LET’S MOVIE 204 – LA CITTA’ INCANTATA

LET’S MOVIE 204 – LA CITTA’ INCANTATA

LA CITTA’ INCANTATA
di Hayao Myiazaki,
Giappone 2001, 122’
Mercoledì 25/Wednesday 25
21:00 / 9 pm
Multisala Modena / Lo Smelly

Mousquetaires Moviers,

Ah questo eravamo, lunedì scorso dal Mastro! Atos, Portos, Aramis e D’Artagnan versione pink ― lo switch di gender sarebbe piaciuto a Dumas, credo, o forse più a Solange… 🙂 L’Anarcozumi, la Fellow Junior, la Movier More et moi, le Board. In effetti più che il quartetto francese alla corte di Luigi XIII c’è venuto in mente quello newyorkese anni ’90 al soldo della HBO. Sì loro, le quattro squinzie che hanno rivoluzionato la percezione del genere femminile nella società televisiva occidentale di fine millennio. Carrie, Miranda, Samantha e Charlotte. A noialtre mancavano un bel po’ di cose, tipo la Quinta Strada, tipo Central Park, tipo Mister Big (l’appeal ce l’avevamo invece, of course! :-))… Ma ci siamo fatte andare bene l’idea di essere un quartetto, e di essere lì, in quel momento, toutes ensemble. E poi il Mastro e tutta la Mastro’s family ci hanno fatto sentire a casa, e non mi pare cosa da poco.

In effetti mi piacerebbe molto sedermi qui due minuti e discutere con voi il concetto di “home”. È un hot topic sempre molto hot nel panorama dei topic che ci troviamo per le mani, cittadini di questo nostro mondo pieno di roba bollente da managgiare che siamo. Ovviamente i viaggi ―specie negli USA― mi fanno sempre ripensare a questo, ai legami che intessiamo con le terre, a quanto questi, a volte, non rispecchino la bibbia con cui t’indottrinano qui in Trentino. La parabola della relazione con il territorio, quanto il territorio plasmi la nostra identità e quanto sia importante preservarlo, valutarlo, macché-dico, RIvalutarlo…

E se invece non fosse PIU’ così? Let me play Al Pacino and the devil’s advocate a little bit… E se fosse stato così in passato, diciamo fino a prima del 2.0 e la rivoluzione dello spazio virtuale che occupiamo, ma ora fosse cambiato tutto? E se provassimo a smontare, o semplicemente mollare, quest’àncora che c’è stata tramandata da generazioni ―e generazioni di giornali/programmi/(pubbliche) amministrazioni― che ci ricordano quanto il nostro territorio sia FONDAMENTALE nella collocazione di noi stessi nel mondo e nella società? Se provassimo a vederci come mobili, (non nel senso IKEA, nel senso “in movimento”)? Avete mai pensato a tutto questo? A vedere il vostro corpo e la vostra intelligenza come entità a sé stanti, indipendenti da qualsiasi radicazione geografica? Vi risulta troppo azzardato, improbabile, inconcepibile? Vi risulta così assurdo? Bisogna avere necessariamente un rapporto in crisi, o solo critico, con la propria territorialità per porsi questi interrogativi, oppure no?

Tutto ciò non c’entra molto con il Lez Muvi di lunedì. O forse, a pensarci bene, sì. “Le weekend” mostra com’è cambiata una generazione che fino a ieri si considerava, e consideravamo, “vecchia”. Nick e Meg sono una coppia di cinquantenni-sessantenni ―l’età non viene, sapientemente, mai precisata― di Birmingham in trasferta a Parigi per il weekend. Scopo del viaggio, festeggiare il 30esimo anniversario di matrimonio nella città che li aveva accolti per la luna di miele. Già vi sembra la premessa per una commedia brillante, di quelle che vedono Diane Keaton per  protagonista, il lui di turno un Jack Nicholson, o un Robert Deniro-alla-frutta, lui&lei che fanno un po’ di cane&gatto all’inizio, ma che poi a lungo andare si scoprono anime gemelle nella cornice pastello e posh di una Miami, o una Malibù. Invece, nooooouuu! I due, Nick e Meg, si massacrano per tutto il film! Anche se la vera peperina ―panzer sarebbe il termine― è Meg, che non perde l’occasione per infierire sul marito, un professore universitario insicuro e nostalgico che fa tenerezza al solo guardarlo ― s’è già detto dell’espressione da setter buono buono dell’attore.

Ma non è la classica carrellata di siparietti ironici su marito e moglie attempati che rimpiangono la giovinezza. Niente Congreve, niente Shakespeare da “Le allegre Comari di Windsor”… E non è nemmeno “Notting Hill”, ovvero “tutto ciò che vorresti ti capitasse nella vita raccontato da un film” ―essere una Julia Roberts sfondata di soldi che si rimorchia un Hugh Grant versione libraio squattrinato e irresistibilmente British.

“Le Weekend” è come spiare nella vita di una coppia e vedere e sentire quello che di solito non si vuole (far) vedere e sentire. Gli insulti plateali, quelli sottili. Le ricriminazioni. Il tendere alla libertà, agognarla anche ―come Meg, che minaccia di lasciare Nick ogni tre per due― e il ritrovarsi imprigionati in un rapporto che è al contempo al capolinea e in perpetua ripartenza. Nick e Meg si attraggono e si respingono, si cercano e si rifiutano per tutti i tre giorni parigini, e il film di cui sono protagonisti ―che altri non è se non il grafico del loro rapporto― è ondivago, ondulatorio, o sussultorio (scegliete pure quello che perferite, geofisici Fellows), nel senso che segue gli slanci di entusiasmo quasi infantile e le picchiate di depressione senile che vivono queste due anime un tempo gemelle e ora chissà. E infatti i due passano da bravate adolescenziali come scappare da un ristorante senza pagare il conto, o rincorrersi dentro un centro commerciale, a dialoghi serrati di una crudeltà micidiale che porta a scoprire il lato difficilmente accettabile dell’amore: la routine, il fardello dei figli (i 30enni che supplicano di poter tornare a casa dei genitori), la consapevolezza che quello che hai accanto è sia lo spazio che conosci meglio al mondo, sia, per tanti aspetti, un perfetto estraneo. Il risultato è la schizofrenia. Io che pensavo permeasse la generazione dei trentenni, quelli che non sanno da che parte andare a parare e quando lo sanno difficilmente ci arrivano ―per via della crisi e il brain-drain e il depauperamento della classe media e tutti quegli argomenti che riempiono la bocca agli opinionisti. Quelli che sono vittime dei rapporti più che esserne autenticamente artefici e che spesso mettono su famiglia e accendono mutui perché che altro si può fare se non fare quello che ci si aspetta che loro facciano? Quelli che sono insicuri e volubili e incostanti e fragili e viziati. E invece, guardando “Le weekend” scopri che anche la generazione prima, quella dei Baby-Boomers, non è messa tanto diversa… Anche Nick canticchia e ballicchia Bob Dylan (questa di Bob Dylan, https://www.youtube.com/watch?v=g1s47L8DrJ0) in boxer davanti allo specchio. Anche Meg gioca a fare la femme fatale infilando pizzi e provocando il marito. Anche loro devastano una stanza d’albergo, graffitando le pareti come il più classico dei Lenny Kravitz…

Insomma un trentenne pensa: va be’, ora sono così, alla perenne ricerca di un equilibrio, il centro di gravità permanente (grazie dell’assist, Franco B.), ma quando arriverò ai mid-50s, cavolo non sarò PIU’ così, avrò trovato equilibrio e centro, e i miei rapporti non si baseranno più sulle cavolatine del vivere quotidiano e non ci sarà il punzecchiamento continuo e il “oh come sei colà” e il “uh ma perché fai così”. A quell’età sarà diverso, sarò arrivato, formato, completo. Invece NOOOUUU, la schizofrenia esistenziale e relazionale è la stessa! Solo che forse a quell’età si ha più il timore di cadere nel ridicolo: la società e il luogo comune ti dice “you are 55, you are not supposed to…”. E invece sei proprio così! Ti viene voglia d’infilarti “Like a rolling Stone” nelle orecchie a tutto volume e imbrattare le pareti di un albergo posh. E non è cosa da poco, quello che fa questo film, che vabbé, non passerà alla storia e forse lo scorderemo. Però mi mostra un lato di quella fascia d’età che di solito rimane nell’ombra del non-detto. Non si parla mai di sessualità tra una coppia tra i 50 e i 60 ― se ne parla solo se uno dei due è una ninfa Lolita, oppure un virgulto Laszlo (mai visto “La chiave” di Tinto Brass? ;-)).

Il regista, Michell, sempre in sodalizio con lo sceneggiatore Kureishi, aveva già sondato il filone nel 2003, realizzando un film “scandalo”, “The Mother”: un giovane e rustico Daniel Craig diventa l’amante di una donna molto molto più matura di lui ―ma non matura Sharon Stone, matura Angela Merkel, capisciammmé. Fece scandalo perché la fisicità vizza era, ed è, ancora tabù. in “Le Weekend” Michell+Kureishi continuano il discorso e ci fanno entrare nella vita di due che, per molti aspetti, appaiono, e si sentono, come due ragazzi dentro un corpo da adulti, due ragazzi che vogliono lasciarsi, ma che alla fine non lo vogliono veramente, o forse sì, non lo sanno nemmeno loro. E il bello di questa storia è che questi due personaggi, alla loro veneranda età di XXX anni, hanno ancora qualcosa su cui accapigliarsi ―e non già la spazzatura da portare fuori o la scelta delle piastrelle del bagno da ristrutturare― qualcosa di emozionale su cui dibattere, su cui innescare la dialettica. Insomma, il “dramma” continua ―voi lo sapete che “dramma” vuol dire “azione”, vero? E sull’azione il film si chiude: Meg, Nick e l’amico Morgan (scrittore di successo, personaggio-cameo insopportabile e riuscitissimo) si mettono a ballare il Madison, un ballo che, a quanto leggo, era popolare negli USA negli anni ’50: un omaggio alla scena finale di “Bande à parte”, il film cult di Godard (guardate quant’erano fichi https://www.youtube.com/watch?v=47XX-h_hMME). Quindi in fin dei conti il film mi ha fatto riflettere su molti argomenti “proibiti”, o comunque, occultati. E quando il cine porta a galla ciò che rimane sotto la superficie ― come l’immacolata e borghesizzata quotidianità-di-coppia di due rispettabili british ― allora io dico grazie al cine, anche se magari il prodotto non è un must-see a tutti i costi e di Michell continueremo a ricordare “Notting Hill”…

Un must-see a tutti i costi, invece, è assolutamente

LA CITTA’ INCANTATA
di Hayao Myiazaki,

In versione restaurata, rieccolo, il capolavoro del Maestro Myiazaki, che non solo vinse l’Orso d’Oro a Berlino nel 2002, ma anche l’Oscar come miglior film d’animazione nel 2003. Con lui, il Maestro, non ho bisogno di spendere parole: non devo convincervi a NON perdere l’occasione di vedervi quest’opera al cinema, tra l’altro in versione restaurata. Il mio compito si esaurisce con lo scrivervi titolo e ora. 🙂

Mi pare di aver messo parecchia carne al fuoco anche stasera ― e detto da una vegeteriana… ― ma più nei contenuti che nelle lunghezze… Quindi mi appresterei all’uscita, non prima, tuttavia, di avervi rammentato la fermata prevista dalla legge in area Movie Maelstrom, ed essermi assicurata che saltiate, percarità, il riassunto.

Questa sera i ringraziamenti sono davvero sentiti: avete superato più o meno indenni il kilometro lezmuviano della mail scorsa. Ebbravi i miei Moviers! E i saluti, quelli, sono alexandrinamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Al Music Box Theater ― quella bella sala anni ’20 di Chicago, al 3733 di North Southport Avenue, se capitate da quelle parti ― avevo visto “The Dance of Reality”, del regista cileno Alejandro Jodorowsky. Se siete per le pellicole non convenzionali e vi piacciono i registi visionari, da Fellini a Gondry passando per Gilliam e Jarmush, ma con uno stile, se possibile, ancora più imprevedibile e irriverente e scioccante, segnatevi questo titolo…Non rimarrete delusi… È un trip! 😉

LA CITTA’ INCANTATA: Chihiro ha dieci anni ed è una bambina testarda e capricciosa. Quando Akio e Yugo, i suoi genitori, le comunicano che devono traslocare, la piccola si infuria e dà sfogo a tutta la sua rabbia. Durante il viaggio verso la nuova casa, i tre si fermano in una città fantasma dove li attende un sontuoso banchetto. Akio e Yugo si gettano avidamente sul cibo e vengono tramutati in maiali sotto gli occhi increduli della figlia: sono finiti in un mondo abitato da antiche divinità e da creature magiche governate da una strega malvagia, la perfida Yubaba. Chihiro, per sopravvivere, dovrà rendersi utile lavorando…

 

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