LET’S MOVIE 206 – MALEFICENT

LET’S MOVIE 206 – MALEFICENT

MALEFICENT
di Robert Stromberg
USA, 2014, 97’
Lunedì 7/Monday 7
20:20 / 8:20 pm
Multisala Modena/Lo Smelly

Mankind Moviers,

Non so voi come abbiate reagito a Sarkozy indagato…Io con una risata isterica: 50% malevolo godimento verso i primi cugini che ―fastidio!― fanno sempre i primi della classe e sbuffano anacronistici come le locomotive, 50% benevola compartecipazione con loro, che si trovano davanti al politico nazionale nei guai con la legge. Traffico di influenze, violazione del segreto istruttorio, un’amicizia ventennale con bella-zio Gheddafi ―se devi pagarti delle elezioni, chiama Muammar e vedi che una mano te la dà…  Il marito della première dame (allibità, naturalment) si è indignato, minaccia rappresaglie, denuncia “una strumentalizzazione politica di una parte della giustizia”… Sono certa che anche a voi questa reazione e queste parole riportino alla mente qualcuno a noi molto familiare… Qualcuno che adesso sta alle prese con i lavori socialmente utili…
Sì, ho riso, leggendo questa notizia, trovando che una delle verità su cui “Synecdoche, New York” ragiona, si applica benissimo a più ambiti, non ultimo quello della politica. “Ognuno è tutti”, recita la verità profonda del film: ciascuno di noi è soggetto e oggetto di situazioni che accomunano tutti gli uomini. Ampliando il concetto e prendendo spunto dallo scandalo Sarkozy, possiamo ragionevolmente sostenere che a tutti gli stati capìta, prima o poi, il Berlusca della situazione. Che forse il Berlusca della situazione, oltre ad essere il metro e 68 taccato residente ad Arcore, è anche un’entità che si incarna ciclicamente e sistematicamente nella classe politica di un paese determinandone lo svilimento etico. Un’entità che invero s’incarna nel metro e 68 sempre taccato residente in Rue-de-Quelquechose determinando lo svilimento etico del proprio pease…Una specie di poltergeist, o Dibbuk nero. O vero farabut, scegliete voi.

Nonostante suoni semplice all’apparenza l'”ognuno è tutti” del film di Kaufman è un postulato complesso e può essere letto da svariate prospettive, come per esempio quella che enfatizza la comunanza ―io provo quello che provi tu, ergo io sono come te, ergo io sono te― oppure quella che guarda alla ctonia (ctonia??) assenza di specificità individuale: nonostante le differenze che ci distinguono gli uni dagli altri, siamo fondamentalmente tutti uguali, tutti facciamo le stesse esperienze, tutti convergiamo verso un finale ineluttabile… “Ognuno è tutti” è il meccanismo che soggiace alla sineddoche: figura retorica che indica la parte per intendere il tutto ―come dire “due ruote” per riferirsi una moto, per capirci. È un procedimento che usiamo in continuazione, insieme al suo opposto, la metonimia, e questo mi fa capire ancora una volta quanto gli automatismi sottesi alla grammatica espressiva contengano al loro interno delle aspirazioni superiori che tendono alla speculazione filosofica… Del resto, cos’è una metafora se non una proiezione di me in un altro da me?

Prima di proseguire nel pippone però devo dirvi che martedì abbiamo riempito un’intera fila di posti dal Mastro ―qualcuno di voi vi prego avvisi la stampa, e riferisca che l’ultimo posto in fondo era libero in onore della Fellow Fra-ae.f.: l’imminente partenza per le vacanze l’ha costretta ad anticipare la visione di una sera. Se non volete sottoporre alla stampa questo piccolo ritocchino del reale, potete pure considerare quel posto libero come il posto del Movier Immaginario, il miglior groupie che ci sia: non si è mai perso un Lez Muvi MAI. 🙂
Elenco la mia fila di fichissimi partendo dal più alto a destra ―sì avete indovinato, il WG Mat― poi la Guest Carolina che grazie al senso dell’ironia appena appena accennato si aggiudica il cine-nomino di Fellow Carironica, il Fellow D-Bridge, a cui preme far sapere che assegna uno zero come voto al film (ma a lui piacciono le Giraffade, quindi il peso specifico del suo giudizio è pari a quello dell’idrogeno 🙂 🙂 …fortuna sua, il contributo quale Movier-recruiter della Fellow Carironica riporta il suo peso specifico in zona mercurio ;-)); poi c’è l’Anarcozumi, purtroppo priva di mannaia ―avrebbe tagliato, con forza zumiana, una buona mezz’ora al film (e come darle torto); poi ci sono io, che non merito altri commenti; poi c’è la Fellow Vanilla, che ha combattuto e sconfitto forze oscure che remavano contro la sua partecipazione a Lez Muvi ―scuola Sailor-moon, brava; poi c’è il Fellow Felix, che mi ha fatto provvidenzialmente, sacrosantamente notare che il film non è del 2013, com’ero convinta io, bensì del 2008, Blunder Board che sono; e ultimo, ma non certo per resistenza, il Fellow Onassis Jr. incontrato per caso un’ora prima di Lez Muvi mentre entrambi correvamo per Trentoville, perché in fondo, in Bolt we trust. 😉

And now back to the lot… Parto dai problemi di “Synecdoche, New York”: ha diviso un po’ gli animi…Sapete quando vedete disegnarsi sui visi delle persone un grande “Boh”, tipo quello di cui scrisse il Guru Cherubini dope l’infanzia Jovanotti. E non a torto. Il film è come un grosso organismo cinematografico che ri-partorisce se stesso per 120 minuti. Va oltre la “semplice” (semplice!) reiterazione di motivi aprendo scatole cinesi dentro scatole cinesi dentro sctole cinesi dentro scatole cinesi (sì mi fermo). È una storia in bilico costante tra realtà e finzione che si moltiplica con le stesse modalità all’infinito ― quasi biologicamente ― riproponendo le stesse scene, le stesse azioni in un incastro da cui scastrare la mente risulta operazione  mooolto faticosa.
Il limite del film è proprio il rifiuto di darsi un limite. Se Kaufman avesse tagliato 25 minuti buoni nella seconda parte, evitando d’indugiare su ciò a cui lui piace molto indugiare ― l’approccio cerebrale alla cinematografia, la riproposizione massiccia della coazione a ripetere ― e avesse resistito all’abisso della myse-an-abyme ― “un’immagine contiene una piccola copia di se stessa, ripetendo la sequenza apparentemente all’infinito”, così venite preparati all’esame di Teoria della Cinematografia II 😉 ― il film ne avrebbe senz’altro guadagnato. Tutto questo, infatti, comporta un eccesso di materiale contenuto, come s’è detto, all’interno di un involucro formale altrettanto imponente, ed esigente. Ora, facciamo due conti: 100 kg di peso netto (ovvero il contenuto) + 100 kg di tara (ovvero la forma) fanno 200 kg in totale. Capite che “appesantiti” è la sensazione con cui si esce dalla proiezione: 200 kg di roba addosso sono, come dire, pesanti…
Tuttavia, chevvoletechevidica, a me è piaciuto. Un film deve prendermi e scuotermi dalla testa ai piedi, oppure, in alternativa, oliarmi gli ingranaggi della psiche. “Synecdoche, New York” appartiene alla seconda categoria.

Caden Cotard, protagonista del film, è un regista teatrale alle prese con il suo imminente spettacolo―la messa in scena di “Morte di un commesso viaggiatore”, chissà se qualcuno dei Moviers si è accorto della locandina che passa velocissima in una scena.. Già capiamo, sin dall’inzio, che qualcosa non quadra. Il film si apre con una splendida canzoncina canticchiata da Olive, la figlioletta di Caden, che parla di morte e catastrofe. Caden è in crisi con la moglie Adele, un’artista che, dopo la prima della pièce tetrale, lo lascia e si trasferisce per un periodo ―un periodo che poi durerà tutta la vita― a Berlino, portando con sé la figlia. A questo punto Caden si sconnette dalla realtà come la conosciamo noi ed entra in una dimensione di finzione egocentrata e temporalemente sballata dalla quale non uscirà più.
Nel frattempo vince il McArthur, prestigioso premio teatrale che gli permette l’agio finanziario e gli dà modo di realizzare la SUA opera: mettere in scena la propria vita mentre sta accadendo, con attori che interpretano se stesso e le persone che lo circondano, in una New York ricostruita pezzo pezzo in un enorme teatro di posa. A questo punto, capirete, scatta il rompicapo ―in cui Kaufman sguazza― fra attore e personaggio vero, tra vita vissuta e vita recitata, finzione e realtà ―che comunque è una realtà fittizia: siamo pur sempre dentro un film, e Kaufmann ci sguazza ancora! Attori e personaggi si fondono e confondono: piano piano il mondo riprodotto sul set, che deve mimare la vita vera, finisce per invaderla: di qui la sensazione di stare ad osservare un enorme organismo unicellare che si scinde ad limitum, partorendo piccole catastrofi, delusioni, sofferenze ― ad limitum pure quelle. E arriviamo fino al paradosso più estremo: Caden assume un’attrice per interpretare se stesso regista e farsi dirigere attraverso un auricolare che gli suggerisce cosa deve fare e dire ―sì, esatto, come Ambra a “Non è la RAI”.
Le parole più difficilmente accettabili, sulla vita e la morte, la transitorietà e la futilità di tutto, la sostanziale fragilità delle nostre ambizioni e il doloroso riconoscimento dei nostri limiti e della nostra mediocrità, vengono pronunciate proprio da questa voce asettica, nel finale, che qualche anima infinitamente buona (o sconfinatamente perversa!) ha pubblicato su youtube, e che vi prego, vi prego down on my knees, di voler cliccare, https://www.youtube.com/watch?v=BRkoouy3WyM

Ora vedete, sentirsi dire “hai realizzato che non sei speciale”, per noi super-umanità imbottita quotidianamente dalla mistica mediatica del talent a-tutti-i-costi, non è tanto semplice, e siamo portati a borbottare “Sì be’, se devo venire al cine per deprimermi”… Ma andiamo più in là del borbottio, s’il vous plait… Abbiamo necessità, di sentircelo dire, Moviers, pensateci. Abbiamo anche bisogno di ricordare che le nostre esperienze sono le esperienze di tutti ― “ognuno è tutti” ricordate? ― e questo è il vero dono che ci è concesso, in quanto umanità. Sentire gli altri. Sentire.

Quanto al tempo, subisce una sovversione ―o piuttosto, perversione― in Caden. Nel corso del film, e del “film” della sua vita, Caden invecchia, ma senza rendersene conto: è talmente smarrito nella rappresentazione di se stesso, talmente sprofondato nel proprio io che vuole ricreare all’infinito e immortalare per i postumi attraverso la finzione teatrale, ed è pure talmente immerso in questo pantano temporale di eterno presente, da non accorgersi che la morte è lì, proprio lì, just two steps away; e che tutto è passato, che tutto passa, e finisce.
Architettonicamente parlando, “Synecdoche, NewYork” è una cattedrale di rimandi da estasi pura per lo studente di cinematografia che deve scrivere la sua tesi di dottorato. Del resto, come si diceva mercoledì sera, sin dagli albori, l’arte ripete sempre la stessa storia.
Non possiamo NON trovarci Pirandello e la crisi identitaria dell’uomo moderno che, rifrangendosi negli specchi di una realtà priva di riferimenti e certezze, si frange psichicamente dentro involucri vuoti, simulacri di sé che lasciano il tempo che trovano ― vedi gli attori che impersonano Caden (un aspetto intellettualmente molto appetitoso per i miei gusti è stato notare che l’attore spilungone che impersona il personaggio di Caden nella sua pièce teatrale comincia a seguirlo sin dall’inizio della sua vita ― ci avevate fatto caso, Moviers? Faceva capolino da dietro un albero o alla fermata dell’autobus… ― come se il doppio da sé fosse in realtà una presenza presente nel vivere vissuto, non sol recitato…creepy eh… ;-)).
Non possiamo NON trovare Italo Svevo, l’esternazione fisica del malessere psicologico che affligge lui e la sua coscienza. Così come Zeno claudicava, Caden sperimenta ogni sorta di magagna fisica ―pustole, poo dai mille colori, disturbi visivi, cardiaci, motòri (parlando di Zeno… a un certo punto, Caden zoppica con la gamba destra, proprio come lui…).
Non possiamo NON trovare l’”Otto e mezzo” di Fellini: Guido in crisi con la realizzazione del suo film, perseguitato dal senso del fallimento, dall’incapacità di portare a termine un progetto (quell’inettitudine che ricorda anche il Fitzcarraldo di Herzog): allo stesso modo Caden conclude la sua vita ma non concluderà mai la sua pièce teatrale condannata a un eterno work-in-progress, in un beffardo scherzo del destino per cui il finale biologico spesso non coincide con quello artistico. Pensate, Caden non riuscirà nemmeno a trovare un titolo con cui chiamare la sua opera, come se l’atto stesso del nominare un’esperimento del genere fosse impossibile, o semplicemente insensato… Non possiamo NON trovare, il Bardo ― non il Board eh, il Bardo Shakespeare 🙂 ― di “As you Like It”: “Tutto il mondo è un teatro e tutti gli uomini e le donne non sono che attori: essi hanno le loro uscite e le loro entrate; e una stessa persona, nella sua vita, rappresenta diverse parti”. O Erasmo da Rotterdam ― “Tutta la vita umana non è se non una commedia, in cui ognuno recita con una maschera diversa, e continua nella parte, finché il gran direttore di scena gli fa lasciare il palcoscenico”.
E naturalmente non possiamo NON trovare lui, Charlie Kaufman, nelle opere che l’hanno preceduto come sceneggiatore ― “Il ladro di orchidee” e “Essere John Malkovich” in particolare.

Quello che colpisce di questo film è l’ossatura sostanzialmente realistica ―un realismo davvero quasi mediocre da poetica del quotidiano— che tuttavia ingloba al suo interno elementi spiccatamente surreali. Per farvi un esempio, Hazel, amante e poi assistente di Caden, vive in una casa che va letteralmente a fuoco: una trovata geniale perché la casa in fiamme è vissuta come se fosse la cosa più naturale del mondo, e per me (mia interpretazione, watch out) è il contenitore della passione panica di questa burrosa ragazza dai capelli rossi (rossi!) che arde panicamente di vita, e non solo d’amore per Caden (che peraltro amerà per sempre). C’è del fantastico, del visionario anche, ma siamo lontani anni luce dal fantastico-visionario di un Terri Gilliam, o di un Lynch. In quella scena siamo piuttosto tra Wes Anderson e Aki Kaurismaki…Qualcosa che ricorda “Moonrise Kingdom” o “I Tenenbaum” o “Miracolo a Le Havre”: l’inserto dell’elemento totalmente assurdo in un impianto totalmente realistico.

Insomma, se siete corazzati, se vi lasciate sedurre dal cerebro(leso) come me, se potete tollerare un labirinto cinematografico che vi trascina nelle ossessioni di una mente dissociata e/o visionaria e nella spietata durezza di questa nostra vita dalle ore contate, se volete domande, cercate risposte, e non temete l’overdose di virtuosismi stilistici, allora avventuratevi! E tranquilli, se dopo il bombardamento da scarica ad alto voltaggio cinephile volete alleggerire l’apparato neurologico, un paio di Vanzina una volta al dì e passa tutto. 🙂

E dopo gli psico eccessi di Kaufman (cacchio quanto cacchio ho scritto?!), questa settimana ci va di favoleggiare con

MALEFICENT
di Robert Stromberg

Sì lo so, l’orario ha dell’imbarazzante ― ma che mi rappresentano le 8 e 20?? Anyway… L’Anarcoazumi vide il film appena uscì e ce ne raccontò a caldo, in termini molto entusiastici. Ci stuzzicò la voglia già allora, ma prima avevamo altri titoli in attesa di Moviers. Ora che il piatto piange, ripeschiamo dalla dispensa gli amabili resti (Sebold che citazione!) 🙂
Ah non cadetemi vittima del pregiudizio eh, non è la solita storiella: è una rilettura postmoderna della favola della Bella Addormentata. E se poi non vi va di venirci per quello, venite per apprezzare l’operato dell’arrotino californiano sugli zigomi di Angelina Jolie: due capolavori assoluti. 🙂

E anche per oggi, Moviers, I paid my dues. 🙂 Grazie tante, al solito. E al solito, riassunto ad ammuffire in cambusa, Movie Maelstrom in fermento a babordo e saluti, questa sera, umanamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Per quei due di voi intrigati da “Synecdoche, New York”, qui, http://www.spietati.it/z_scheda_dett_film.asp?idFilm=2073 , trovate un pippone di approfondimento interessantissimo: il regista Charlie Kaufman intervistato da Wired, e un esilarante “Piccolo glossario sineddochico”, con cui le mie sinapsi hanno banchettato  😉

MALEFICENT: Maleficent racconta la storia inedita della leggendaria strega del classico Disney del 1959 La bella addormentata nel Bosco ed esplora la vicenda del tradimento da lei subito, che le ha indurito il cuore. Assetata di vendetta e nel disperato desiderio di proteggere le brughiere su cui domina, Malefica lancia una crudele e irrevocabile maledizione su Aurora, la figlia neonata del re. Aurora cresce nel conflitto fra l’amato regno del bosco e il regno umano di cui è legittima erede. Malefica si rende conto che la fanciulla potrebbe portare la pace nel territorio e si vede costretta a commettere azioni radicali, che cambieranno per sempre il volto di entrambi questi mondi.

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