Posts made in maggio, 2014

LET’S MOVIE 202 – ALABAMA MONROE & LET’S MOVIE GOES SABBATICAL

LET’S MOVIE 202 – ALABAMA MONROE & LET’S MOVIE GOES SABBATICAL

ALABAMA MONROE
di Felix Van Groeningen
Belgio, 2013, ‘107
Martedì 12/Tuesday 12
Dalle ore 21:00 / 9:00 pm in poi (che vuol dire: chiamate il Mastro per conferma orario)
Astra/Dal Mastro (finalmente!)

Monovolumi Moviers,

Eh, dopo i fasti del Trento Film Festival, le serate a far la conta dei Fellows, come se stessimo per metterci a giocare a guardielladri (io ladra, siempre), era scientifico, oppure finanziario, registrare un contraccolpo. E’ come la muta dei cani (scienza — o trasformismo?) oppure il Venerdì Nero (finanza —o sfiga?). Te l’aspetti. Me l’aspettavo, lunedì, il deserto dei Moviers. Indigestione cinematografica? Indigestione da Board? Indigestione da pasti pasquali o picnic del primomaggio? Le cause sono innumerevoli e la Scientifica sta lavorando al caso. Non avevo fatto i conti, però, col WG Mat e il suo colpo di reni dopo la sveglia all’alba e il viaggio di rientro dal Portogallo —giusto perché lo sappiate, la Scientifica sta indagando anche sui miracoli nefrologici del WG. Confesso di aver fatto quel tantino di mobbing psicologico “ora scateno il senso di colpa che è in lui” che mi riesce tanto bene e mi farà bruciare nell’Ottavo girone dell’inferno dantesco, dove stanno i consiglieri fraudolenti —ma anche i ruffiani e i seduttori 😉 (bel vicinato Board eh, compliments).
Mentre il WG mi racconta dei saliscendi di Lisbona, di treni notturni e Pereira sostenuto da chissà chi perché fin quando non vedrò il film o leggerò il libro non so chi o cosa diamine Pereira sostenga—vergognati, Board. Mentre mi racconta delle gemelle diverse, Lisbona e Barcellona, e io penso “gemelle?? Again?! Bastaaa!! “, e penso, mi manca il mare cavolo e anche le case gialle che trovi solo nei posti di mare, quel punto di giallo tra lo zafferano e l’ocra che spolvera solo i posti di mare, mentre penso a tutto questo, penso anche che il WG Mat potrebbe valere doppio, nella mia conta dei Moviers, perché è alto due metri (e lo sappiamo tutti che l’altezza del Movier medio, tolti il Fellow Pilo e la Honorary Member Mic e qualche altro The Andy Candy, è un metro), quindi, sì, potrebbe valere doppio. E poi lui è anche andato al Festival del Cinema Indipendente di Lisbona e anche questo giustamente incide… Con tutte queste operazioni in testa, in mezzo a nubi di polveri sulfuree, perché prima del mare c’era anche l’inferno dantesco, entriamo in sala, pronti per concludere la bilogia — trilogia meno uno, come ho avuto modo di spiegare di recente a un Fellow sba(n)dato 🙂 — di Nymphomaniac.
Dovessi assolutamente salvare uno dei due volumi, pigiando la bilogia in un monovolume, terrei il primo. E non perché il secondo non meriti o non mi sia piaciuto, ma perché è doloroso! Le frustate che piovono sul sedere di Joe per mano del sadista K —ritrovare il ballerino Billy Eliot nei panni di un sadico senza scrupoli è stato un po’ come suonare il campanello di Villa Orgia in “Eyes Wide Shut” e vedersi aprire da Winnie the Pooh.
L’abisso patalogico in cui Joe si smarrisce, nel Volume II, si fa più ancora più scuro e penoso.
L’avevamo lasciata a casa di Seligman, il buon samaritano che l’aveva ospitata dopo averla raccolta derelitta nel vicolo sotto casa, ricordate? Attraverso altri sei (sei mi pare) nuovi capitoli, Joe continua a raccontare il suo calvario nella ninfomania, che raggiunge il suo acme, o meglio, nadir. Joe non sente più. Non sente nulla: per un meschino contrappasso, la ninfomania risulta legata a doppio filo con la frigidità. Per sentire —qualsiasi cosa— Joe le prova tutte (per correttezza narrativa dovremmo dire “LI prova tuttI”… :-)). Testa in prima persona una coppia di fratelli di colore. Per rappresentarvi un po’ la scena… diciamo che finisce farcitura al latte frai due Ringo Boys al cioccolato (when Nestle’ goes hot…). E poi prova l’esperienza del sadismo, lo strano meccanismo che lega indissolubilmente-perversamente il dolore al piacere. E poi il suo ingresso professionale nel mondo del recupero crediti in qualità di aguzzina. E poi un finale, forse un po’ prevedibile, ma che chiude il cerchio, riportando la macchina da presa nel vicolo… Come sempre non voglio rovinare la sorpresa a chi vedrà il film, ma certo non ci saremo illusi che il santo Seligman, asessuato dichiarato, fosse davvero un santo asessuato dichiarato… Come on, non ci credeva nemmeno lui! Mentre Joe, forse, un po’ sì, ci credeva, e la scena finalissima —dovrei dire il COLPO di scena finalissimo! — è il “no” di Joe con un riflesso incondizionato in risposta a un’aggressione (come quando vi toccano un nervo e vi parte un calcio…ecco).
Nel Volume II Joe attraversa varie esperienze e varie fasi. Si sposa con Jerome, il ragazzo che l’aveva “iniziata/segnata” all’inizio del Volume I, e diventa madre. Ma la maternità non è una condizione che le appartiene: il soggetto ninfomane ha un unico pensiero, ovvero, soddisfare il proprio (insoddisfabile) desiderio a qualunque costo, anche quello di lasciare il proprio bimbo da solo a casa nel cuore della notte e correre posare il sedere sotto 40 bibliche frustate… Dopo la distruzione del rapporto con Jerome, e un principio di distruzione del suo stesso corpo, letteralmente usurato, Joe tenta la via della rehab e comincia a frequentare un gruppo di sostegno. Mi piace, e mi condannerete forse per questo, non so —ma tanto abito già nell’Ottavo Girone quindi corro il rischio. Constatando l’inutilità del percorso terapeutico, che punta non tanto a risolvere il problema di Joe e delle sue simili, quanto, piuttosto, a punire —perversamente— attraverso una sorta di buonismo terapeutico, la patologia delle pazienti, Joe si ribella. Dopo aver definito la dottoressa a capo del gruppo “polizia etica della società” (frase da incorniciare), Joe se ne esce di scena con un motto di nympho-pride d’alta scuola “Adoro la mia lussuria oscena e sconcia” da non prendersi tuttavia come una critica o un dileggio dei soggetti che intraprendono un percorso di cura, quanto piuttosto un modo per ribattere al conformismo sessuale dettato dalla società borghese.
Lo stesso atteggiamento ribelle Joe lo dimostra nei confronti del perbenismo linguistico. Contro la correttezza politica che spinge Seligman a dirle di togliere la G di “neGro”, Joe risponde “ogni volta che togliamo una parola al linguaggio, togliamo una pietra dalle fondamenta della democrazia” (me la sono segnata, sì). Mi ha fatto riflettere una cine-cifra, questo! Io sono per le parole (s’era un po’ notato forse, in questi anni, eh? :-)). E penso che una G dentro un colore graffi, e trasporti secoli di storia e tribolazione —ne parlai giusto con il Movier Darth Veter, filolinguista di professione, della political correctness linguistica (grandi dibattiti a Trentoville eh!). Però al contempo, mi ritrovo ad essere perfettamente d’accordo con l’idea di Joe. La censura —linguistica, sessuale, religiosa, qualsiasi— anche se mossa a “sistemare” una forma linguistica, sessuale, religiosa che giudichiamo disturbante o sconveniente, riporta il mondo all’oligarchia. Joe sfida la morale e la norma non solo fisicamente —attraverso la sua sessualità distorta, o meglio, contorta— ma anche intellettualmente. E’ anche per questo motivo, credo, che il suo personaggio ha un forte appeal su di me. E’ una mente pensante, oltre ad essere un corpo sofferente…
Ma non confondo —non confondiamo, please— la voce di Joe con quella di Lars, e con le uscite infelici che gli hanno causato la cacciata dal paradiso di Cannes e chilometri di accuse sui suoi presunti filo-nazismo, xenofobia, razzismo…Ormai sapete benissimo quanto io sia suscettibile agli argomenti relativi attorno a questi topic: non potrei MAI difendere un filo-nazista, xenofobo, razzista —may heavens fall upon me! E non difendo Lars. Difendo Joe, che di Lars è l’opera. Un’opera che giudico femminista —ora la Lady Brown farà di me un sol boccone! 🙁 — soprattutto alla luce dell’interpretazione formulata da Seligman nel finale. Fosse stato un uomo a condurre la vita che Joe ha condotto —l’abbandono di un figlio, la vita vissuta nella ricerca del piacere, l’individualismo portato al massimo livello— sarebbe stato considerato “normale”. Invece in una società come la nostra che tende a condannare la sessualità femminile, non si smetterà mai di vedere in Joe un paria, o una preda. E il finale non fa altro che riconfermare questo: per quanto Seligman sia interessato, per 6 ore di film girato, al racconto di Joe, al suo caso umano disumano e NON al suo corpo; per quanto sia l’esperienza emotiva di Joe a suscitare in lui della comprensione —e, speriamo, della compassione— alla fine, il mite, political-correct Seligman cede alla sua vera natura e tira fuori il lato animalier che è in lui —e non solo quello… — represso per tanto tempo. All’interno di Seligman c’è il falli-mento di una società che si racconta, e ci racconta, di quanto la donna sia rispettata e apprezzata e compresa in quanto individuo pensante dotato di pariopportunita’, ma che poi, appena volta la schiena e spegne la luce, è fatta oggetto di imboscate —volevo scrivere “colpi bassi”, ma capirete la nuance che sfiora…
Il WG Mat ha considerato un po’ riduttiva e scontata questa piega femminista che il regista ha fatto prendere al film, e lo capisco. Però io, in coscienza, mi sento di dirle “sì”. Sarà perché dentro di me gridavo, cavolo sì, è così. Sarà perché il post-femminismo ci insegna a leggere i film anche seguendo la lettura che ne ha dato un uomo —considerato peraltro omofobo, razzista, xenofobo. E io allora dico, SI’, cavolo, a volte è ANCORA così. A volte le donne sono Joe e la società è Seligman, che conclude la sua performance maneggiando i gioielli di famiglia.
Avrei molto altro da dire, ma oggi ho tanto altro da dirvi su tanto altro (la sinonimia Board, la sinonimia…), quindi immediatamente sbrigo l’ordinaria amministrazione e dispongo

ALABAMA MONROE
di Felix Van Groeningen
Belgio, 2013, ‘107

Candidato all’Oscar come miglior film straniero —ma tra lui e la statuetta s’è frapposta, purtroppo per lui, una grande bellezza 🙂 — e vincitore del Premio Cesar e del Premio del pubblico al Berlino Film Festival, il film s’è impossessato di me da subito, non so bene per quale motivo. So solo che voi mi aiuterete a esorcizzarlo… 😉
E comunque martedì avete l’obbligo di frequenza. Let’s Movie si prende un mese sabbatico e “Alabama Monroe” è l’occasione per salutarsi.
Calma col panico! Non sparisco —ma davvero credete di potervi liberare di me senza utilizzare sostanze tossiche tipo la caseina?? 🙂 Quelle naiveté, les petits!
Inizio giugno mi porterà una settimana negli USA, giacché lo sapete, io quieta non ci sto mai, proprio per malformazione personale e non per altro. Sarebbe bello andarci per cazzeggiare, ma non ci vado per cazzeggiare —l’’idling-around non è previsto dalla genetica boardiana. Una conferenza su Virginia Woolf mi ha vilmente sedotto e non ho proprio saputo resisterle… Quindi me ne volo a Chicago, città in cui si spacciano inventori della pizza (yes, yes, Chicago yankees, for sure…) e che da sempre voglio visitare —e no, non per la pizza. E’ quello che in gergo venatorio si definisce “killing two birds with one stone” 🙂
Ovviamente questo comporta la redazione di un paper, che in gergo operativo si definisce “sbatti”, e presuppone anni di esperienza nella pratica del “mettere il cu*o nelle pedate”. Ma del resto no pain no gain, come amo sempre ripetere per autoconvincermi…
Questo impegno e altri collaterali —gli impegni non arrivano mai scaglionati, ma si ammassano tutti contemporaneamente nello stesso momento— mi portano a prendermi un mese lontano dal pargolo Lez Muvi. Again, non è che lo abbandono, non mettiamo in mezzo i servizi sociali eh. Torno, eccome se torno…E voi avete un mese (1 mese 1 intero) di vacanza da Board! (Cioe’, gioisco io per voi!) 🙂
Potrebbe esserci l’eventualità che il WG Mat, dotato di passpartout per accedere al Baby Blog, se e solo se in congiuntura cinemASTRAle, si metta lui, una BUONA VOLTA, a scrivere un pippone su qualche film, cosicché per una BUONA VOLTA sia IO a ricevere la movie-mail. Non mi faccio troppe illusioni però. E non fatevene nemmeno voi altri. Certo sarebbe un’esperienza ai limiti dell’onirico, per me, ricevere una mail da me stessa, senza essere io il mittente! I fretelli Wichoski ci farebbero una serie tv!
E ora via quei fazzoletti eh (!!)… Se vedervi risparmiato il pippone settimanale non fosse un motivo sufficientemente valido per scongiurare la mestizia, vi ne offro un altro, e ben più juicy. Dall’8 al 15 maggio si celebra in tutt’Italia la FESTA DEL CINEMA, il che vuol dire ingresso a 3 Euri a tutti i film! Hurray!
Sarà mia cura gettare nel Movie Maelstrom alcuni titoli da affiancare alla visione di “Alabama Monroe” e fare la festa alla Festa del Cinema 😉
A proposito di gettiti… Giovedì ho conosciuto Francesca, una purosangue in cultura cinematografica, che spingo con grande orgoglio nel recinto dei miei Mustang Moviers. Il suo nome è Fellow Joy, perché me ne riserverà tanta, di joy, ne sono certa…. 😉
Okay, allora ci siamo… Taglio corto altrimenti la tristezza viene a me…
Ho solo un’ultima raccomandazione da ricordare: fate la festa alla Festa!!
E ora vado senza voltarmi, altrimenti rimango…e comunque ci rivediamo a meta’ giugno 😉
Riassunto, ringraziamenti e saluti, stasera renaultscenicamente cinematografici.
Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Tra i film che potete spararvi senza farvi del male, sicuramente “La sedia della felicità” di Carlo Mazzacurati (dal Mastro) e credo anche “Locke” di Steven Knight (Al Viktor Viktoria).
Il WG Mat insiste UN TANTINO con “La Principessa Mononoke” del nostro (M)Hayao Miyazaki (Smelly) e io vi ricordo di recuperare “Nymphomaniac”. 😉

ALABAMA MONROE: Tra Elise e Didier è amore al primo sguardo. Elise gestisce uno studio di tatuaggi, sua grande passione. Didier è da sempre innamorato dell’America: per lui è la terra delle infinite opportunità, ma soprattutto la patria della sua amatissima musica bluegrass che Didier interpreta suonando il banjo in un gruppo musicale. Elise si unisce al gruppo di Didier e, tutti insieme, si esibiscono in travolgenti serate dove ogni performance trasuda amore, complicità e passione.

GD Star Rating
loading...
GD Star Rating
loading...
Read More

LET’S MOVIE 201 – NYMPHOMANIAC VOLUME II

LET’S MOVIE 201 – NYMPHOMANIAC VOLUME II

NYMPHOMANIAC Volume II
di Lars Von Trier
Danimarca, 2014, ‘123
Lunedì 5/Monday 5
22:00 / 10 pm
Multisala Modena/Lo Smelly (again)

Pharrel Fellows,

Vorrei che provaste un micron, o anche solo mezzo, dell’estasi in cui sono finita mercoledì sera a “Medeas”! Però prima di sciogliermi in fiumi di miele per il giovanissimo regista Andrea Pallaoro, devo assolutamente devolvere il 18 per mille lezmuviano (sì 18!) al Trento Film Festival, intestandolo all’Anarcozumi, vera intestataria del TFF, nonché trottola senza fissa dimora in questi dieci giorni festivalieri. Viste le tante incombenze ― e i tanti bernoccoli, anche! 🙂  ― l’abbiamo sentita al telefono più che vista in carne ed ossa, ma questo ha contribuito a renderla una presenza mistica, una voce oserei dire da Genesi, capitolo I versetto 1 et seq., che mi ha riconfermato quanto lavoro matto e disperatissimo (Leopardi è inconfondibile eh) stia alla base di un evento così articolato come il TFF… A questo proposito, ogni tanto mi fermo a riflettere su Expo 2015 e capisco perché a Milano stiano tutti sclerando, la deadline che incombe inesorabile sopra le teste degli organizzatori (questa è Apocalisse, capitolo I versetto 1 et seq., caso mai non l’aveste notato…). 🙂
Se la Zu è rimasta una voce fuori campo, il Fellow Fant() si è fatto uomo, ehm vivo (!), a tutte le proiezioni che ci aveva consigliato nella lista OFF, sia per introdurle al pubblico, che per monitorare il cine-ambaradan in corso… E guardate, di ambaradan in corso ce n’era dappertutto! Conferenze, mostre fotografiche sparse per la città, concerti, e spidermen veramente amazing (non come quello al cine, ts) arrampicati sui palazzi del centro ― adoro i boulderisti che usano un supermercato come fosse il Cerro Torre accontentandosi dell’8+ che passa la Despar… 😉
Purtroppo il tempo risiKato mi ha concesso ben poco oltre i film sulla nostra lista. 🙁 Ma è stata una gran cuccagna, trovare tanti Moviers alle proiezioni, a riprova dell’esito ON della lista OFF (dovevo cacciarla lì, prima o poi, eh).
Su tutti, applausi-come-se-piovessero alla Fellow Vanilla, che ha presenziato a tuuuutti gli appuntamenti tutti (e anche di più!) :-), alla Fellow Lady Brown, il WG Mat, il Fellow D-Bridge, la Fellow Francesca-ae.f., la Movier More e il Fellow President. Se togliete il WG Mat ― impegnato in Portogallo a trovare un gallo da portarmi (!!) ― e il D-Bridge ― impegnato con la risoluzione di problemi le cui chiavi non stanno in fondo al libro bensì chiuse in ufficio ― gli altri Fellows erano tutti presenti alla proiezione di “Medeas”. E oltre noi sei, quegli altri 444 spettatori che riempivano il Viktor Viktoria…Ebbene sì, un sold-out che ha spalancato le porte del cuore al Board e contribuito allo stato estatico di cui s’è detto in apertura. Certo, il fattore campanilista avrà senz’altro inciso sul pienone: Andrea Pallaoro è di Trentoville, ed era pure in sala ― e pure membro della Giuria del TFF. Però vi assicuro, campanilismo o non campanilismo, vedere 450 persone a un film “d’essai” senza la presunzione di esserlo ― nobilitandolo per questo ancora di più ― e sentire una serie di domande intelligenti/circostanziate a fine proiezione e non i soliti interventi demenziali/autoreferenziali, be’, uno spettacolo del genere, my Moviers, sovverte il pessimismo cine-cosmico che vuole la cinematografia italiana a un passo dal baratro e con essa il livello qualitativo del pubblico medio.
Insomma, ci foste stati, mercoledì, avreste sentito il Viktoria pulsare https://www.youtube.com/watch?v=y6Sxv-sUYtM  in una tachicardia di cui tutti vorremmo essere affetti 🙂
“Medeas” grida in tragico e presago silenzio. Concedetemi un ossimoro per cercare di racchiudere un film che riscrive il mito ma senza l’obbiettivo di dispensare lezioni, innescare catarsi o puntare indici. E concedetemi anche un pippone di quelli extra-large…il film lo merita…
Siamo in uno stato del profondo sud statunitense. Texas, forse, Arizona. Campi riarsi da un sole cocente, strade polverose e pickup cotti da cielo abbacinante. Avete il quadro.
Il tempo del racconto è precedente ai giorni nostri, ma sono certa che in certe parti di Texas e Arizona tutto vada avanti ancora così, tra sole, campi e pickup. Protagonista, una famiglia di allevatori che stenta a tirare avanti. Il marito è il classico burbero dal cuore tenero come tanti da quelle parti. La moglie, figura che ti strega dopo i primi 4 secondi, una sordo-muta a metà strada fra Madonna e Maddalena. Cinque figli, di età diverse, diciamo dai 15 alla culla. La vita scorre lentissima in questo angolo di mondo arido e sterile, fisicamente e metaforicamente. Tutto apparentemente normale: Christina prepara il pranzo, Ennis va alle stalle, i figli giocano per i campi. Eppure il piccolo normale domestico non esiste: è una sciocca illusione di chi rimane aggrappato all’apparanze delle cose, e non scosta il coperchio per guardare l’abisso che nasconde…L’amore tra la coppia è scemato (sarà mai veramente esistito?), e Christina ha il cuore altrove. Ennis capisce che il rapporto con la moglie è irrimediabilmente perduto, ma si aggrappa a tutti i costi al vincolo matrimoniale che li lega. “You are my wife”, strilla tre volte in un film di 97 minuti in cui il numero totale di parole parlate si aggirerà intorno alle 30-35 ― e credetemi, non se ne sente la mancanza.
Come ha specificato il regista, il paesaggio è uno dei protagonisti. E il silenzio, aggiungo io, una presenza più carnale di qualsiasi personaggio in carne e ossa. Il silenzio è strettamente connesso alla figura della moglie-madre: il suo sordo-mutismo sprigiona da lei, investe l’ambiente e diventa il vero linguaggio del film, spingendo il regista a evitare, argutamente, qualsiasi tipo di colonna sonora. La musica disturberebbe quella lingua, quel ritmo talmente lento da sfiorare l’a-ritmia, quel tempo dilatato la cui consistenza non è tanto scientifica o calcolabile, quanto legata alla coscienza ― sì, questo è Bergson, Henri. 😉 La disperazione esistenziale di cui i protagonisti sono portatori, portatori malati, sembra inoltre trovare una controparte metereologica: il paese è vittima di una prolungata siccità e tutta la famiglia è vittima di questa calura incessante, invoca la pioggia, che potrebbe spezzare quest’astmosfera di (in)sospeso, sciogliere la polvere, sbloccare il meccanismo inceppato e rimettere in moto la vita.
Quindi c’è questa attesa di acqua che monta e monta, accompagnata tuttavia da un’aria presaga, da “mmm something bad is gonna happen soon”… Dopotutto siamo dentro una tragedia, il titolo mette le cose in chiaro da subito. Ciò che non sappiamo è che alla fine, quando la pioggia finalmente arriva e un nuovo verde vivo potrebbe soppiantare tutto quel giallo secco, la catastrofe si abbatte su tutta la famiglia. Non vorrei farvi alcuno spoiler, ma dato che il film deve ancora trovare un distributore qui in Italia ― mentre in Colombia, Messico, negli Stati Uniti e in Francia, ce l’ha, ma tu guarda…― vi dico solo che il finale è al monossido di carbonio, in un abitacolo con dentro quattro figli e un marito… C’era da aspettarselo, naturalmente. Ma non con questa laica, necessaria, condivisa, agognata sospensione del giudizio che ci offre il regista, la rinuncia totale a sfoderare indici ammonitori o interpretazioni preconfezionate. In una catto-Italia come la nostra, in cui la cappa è quella esercitata dalla chiesa e non dalla calura, un’assenza così totale di morali è qualcosa a cui non siamo abituati.
A parte ribaltare il mito di Medea ― lo ricordate, vero, il mito di Medea? Quella che ammazzava i figli dell’ex-innamorato per fargli un dispetto― giacché non è la moglie, l’esecutrice del famiglicidio, bensì il padre, il film mi colpisce per l’abilità di condensare il grande dentro il piccolo. Ci sono certi istanti, certe situazioni quotidiane o domestiche che rimandano a un piano superiore, direi filosofico. For instance. Il padre è costantemente torturato da un bruscolino in un occhio. Non fa che strofinarselo, frugarselo davanti allo specchio nella speranza di scovare ed eliminare la causa del fastidio. Tutti abbiamo presente la sensazione ― non so voi, ma io devo avere qualche campo magnetico che attira nelle mie orbite la qualunque dell’entomologia contemporanea, bah. Ecco quel bruscolino/moscerino non è un semplice bruscolino/moscerino: è un tarlo esistenziale, un tormento che assilla Ennis/l’uomo senza lasciargli tregua. È come se la sua miseria, nel profondo della sua coscienza, e del suo abbattimento avesse trovato un malanno fisico per esternarsi fuori da lui o incistarsi ancora più dentro di lui  ― again, your interpretation. La mano di Ennis che cerca di scacciarlo, è la mano dell’uomo che cerca di liberarsi dal malessere, o forse anche dalla macabra soluzione che cova ― più o meno consapevolmente, again your interpretation ― riuscendo nel piano medeico (medeico? Ma si dirà??) di condannare Christina a una vita di mancanza infinita… Una stagione senza speranza di pioggia.
Un secondo esempio è un’inquadratura. A un certo punto la macchina da presa riprende una coppia di piedi penzolanti nel vuoto. La mia associazione immediata, non filtrata dalla ragione, li ha collegati a un cappio, trasformandoli in un cadavere oscillante nel vuoto… Dopo qualche istante l’obbiettivo inquadra il figlio maggiore dal basso verso l’alto, tranquillamente seduto, intento alla lettura. Con il senno di poi, quell’inquadratura, capirete, assume una coloritura tutta particolare. È una specie di “cifra nel tappeto” (eh, qui vi voglio) che vi dà la combinazione per accedere a ciò che avverà poi…
Riguardo Christina… mi ha ricordato fin dall’inizio Grazia, la protagonista di “Respiro”, di Emanuele Crialese. Due donne a-normali, Grazia per presunta follia e Christina per sordo-mutismo ―e voglia di amore. Una coppia di creature estremamente vitali, femminine, quasi mammifere nel modo in cui fondono maternità e sensualità, e per questa loro diversità, entrambe destinate alla sventura. Christina anche di più: non può parlare, non può sentire. Eppure parla con il corpo e sente con l’anima in maniera forte e chiara. E qui ritorniamo al discorso del silenzio, che, quando amministrato come Pallaoro sa amministrare, parla più di mille dialoghi ed emoziona più di mille colonne sonore. In effetti l’unico tipo di spettatore a cui sconsiglierei il film è il patito del botta e risposta, degli stordenti dialoghi alla Tarantino… Come si diceva, le parole pronunciate saranno si è no una quarantina… Per tutte le altre tipologie di spettatori, tutte tutte,“Medeas” è assolutamente da vedere, per storia narrata, per dramma evocato, per maestria di regia (in un poco più che trentenne!!), per spessore cinematografico e ambizione creativa.
In merito a quest’ultima posso dire che “Medeas” è una tragedia scritta con l’inchiostro del realismo poetico, uno sguardo rispettoso della sciagura che si riversa su una famiglia come tante. Come la nostra…
Al regista, presente in sala e commossissimo, dico: continua a sfruttare l’America per fare film che l’Europa ti invidia e per mantenere quello sguardo purissimo, quella mano sapiente che ti ha fatto girare “Medeas” 😉
E dopo aver atteso che il cine-carrozzone del TFF passasse, trascinandosi appresso una scia di orsi, piccozze, spazzaneve e trivelle (nel Movie Maelstrom capirete…) finalmente arriva

NYMPHOMANIAC Volume II
di Lars Von Trier

Avendo visto il Volume I e avendone tessuto le lodi talmente in lungo e talmente in largo da ricoprirci tutto lo stato del Kazakistan ― dove scorazzano gli orsi più adorable di tutto il pianeta (nel Movie Maelstrom capirete x 2) ― non c’è bisogno che dica altro per convincervi a completare il dittico e aggiungere il volume II. Per altro si dice che sia anche più bello del primo… Non ci resta che tastare, ehm, testare, tEstare, con mano… 🙂
Ma siccome in questi 10 giorni di Viktor&Smelly il Mastro e le sue Sale ci sono mancate come il sale con la esse minuscola, io, per i poteri conferitimi dall’amabile dittatura (delle banane) di Lez Muvi, propongo anche

HIROSHIMA MON AMOUR
di Alain Resnais
Francia, 1959, ‘91
Martedì 6/Tuesday 6
21:00 / 9 pm
Multisala Astra / Dal Mastro

Il film, l’avrete immaginato dalla data d’uscita, rientra nella rassegna dei “Classici Ritrovati”. Forse vi ricordate, l’avevo citato poco tempo fa, nel mio ultimo ciao-ciao ad Alain Resnais… “Vorrei vedere Hiroshima Mon Amour”, avevo scritto… Et voilà, ora il Mastro mi accontenta… E poi non dovrei cantare a squarciagola Pharrell?? 🙂
Spero di riuscire a farcela e non perderlo, ma se malauguratamente non dovessi farcela, incarico voi Moviers, di sostituirmi, ok? 🙂
E ora, giacché il Movie Malestrom che fa il punto sul TFF sarà assai corposo, termino qui, ringraziandovi, lasciandovi ben due riassunti (due è da 42 bis, Board) e dei saluti, felicemente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Fatemi ringraziare ancora una volta il Fellow Fant(ASTICO) per la selection di movies! Non ci fosse stato lui, ci saremmo dovuti affidare al metodo che ben conoscete dell’ACDC ― Alla C***o di Cane. 🙂
La Terre des Ours è stata una piacevolissima scarpinata nel paesaggio kazako, sulle tracce di questi plantigradi che, ragazzi, dormono 9 mesi all’anno, si abbuffano di sushi i rimanenti 3 e sguazzano per le acque kazake con una signorilità da sirenetti. In order of disappearance è un divertimento macabro di qualità, senza molto divertimento, ma con moooolto macabro e buona qualità. L’amour est un crime parfait marcia fra alti e bassi ― gli alti a livello dell’idea e dell’ambientazione, i bassi a livello della credibilità di taluni accadimenti della trama (un poliziotto che passa inosservato sulle spalle di un assassino in centro a Ginevra??); i miei Moviers e io eleggiamo Blutgletscher l’horror più improbabile, splatter, esilarante sul mercato: esseri mutanti che proliferano dentro organismi ospitanti (cani, volpi, gambe, colli, insomma, basta che respiri), una ministra gemella della Merkel, in grado di maneggiare una trivella da montagna nonché di eseguire operazioni ad arto aperto con cauterizzazione a fine intervento, bambo-canini che allietano una coppia di innamorati sfatti dal dolore per la perdita dell’amato cane…la qualità di Blutgletscher magari non è proprio da manuale, ma le risate che ci siamo fatti noi Moviers, lo è stata davvero, da manuale :-); per ultimo lascio un horror con i fiocchi, Oltre il guado, di Lorenzo Bianchini: ora voi dite, “Board, ma come? Un horror, tu, che per superare le gemelle di Shining hai dovuto prenderlo a nolo 3 volte (3!)??” Ebbene sì, Moviers, un horror, io…Ed eccomi lì, mano spalancata sopra gli occhi che all’occorrenza passa a mano spalancata sopra la bocca… Cavolo non me la facevo così sotto davanti allo schermo dai tempi di Twin Peaks! Ma ne è stravalsa la pena! Lo consiglio in modo particolare al Movier Menagramo, patito del genere dark 😉 Le parole chiave sono: sinistrissimo bosco, animali predatori, gemelle (gemelle!!), etologo imprigionato nel sinistrissimo bosco in mezzo agli animali predatori e a due gemelle incavolate come bestie… Kubrik ha applaudito di lassù, ne siamo certi 🙂
Di questo TFF ricorderò anche gli splendidi ritratti fotografici degli elefanti nella mostra al SASS (grazie della dritta, Zu!); la follia di Alex Honnold, il climber più spider di Spiderman con il low profile più low del soloing ― “Fear is not a big deal, after all” (un mito!); il documentario “Fettel” ― che mi ha insegnato quanto segue: mai lasciare le foto con il/la vostro/a amante nella macchina fotografica, se poi andate ad arrampicare e dovete farvi fare sicura dalla dolce metà che avete tradito, che ohi ohi ha scoperto la scappatella e che ohi ohi ohi da là sotto deciderà cosa fare del vostro aereo destino…
Avrei voluto vedere molto di più…But after all, half a loaf is better than no bread at all… 😉

NYMPHOMANIAC Volume II: Seconda parte del nuovo film diretto da Lars von Trier. Si racconta la vita erotica e la scoperta dei desideri sessuali di una donna, dalla nascita fino al compimento dei cinquant’anni.

HIROSHIMA MON AMOUR: In Giappone per un film sulla pace, un’attrice francese ha una relazione appassionata con un architetto giapponese. Quest’amore le ricorda quello che durante la guerra ebbe nella natia Nevers con un giovane soldato tedesco, ucciso sotto i suoi occhi. Su un testo di Marguerite Duras, Resnais, cineasta della memoria, ha fatto un film incantatorio e dialettico la cui importanza innovatrice e precorritrice nell’evoluzione del linguaggio filmico ha superato la prova del tempo.

GD Star Rating
loading...
GD Star Rating
loading...
Read More