LET’S MOVIE 203 – Board is Back :-) & LE WEEKEND

LET’S MOVIE 203 – Board is Back :-) & LE WEEKEND

LE WEEKEND
di Roger Michell
UK 2013, 93’
Lunedì 16/Monday 16
Ore 21:00 / 9:00 pm
Multisala Astra /Dal Mastro (back to the Boss :-))

WARNING: Si sta per spalancare sotto di voi la mail più lunga mai scritta e ricevuta nella storia lezmuviana.
Confront it at your own risk, and please do not blame the Board ― hopeless is she. 🙂

To help you find your way:

  1. Farneticazioni boardiane
  2. Il pippone su “Alabama Monroe”
  3. Chanting Chicago
  4. Proposta settimanale
  5. Saluti e baci
  6. Movie Maelstrom

Burro Board,

che non riesci a star via dalle folle di folli Fellows… Che ti squagli in una pozza di nostalgia quando navighi la programmazione di Trentoville, e non resisti, proprio non resisti alla tentazione di pensare cosa proporre anche se sei nel mese sabbatico…
Sei anche un blahblah Board, parli e parli di voler staccare… E poi eccoti qui, con le pareti della mente tappezzate di post-it “questo lo devo dire ai Moviers…e anche questo…e pure questo”.
Bottom-line Board, sei dipendente da Lez Muvi, mettiti l’animo in pace, convinciti che il metadone non funziona, e nemmeno programmi rehab, terapie di gruppo, astinenze forzate.
Niente, soccombi.
Has anyone ever resisted love? No one. Never.

Meraviglie Moviers,

Avevo iniziato così. Una confessione a me stessa e per voi, dello stato penoso in cui mi trovavo la prima domenica lontana da voi: io e Ewan McGregor quando si costringe alla disintossicazione in “Trainspotting”, due gemelli omozigoti. Una confessione per introdurre la mia capitolazione. 🙁
Poi però, siccome si sono aggiunte un sacco di Things-to-do alle Things-not-done, ho finito, contro ogni pronostico, per non cedere a voi, che siete la mia droga e al contempo il mio metadone, rehab e Lindsey Lohan, tutto in uno. Così, in qualche strano modo, legandomi le mani dietro la schiena e tappandomi quella bocca che la domenica sera parla in lezmuviano, e infilando un viaggio nell’Illinois in mezzo, sono riuscita a star lontana dai missed-much Moviers.
Ovviamente in tutti questi giorni, potete immaginare la quantità di post-it che si sono accumulati sulle pareti della mia mente… In tutto questo tempo abbiamo avuto il plebiscito elettorale di Renzi, il Festival di Cannes e la crisi matrimoniale di Valeria Marini. Dato che non posso parlare di tutto, sacrifico la politica e le questioni di cuore del jetset (con profondo rammarico), e mi proietto su “Alabama Monroe”, l’ultimo Lez Muvi prima della cassaintegrazione ―siamo stati dall’altra parte del mondo, vero, ma PURTROPPO non ci siamo scordati del mega-melò in salsa “cry me a river” di Felix Van Groenigen.
L’unica cosa che ricordo con doclezza, è stata la rissa sfiorata fuori dal Mastro dopo il film 🙂
Un dibattito dai toni infuocati che ha preso piede all’uscita e che ha visto l’assetto lezmuviano perfettamente spaccato in due: pro-Alabama vs contro-Alabama. Con mia grande gioia, sei anime lezmuviane hanno risposto alla Call-for-Fellows e sono arrivate, giungendo da tutti i territori del regno per prendere parte all’ultimo Lez Muvi ―ci fosse stato anche Parzifal avremmo fatto la tavola rotonda. Tra le donzelle, la Fellow Vanilla (con telefonata avverti-presenza), la Fellow July Jules (con presenza a sorpresa, braccia-al-collo del Board), la Movier More (che, sibilladelfica, profetizzò il pienone), il Movier Onassis Jr (che mi piove sempre giù dal cielo, inaspettato come la pioggia col sole :-)), il Fellow The Candy Andy (che c’ha salvato tuuuuuttti dal pienone, prenotando i posti in una sala pienissima ― l’ingresso a 3 euri della Festa del Cinema riempie le sale meglio di qualsiasi pubblicità progresso “save-the-cinema”), il WG Mat (che al solito è arrivato 4 secondi prima dell’inizio e che deve la sedia sotto il sederino al Fellow Andy ―may thou be forever blessed, oh Fellow… :-)). La Fellow Fra-ae.f. (the victim) purtroppo non è riuscita a scampare alla dura legge del sold-out ed è rimasta fuori 🙁 L’Anarcozumi  (the pioneer) aveva già visto il film al Festival di Berlino in anteprima, e la Honorary Member Mic (Miss Marple) l’ha scovato nel vicentino, ed entrambe si schierano dal lato pro-Alabama.
Dunque premetto, questa è la mia versione dei fatti, parziale e di parte come solo la versione di un Board può essere 🙂
Riassumere questo film riesce bene persino a una refrattaria ai riassunti come me. Un colpo di fulmine di quelli violenti si abbatte su Didier ed Elise, due belgi in un Belgio che pare l’Arkansas. I due cominciano una storia di sconvolgimento passionale all’insegna dello spensierato e incosciente fin quando Elise, rimane ooops incinta. I due decidono di tenere il bambino (bambina, Maybelle) e si ritrovano famigliola felice. L’idillio dura fin quando a Maybelle viene diagnosticato un tumore. Maybelle muore. Il dolore spacca il rapporto tra Didier ed Elise. Elise non trova il modo di superare la perdita se non con il metodo che da Werther Il Giovane in avanti ha risolto le grane a migliaia di disperati. Avete capito no? Nello specifico, un bel cocktail di pasticche e tanti saluti.
Già da queste poche righe capiamo che la storia contiene in sé tutti gli elementi classici del drammone ― passione, amore, famiglia, lutto, dolore, morte ― tutti posti su una parabola che presenta un andamento discensionale pari a quello del Dow Jones in qualche venerdì nero post-‘29. Fate bene attenzione ―e mi rivolgo soprattutto alla fazione pro-Alabama― non sto attaccando gli elementi: la vita è fatta di cancri ai bambini e amori devastati. Attacco la parabola discensionale, il concatenamento di miserie che precipitano addosso ai due disgraziati e che potrebbero cacciarli nel paradiso degli innamorati sventurati della storia, non fosse che la storia di questi due innamorati è patetica, pur non conservando nulla del pathos di un Heathcliff&Katherine, un Romeo&Juliet, un Paolo&Francesca.
E in merito a questo, ho sentito la parola “poesia” nei commenti degli entusiasti per il film.Ora, io temo che il termine sia un po’ abusato, o travisato. Non confondiamo la poesia con il sentimento che ci fa sospirare “uh che carrrrrrrini” o “uh poverrirrrrini”….
Per me un film è poetico quando svela un lato mai-raccontato-così-prima. Una certa Wyslava Szymborska ― che non è il primo Board che passa, ma un certo Nobel per la Letteratura 1996 ― sosteneva che poesia deriva da tutto ciò che è ignoto: che se scrivi il noto, non ottieni granché, ma che se cerchi di scrivere l’ignoto, tutto l’universo ti si schiude.
Van Groenigen scrive il noto ―colpo di fulmine, amore, malattia del pargolo, dolore, morte. E per carità, lo fa bene, è abile a maneggiare il mezzo ―scene ben costruite, montaggio sapiente. Sguazza nell’arci-noto, scadendo nell’iper-prevedibile ― e nell’over-opportunistico, anche ― ma non svela nulla dell’ignoto.
Prendete le scene in cui vediamo la bambina malata. Il regista sceglie ― è una scelta consapevole ― di raccontare la testa che perde i capelli, il vomito, il braccino torturato dalle flebo, il reparto pediatrico pieno di altri piccoli pazienti sofferenti. Decide persino di mostrare la dimissione di un altro bambino che, contrapposta alla non-guarigione di Maybelle, capirete, chiama ancora più lacrime. E qui, siamo a metà strada tra il banale e lo strumentale, e ritorno al mio punto su noto/ignoto. Se per raccontare la malattia ho bisogno di ricorrere a flebo e crani pelati ― giocando sporco, perché è OVVIO che vuoi suscitare la mia pietas, caro Van G ― scelgo di raccontare il noto. Personalmente preferisco opere e operazioni più originali tipo “La mia vita senza me” o “La guerra è dichiarata” in cui la malattia viene detta sperimentando altre modalità espressive. E lo stesso dicasi per la complessità dei sentimenti e del dolore, i cui vicoli bui possono essere perlustrati in infiniti modi.
Se prendete per esempio “Le meraviglie” di Alice Rohrwacher, strameritato Gran Prix de la Jurie al Festival di Cannes, capirete quanto abissale sia la differenza tra i due film. Gelsomina, la ragazzina protagonista, soffre per via di un padre burbero ed emotivamente analfabeta. C’è una scena, Moviers, una scena di quelle che non si dimenticano… Dopo aver disobbedito al padre, Gelsomina cerca in ogni modo di riguadagnare la sua stima, offrendogli il suo aiuto, in continuazione, “papà posso fare qualcosa? Papà posso fare qualcosa?”, disperata… Ecco lì, in quella scena lì c’è l’autenticità di un sentimento complessissimo: lei cerca il padre zotico e despota, cerca la sua approvazione, vuole essere riconosciuta da lui. E questo è contradditorio, e perverso anche (lei dovrebbe detestarlo!), ma certe relazioni umane (tante!) sono così, complessissime e contradditorie. È struggente, quella scena, piccola e potente.
“Mo’ perché tira in ballo “Le meraviglie” parlando di “Alabama Monroe”? Checcentra?”, vi state chiedendo, sbuffanti Fellows. Perché, come dicevo all’Anarcozumi, con “Alabama Monroe” compri all’ingrosso, con “Le Meraviglie” sei in sartoria, dove contano i dettagli: è lì, nei dettagli emotivi che si racchiude e coglie la sconfinata imprevedibilità, profondità e anche indicibilità delle relazioni umane ― tutto sta nel saperli decifrare e raccontare.
La Rohrwacher cerca di dire il non-detto, mentre Van Groenigen dice il già-detto.
Anche l’uso che il regista belga fa della musica è strumentale. Didier ed Elise sono cantanti country, e non c’è niente di più efficace del country per gonfiare l’effetto melanconico suscitato dalla storia e per offrire il “but life goes on…” finale. Come dire, a soggetto A corrisponde musica A. Invece io sono per l’operazione: a soggetto A corrisponde musica non-A. Come per esempio ne “Le meraviglie” in cui la hit di Ambra “T’appartengo” ―un classico che tutti quelli della mia generazione conoscono, la Mic in vetta 😉 ― ti spiazza completamente: un film così complesso contrappuntato da una canzoncina da teenager… Non vi viene in mente un certo “Viva Topolin!” intonato dai marines nell’inferno vietnamita di “Full Metal Jacket”?? A me viene in mente eccome… https://www.youtube.com/watch?v=-CHXC5XWMEw
L’unico elemento che di “Alabama Monroe” salvo, sempre in linea con lo sperimentalismo che vagheggio per la cinematografia, è l’ambientazione. Come già detto, il film è ambiantato in Belgio, ma sembra di stare negli Stati Uniti. Questo per via dell’environment country frequentato dalla coppia e per il Southern-America life-style che i due perseguono. Prima di precipitare nel disappunto più totale nei confronti del film, ho molto apprezzato la scena in cui Elise, vestita d’un bikini stelle-e-strisce sulla sua pelle tatuatissima, seduce Didier, ammiccando dal cofano di un pick-up. Ma anche qui, il regista non resiste alla tentazione di pigiare nel plot degli argomenti che non sono affatto funzionali, ma evidentemente irrinunciabili… Mi riferisco alla questione della sperimentazione sulle cellule staminali ostacolata dall’Amministrazione Bush post 11 settembre, che secondo Didier, avrebbe impedito il progresso della ricerca sientifica e quindi la cura per il tumore di Maybelle…Devo commentare? No, non devo commentare…
Pietoso oltre ogni modo il finale, in cui il cadavere di Elise giace senza vita sul letto di un ospedale e Didier, intonando un requiem insieme a tre mariachi country suoi colleghi, trova sul corpo di lei un ultimo tatuaggio, “Alabama Monroe” ― “Alabama” è l’identità che Elise assume dopo la morte della figlia (trattengo l’ironia con cui massacrerei il cambiamento identitario di un personaggio che non è un vero cambiamento identitario: lei continua a essere una tatuatrice country sfatta dal dolore, l’unico cambiamento è quello d’indirizzo, giacché cambia casa); mentre “Monroe” è il nome del cantante preferito da Didier. Mancava solo il “TVTTB” e saremmo stati in pieno Moccia, 3MSC…
Come volevasi dimostrare, in questi giorni non ho ricevuto nessuna mail lezmuviana: il WG Mat ― detto anche The Lazy WG Mat ― non mi ha battuto sul tempo, anticipando un commento pro-film (come tutti quelli della fazione pro-film l’avevano incoraggiato a fare, shame on him…). Ma io continuo a esortare ogni contradditorio e spero che qualche Movier posti sul Baby Blog un commento al vetriolo contro la mia lettura… cosicché la si faccia vedere a questo Board Terminator 😉

E ora … CHANTING CHICAGO…

Chicago…Chi-ca-go scandito come ve lo scandirei io quando qualcosa mi rapisce e non riesco a impedirmi di canticchiarmela in testa…Oppure Chic-a-go-go, il nome di una trasmissione per bambini molto popolare da quelle parti (Bim Bum Bam sort of).
Comunque la si pronunci, Chicago toglie il secondo posto a Boston nella classifica “My Favorite Yankee City” ―il primo posto naturalmente non si discute, la regina sapete chi è, NaturallY… ;-).
Se Boston ti fa ritrovare l’Europa negli States, con gli spazi “contenuti” e il sapore un po’ Brit, Chicago ti scaraventa dritto dritto nella dimensione urbana dell’America: le distanze distanti, le strade a otto corsie, gli isolati che sono proprio quello, quadrati lunghi e larghi isolati da tutto, replicati all’infinito e uniti da un cordone d’asfalto. Eppure non è Los Angeles, territoriale e squallida. Chicago ha un suo centro e tanti quartieri, e  il centro non teme i quartieri.

Chicago è il Millennium Park, e l’astronave che quel marziano di Gehry si è divertito a far atterrare davanti a un prato che non è “off limits”, è lì apposta perché le persone ci si stravacchino, mangino, cantino, vivano. Mi hanno spiegato dell’approccio democratico della città, e si sente. Ogni tanto, con la bella stagione ci organizzano i concerti, al Pritzker Pavillon ―così si chiama l’astronave. E se hai fortuna, te ne capita uno proprio nella settimana in cui si svolge la tua conferenza su Virginia Woolf :-)… E potete immaginare, cosa sia, sentire Brahms e Bartok suonati dal vivo sotto il cielo serenissimo delle 7 pm, con una spianata di gente in religioso silenzio dietro di voi… Se poi vi alzate e fate quattro passi, vi imbattete in un fagiolo d’argento che nessuna mano divina ha sgranato dall’alto della sua superiorità, ma quella di un altro matto, un tale Kapoor, che si è divertito a offrire un frutto tutto umano, cellule e peccati, alla città. Un sogno sgusciato dal bacello imprevedibile della tecnologia, il fagiolo riflette la skyline mozzafiato tutt’intorno, e ti prende e ti sforma e ti risucchia dentro uno specchio togliendoti tutti i punti di riferimento e di appoggio: tu non sei più tu, ma un esserino perso nei labirinti della rifrazione. È un semino di dubbio, il tentativo di piantare il perturbante nel cuore moderno della citta… Ho dovuto impedirmi di rimanerci troppo a lungo ―il mal di mare è in agguato— nonché limitare il numero delle fotografie. Il “bean” VALE il prezzo del viaggio, trust me…

Chicago è l’ala nuova del Chicago Art Institute, disegnata da guess-who Renzo Piano e che sta di fronte al Pritkzer Pavillon, e le due strutture non si parlano, non si filano nemmeno ―a differenza di quello che vi raccontano le storiche dell’arte che potreste incontrare al museo… Se ne stanno lì, una tutta onda e l’altra tutta linearità ital(p)iana, come il tedesco e l’inglese delle barzellette ―uniti da una vicinanza ma lontanissimi nei secoli dei secoli.

Chicago è Oak Park, il quartiere giù a sud dove è nato Hemingway, si è trasferito un certo Frank Lloyd Wright e ha vissuto un altro certo, un tale Barak Obama… E Oak Park in realtà si chiama Harlem ―io convinta ci fosse solo quella di New York— e vi ci vogliono 50 minuti di metro per arrivarci, ma arrivateci, se ne avrete modo… Nemmeno l’ombra di un grattacielo, ma tutte quelle casette con il dondolo appeso nel portico, e tre gradini per arrivare al portico, le scandole color pastello e la sensazione che il tempo sia passato solo lassù, a Chicago Downtown, dopo che l’incendio del 1871 s’è portato via una gran fetta di città, facendone spuntare una nuova tutta-grattacieli, ma lì a Oak Park, lì la storia è ancora ferma agli anni ’30 o 40 ―per non dover dire ’60 e ricordare l’onta dello scontro razziale.

Chicago è il Mare Michigan. Sì, mare, perché la distesa d’acqua a perdita d’occhio blu cobalto è quello, mare, con le spiagge di sabbia grandi grandi, che ti accolgono all’alba, quando corri, incredula di trovare quello, un mare, quasi un oceano, sotto mentite spoglie….

Chicago è il meteo di Chicago. I locals ti spiegano che il vero problema è proprio il lago Michigan che permette al vento artico di scaraventarsi contro la città direttamente dall’Antartico ―il Canada purtroppo non aiuta un cavolo, con quella carestia di montagne che si ritrova. Allora, da dicembre a febbraio i poveri abitanti si infilano 3 strati di vestiti e cronometrano il tempo in cui rimangono fuori casa.
Sentite un po’ lo scambio che ho avuto con una shopping assistant che mi faceva da assistant in una pausa shopping dalla Conferenza ―che non si puo’ mica sempre lavorare.. 🙂
L’essere umano non vestito con i tre strati resiste diciotto secondi.
Io: “Eighty seconds?” ― non posso aver capito “eighteen”.
Lei: “No, eighteen” ― avevo capito “eighteen”.
Mi spiega che i cops fanno la ronda per assicurarsi che gli abitanti non schiattino ―“pass away”, dice ― mentre fanno un salto al drugstore per comprarsi la cena.
Io: “Ah ah ah” (risata boardiana molto sonora).
Lei: “I am serious”. (She is indeed serious).
Capite, è una faccenda seria, il freddo. E forse è per questo che la volumetria di tanti abitanti è così, come dire, adiposa… Stabilità contro il vento e uno strato protettivo aggiuntivo contro il freddo.

Chicago è la metro sopraelevata, che ti permette di acquisire una percezione aerea, non sottorranea, della città ―e volete mettere? ― bucando lo spazio tra i grattacieli e le distese suburbane.

Chicago è una metropoli e come tale regala un film ogni passo… Le ragazze coi capelli di paglia e l’odore di doccia appena fatta, nel dormitory in cui (non) dormo. L’afroamaericana vestita di tutto punto che cammina e parla da sola su Sheridan Avenue e no, non ha nessun auricolare o cellulare nascosto chissadove, parla solo a chissachi. Il portoricano che strilla alla sua ragazza “my life is a mess my life is a mess”, una mattina presto in spiaggia, e davvero in quell’urlo c’è tutta la disperazione del mondo. L’ubriaco svenuto fuori da una rivendita di alcoolici e la coppia di cops ―in cui non trovo quello buono— gli intima di alzarsi, now. L’obeso con gli occhi da labrador che culla il suo sacchetto unto del pranzo come fosse il bene più prezioso al mondo. E la sfinge giapponese che guarda il lago, seduta su uno scoglio, l’aria serafica, superiore, ma in qualche modo, incastrata dentro qualche schema che le rende la vita faticosa…

Chiacago è il Music Box Theater, un cinema anni ’20 con il suonatore che suona il piano prima di ogni spettacolo. Oppure la Facets Cinemathèque, la sala considerata più d’essai della città, sulla Fullerton. Eravamo tre spettatori a guardare “Particles Fever” il docu sul bosone di Higgs ―sì, ho visto un film sul bosone di Higgs…sì, eravamo in tre…

Chicago è cinema, già. Queste note https://www.youtube.com/watch?v=ruOjnJhoQcA&feature=kp mi hanno accolto all’aeroporto, perché “La stangata” è ambientato proprio lì, a Chicago, e pure “The Blues Brothers”… 😉

Quindi Moviers, trovatevi un conferenza ― meglio se su Virginia Woolf :-), meglio se tra giugno e fine agosto― and fly to the windy city! 🙂

E dopo aver cantato Chicago, rieccomi a strillare il film della settimana

LE WEEKEND
di Roger Michell

Eh, the summer sarà anche magic, come cantava Corona (!), ma come sappiamo, non supporta molto il cine. Questo film, per esempio, lo propongo sostanzialmente per tre ragioni: 1. la sceneggiatura è di Hanif Kureishi, autore inglese contemporaneo che ammiro, e che oltre ad essere abile romanziere e acuto saggista, scrive pure per il cine ― un suo classico è “My Beautiful Laundrette”, trovatevelo J; 2. Il regista è quello di “Notting Hill”, e chi non ha amato “Notthing Hill”, almeno in un momento della sua vita? (Per in inciso Spike è uno dei personaggi più comici della Brit comedy dei 90s); 3. Il protagonista, Jim Broadbent, è un attore bravo che recita sempre nei film di Mike Leigh e che ha la faccia da setter buono buono; 4. Mi sono giunte all’orecchio paroline molto positive sul film…
Ok, lo ammetto, non sono dei motivi su cui baserei alcun tipo di tesi, accademica e non, ma qui a Lez Muvi non c’è bisogno di far tanto i Walter Benjamin della situazione (!). Come motivazione basterebbe anche solo “perché sono drogata dai Movier e devo vederli”, no? 😉

Oggi mi perdonerete la lunghezza, spero… insomma, non esondavo da un mese!
La prossima settimana sarò meno fRuviale, promesso… 😉
E ora il Maelstrom, poi il riassunto (uff), i miei ringraziamenti e saluti, rimpratriotticamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Prima di partire per gli States, si sono guardati un po’ di film, tra cui “Maps to the Stars” di Cronenberg. Io e l’Anarco lo consigliamo al 100%.
La Zu consiglia al 100% anche “Maleficient” ― rivisitazione post-post-moderna della Bella Addormentata con una strega cattiva che non è affatto cattiva… Al 100% consiglio “Le meraviglie”, come avete già avuto modo di leggere al piano di sopra, ma non aspettatevi un film easy ― e per questo si guadagna il 100% 😉

LE WEEKEND: Meg e Nick sono coppia di insegnanti inglesi. Trent’anni dopo la loro luna di miele nella Ville Lumière hanno deciso di tornare a Parigi per un lungo weekend. L’incontro inaspettato con un vecchio amico, Morgan, riuscirà a far capire a Nick tutto quello a cui tiene davvero nella vita, e nel suo matrimonio con Meg.

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