LET’S MOVIE 205 – SYNECDOCHE, NEW YORK

LET’S MOVIE 205 – SYNECDOCHE, NEW YORK

SYNECDOCHE, NEWYORK
di Charlie Kaufman
USA, 2013, 124’
Martedì 1/Tuesday 1
21:00/9:00 pm
Astra/Dal Mastro

 

Moody Moviers,

Che altro potevamo essere dopo un martedì mondiale non già da leoni ma da qualcosa che gli si avvicina a livello di rima… Perdere non piace a nessuno, e giocare piace a tutti. E non sprecherò certo qui il mio tempo e la vostra attenzione cercando di spiegare a Mario l’Irochese che nessuno ce l’ha con lui né tantomeno il colore della sua pelle ― su quello della cresta meglio non dire ― e che la delusione non sta tanto nella sconfitta in sé, quanto nell’impossibilità di giocare ancora. È l’interruzione del sogno, che noi tifosi-bambini piangiamo. La delusione sta in quello. Questo conferma per l’ennesima volta che “nulla va mai come lo volevi tu” ―Raf aveva pensato a cantarlo molti anni addietro, e lo ringraziamo per questa sua fulminea illuminazione filosofica di valore direi copernicano. 🙂
No, nulla va mai come la volevamo noi, nel calcio e fuori dal calcio. In più il temporale che si è protratto da martedì notte a buona parte di mercoledì ―mai temporale fu tanto protratto― ci ha dimostrato quanto i Romantici avessero un sacco ragione a sostenere la rispondenza fra mondo esterno e mondo interno, e che le brughiere spazzate dalla tormenta e le navi sballottate fra onde in tempesta non erano semplici accadimenti partoriti dalla sfiga meteorologica, ma eventi che amplificavano quello che sentivano loro. Allo stesso modo, la sconfitta della Nazionale e la furia degli elementi martedì-mercoledì risultano stranamente coerenti con il mood di un’intera nazione.
Quindi moody lo eravamo tutti, e gloomy anche. Ma tant’è. Ora Prandelli s’è dimesso, ci sarà un nuovo allenatore. La pioggia non ha ancora smesso di scendere, ma lo farà PRIMA O POI. Ci sarà un nuovo inizio…The second coming, diceva W.B. Yeats ―che no, non è il centroavanti dell’Inghilterra, è un tizio di Dublino che se la cavava bene con le parole. 😉
E ora arrivo a Myiazaki, che mi piace occupi proprio questa settimana che ha ammiccato al bambino che è in noi. Ne avevamo tutti voglia. Ed è con grande orgoglio ― e un Te-l’avevo-predetto-io rivolto a quella scettica canaglia 😉 del Fellow Big ― che comunico la presenza di 7 (sette) Moviers allo Smelly, mercoledì sera.
C’è chi ha dominato la penuria parking (la Fellow Vanilla), c’è chi è arrivata con grande anticipo perché è una Junior e quindi deve ancora affinare la tecnica del last-seconding (la Fellow Junior, appunto), c’è chi mi attende conversando grandegatsbyanamente fuori dal cine (il Fellow Onassis Jr, per status finanziario, e il Fellow Felix, finalmente libero dalla morsa del Listen&Repeat), c’è chi giunge da specialista myiazakiano con l’andatura sostenuta di chi non vede l’ora di rivedere un film per la dodicesima volta (il WG Mat, e le volte potrebbero anche essere 13, t.b.c.), c’è chi giunge di corsissima dalla palestra, eppur giunge (il Fellow The-Candy-The-Andy) e ci sono io, che arrivo con una stola da simil Cannes ―adattissima allo Smelly environment, come state pensando― perché Myazaki merita questo e altro.

“La città incantanta” era quello che ci voleva, sì. Dopo sconfitte e temporali indoor e outdoor, dopo creste platino (passi tutto, ma il platino…) e pive nel sacco, il capolavoro del Maestro non poteva starci meglio. Due ore in cui rimetti piede nell’Infanzia, lo Stato, il luogo che perdiamo con l’avvento della maturità, ma che, in qualche modo, manteniamo sempre dentro di noi e che possiamo ritrovare attraverso alcune esperienze, prima fra tutte quella artistica.
Cos’è che mi fa dire che “La città incantata” è un’esperienza artistica? Be’, quando lo sguardo degli adulti in sala è uguale a quello dei bambini, quando non senti volare una mosca e le bocche non sono spalancate per accogliere del popcorn bensì l’incanto, quando esci fuori alla fine e non sai bene quello che hai visto, ma ti è piaciuto, oh se ti è piaciuto, e vorresti tornare dentro come quando volevi rislaire sull’ottovolante da piccolo o riaccostare l’occhio al caleidoscopio. Quando hai avuto paura e hai riso, ti sei stupito e hai pensato “ma com’è possibile…?”. Quando tutto questo si realizza ―e ne ho avuto certezza vedendo i Moviers aleggiare verso l’uscita con uno sguardo perso in un altro dove come li ho visti coi miei occhi ― significa che sei davanti all’arte. L’arte la capisci al volo, ma non la capisci tutta. T’inqueita e ti spiazza, ma ti meraviglia e per un lasso di tempo può svelarti il mistero della poesia che rincorre la bellezza. Questo fa Myiazaki.
Ciò che mi colpisce sempre dell’universo myiazakiano, e che mi fa parlare di poetica onirica per la sua opera, è la sua vicinanza alla modalità espressiva assunta dall’avanguardia del Surrealismo, ovvero, evocare il fantastico in tutte le sue accezioni ―perturbante, inquietante, spaventoso, meraviglioso― attraverso associazioni iconografiche potentemente contradditorie ― pensate alla pittura di Dalì, Tanguy, pensate a Lynch nel cinema.
L’adorabilità di personaggini che più adorabili non si può ―moschine, topolini, cibo per pulviscoli di carbone che non sono cibo e pulviscoli ma stelline colorate viventi, ed esserini neri con occhietti piccini piccini―e di contro l’orrore di dettagli e personaggi da incubo. Penso alle tre teste verdi che tonfano qua e là, o a Piccino, un bimbo che sembra un putto da pubblicità Pampers e che in realtà nasconde in sé un mostro viziato e con tratti di cattiveria da bambola gotica ―brrr, le bambole gotiche… E tutto il film è basato proprio su questo doppio registro della meraviglia accompagnata dalla paura. (Myiazaki sa quanto i bambini siano affascinati dalla paura, e sa che tanto più terrificanti risultano le situazioni che i loro eroi devono affrontare, tanto più significativo risulterà il loro superamento).
Ci spaventiamo in continuazione insieme alla protagonista, Chihiro, una ragazzina che sta traslocando con i suoi genitori, e si ritrova dentro un mondo magico, in cui deve cavarsela da sola, capire come funziona, salvare i propri genitori e tornare alla realtà. Ed è proprio il fantastico ― in senso todoroviano**― il vero protagonista del film.

L’inizio è costruito in modo tremendamente efficace: i genitori si lasciano attrarre da quello che credono essere un parco dei divertimenti abbandonato, e attraversano un tunnel per raggiungerlo. Chihiro sente da subito che qualcosa non va, e cerca di convincere i genitori a non andare. Il vento che risucchia i tre personaggi in questo mondo incantato ―stregato, potremmo dire― è sinistro, carico di presagi. Ma solo Chihiro sembra avvertirlo, come se solo lei possedesse un livello di sensibilità sensoriale che i genitori, invece, hanno smarrito. E questo è tipico del cosmo myiazakiano in cui gli adulti sono gli irresponsabili e il sesto senso ― non la logica!― è il demone (in senso di “daimon/demone” platonico) dei bambini.
Ben presto capiamo che la città incantata è una sorta di spa in cui le divinità, strani esseri dalle forme più improbabili, si recano per purificarsi: il carico simbolico dietro una struttura(zione) di questo tipo rimanda senz’altro ad “American Gods” di Neil Gaiman, e ad esperimenti di mitologia fantastica o supernatural contemporanei come i racconti di J.G. Ballard ― mai letti? Brrr….
E tutto è estremamente simbolico in questo film, ma assolutamente NON didattico o spiegato: per questo piace ai bambini ― c’è la figura,  ma senza didascalia sotto. Prendiamo per esempio Senzavolto, la creatura che divora tutto ma che tutti, tranne Chihiro, adorano perché produce oro. Chihiro non l’adora perché lei non persegue la ricchezza fine a se stessa, e solo chi non persegue la ricchezza fine a se stessa è libero dal suo giogo. Senzavolto, in origine è buono ma diventa mostruoso quando comincia a consumare in modo bulimico, trangugiando tutto ciò che gli capita sotto il naso. E da questo produce una ricchezza effimera: quell’oro, significativamente, si trasforma in fango…
C’è inoltre un discorso altrettanto profondo sull’identità: Haku, il ragazzino che aiuta Chihiro all’interno della città incantata spiega alla ragazzina che Yubaba ―la tiranna manager della spa― governa il regno degli spiriti rubando letteralmente il nome delle sue vittime. “E se ti rubano il nome, non sai più tornare a casa”, come se l’identità personale fosse intrinsecamente legata alla capacità di (ri)trovare il proprio posto, che è come dire, conserva te stesso se non vuoi smarrire la tua via… E Chihiro infatti dovrà assumere il nome “Sen” all’interno della Città Incantata, e riacquisirà “Chihiro” solo alla fine, quando sarà libera da ogni contratto e avrà a sua volta liberato i genitori dall’incantesimo di cui erano caduti vittime.
E poi ci sarebbe anche da dire dell’allegoria ambientalista nel film: ci sono i fiumi che scompaiono seppelliti dall’immondizia e dall’avvento del progresso: una delle divinità che si purifica nel centro termale è infatti lo spirito di un fiume che ha fagocitato talmente tanto sporco e inquinamento da diventare una creatura di fango abominevole. Si purificherà vomitando i rifiuti che gli esseri umani gli hanno rovesciato dentro…meaningful enough I’d say…
L’acqua svolge sempre un ruolo cardine nei film del regista giapponauta (pensate a “Ponyo sulla scogliera”!): un fiume divide i mondi, o forse è meglio dire, un’inondazione ha parzialmente sommerso la terra tra il fantastico e il reale. La scena in cui Chihiro prende il treno per attraversare questa “Terra di Mezzo”, ha colpito un po’ tutti. La ragazzina sale su un trenino popolato da ombre di uomini ―i primi che incontra dopo la fila di mostri della spa. Nessuno parla, e l’atmosfera è come sospesa, dechirichiana ― l’orologio della prima fermata è senza lancette… Quante volte ci è successo di sentirci così, in un posto in cui gli altri esistono, ma è come se non esistessero, come se fosseero  solo delle “walking shadows” (thank you, Mr Shakespeare), e tu ti senti solo e (dis)perso, ma sai che non puoi fare nient’altro se non andare avanti. Chihiro fa questo, va avanti, imperterrita, coraggiosa, e arriverà dove vuole arrivare. Ci arriva grazie al lavoro, l’impegno, grazie all’amicizia ―spesso assurda con personaggi assurdi― e al lavoro di squadra ― il nastrino che le legherà i capelli alla fine è opera di tutti i suoi aiutanti…
Questi ― lavoro, amicizia, coraggio, compartecipazione ― sono tutti valori che Myiazaki propone sempre nei suoi film. Ma come i grandi poeti, lui non spiega. Evoca. And again, è proprio questo che ci piace di lui. Il suo porre i fatti (qui fantastici) senza imporre morali o insegnamenti da Manuale delle Giovani Marmotte. Myiazaki arriva e piace ai bambini perché parla attraverso il segno puro, non decodificato: sa che il bambino, lontano da qualsiasi corruzione che il pensiero razionale ha portato all’adulto, riuscirà a estrapolarne il senso profondo senza alcuna difficoltà. Dal canto loro, gli adulti, se bendisposti, si liberano dalla stretta della logica, accolgono il fantastico, ed escono assorti, aleggianti, come noi Moviers…
Mi piace pensare che “La città incantata” sia ancora oggi dopo 10 anni il più grande incasso di tutti i tempi in Giappone. Mi piace pensare che milioni di adulti si liberino da quella stretta e intraprendano il viaggio mirabolante, allucinato, allucinogeno, a tratti spaventoso e miracoloso, che affronta Chihiro, come se loro stessi fossero Chihiro.
E ora, dopo questo secondo viaggio nella città incantata ― scriverci sopra è stato come ritornarci dentro 🙂 ― ecco che la realtà mi sfiora la nuca con le sue unghie verdi…

Questa, miei Moviers, è l’ultima settimana in cui il Mastro alzerà le serrande del Cinema Astra. Dal 4 luglio, le serrande rimarranno TRISTEMENTE, CATASTROFICAMENTE abbassate per un tempo infinito ― stavo pensando di chiamare Atreiu…
Pertanto non manchiamo a

SYNECDOCHE, NEWYORK
di Charlie Kaufman

Del film, so che il regista è lo sceneggiatore dei film del gran Gondry, come “Eternal Sunshine of the Spotless Mind” (traduzione volutamente non disponibile) e dei film di Spike Jonze tra cui “Essere John Malkovich, e “Il ladro di orchidee”, e che Philip Seymour Hoffman, the beloved and gone, ci recita. Vederlo non è un’opzione. È un dovere. 🙂
Certo bisogna dire che il Mastro non si/ci fa mancare nulla e chiude in bellezza, proponendo due classici spaghetti western di Sergio Leone che tengo a segnalare: “Per un pugno di dollari”, in versione restaurata, mercoledì alle 21:00 e “Per qualche dollaro in piùgiovedì alle 21:00.

Il 4 luglio, lungi dallo segnare alcun tipo d’indipendenza per noialtri, vedrà semmai l’inizio della nostra indigenza. Ogni estate la stessa storia, carestia di film e Board tribolante… Martedì faremo il punto della situazione e decideremo il daffarsi. Per ora vi lascio con il riassunto (buuuhh!), il Movie-Maelstrom (yeehhh!) e dei saluti, oggi (un po’ early), umoralmente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

**Credo di avervelo già consigliato, ma ve lo riconsiglio ben volentieri, Cvetan Todorov, “La letteratura fantastica”, un librettino godibilissimo e ricco (Garzanti)…Date uno sguardo qui… http://it.wikipedia.org/wiki/La_letteratura_fantastica 😉

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Ho sempre voluto ―e sempre scordato di― mandarvi questo piccolo capolavoro, struggente, seducente https://www.youtube.com/watch?v=lASwxqAlnFs…. Qualche anno fa è stato ingiustamente sfruttato da quel lacridramma galattico di “Saturno Contro”, quindi oggi per la prima volta nella storia lezmuviana, noi lezmuviani facciamo un’operazione contro-cinematografica: prendiamo il pezzo, lo svincoliamo dalla sfortunata astronomia ozpetekiana e lo restituiamo alla sua dimensione puramente musicale. Rescuers che siamo… 😉

SYNECDOCHE, NEWYORK: Caden Cotard è un regista teatrale di New York la cui vita sta prendendo una brutta piega. La moglie, pittrice, lo ha piantato per andare a Berlino, portandosi via anche il figlioletto. Nemmeno la nuova relazione con una giovane attraente e ingenua decolla. A complicare le cose ci si mette anche una serie di disturbi fisici. Estremamente preoccupato Cotard trasferisce l’intera compagnia dal teatro a un capannone, dove mette in scena uno strano spettacolo che pian piano prevede l’intera ricostruzione della città che li circonda.

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