Posts made in giugno, 2014

LET’S MOVIE 205 – SYNECDOCHE, NEW YORK

LET’S MOVIE 205 – SYNECDOCHE, NEW YORK

SYNECDOCHE, NEWYORK
di Charlie Kaufman
USA, 2013, 124’
Martedì 1/Tuesday 1
21:00/9:00 pm
Astra/Dal Mastro

 

Moody Moviers,

Che altro potevamo essere dopo un martedì mondiale non già da leoni ma da qualcosa che gli si avvicina a livello di rima… Perdere non piace a nessuno, e giocare piace a tutti. E non sprecherò certo qui il mio tempo e la vostra attenzione cercando di spiegare a Mario l’Irochese che nessuno ce l’ha con lui né tantomeno il colore della sua pelle ― su quello della cresta meglio non dire ― e che la delusione non sta tanto nella sconfitta in sé, quanto nell’impossibilità di giocare ancora. È l’interruzione del sogno, che noi tifosi-bambini piangiamo. La delusione sta in quello. Questo conferma per l’ennesima volta che “nulla va mai come lo volevi tu” ―Raf aveva pensato a cantarlo molti anni addietro, e lo ringraziamo per questa sua fulminea illuminazione filosofica di valore direi copernicano. 🙂
No, nulla va mai come la volevamo noi, nel calcio e fuori dal calcio. In più il temporale che si è protratto da martedì notte a buona parte di mercoledì ―mai temporale fu tanto protratto― ci ha dimostrato quanto i Romantici avessero un sacco ragione a sostenere la rispondenza fra mondo esterno e mondo interno, e che le brughiere spazzate dalla tormenta e le navi sballottate fra onde in tempesta non erano semplici accadimenti partoriti dalla sfiga meteorologica, ma eventi che amplificavano quello che sentivano loro. Allo stesso modo, la sconfitta della Nazionale e la furia degli elementi martedì-mercoledì risultano stranamente coerenti con il mood di un’intera nazione.
Quindi moody lo eravamo tutti, e gloomy anche. Ma tant’è. Ora Prandelli s’è dimesso, ci sarà un nuovo allenatore. La pioggia non ha ancora smesso di scendere, ma lo farà PRIMA O POI. Ci sarà un nuovo inizio…The second coming, diceva W.B. Yeats ―che no, non è il centroavanti dell’Inghilterra, è un tizio di Dublino che se la cavava bene con le parole. 😉
E ora arrivo a Myiazaki, che mi piace occupi proprio questa settimana che ha ammiccato al bambino che è in noi. Ne avevamo tutti voglia. Ed è con grande orgoglio ― e un Te-l’avevo-predetto-io rivolto a quella scettica canaglia 😉 del Fellow Big ― che comunico la presenza di 7 (sette) Moviers allo Smelly, mercoledì sera.
C’è chi ha dominato la penuria parking (la Fellow Vanilla), c’è chi è arrivata con grande anticipo perché è una Junior e quindi deve ancora affinare la tecnica del last-seconding (la Fellow Junior, appunto), c’è chi mi attende conversando grandegatsbyanamente fuori dal cine (il Fellow Onassis Jr, per status finanziario, e il Fellow Felix, finalmente libero dalla morsa del Listen&Repeat), c’è chi giunge da specialista myiazakiano con l’andatura sostenuta di chi non vede l’ora di rivedere un film per la dodicesima volta (il WG Mat, e le volte potrebbero anche essere 13, t.b.c.), c’è chi giunge di corsissima dalla palestra, eppur giunge (il Fellow The-Candy-The-Andy) e ci sono io, che arrivo con una stola da simil Cannes ―adattissima allo Smelly environment, come state pensando― perché Myazaki merita questo e altro.

“La città incantanta” era quello che ci voleva, sì. Dopo sconfitte e temporali indoor e outdoor, dopo creste platino (passi tutto, ma il platino…) e pive nel sacco, il capolavoro del Maestro non poteva starci meglio. Due ore in cui rimetti piede nell’Infanzia, lo Stato, il luogo che perdiamo con l’avvento della maturità, ma che, in qualche modo, manteniamo sempre dentro di noi e che possiamo ritrovare attraverso alcune esperienze, prima fra tutte quella artistica.
Cos’è che mi fa dire che “La città incantata” è un’esperienza artistica? Be’, quando lo sguardo degli adulti in sala è uguale a quello dei bambini, quando non senti volare una mosca e le bocche non sono spalancate per accogliere del popcorn bensì l’incanto, quando esci fuori alla fine e non sai bene quello che hai visto, ma ti è piaciuto, oh se ti è piaciuto, e vorresti tornare dentro come quando volevi rislaire sull’ottovolante da piccolo o riaccostare l’occhio al caleidoscopio. Quando hai avuto paura e hai riso, ti sei stupito e hai pensato “ma com’è possibile…?”. Quando tutto questo si realizza ―e ne ho avuto certezza vedendo i Moviers aleggiare verso l’uscita con uno sguardo perso in un altro dove come li ho visti coi miei occhi ― significa che sei davanti all’arte. L’arte la capisci al volo, ma non la capisci tutta. T’inqueita e ti spiazza, ma ti meraviglia e per un lasso di tempo può svelarti il mistero della poesia che rincorre la bellezza. Questo fa Myiazaki.
Ciò che mi colpisce sempre dell’universo myiazakiano, e che mi fa parlare di poetica onirica per la sua opera, è la sua vicinanza alla modalità espressiva assunta dall’avanguardia del Surrealismo, ovvero, evocare il fantastico in tutte le sue accezioni ―perturbante, inquietante, spaventoso, meraviglioso― attraverso associazioni iconografiche potentemente contradditorie ― pensate alla pittura di Dalì, Tanguy, pensate a Lynch nel cinema.
L’adorabilità di personaggini che più adorabili non si può ―moschine, topolini, cibo per pulviscoli di carbone che non sono cibo e pulviscoli ma stelline colorate viventi, ed esserini neri con occhietti piccini piccini―e di contro l’orrore di dettagli e personaggi da incubo. Penso alle tre teste verdi che tonfano qua e là, o a Piccino, un bimbo che sembra un putto da pubblicità Pampers e che in realtà nasconde in sé un mostro viziato e con tratti di cattiveria da bambola gotica ―brrr, le bambole gotiche… E tutto il film è basato proprio su questo doppio registro della meraviglia accompagnata dalla paura. (Myiazaki sa quanto i bambini siano affascinati dalla paura, e sa che tanto più terrificanti risultano le situazioni che i loro eroi devono affrontare, tanto più significativo risulterà il loro superamento).
Ci spaventiamo in continuazione insieme alla protagonista, Chihiro, una ragazzina che sta traslocando con i suoi genitori, e si ritrova dentro un mondo magico, in cui deve cavarsela da sola, capire come funziona, salvare i propri genitori e tornare alla realtà. Ed è proprio il fantastico ― in senso todoroviano**― il vero protagonista del film.

L’inizio è costruito in modo tremendamente efficace: i genitori si lasciano attrarre da quello che credono essere un parco dei divertimenti abbandonato, e attraversano un tunnel per raggiungerlo. Chihiro sente da subito che qualcosa non va, e cerca di convincere i genitori a non andare. Il vento che risucchia i tre personaggi in questo mondo incantato ―stregato, potremmo dire― è sinistro, carico di presagi. Ma solo Chihiro sembra avvertirlo, come se solo lei possedesse un livello di sensibilità sensoriale che i genitori, invece, hanno smarrito. E questo è tipico del cosmo myiazakiano in cui gli adulti sono gli irresponsabili e il sesto senso ― non la logica!― è il demone (in senso di “daimon/demone” platonico) dei bambini.
Ben presto capiamo che la città incantata è una sorta di spa in cui le divinità, strani esseri dalle forme più improbabili, si recano per purificarsi: il carico simbolico dietro una struttura(zione) di questo tipo rimanda senz’altro ad “American Gods” di Neil Gaiman, e ad esperimenti di mitologia fantastica o supernatural contemporanei come i racconti di J.G. Ballard ― mai letti? Brrr….
E tutto è estremamente simbolico in questo film, ma assolutamente NON didattico o spiegato: per questo piace ai bambini ― c’è la figura,  ma senza didascalia sotto. Prendiamo per esempio Senzavolto, la creatura che divora tutto ma che tutti, tranne Chihiro, adorano perché produce oro. Chihiro non l’adora perché lei non persegue la ricchezza fine a se stessa, e solo chi non persegue la ricchezza fine a se stessa è libero dal suo giogo. Senzavolto, in origine è buono ma diventa mostruoso quando comincia a consumare in modo bulimico, trangugiando tutto ciò che gli capita sotto il naso. E da questo produce una ricchezza effimera: quell’oro, significativamente, si trasforma in fango…
C’è inoltre un discorso altrettanto profondo sull’identità: Haku, il ragazzino che aiuta Chihiro all’interno della città incantata spiega alla ragazzina che Yubaba ―la tiranna manager della spa― governa il regno degli spiriti rubando letteralmente il nome delle sue vittime. “E se ti rubano il nome, non sai più tornare a casa”, come se l’identità personale fosse intrinsecamente legata alla capacità di (ri)trovare il proprio posto, che è come dire, conserva te stesso se non vuoi smarrire la tua via… E Chihiro infatti dovrà assumere il nome “Sen” all’interno della Città Incantata, e riacquisirà “Chihiro” solo alla fine, quando sarà libera da ogni contratto e avrà a sua volta liberato i genitori dall’incantesimo di cui erano caduti vittime.
E poi ci sarebbe anche da dire dell’allegoria ambientalista nel film: ci sono i fiumi che scompaiono seppelliti dall’immondizia e dall’avvento del progresso: una delle divinità che si purifica nel centro termale è infatti lo spirito di un fiume che ha fagocitato talmente tanto sporco e inquinamento da diventare una creatura di fango abominevole. Si purificherà vomitando i rifiuti che gli esseri umani gli hanno rovesciato dentro…meaningful enough I’d say…
L’acqua svolge sempre un ruolo cardine nei film del regista giapponauta (pensate a “Ponyo sulla scogliera”!): un fiume divide i mondi, o forse è meglio dire, un’inondazione ha parzialmente sommerso la terra tra il fantastico e il reale. La scena in cui Chihiro prende il treno per attraversare questa “Terra di Mezzo”, ha colpito un po’ tutti. La ragazzina sale su un trenino popolato da ombre di uomini ―i primi che incontra dopo la fila di mostri della spa. Nessuno parla, e l’atmosfera è come sospesa, dechirichiana ― l’orologio della prima fermata è senza lancette… Quante volte ci è successo di sentirci così, in un posto in cui gli altri esistono, ma è come se non esistessero, come se fosseero  solo delle “walking shadows” (thank you, Mr Shakespeare), e tu ti senti solo e (dis)perso, ma sai che non puoi fare nient’altro se non andare avanti. Chihiro fa questo, va avanti, imperterrita, coraggiosa, e arriverà dove vuole arrivare. Ci arriva grazie al lavoro, l’impegno, grazie all’amicizia ―spesso assurda con personaggi assurdi― e al lavoro di squadra ― il nastrino che le legherà i capelli alla fine è opera di tutti i suoi aiutanti…
Questi ― lavoro, amicizia, coraggio, compartecipazione ― sono tutti valori che Myiazaki propone sempre nei suoi film. Ma come i grandi poeti, lui non spiega. Evoca. And again, è proprio questo che ci piace di lui. Il suo porre i fatti (qui fantastici) senza imporre morali o insegnamenti da Manuale delle Giovani Marmotte. Myiazaki arriva e piace ai bambini perché parla attraverso il segno puro, non decodificato: sa che il bambino, lontano da qualsiasi corruzione che il pensiero razionale ha portato all’adulto, riuscirà a estrapolarne il senso profondo senza alcuna difficoltà. Dal canto loro, gli adulti, se bendisposti, si liberano dalla stretta della logica, accolgono il fantastico, ed escono assorti, aleggianti, come noi Moviers…
Mi piace pensare che “La città incantata” sia ancora oggi dopo 10 anni il più grande incasso di tutti i tempi in Giappone. Mi piace pensare che milioni di adulti si liberino da quella stretta e intraprendano il viaggio mirabolante, allucinato, allucinogeno, a tratti spaventoso e miracoloso, che affronta Chihiro, come se loro stessi fossero Chihiro.
E ora, dopo questo secondo viaggio nella città incantata ― scriverci sopra è stato come ritornarci dentro 🙂 ― ecco che la realtà mi sfiora la nuca con le sue unghie verdi…

Questa, miei Moviers, è l’ultima settimana in cui il Mastro alzerà le serrande del Cinema Astra. Dal 4 luglio, le serrande rimarranno TRISTEMENTE, CATASTROFICAMENTE abbassate per un tempo infinito ― stavo pensando di chiamare Atreiu…
Pertanto non manchiamo a

SYNECDOCHE, NEWYORK
di Charlie Kaufman

Del film, so che il regista è lo sceneggiatore dei film del gran Gondry, come “Eternal Sunshine of the Spotless Mind” (traduzione volutamente non disponibile) e dei film di Spike Jonze tra cui “Essere John Malkovich, e “Il ladro di orchidee”, e che Philip Seymour Hoffman, the beloved and gone, ci recita. Vederlo non è un’opzione. È un dovere. 🙂
Certo bisogna dire che il Mastro non si/ci fa mancare nulla e chiude in bellezza, proponendo due classici spaghetti western di Sergio Leone che tengo a segnalare: “Per un pugno di dollari”, in versione restaurata, mercoledì alle 21:00 e “Per qualche dollaro in piùgiovedì alle 21:00.

Il 4 luglio, lungi dallo segnare alcun tipo d’indipendenza per noialtri, vedrà semmai l’inizio della nostra indigenza. Ogni estate la stessa storia, carestia di film e Board tribolante… Martedì faremo il punto della situazione e decideremo il daffarsi. Per ora vi lascio con il riassunto (buuuhh!), il Movie-Maelstrom (yeehhh!) e dei saluti, oggi (un po’ early), umoralmente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

**Credo di avervelo già consigliato, ma ve lo riconsiglio ben volentieri, Cvetan Todorov, “La letteratura fantastica”, un librettino godibilissimo e ricco (Garzanti)…Date uno sguardo qui… http://it.wikipedia.org/wiki/La_letteratura_fantastica 😉

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Ho sempre voluto ―e sempre scordato di― mandarvi questo piccolo capolavoro, struggente, seducente https://www.youtube.com/watch?v=lASwxqAlnFs…. Qualche anno fa è stato ingiustamente sfruttato da quel lacridramma galattico di “Saturno Contro”, quindi oggi per la prima volta nella storia lezmuviana, noi lezmuviani facciamo un’operazione contro-cinematografica: prendiamo il pezzo, lo svincoliamo dalla sfortunata astronomia ozpetekiana e lo restituiamo alla sua dimensione puramente musicale. Rescuers che siamo… 😉

SYNECDOCHE, NEWYORK: Caden Cotard è un regista teatrale di New York la cui vita sta prendendo una brutta piega. La moglie, pittrice, lo ha piantato per andare a Berlino, portandosi via anche il figlioletto. Nemmeno la nuova relazione con una giovane attraente e ingenua decolla. A complicare le cose ci si mette anche una serie di disturbi fisici. Estremamente preoccupato Cotard trasferisce l’intera compagnia dal teatro a un capannone, dove mette in scena uno strano spettacolo che pian piano prevede l’intera ricostruzione della città che li circonda.

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LET’S MOVIE 204 – LA CITTA’ INCANTATA

LET’S MOVIE 204 – LA CITTA’ INCANTATA

LA CITTA’ INCANTATA
di Hayao Myiazaki,
Giappone 2001, 122’
Mercoledì 25/Wednesday 25
21:00 / 9 pm
Multisala Modena / Lo Smelly

Mousquetaires Moviers,

Ah questo eravamo, lunedì scorso dal Mastro! Atos, Portos, Aramis e D’Artagnan versione pink ― lo switch di gender sarebbe piaciuto a Dumas, credo, o forse più a Solange… 🙂 L’Anarcozumi, la Fellow Junior, la Movier More et moi, le Board. In effetti più che il quartetto francese alla corte di Luigi XIII c’è venuto in mente quello newyorkese anni ’90 al soldo della HBO. Sì loro, le quattro squinzie che hanno rivoluzionato la percezione del genere femminile nella società televisiva occidentale di fine millennio. Carrie, Miranda, Samantha e Charlotte. A noialtre mancavano un bel po’ di cose, tipo la Quinta Strada, tipo Central Park, tipo Mister Big (l’appeal ce l’avevamo invece, of course! :-))… Ma ci siamo fatte andare bene l’idea di essere un quartetto, e di essere lì, in quel momento, toutes ensemble. E poi il Mastro e tutta la Mastro’s family ci hanno fatto sentire a casa, e non mi pare cosa da poco.

In effetti mi piacerebbe molto sedermi qui due minuti e discutere con voi il concetto di “home”. È un hot topic sempre molto hot nel panorama dei topic che ci troviamo per le mani, cittadini di questo nostro mondo pieno di roba bollente da managgiare che siamo. Ovviamente i viaggi ―specie negli USA― mi fanno sempre ripensare a questo, ai legami che intessiamo con le terre, a quanto questi, a volte, non rispecchino la bibbia con cui t’indottrinano qui in Trentino. La parabola della relazione con il territorio, quanto il territorio plasmi la nostra identità e quanto sia importante preservarlo, valutarlo, macché-dico, RIvalutarlo…

E se invece non fosse PIU’ così? Let me play Al Pacino and the devil’s advocate a little bit… E se fosse stato così in passato, diciamo fino a prima del 2.0 e la rivoluzione dello spazio virtuale che occupiamo, ma ora fosse cambiato tutto? E se provassimo a smontare, o semplicemente mollare, quest’àncora che c’è stata tramandata da generazioni ―e generazioni di giornali/programmi/(pubbliche) amministrazioni― che ci ricordano quanto il nostro territorio sia FONDAMENTALE nella collocazione di noi stessi nel mondo e nella società? Se provassimo a vederci come mobili, (non nel senso IKEA, nel senso “in movimento”)? Avete mai pensato a tutto questo? A vedere il vostro corpo e la vostra intelligenza come entità a sé stanti, indipendenti da qualsiasi radicazione geografica? Vi risulta troppo azzardato, improbabile, inconcepibile? Vi risulta così assurdo? Bisogna avere necessariamente un rapporto in crisi, o solo critico, con la propria territorialità per porsi questi interrogativi, oppure no?

Tutto ciò non c’entra molto con il Lez Muvi di lunedì. O forse, a pensarci bene, sì. “Le weekend” mostra com’è cambiata una generazione che fino a ieri si considerava, e consideravamo, “vecchia”. Nick e Meg sono una coppia di cinquantenni-sessantenni ―l’età non viene, sapientemente, mai precisata― di Birmingham in trasferta a Parigi per il weekend. Scopo del viaggio, festeggiare il 30esimo anniversario di matrimonio nella città che li aveva accolti per la luna di miele. Già vi sembra la premessa per una commedia brillante, di quelle che vedono Diane Keaton per  protagonista, il lui di turno un Jack Nicholson, o un Robert Deniro-alla-frutta, lui&lei che fanno un po’ di cane&gatto all’inizio, ma che poi a lungo andare si scoprono anime gemelle nella cornice pastello e posh di una Miami, o una Malibù. Invece, nooooouuu! I due, Nick e Meg, si massacrano per tutto il film! Anche se la vera peperina ―panzer sarebbe il termine― è Meg, che non perde l’occasione per infierire sul marito, un professore universitario insicuro e nostalgico che fa tenerezza al solo guardarlo ― s’è già detto dell’espressione da setter buono buono dell’attore.

Ma non è la classica carrellata di siparietti ironici su marito e moglie attempati che rimpiangono la giovinezza. Niente Congreve, niente Shakespeare da “Le allegre Comari di Windsor”… E non è nemmeno “Notting Hill”, ovvero “tutto ciò che vorresti ti capitasse nella vita raccontato da un film” ―essere una Julia Roberts sfondata di soldi che si rimorchia un Hugh Grant versione libraio squattrinato e irresistibilmente British.

“Le Weekend” è come spiare nella vita di una coppia e vedere e sentire quello che di solito non si vuole (far) vedere e sentire. Gli insulti plateali, quelli sottili. Le ricriminazioni. Il tendere alla libertà, agognarla anche ―come Meg, che minaccia di lasciare Nick ogni tre per due― e il ritrovarsi imprigionati in un rapporto che è al contempo al capolinea e in perpetua ripartenza. Nick e Meg si attraggono e si respingono, si cercano e si rifiutano per tutti i tre giorni parigini, e il film di cui sono protagonisti ―che altri non è se non il grafico del loro rapporto― è ondivago, ondulatorio, o sussultorio (scegliete pure quello che perferite, geofisici Fellows), nel senso che segue gli slanci di entusiasmo quasi infantile e le picchiate di depressione senile che vivono queste due anime un tempo gemelle e ora chissà. E infatti i due passano da bravate adolescenziali come scappare da un ristorante senza pagare il conto, o rincorrersi dentro un centro commerciale, a dialoghi serrati di una crudeltà micidiale che porta a scoprire il lato difficilmente accettabile dell’amore: la routine, il fardello dei figli (i 30enni che supplicano di poter tornare a casa dei genitori), la consapevolezza che quello che hai accanto è sia lo spazio che conosci meglio al mondo, sia, per tanti aspetti, un perfetto estraneo. Il risultato è la schizofrenia. Io che pensavo permeasse la generazione dei trentenni, quelli che non sanno da che parte andare a parare e quando lo sanno difficilmente ci arrivano ―per via della crisi e il brain-drain e il depauperamento della classe media e tutti quegli argomenti che riempiono la bocca agli opinionisti. Quelli che sono vittime dei rapporti più che esserne autenticamente artefici e che spesso mettono su famiglia e accendono mutui perché che altro si può fare se non fare quello che ci si aspetta che loro facciano? Quelli che sono insicuri e volubili e incostanti e fragili e viziati. E invece, guardando “Le weekend” scopri che anche la generazione prima, quella dei Baby-Boomers, non è messa tanto diversa… Anche Nick canticchia e ballicchia Bob Dylan (questa di Bob Dylan, https://www.youtube.com/watch?v=g1s47L8DrJ0) in boxer davanti allo specchio. Anche Meg gioca a fare la femme fatale infilando pizzi e provocando il marito. Anche loro devastano una stanza d’albergo, graffitando le pareti come il più classico dei Lenny Kravitz…

Insomma un trentenne pensa: va be’, ora sono così, alla perenne ricerca di un equilibrio, il centro di gravità permanente (grazie dell’assist, Franco B.), ma quando arriverò ai mid-50s, cavolo non sarò PIU’ così, avrò trovato equilibrio e centro, e i miei rapporti non si baseranno più sulle cavolatine del vivere quotidiano e non ci sarà il punzecchiamento continuo e il “oh come sei colà” e il “uh ma perché fai così”. A quell’età sarà diverso, sarò arrivato, formato, completo. Invece NOOOUUU, la schizofrenia esistenziale e relazionale è la stessa! Solo che forse a quell’età si ha più il timore di cadere nel ridicolo: la società e il luogo comune ti dice “you are 55, you are not supposed to…”. E invece sei proprio così! Ti viene voglia d’infilarti “Like a rolling Stone” nelle orecchie a tutto volume e imbrattare le pareti di un albergo posh. E non è cosa da poco, quello che fa questo film, che vabbé, non passerà alla storia e forse lo scorderemo. Però mi mostra un lato di quella fascia d’età che di solito rimane nell’ombra del non-detto. Non si parla mai di sessualità tra una coppia tra i 50 e i 60 ― se ne parla solo se uno dei due è una ninfa Lolita, oppure un virgulto Laszlo (mai visto “La chiave” di Tinto Brass? ;-)).

Il regista, Michell, sempre in sodalizio con lo sceneggiatore Kureishi, aveva già sondato il filone nel 2003, realizzando un film “scandalo”, “The Mother”: un giovane e rustico Daniel Craig diventa l’amante di una donna molto molto più matura di lui ―ma non matura Sharon Stone, matura Angela Merkel, capisciammmé. Fece scandalo perché la fisicità vizza era, ed è, ancora tabù. in “Le Weekend” Michell+Kureishi continuano il discorso e ci fanno entrare nella vita di due che, per molti aspetti, appaiono, e si sentono, come due ragazzi dentro un corpo da adulti, due ragazzi che vogliono lasciarsi, ma che alla fine non lo vogliono veramente, o forse sì, non lo sanno nemmeno loro. E il bello di questa storia è che questi due personaggi, alla loro veneranda età di XXX anni, hanno ancora qualcosa su cui accapigliarsi ―e non già la spazzatura da portare fuori o la scelta delle piastrelle del bagno da ristrutturare― qualcosa di emozionale su cui dibattere, su cui innescare la dialettica. Insomma, il “dramma” continua ―voi lo sapete che “dramma” vuol dire “azione”, vero? E sull’azione il film si chiude: Meg, Nick e l’amico Morgan (scrittore di successo, personaggio-cameo insopportabile e riuscitissimo) si mettono a ballare il Madison, un ballo che, a quanto leggo, era popolare negli USA negli anni ’50: un omaggio alla scena finale di “Bande à parte”, il film cult di Godard (guardate quant’erano fichi https://www.youtube.com/watch?v=47XX-h_hMME). Quindi in fin dei conti il film mi ha fatto riflettere su molti argomenti “proibiti”, o comunque, occultati. E quando il cine porta a galla ciò che rimane sotto la superficie ― come l’immacolata e borghesizzata quotidianità-di-coppia di due rispettabili british ― allora io dico grazie al cine, anche se magari il prodotto non è un must-see a tutti i costi e di Michell continueremo a ricordare “Notting Hill”…

Un must-see a tutti i costi, invece, è assolutamente

LA CITTA’ INCANTATA
di Hayao Myiazaki,

In versione restaurata, rieccolo, il capolavoro del Maestro Myiazaki, che non solo vinse l’Orso d’Oro a Berlino nel 2002, ma anche l’Oscar come miglior film d’animazione nel 2003. Con lui, il Maestro, non ho bisogno di spendere parole: non devo convincervi a NON perdere l’occasione di vedervi quest’opera al cinema, tra l’altro in versione restaurata. Il mio compito si esaurisce con lo scrivervi titolo e ora. 🙂

Mi pare di aver messo parecchia carne al fuoco anche stasera ― e detto da una vegeteriana… ― ma più nei contenuti che nelle lunghezze… Quindi mi appresterei all’uscita, non prima, tuttavia, di avervi rammentato la fermata prevista dalla legge in area Movie Maelstrom, ed essermi assicurata che saltiate, percarità, il riassunto.

Questa sera i ringraziamenti sono davvero sentiti: avete superato più o meno indenni il kilometro lezmuviano della mail scorsa. Ebbravi i miei Moviers! E i saluti, quelli, sono alexandrinamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Al Music Box Theater ― quella bella sala anni ’20 di Chicago, al 3733 di North Southport Avenue, se capitate da quelle parti ― avevo visto “The Dance of Reality”, del regista cileno Alejandro Jodorowsky. Se siete per le pellicole non convenzionali e vi piacciono i registi visionari, da Fellini a Gondry passando per Gilliam e Jarmush, ma con uno stile, se possibile, ancora più imprevedibile e irriverente e scioccante, segnatevi questo titolo…Non rimarrete delusi… È un trip! 😉

LA CITTA’ INCANTATA: Chihiro ha dieci anni ed è una bambina testarda e capricciosa. Quando Akio e Yugo, i suoi genitori, le comunicano che devono traslocare, la piccola si infuria e dà sfogo a tutta la sua rabbia. Durante il viaggio verso la nuova casa, i tre si fermano in una città fantasma dove li attende un sontuoso banchetto. Akio e Yugo si gettano avidamente sul cibo e vengono tramutati in maiali sotto gli occhi increduli della figlia: sono finiti in un mondo abitato da antiche divinità e da creature magiche governate da una strega malvagia, la perfida Yubaba. Chihiro, per sopravvivere, dovrà rendersi utile lavorando…

 

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LET’S MOVIE 203 – Board is Back :-) & LE WEEKEND

LET’S MOVIE 203 – Board is Back :-) & LE WEEKEND

LE WEEKEND
di Roger Michell
UK 2013, 93’
Lunedì 16/Monday 16
Ore 21:00 / 9:00 pm
Multisala Astra /Dal Mastro (back to the Boss :-))

WARNING: Si sta per spalancare sotto di voi la mail più lunga mai scritta e ricevuta nella storia lezmuviana.
Confront it at your own risk, and please do not blame the Board ― hopeless is she. 🙂

To help you find your way:

  1. Farneticazioni boardiane
  2. Il pippone su “Alabama Monroe”
  3. Chanting Chicago
  4. Proposta settimanale
  5. Saluti e baci
  6. Movie Maelstrom

Burro Board,

che non riesci a star via dalle folle di folli Fellows… Che ti squagli in una pozza di nostalgia quando navighi la programmazione di Trentoville, e non resisti, proprio non resisti alla tentazione di pensare cosa proporre anche se sei nel mese sabbatico…
Sei anche un blahblah Board, parli e parli di voler staccare… E poi eccoti qui, con le pareti della mente tappezzate di post-it “questo lo devo dire ai Moviers…e anche questo…e pure questo”.
Bottom-line Board, sei dipendente da Lez Muvi, mettiti l’animo in pace, convinciti che il metadone non funziona, e nemmeno programmi rehab, terapie di gruppo, astinenze forzate.
Niente, soccombi.
Has anyone ever resisted love? No one. Never.

Meraviglie Moviers,

Avevo iniziato così. Una confessione a me stessa e per voi, dello stato penoso in cui mi trovavo la prima domenica lontana da voi: io e Ewan McGregor quando si costringe alla disintossicazione in “Trainspotting”, due gemelli omozigoti. Una confessione per introdurre la mia capitolazione. 🙁
Poi però, siccome si sono aggiunte un sacco di Things-to-do alle Things-not-done, ho finito, contro ogni pronostico, per non cedere a voi, che siete la mia droga e al contempo il mio metadone, rehab e Lindsey Lohan, tutto in uno. Così, in qualche strano modo, legandomi le mani dietro la schiena e tappandomi quella bocca che la domenica sera parla in lezmuviano, e infilando un viaggio nell’Illinois in mezzo, sono riuscita a star lontana dai missed-much Moviers.
Ovviamente in tutti questi giorni, potete immaginare la quantità di post-it che si sono accumulati sulle pareti della mia mente… In tutto questo tempo abbiamo avuto il plebiscito elettorale di Renzi, il Festival di Cannes e la crisi matrimoniale di Valeria Marini. Dato che non posso parlare di tutto, sacrifico la politica e le questioni di cuore del jetset (con profondo rammarico), e mi proietto su “Alabama Monroe”, l’ultimo Lez Muvi prima della cassaintegrazione ―siamo stati dall’altra parte del mondo, vero, ma PURTROPPO non ci siamo scordati del mega-melò in salsa “cry me a river” di Felix Van Groenigen.
L’unica cosa che ricordo con doclezza, è stata la rissa sfiorata fuori dal Mastro dopo il film 🙂
Un dibattito dai toni infuocati che ha preso piede all’uscita e che ha visto l’assetto lezmuviano perfettamente spaccato in due: pro-Alabama vs contro-Alabama. Con mia grande gioia, sei anime lezmuviane hanno risposto alla Call-for-Fellows e sono arrivate, giungendo da tutti i territori del regno per prendere parte all’ultimo Lez Muvi ―ci fosse stato anche Parzifal avremmo fatto la tavola rotonda. Tra le donzelle, la Fellow Vanilla (con telefonata avverti-presenza), la Fellow July Jules (con presenza a sorpresa, braccia-al-collo del Board), la Movier More (che, sibilladelfica, profetizzò il pienone), il Movier Onassis Jr (che mi piove sempre giù dal cielo, inaspettato come la pioggia col sole :-)), il Fellow The Candy Andy (che c’ha salvato tuuuuuttti dal pienone, prenotando i posti in una sala pienissima ― l’ingresso a 3 euri della Festa del Cinema riempie le sale meglio di qualsiasi pubblicità progresso “save-the-cinema”), il WG Mat (che al solito è arrivato 4 secondi prima dell’inizio e che deve la sedia sotto il sederino al Fellow Andy ―may thou be forever blessed, oh Fellow… :-)). La Fellow Fra-ae.f. (the victim) purtroppo non è riuscita a scampare alla dura legge del sold-out ed è rimasta fuori 🙁 L’Anarcozumi  (the pioneer) aveva già visto il film al Festival di Berlino in anteprima, e la Honorary Member Mic (Miss Marple) l’ha scovato nel vicentino, ed entrambe si schierano dal lato pro-Alabama.
Dunque premetto, questa è la mia versione dei fatti, parziale e di parte come solo la versione di un Board può essere 🙂
Riassumere questo film riesce bene persino a una refrattaria ai riassunti come me. Un colpo di fulmine di quelli violenti si abbatte su Didier ed Elise, due belgi in un Belgio che pare l’Arkansas. I due cominciano una storia di sconvolgimento passionale all’insegna dello spensierato e incosciente fin quando Elise, rimane ooops incinta. I due decidono di tenere il bambino (bambina, Maybelle) e si ritrovano famigliola felice. L’idillio dura fin quando a Maybelle viene diagnosticato un tumore. Maybelle muore. Il dolore spacca il rapporto tra Didier ed Elise. Elise non trova il modo di superare la perdita se non con il metodo che da Werther Il Giovane in avanti ha risolto le grane a migliaia di disperati. Avete capito no? Nello specifico, un bel cocktail di pasticche e tanti saluti.
Già da queste poche righe capiamo che la storia contiene in sé tutti gli elementi classici del drammone ― passione, amore, famiglia, lutto, dolore, morte ― tutti posti su una parabola che presenta un andamento discensionale pari a quello del Dow Jones in qualche venerdì nero post-‘29. Fate bene attenzione ―e mi rivolgo soprattutto alla fazione pro-Alabama― non sto attaccando gli elementi: la vita è fatta di cancri ai bambini e amori devastati. Attacco la parabola discensionale, il concatenamento di miserie che precipitano addosso ai due disgraziati e che potrebbero cacciarli nel paradiso degli innamorati sventurati della storia, non fosse che la storia di questi due innamorati è patetica, pur non conservando nulla del pathos di un Heathcliff&Katherine, un Romeo&Juliet, un Paolo&Francesca.
E in merito a questo, ho sentito la parola “poesia” nei commenti degli entusiasti per il film.Ora, io temo che il termine sia un po’ abusato, o travisato. Non confondiamo la poesia con il sentimento che ci fa sospirare “uh che carrrrrrrini” o “uh poverrirrrrini”….
Per me un film è poetico quando svela un lato mai-raccontato-così-prima. Una certa Wyslava Szymborska ― che non è il primo Board che passa, ma un certo Nobel per la Letteratura 1996 ― sosteneva che poesia deriva da tutto ciò che è ignoto: che se scrivi il noto, non ottieni granché, ma che se cerchi di scrivere l’ignoto, tutto l’universo ti si schiude.
Van Groenigen scrive il noto ―colpo di fulmine, amore, malattia del pargolo, dolore, morte. E per carità, lo fa bene, è abile a maneggiare il mezzo ―scene ben costruite, montaggio sapiente. Sguazza nell’arci-noto, scadendo nell’iper-prevedibile ― e nell’over-opportunistico, anche ― ma non svela nulla dell’ignoto.
Prendete le scene in cui vediamo la bambina malata. Il regista sceglie ― è una scelta consapevole ― di raccontare la testa che perde i capelli, il vomito, il braccino torturato dalle flebo, il reparto pediatrico pieno di altri piccoli pazienti sofferenti. Decide persino di mostrare la dimissione di un altro bambino che, contrapposta alla non-guarigione di Maybelle, capirete, chiama ancora più lacrime. E qui, siamo a metà strada tra il banale e lo strumentale, e ritorno al mio punto su noto/ignoto. Se per raccontare la malattia ho bisogno di ricorrere a flebo e crani pelati ― giocando sporco, perché è OVVIO che vuoi suscitare la mia pietas, caro Van G ― scelgo di raccontare il noto. Personalmente preferisco opere e operazioni più originali tipo “La mia vita senza me” o “La guerra è dichiarata” in cui la malattia viene detta sperimentando altre modalità espressive. E lo stesso dicasi per la complessità dei sentimenti e del dolore, i cui vicoli bui possono essere perlustrati in infiniti modi.
Se prendete per esempio “Le meraviglie” di Alice Rohrwacher, strameritato Gran Prix de la Jurie al Festival di Cannes, capirete quanto abissale sia la differenza tra i due film. Gelsomina, la ragazzina protagonista, soffre per via di un padre burbero ed emotivamente analfabeta. C’è una scena, Moviers, una scena di quelle che non si dimenticano… Dopo aver disobbedito al padre, Gelsomina cerca in ogni modo di riguadagnare la sua stima, offrendogli il suo aiuto, in continuazione, “papà posso fare qualcosa? Papà posso fare qualcosa?”, disperata… Ecco lì, in quella scena lì c’è l’autenticità di un sentimento complessissimo: lei cerca il padre zotico e despota, cerca la sua approvazione, vuole essere riconosciuta da lui. E questo è contradditorio, e perverso anche (lei dovrebbe detestarlo!), ma certe relazioni umane (tante!) sono così, complessissime e contradditorie. È struggente, quella scena, piccola e potente.
“Mo’ perché tira in ballo “Le meraviglie” parlando di “Alabama Monroe”? Checcentra?”, vi state chiedendo, sbuffanti Fellows. Perché, come dicevo all’Anarcozumi, con “Alabama Monroe” compri all’ingrosso, con “Le Meraviglie” sei in sartoria, dove contano i dettagli: è lì, nei dettagli emotivi che si racchiude e coglie la sconfinata imprevedibilità, profondità e anche indicibilità delle relazioni umane ― tutto sta nel saperli decifrare e raccontare.
La Rohrwacher cerca di dire il non-detto, mentre Van Groenigen dice il già-detto.
Anche l’uso che il regista belga fa della musica è strumentale. Didier ed Elise sono cantanti country, e non c’è niente di più efficace del country per gonfiare l’effetto melanconico suscitato dalla storia e per offrire il “but life goes on…” finale. Come dire, a soggetto A corrisponde musica A. Invece io sono per l’operazione: a soggetto A corrisponde musica non-A. Come per esempio ne “Le meraviglie” in cui la hit di Ambra “T’appartengo” ―un classico che tutti quelli della mia generazione conoscono, la Mic in vetta 😉 ― ti spiazza completamente: un film così complesso contrappuntato da una canzoncina da teenager… Non vi viene in mente un certo “Viva Topolin!” intonato dai marines nell’inferno vietnamita di “Full Metal Jacket”?? A me viene in mente eccome… https://www.youtube.com/watch?v=-CHXC5XWMEw
L’unico elemento che di “Alabama Monroe” salvo, sempre in linea con lo sperimentalismo che vagheggio per la cinematografia, è l’ambientazione. Come già detto, il film è ambiantato in Belgio, ma sembra di stare negli Stati Uniti. Questo per via dell’environment country frequentato dalla coppia e per il Southern-America life-style che i due perseguono. Prima di precipitare nel disappunto più totale nei confronti del film, ho molto apprezzato la scena in cui Elise, vestita d’un bikini stelle-e-strisce sulla sua pelle tatuatissima, seduce Didier, ammiccando dal cofano di un pick-up. Ma anche qui, il regista non resiste alla tentazione di pigiare nel plot degli argomenti che non sono affatto funzionali, ma evidentemente irrinunciabili… Mi riferisco alla questione della sperimentazione sulle cellule staminali ostacolata dall’Amministrazione Bush post 11 settembre, che secondo Didier, avrebbe impedito il progresso della ricerca sientifica e quindi la cura per il tumore di Maybelle…Devo commentare? No, non devo commentare…
Pietoso oltre ogni modo il finale, in cui il cadavere di Elise giace senza vita sul letto di un ospedale e Didier, intonando un requiem insieme a tre mariachi country suoi colleghi, trova sul corpo di lei un ultimo tatuaggio, “Alabama Monroe” ― “Alabama” è l’identità che Elise assume dopo la morte della figlia (trattengo l’ironia con cui massacrerei il cambiamento identitario di un personaggio che non è un vero cambiamento identitario: lei continua a essere una tatuatrice country sfatta dal dolore, l’unico cambiamento è quello d’indirizzo, giacché cambia casa); mentre “Monroe” è il nome del cantante preferito da Didier. Mancava solo il “TVTTB” e saremmo stati in pieno Moccia, 3MSC…
Come volevasi dimostrare, in questi giorni non ho ricevuto nessuna mail lezmuviana: il WG Mat ― detto anche The Lazy WG Mat ― non mi ha battuto sul tempo, anticipando un commento pro-film (come tutti quelli della fazione pro-film l’avevano incoraggiato a fare, shame on him…). Ma io continuo a esortare ogni contradditorio e spero che qualche Movier posti sul Baby Blog un commento al vetriolo contro la mia lettura… cosicché la si faccia vedere a questo Board Terminator 😉

E ora … CHANTING CHICAGO…

Chicago…Chi-ca-go scandito come ve lo scandirei io quando qualcosa mi rapisce e non riesco a impedirmi di canticchiarmela in testa…Oppure Chic-a-go-go, il nome di una trasmissione per bambini molto popolare da quelle parti (Bim Bum Bam sort of).
Comunque la si pronunci, Chicago toglie il secondo posto a Boston nella classifica “My Favorite Yankee City” ―il primo posto naturalmente non si discute, la regina sapete chi è, NaturallY… ;-).
Se Boston ti fa ritrovare l’Europa negli States, con gli spazi “contenuti” e il sapore un po’ Brit, Chicago ti scaraventa dritto dritto nella dimensione urbana dell’America: le distanze distanti, le strade a otto corsie, gli isolati che sono proprio quello, quadrati lunghi e larghi isolati da tutto, replicati all’infinito e uniti da un cordone d’asfalto. Eppure non è Los Angeles, territoriale e squallida. Chicago ha un suo centro e tanti quartieri, e  il centro non teme i quartieri.

Chicago è il Millennium Park, e l’astronave che quel marziano di Gehry si è divertito a far atterrare davanti a un prato che non è “off limits”, è lì apposta perché le persone ci si stravacchino, mangino, cantino, vivano. Mi hanno spiegato dell’approccio democratico della città, e si sente. Ogni tanto, con la bella stagione ci organizzano i concerti, al Pritzker Pavillon ―così si chiama l’astronave. E se hai fortuna, te ne capita uno proprio nella settimana in cui si svolge la tua conferenza su Virginia Woolf :-)… E potete immaginare, cosa sia, sentire Brahms e Bartok suonati dal vivo sotto il cielo serenissimo delle 7 pm, con una spianata di gente in religioso silenzio dietro di voi… Se poi vi alzate e fate quattro passi, vi imbattete in un fagiolo d’argento che nessuna mano divina ha sgranato dall’alto della sua superiorità, ma quella di un altro matto, un tale Kapoor, che si è divertito a offrire un frutto tutto umano, cellule e peccati, alla città. Un sogno sgusciato dal bacello imprevedibile della tecnologia, il fagiolo riflette la skyline mozzafiato tutt’intorno, e ti prende e ti sforma e ti risucchia dentro uno specchio togliendoti tutti i punti di riferimento e di appoggio: tu non sei più tu, ma un esserino perso nei labirinti della rifrazione. È un semino di dubbio, il tentativo di piantare il perturbante nel cuore moderno della citta… Ho dovuto impedirmi di rimanerci troppo a lungo ―il mal di mare è in agguato— nonché limitare il numero delle fotografie. Il “bean” VALE il prezzo del viaggio, trust me…

Chicago è l’ala nuova del Chicago Art Institute, disegnata da guess-who Renzo Piano e che sta di fronte al Pritkzer Pavillon, e le due strutture non si parlano, non si filano nemmeno ―a differenza di quello che vi raccontano le storiche dell’arte che potreste incontrare al museo… Se ne stanno lì, una tutta onda e l’altra tutta linearità ital(p)iana, come il tedesco e l’inglese delle barzellette ―uniti da una vicinanza ma lontanissimi nei secoli dei secoli.

Chicago è Oak Park, il quartiere giù a sud dove è nato Hemingway, si è trasferito un certo Frank Lloyd Wright e ha vissuto un altro certo, un tale Barak Obama… E Oak Park in realtà si chiama Harlem ―io convinta ci fosse solo quella di New York— e vi ci vogliono 50 minuti di metro per arrivarci, ma arrivateci, se ne avrete modo… Nemmeno l’ombra di un grattacielo, ma tutte quelle casette con il dondolo appeso nel portico, e tre gradini per arrivare al portico, le scandole color pastello e la sensazione che il tempo sia passato solo lassù, a Chicago Downtown, dopo che l’incendio del 1871 s’è portato via una gran fetta di città, facendone spuntare una nuova tutta-grattacieli, ma lì a Oak Park, lì la storia è ancora ferma agli anni ’30 o 40 ―per non dover dire ’60 e ricordare l’onta dello scontro razziale.

Chicago è il Mare Michigan. Sì, mare, perché la distesa d’acqua a perdita d’occhio blu cobalto è quello, mare, con le spiagge di sabbia grandi grandi, che ti accolgono all’alba, quando corri, incredula di trovare quello, un mare, quasi un oceano, sotto mentite spoglie….

Chicago è il meteo di Chicago. I locals ti spiegano che il vero problema è proprio il lago Michigan che permette al vento artico di scaraventarsi contro la città direttamente dall’Antartico ―il Canada purtroppo non aiuta un cavolo, con quella carestia di montagne che si ritrova. Allora, da dicembre a febbraio i poveri abitanti si infilano 3 strati di vestiti e cronometrano il tempo in cui rimangono fuori casa.
Sentite un po’ lo scambio che ho avuto con una shopping assistant che mi faceva da assistant in una pausa shopping dalla Conferenza ―che non si puo’ mica sempre lavorare.. 🙂
L’essere umano non vestito con i tre strati resiste diciotto secondi.
Io: “Eighty seconds?” ― non posso aver capito “eighteen”.
Lei: “No, eighteen” ― avevo capito “eighteen”.
Mi spiega che i cops fanno la ronda per assicurarsi che gli abitanti non schiattino ―“pass away”, dice ― mentre fanno un salto al drugstore per comprarsi la cena.
Io: “Ah ah ah” (risata boardiana molto sonora).
Lei: “I am serious”. (She is indeed serious).
Capite, è una faccenda seria, il freddo. E forse è per questo che la volumetria di tanti abitanti è così, come dire, adiposa… Stabilità contro il vento e uno strato protettivo aggiuntivo contro il freddo.

Chicago è la metro sopraelevata, che ti permette di acquisire una percezione aerea, non sottorranea, della città ―e volete mettere? ― bucando lo spazio tra i grattacieli e le distese suburbane.

Chicago è una metropoli e come tale regala un film ogni passo… Le ragazze coi capelli di paglia e l’odore di doccia appena fatta, nel dormitory in cui (non) dormo. L’afroamaericana vestita di tutto punto che cammina e parla da sola su Sheridan Avenue e no, non ha nessun auricolare o cellulare nascosto chissadove, parla solo a chissachi. Il portoricano che strilla alla sua ragazza “my life is a mess my life is a mess”, una mattina presto in spiaggia, e davvero in quell’urlo c’è tutta la disperazione del mondo. L’ubriaco svenuto fuori da una rivendita di alcoolici e la coppia di cops ―in cui non trovo quello buono— gli intima di alzarsi, now. L’obeso con gli occhi da labrador che culla il suo sacchetto unto del pranzo come fosse il bene più prezioso al mondo. E la sfinge giapponese che guarda il lago, seduta su uno scoglio, l’aria serafica, superiore, ma in qualche modo, incastrata dentro qualche schema che le rende la vita faticosa…

Chiacago è il Music Box Theater, un cinema anni ’20 con il suonatore che suona il piano prima di ogni spettacolo. Oppure la Facets Cinemathèque, la sala considerata più d’essai della città, sulla Fullerton. Eravamo tre spettatori a guardare “Particles Fever” il docu sul bosone di Higgs ―sì, ho visto un film sul bosone di Higgs…sì, eravamo in tre…

Chicago è cinema, già. Queste note https://www.youtube.com/watch?v=ruOjnJhoQcA&feature=kp mi hanno accolto all’aeroporto, perché “La stangata” è ambientato proprio lì, a Chicago, e pure “The Blues Brothers”… 😉

Quindi Moviers, trovatevi un conferenza ― meglio se su Virginia Woolf :-), meglio se tra giugno e fine agosto― and fly to the windy city! 🙂

E dopo aver cantato Chicago, rieccomi a strillare il film della settimana

LE WEEKEND
di Roger Michell

Eh, the summer sarà anche magic, come cantava Corona (!), ma come sappiamo, non supporta molto il cine. Questo film, per esempio, lo propongo sostanzialmente per tre ragioni: 1. la sceneggiatura è di Hanif Kureishi, autore inglese contemporaneo che ammiro, e che oltre ad essere abile romanziere e acuto saggista, scrive pure per il cine ― un suo classico è “My Beautiful Laundrette”, trovatevelo J; 2. Il regista è quello di “Notting Hill”, e chi non ha amato “Notthing Hill”, almeno in un momento della sua vita? (Per in inciso Spike è uno dei personaggi più comici della Brit comedy dei 90s); 3. Il protagonista, Jim Broadbent, è un attore bravo che recita sempre nei film di Mike Leigh e che ha la faccia da setter buono buono; 4. Mi sono giunte all’orecchio paroline molto positive sul film…
Ok, lo ammetto, non sono dei motivi su cui baserei alcun tipo di tesi, accademica e non, ma qui a Lez Muvi non c’è bisogno di far tanto i Walter Benjamin della situazione (!). Come motivazione basterebbe anche solo “perché sono drogata dai Movier e devo vederli”, no? 😉

Oggi mi perdonerete la lunghezza, spero… insomma, non esondavo da un mese!
La prossima settimana sarò meno fRuviale, promesso… 😉
E ora il Maelstrom, poi il riassunto (uff), i miei ringraziamenti e saluti, rimpratriotticamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Prima di partire per gli States, si sono guardati un po’ di film, tra cui “Maps to the Stars” di Cronenberg. Io e l’Anarco lo consigliamo al 100%.
La Zu consiglia al 100% anche “Maleficient” ― rivisitazione post-post-moderna della Bella Addormentata con una strega cattiva che non è affatto cattiva… Al 100% consiglio “Le meraviglie”, come avete già avuto modo di leggere al piano di sopra, ma non aspettatevi un film easy ― e per questo si guadagna il 100% 😉

LE WEEKEND: Meg e Nick sono coppia di insegnanti inglesi. Trent’anni dopo la loro luna di miele nella Ville Lumière hanno deciso di tornare a Parigi per un lungo weekend. L’incontro inaspettato con un vecchio amico, Morgan, riuscirà a far capire a Nick tutto quello a cui tiene davvero nella vita, e nel suo matrimonio con Meg.

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