LET’S MOVIE 201 – NYMPHOMANIAC VOLUME II

LET’S MOVIE 201 – NYMPHOMANIAC VOLUME II

NYMPHOMANIAC Volume II
di Lars Von Trier
Danimarca, 2014, ‘123
Lunedì 5/Monday 5
22:00 / 10 pm
Multisala Modena/Lo Smelly (again)

Pharrel Fellows,

Vorrei che provaste un micron, o anche solo mezzo, dell’estasi in cui sono finita mercoledì sera a “Medeas”! Però prima di sciogliermi in fiumi di miele per il giovanissimo regista Andrea Pallaoro, devo assolutamente devolvere il 18 per mille lezmuviano (sì 18!) al Trento Film Festival, intestandolo all’Anarcozumi, vera intestataria del TFF, nonché trottola senza fissa dimora in questi dieci giorni festivalieri. Viste le tante incombenze ― e i tanti bernoccoli, anche! 🙂  ― l’abbiamo sentita al telefono più che vista in carne ed ossa, ma questo ha contribuito a renderla una presenza mistica, una voce oserei dire da Genesi, capitolo I versetto 1 et seq., che mi ha riconfermato quanto lavoro matto e disperatissimo (Leopardi è inconfondibile eh) stia alla base di un evento così articolato come il TFF… A questo proposito, ogni tanto mi fermo a riflettere su Expo 2015 e capisco perché a Milano stiano tutti sclerando, la deadline che incombe inesorabile sopra le teste degli organizzatori (questa è Apocalisse, capitolo I versetto 1 et seq., caso mai non l’aveste notato…). 🙂
Se la Zu è rimasta una voce fuori campo, il Fellow Fant() si è fatto uomo, ehm vivo (!), a tutte le proiezioni che ci aveva consigliato nella lista OFF, sia per introdurle al pubblico, che per monitorare il cine-ambaradan in corso… E guardate, di ambaradan in corso ce n’era dappertutto! Conferenze, mostre fotografiche sparse per la città, concerti, e spidermen veramente amazing (non come quello al cine, ts) arrampicati sui palazzi del centro ― adoro i boulderisti che usano un supermercato come fosse il Cerro Torre accontentandosi dell’8+ che passa la Despar… 😉
Purtroppo il tempo risiKato mi ha concesso ben poco oltre i film sulla nostra lista. 🙁 Ma è stata una gran cuccagna, trovare tanti Moviers alle proiezioni, a riprova dell’esito ON della lista OFF (dovevo cacciarla lì, prima o poi, eh).
Su tutti, applausi-come-se-piovessero alla Fellow Vanilla, che ha presenziato a tuuuutti gli appuntamenti tutti (e anche di più!) :-), alla Fellow Lady Brown, il WG Mat, il Fellow D-Bridge, la Fellow Francesca-ae.f., la Movier More e il Fellow President. Se togliete il WG Mat ― impegnato in Portogallo a trovare un gallo da portarmi (!!) ― e il D-Bridge ― impegnato con la risoluzione di problemi le cui chiavi non stanno in fondo al libro bensì chiuse in ufficio ― gli altri Fellows erano tutti presenti alla proiezione di “Medeas”. E oltre noi sei, quegli altri 444 spettatori che riempivano il Viktor Viktoria…Ebbene sì, un sold-out che ha spalancato le porte del cuore al Board e contribuito allo stato estatico di cui s’è detto in apertura. Certo, il fattore campanilista avrà senz’altro inciso sul pienone: Andrea Pallaoro è di Trentoville, ed era pure in sala ― e pure membro della Giuria del TFF. Però vi assicuro, campanilismo o non campanilismo, vedere 450 persone a un film “d’essai” senza la presunzione di esserlo ― nobilitandolo per questo ancora di più ― e sentire una serie di domande intelligenti/circostanziate a fine proiezione e non i soliti interventi demenziali/autoreferenziali, be’, uno spettacolo del genere, my Moviers, sovverte il pessimismo cine-cosmico che vuole la cinematografia italiana a un passo dal baratro e con essa il livello qualitativo del pubblico medio.
Insomma, ci foste stati, mercoledì, avreste sentito il Viktoria pulsare https://www.youtube.com/watch?v=y6Sxv-sUYtM  in una tachicardia di cui tutti vorremmo essere affetti 🙂
“Medeas” grida in tragico e presago silenzio. Concedetemi un ossimoro per cercare di racchiudere un film che riscrive il mito ma senza l’obbiettivo di dispensare lezioni, innescare catarsi o puntare indici. E concedetemi anche un pippone di quelli extra-large…il film lo merita…
Siamo in uno stato del profondo sud statunitense. Texas, forse, Arizona. Campi riarsi da un sole cocente, strade polverose e pickup cotti da cielo abbacinante. Avete il quadro.
Il tempo del racconto è precedente ai giorni nostri, ma sono certa che in certe parti di Texas e Arizona tutto vada avanti ancora così, tra sole, campi e pickup. Protagonista, una famiglia di allevatori che stenta a tirare avanti. Il marito è il classico burbero dal cuore tenero come tanti da quelle parti. La moglie, figura che ti strega dopo i primi 4 secondi, una sordo-muta a metà strada fra Madonna e Maddalena. Cinque figli, di età diverse, diciamo dai 15 alla culla. La vita scorre lentissima in questo angolo di mondo arido e sterile, fisicamente e metaforicamente. Tutto apparentemente normale: Christina prepara il pranzo, Ennis va alle stalle, i figli giocano per i campi. Eppure il piccolo normale domestico non esiste: è una sciocca illusione di chi rimane aggrappato all’apparanze delle cose, e non scosta il coperchio per guardare l’abisso che nasconde…L’amore tra la coppia è scemato (sarà mai veramente esistito?), e Christina ha il cuore altrove. Ennis capisce che il rapporto con la moglie è irrimediabilmente perduto, ma si aggrappa a tutti i costi al vincolo matrimoniale che li lega. “You are my wife”, strilla tre volte in un film di 97 minuti in cui il numero totale di parole parlate si aggirerà intorno alle 30-35 ― e credetemi, non se ne sente la mancanza.
Come ha specificato il regista, il paesaggio è uno dei protagonisti. E il silenzio, aggiungo io, una presenza più carnale di qualsiasi personaggio in carne e ossa. Il silenzio è strettamente connesso alla figura della moglie-madre: il suo sordo-mutismo sprigiona da lei, investe l’ambiente e diventa il vero linguaggio del film, spingendo il regista a evitare, argutamente, qualsiasi tipo di colonna sonora. La musica disturberebbe quella lingua, quel ritmo talmente lento da sfiorare l’a-ritmia, quel tempo dilatato la cui consistenza non è tanto scientifica o calcolabile, quanto legata alla coscienza ― sì, questo è Bergson, Henri. 😉 La disperazione esistenziale di cui i protagonisti sono portatori, portatori malati, sembra inoltre trovare una controparte metereologica: il paese è vittima di una prolungata siccità e tutta la famiglia è vittima di questa calura incessante, invoca la pioggia, che potrebbe spezzare quest’astmosfera di (in)sospeso, sciogliere la polvere, sbloccare il meccanismo inceppato e rimettere in moto la vita.
Quindi c’è questa attesa di acqua che monta e monta, accompagnata tuttavia da un’aria presaga, da “mmm something bad is gonna happen soon”… Dopotutto siamo dentro una tragedia, il titolo mette le cose in chiaro da subito. Ciò che non sappiamo è che alla fine, quando la pioggia finalmente arriva e un nuovo verde vivo potrebbe soppiantare tutto quel giallo secco, la catastrofe si abbatte su tutta la famiglia. Non vorrei farvi alcuno spoiler, ma dato che il film deve ancora trovare un distributore qui in Italia ― mentre in Colombia, Messico, negli Stati Uniti e in Francia, ce l’ha, ma tu guarda…― vi dico solo che il finale è al monossido di carbonio, in un abitacolo con dentro quattro figli e un marito… C’era da aspettarselo, naturalmente. Ma non con questa laica, necessaria, condivisa, agognata sospensione del giudizio che ci offre il regista, la rinuncia totale a sfoderare indici ammonitori o interpretazioni preconfezionate. In una catto-Italia come la nostra, in cui la cappa è quella esercitata dalla chiesa e non dalla calura, un’assenza così totale di morali è qualcosa a cui non siamo abituati.
A parte ribaltare il mito di Medea ― lo ricordate, vero, il mito di Medea? Quella che ammazzava i figli dell’ex-innamorato per fargli un dispetto― giacché non è la moglie, l’esecutrice del famiglicidio, bensì il padre, il film mi colpisce per l’abilità di condensare il grande dentro il piccolo. Ci sono certi istanti, certe situazioni quotidiane o domestiche che rimandano a un piano superiore, direi filosofico. For instance. Il padre è costantemente torturato da un bruscolino in un occhio. Non fa che strofinarselo, frugarselo davanti allo specchio nella speranza di scovare ed eliminare la causa del fastidio. Tutti abbiamo presente la sensazione ― non so voi, ma io devo avere qualche campo magnetico che attira nelle mie orbite la qualunque dell’entomologia contemporanea, bah. Ecco quel bruscolino/moscerino non è un semplice bruscolino/moscerino: è un tarlo esistenziale, un tormento che assilla Ennis/l’uomo senza lasciargli tregua. È come se la sua miseria, nel profondo della sua coscienza, e del suo abbattimento avesse trovato un malanno fisico per esternarsi fuori da lui o incistarsi ancora più dentro di lui  ― again, your interpretation. La mano di Ennis che cerca di scacciarlo, è la mano dell’uomo che cerca di liberarsi dal malessere, o forse anche dalla macabra soluzione che cova ― più o meno consapevolmente, again your interpretation ― riuscendo nel piano medeico (medeico? Ma si dirà??) di condannare Christina a una vita di mancanza infinita… Una stagione senza speranza di pioggia.
Un secondo esempio è un’inquadratura. A un certo punto la macchina da presa riprende una coppia di piedi penzolanti nel vuoto. La mia associazione immediata, non filtrata dalla ragione, li ha collegati a un cappio, trasformandoli in un cadavere oscillante nel vuoto… Dopo qualche istante l’obbiettivo inquadra il figlio maggiore dal basso verso l’alto, tranquillamente seduto, intento alla lettura. Con il senno di poi, quell’inquadratura, capirete, assume una coloritura tutta particolare. È una specie di “cifra nel tappeto” (eh, qui vi voglio) che vi dà la combinazione per accedere a ciò che avverà poi…
Riguardo Christina… mi ha ricordato fin dall’inizio Grazia, la protagonista di “Respiro”, di Emanuele Crialese. Due donne a-normali, Grazia per presunta follia e Christina per sordo-mutismo ―e voglia di amore. Una coppia di creature estremamente vitali, femminine, quasi mammifere nel modo in cui fondono maternità e sensualità, e per questa loro diversità, entrambe destinate alla sventura. Christina anche di più: non può parlare, non può sentire. Eppure parla con il corpo e sente con l’anima in maniera forte e chiara. E qui ritorniamo al discorso del silenzio, che, quando amministrato come Pallaoro sa amministrare, parla più di mille dialoghi ed emoziona più di mille colonne sonore. In effetti l’unico tipo di spettatore a cui sconsiglierei il film è il patito del botta e risposta, degli stordenti dialoghi alla Tarantino… Come si diceva, le parole pronunciate saranno si è no una quarantina… Per tutte le altre tipologie di spettatori, tutte tutte,“Medeas” è assolutamente da vedere, per storia narrata, per dramma evocato, per maestria di regia (in un poco più che trentenne!!), per spessore cinematografico e ambizione creativa.
In merito a quest’ultima posso dire che “Medeas” è una tragedia scritta con l’inchiostro del realismo poetico, uno sguardo rispettoso della sciagura che si riversa su una famiglia come tante. Come la nostra…
Al regista, presente in sala e commossissimo, dico: continua a sfruttare l’America per fare film che l’Europa ti invidia e per mantenere quello sguardo purissimo, quella mano sapiente che ti ha fatto girare “Medeas” 😉
E dopo aver atteso che il cine-carrozzone del TFF passasse, trascinandosi appresso una scia di orsi, piccozze, spazzaneve e trivelle (nel Movie Maelstrom capirete…) finalmente arriva

NYMPHOMANIAC Volume II
di Lars Von Trier

Avendo visto il Volume I e avendone tessuto le lodi talmente in lungo e talmente in largo da ricoprirci tutto lo stato del Kazakistan ― dove scorazzano gli orsi più adorable di tutto il pianeta (nel Movie Maelstrom capirete x 2) ― non c’è bisogno che dica altro per convincervi a completare il dittico e aggiungere il volume II. Per altro si dice che sia anche più bello del primo… Non ci resta che tastare, ehm, testare, tEstare, con mano… 🙂
Ma siccome in questi 10 giorni di Viktor&Smelly il Mastro e le sue Sale ci sono mancate come il sale con la esse minuscola, io, per i poteri conferitimi dall’amabile dittatura (delle banane) di Lez Muvi, propongo anche

HIROSHIMA MON AMOUR
di Alain Resnais
Francia, 1959, ‘91
Martedì 6/Tuesday 6
21:00 / 9 pm
Multisala Astra / Dal Mastro

Il film, l’avrete immaginato dalla data d’uscita, rientra nella rassegna dei “Classici Ritrovati”. Forse vi ricordate, l’avevo citato poco tempo fa, nel mio ultimo ciao-ciao ad Alain Resnais… “Vorrei vedere Hiroshima Mon Amour”, avevo scritto… Et voilà, ora il Mastro mi accontenta… E poi non dovrei cantare a squarciagola Pharrell?? 🙂
Spero di riuscire a farcela e non perderlo, ma se malauguratamente non dovessi farcela, incarico voi Moviers, di sostituirmi, ok? 🙂
E ora, giacché il Movie Malestrom che fa il punto sul TFF sarà assai corposo, termino qui, ringraziandovi, lasciandovi ben due riassunti (due è da 42 bis, Board) e dei saluti, felicemente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Fatemi ringraziare ancora una volta il Fellow Fant(ASTICO) per la selection di movies! Non ci fosse stato lui, ci saremmo dovuti affidare al metodo che ben conoscete dell’ACDC ― Alla C***o di Cane. 🙂
La Terre des Ours è stata una piacevolissima scarpinata nel paesaggio kazako, sulle tracce di questi plantigradi che, ragazzi, dormono 9 mesi all’anno, si abbuffano di sushi i rimanenti 3 e sguazzano per le acque kazake con una signorilità da sirenetti. In order of disappearance è un divertimento macabro di qualità, senza molto divertimento, ma con moooolto macabro e buona qualità. L’amour est un crime parfait marcia fra alti e bassi ― gli alti a livello dell’idea e dell’ambientazione, i bassi a livello della credibilità di taluni accadimenti della trama (un poliziotto che passa inosservato sulle spalle di un assassino in centro a Ginevra??); i miei Moviers e io eleggiamo Blutgletscher l’horror più improbabile, splatter, esilarante sul mercato: esseri mutanti che proliferano dentro organismi ospitanti (cani, volpi, gambe, colli, insomma, basta che respiri), una ministra gemella della Merkel, in grado di maneggiare una trivella da montagna nonché di eseguire operazioni ad arto aperto con cauterizzazione a fine intervento, bambo-canini che allietano una coppia di innamorati sfatti dal dolore per la perdita dell’amato cane…la qualità di Blutgletscher magari non è proprio da manuale, ma le risate che ci siamo fatti noi Moviers, lo è stata davvero, da manuale :-); per ultimo lascio un horror con i fiocchi, Oltre il guado, di Lorenzo Bianchini: ora voi dite, “Board, ma come? Un horror, tu, che per superare le gemelle di Shining hai dovuto prenderlo a nolo 3 volte (3!)??” Ebbene sì, Moviers, un horror, io…Ed eccomi lì, mano spalancata sopra gli occhi che all’occorrenza passa a mano spalancata sopra la bocca… Cavolo non me la facevo così sotto davanti allo schermo dai tempi di Twin Peaks! Ma ne è stravalsa la pena! Lo consiglio in modo particolare al Movier Menagramo, patito del genere dark 😉 Le parole chiave sono: sinistrissimo bosco, animali predatori, gemelle (gemelle!!), etologo imprigionato nel sinistrissimo bosco in mezzo agli animali predatori e a due gemelle incavolate come bestie… Kubrik ha applaudito di lassù, ne siamo certi 🙂
Di questo TFF ricorderò anche gli splendidi ritratti fotografici degli elefanti nella mostra al SASS (grazie della dritta, Zu!); la follia di Alex Honnold, il climber più spider di Spiderman con il low profile più low del soloing ― “Fear is not a big deal, after all” (un mito!); il documentario “Fettel” ― che mi ha insegnato quanto segue: mai lasciare le foto con il/la vostro/a amante nella macchina fotografica, se poi andate ad arrampicare e dovete farvi fare sicura dalla dolce metà che avete tradito, che ohi ohi ha scoperto la scappatella e che ohi ohi ohi da là sotto deciderà cosa fare del vostro aereo destino…
Avrei voluto vedere molto di più…But after all, half a loaf is better than no bread at all… 😉

NYMPHOMANIAC Volume II: Seconda parte del nuovo film diretto da Lars von Trier. Si racconta la vita erotica e la scoperta dei desideri sessuali di una donna, dalla nascita fino al compimento dei cinquant’anni.

HIROSHIMA MON AMOUR: In Giappone per un film sulla pace, un’attrice francese ha una relazione appassionata con un architetto giapponese. Quest’amore le ricorda quello che durante la guerra ebbe nella natia Nevers con un giovane soldato tedesco, ucciso sotto i suoi occhi. Su un testo di Marguerite Duras, Resnais, cineasta della memoria, ha fatto un film incantatorio e dialettico la cui importanza innovatrice e precorritrice nell’evoluzione del linguaggio filmico ha superato la prova del tempo.

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