopriremo nel Volume II. Joe parte dall’infanzia, racconta della scoperta del sesso, della comparsa dell’ossessione per il sesso da adolescente, e arriva fino all’età adulta. Durante la narrazione, che si avvale stilisticamente del flashback, la vediamo alle prese con enne numero di amanti, pulsioni, perversioni, umiliazioni.
A volte può essere sfizioso leggere i film attraverso i “non”. Sfiziamo un po’, allora. “Nymphomaniac” NON è tragico —benché di tragos ce ne sia molto. È ironico, e a tratti proprio divertente. Comicissima la scena in cui Joe e B, la sua compagna d’avventure, per esprimere tutta la loro ribellione nei confronti dell’amore romantico, dopo essersi fatte vagoni di passeggeri (e “vagoni” non è un’iperbole) intonano una preghiera… “Mea Vulva, Mea Maxima Vulva”! Oppure la battuta “lo sapevi che se metti insieme tutti i prepuzi circoncisi del mondo arrivi fino a Marte?” (io, per dirvi, mica lo sapevo).
E non c’è eros in questo film, e certo non c’e’ del banale porno, per via di questa vena ironica che scorre sotto tutto il film, e perché il film racconta la patologia di una donna dipendente dal sesso: non c’è la ricerca del piacere, c’è la necessità del piacere la cui mancanza crea dolore —il che è ben diverso da un clima “Cicciolina ai Mondiali di calcio”… Tornando al comico, l’erotismo e la pornografia ci fanno a botte. La risata impedisce la costruzione dell’atmosfera necessaria affinché eros —e porno— possano svilupparsi.
In ogni caso, se un po’ di osceno obbiettivamente è presente —le scene esplicite ci sono, come “l’esame orale” che la teenager Joe svolge a un membro della carrozza del famoso treno (smodato uso di eufemismi, si diceva) — l’eros è assolutamente assente. I rapporti di Joe sono solo la conseguenza di una dipendenza: una dose per il drogato, un poker per il gambler. L’erotismo è tutt’altro: è la sovrastruttura che rende il sesso letteratura; senza di quella il sesso è struttura, ginnastica. Niente più che un blocco di cemento, una session di addominali in palestra. Per questo il sesso che si vede nel film non ha nulla di gioiso o eccitante. È meccanica, soprattutto, è malattia. Joe è malata: molto spesso si scherza sopra la ninfomania, ma è una patologia terribile, che porta il soggetto privo di autostima — “penso di essere l’individuo peggiore al mondo” dice Joe— a penosi stati di umiliazione e autodistruzione. “La ninfomania per me è insensibilità”, aggiunge Joe. E l’insensibilità, l’incapacità di sentire, è la più grande sciagura che possa abbattersi su un essere umano —sentire è quello che ci rende umani e vivi, così come la coscienza, che è la formalizzazione di un sentire intimo rapportato all’esterno.
Quindi no. Nymphomaniac NON è un film sul sesso. È un film sull’amore, là dove di amore non c’è nemmeno l’ombra —100 punti a Von Trier e al lavoro in abesentia. Joe non riesce a esperire su di sé che “L’ingrediente segreto del sesso è l’amore”. Non ci riesce perché soffre ancora dentro di sé un dolore indicibile derivatogli da un rapporto complesso con i genitori: una madre anaffettiva e un padre troppo poco padre e troppo fragile, forse. Joe trasferisce queste falle che crivellano il tessuto del suo io più profondo nella ricerca dell’altro come oggetto da dominare-controllare-sfruttare, per poi scartarlo e passare al  (s)oggetto dopo, e quello dopo ancora e ancora, in una coazione a ripetere senza fine.
E “Nymphomaniac” NON è una semplice storia di formazione, ma di discesa nel dolore —un dolore immenso, Moviers— rappresentato benissimo all’inzio del film, con lo scricciolo Joe ferito e abbandonato in mezzo al nulla urbano —interessantissimo sarebbe tracciare dei collegamenti con “Shame” di Steve McQueen, il cui protagonista, sessodipendente, intesserebbe, in un ipotetico vis-à-vis trans-cinematografico, un dialogo di abulia e annichilemento perfetto con la sua controparte femminile Joe.
E poi è un film ragionato in ogni minimo rimando letterario, Fellows… Il lungo dialogo tra Joe e il suo salvatore si sviluppa attorno alla metafora della pesca con la mosca —che offre indubbie analogie sulle prede della ragazza— e che si rifà a un testo del ‘700. La morte dell’amato padre è preceduta da una (apprezzatissima) citazione al grandioso ” La caduta della casa degli Usher” di Edgar Allan Poe. De Sade aleggia nell’aria tutto il tempo. E forse un po’ di Pasolini del “Decameron”, anche?
Ragionatissima la scelta delle musiche, tanto variegate quanto antitetiche con le scene a cui vengono abbinate. Il film si apre e si chiude su un pezzo heavy metal tedesco livello Dream Theater dei Rammstein, https://www.youtube.com/watch?v=zDtTQ4gt7Mg (non so per quale assurdo motivo, ma a me piace UNA-CI-FRA!) e accompagna, in apertura, una scena molto interessante dal punto di vista cinematografico: la macchina da presa coglie Joe stremata nel vicolo, e la riprende da più punti, con sguardo cubista, ma mantenedo una fluidità di movimento da piano sequenza, il tutto in un’ambientazione che sa più da sala di posa che da vicolo vero. E poi naturalmente c’è il Walzer n. 2 di Sostakovich che già avevamo sentito in “Eyes Wide Shut”, https://www.youtube.com/watch?v=sdyS_457PMQ, e il “Born to be wild”, https://www.youtube.com/watch?v=1uhvfy9cx2A, che accompagna le due easy-riders (easy senz’altro!) Joe e B nella loro folle cavalcata in treno…
Io non sono un’esperta, ma ricordo che l’esperto WG Mat mi aveva spiegato lo split-screen, la tecnica per cui un’inquadratura è divisa in più parti, e Von Trier la utilizza soprattutto verso la fine del film, con finalità massicciamente allegoriche. Prendete questa: nella parte sinistra un amante assolutamente tappetino, a destra un amante denim (=uomo-che-non-deve-chiedere-mai), e la fascia centrale lasciata in nero: la fascia centrale è lei, ovvero, il punto di congiunzione tra questi due estremi. Il nero perché trovare la sintesi di questi due estremi —cioè se stessa— risulta impossibile. Così come il terzo ingrediente. La terza voce, nella metafora sulla polifonia musicale che Trier aggiunge nella seconda parte del film. E Joe, in tutti i (s)oggetti che incontra non fa altro che cercare se stessa, ma più incontra, più si perde, e lì sta il tragos…
Ora forse un po’ capite perché parlare di pornografia è estremamente riduttivo per un universo cinematografico di questa complessità. Von Trier vuole scioccare, certo. E vuole provocare, certo —ha scelto la provocazione per ogni suo film, doveva NON usarla qui?? Ma vuole anche trascinarmi —”Fuhre mich” bercia lo splendido dark metal di inizio e fine— davanti a una serie infinita di argomenti oltre al sesso e all’amore, come vita, morte, famiglia. E lo fa attraverso un linguaggio visivo che può infastidire —”il film è un sasso nella scarpa” disse Von Trier in un’intervista— ma che indubbiamente seduce nella quantità di citazioni colte e nella genialità con cui le combina.
Non ascoltate chi, con puzza sotto il naso e mignolo sollevato su tazza di té, ve lo liquida con un “niente più che un povno vadical chic”: “Nymphomaniac” è imperdbilie nella stessa misura in cui gli altri suoi film che ho citato sopra lo sono, Dancer in the Dark, Dogville, Melancholia, Le onde del destino. Naturalmente richiedono impegno, fegato, dedizione. Sono creature viventi dal passato devastato che tendono al bello parlando di nero.
Quindi sì, Von Trier è sicuramente un frankgehry…. E noi, con timore e tremore, aspettiamo di visitare il Volume II…
E adesso, goduria (c’ho preso gusto!)

FATHER AND SON
di Hirokazu Kore-eda

No no tranquilli, Cat Stevens non c’entra. 🙂
Premio della Giuria a Cannes 2013 e Miglior Film all’Asia Pacific Film Festival, spero di ritrovare l’elegante spietatezza del cinema asiatico  — siano benedetti Kim Ki-duc, Wong Kar-wai, Tetsuya Nakashima, Park Chan-wook, tutti nomi ad alto tasso d’indicibilità, sia semantica che contenutistica (provate un po’ a pronunciare quello di “Father and Son”… ).
Visto che ho seminato troppi titoli di film e canzoni qui sopra, il Movie Maelstrom è tutto dedicato a due Movier: un Movier Misterioso, un santo-subito, che mi fa la grazia di continuare con me il dialogo su “Ida”, e il Fellow President, che ha recuperato “Nymphomaniac” allo Smelly Airport (!) e che, oltre a farci riflettere sul film, ci fa ridere — che poi e’ l’agenda lezmuviana. 🙂
Percio’ ora non me lo saltate eh. E non mi ignorate i ringraziamenti, che quelli vengono dritti dritti dal còre che fricica, e i saluti, che sono visionariamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Pensieri in libertà da un Movier anonimo che nei giorni scorsi vide “Ida”, ne rimase colpito, e mi rispose a tono.
Io spero ogni single day e sogno ogni single night che voi mi riprendiate come il Mysterious Movier! E lo ringrazio per aver acconsentito al cut&paste in modo che tutto il mondo lezmuvie potesse apprezzare i suoi commenti 🙂

“Una sola osservazione, c’e’ un passaggio in piu’ su cui soffermo l’attenzione, quando dici dei suoi “genitori che il Nazismo ha assassinato e sepolto nella campagna polacca”.
C’e’ qualcosa di piu’ drammatico a mio avviso del gia’ drammatico Nazismo: i suoi non sono stati uccisi dai nazi, ma dall’animo umano che si fa piccolo per il possesso dei beni, e’ molto piu’ triste nella realta’ del Nazismo stesso, perche’ si riverbera nella storia e non potra’ mai essere sconfitto da alcuna guerra.
La famiglia che gli dice che li “salvera’” nel bosco poi nella figura del figlio vede la possibilita’ di “possedere una casa” di fatto inabitata perche’ di proprieta’ di ebrei, e utilizzando l’impunita’ assicurata dal periodo cupo del Nazismo decide di sbarazzarsi di tutta famiglia a parte Ida, e per un bene materiale immediato (io vi porto dove sono sepolti ma rinunciate alla casa”…).
E’ molto peggio del Nazismo, e’ la vilta’ umana che emerge e vince uno status migliore uccidendo; e facendosi scudo con la “Paura” imposta dal periodo storico rappresentato proprio dal Nazismo stesso”.

E’ anche leggibile come la paura che si fa audacia davanti al debole, ma credo sia un semplicazione nella complessita’ articolata del film.
E parimenti apprezzato il riscontro su “Nymphomaniac” del Fellow President che, vedrete, mescola riso e cervello e se ne esce con un piatto gustosissimo…

“Carissima Sara, sarai certamente felice di sapere che il tuo The P ieri è andato in avanscoperta a vedere l’ultima fatica di Los von Trient (nulla in confronto a quella della povera ed infaticabile protagonista, davvero perfetta nel suo ruolo di ninfetta).
Che dire..il clima al Modena è sempre molto “Zo” (non Zu) come direbbe Mary quindi molti dei commensali avevano l’atteggiamento maramaldo di chi sale sul volo charter last minute diretto in Grecia non rendendosi ancora conto di cosa gli attende; poi il film comincia a rullare sullo schermo (non so se apprezzi il doppio senso aereo-cinematico) e si spengono i risolini, dopo il decollo è silenzio di tomba.
Avrei molte cose da dire ma lo debbo ancora metabolizzare, il film; mi sono piaciute mote cose: la fotografia che a volte ricorda dei quadri cubisti, il cameo di Uma Truman Capote, ma più di tutto mi ha colpito (e mi ha fatto pensare) il senso di straniazione che la protagonista prova nei confronti del proprio corpo come se le fosse un oggetto  estraneo se non addirittura da mortificare e questo è uno degli aspetti che meglio rende la ninfomania.
Risultato raggiunto quindi, specie nel finale quando sesso amore ed esperienza personale si fondono in un teorema matematico, quello di Fibonacci”.

Uma Truman Capote!!! 🙂 🙂

FATHER AND SON: Ryota Nonomiya è un imprenditore di successo ossessionato dal denaro. Viene a sapere che suo figlio biologico è stato scambiato con un altro bambino subito dopo la nascita. Egli deve prendere una decisione che cambierà la sua vita: scegliere il suo vero figlio o il ragazzo cresciuto come se fosse il suo.

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