Posts made in luglio, 2014

LET’S MOVIE 209 – propone SMETTO QUANDO VOGLIO e commenta LA SEDIA DELLA FELICITA’

LET’S MOVIE 209 – propone SMETTO QUANDO VOGLIO e commenta LA SEDIA DELLA FELICITA’

SMETTO QUANDO VOGLIO
di Sydney Sibilia
Italia, 2013, 100’
Giovedi’ 31/Thursday 31
Cortile Interno Palazzo Thun
Botteghino aperto dalle 20:30
Inizio film ore 21:30/9:30 pm
Via Belenzani something
Ingresso/Entry 5 Euro

Fortuna Fellows,

che la fortuna esiste.
Giovedi’ ero già pronta ad assistere al film che mi ero girata in testa, con la partecipazione straordinaria del meteo. Sentite un po’ la trama. Un cielo serenissimo, più blu del dipinto di blu, le persone tutte contente contente…Oh signora anche lei qui stasera…Be’ sì, dopo tutto ‘sto maltempo, e poi con il cinema a 5 euro… A proposito, che film è questo…?
Insomma, tutti prendiamo posto nel cortile sotto le stelle, il proiezionista (oddio, ora che la pellicola è decaduta, è decaduta anche la professione? Anche la parola, “proiezionista”? Dove riposano le parole decadute? C’è un ospizio, un cimitero? Ne riparliamo???), il proiezionista decaduto avvia il file e per buoni undici minuti tutti si godono la dolcissima intesa fra estate e settima arte.
Quand’ecco — “quand’ecco” DOVETE usarlo!— che il cielo s’incupisce, e in men che non si dica, buuuum, piove giu’ una bomba d’acqua di quelle che cadono sull’Italia da quando in Italia s’è cominciato a definire cosi’ gli acquazzoni, i cari vecchi acquazzoni —“bomba” ha un ben altro sensazionalistico appeal, rinviando all’assetto bellico del cielo, mentre “acquazzone”, chevvolete, fa molto “Marcovaldo”, al massimo “La Pimpa”. E allora il pubblico si fa prendere dal panico, perché non ha portato soprabiti né tantomeno ombrelli, e le due signore di prima, sì, proprio quelle due che avevamo incontrato lassù all’ingresso fuggono atterrite per non mettere a repentaglio la messa in piega da sei milioni di dollari — che sul cine si lucra, ma sul parrucchiere non sia mai.
E noi Moviers, che non siamo del popolame sprovveduto qualsiasi, ci eravamo attrezzati a dovere ed estraiamo il k-way anni 80 o l’impermeabile da giapponauta-a-Venezia anni 90, e guadagnamo l’uscita sotto i lapilli di pioggia —anche “gocce” e’ roba da Marcovaldi e Pimpe, dai — tutti sconsolati per i rimanenti 79 minuti di film sfumati, sfilmati, insomma persi, che difficilmente riusciremo a recuperare.
Il film che avevo in testa si chiude su di noi, piccole e tenaci creature lezm-umane, che ci dirigiamo, piccoli e tenaci, verso un improbabile ovest, sferzati dagli elementi, in cerca di un tetto…in cerca di tutto purche’ lontano dalla devastazione, cormacmaccarthiani come i due protagonisti di “La strada”, che se non avete ancora letto consiglio di leggere —e se non avete ancora visto Sconsiglio di vedere.

Fortuna che la fortuna esiste e che questo film è rimasto solo una mia allucinazione personale…. La serata è rimasta chilly —really REALLY chilly— e non s’è assistito a scene di panico generale. Io e i Moviers ne abbiamo naturalmente approfittato e goduto. I Moviers erano il D-Bridge che, voi non ci crederete, ha rivisto il film per la seconda volta, e non perché s’è sbagliato, ma per essere con noi di Lezmuvi —esempio, questo, di enunciato la cui verità sbucherà fuori solo se lo private dalla manipolazione del Board 😉 E poi c’era il Sergente Fed FFF, che non vedevamo dal maggio del 1918. Ma come dico sempre, se di mezzo c’e’ l’amour o lo sport, il Dragon Board si squaglia… E quindi bravo al Sergente che ha portato la sua Michela a Lez Muvi. 🙂
Dato che qualcosa di chiqualatina risiede nei suoi tratti somatici, lei sara’, ora e per sIempre, la nostra Movier Michelita J e speriamo di vederla spesso, con  o senza Sergenti —ma con e’ meglio, dai 😉

Nel caso in cui altri Fellows fossero stati presenti e io non li abbia visti, vi prego di perdonarmi e di parlare direttamente con il mio oculista. La prossima volta, ululate un licantropico “Fr(a)uuuuuu”, e forse —e dico forse!— vi sento e vi rintraccio. 🙂

Quindi c’erano tutte le premesse per un seratone. E invece il piatto forte ci delude —guardate, in fondo Lez Muvie non e’ che il finger food, la carta colorata che circonda la ciccia, ma la portata principale e’, e deve rimanere lui, il film. E non so bene, in coscienza come affrontare questo pippone oggi. “La sedia della felicita’” e’ l’ultimo film di Mazzacurati. Prenderlo e massacrarlo mi risulta atto oltremodo impietoso. Un conto e’ quando me la prendo, pur bonariamente, con i registi vivi: c’e’ in me la speranza inconscia di poterci battagliare dal vivo, dando loro il modo di rispondermi per le rime —non sono cosi’ maleficient come mi dipingo(no) dai 😉 Ma quando il regista e’ mancato di recente, e la perdita e’ ancora fresca, si innescano delle dinamiche di rivalutazione della sua opera omnia, di rispetto nella sua totalita’ come artista dall’inizio della sua carriera, che ti impedidiscono di prorporre critiche troppo violente. Se parlo male del suo ultimo film, mi sembra di far torto, o peggio, di macchiare, tutto quello che di grande e bello ha fatto per noi spettatori, concentrando lo sguardo solo sull’ultimo scivolone, senza considerare tutto il giusto che l’ha preceduto. Un po’ come se avessimo mantenuto la media dell’8 per tutto l’anno, poi all’interrogazione del 5 giugno prendiamo i “Sepolcri” per l’ultimo episodio di “Twilight”, e il prof. ci punisce annullando tutto il sudore sudato sull’Ortis… Insomma, tutti possiamo cadere, no? Tutti possiamo confondere Ippolito Pindemonte con Robert Pattinson, via, prof…
No, non e’ la fine del mondo se Mazzacurati e’ incespicato. Forse chissa’, magari sentiva avvicinarsi la fine e voleva lasciare tutti lasciando una specie di fiaba dei tempi moderni come ultimo dono per i suoi spettatori.
Un’estetista di Jesolo e un tatuatore romano trapiantato in Veneto si trovano uniti nella ricerca di una sedia al cui interno una riccona che spira a inizio film (un’inguardabile Katia Ricciarelli), ha nascosto un tesoro. Il film e’ una specie di lunga caccia al tesoro in cui i due eroi se la vedono con un prete (interpretato dal big boy Battiston) che nasconde dietro gli scopi umanitari la ricerca spasmodica del bottino: in realta’ ne ha bisogno per saldare i debiti accumulati con il video-poker… Il problema e’ che la sedia fortunata ha undici sedie gemelle, perfettamente identiche, sparse per tutto il Veneto: missione di Bruna e Dino e’ rintracciare tutti gli esemplari e sventrarne la seduta fino ad arrivare a quella giusta.

Scrivendovi la trama esile esile, mi viene da pensare che potrebbe benissimo essere un cartone animato: i due protagonisti, piu’ che due adulti, sembrano una coppia di adolescenti conquistati/fulminati dal (bi)sogno di cambiare vita, e il miraggio di credere a un deus ex machina che possa palesarsi in forma di carato e risolvere tutte le loro grane. Non ci si dimentica infatti nel film che i due fanno i conti con i conti che non tornano a fine mese e che i problemi del quotidiano contemporaneo filtrano nella favola: le ristrettezze economiche, certo, ma anche, per Dino, la condizione di padre divorziato che sente molto la mancanza del figlio (bravo Mazzacurati che in due scene DUE —di cui una indiretta— allude a una situazione di disagio famigliare senza bisogno di tanti spiegoni e sottotrame).
Nel film c’e’ la terra di Mazzacurati, il Veneto, percorso e ripercorso in lungo e in largo nei suoi film, ma qui e’ spogliato da quel velo di malinconia che lo circonfondeva in opere come “La lingua del santo” o “La giusta distanza”. La cifra favolistica annulla qualsiasi tipo di sporcatura malinconica e anche le piane costellate da ristoranti cinesi grandi come capannoni e le citta’ dai centri commerciali votati all’apparire (Dino e’ un tatuatore e Bruna un’estetista) non sono oggetto di critica. Sono uno sfondo diverso, moderno, un po’ come la citta’ lo era per Marcovaldo (oggi, lo notate, predico il Calvinismo ;-)). Ma non c’e’ una riflessione sul luogo: il degrado paesaggistico del Veneto che geo-localizza il degrado umano dei suoi abianti —e, allargando il discorso, il nord Italia, e, allargandolo ancora di piu’, l’Italia— e’ una deduzione che sto formulando io al momento, piuttosto che un obbiettivo della regia…. Mazzacurati sceglie una coppia di personaggi sostanzialmente losers, come lo erano Albanese e Bentivoglio in “La lingua del santo”, e proprio come loro, si ritrovano ad essere vittime e artefici di situazioni tra il comico e il catastrofico. Solo che mentre la catastrofe per-segue i due rapitori della lingua di Sant’Antonio fino alla fine, e alla fine uno ne rimane fatalmente vittima, in “La sedia della felicita’” la catastrofe e’ inverosimilmente risolta e volatilizzata. Un lieto fine formato famiglia elimina tutti gli ostacoli: il prete avido, i creditori impietosi, persino l’impaccio tra Dino e Bruna, innamorato e innamorata che aspetteranno, guarda te, proprio il finale fiabesco per dichiararsi… E tutti vissero felici e contenti, in uno scenario che piu’ fairy-tale di cosi’ non si puo’. E qui c’e’ lo zampino dell’Anarcozumi e della Trentino Film Commission, che hanno scovato e messo a disposizione di Mazzacurati dei posti molto pittoreschi per girare le ultime scene ambientate in montagna. 🙂

Non dico nulla dell’orso posticcio. Non dico nulla della fine fatta fare al prete Battiston, ne’ della scena conclusiva con Dino e Bruna, lei agghindata come una matrona romana con tutti i gioielli della Corona addosso, e lui in brodo di giuggiole al suo fianco, dietro le tre cime svettanti di Lavaredo o Heidi, fate voi, e un futuro roseo spalancato all’orizzonte. E non dico nulla nemmeno degli stereotipi, delle macchiette, i soliti luoghi comuni che credo Mazzacurati abbia volontariamente trattato alla grossa, senza puntare ad alcunche’ nello specifico. A quanto leggo voleva divertirsi, nel suo ultimo film. E se cosi’ e’ stato, se “La sedia della felicita’” l’ha divertito, bene, missione compiuta. Lo considero come una specie di “ultimo deisiderio” del condannato… E se c’e’ un aspetto che ha divertito anche me, e’ stato ritrovare tutti i personaggi che hanno popolato il suo cinema, comparsare per il film e salutare, cinematograficamente, il regista. Bentivoglio, Albanese, Silvio Orlando, Balasso, Citran…

Poi, vedete, a me e al D-Bridge il film non e’ piaciuto, ma al Sergente e alla Michelita si’, e questo spacca perfettamente a meta’ il giudizio. Vi dico, in onesta’, se volete accostarvi al cinema di Mazzacurati e incontrare quell’inconfondibile malinconia accennata prima, quel senso di “eppure, nonostante tutto, tiriamo avanti”, scegliete il resto della sua cinematografia. E magari considerate “La sedia della felicita’” non come un compendio, ma come una pausa buffet — nel senso di buffa— che il regista s’e’ concesso dopo tanti anni di ligio servizio presso la pubblica amministrazione della trista (tristA??) condizione umana… E in fondo in  fondo, terminare la buffonata della vita con le mani nel buffo non e’ poi cosi’ male, no? 😉

E anche questa settimana sposiamo le scelte di Palazzo Thun e con gioia che oserei definire SOVRUMANA imponiamo

SMETTO QUANDO VOGLIO
di Sidney Sibillia

Chi di voi ama sguazzare nelle acque del Movie Maelstrom, ricordera’, forse, che vidi (e consigliai) questo film irresistibile fuor di Lez Muvi. Proprio per la sua irresistibilita’, decido di farlo rientrare in Lez Muvi e andare a rivederlo insieme a tutti voi. Vi prego, per una volta, fidatevi: se avete bisogno di ridere, ma ridere RIDERE, e di guardare lo sfascio esilarante in cui versano i ricercatori italiani (e qui si’ e’ una catastrofe, altro che tesori e sedie!), allora vi prego, non perdetevi questa piccola grande lezione di commedia che dal vecchio impara e nel nuovo affonda…

Vi ricordo che anche questa settimana siamo in balia di tickets&tempest. Vediamo di non capitolare al botteghino. Quanto al meteo, invochiamo tutti un colpo di cuBo bis, forza dai. 🙂

Ecco, le voila’ mes petits, anche per oggi il mio voyage e’ arrivato au bout de la nuit, Céline sara’ contento. Siccome devo aver assorbito la malinconia mancata dell’ulitmo Mazzacurati, vi spingo dolcemente nel Movie Maelstrom, per assaporare il finale dolceamarissimo di un film che ho visto per la prima volta tre notti fa —potete pure denunciarmi al Tribunale dell’Aja, squalid and shameful Board che sono! Voi, vi prego, non siate ne’ squalid ne’ shameful e, se ancora non l’avete fatto, guardatevi questo capolavoro…
Il riassunto invece non serve e potete chiamare la nettezza urbana o smaltirlo a piacimento. I saluti invece, fate attenzione, non si differenziano, e sono parcaemente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

May the Hague Tribunal have mercy on me…
https://www.youtube.com/watch?v=jp1UCiZrcSs
 

SMETTO QUANDO VOGLIO: Pietro Zinni ha trentasette anni, fa il ricercatore ed è un genio. Ma questo non è sufficiente. Arrivano i tagli all’università e viene licenziato. Cosa può fare per sopravvivere un nerd che nella vita ha sempre e solo studiato? L’idea è drammaticamente semplice: mettere insieme una banda criminale come non se ne sono mai viste. Recluta i migliori tra i suoi ex colleghi, che nonostante le competenze vivono ormai tutti ai margini della società, facendo chi il benzinaio, chi il lavapiatti, chi il giocatore di poker. Macroeconomia, Neurobiologia, Antropologia, Lettere Classiche e Archeologia si riveleranno perfette per scalare la piramide malavitosa. Il successo è immediato e deflagrante, arrivano finalmente i soldi, il potere, le donne e il successo. Il problema sarà gestirli…

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LET’S MOVIE 208 – propone “LA SEDIA DELLA FELICITA'” e commenta “TABU”

LET’S MOVIE 208 – propone “LA SEDIA DELLA FELICITA'” e commenta “TABU”

LA SEDIA DELLA FELICITA’
di Carlo Mazzacurati
Italia 2014, 90′
Giovedì 24/Thursday 24
Ore 21:30/9:30 pm
Apertura botteghino: ore 20.30

Cortile Interno di Palazzo Thun
Via Belenzani Qualcosa
Ingresso/Entry Euro 5

 

Fuoriporta Fellow,

Bello muoversi.
Caricarsi il WG Mat sulla Board-mobile ― Lez Muvie supports car-pooling 🙂 ― e dirigersi fuori Trentoville. Se Trentoville ci fa languire nel caldo stitico di quest’estate atlantica, allora noi rimediamo come possiamo.
Una trasferta a Rovereto non è esattamente come prendere e andare a scovare qualche cinemino disperso e d’essai di quelli che “chissà quanti ce ne stanno in Italia”. Ma devo imparare che anche il giardino di casa nasconde angoletti in cui va riportata la luce… Per esempio, prendiamo il Loco’s. Il Loco’s è un pub, non un cine. Eppure è anche un cine. La cantina, come avevo avuto modo di raccontarvi la scorsa estate, è stata trasformata in una piccola sala cinematografica con il maxi schermo, e persino una di quelle file di sedie di legno che fanno tanto anni ’70 e che a guardarle sembrano scomodissime, ma che poi, per qualche mistero della fisica cinematografica, non lo sono affatto.
Quindi, al piano di sopra vi gustate un mojito, e al piano di sotto un film ―con la possibilità di combinare le due esperienze portandovi il mojito di sotto ― meglio di così. 🙂 Converrete con me, l’esperienza è ben diversa dal condividere la sala con orde di spettatori ruminanti sopra bidoni di chips al bacon ―mammamia il livello di junk food e cattive abitudine che importiamo dagli States! Il cine è atmosfera. Un voltabotte che batte nel cuore di un locale storico ha un carica seduttiva molto forte ―se dico erotica mi prendete per matta, ma cercate di prenderlo in senso figurato. E io, proprio non resisto, alla carica seduttiva di un posto che si trasforma in altro. Un pub da cui esce un cinema. Un capannone dismesso da cui salta fuori un centro culturale, una libreria che nasconde un cabaret… Berlino è campionessa in versitalità urbana. Ma anche Toronto… E quando mi si chiede, perché ti piacciono tanto le città, Fru? Io credo che la risposta sia anche dentro lì…
E bello quando arrivi lì, e trovi al bancone del bar il Movier Onassis Jr e il Fellow Felix, due cow-boy che non aspettano di combattere nessun mezzogiorno di fuoco ma di vedersi un film d’essai, in bianco&nero, in portoghese sottotitolato in inglese nella prima vera serara estiva ―poi ditemi se i tempi non sono cambiati, e cavolo, in meglio! Molto meglio avere le tasche cariche di sogni che di Colt, con tutto il rispetto per Lucky Luke, eh, s’intende.
Io, ovviamente, rimago boardianamente esterrefatta. Credevo che l’esperimento cine-antropologico del Lez Muvi Outdoor sarebbe stato una Caporetto. Invece quel Galielo lì aveva proprio ragione a insistere sulla verifica empirica dei fatti.
Mentre noi si discute al piano di sopra, di sotto fervono i preparativi. Marco&Matteo The Magicians, responsabili responsabilissimi della rassegna “Su ogni carne consentita – 7 film dispersi” trafficano col proiettore e sistemano gli ultimi dettagli. L’italiano del video capriccia, quindi i sottotitoli in inglese sono un exploit inatteso, che accettiamo di buon grado, anche se questo non farà proprio la gioia del Fellow Felix, perfettamente consapevole che the pen is on the table, ma ancora nuovo alle sfumature lessicali di un film impegnativo.

Con il WG si discorreva sull’impossibilità di raccontare un film come “Tabu”: “Tabu” è uno di quei film che bisogna VEDERE. Spiegarli è un’operazione fallimentare in partenza ―’n’altra Caporetto! You see, “Tabu” è cinema puro, e il cinema puro non lo puoi dire. Non c’entra nulla con il gossip della trama, con le scelte di dar spazio a questa scena o a quell’inquadratura. Il cinema puro è quando un istante d’immagini ad alto contenuto simbolico ti slegano dalla contignenza e ti indicano una qualche strada metafisica sui t’incammini senza sapere dove finirai o cosa incontrerai. È raro, il cinema puro. Coglierlo, ancora di più. Spiegarlo, non ne parliamo…
Tre sono i blocchi del film, chiaramente distinti: “Prologo”, “Paradiso perduto” e “Paradiso”. “Prologo” è un documentario, che noi vediamo al cinema, insieme a Pilar ―il documentario di un esploratore, che s’inoltra nella selva africana e ammicca all’esperienza colonialista. Pilar è una donna portoghese ordinaria, non c’è nulla di lei che ci attrae in modo particolare, se non questa amica, Aurora, una vecchia malata che lei assiste, insieme alla badante di colore, Santa.
“Paradiso perduto”, a mio avviso la parte meno riuscita e passibile di “sguardo di spettatore perso nel vuoto”, è concentrata sul rapporto complesso e ambiguo tra queste tre donne così diverse ―una neo schiava (Santa), una padrona (Aurora) e una sorta di overseer (=colui che nelle piantagioni fungeva da mediatore fra schiavi e padroni) ovvero Pilar.
Negli ultimi istanti prima di morire, Aurora chiede a Pilar di vedere per l’ultima volta un certo Gianluca Ventura. “Paradiso”, che reputo il blocco più riuscito e che difficilmente scorderò ―o che mi auguro di non scordare― racconta la passione fra Aurora e il suo amante, Gianluca, nel Mozambico degli anni ’60: Aurora, una giovane sposa incinta del marito, e Gianluca un musicista italiano fascinoso e un po’ scapestrato. Perché spero di non scordarmi questa seconda parte? Perché qui Gianluca racconta la sua storia d’amore drammatico ―ma proprio letterariamente drammatico, “l’amour impossible” dei Romantici, “l’amour fou” di Resnais― con Aurora. Pensatevi un po’, lei felicemente neosposata e neoincinta che si vede piovere addosso una passione 2 metri per 2 sopra la testa. Peraltro il fatto che lei porti in grembo il figlio del marito, rende il tutto estremamente tragico ―qui mi viene in mente Racine!― ed epico… come se Giove ne avesse combinata un’altra delle sue confondendo gli amanti, i momenti… Gianluca racconta, dicevamo, e noi non assistiamo al solito flash-back con l’episodio introdotto da una voce fuoricampo che poi viene meno per lasciare spazio alla voce dei personaggi. È un vero e proprio film muto, il racconto dell’amore fra Aurora e Gianluca, intervallato di tanto in tanto, dalla voce fuori campo di Gianluca anziano e da quella di Aurora che recita le loro lettere d’amore. Ma le voci sono abbastanza ininfluenti: la jouissance dello spettatore sta tutta nel vedere il film muto che il regista Gomes imbastisce con i personaggi della storia al tempo del racconto, che NON parlano: al massimo muovono le labbra, esattamente come in un film muto. L’intento del regista non è quello di mostrarci un dramma degli anni ’20; e il suo non è neppure un esercizio di stile. Attraverso lo spostamento in avanti delle lancette narrative ―siamo negli anni 60― ci mostra che quello che stiamo vedendo è un racconto. Siamo fondamentalmente davanti al cinema che racconta una storia attraverso il film che fa di quella storia (molto contorta questa, Board…). E noi lo sappiamo, e lo vogliamo. Vogliamo il mito, il dramma, vogliamo l’amour fou, l’amour impossible.
Gomes è un dritto, sa tutto. Sa anche che la malinconia che pervade tutto il film, questa sensazione di dolce languore che si percepisce tra i party in giardino nella Mozambico colonialista e i singhiozzi struggenti di Aurora, cortocircuita con le canzonette pop che Gianluca suona insieme alla sua band (ho fatto i compiti: ecco la bellissima versione portoghese di “Be my baby”, http://vimeo.com/69804147), oppure con l’idea di minaccia archetipica che il coccodrillo ―animale fortemente simbolico all’interno del film, una vera e propria icona― evoca con la sua presenza. È come se il rettile fosse uno scrigno nero che custodisce le conseguenze catastrofiche del desiderio. Appena cucciolo ―per inciso, è il futuro marito a regarlo cucciolo alla fidanzata Aurora, così come è il futuro marito che le “regala” l’amante, presentandoglielo…― il coccodrillo cresce durante il corso del film, e veicola la minaccia, il senso di fine che accompagna l’amore, tutto l’amore ―sia quello dei due amanti che quello di moglie e marito― già all’inizio di entrambe le storie. E anche qui, Gomes rifiuta il verbo e preferisce agire su un piano animale (appunto!) puramente visivo. Mai come ora vorrei sedermi sul luogo comune di “un’immagine vale più di mille parole”, perché qui c’è proprio questo. L’immagine tesse una rete di associazioni che pesca e porta a galla un’immaginario collettivo sopito nei sotterranei della nostra coscienza. Basta lo sguardo glaciale di un piccolo di caimano in una piscina. Basta la mano di un amante sul pancione che appartiene a un altro per spingerci in una dimensione sinistra che tuttavia prescinde dall’etica o dal facile moralismo del “cosa fate svergognati!”. Stiamo guardando un’apocalisse emotiva dal buco della serratura.
Giochiamo un po’ a Memory… 😉 Ricordate “Medeas”, il bellissimo esordio di Andrea Pallaoro? Ricordate che il padre di famiglia si sfregava sempre un occhio, come se avesse un bruscolino di cui non riusciva a liberarsi? Ecco in quel caso era una sorta di tarlo esistenziale, l’oggetivazione di un tormento che assillava il personaggio/l’uomo senza lasciargli tregua. Il coccodrillo di Gomes assolve più o meno allo stesso scopo: rende fisico (e ferino) un presagio…

Bisognerebbe anche approfondire il discorso sulla questione colonialista, il modo assolutamente orginale di rappresentare la condizione di neo-schiavitù dei neri africani verso i coloni portoghesi in Mozambico attraverso, per esempio, il personaggio oscuro di Santa, una donna asservita a una bianca malata, che esercita il suo inglese stentato leggendo, vedi te, “Robinson Crusoe”, uno dei testi della letteratura colonialista per eccellenza (Conrad, Kipling e Defoe sono i ciambellani di corte della letteratura inglese fra 7 e 800…e io, l’impudente, brucerò all’inferno della Letteratura Inglese per aver dato loro dei ciambellani…).
“Tabu” richiede pazienza. Se, cinematograficamente parlando, siete della scuola “chips al bacon”, non fa per voi. Se siete per un cocktail sorseggiato in un voltabotte d’inizio secolo, allora è il film per voi.
Questa settimana continuiamo a muoverci e recuperiamo

LA SEDIA DELLA FELICITA’
di Carlo Mazzacurati

Ora, qui siamo alla mercé di un paio di eventi che potrebbero mandare all’aria il nostro Lez Muvi. Possiamo rimanere fregati dal meteo (e su quello, possiamo fare gran poco), oppure dal sold-out. Su questo però possiamo giocare d’anticipo: i biglietti sono in vendita fino ad esaurimento posti a partire dalle 20:30. Quindi vediamo di presentarci per tempo ―questo reminder, come avrete capito, è più per me che per voi! 🙂
Se poi non troviamo posto e il Lez Muvi dovesse finire gambe all’aria, potremmo sempre andare a farci una pizza al Pedavena…


(Non ci siete cascati eh?!!) 🙂 🙂
Vade retro Pedavena in saecula saeculorum! 🙂 🙂

L’addio di Mazzacurati al cinema, perso quando uscì lo scorso inverno, non può essere riperso quest’estate… Vi aspetto, poche storie… 🙂

Adesso vi lascio un Movie Maelstrom letterario, un  riassunto ignorabile, dei ringraziamenti accorati, e dei saluti, itinerantemente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Avendo parlato d’Africa con “Tabu”, lasciate che mandi un pensiero ― ma giusto un pensiero fugace in questo nostro spazio dedicato al cine ― a Nadine Gordimer, suprema autrice sudafricana, Premio Nobel per la Letteratura nel 1991, che si è spenta qualche giorno fa, a 90 anni, a Johannesburg.
Ha lottato anni contro l’Apartheid, la discriminazione razziale e negli ultimi tempi, l’ignoranza verso l’AIDS. E ha scritto molto, Nadine, cervello e penna raffinatissime… Se volete portarvi un buon romanzo in vacanza, “L’aggancio” (Feltrinelli) 🙂

LA SEDIA DELLA FELICITA’: Un tesoro nascosto in una sedia, un’estetista e un tatuatore che, dandogli la caccia, si innamorano. Un misterioso prete che incombe su di loro come una minaccia. Dapprima rivali, poi alleati, i tre diventano protagonisti di una rocambolesca avventura che tra equivoci e colpi di scena li vedrà lanciati all’inseguimento dai colli alla pianura, dalla laguna veneta alle cime nevose delle Dolomiti, dove in una sperduta valle vivono un orso e due fratelli….

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LET’S MOVIE 207 – Propone “TABU'” e commenta “MALEFICIENT”

LET’S MOVIE 207 – Propone “TABU'” e commenta “MALEFICIENT”

TABU
di Miguel Gomes
2012, Portogallo, 118’
Martedì/Tuesday 15
Ore 21:00/9:00 pm
Bar Loco’s
Via Valbusa Grande 7, Rovereto
Ingresso gratuito/Free Entry

 

Forbes Fellows,

Ahpperò, ho commentato fra me e me l’altro giorno, sentendo alla radio di Byoncé.
Ogni anno il magazine stila una classifica con i cento personaggi dello spettacolo “più influenti tra cantanti, attori, scrittori, registi e personaggi televisivi”. Ebbene, la Giunone nera ―di “Venere” avevamo già quella cavallapazza di Naomi― si è aggiudicata il primo posto, con 115 milioni di dollari guadagnati nell’arco di un anno ―chissà chi la segue al CAAF sede USA. Una volta a casa ―che la radio si ascolta 99,8% in macchina, 99,9% correndo― ho dato un’occhiata, e ho scoperto un dato molto interessante: tra i primi dieci posti per ricconastri sulla lista, 5 sono occupati da donne. Altro dato su cui varrebbe la pena riflettere ―anche se non è questa la sede, essendo questa sede dedicata allo studio di “cine e dintorni” e non “sociologia delle relazioni etniche e dintorni”, che sta nell’aula a fianco― di quei 10 ricconastri/e, 7 (sette!) sono afroamericani. Forse qualcosa sta cambiando… 😉 O forse il talento, quando deve uscir fuori, sbaraglia ogni sorta di discriminazione o sbarramento WASP.
Quindi Byoncé davanti al colosso Lebron James, davanti al marito Jay-Zee (sempre sia lodato yo), davanti a Dr Dre (sempre sia lodato pure lui yo bro), e pure davanti a Robert Dowing Junior (e anche lui lodiamo, per ovvi meriti fisici su cui non staremo qui a disquisire ―l’aula di estetica è al piano terra).
Potete ben immaginare il sorrisetto soddisfazione che mi si disegna in viso. Lo so lo so, queste classifiche non contano un bel nulla, lasciano il tempo che trovano. Ma vedete, mi piace cominciare così, con una donna su un podio, questo Lez Muvi dedicato a una donna altrettanto da podio….Lei, the magnificent and mischievious, the fierce and the beautiful…Maleficient! 🙂
Ve lo anticipo: ciò che seguirà suonerà femministoide a molti di voi. Ma credetemi non lo è, almeno negli intenti.
In pieno rispetto della gender pars conditio, lunedì eravamo 50% boys e 50% girls tra le fila lezmuviane: il WG Mat, che non perderebbe mai un film d’animazione perché il ludens alberga in lui come un grosso demone a forma di Totoro; il creatnettiano Carlo, a cui diamo il benvenuto ufficiale in Lez Muvi: ci seguiva dal Baby Blog (sì, qualcuno lo segue, ‘sto blog), ma la sua cine-identità lezmuviana è sconosciuta ai più: il Movier Magnocarlo ―”Carlo Magno”, un dominio conquistato più o meno verso l’800 d.C., è stato fatto oggetto di plagio dalla geografia trentina nei dintorni di Campiglio, quindi “Magnocarlo” è sembrata la scelta più azzeccata, anche perché a Lez Muvi mancava proprio un re di Franchi e Longobardi, tu guarda il caso….;-)
Dalla parte delle girls, ecco la Fellow Junior, che nonostante la tenera età, sta imparando l’arte dello scapicollo con risultati davvero notevoli. 🙂 L’Anarcozumi avrebbe rivisto volentieri il film, ma motorino+monsone si conferma essere una combo avversa a Lez Muvi… 🙁 A ogni modo, è come se fosse stata con noi!

Le mie prime parole pronuciate a fine film ―anzi, in corso di film― sono state “IO VOGLIO ESSERE MALEFICENT!”, come quando sei bambino e scegli un personaggio da interpretare nella realtà inventata del gioco con gli amichetti.
“Io voglio essere Maleficient” alla luce di quanto segue.
Maleficient è la cattiva meno cattiva della storia, l’eroina stoica più stoicheorica della storia. Parliamo della brutale bellezza del personaggio interpretato da Her Majesty Angelina Jolie the First. Digressione. Non ho mai nascosto la mia ammirazione nei riguardi dell’attrice che, nell’ordine, è: una sventola che stende uomini e donne in egual misura; il punto esatto in cui esilità incrocia morbidezza e il risultato è un piano cartesiano di estasi per gli occhi che scaccia qualsiasi tipo di rivalità femminile: una così è come la Madonna ―e le sue apparizioni nell’immaginario maschile sono più numerose della bellezza di Betlemme; un’artista di comprovanto talento, che ha interpetato ruoli complessi (ricorderete tutti Lisa, il personaggio sciroccato e tragico di “Ragazze interrotte” che le valse l’Oscar) e fantastici (se non ricordate Lisa-la-sciroccata, sono CERTA che tutti tutti ricorderete Lara-la-bomba ― Croft, ecchissennò); se poi ci mettete pure che è produttrice cinematografica, madre di sei figli, Ambasciatrice UNICEF, e, last but not least, moglie di Brad Pitt, ditemi voi se la Regina Angelina non regna sovrana nella favola della vita!
E un po’ Maleficient le somiglia: anche Angelina era una tipa dark ―molto dark. Una tosta, passato da ragazza maledetta, istinti autolesionisti, tempeste di tatuaggi all over the body, il classico armamentario della ribelle in pieno disagio giovanile… Una che ha avuto il coraggio di sposarsi un Bill Bob Thorton, non so se mi spiego… Ma poi, a un certo punto, è uscito tutto il suo lato “Jackie Kennedy” e si è trasformata come per magia nella Her Majesty di cui sopra.
Del lavoro di artigianato estitico operato sui sui zigomi, già s’è accennato la scorsa settimana. A questo viso allungato e affilatissimo, aggiungete un paio d’occhi verdemela velati di miele, un pallore luminiscente che contrasta con il mantellone nero che porta, le ali scure con cui vola (per poco…), le corne che più che corna sembrano un’acconciatura fichissima da passerella Milano Fashion Week sezione haute couture.
A questo spettacolo, aggiungete il ruolo della strega completamente riscritto. “Maleficient” racconta il perché Maleficent è diventata quello che è diventata: è una specie di spin-off della “Bella Addormentata” che tuttavia va a rivoluzionare anche la favola scritta da Perrault e ripresa poi dai Bruder Grimm. Una revisione del margine che torna al centro (=il classico) per riscriverlo ―la strega stessa, nel modello della fiaba classica, è sempre considerata il margine, rispetto al centro, rappresentato dai buoni-bravi-belli.
Per riassumervi la riscrittura…Maleficent è una normalissima fata che se ne svolazza tranquilla per la Brughiera fin quando non incontra Stefano e pam, s’innamora un po’ come Juliet di Romeo. L’idillio dura tipo quattro minuti visto che Stefano, principe di nome ma non di fatto, la lascia e se ne va a conquistare il mondo. Poi un giorno si ripresenta, e lei lo perdona ―mammamia, le donne, so silly sometimes… Poi lui ri-riparte per ri-riconquistare il mondo, e lei lì di nuovo a didoneggiare… Il problema con questo Stefano è la sete di potere: accetta la proposta di Re Enrico, che promette di cedere il trono e il titolo di re a chi sconfigge Maleficent per conquistare la Brughiera, e quindi, con questo business plan in mente, ritorna da lei. I due trascorrono una notte cucci-cucci e lui, mentre lei dorme dolci sonni d’ammmmore, prende un coltello e le taglia ‘sto po’ po’ di ali ―ovvero la prova della sua sconfitta da portare al cospetto del Re. Della serie, vatti a fidare dell’ammmmore…
Ora, immmaginate lo stato in cui si risveglia ‘sta ragazza! Sedotta, abbandonata, umiliata, tradita, e pure privata del mezzo di trasporto aereo ― che vivendo ella nel mondo delle fate, capirete, non è problema da sottovalutarsi…Maleficent, da normalissima fata svolazzante, diventa perfidissima strega deambulante.
Il sortilegio che lancia ad Aurora, figlia di Stefano e della nuova compagna, fa parte della vendetta, naturalmente. Solo che Maleficent ―una buona di fondo trasformata in cattiva dalle circostanze― non fa i conti con l’adorabilità di Aurora, bimbetta adorabile allevata nel bosco da tre fatine abbastanza insopportabili.
Maleficent finisce per seguire tutto il percorso di crescita di Aurora, prima osservandola a distanza e poi presentandosi come una sorta di “fata madrina”. E finisce per volerle bene: grazie a lei torna a provare amore, l’amore che Stefano aveva calpestato dentro il suo cuore. E qui arriva il bello, Fellows! Un dì per la Brughiera, Aurora mi conosce Filippo, un principino scialbo tipo Justin Bieber che a lei comunque smuove qualcosa dentro ― esattamente come Justin Bieber con le adolescenti. Quando poi, al suo sedicesimo compleanno, la ragazza si punge con l’ago, e cadrà in un sonno da Lexotan da qui all’eternità, Filippo sembra essere il portatore ideale del bacio che potrebbe svegliarla.Allora la bacia e, surprise surprise, Aurora NON si sveglia…(Libidine!). E sapete chi darà il bacio che la sveglierà? Suspence suspence… Maleficent! (Doppia libidine!). L’amore che prova per Aurore è reale, autentico, coltivato giorno per giorno, non un amore posticcio, del primo Justin Bieber (con sopracciglie da Elio) che passa per il sentiero.
E questa, Fellows, oltre ad essere una libidine-coi-fiocchi, non me la considerate forse una r-evolution?! De-idealizzazione dell’amore idealizzato (che, in questo foggia, non sussiste nemmeno più nelle favole), nobilitazione dell’amore non-convenzionale (il trionfo dell’amore di una regina del male verso una fanciulla tutta-buona-brava-bella è la ri-vincita ―vincita doppia― del margine sul centro), innovazione di genere: una DONNA bacia e sveglia una donna ―siamo pur sempre in un cartone made-by-Walt Disney, l’industria in cui la definizione dei ruoli e dei generi è sempre stata molto ferrea).

Vorrei essere Maleficent anche perché è molto ironica. “Io non amo i bambini”, dice altezzosa, guardando la piccola Aurora, dopo averla appena salvata da un precipizio in cui la piccola stava per cadere… È una cattiva buona, Maleficent, estremamente umana nella sua non-umanità. Ed è uno specchio in cui tutte le donne (o tante) si rivedono: chi non è stata sedotta-abbandonata-umiliata da un principe o presunto tale?? Prima o poi capita a tutte. Maleficent mostra che è possibile uscire dalla spirale di vendetta e rancore, lasciandosi sedurre da un altro tipo di amore. Questa, in fondo, è la morale della favola: l’amore guarisce il dolore. Ed è Maleficent, più che tutti gli altri personaggi, a vivere felice e contenta: il lieto fine è il suo, nella scoperta che ha fatto dentro di sé.
E questo forse è anche, purtroppo, uno dei difetti del film. Maleficent non è la vera “villain”. È una buona diventata cattiva ritornata buona; una creatura ferita ―dall’uomo, che le sottrae, in questo, lo scettro della perfidia. Quelli del PC ―no, non il partito, il gruppo Protezione Cattivi― hanno avuto da ridire….
Io, che non sono del PC, ho apprezzato questo snaturamento: permette allo sguardo di frugare dentro un personaggio che Perrault, Grimm e Disney avevano imprigionato in un’armatura dark per spaventare il lettore bambino e far risplendere ancora di più l’eroe, o la fanciulla eroina. Io, che mi ritengo una sostenitrice delle rivisitazioni post-moderne dei classici, appoggio queste operazioni che maneggiano il modello di riferimento, permettendo al classico di essere sempre nuovo.
E mi trovo inoltre a chiudere un occhio di fronte alle evidenti cadute del film. Una su tutte, la rappresentazione ―o meglio, la rappresentazione faziosa― dei personaggi maschili.
Stefano è l’incarnazione del farabutto, Filippo quella del grullo senza cervello, Fosco ―il corvo che Maleficent salva da un cacciatore e che diventa il suo servitore― un’ombra senza un ruolo ben preciso. Tra tutti, spicca ovviamente la natura infame di Stefano, che, s’è detto, seduce, tradisce e abbandona ―anche detta “la tripletta del FDP”, dove, sì, FDP sta per quello :-)… Ora, il mondo è pieno di B&B, la lobby Bastards&Bitches. E sì, la parte maschile in questo film è volutamente rappresentata in maniera ridicola/malvagia/bamboccia.
Ma adesso io potrei attaccare con il “potrei” femminista …

Potrei dire di tutti i danni che personaggi come Biancaneve (la serva) e Cenerentola (la sguattera) hanno causato nell’inconscio culturale collettivo, imponendo dei ruoli alle donne e alle bambine da cui liberarsi è stata impresa paragonabile a una Fuga da Alkatraz tutt’ora in corso d’opera.
Potrei dire di quanto la cinematografia, l’arte, la società abbiano proposto storie di donne vittime che rimangono vittime (“Philomena”!) e di donne virago che finiscono male (Katherine di “Basic Instinct”!), di Madonne e malafemmene, come se un gender fosse impacchettabile e restituibile in comodi pupazzi pieghevoli con cui riemprie casa vostra…
Potrei dire dei 2000 anni di maschiocentrismo, di lavori impediti, di case prigioni, di università sbarrate, di mani sulle bocche, di proposte fuoriluogo, di soprusi sensazionali e insinuazioni sotterranee.
Potrei dire tutto questo e non lo faccio. Non ho bisogno di tirare in ballo il femminismo.
Pensando bene al film, ho capito che “Maleficent” NON è femminista. Realizzare un cartone animato in cui l’uomo è malrappresentato o non-rappresentato non ha nulla a che vedere con il femminismo, ma con la libertà d’espressione: è una scelta del regista (peraltro uomo).
Certo mi piacerebbe aprire un bel dibattito con voi su come gli spettatori maschi si siano sentiti toccati sul vivo…Mammamia toccatissimi! La vocina femministoide che ho dentro sussurra: “Un po’ per ciascuno…”, ma tranquilli, la soffoco…;-)

E poi scusate, io voglio essere Maleficient per come sfreccia senza limiti di velocità nel mondo incantato della Brughiera! Fra alberi magici, creature eteree come Trilly e goffe come Shreck! Ma chi non le vorrebbe, un paio di ali così!

Quindi, nonostante le lacune e la peggior squadra di attori scelti, proclamerei il “missione compiuta” per un cartone animato by Walt Disney, che ha avuto delle intuizioni molto ma molto felici…
E questa settimana, per la serie “se il cine non va a Lez Muvi, Lez Muvi va al cine”…

TABU
di Miguel Gomes

Presentato con successo al Festival del Cinema di Berlino nel 2012, il film fa parte della rassegna concepita da Marco & Matteo The Magicians intitolata “Su ogni carne consentita – 7 film dispersi”, in corso al Bar Loco’s di Rovereto. Dato che noi non vogliamo disperdere nulla, tantomeno in cinematografia, martedì prendiamo le nostre brave macchine, lasciamo il nulla cinematografico proposto da Trentoville ― “quando il Mastro non c’è lo Smelly fa il bello e il cattivo tempo”, dice il detto, no? ― e ce ne andiamo a Rovereto!
Sappiate che considero questo Lez Muvi Outdoors un esperimento cine-antropologico: voglio vedere quanti di voi saranno disposti a uscire dall’urbe per vedere un film in un giorno infrasettimanale. Fate in modo di non lasciarmi unica cavia dell’esperimento eh, che non vale! 🙂

E con questo ho detto tutto…. Ah no, scordavo di strillare, brava Byoncé! Eccoti in tutta la tua byoncetudine, https://www.youtube.com/watch?v=ViwtNLUqkMY …e prima che scavalcassi il maritino Jay Z 😉

Ora vi prego di non tirare dritto sul Movie Maelstrom: la Fellow Francesca-ae.f., ha visto “Synecdoche, New York”, ha condiviso con me le sue riflessioni e acconsentito affinché io le condividessi con voi. Osservate voi stessi la levature del commento ― la Fellow è una Prof, mica per niente eh… La ringrazio di cuore e le rammento che quando ho letto “Intra-diegetico” ho trattenuto a stento le lacrime… Intra-diegetico…!!!
Dopo il Maelstrom c’è il riassunto, ma vi prego, risparmiatevelo. Accettate invece i miei ringraziamenti e i miei saluti, stasera, patinatamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Open mike alla Fellow Fra-ae.f….

“Grazie x averci segnalato Synecdoche, a me è piaciuto, e molto anche!
Sono rimasta colpita dagli inserti surreali anche io, come la casa che bruciava che Hazel acquista consapevole della sua fine (insita in ogni cosa); mi è sembrato particolare il fatto che i personaggi notassero il fuoco, come se fosse un elemento intra-diegetico; mi ha colpito inoltre  che il fumo l’abbia soffocata proprio  la prima notte che lei passa col suo amore di sempre, come se il coronamento di un amore rendesse la minaccia della fine, (che fino a quel momento era stata una innocua compagna di vita) un elemento concreto al quale non si può più sfuggire …
E mi hanno colpito anche i fiori  sul corpo tatuato della figlia morente, ormai appassiti… Lei, una bambina trasformata nel “progetto” di una artista, che con i tattoo marchia il suo corpo e determina il suo destino di squallore e di spogliarelli….
Il titolo Synecdoche, figura retorica dello spostamento del significato su un elemento contiguo a mio avviso appare materializzarsi nell’opera d’arte infinita di Caden… Vita reale contaminata dalla mimesi… spostamento dei flirt fra i protagonisti e i loro alter ego…
Insomma un film cerebrale per noi cerebrophiliache!! :)”

Cerebrophiliache! Col PH!!! 🙂 🙂

TABU’: Sul pianerottolo di un condominio di Lisbona vivono l’anziana e cocciuta Aurora, la sua cameriera capoverdiana e Pilar, una vicina impegnata nelle cause sociali. Quando Aurora muore, le altre due vengono a conoscenza di un episodio del suo passato: una storia di amore e crimine ambientata in Africa…

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LET’S MOVIE 206 – MALEFICENT

LET’S MOVIE 206 – MALEFICENT

MALEFICENT
di Robert Stromberg
USA, 2014, 97’
Lunedì 7/Monday 7
20:20 / 8:20 pm
Multisala Modena/Lo Smelly

Mankind Moviers,

Non so voi come abbiate reagito a Sarkozy indagato…Io con una risata isterica: 50% malevolo godimento verso i primi cugini che ―fastidio!― fanno sempre i primi della classe e sbuffano anacronistici come le locomotive, 50% benevola compartecipazione con loro, che si trovano davanti al politico nazionale nei guai con la legge. Traffico di influenze, violazione del segreto istruttorio, un’amicizia ventennale con bella-zio Gheddafi ―se devi pagarti delle elezioni, chiama Muammar e vedi che una mano te la dà…  Il marito della première dame (allibità, naturalment) si è indignato, minaccia rappresaglie, denuncia “una strumentalizzazione politica di una parte della giustizia”… Sono certa che anche a voi questa reazione e queste parole riportino alla mente qualcuno a noi molto familiare… Qualcuno che adesso sta alle prese con i lavori socialmente utili…
Sì, ho riso, leggendo questa notizia, trovando che una delle verità su cui “Synecdoche, New York” ragiona, si applica benissimo a più ambiti, non ultimo quello della politica. “Ognuno è tutti”, recita la verità profonda del film: ciascuno di noi è soggetto e oggetto di situazioni che accomunano tutti gli uomini. Ampliando il concetto e prendendo spunto dallo scandalo Sarkozy, possiamo ragionevolmente sostenere che a tutti gli stati capìta, prima o poi, il Berlusca della situazione. Che forse il Berlusca della situazione, oltre ad essere il metro e 68 taccato residente ad Arcore, è anche un’entità che si incarna ciclicamente e sistematicamente nella classe politica di un paese determinandone lo svilimento etico. Un’entità che invero s’incarna nel metro e 68 sempre taccato residente in Rue-de-Quelquechose determinando lo svilimento etico del proprio pease…Una specie di poltergeist, o Dibbuk nero. O vero farabut, scegliete voi.

Nonostante suoni semplice all’apparenza l'”ognuno è tutti” del film di Kaufman è un postulato complesso e può essere letto da svariate prospettive, come per esempio quella che enfatizza la comunanza ―io provo quello che provi tu, ergo io sono come te, ergo io sono te― oppure quella che guarda alla ctonia (ctonia??) assenza di specificità individuale: nonostante le differenze che ci distinguono gli uni dagli altri, siamo fondamentalmente tutti uguali, tutti facciamo le stesse esperienze, tutti convergiamo verso un finale ineluttabile… “Ognuno è tutti” è il meccanismo che soggiace alla sineddoche: figura retorica che indica la parte per intendere il tutto ―come dire “due ruote” per riferirsi una moto, per capirci. È un procedimento che usiamo in continuazione, insieme al suo opposto, la metonimia, e questo mi fa capire ancora una volta quanto gli automatismi sottesi alla grammatica espressiva contengano al loro interno delle aspirazioni superiori che tendono alla speculazione filosofica… Del resto, cos’è una metafora se non una proiezione di me in un altro da me?

Prima di proseguire nel pippone però devo dirvi che martedì abbiamo riempito un’intera fila di posti dal Mastro ―qualcuno di voi vi prego avvisi la stampa, e riferisca che l’ultimo posto in fondo era libero in onore della Fellow Fra-ae.f.: l’imminente partenza per le vacanze l’ha costretta ad anticipare la visione di una sera. Se non volete sottoporre alla stampa questo piccolo ritocchino del reale, potete pure considerare quel posto libero come il posto del Movier Immaginario, il miglior groupie che ci sia: non si è mai perso un Lez Muvi MAI. 🙂
Elenco la mia fila di fichissimi partendo dal più alto a destra ―sì avete indovinato, il WG Mat― poi la Guest Carolina che grazie al senso dell’ironia appena appena accennato si aggiudica il cine-nomino di Fellow Carironica, il Fellow D-Bridge, a cui preme far sapere che assegna uno zero come voto al film (ma a lui piacciono le Giraffade, quindi il peso specifico del suo giudizio è pari a quello dell’idrogeno 🙂 🙂 …fortuna sua, il contributo quale Movier-recruiter della Fellow Carironica riporta il suo peso specifico in zona mercurio ;-)); poi c’è l’Anarcozumi, purtroppo priva di mannaia ―avrebbe tagliato, con forza zumiana, una buona mezz’ora al film (e come darle torto); poi ci sono io, che non merito altri commenti; poi c’è la Fellow Vanilla, che ha combattuto e sconfitto forze oscure che remavano contro la sua partecipazione a Lez Muvi ―scuola Sailor-moon, brava; poi c’è il Fellow Felix, che mi ha fatto provvidenzialmente, sacrosantamente notare che il film non è del 2013, com’ero convinta io, bensì del 2008, Blunder Board che sono; e ultimo, ma non certo per resistenza, il Fellow Onassis Jr. incontrato per caso un’ora prima di Lez Muvi mentre entrambi correvamo per Trentoville, perché in fondo, in Bolt we trust. 😉

And now back to the lot… Parto dai problemi di “Synecdoche, New York”: ha diviso un po’ gli animi…Sapete quando vedete disegnarsi sui visi delle persone un grande “Boh”, tipo quello di cui scrisse il Guru Cherubini dope l’infanzia Jovanotti. E non a torto. Il film è come un grosso organismo cinematografico che ri-partorisce se stesso per 120 minuti. Va oltre la “semplice” (semplice!) reiterazione di motivi aprendo scatole cinesi dentro scatole cinesi dentro sctole cinesi dentro scatole cinesi (sì mi fermo). È una storia in bilico costante tra realtà e finzione che si moltiplica con le stesse modalità all’infinito ― quasi biologicamente ― riproponendo le stesse scene, le stesse azioni in un incastro da cui scastrare la mente risulta operazione  mooolto faticosa.
Il limite del film è proprio il rifiuto di darsi un limite. Se Kaufman avesse tagliato 25 minuti buoni nella seconda parte, evitando d’indugiare su ciò a cui lui piace molto indugiare ― l’approccio cerebrale alla cinematografia, la riproposizione massiccia della coazione a ripetere ― e avesse resistito all’abisso della myse-an-abyme ― “un’immagine contiene una piccola copia di se stessa, ripetendo la sequenza apparentemente all’infinito”, così venite preparati all’esame di Teoria della Cinematografia II 😉 ― il film ne avrebbe senz’altro guadagnato. Tutto questo, infatti, comporta un eccesso di materiale contenuto, come s’è detto, all’interno di un involucro formale altrettanto imponente, ed esigente. Ora, facciamo due conti: 100 kg di peso netto (ovvero il contenuto) + 100 kg di tara (ovvero la forma) fanno 200 kg in totale. Capite che “appesantiti” è la sensazione con cui si esce dalla proiezione: 200 kg di roba addosso sono, come dire, pesanti…
Tuttavia, chevvoletechevidica, a me è piaciuto. Un film deve prendermi e scuotermi dalla testa ai piedi, oppure, in alternativa, oliarmi gli ingranaggi della psiche. “Synecdoche, New York” appartiene alla seconda categoria.

Caden Cotard, protagonista del film, è un regista teatrale alle prese con il suo imminente spettacolo―la messa in scena di “Morte di un commesso viaggiatore”, chissà se qualcuno dei Moviers si è accorto della locandina che passa velocissima in una scena.. Già capiamo, sin dall’inzio, che qualcosa non quadra. Il film si apre con una splendida canzoncina canticchiata da Olive, la figlioletta di Caden, che parla di morte e catastrofe. Caden è in crisi con la moglie Adele, un’artista che, dopo la prima della pièce tetrale, lo lascia e si trasferisce per un periodo ―un periodo che poi durerà tutta la vita― a Berlino, portando con sé la figlia. A questo punto Caden si sconnette dalla realtà come la conosciamo noi ed entra in una dimensione di finzione egocentrata e temporalemente sballata dalla quale non uscirà più.
Nel frattempo vince il McArthur, prestigioso premio teatrale che gli permette l’agio finanziario e gli dà modo di realizzare la SUA opera: mettere in scena la propria vita mentre sta accadendo, con attori che interpretano se stesso e le persone che lo circondano, in una New York ricostruita pezzo pezzo in un enorme teatro di posa. A questo punto, capirete, scatta il rompicapo ―in cui Kaufman sguazza― fra attore e personaggio vero, tra vita vissuta e vita recitata, finzione e realtà ―che comunque è una realtà fittizia: siamo pur sempre dentro un film, e Kaufmann ci sguazza ancora! Attori e personaggi si fondono e confondono: piano piano il mondo riprodotto sul set, che deve mimare la vita vera, finisce per invaderla: di qui la sensazione di stare ad osservare un enorme organismo unicellare che si scinde ad limitum, partorendo piccole catastrofi, delusioni, sofferenze ― ad limitum pure quelle. E arriviamo fino al paradosso più estremo: Caden assume un’attrice per interpretare se stesso regista e farsi dirigere attraverso un auricolare che gli suggerisce cosa deve fare e dire ―sì, esatto, come Ambra a “Non è la RAI”.
Le parole più difficilmente accettabili, sulla vita e la morte, la transitorietà e la futilità di tutto, la sostanziale fragilità delle nostre ambizioni e il doloroso riconoscimento dei nostri limiti e della nostra mediocrità, vengono pronunciate proprio da questa voce asettica, nel finale, che qualche anima infinitamente buona (o sconfinatamente perversa!) ha pubblicato su youtube, e che vi prego, vi prego down on my knees, di voler cliccare, https://www.youtube.com/watch?v=BRkoouy3WyM

Ora vedete, sentirsi dire “hai realizzato che non sei speciale”, per noi super-umanità imbottita quotidianamente dalla mistica mediatica del talent a-tutti-i-costi, non è tanto semplice, e siamo portati a borbottare “Sì be’, se devo venire al cine per deprimermi”… Ma andiamo più in là del borbottio, s’il vous plait… Abbiamo necessità, di sentircelo dire, Moviers, pensateci. Abbiamo anche bisogno di ricordare che le nostre esperienze sono le esperienze di tutti ― “ognuno è tutti” ricordate? ― e questo è il vero dono che ci è concesso, in quanto umanità. Sentire gli altri. Sentire.

Quanto al tempo, subisce una sovversione ―o piuttosto, perversione― in Caden. Nel corso del film, e del “film” della sua vita, Caden invecchia, ma senza rendersene conto: è talmente smarrito nella rappresentazione di se stesso, talmente sprofondato nel proprio io che vuole ricreare all’infinito e immortalare per i postumi attraverso la finzione teatrale, ed è pure talmente immerso in questo pantano temporale di eterno presente, da non accorgersi che la morte è lì, proprio lì, just two steps away; e che tutto è passato, che tutto passa, e finisce.
Architettonicamente parlando, “Synecdoche, NewYork” è una cattedrale di rimandi da estasi pura per lo studente di cinematografia che deve scrivere la sua tesi di dottorato. Del resto, come si diceva mercoledì sera, sin dagli albori, l’arte ripete sempre la stessa storia.
Non possiamo NON trovarci Pirandello e la crisi identitaria dell’uomo moderno che, rifrangendosi negli specchi di una realtà priva di riferimenti e certezze, si frange psichicamente dentro involucri vuoti, simulacri di sé che lasciano il tempo che trovano ― vedi gli attori che impersonano Caden (un aspetto intellettualmente molto appetitoso per i miei gusti è stato notare che l’attore spilungone che impersona il personaggio di Caden nella sua pièce teatrale comincia a seguirlo sin dall’inizio della sua vita ― ci avevate fatto caso, Moviers? Faceva capolino da dietro un albero o alla fermata dell’autobus… ― come se il doppio da sé fosse in realtà una presenza presente nel vivere vissuto, non sol recitato…creepy eh… ;-)).
Non possiamo NON trovare Italo Svevo, l’esternazione fisica del malessere psicologico che affligge lui e la sua coscienza. Così come Zeno claudicava, Caden sperimenta ogni sorta di magagna fisica ―pustole, poo dai mille colori, disturbi visivi, cardiaci, motòri (parlando di Zeno… a un certo punto, Caden zoppica con la gamba destra, proprio come lui…).
Non possiamo NON trovare l’”Otto e mezzo” di Fellini: Guido in crisi con la realizzazione del suo film, perseguitato dal senso del fallimento, dall’incapacità di portare a termine un progetto (quell’inettitudine che ricorda anche il Fitzcarraldo di Herzog): allo stesso modo Caden conclude la sua vita ma non concluderà mai la sua pièce teatrale condannata a un eterno work-in-progress, in un beffardo scherzo del destino per cui il finale biologico spesso non coincide con quello artistico. Pensate, Caden non riuscirà nemmeno a trovare un titolo con cui chiamare la sua opera, come se l’atto stesso del nominare un’esperimento del genere fosse impossibile, o semplicemente insensato… Non possiamo NON trovare, il Bardo ― non il Board eh, il Bardo Shakespeare 🙂 ― di “As you Like It”: “Tutto il mondo è un teatro e tutti gli uomini e le donne non sono che attori: essi hanno le loro uscite e le loro entrate; e una stessa persona, nella sua vita, rappresenta diverse parti”. O Erasmo da Rotterdam ― “Tutta la vita umana non è se non una commedia, in cui ognuno recita con una maschera diversa, e continua nella parte, finché il gran direttore di scena gli fa lasciare il palcoscenico”.
E naturalmente non possiamo NON trovare lui, Charlie Kaufman, nelle opere che l’hanno preceduto come sceneggiatore ― “Il ladro di orchidee” e “Essere John Malkovich” in particolare.

Quello che colpisce di questo film è l’ossatura sostanzialmente realistica ―un realismo davvero quasi mediocre da poetica del quotidiano— che tuttavia ingloba al suo interno elementi spiccatamente surreali. Per farvi un esempio, Hazel, amante e poi assistente di Caden, vive in una casa che va letteralmente a fuoco: una trovata geniale perché la casa in fiamme è vissuta come se fosse la cosa più naturale del mondo, e per me (mia interpretazione, watch out) è il contenitore della passione panica di questa burrosa ragazza dai capelli rossi (rossi!) che arde panicamente di vita, e non solo d’amore per Caden (che peraltro amerà per sempre). C’è del fantastico, del visionario anche, ma siamo lontani anni luce dal fantastico-visionario di un Terri Gilliam, o di un Lynch. In quella scena siamo piuttosto tra Wes Anderson e Aki Kaurismaki…Qualcosa che ricorda “Moonrise Kingdom” o “I Tenenbaum” o “Miracolo a Le Havre”: l’inserto dell’elemento totalmente assurdo in un impianto totalmente realistico.

Insomma, se siete corazzati, se vi lasciate sedurre dal cerebro(leso) come me, se potete tollerare un labirinto cinematografico che vi trascina nelle ossessioni di una mente dissociata e/o visionaria e nella spietata durezza di questa nostra vita dalle ore contate, se volete domande, cercate risposte, e non temete l’overdose di virtuosismi stilistici, allora avventuratevi! E tranquilli, se dopo il bombardamento da scarica ad alto voltaggio cinephile volete alleggerire l’apparato neurologico, un paio di Vanzina una volta al dì e passa tutto. 🙂

E dopo gli psico eccessi di Kaufman (cacchio quanto cacchio ho scritto?!), questa settimana ci va di favoleggiare con

MALEFICENT
di Robert Stromberg

Sì lo so, l’orario ha dell’imbarazzante ― ma che mi rappresentano le 8 e 20?? Anyway… L’Anarcoazumi vide il film appena uscì e ce ne raccontò a caldo, in termini molto entusiastici. Ci stuzzicò la voglia già allora, ma prima avevamo altri titoli in attesa di Moviers. Ora che il piatto piange, ripeschiamo dalla dispensa gli amabili resti (Sebold che citazione!) 🙂
Ah non cadetemi vittima del pregiudizio eh, non è la solita storiella: è una rilettura postmoderna della favola della Bella Addormentata. E se poi non vi va di venirci per quello, venite per apprezzare l’operato dell’arrotino californiano sugli zigomi di Angelina Jolie: due capolavori assoluti. 🙂

E anche per oggi, Moviers, I paid my dues. 🙂 Grazie tante, al solito. E al solito, riassunto ad ammuffire in cambusa, Movie Maelstrom in fermento a babordo e saluti, questa sera, umanamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Per quei due di voi intrigati da “Synecdoche, New York”, qui, http://www.spietati.it/z_scheda_dett_film.asp?idFilm=2073 , trovate un pippone di approfondimento interessantissimo: il regista Charlie Kaufman intervistato da Wired, e un esilarante “Piccolo glossario sineddochico”, con cui le mie sinapsi hanno banchettato  😉

MALEFICENT: Maleficent racconta la storia inedita della leggendaria strega del classico Disney del 1959 La bella addormentata nel Bosco ed esplora la vicenda del tradimento da lei subito, che le ha indurito il cuore. Assetata di vendetta e nel disperato desiderio di proteggere le brughiere su cui domina, Malefica lancia una crudele e irrevocabile maledizione su Aurora, la figlia neonata del re. Aurora cresce nel conflitto fra l’amato regno del bosco e il regno umano di cui è legittima erede. Malefica si rende conto che la fanciulla potrebbe portare la pace nel territorio e si vede costretta a commettere azioni radicali, che cambieranno per sempre il volto di entrambi questi mondi.

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